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	<title>scrittori &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dove si situa lo scrittore? Un dialogo con Filippo La Porta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/19/dove-si-situa-lo-scrittore-un-dialogo-con-filippo-la-porta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 May 2025 05:34:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[filippo la porta]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[sistema culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Filippo La Porta e Andrea Inglese</strong><br /> Un dialogo sul modo di situarsi di uno scrittore nei confronti della realtà di cui parla, sulle appartenenze e inappartenenze, sulla necessità di prendere la parola  e sulla dimensione utopica che cio' comporta.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[L&#8217;11 aprile usciva su questo sito un mio pezzo dal titolo: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/11/kit-di-autodifesa-nellera-trump-2-2-la-guerra-alla-scienza-e-al-giornalismo/">Kit di autodifesa nell’era Trump 2 #2. La guerra alla scienza e al giornalismo | NAZIONE INDIANA.</a> In coda al post, sono intervenuti alcuni lettori e, tra gli altri, Filippo La Porta con un suo commento articolato. Questo commento fa parte, in realtà, di un dialogo che esiste da tempo, in forma prevalentemente privata. Ci è sembrata un&#8217;occasione per rendere pubblico quest&#8217;ultimo scambio, anche perché, per quanto mi riguarda, tocca un punto importante: il posizionamento dello scrittore di fronte alla realtà di cui parla. a. i.]</em></p>
<p>di <strong>Filippo La Porta</strong> e <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Caro Andrea,</p>
<p>ho letto con grande interesse il tuo intervento. Analisi largamente condivisibili, citazioni perfette, ma tu lì dentro dove stai? Ti trovo a fatica. Somiglia a una delle relazioni che nei ’70 preparavano i congressi del Manifesto (cui appartenevo), e che dovevano dare a noi militanti il “quadro” della situazione e motivarci alla lotta. Bene, ma tu sei uno scrittore, non un leader politico né il direttore di Limes – e poi un padre, e poi un cittadino italiano emigrato in Francia, etc. – , da te mi aspetto qualcos’altro. Il mondo da quale prospettiva lo vedi, e lo subisci? Qual è la tua percezione personale della situazione politica attuale? Te ne senti oppresso? Condizionato? Disturbato? Le spettacolari bullshit di Trump per caso ti tolgono il sonno? I bambini di Gaza scuotono la tua coscienza e ti rovinano la giornata (Elsa Morante una volta mi disse che se non sei un po’ qualunquista non puoi neanche prenderti in pace il cappuccino la mattina)? E poi: dato che niente avviene senza il nostro consenso passivo, a quali pratiche sociali e consumi e logiche di potere dai ogni giorno il tuo consenso? Quali compromessi stabilisci per vivere in quello che specie i letterati amano definire l”inabitabile”( e che pure abitiamo, con alcuni privilegi)? Io me lo chiedo continuamente, a proposito di “stili di pensiero e di azione”. E trovo interessante che ce lo diciamo.<br />Proprio la nostra tradizione, eretica e libertaria, dei Chiaromonte e Castoriadis, mette al primo posto l’individuo, responsabile e inappartenente. Ecco, io vorrei che nei nostri scritti politici e civili ci fosse sempre l’individuo, e cioè una voce personale e unica, insomma noi che parliamo e agiamo nel mondo.</p>
<p>Mi soffermo solo su un tema. La fine del sogno americano, che secondo te già era internamente corroso, già conteneva il buco nero che lo avrebbe inghiottito. Può darsi, lo aveva presentito Scott Fitzgerald nei suoi racconti. Quel sogno di libertà è da subito intrecciato con il mito del successo e con l’imperativo di make money. Ora, non voglio entrare nel merito del New Deal, che comunque fu un grandioso esperimento di patto tra capitale e lavoro (anche se escludeva dei soggetti sociali), e ha indicato un orizzonte in cui muoversi (quello keynesiano della redistribuzione del reddito, dato che il capitalismo non si può eliminare), ma nel ‘900 tu vedi esperimenti sociali emancipativi a cui richiamarsi o da cui farsi ispirare?<br />Parto da una mia esperienza. Nel 1971 attraversammo l’America in auto, io e tre amici. Venivamo ovunque ospitati (spesso in vere e proprie comunii, tutti quelli che incontravamo per strada – specie in moto – ci facevano il segno “V”, con loro parlavamo del mondo nuovo che stava concretamente affiorando, a volte si faceva sesso (purtroppo non io, allora sovrappeso, ma i due dei quattro diciamo più “carini”!). Ricordi Camus: creare cellule di un’altra società dentro questa società? Come Pasolini qualche anno prima, mi innamorai della New Left: integri e tolleranti, radicali e antidogmatici, fraterni e non ideologici. Altro che i terribili tribuni della plebe delle nostre facoltà occupate. Che “morale” trarne? La cosa più vicina alle nostre utopie politiche, ai nostri ideali comunitari l’ho trovata in alcune isole protette dentro il capitalismo più avanzato (permesse anche dalla ricchezza materiale di quel sistema, o se vuoi dalle sue briciole), e non – ad esempio – nel mostruoso, distopico regime cubano ( ci sono stato 4 volte: dominio dispotico di un ceto politico-burocratico che ha corrotto una delle popolazioni più vitali dell’AL, incoraggiando la delazione del vicino di casa).</p>
<p>Pazzesco! Il sogno di una cosa ritrovato dentro il sogno americano (o almeno dentro una delle declinazioni del sogno americano)! Lo spirito più bello e utopico del ’68, quello del Mondo salvato dai ragazzini, era nelle canzoni di Dylan e dei Jefferson Airplane, nei concerti di Jimi Hendrix (ne vidi uno, pomeridiano, al Brancaccio di Roma nel ’68, avevo 15 anni), nel film di Arthur Penn “Alice’s restaurant”, nella esplosiva controcultura americana dei ’60 e ’70, nel Manifesto di Port Huron (1962), in Paul Goodman e nel discorso di Mario Savio a Berkeley del 1964, nel Grande Lebowski dei Coen, non nel libretto rosso di Mao, nelle istruzioni di Giap sulla guerriglia o negli anatemi antimperialisti di Castro o – dispiace dirlo – negli orrori dei vietcong dopo la loro giusta lotta di liberazione (un milione in fuga sulle barche un milione nei gulag)!</p>
<p>(i nostri Chiaromonte e Castoriadis lo sapevano bene: ovunque il comunismo ha preso il potere ha prodotto miseria materiale e morale, quando non lo ha preso ha prodotto menzogna, ambiguità, tatticismo. Possiamo anche citare Benjamin, che sempre ci dà qualche gratificante brivido teologico, ma la dura smentita della Storia è ineludibile….dato che la parola “comunismo” resta una bellissima parola, per consolarci, con Giuseppe Samonà – su sua proposta – ci definiamo “comunardi”…ma sarebbe un lungo discorso)</p>
<p>Ecco, può darsi che oggi l’America sia solo dominio senza egemonia, però quando vado negli States ritrovo sempre qualche preziosa traccia dell’altra America, di un pensiero dissidente e meravigliosamente libertario, che alimenta la mia immaginazione politica. Anzi, idealmente sento di stabilire un ponte tra la vecchia Europa, con la sua saggezza ironica e tragica, capace di autocritica (unico continente senza la pena di morte), e l’altra America (tutti “parassiti” per Trump!). Inoltre: se pensiamo alla cultura pop, le serie TV e di cartoni animati più importanti per capire oggi chi siamo, per interpretare il nostro presente (Breaking bed, Homeland, Succession, Billions, Mad Men…., l’umorismo nero del genialissimo “South Park”, etc.) sono americane. Qui sembrerebbe che la “egemonia” continui…. E influenza stili di pensiero e d’azione.<br />Un abbraccio<br />Filippo</p>
<p>*</p>
<p>Caro Filippo,</p>
