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	<title>scrittori italiani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Franco Cordelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 07:38:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Cordelli]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori italiani]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi e Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, ecco le risposte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cordelli11.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cordelli11-300x300.jpg" alt="" title="cordelli1" width="300" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-31867" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cordelli11-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cordelli11-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cordelli11.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>[Dopo gli interventi di <a href="../2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a></em><em> e <a href="../2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a></em><em>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="../2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a></em><em>, <a href="../2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi Bernardi</a>,</em><em> <a href="../2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, <a href="../2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio Mozzi</a>, <a href="../2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a> e <a href="../2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio Parazzoli</a>, </em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/" target="_blank">Claudio Piersanti</a>,</em><em> ecco le risposte di Franco Cordelli</em><em>.]</em></p>
<p><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></p>
<p>Sulla poesia non so che dire, ho smesso di leggerla – almeno quella nuova. Ma anche dei poeti che più mi piacevano non ho l’impulso a prendere in mano i libri, tranne, di tanto in tanto, i poeti meno poeti «di professione». Ogni tanto rileggo i due libri ultimi di Bassani, Racconto d’amore di Quarantotti Gambini, Via delle cento stelle di Palazzeschi o Poesie della fine del mondo di Delfini). Riguardo al romanzo, direi che ce n’è così tanto che sarebbe difficile parlare seriamente di una (sua) mancanza di vitalità. Il problema, va da sé, è che in questa abbondanza di narrazioni è difficile trovare ciò che è davvero «vitale». (Benché anche questo sia un luogo comune: se si vuole, i libri importanti si trovano con un colpo d’occhio, non ci si sbaglia quasi mai).<span id="more-31844"></span></p>
<p><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></p>
<p>Certo. Ciò che qui viene chiamato «industrializzazione»  orienta non solo il lettore ma anche lo scrittore. Però la vera domanda diventa: quale tipo di scrittore questo fenomeno orienta?</p>
<p><em>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></p>
<p>Su tale argomento stendiamo un velo pietoso. È un aspetto del fenomeno di industrializzazione di cui sopra. I giornali, quotidiani e settimanali, come è ovvio sono una parte intrinseca (non, cioè, antagonista) di uno stesso processo. Addirittura, ne pongono le fondamenta.</p>
<p><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></p>
<p>Credo vi siano editori, per lo più i piccoli, ma anche i medi, e perfino i grandi (penso a qualche «editor» illuminato) che non abbiano dimenticato la lezione ricevuta dalle generazioni precedenti e, più in generale, l’idea di valore in letteratura. (Non vorrei che questa risposta suonasse ottimista, ma è proprio così, basta guardarsi intorno, noi continuiamo a leggere – non solo libri del passato. Leggiamo anche libri del passato che altrimenti, non fossero riproposti, avremmo dimenticato).</p>
<p><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></p>
<p>Del web non so nulla. Non ho il computer e non potrei esprimere un’opinione se non dal di fuori, per sentito dire. L’unico punto che posso immaginare è che il computer sia una causa del fatto che le narrazioni si sono allungate a dismisura.</p>
<p><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?</em></p>
<p>Sostenere la letteratura? Be’, non c’è altro modo che farne. Oppure farne un po’ di meno.</p>
<p><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></p>
<p>Sempre più spesso ogni trasmissione televisiva si adorna della presenza di uno scrittore. Non basta per pensare che gli scrittori italiani possano dire come la pensano sul mondo e, dunque, avere un’influenza?</p>
<p><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></p>
<p>Sarebbe vile sostenere che l’unica responsabilità è nei libri che si scrivono e pubblicano.</p>
<p><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></p>