<p>cercherò di non lasciarmi obnubilare dall’invidia per il concerto di Jimi Hendrix che hai visto a Roma quando eri quindicenne. E premetto anche, che non tenterò di rispondere alla domanda che poni nella seconda parte del tuo commento: “nel ‘900 tu vedi esperimenti sociali emancipativi a cui richiamarsi o da cui farsi ispirare?” La lascio, però, macerare per bene, tanto è cruciale, in vista di un’altra occasione. Così pure farò per quella sui rapporti con la cultura statunitense. (Una parziale risposta, in questo caso, la avresti ripercorrendo alcune pagine del mio romanzo <em>La vita adulta</em>, che hai letto e di cui hai anche parlato.) Vengo, quindi, alle questioni che tocchi nella prima parte.</p>
<p><em>“Ma tu lì dentro dove stai?”</em></p>
<p>È una domanda importante, a cui io cerco di rispondere costantemente, elaborando un certo tipo d’interventi, di presa di parola, che non riguardano la mia specifica identità di “scrittore” o di “poeta”. La considero, questa domanda, uno degli insegnamenti più preziosi del femminismo. “Da dove parli?” Ma rispondere a questa domanda, integrare in un proprio intervento una descrizione del contesto più personale e biografico, all’interno del quale emerge un determinato tema, una specifica urgenza del discorso, non riguarda per forza “l’inappartenenza dello scrittore”. In un saggio sull’antirazzismo europeo, ad esempio, scritto un po’ di tempo fa, ho ritenuto importante spiegare perché la discriminazione nei confronti dei “neri” riguardi anche me, “bianco”, e la mia particolare storia familiare, il contesto sociale in cui vivo, ecc. (l’articolo dapprima uscito su “Testo a fronte”, si trova in formato ridotto anche<a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/04/23/vgilanza-nera-ascolto-bianco/"> qui</a>). Così ho fatto, ad un certo punto, in uno degli articoli che ho dedicato su NI alla distruzione di Gaza. Ho spiegato perché la sorte dello Stato di Israele e della popolazione palestinese non equivale, per me, a un evento di politica estera come un altro. Ma questo non c’entra nulla con la mia singolarità di scrittore. Qui intervengono semmai le mie appartenenze d’italiano ed europeo, erede di una storia che include i crimini del nazifascismo e le conseguenze che questi hanno avuto su popolazioni, come quella palestinese, del tutto estranee all’obiettivo della soluzione finale, voluta dal III Reich sul territorio europeo. In molti, casi, insomma, l’esplicitare il proprio posizionamento, il situarsi di fronte a un paesaggio, significa <em>riconoscere </em>delle proprie appartenenze, di classe o di genere, culturali o nazionali. E questo ha senso proprio per ricordare che non siamo menti disincarnate, monadi pensanti o poetanti, al di sopra dei condizionamenti e delle pressioni della storia.</p>
<p>Il riconoscimento delle proprie “appartenenze”, intese come dati di fatto che precedono le nostre scelte di individui autonomi, non significa però aderire acriticamente a esse. E qui il discorso sulla non appartenenza dello scrittore è importante, e per certi versi, con me, sfondi una porta aperta. Ma questo concetto funziona in modo paradossale: faccio <em>di fatto</em> parte delle vostre istituzioni, ma non mi riconosco completamente in esse, e la scrittura è un territorio specifico in cui posso reclamare la mia appartenenza a un’ulteriore società, un ulteriore sistema di valori, che coincide utopicamente e immaginariamente, con i lettori per cui scrivo. Mi sottraggo così, nella zona protetta dell’arte o della letteratura, al peso della maggioranza, all’irrevocabilità del reale. Questo gesto, di per sé, non elimina certo i compromessi che lo scrittore, in quanto cittadino, stabilisce con il mondo sociale che lo circonda, ma gli permette di salvaguardare una certa dose di preziosa insubordinazione rispetto alle attitudini intellettuali della classe dominante. Il trucco di tanti scrittori, intellettuali, accademici, giornalisti culturali, che non vogliono rinunciare a nessuna delle opportunità che offre l’attuale mondo culturale, senza per questo farsi cantori delle posizioni più conservatrici e reazionarie, è quello di sostenere che o si dice di no a tutto, o si abbraccia un opportunismo radicale. Chi osa criticare il capitalismo, dovrebbe per forza vivere come un francescano. Chi denuncia la pochezza delle politiche sul clima, dovrebbe parlarne da una capanna fatta di frasche. Chi mette in guardia dalle minacce insite nella diffusione di certe tecnologie, dovrebbe scrivere sulle tavolette d’argilla. Il rifiuto pubblico di sottoscrivere certe idee e certe parole d’ordine dell’epoca è invece un’azione importante, di portata certo limitata, ma che non è scevra per altro di conseguenze negative. Il non accordarsi al coro, il non-concertare, lo si paga prima o poi, soprattutto nel mondo intellettuale. Ed è questa la prova migliore che l’insubordinazione dello scrittore, assieme ad altre forme di critica, infedeltà e antagonismo, non sono considerate innocue da coloro che difendono le “verità ufficiali”.</p>
<p>Mi chiedi quale sia “la mia percezione della situazione politica attuale”? Ho parlato di questo in un recente articolo su Gaza. Ho scritto che dormivo male. Che facevo incubi politici. Nello stesso tempo, mi <em>dimentico ogni giorno</em> dei bambini sotto le macerie, delle famiglie intere sterminate. (Elsa Morante ha senz’altro ragione. Ma come potrebbe essere altrimenti?) Posso aggiungere che di fronte a un mondo che abbraccia nuovamente forme di pensiero e azione fasciste, perde senso anche lo scrivere. Per chi scrivo? Per piacere a un lettore reazionario, fascista? Scrivo per un mondo che disprezza tutto ciò che non è traducibile in una realtà quantitativa: i soldi delle vendite, i like, i followers? Ma dicendoti questo non sono ancora andato fino a in fondo, fino al nocciolo. E il nocciolo è questo. Lo so benissimo, non posso fare nulla, a livello individuale, perché <em>laggiù</em> qualche innocente sia risparmiato dalle bombe o dai cecchini israeliani. O dalla malnutrizione. Ma questa impotenza trova un suo limite, nel momento in cui, leggo o sento <em>qui</em>, in Europa, in Francia dove vivo o in Italia da cui provengo, certe falsità, certe operazioni di censura o autocensura. Va bene, non posso fare nulla, non posso impedire che il governo Meloni venda armi o faccia affari con Israele, non posso convincere il governo francese a stabilire delle sanzioni, e così via, ma <em>non mi avrete nel vostro coro e nel vostro compatto silenzio</em>. C’entra il fatto di essere scrittore? Non lo so. Ma provo a rispondere alla menzogna, cercando di portare un po’ più di verità, nell’arco mio di comunicazione, anche se è minimo. Un migliaio di lettori soltanto? Ma lo devo fare. E lo faccio senza poter misurarne in alcun modo l’efficacia. E comunque 1) sono convinto che anche una comunicazione “piccola”, di corto raggio, abbia importanza (può fungere da <em>modello</em> per altre comunicazioni di quel tipo); 2) va fatta e basta. Il Winston Smith, di <em>1984</em>, al colmo della sua impotenza politica, affermava: “La libertà consiste nella libertà di dire che due più due fanno quattro. Se è concessa questa liberta, ne seguono tutte le altre”. Le verità storiche non hanno certo il carattere cristallino delle verità matematiche. Ma Orwell vuole dire che non c’è verità, per autoevidente e universale che sia, a salvaguardarsi indenne dalla propaganda politica e dall’autocensura. Bisogna <em>volerlo</em> dire, e volerselo ricordare, che due più due fanno quattro, quando intorno a voi la gente non smette di affermare che due più due fanno cinque.</p>
<p><em>“Bene, ma tu sei uno scrittore, non un leader politico né il direttore di Limes (…)”</em></p>