<p>In un senso drammatico, questa separazione tra politica e cultura (in Italia) è sempre più evidente. Ma in un senso ancora più drammatico l’una è omogenea all’altra, tanto quanto lo sono (vedi sopra) la grande editoria e la quotidiana risposta al suo operato.</p>
<p><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></p>
<p>Nel ’91 o ’92, collaboravo all’«Indipendente» fondato da Ricardo Franco Levi. Poi cambiò direttore e, con lui, il caporedattore degli spettacoli (un protoleghista). Costui ritenne che non dovessi recensire Gli ultimi giorni dell’umanità di Luca Ronconi: uno spettacolo “non milanese”. Guadagnavo bene, ma mi dimisi. Poco dopo cominciai una collaborazione al Tg2 diretto da un uomo «di destra». Perché in quel caso non mi dimisi? Perché ritenevo che la testata, non essendo proprietà privata ma rappresentante dell’intera comunità (una istituzione) mi consentisse di collaborare – almeno finché non mi fossero posti divieti, come in effetti mai avvenne.</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Claudio Piersanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 06:50:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[claudio piersanti]]></category>
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		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori italiani]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi e Ferruccio Parazzoli, ecco le risposte di Claudio Piersanti] [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/scritture.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-31727" title="scritture" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/scritture-248x300.jpg" alt="" width="248" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/scritture-248x300.jpg 248w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/scritture.jpg 462w" sizes="(max-width: 248px) 100vw, 248px" /></a></p>
<p><em>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a></em><em> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a></em><em>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a></em><em>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi Bernardi</a>,</em><em> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio Parazzoli</a>, ecco le risposte di Claudio Piersanti</em><em>]</em></p>
<p><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></p>
<p>Questi giudizi sommari sono forme della stessa isteria ideologica che anima da decenni dibattiti inutili. Questi critici-guru, questi santoni pataccari che da generazioni intonano litanie funebri sul romanzo… Sarebbe divertente studiare da vicino i loro percorsi e i loro pentimenti. Ora il Grande Guru Americano si pente di entusiasmi che noi autori periferici e muti non abbiamo mai condiviso (mentre i nostri critici scrivevano paginoni osannanti ai Veri Scrittori e si sgomitavano in affollatissimi party con i bicchieri di plastica). I critici-guru hanno un grande svantaggio sugli autori: sbagliano sempre. Sono progettati intellettualmente per non vedere nulla al di fuori di se stessi, essendo infatti l’opposto speculare di un autore. Il versante italiano del critico-guru è naturalmente più pecoreccio, e oscilla tra il collezionista di ragazzini e il tipo materno-protettivo. Mentre il primo può paragonare un giovanissimo esordiente assai grazioso a Céline (per poi dirgli in pubblico, dopo qualche anno: ma perché scrivi?, rafforzando la sua fama di implacabile) il secondo considera grandi autori solo quelli non solo scoperti e sostenuti editorialmente da lui, ma più precisamente quelli a cui ha dato per anni da mangiare. C’è anche la variante del Grande Intellettuale (detto senza ironia) che limita la letteratura a quella prodotta dal suo compagno di banco delle medie (peraltro anche lui grande scrittore davvero). In generale il giudizio isterico “non ci sono più romanzi” è espresso da personalità schizoidi <span id="more-31710"></span>che non hanno di sé altra percezione che la loro panza piena di lingue: in un convegno si commuovono per Gadda e lo incensano tra le lacrime, nel convegno successivo giurano che la letteratura è finita e si dimenticano anche del povero Gadda. In realtà per ritagliare il presente da un libro (orrendamente, dico io) “nuovo” ci vuole del talento vero, che soltanto gli autori hanno. Contini, Bo, Mengaldo, Maria Corti, per fare finalmente alcuni nomi. Autori-pensatori, letterati, filologi, filosofi. Ce ne sono ancora, ce ne sono stati tanti. Li abbiamo dimenticati, insieme ai narratori con i quali avevano intrecciato le loro vite mentali. Dal punto di vista della scrittura (che è l’unico che conta) non c’è alcuna differenza di grado tra Contini e Bilenchi, che considerava Carlo Bo perfetto e quindi di gran lunga superiore anche a lui.</p>
<p><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></p>
<p>Credo sia già avvenuto. Ci saranno sempre più opere prime e per gli autori che vendono poco sarà sempre più difficile andare avanti. Oggi è più facile esordire, rispetto ai miei anni settanta, ma è quasi impossibile continuare a lavorare. È opinione comune che oggi molti capolavori assoluti del novecento non sarebbero neppure pubblicati. Ma io trovo stupido e fatalista questo atteggiamento: su scala internazionale c’è ancora un pubblico in grado di leggere opere di qualità. Il mondo non è soltanto un ipermercato.</p>
<p><em>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></p>
<p>Si possono ancora definire pagine culturali trenta recensioni da mezza cartella ammucchiate in una pagina? L’unica proposta culturale che mi sento di fare ai giornali è questa: perché non assumete qualche ragazzo che vi corregga gli errori? Le edizioni on-line sono cimiteri grammaticali.</p>
<p><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></p>
<p>Nelle case editrici ci sono ancora parecchie persone che di libri capiscono molto, direi che spesso sono migliori delle loro collane. Onestamente io non saprei fare meglio, conoscendo le aziende e i consigli d’amministrazione. (Peraltro il problema non si pone: oggi nessuno assumerebbe uno scrittore per fargli dirigere una collana o per affidargli la direzione editoriale di una casa editrice.) Tra i nostri veri provincialismi c’è anche quello delle mitologie editoriali internazionali. Purtroppo i grandi editori di queste mitologie non esistono più, siamo alle ultime sopravvivenze. Insieme al declino degli autori c’è quello degli editori puri. Ma come dicevo non credo affatto che questo sarà un assetto definitivo e immutabile. Tutto cambia. Lo dico con un sorriso: dal letame nascono i fiori.</p>
<p><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></p>
<p>Le vie della letteratura sono infinite. Io ho imparato a leggere e sono diventato uomo leggendo e distruggendo libri tascabili. A casa mia i libri venivano considerati una spesa futile e quasi perversa. Compravo Kafka e poi lo nascondevo come materiale pornografico. Il web è una grande occasione e insieme un grande pericolo. Un autore guadagna circa il dieci per cento del prezzo di copertina; un traduttore molto meno (il che è male, essendo letteralmente essenziale). Entrambi devono guadagnare, per vivere. E gli editors? Non servono a nulla? E le collane? Siamo tecnologicamente molto avanti, ma culturalmente non abbiamo neanche cominciato a ragionare. Il web è una rivoluzione paragonabile a quella della stampa. Ha già cambiato il mondo, ma il mondo non lo sa. Lo usiamo come un gruppo musicale inesperto usa un super-sintetizzatore, come un organetto di Barberia.</p>
<p><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </em></p>
<p>La letteratura deve inventarsi un suo pubblico, anche dove non c’è. Un letterato non ha diritto a un trattamento speciale, deve essere una persona comune, o comunque sembrarlo. Non chiedo soldi allo Stato. Anzi, se non suonasse provocatorio, gli proporrei tranquillamente un risparmio: chiudete gli Istituti di cultura italiana all’estero. In generale trovo nefasto l’intervento dello Stato (o dovrei dire: dei Partiti?) nell’industria culturale. Parlo dei finanziamenti ai giornali, ma anche nel cinema ha prodotto effetti devastanti. Uno Stato che possiede anche televisioni commerciali non può essere una cosa seria.</p>
<p><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></p>
<p>Credo che non abbiano alcun peso, se non trasformandosi in operatori politici, cioè in altro. Un tempo mi tremavano i polsi quando scrivevo giudizi e pensieri “forti”, ci rimuginavo sopra per giorni e ne sentivo anche troppo la responsabilità. Poi mi sono accorto che quasi non se ne accorgevano neppure i lettori “professionali”. Gli scrittori diventano più visibili nei paesi totalitari, dove pochi hanno il coraggio di dire la verità. Un corpo a corpo diretto con il ventre molle della nostra realtà non ha senso. In Italia si può dire la verità, ma nessuno la ascolta.</p>
<p><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></p>
<p>Non lo credo. Molti singoli bravi scrittori hanno espresso chiaramente le loro opinioni ma uno scrittore senza lettori resta un don Quijote.</p>
<p><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></p>
<p>Sciascia ha già detto quel che c’era da dire sulla partecipazione politica diretta di uno scrittore: niente.</p>
<p><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></p>