<p>È un’osservazione di assoluto buon senso, Filippo. Perché mai dovrei interessarmi a un complesso studio per specialisti dei cicli egemonici e dell’economia-mondo, io che non sono nella redazione di riviste accademiche o specializzate in geopolitica? Io che non ho titoli per prendere la parola a riguardo? E come mi rimproverava un amico filosofo: Che ti metti a scrivere tu, non specialista, di cose, che qualcun altro scriverà meglio e in modo più approfondito di te? Scrivi poesia, allora fai il poeta! Intervieni sulla poesia contemporanea. Inculca nei pochi lettori dello scomparto “letteratura in versi”, l&#8217;idea che tu ne produci e anche ne hai da dire. In effetti, tante volte vorrei rinunciare a inoltrarmi in certe letture e ricerche, perché so che mi costano tempo, fatica, e inoltre non mi garantiranno nessun vantaggio simbolico (il gagliardetto dello specialista, la medaglia del poeta, la piuma sul cappello del militante di riferimento). Lo faccio un po’ mio malgrado, come spinto da un’ossessione che assomiglia a quella della scrittura di finzione, ma è “inclinata” in una diversa maniera. Voglio mettere ordine. Voglio penetrare più in profondità e in ampiezza, oltre la nube dell’attualità. Voglio percepire le strutture storiche, istituzionali e ideologiche che ci hanno dato forma. So leggere e scrivere: e questa concatenazione di pratiche, che ho appreso negli anni di formazione scolastica e universitaria, e nella mia esperienza di poeta e narratore, la voglio utilizzare per condividere con altri questioni comuni, questioni della <em>polis</em>, che ci riguardano tutti. E lo voglio fare al di fuori dei “ruoli” professionali, sanciti dal mondo della cultura e della politica ufficiale. Parlo come uno senza arte né parte, facendo leva esclusivamente sulla pertinenza dell’argomento scelto, della prospettiva abbracciata e della chiarezza dell’argomentazione. <em>Metto in comune</em> qualcosa fuori dalle tempistiche istituzionali. E mi dedico così a un duplice movimento: esploro l’utilità e l’efficacia di un certo strumento intellettuale (Arrighi, Silver, e la loro teoria) e, nello stesso tempo, lo restituisco. E lo faccio per giungere poi a dei nodi, che mi serviranno e che spero serviranno ad altri. Nodi concettuali e fattuali, come quello che sta al cuore di quell’intervento. Si tratta di una citazione che riprendo tal quale:</p>
<p style="padding-left: 40px;">Abbandonando la promessa egemonica dell’universalizzazione del sogno americano, l’élite statunitense dominante non ha fatto che ammettere che la promessa era ingannevole. Come dice [<strong>Immanuel</strong>] <strong>Wallerstein</strong>, il capitalismo mondiale, così come è attualmente organizzato, non può soddisfare simultaneamente ‘le richieste combinate del terzo mondo (relativamente poco a persona, ma per molte persone) e della classe lavoratrice occidentale (relativamente poche persone, ma molto a persona)’.<a name="_ftnref4"></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/11/kit-di-autodifesa-nellera-trump-2-2-la-guerra-alla-scienza-e-al-giornalismo/#_ftn4">[4]</a></p>
<p>La civiltà che fino a poco fa è stata modello più o meno virtuoso, più o meno contraddittorio rispetto ad altre civiltà, si è rivelata una trappola. Inutile nasconderselo. Nessuno ha certo delle soluzioni immediate e globali da proporre. Ma non si dovrebbe parlare che di questo: della trappola, dell’abbaglio, della contraddizione insanabile, dell’idiozia basata sul diniego. Il fascismo montante ha a che fare con quel diniego. Prende slancio da quell’ignoranza voluta. Ognuno cerchi allora di dirlo, di orientare come può discussioni e mentalità, portando strumenti e in un’ottica di rottura con il sistema di vita esistente. Lo facciano i leader politici, lo facciano i direttori di Limes, lo facciano anche quelli senza arte né parte.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Peter Fischli e David Weiss.</p>


<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>In viaggio con Ci (2/2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/11/30/in-viaggio-con-ci-2-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Nov 2019 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[diari di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Morelli 12 maggio (sera) Trattandosi di un comportamento molto strano dovrò andarci piano in questa parte della cronaca, essere preciso e circostanziato. Verso le sette di sera siamo a Villa S. Maria, paesetto sul fiume Sangro, accatastato nella valle e tagliato da una roccia di nome Penna. La casa di mia zia Emilia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/paolo-morelli.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-81687" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/paolo-morelli.jpg" alt="" width="265" height="190" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/paolo-morelli.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/paolo-morelli-250x179.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/paolo-morelli-200x143.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/paolo-morelli-160x115.jpg 160w" sizes="(max-width: 265px) 100vw, 265px" /></a></em></p>
<p><em>12 maggio (sera)</em></p>
<p>Trattandosi di un comportamento molto strano dovrò andarci piano in questa parte della cronaca, essere preciso e circostanziato.<br />
Verso le sette di sera siamo a Villa S. Maria, paesetto sul fiume Sangro, accatastato nella valle e tagliato da una roccia di nome Penna. La casa di mia zia Emilia è disabitata da molti anni, ma ancora non è in rovina. Prendiamo alloggio dopo una faticosa salita di gradoni, durante la quale Pamich rimane indietro e io riguadagno i chilometri di distacco che ho perso in questi due giorni. Seduti davanti casa vedo lo scrittore un po’ svagato, penso sia la stanchezza, però dice che è stata una giornata bellissima.<br />
Poco dopo riscendiamo verso il fiume e l’unico ristorante nel paese.<br />
È necessario che io ricordi e racconti per filo e per segno i discorsi. Parliamo e ascoltiamo un po’ per uno, potrebbe definirsi un dialogo amabile, se non fossimo parecchio stanchi. Si parte da mie domande sui suoi prossimi viaggi in America. Lo scrittore Ci mi racconta che avrà da fare una serie di lezioni e di corsi in Università degli Stati Uniti, tipo Lezioni Americane di Calvino, su una spasa di autori che vanno da Leopardi a Merleau-Ponty.<br />
Quando arriva la pasta passiamo a parlare di cucina, di Villa S. Maria che è conosciuto come il paese dei cuochi, di mio padre e della sua abilità a disegnare sulle torte con il cartoccio di carta oleata ripieno di crema. Lo scrittore Ci dice che pure sua madre sapeva usare quel metodo. Si parla anche della mia abilità di cucina in situazioni difficili, per esempio in galera, con contorno di aneddoti su come accada spesso che l’intera cella ti svegli in piena notte, in preda alla fame nervosa, e su come un buon cuoco di galera deve inventarsi dei piatti con poco. Se è capace di farlo crescerà in considerazione e non avrà niente da temere.<br />
Sorseggiamo una bottiglia di ottimo Moltepulciano d’Abruzzo, Colle Nero barricato eppure un vino semplice e leggero, parlando di donne, degli amori, delle droghe (per dire quanto eravamo vicini).<br />
Poi si va a finire a parlare di Lanciano, un paese non lontano, che possiede un Conservatorio stimatissimo, tanto che ci vengono perfino da Roma, e poi della grande tradizione bandistica della zona. Lo scrittore Ci racconta di aver visto un documentario di un tale, che è solo il montaggio di vari gruppi bandistici di ogni parte del mondo, dal Tibet alla Nigeria.<br />