<p>Estendendo il ragionamento agli editori (anche) di libri si tornerebbe a ragionare su cose già dette da altri molto bene. Credo che alla fine ogni firma rappresenti se stessa. Ognuno è responsabile di quello che scrive. Non frequento razzisti e se posso evito anche di ascoltarli quando parlano tra loro. Su due grandi fronti la storia che ci aspetta spazzerà il presente: il fronte razziale (il Sud salirà a Nord) e quello del rapporto cittadini-Stato (sarà fiscale, il motore del collasso? O sarà innestato dal nostro mafioso debito pubblico?).</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Ferruccio Parazzoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Ferruccio Parazzoli]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi e Emanule Trevi, ecco le risposte di Ferruccio Parazzoli] Come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/inchiesta1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/inchiesta1-300x300.jpg" alt="" title="inchiesta" width="300" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-31638" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/inchiesta1-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/inchiesta1-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/inchiesta1.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<em>[Dopo gli interventi di <a href="../2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a></em><em> e <a href="../2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a></em><em>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di  10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al  mestiere. Dopo <a href="../2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a></em><em>, <a href="../2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>,</em><em> <a href="../2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="../2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a>, ecco le risposte di Ferruccio Parazzoli</em><em>]</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</em></p>
<p>Se la vitalità nasce dal senso che si dà o che viene da quanto si fa e si pensa, nell’odierna società, annegata nel nichilismo di massa e nella ‘pappa del niente’, il pensiero, la decodificazione del caos e dell’assurdo da parte di chi pensa e ne scrive, è del tutto irrilevante. Ne deriva un inevitabile calo di vitalità, compresa qualla della narrativa.</p>
<p><em>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</em></p>
<p>No, l’editoria, ‘pallida madre’, fa solo il suo mestiere: prepara con grande professionalità la pappa giusta per i suoi bambini.</p>
<p><em><span id="more-31627"></span>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</em></p>
<p>Lo rispecchiano perfettamente. Uno specchio, infatti, non può che rispecchiare la faccia di chi gli si presenta davanti.</p>
<p><em>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</em></p>
<p>No, non lo fanno. Conoscono troppo bene il proprio mestiere.</p>
<p><em>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</em></p>
<p>Sono uno stanziale. Non navigo.</p>
<p><em>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </em></p>
<p>Che si reggano sulle loro gambe, se ce le hanno. Ogni sforzo per fare correre chi è stato azzoppato, magari non per sua colpa, è del tutto inutile.</p>
<p><em>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</em></p>
<p>Nessuno, se non vanno in tivù.</p>
<p><em>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></p>
<p>Non sono più i tempi. Bisogna immaginare dell’altro. Non sopporto le fiaccolate.</p>
<p><em>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></p>
<p>Auspico che, se frattura c’è, si allarghi sempre di più e che qualcuno ci caschi dentro.</p>
<p><em>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</em></p>
<p>Perché no, se la pensano come loro e, così facendo, pensano di pensare bene, con sentimenti democratici e tutto il resto del panierino…o se, comunque, devono mangiare?</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Emanuele Trevi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 05:10:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<category><![CDATA[impegno politico]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori italiani]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek, Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, e Giulio Mozzi, seguono le risposte di Emanuele Trevi] 1) Come giudichi in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/inchiesta.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/inchiesta-300x300.jpg" alt="" title="inchiesta" width="300" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-31221" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/inchiesta-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/inchiesta-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/inchiesta.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<em>[Dopo gli interventi di </em><a href="../2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a><em>, </em><a href="../2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a><em>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di  10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al  mestiere. Dopo </em><a href="../2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a><em>, </em><a href="../2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>,<em>  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell’autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/"> Giulio Mozzi,</a> seguono le risposte di Emanuele Trevi</em><em>]</em></p>