E il discorso si ferma sul cinema. Ci cita una lettera dell’artista Giacometti, nella quale racconta che una volta era andato al cinema e a un certo punto si era voltato e aveva visto la testa di quello accanto che gli sembrava di non aver mai visto una testa, e poi la sensazione era continuata uscendo dal cinema che gli sembrava di vedere solo cose nuove. Io ricordo le opere di Giacometti numerate col titolo Fallimenti e poi, tornando alle bande, mi viene in mente l’uso fanfarone che ne fa Kusturica, che però Ci non conosce granché.<br />
Cerco di essere il più preciso possibile, ora che scrivo di questa stessa sera, è necessario nonostante l’ora, la stanchezza, e il gran vento. Solo quello che ho visto e sentito, mi sforzo.<br />
E si passa così a Woody Allen, che lo scrittore Ci ama moltissimo, mentre a me piaceva una volta, quando si ispirava ai fratelli Marx e al cosiddetto umorismo yiddish. Ora non mi piace più, dico, perché il suo è solo uno sfoggio di intelligenza. Ci lo vedo subito che si incaponisce su Allen: ha visto, dichiara, un documentario di un suo concerto a Roma: a un certo punto la moglie di uno importante gli si avvicinava dicendo in inglese che era fortunato a essere così intelligente, e lui rispondeva che si, però pesa qui in cima, ha detto Allen e pure Ci, toccandosi la sommità della testa. È proprio questo il punto, ho detto, l’intelligenza può essere un peso, almeno nella sua accezione di accumulo di ragionamento, di calcolo, di furbizia. L’ho detto, ma con la sensazione di non essere riuscito a spiegarmi bene.<br />
Ma lo scrittore Ci non è d’accordo, Allen gli sembra un artista dal poco seguito, che fa film poveri e misconosciuti. Per me gli preferisco Scorsese, ho ribadito, pensando di partecipare a una discussione pacata. Preferisco Scorsese, ho ribadito, che è meno visibilmente intelligente, anzi è perfino un po’ rozzo a volte, ma ha rispetto per la tradizione, invece Allen mi piaceva di più all’inizio, ho ribadito, quando si ispirava ai Marx.<br />
A questo punto lo scrittore Ci si stava alterando, ma io ho equivocato, pensavo di partecipare a una discussione in crescita. Ha affermato che io ero solo un critico cinematografico, pieno di categorie nella testa. Al che io mi sono opposto, sempre nell’ambito di quella che credevo una discussione magari animata che si fa tra amici e compagni di un viaggio appena cominciato. Ho detto e non urlato che non c’entrava nulla il critico cinematografico, che per me l’intelligenza non è controllo, né sovraccarico di cultura, ma perdita e spontaneità. Quell’intelligenza lì è il vizio del mondo, ho ribadito parole precise, diventa un virus morale come la giustizia e la carità. E poi ho detto, per abbassare ancora i toni, che in ogni caso Allen Woody a me piaceva solo agli inizi, quando si affidava alla tradizione yiddish.<br />
Ma non l’avessi mai detto. Lo scrittore Ci ha preso cappello che io non capivo un cazzo di yiddish e di niente, che le mie erano affermazioni degne del gruppo politico dell’Autonomia Operaia, i fratelli Marx erano dei cialtroni e io uguale con in più ero stronzo, così di brutto, ha sbraitato, facendo volare il tovagliolo attraverso il locale a malo modo.<br />
Questo gesto è il solo nella serata, prima e dopo, che mi ha dato una breve emozione. Ho ripercorso la traiettoria del tovagliolo nell’aria con l’indice sinistro, fino a raggiungerlo per terra, a puntarlo, niente di ironico, rivolgendomi a Ci e dicendo, ecco cos’è rimasto per me dell’intelligenza, la maleducazione.<br />
Apriti cielo! Lo scrittore intelligente Ci si è immediatamente alzato, fuori di sé s’è rivoltato urlando che allora da domani ognuno va per la sua strada! e subito precipitandosi alla cassa. Io ho mormorato solo che lo sapevo, molto calmo, mi stava succedendo qualcosa di strano, con intorno una sensazione ferma e piacevole l’ho superato alla cassa e sono uscito, raggiungendo il fiume.<br />
Cerco di ricordare con precisione soprattutto questa parte, perché se fino a qui lo scrittore Ci ha avuto la sua reazione umorale che conoscono in molti, il seguito va raccontato passo per passo fin dove è possibile.<br />
Per la strada non c’era nessuno. Alla metà del ponte c’è un balconcino che si sporge, mi son piazzato lì con le mani aperte sulla pietra, a occhi socchiusi, sotto di me il fiume carico d’acque e impetuoso, sopra, proprio al centro della valle e del vento c’era la luna. Una calma perfetta, con l’aiuto del vino. Dico troppo se dico che c’era gioia, o almeno contentezza, c’era solo un vento forte convogliato da chilometri di vallata, la luna come un punto centrale, e il rumore del fiume. Potrei dire serenità, potrei dire menomale, potrei dire da domani incomincia una nuova vita, o almeno è possibile.<br />
Era un amore di fallimento, una novità alla Giacometti, profondi respiri spargono il veleno che viene spazzato dal vento. C’entrava molto la qualità del vino rosso, ma mi sembrava la prima volta che provavo che vuol dire essere libero, costi quel che costi e Dio mi perdoni. Uno stato di pace, nemmeno turbata dalla contentezza, come se mi bagnassi nei gorghi del fiume.<br />
Sono stato lì per un po’, non so proprio quanto, fin quando mi è tornato il dovere di ospitalità, non ha importanza come ero stato trattato, magari Ci è stanco e non ha retto il vino rosso, mi sono detto, che comunque lo scrittore Ci era ospite mio in casa della zia Emilia. Mi son voltato per andare a vedere che fine aveva fatto. Mi son voltato e ho visto la cresta alta o forse prima le mani lunghe, femminili, le dita affusolate con le unghie in alto che brillavano. Mi son voltato di scatto e mi sono scostato, mentre lo scrittore Ci ritraeva le mani.<br />
Niente brividi alla schiena da parte mia, ma non era uno scherzo di sicuro.<br />
Non c’era altro da dire, mentre lui si schermiva, faceva finta di niente e cambiava discorso che aveva già pagato una stanza all’albergo del ristorante. Negli occhi l’ho guardato solo un momento. Ho fatto anch’io finta di niente, però, mi dicevo, da adesso in poi sto in campana.<br />
L’ho accompagnato su per gli scaloni a riprendersi le sue cose, mentre lui rilanciava una geremiade di accuse che ero partito prevenuto, velate minacce che non concluderò mai niente a questo modo, lamenti che era tutta colpa degli amici e della rivista che lo avevano rovinato. Io respiravo bene mentre farfugliava (ogni tanto, per i gradoni, simulavo di ansimare), dovevo solo stare attento a non far sembrare minimamente che gli chiedessi scusa per non aver fatto niente, e avrei avuto un domani senza più fantasmi. Quel momento stava per passare.<br />
Ci siamo fermati al bar perché doveva fare una telefonata. Io lo aspettavo poggiato al muro e quando è tornato era gasato e voleva farmi sentire la pietà per la mia condizione, ha cercato lì nel bar di mettermi addosso le mani che ormai a me parevano untuose e anzi pericolose, e intanto mi diceva tutto il compiacimento della sua pietà. Mi sono divincolato, finalmente siamo tornati a casa e s’è ripreso le sue cose. Perfino l’ho riaccompagnato un pezzo. Mentre lui parlava e straparlava gli ho indicato la strada facendogli un segno per dire vai dritto e non fermarti più. Non ti vergognare, l’ho ammonito. E di che cosa? ha risposto lui, che evidentemente si sente al di sopra di ogni sospetto.<br />
Poi dopo, come se fossi benedetto, ho camminato a lungo per il paese deserto e poco illuminato, fermandomi negli angoli, sotto la croce nel punto più alto, sulla panchina sotto un tiglio profumato dove sono ora a scrivere questa cronaca, seduto in una specie di stato leggero, circondato da una danza di centinaia di lucciole in festa e innamorate.<br />
Ce ne fossero di fallimenti così, di fallimenti così bisogna andar fieri.<br />
Tornato a casa verso le 2 e un quarto, non ho ancora voglia di andare a dormire. Mentre accarezzo il gatto che si è intrufolato dentro casa e che ho chiamato Veleno, ascolto la minaccia di ‘Faccetta Nera’ cantata da chissà chi per la strada giù in basso.<br />