<p>  <em>1) Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea? </em></p>
<p>Secondo me, quando non si vede nulla all’orizzonte, il problema sta più nel proprio apparato percettivo che nella situazione esterna. Ogni volta che ci si interroga sullo «stato della nostra letteratura contemporanea» mi viene da pensare alla più imprendibile ed ambigua delle categorie, quella del presente. Ricordate l’inizio della Certosa di Parma ? Fabrizio, l’eroe di Stendhal, è ancora un adolescente, ma vuole misurarsi con la Storia, o con la Vita Vera, e parte per Waterloo, arrivando in tempo per prendere parte alla battaglia. La sua massima ambizione è vedere Napoleone. Ma i cavalli, col procedere della giornata, hanno sollevato un tale polverone che non è più possibile vedere nulla. A un certo punto, in realtà, Fabrizio ha una fuggitiva visione: il pennacchio degli elmi di una pattuglia di dragoni al galoppo. La scorta dell’Imperatore in fuga ? Chi lo sa. Ecco, questo è il presente: un polverone nel quale, per il fatto stesso di esserci immersi, non vediamo praticamente nulla. I miei fuggitivi «dragoni», per stare alla metafora di Stendhal, sono parecchi. Con alcuni ho condiviso molta strada, per altri si è trattato di un incontro momentaneo, con altri ancora si sono verificate rotture più o meno dolorose. Mi sembra che quei critici che citate, i quali «denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea», ammesso che esistano e non siano una figura retorica, siano semplicemente degli sfaccendati privi del coraggio di buttarsi nella zuffa.<br />
<span id="more-31222"></span></p>
<p><em>2) Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità? </em></p>
<p>Ma no, gli editori e gli editors sono degli sfigati come tutti noi ! Non hanno nessuna strategia. Vanno a tentoni. L’editoria è un lavoro sommamente empirico. Si può buttare nel cestino Proust e Joyce, ma perché non li si riconosce, non perché c’è l’ «industrializzazione».   </p>
<p><em>3) Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?<br />
</em><br />
Sento la mancanza di autentiche istituzioni culturali come sono il «Times Literary Supplement»  e la «New York Review of Books». Articoli molto lunghi, profondi, capaci di illuminare opere importanti, di dimostrarne la necessità. Come quando, una decina d’anni fa, Susan Sontag scrisse un pezzo intitolato A mind in mourning, in cui diceva: ho scoperto uno scrittore straordinario, un esponente del sublime fuori tempo massimo, si chiama W.G.Sebald, adesso vi spiego perché, come si intitolano i suoi libri, quale dovete leggere per primo eccetera. E’ un esempio tra mille. Detto questo, la qualità delle recensioni in Italia non è per nulla bassa. Mi piacciono i supplementi a cui collaboro, pur molto diversi tra loro: «Alias» e «Tuttolibri». Quello che detesto sono le polemiche, le controversie, le opinioni espresse in quelle orribili interviste telefoniche. Anche delle pratiche diffuse in internet mi fido poco, postare un commento è troppo semplice, troppo impulsivo. Le poche volte che l’ho fatto mi sono sentito un cretino, e tra l’altro non capisco perché si usano tutti quegli pseudonimi.  Non a caso Andrea Cortellessa, che è una persona seria, si firma Andrea Cortellessa. </p>
<p><em>4) Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)? </em></p>
<p>Ma non ne avevamo già parlato a proposito dell’ «industrializzazione» ? Comunque sì, lavorano bene, sono curiosi. L’editoria italiana è ottima, non ha niente da invidiare a quella anglosassone. Solo i francesi battono tutti, ma loro sono nati per fare e leggere libri. Il problema è che, se entro in una grande libreria, tutta questa ricchezza non si percepisce affatto. E’ qui che si fanno sentire gli effetti perversi dell’ «industrializzazione». Il circuito promozione-prenotazione-presenza in libreria-ritorno in magazzino-macero è troppo malato.</p>
<p> <em>5) Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo? </em></p>
<p>Beh, il web ha un tale futuro davanti a sé che sicuramente cambierà tutto. Ma in che modo ? Troppo inesperto come futurologo, a malapena capace di scaricare qualche canzonetta sull’ipod, passo la mano. </p>
<p><em>6) Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?  </em></p>
<p>Sì certo, mi piace ogni forma di sovvenzione, protezione, investimento a lungo termine. Tutto ciò che è umano va sostenuto, non si regge in piedi da solo. Solo la morte fa da sé. Barak Obama è arrivato addirittura a sovvenzionare il mercato, per tirare fuori l’America dal pozzo in cui i famosi liberal  e la loro ideologia da coglioni l’avevano ficcata alla fine del 2009.  </p>
<p><em>7) Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso ? </em></p>
<p>Finora questo questionario era andato liscio. Con questa domanda, mi costringete a entrare in un campo minato e a sostenere una posizione probabilmente impopolare tra coloro che fanno e che leggono questo sito. Ma devo essere sincero: tra la «crisi della democrazia», anche ai miei occhi evidente, e gli scrittori italiani e il loro «peso» non vedo un rapporto così urgente e necessario. Sarà un caso, ma le esternazioni e le prese di posizione politiche di scrittori anche bravi nella maggior parte dei casi si riducono a banalità moralistiche. Non c’è niente di male a ragionare come gli altri, ma allora non si vede che valore aggiunto ci possa mettere uno scrittore. In più, nell’attuale ansia di impegno da parte di molti letterati, ci vedo una perdita secca in termini filosofici e culturali. Cercherò di spiegarmi in breve, pur consapevole del fatto che ci vorrebbero interi volumi per andare a fondo alla questione. Ma nell’attuale engagement, che non a caso si nutre di una morbosa attenzione agli scandali sessuali, predomina una totale confusione tra sfera etica e sfera politica. Cinquecento anni dopo Machiavelli, questo odioso e irresponsabile pasticcio, fonte di ogni fascismo e di ogni clericalismo mascherati da ‘progresso’, si riaffaccia nella cultura italiana in forma di appelli, raccolte di firme, pubbliche indignazioni, elenchi di domande, girotondi, blog, pubbliche e private reprimende, lettere aperte, lettere luterane, network di indignati, ginnastiche edificanti, moine quaresimali. Ma in Italia, appena finisce Machiavelli, cosa comincia, se non il machiavellismo ? E che cos’è il machiavellismo, se non questo osceno andare a braccetto della politica e del giudizio morale, di Brighella e Tartufo ? C’è addirittura un partito importante, in questo deprimente scenario, che riassume nel suo stesso nome tutta l’ipocrisia e la dabbenaggine dell’epoca: l’Italia dei Valori. Ma io non voglio vivere in un posto sorvegliato da Valori ! Non possiedo tutta questa stima nel genere umano. Amo la vecchia Italia dei Piaceri. Lo voglio affermare senza mezzi termini: a me, il Bene mi fa schifo. O meglio, l’unico Bene che riesco a tollerare, e che anzi considero il vertice della natura umana, è quello che si fa, più simile a un istinto che a un concetto. Volete il Bene ? Andate ad Haiti, andate nel Darfur, o anche sotto casa vostra. Muovete il culo. Piegate la schiena e lavate i piedi al prossimo, come Gesu Cristo. Che senso ha lamentarsi della vita sessuale di Berlusconi o della Mondadori su «Nazione Indiana», dove tutti sono d’accordo con voi ? Ma molti che mi leggono, questa lingua non la possono proprio capire. Se Erri De Luca dice di aver fatto l’autista dei convogli in Bosnia durante la guerra, loro pensano che sia stia vantando, che faccia il dannunziano. Come se un uomo come Erri De Luca avesse bisogno di vantarsi a spese delle tragedie altrui. Come se non parlasse di quello che ha fatto per suggerire un’altra dimensione, quella in cui si stacca la spina delle opinioni, e si agisce con umiltà, nel mondo reale, portando aiuto al prossimo, senza paura di sbagliare.  </p>
<p><em>8) Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</em></p>
<p>Roberto Saviano si è esposto, e purtroppo ne paga le conseguenze. Ne valeva la pena, perché sapeva delle cose, e sapeva raccontarle. Insomma, ha fatto bene, ha avuto fegato. Trovo il suo libro bellissimo. Meno mi convince la sua idea di un legame necessario tra Bellezza e Verità. La sua stessa fonte, John Keats, sublime poeta e straordinario scrittore di lettere, non è molto affidabile dal punto di vista filosofico. Sull’«esporsi» bisogna valutare caso per caso, e quello di Saviano, se non unico, mi sembra molto raro. Io, per esempio, perché dovrei «espormi» ? Suggerirei un regola: è la natura del proprio lavoro che decide dell’esposizione. Prima bisogna imbattersi in materiali linguistici e narrativi come quelli di Saviano, e poi decidere se esporsi o meno. Tanta gente si espone e nessuno se accorge. Temo sempre quando gli esempi virtuosi diventano un ricatto morale per gli altri: la virtù autentica si può solo ammirare, non imitare.   </p>
<p><em>9) Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</em></p>
<p>Se un uomo di cultura diventa un politico, e ci si butta anima e corpo, tutti i giorni della vita, qualcosa di buono ne può uscire. Sciascia, per esempio, ha fatto la relazione di monoranza alla commissione Moro, che è una specie di Storia della colonna infame. Gli artisti e gli intellettuali che annusano la politica, invece, come una varietà dei loro interessi, non mi convincono. Insomma: mi convincono solo le attività a tempo pieno.  </p>
<p><em>10) Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?<br />
 </em></p>