Da qui il quadro è diviso a metà da una grondaia, che scende verticalmente sull’angolo della casa di fronte. A destra un muro giallo, un po’ scrostato, dal quale partono tre fili della luce, e sul quale sta affissa la lapide stradale: vico I, Fontana Media. In alto un comignolo e sulla destra la cresta della Penna. Proprio all’angolo, accanto alla grondaia, c’è un lampione di foggia antica, un parallelepipedo di vetro e ferro, montato su un asse anch’esso in ferro battuto a ricami barocchi. Di questa parte destra appare poco altro, un lembo di ringhiera e uno scorcio delle scale.<br />
Sul pannello sinistro invece l’incastro è notevole. Sul vicolo s’affaccia la ringhiera di una casa che scende al basso, seguita da vasi di fiori e da un’altra ringhiera. Di fronte tre case in rapida successione, a due piani e relative finestre e balconi. In fondo, subito dopo un altro lampione, una scala curva a destra e scompare. Proprio là dietro si siedono le comari al pomeriggio d’estate, su piccole sedie, a ciarlare e ridere allegramente con la caratteristica calata. La casa che le accoglie e fa da sfondo è di colore giallo, ocra, che è del resto il colore dominante delle abitazioni di questo scorcio. La scala che curva a destra è ornata da vasi di fiori culminanti in una piccola palma. Sopra tetti e ancora tetti, a salire, anzi a sparire, con le tegole di argilla trattenute dai sassi.<br />
La fuga è nell’angolo, tracciata dalla sopraelevata che supera i tetti, dalla punta del campanile di S. Nicola che si staglia fra i boschi dei monti alle sue spalle (monti che accolgono i primi fari di luce all’alba). La sua croce non ce la fa a raggiungere la cima.<br />
Non terrò mai un diario mi sa, forse non sono adatto.</p>
<p><em>13 maggio</em></p>
<p>Mi sveglio presto, lo stato felice non è passato. Telefono a L. e le annuncio che il viaggio è finito, ritorno a casa. All’inizio è preoccupata, poi sente il tono canterino e si rassicura. È vero che le femmine hanno un sesto senso, lei dello scrittore Ci non si fidava del tutto, mentre stravede per gli altri amici. Domani sera andremo a cena in riva al mare.<br />
Però devo aspettare le 3 del pomeriggio per muovermi, non ci sono treni né autobus.<br />
Sto pensando di sedermi per una mezz’ora quando sento degli studenti della locale scuola alberghiera, che si affrettano perché c’è l’autobus speciale per Lanciano del fine settimana. Raccatto la roba e riesco a prenderlo per un pelo. Mi intrufolo nella scolaresca e arrivo a Lanciano senza pagare il biglietto. Spero solo di non aver chiuso nella fretta il gatto Veleno dentro casa, ma è l’unico cruccio, e poi non credo proprio.<br />
Sono ancora fortunato, prendo al volo un altro bus fino all’orribile Pescara, dove però ci sono tre ore di attesa per il treno. Ogni tanto mi attraversano anche la testa pensieri. Per esempio di essere stato attirato in una trappola alla quale lo scrittore Ci pensava da tempo, magari senza saperlo. Ma il vento del mare sbatte sulla stazione, e mi dimentico, e mi guardo in giro che le persone mi sembrano quasi tutte belle, specie le ragazze con i loro abiti lilla di moda. In posti dove la natura non si vede si possono guardare i gesti delle persone, e avere uguale quel senso della meraviglia.<br />
Al tramonto, in un treno freddo e silenzioso che sembra proprio che slitti sui binari, leggo i Quaderni in ottavo di Kafka: “Quando una spada ti trafigge l’anima importa conservare l’occhio calmo, non perdere sangue, accogliere la freddezza della spada con la freddezza della pietra. Attraverso quella trafittura, dopo quella trafittura diventare invulnerabili”. Sono talmente stanco che mi appisolo per venticinque minuti e sogno un cavallo sfranto che si aggira per una steppa.<br />
Quasi alle dieci di sera, dopo un viaggio di nove ore per fare 240 chilometri, apro la porta del vagone e sento l’aria della mia città, e mi trattengo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Honoré Daumier, Don Quichotte et Sancho Panza, 1855)</em></p>
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		<title>In viaggio con Ci (1/2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/11/28/in-viaggio-con-ci-1-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2019 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Morelli (Storia di un diario che doveva esser lungo e invece dura tre giorni scarsi. Storia anche di uno strano tentativo di soluzione, pure andato a male, e poche altre cose ancora&#8230;) La disgrazia di Don Chisciotte non è la sua fantasia; è Sancio Panza. F. Kafka aggiunta scritta oggi, circa venti anni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81672" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460-300x192.jpg" alt="" width="261" height="167" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460-250x160.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460-200x128.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460-160x103.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/the-man-who-killed-don-quixote-2018-terry-gilliam-recensione-cov932-932x460.jpg 718w" sizes="(max-width: 261px) 100vw, 261px" /></a></p>
<p><em>(Storia di un diario che doveva esser lungo e invece dura tre giorni scarsi. Storia anche di uno strano tentativo di soluzione, pure andato a male, e poche altre cose ancora&#8230;)</em></p>
<p style="padding-left: 270px;"><em>La disgrazia di Don Chisciotte non è la sua fantasia; è Sancio Panza.</em></p>
<p style="padding-left: 720px;">F. Kafka</p>
<p><em>aggiunta scritta oggi, circa venti anni dopo</em></p>
<p>Mi decido a render pubblico in qualche modo questo breve diario solo molti anni dopo, per ragioni che forse hanno a che fare con la discrezione.<span id="more-81501"></span><br />
L’occasione mi viene dall’aver letto su una rivista questo viaggio o parte di viaggio da parte dello scrittore Ci. Viaggio che è poi continuato fino a un certo punto, ma solo in questa parte iniziale la descrizione era lacunosa, e scorbutica.<br />
Sembrerà strano ma negli anni, quando mi è capitato di ripensarci, non sono riuscito a capire il fallimento del viaggio se non come conseguenza della necessità di Ci di mettersi di continuo in una condizione di scomodità massima, come se solo in uno stato di disperazione si possano creare le risorse per schiudersi all’esterno, per inventare la spinta per quella sorta di effusione che è per lui la letteratura. Che l’abbia fatto in questo modo e ai miei danni è secondo me un puro dato casuale, forse sentiva che con la mia presenza gli avrei impedito quello stato. Fin dal primo momento secondo me era prevenuto, ma in questo senso. Poi è anche vero che io sto antipatico con facilità. Al massimo a questo sono arrivato in questi anni quando ci ho pensato.<br />
In seguito con Ci ci siamo riappacificati. In tutti questi anni comunque non è mai mancata la mia ammirazione per il suo lavoro.</p>
<p style="padding-left: 540px;"><em>premessa scritta qualche giorno dopo</em></p>
<p>Premetto che mi ero preparato a questo viaggio rileggendo Don Chisciotte. Qualche mese fa, lo scrittore Ci, che conosco da sei o sette anni e del quale ero diventato amico, mi ha proposto di accompagnarlo in un viaggio di due mesi nel sud Italia, scegliendo autobus, trenini e strade poco frequentate, viaggio che avrebbe poi raccontato su una rivista. Diceva di avere ormai una certa età (lo scrittore Ci ha più di sessant’anni), e che il viaggiare da solo, specie nei piccoli paesi, lo avrebbe troppo esposto alle curiosità. Sospetto che si aspettasse molto dalla mia esperienza di viaggiatore, che però risale a quasi trent’anni fa. Ho accettato di accompagnarlo, sebbene non vedessi ragione di allontanarmi dalla mia città e in quel periodo sognassi semmai un viaggio al nord, ad esempio in alcune valli sperdute della Svizzera, dove si dice restino tracce dei fuorusciti anarchici d’inizio secolo. E forse, ma dico forse, questo può avere inciso nell’armonia generale.<br />
Non avevo mai tenuto un diario e l’occasione mi è sembrata adatta: avrei raccontato il mio viaggio, ma soprattutto quello dello scrittore Ci.<br />
Vista la conclusione del diario con il suo fallimento, premetto anche che gli appunti presi sul momento non li ho voluti quasi aggiustare, nel timore che mutasse la disposizione d’animo. Per quanto riguarda gli appunti del 12 maggio (sera), ho eliminato o abbreviato alcuni riferimenti personali riguardanti Ci, quando non avevano importanza per la ricostruzione degli avvenimenti. La loro frammentarietà è dovuta al fatto di esser stati scritti a più riprese, durante un vagabondaggio notturno in un paese degli Abruzzi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 810px;"><em>11 maggio, 2000</em></p>
<p>Arriviamo a L’Aquila verso le 5 del pomeriggio, dopo un viaggio di un’ora e mezza dalla stazione Tiburtina di Roma. Là, quando sono arrivato lui era seduto sul gradino di un marciapiede, baci e abbracci. Qui a L’Aquila alla stazione degli autobus alcuni dicono che poco prima è venuto giù il diluvio, altri che sono state due gocce. Sulle montagne nevica di sicuro.<br />
Durante il viaggio lo scrittore Ci ha già riempito una decina di pagine di appunti. Ha scritto tutto il tempo. Se continua così alla fine dovrà sobbarcarsi un peso aggiuntivo di parecchi chili di taccuini, oltre all’enorme zaino e al tascapane da campagna di Russia. Sull’autobus abbiamo anche discusso se comprare una carta oppure no, ma per adesso non decidiamo nulla. In ogni caso, sia girare con l’aiuto di una carta o senza, sono modi diversi di straniamento.<br />
Me la prendo comoda nel bar davanti alla stazione degli autobus, mentre lo scrittore Ci è in preda all’ansia di trovare un alloggio. Mentre fa su e giù per il corso, conosco un paraplegico che si chiama Celestino, guarda un po’ il caso, nella città dell’eremita diventato papa e tornato poi a fare l’eremita. Ha la carrozzella adornata di bambole, più un ombrello da pastore.<br />
Le montagne sono sempre più nascoste da una nuvola grigia. In breve scompaiono del tutto e arriva un temporale con tuoni e lampi. In albergo, nonostante avessimo la chiave della stanza 35, e nonostante io ci fossi appoggiato contro e gliela indicassi, Ci si è ostinato ad aprire la porta numero 33.<br />
Alla televisione si vede Michael Jackson. Anche lui sta in un albergo, di Cannes se non ho capito male, chiuso dentro da tre giorni dato che rifiuta ogni contatto con il mondo. Noi invece usciamo sotto la pioggia, giriamo per il centro. Lo scrittore Ci sostiene che a sud ci sono più santi che a nord, io vorrei pensarci con più calma, soprattutto in un posto all’asciutto. Quando lo troviamo smette di piovere.<br />
Per questa prima parte del viaggio, dato che conosco la zona a menadito, farò io da guida, solo che Ci è sempre quattro o cinque metri davanti a me, che non vedo la ragione di correre. Siamo qui da un paio d’ore, ma lo scrittore Ci già non ne può più, dice, e scapperebbe più a sud.<br />
Dopo cena giriamo ancora più o meno in tondo, poi ci sediamo al bar nella grande piazza del Duomo dove, al tavolo accanto al nostro, un gruppo di ragazzacci della zona è impegnato in una notte brava. Ci propongono un brindisi, durante il quale Ci dichiara di venire da Londra e chiede ai giovinastri se sono sposati. Al sud è la domanda canonica dell’omosessuale inglese, almeno così viene presa, e l’aspetto allentato di Ci appare una conferma dei sospetti.<br />
C’è un silenzio di risatine e sguardi nella mia direzione, poi, prima di andarsene, il più esagitato dei quattro mi descrive all’orecchio com’è fatta intimamente la sua ragazza, e nel farlo fa cadere un paio di bicchieri.<br />
Temo che d’ora in poi assisterò alle vicissitudini di un uomo del nord alle prese con la arruffata complessità del sud. Temo anche che lo scrittore Ci sia alla ricerca di un residuo di avventura da grand tour (si è infatti portato il Viaggio in Italia di Goethe), del premoderno, e che si senta investito di un compito d’importanza quasi coloniale. Però c’è da dire che fin da subito formiamo la coppia classica di cavaliere e scudiero.<br />
Non è mica facile tenere un diario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 870px;"><em>12 maggio</em></p>
<p>La mattina sono dentro al diario senza quasi accorgermene. Fuori dalla finestra dell’albergo non c’è niente. Il Gran Sasso se ne sta nascosto dietro alle nuvole e alla nebbia, come un cavaliere.<br />
Ho dormito bene, sebbene Ci sostenga di aver russato tutta la notte, si scusa, è la rinite ha detto.<br />
Si ricomincia subito a correre attraverso la città, fino alla Basilica di Collemaggio, che però vediamo dalla distanza di un trecento metri almeno. Siamo in viaggio da nemmeno 20 ore e già avrò accumulato un ritardo di un paio di chilometri rispetto al battistrada Ci, che non si ferma nemmeno di fronte a un cartello della Chiesa Evangelica, con su scritto a grandi caratteri: Fermati!<br />
Ha uno stile da marciatore, alla Pamich: alto, leve lunghe, con le spalle che si alzano alternativamente a ogni passo. Se continua così tra 10 giorni siamo già di ritorno.<br />
Nell’autobus sulla statale 17 che taglia l’altopiano di Navelli, con i papaveri e le badie abbandonate che si dividono l’aria, lo scrittore Ci riempie il taccuino con le indicazioni che gli do io. Per me le facce, la gente, i posti, non sono una novità, mi sono familiari. Il viaggio, per me, non è ancora incominciato, però mi sa che anche dopo continuerò a fare la guida da dietro, la guida distanziata. Nel frattempo devo tradurre quello che dicono due vecchi seduti ai posti davanti a noi, descritti con cura da Ci che si sente evidentemente un esploratore.<br />
Mi emoziono mentre gli descrivo le montagne che amo di più al mondo, ma vedo non gli interessano granché, sebbene racconti di esser cresciuto dalle parti di Belluno. Parlo per vincere la commozione, ma devo ripetere le cose sempre due volte, perché Ci non ci sente.<br />
Lasciare i bagagli al deposito della stazione di Sulmona si trasforma in una vera emergenza. Intanto scrive e prende appunti, e dato che lui prende appunti scrivo anch’io per passare il tempo, e la gente, se scrivi o prendi appunti per strada, si allarma: forse ha paura di esser spiata, o dell’esattore delle tasse.<br />
In un bar sulla splendida piazza di Sulmona facciamo pranzo, con gli occhi verso l’acquedotto medievale. Ma secondo Ci non c’è tempo. Mi lascia e si riporta alla fermata dell’autobus per la stazione. Finisco con calma, parlotto con un anziano nullafacente, poi lo raggiungo. Dato che l’autobus non arriva, mi appassiono alla musichetta di un box turistico digitale. Basta poggiare un dito sullo schermo che parte una musichetta d’arpa che vorrebbe essere giocosa, invece per me è nostalgica. Con le spalle allo schermo, senza badare per niente alle informazioni turistiche, fischietto e improvviso sul motivo, penso che sono in una strana situazione di viaggio, mai provata prima, che è ancora rivolta al passato e non riesco a definire.<br />
Pamich nel frattempo dissimula a malapena l’impazienza, scalpita per l’autobus che non arriva. Io no, io mi sento strano, anche per tutta la birra che ho bevuto. Mi sento fiero perfino di aver capito in anticipo che il colore di moda per questa estate sarà il lilla, difatti da ieri le ragazze che incontro non portano altro.<br />