<p>Qualche tempo dopo aver sostenuto, sul «manifesto», che non c’era nulla di male che Nori scrivesse su «Libero», ho potuto constatare sulla mia pelle, per tutt’altra occasione, che razza di giornale è «Libero». Ma non ho cambiato idea. Nell’andare contro le convenienze, Nori fa quello che deve fare un artista. Da qualche parte Alberto Savinio si definisce un «esploratore dell’inesplorabile». Nori potrebbe essere un «frequentatore dell’infrequentabile». Se mi si consente una confidenza, ho deciso di prendere una posizione pubblica solo perché mi ero chiesto cosa avrei risposto io, a una richiesta di collaborare a «Libero». Ebbene, io avrei detto no. Perché collaborare con «Libero» è una specie di figuraccia intellettuale. A Roma si dice una grezza. Vai a letto con una ragazza la prima volta, e ti scappa una scorreggia. Incontri uno che si è appena separato, e gli chiedi come sta sua moglie. Questa è una grezza. Collaborare a «Libero» appartiene allo stesso insieme di cose da evitare. Io sono una persona di sinistra. Anche se non mi piace ammetterlo, rispetto delle convenienze. Ma questa è davvero una parte lodevole del mio carattere ? Può essere mai il conformismo lodevole ? Quando ho appreso che l’anarchico Nori collaborava a «Libero», allora, l’ho ammirato per un coraggio, una noncuranza delle opinioni altrui che io non ho. Se c’è una forma di suprema onestà intellettuale, io credo che essa consista nell’ignorare tutto sulla committenza, non farsene un problema. Altrimenti si arriva all’assurdo di questo dibattito: «Libero» no, «Il Foglio» sì, Saviano non deve pubblicare per Mondadori, ma allora Einaudi, ma allora su, ma allora giù. Quello che deve restare resterà, di chi ha sganciato i soldi non ci si ricorda più nel giro di pochi anni, se non mesi. In tutta la storia del mondo, dietro gli artisti ci sono sempre stati committenti di merda. Rimproverereste a Caravaggio i perversi e crudeli cardinali pedofili che lo proteggevano ? E a Sinatra di cantare per i peggiori capi mafiosi ? Sapete chi è l’editore italiano di Guerra per bande di Che Guevara, ovvero il miglior manuale di guerriglia mai scritto ? Ma certo, Mondadori ! </p>
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		<title>Gli autori mondo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/01/08/gli-autori-mondo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jan 2007 18:13:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Tempo di bilanci per i libri del 2006? Va bene, e direi positivi. Niente passatismo per favore, niente invocazione dei tempi che furono in cui la letteratura italiana era sì forte e gagliarda. Eppure pare che la questione critica sia sempre un po’ questa. Che cos’è che manca agli scrittori italiani d’oggi? [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Christian Raimo </strong></p>
<p>Tempo di bilanci per i libri del 2006? Va bene, e direi positivi. Niente passatismo per favore, niente invocazione dei tempi che furono in cui la letteratura italiana era sì forte e gagliarda. Eppure pare che la questione critica sia sempre un po’ questa. Che cos’è che manca agli scrittori italiani d’oggi? Non li trovate tutti un po’ gracilini e imbelli? Nell’anno appena passato, l’ha espresso chiaramente Antonio Scurati in un pamphlet per Bompiani, <em>La letteratura dell’inesperienza</em>: manca il contenuto, manca l’esperienza che preme per diventare testimonianza (così era per il neorealismo, no?), manca il Novecento, manca l’attrito con la tradizione. <span id="more-3087"></span>Carla Benedetti aveva cercato di definire quest’impasse con più complessità qualche anno fa nell’<em>Ombra lunga dell’autore</em> (Feltrinelli, 1998). Rispetto a un Foucault che mostrava come l’autore fosse diventato come mai prima “questione” e rispetto a un Barthes che lo dava direttamente per morto, la letteratura aveva risposto con i suoi anticorpi. Facendosi meta-letteratura, più o meno. Aggirando il vicolo cieco, cercando un effetto straniato che desse a chi scrive un’aura minima di credibilità, visto che: autenticità, responsabilità, possibilità di incidere sul mondo nel frattempo erano diventati obiettivi lontani. Al tempo stesso, mostrava Benedetti, anche l’editoria ha mostrato i suoi muscoli, e invece di morire l’autore oggi è più vigoroso che mai, viagrizzato dalle strategie promozionali. Magari non è uno scrittore di professione e fa di mestiere lo psicologo da salotto o il cantante, ma ha la sua foto che occupa tutta la quarta di copertina se non la copertina direttamente. Oppure magari vorrebbe fare lo scrittore di professione (ossia: vorrebbe che valesse la sua opera e non la sua faccia), ma si deve accontentare di quello che passa il mercato editoriale, e ritrovarsi dentro “un’identità molto forte che non gli corrisponde” o addirittura in un’“identità editoriale vuota”.</p>
<p>Ma il problema più acuto, ricordava sempre Benedetti, era sempre quello della legittimazione artistica, che da Hegel in poi, pare che debba passare soltanto da una fruizione mediata e consapevole, e allora Benedetti si chiedeva: “Può esistere creazione dove si dà scelta? Può esistere l’arte senza un margine di irriflesso, di spontaneità, di non dominato concettualmente?”. Cosa vuol dire essere scrittori senza compilatori di un senso comune?</p>