Sull’unica carrozza del trenino che sale vertiginosamente verso Castel di Sangro, costeggiando la Maiella a marce stirate, cerco di vincere la commozione parlando: storie e informazioni che Ci accumula sul suo taccuino. Io parlo e lui scrive, per questo sono qui, penso. Come guida non sono neanche male, invento solo lo stretto necessario a dare coerenza al racconto. Tagliando la piana di S. Antonio, a oltre mille metri di altitudine, mi ricordo di tutte le volte che l’ho vista dalle cime, e che spesso l’ho immaginata come un campo di calcio, con due squadre di giganti impegnate in una partita il cui risultato non c’è negli annali.<br />
A Castel di Sangro, nella stazioncina persa nella vallata, dobbiamo aspettare più di due ore un altro trenino che ci porterà al paese dove è nato mio padre. Abbiamo deciso di fermarci a dormire lì, ho le chiavi della casa abbandonata di mia zia Emilia.<br />
Una stazione piccola come una stanza, mezza diroccata, con sopra le montagne del Parco Nazionale. Il traffico si riduce a una littorina color verde che arriva e parte tre volte al giorno. Anzi l’ultima volta non parte nemmeno e aspetta l’alba del giorno dopo. Un solo binario funzionante, su altri in disuso sostano carri merci che avranno cent’anni e due littorine sfrante. Il personale è formato da un capo e un vice-capostazione. C’è un piccolo e grazioso bar, con dentro un cinese che ci segue da Sulmona e una vecchietta impegnata all’uncinetto. Si sta bene, ma Ci non trova il locale abbastanza tranquillo e si ritira a scrivere nella sala d’aspetto, sporca e rovinata.<br />
Dopo un’ora esco anch’io, e sdraiato sul sedile di pietra leggo Il romitaggio della dimora illusoria di Basho. Con le montagne alla mia destra, leggo il canto degli uccelli che sento e sento il silenzio che leggo, punteggiato da un chicchiricchi che sembra venire da est. Poi mi viene in mente di andare a chiedere ulteriori informazioni al capostazione.<br />
Al ritorno incontro Ci che ha avuto un’avventura coi bagni della stazione. È successo che, uscito dalla sala d’aspetto, scapigliato, con lo sguardo stralunato per un evidente sonnellino appena compiuto e la sahariana abbottonata due bottoni sopra, con l’andatura da Pamich ha raggiunto il bar chiedendo dov’è il gabinetto. Sia la signora dei merletti che suo figlio hanno fatto finta di non capire. Lui ha insistito col gabinetto, ma quelli evidentemente non avevano nessuna intenzione di farcelo andare, facevano finta di non capire. Un po’ piccato Ci ha alzato la voce cambiando anche vocabolo, riducendosi a Cesso! fin quando il figlio della signora dei merletti lo ha spedito fuori, indicandogli la destra della stazioncina, cioè l’aperta campagna, dove l’ho visto che vagava al mio ritorno.<br />
Lo strano caso, strano anche perché il gabinetto del bar era in pieno uso e i gestori molto gentili, come avevo provato io stesso poco prima, è stato da Ci spiegato come un’incomprensione generazionale del termine gabinetto, dimenticando che la signora dei merletti aveva qualche anno più di lui.<br />
Ascoltandolo raccontare la storia, penso al mio ruolo di accompagnatore e alle continue incomprensioni che incontreremo, anche perché la camminata alla Pamich strappa risatine ambigue al capostazione, a due ex-pastori e perfino al cinese, che ammiccano fra di loro mentre Ci si allontana alla ricerca dei bagagli.<br />
Manca ancora mezz’ora alla partenza della littorina, che è l’unica, e fa avanti e indietro tre volte al giorno. La stazione è talmente minuscola che ci stiamo seduti a un metro, eppure lo scrittore Ci sta in ansia, mi chiede se sono sicuro che è proprio questo il treno. Io sto leggendo e gli rispondo poco, tanto che si irrita e si rivolge un passo più a destra, dove il capostazione lo rassicura ammiccando subito dopo agli ex-pastori.<br />
Fra i salici si annuncia un bel vento da ovest, un gatto giovane e già spelacchiato fa l’equilibrista sui binari arrugginiti. Ci vorrà pazienza, e di vari tipi.<br />
Sul trenino restiamo presto gli unici viaggiatori. La littorina arranca a 36 chilometri a l’ora. Quello che abbiamo scelto mi sembra il modo più lento possibile di viaggiare, dopo l’andare a piedi. Metto al corrente lo scrittore Ci dei nomi e delle storie, ma devo ripetere sempre due volte. Ci sostiene che i romani come me non hanno nessuna voglia di esser capiti dal resto del mondo, e può anche essere vero. Mentre il sole sta tramontando dietro le montagne gli traccio sul taccuino con le dita le linee dell’ideogramma cinese per primavera, col sole che irrompe dal basso sotto le linee dell’orizzonte, e questo lo interessa molto, dice. Nello stridio delle ruote sui binari e nel vento della valle del Sangro, io penso che d’ora in poi, per risparmiare energia, farò meglio a sforzarmi di usare il fiato e parlare ad alta voce.</p>
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		<title>GLI SCRITTORI PREPOSTUMI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2017 06:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori (Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, Inglese, Schillaci e il sottoscritto) uscito nella rivista francese “La Revue Littéraire” e ora nel numero 68 di “Nuova Prosa” col titolo Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano.) Il mio quinto romanzo, l’ultimo venuto, è stato rifiutato da tutti gli editori, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/CBernard_061006.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-71524" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/CBernard_061006-300x228.jpg" alt="" width="300" height="228" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/CBernard_061006-300x228.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/CBernard_061006.jpg 632w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>(Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/04/lera-dellautopromozione-permanente/">Inglese</a>, Schillaci e il sottoscritto) uscito nella rivista francese “La Revue Littéraire” e ora nel numero 68 di “Nuova Prosa” col titolo <em>Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano</em>.)</p>
<p>Il mio quinto romanzo, l’ultimo venuto, è stato rifiutato da tutti gli editori, come del resto i precedenti. <span id="more-71443"></span>E non parliamo delle raccolte di racconti, che sarebbero la mia vera passione. Se scrivessi in una qualsiasi altra lingua dovrei dedurne che non valgo molto come scrittore, ma io sono italiano e scrivo in italiano, quindi le cose si complicano. Chi conosce la storia letteraria italiana recente e non recente, sa bene che non riuscire a pubblicare  può essere un ottimo indizio, se non anzi una condizione sine qua per far parte dei <em>grandi isolati</em>, o degli <em>scrittori prepostumi</em> che dir si voglia. Naturalmente questa abilità a non farsi pubblicare non basta da sola, ce ne vogliono altre, quali un lavoro che non ha nulla a che fare con la letteratura, l’allergia a ogni sorta di cricca, o anche solo ai conformistici conformismi, la lontananza fisica dai luoghi che contano, e la capacità a inimicarsi qualche importante critico, ma insomma è pur sempre il più grande asso nella manica. Molti nostri giganti non hanno pubblicato nulla nel corso della loro vita, molti altri sono stati osteggiati e umiliati, hanno pubblicato qualcosina con molta difficoltà, spesso a spese d’autore. Si potrebbe stilare una lunga lista, magari vedendo in parallelo quanti pochi sono gli scrittori osannati dalla loro epoca che sono resistiti nel tempo.<br />