<p>Quest’anno (l’ultimo) sono usciti due libri che non sono dei capolavori – sono libri senza equilibrio, eccessivi o difettosi nella lingua e nella costruzione narrativa – ma sono due libri importantissimi, fondamentali: <em>Gomorra </em>di Roberto Saviano e <em>Troppi paradisi </em>di Walter Siti. Che a queste varie impasse, a queste all’erta sullo stato di postumità della letteratura, hanno risposto con un’arma spiazzante, truccata: l’autore-mondo. Non posso più incidere con le mie parole sul reale? Il reale è diventato uno schermo? Al posto del mio nome in copertina ci potrebbe essere qualcun altro? E io inverto la tendenza. Divento impudico, esibisco il mio corpo tutto sulla pagina, faccio del mio corpo il territorio dove far accomodare la realtà, fittizia, deformata, brutale, sciatta, quella che è, neanche me ne rendo più conto di ciò che mi attraversa. Non tralascio però il dato che ogni malessere oggi è psicosomatico. Non più incarnato, elaborato, trasformato in esperienza, ma sintomatizzato! Nella mia autobiografia multiforme ci metto dentro reality show, traffici internazionale, e – letteralmente nel caso di Siti – il mio buco del culo. Inglobo le voci narranti, caricando su di me responsabilità e conivolgimento – come fa Saviano, che non specifica quanto di quello che racconta con la verità della prima persona sia effettivamente stato agito da lui. “Mi chiamo Walter Siti, come tutti”, come dichiara senza mezze misure voi immaginate chi.</p>
<p>Ma la cosa notevole è che questi due titoli non sono mosche bianche nel panorama sterilizzato della nuova narrativa. Quest’idea dell’autore-mondo, dell’autobiografia inclusiva non la trovavamo già in <em>Lunar Park </em>di Bret Easton Ellis, che comincia proprio riraccontando di un se stesso titanico e alla deriva dietro i suoi romanzi? Non c’era qualcosa di simile nel racconto di David Foster Wallace, “Caro vecchio neon” in <em>Oblio</em> in cui a parlarci c’è un narratore che si chiama David F. Wallace e che alla prima riga scrive: “Per tutta la vita sono stato un impostore”? E l’ultimo libro di Franzen? E <em>Il velo nero </em>di Rick Moody? E i libri di Philippe Forest? E, in Italia, <em>Rondini sul filo </em>di Michele Mari? E il <em>Kamikaze d’occidente </em>di Tiziano Scarpa? E i <em>Cani del nulla </em>ma soprattutto i due libri su Roma e sull’India di Emanuele Trevi? E i racconti sul fallimentare apprendistato da scrittore di <em>Io odio John Updike</em> di Giordano Tedoldi? E <em>Il ventisettesimo anno </em>e <em>Last love parade </em>di Marco Mancassola? E non è un tale Massimiliano Parente il protagonista del prossimo romanzo di Massimiliano Parente?</p>
<p>Un paio d’anni fa era uscita un articolo polemico di Franco Cordelli che etichettava questo tentativo di esibire se stessi, viscere comprese, come una scorciatoia stilistica: l’autenticismo. Quest’anno, sempre Cordelli ha fatto le pulci a Siti, accusandolo di avere usato il suo ego smisurato per costruire un romanzo ancora non adulto.</p>
<p>L’idea che io e mondo abbiano molti confini comuni è un’idea che hanno i bambini, è vero. Ma, se crescendo si continua a pensarla così, si fa della vita una continua e non selettiva sperimentazione, si vive con una sorta di <em>disperata vitalità</em>. Ecco. È chiaro quanto – quanto esplicitamente, quanto narcisisticamente – Pier Paolo Pasolini sia, almeno per l’Italia, il modello di questi autori-mondo. Per Saviano che scrive una scena oltre il limite del retorico nel libro, raccontando la sua visita-pellegrinaggio alla tomba in Friuli. Per Siti, curatore editoriale dell’opera, che si immerge a fino al fondo della trasformazione antropologica che Pasolini profetizzava, che si identifica con la società dei consumi, che afferma: “Io sono l’Occidente”. Pasolini, l’uomo geneticamente senza figli, è il padre di questi scrittori italiani, è lui la tradizione. Lui il padre da uccidere. Lui la forza del passato.</p>
<p>È significativo allora che proprio quanto a confronto con i padri genetici, i due, Saviano e Siti, liquidino la faccenda con un senso di impotenza che riesce a risultare tragico proprio per la ridicolaggine. Roberto Saviano racconta senza pietà l’incontro con il padre sotto il sole di Roma: il padre con la sua nuova compagna e un fratellino che fin adesso non aveva conosciuto. Non hanno niente da dirsi, non hanno nemmeno da litigare. Walter Siti scrive una scena altrettanto fastidiosa da leggere. Il padre muore, e lui da solo sul treno dice: Ecco questa famosa scena primaria, è tutta qui; poi piange un po’, ma è solo stanchezza, si schermisce.</p>
<p>Ecco, come dire, nella letteratura italiana, un po’ d’aria nuova si respira, le cose sembrano cambiare. E, forse, non è che l’inizio.</p>
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