In tutte le letterature ci sono casi di capolavori rifiutati, fa parte della spicciola mitologia letteraria, però in nessuna succede che moltissimi scrittori molto validi vengano ignorati o dileggiati, in genere appunto fino alla loro morte. Lascio però la ricerca delle vere cause a qualcun altro più ferrato, e poi è sempre un po’ triste trovare delle giustificazione agli insuccessi, e anche meschino. E’ curioso comunque che una magnifica e prestigiosissima casa editrice, <em>Adelphi</em>, si sia distinta proprio grazie alla sua necrofilia letteraria, che le ha permesso di guadagnare stima e quattrini: prima lascia morire gli autori (contribuisce indirettamente alla loro morte?), e poi li fa propri e li pubblica in pompa magna.<br />
Antonio Moresco, geniale contemporaneo che per un quarto di secolo ha vissuto una raminga condizione di scrittore prepostumo, prima di accedere negli ultimi tempi, ormai anziano e disilluso, a quella di <em>ex-prepostumo</em>, c’è anche questa sottospecie, ha pubblicato a questo proposito un bellissimo e paradigmatico libro, <em>Lettere a nessuno</em>, che raccoglie moltissime missive che ha scritto nell’arco di tanti anni a editori, critici e scrittori conosciuti, e che non hanno ricevuto alcuna risposta. Perché questi scrittori dei quali stiamo parlando, e quindi anch’io, passano la loro vita a scrivere patetiche o anche ridicole lettere che non ricevono mai, ma proprio mai, una risposta. E quando dico mai intendo mai, capisco che per uno straniero sia difficilmente concepibile, e anche qui si potrebbero tirare in campo delle spiegazioni storiche, sociologiche, psicologiche, che per pigrizia salto a pie pari. Del resto qualche ricaduta positiva c’è sempre: io per esempio conosco alla perfezione le tariffe postali, e anche alcuni trucchetti &#8211; siamo pur sempre  in Italia- per pagare meno.<br />
Com’è ovvio potrebbe essere vera anche l’altra ipotesi, dal punto di vista statistico anzi infinitamente più probabile, vale a dire che i miei scritti siano senza alcun interesse. Io stesso, più spesso la sera, o quando piove, o il conto in banca si tinge di rosso, o anche solo il frigo è vuoto, propendo per quest’altra possibilità. Mi dico che non sono uno scrittore prepostumo, ma uno scrittore fallito: il mio reiterato e cristallino insuccesso è esattamente quello che mi merito. La mattina dopo per fortuna mi alzo, e ricomincio la lotta per trovare un po’ di tempo per scrivere e un posto dove lavarmi le mani (faccio l’agronomo, e il mio lavoro consiste a sporcarmi di terra), indifferente a quello che blaterano le autoreferenziali pagine culturali dei giornali, dove i critici parlano dei romanzi scritti dai critici degli altri giornali, o dagli editor delle case editrici dove pubblicano essi stessi, e ai libri completamente idioti che troneggiano nelle vetrine dei librai, vera fiera della vacuità. Illudendomi magari, quando comincio a avere un po’ fame, che forse un giorno la mia facoltosa e bella editrice mi inviterà a pranzo, come succede in tanti film francesi.<br />
Del resto non devo disperare, in coda alla lunghissima sequela di rifiuti, di solito un microeditorino salta fuori, come certe volte in novembre si trova un’isolata e ormai quasi postuma fragolina di bosco. La mancanza di riconoscimenti rende la mia natura ancora più oblomoviana, e quindi spesso è per intercessione di qualche altro sfigato (io frequento solo sfigati). Questa volta è stato il mio amico Marino Magliani, anche lui un grande scrittore che elemosina patetiche pubblicazioni e ingaggi ridicoli, ma che è molto più intraprendente di me, ha conosciuto a una fierettina letteraria di provincia i ragazzi di una piccolissima casa editrice di una piccolissima città. Gli ha mandato uno dei suoi manoscritti &#8211; lui ha i cassetti pieni, non riesce nemmeno più a chiuderli &#8211; e poi mi ha fatto mandare anche il mio. Il mio l’hanno preso, e il suo no.<br />
La piccola casa editrice s’è rivelata una catastrofe, come tutte le precedenti, e i suoi conduttori dei pazzi scatenati, come sempre. Credo che un giorno scriverò un’enciclopedia sui piccoli editori italiani con i quali ho avuto a che fare personalmente o dei quali ho sentito parlare. Non sarà facile descrivere e cercare di decriptare modi di agire così irrazionali, così imprevedibili, così furiosamente masochistici e controproducenti, e animati da una tale vanità e incompetenza, ma la mia grande esperienza mi permetterà di venircene a capo. Anche questa volta nessuna distribuzione, nessuna recensione, nessun premio, nessun saldo dell’anticipo pattuito, e un sacco di seccature che adesso non sto a descrivere. Ma insomma il mio smalto di prepostumo, che è in fondo quello a cui tengo, è salvo.</p>
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<p><em>NdR: il pezzo di Andrea Inglese del medesimo dossier è stato pubblicato qualche giorno fa su Nazione Indiana, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/04/lera-dellautopromozione-permanente/">qui;</a></em></p>
<p><em>l&#8217;immagine, che forse vuole ricordare di non prendere troppo seriamente il mio testo, che come tutte le narrazioni dice anche bugie, è un quadro, peraltro molto conosciuto, di lui:</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/dubuffet-51_rit.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-71553" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/dubuffet-51_rit-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/dubuffet-51_rit-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/dubuffet-51_rit-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/dubuffet-51_rit.jpg 330w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>Sicilia Spa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/08/07/sicilia-spa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2015 15:27:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Stassi]]></category>
		<category><![CDATA[LegAmabiente Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[questione meridonale]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Tonnara di Scopello]]></category>
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					<description><![CDATA[una lettera pubblica promossa da Evelina Santangelo e Fabio Stassi   L’accesso al mare alla tonnara di Scopello è uno spazio piccolo e scosceso, ma su quella stretta banchina di fronte ai faraglioni si stanno concentrando molte e grandi questioni: una certa idea del privato e del pubblico, il diritto di usufruire della bellezza e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>una lettera pubblica promossa da<strong> Evelina Santangelo</strong> e <strong>Fabio Stassi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa-1024x682.jpg" alt="Cartello esposto dai proprietari della Tonnara all&#039;ingresso qualche giorno fa" width="700" height="466" class="aligncenter size-large wp-image-55902" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa-900x600.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cartello-esposto-dai-proprietari-della-Tonnara-allingresso-qualche-giorno-fa.jpg 1280w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p> <br />
<em>L’accesso al mare alla tonnara di Scopello è uno spazio piccolo e scosceso, ma su quella stretta banchina di fronte ai faraglioni si stanno concentrando molte e grandi questioni: una certa idea del privato e del pubblico, il diritto di usufruire della bellezza e il modo di preservarla, lo scontro tra memoria e oblio, l’uso del pregiudizio e il capovolgimento delle informazioni.<span id="more-55898"></span></p>
<p>Un’estate di polemiche e di colpi di scena giudiziari ne ha fatto una vicenda davvero emblematica. Per tutto questo è una battaglia che non riguarda più soltanto il comune di Castellammare del Golfo e le parti in causa, ma solleva un aspro confronto sul rapporto tra beni comuni, istituzioni e cittadini.<br />
La linea secondo cui il privato sia più affidabile del pubblico che, per una volta, cerca di amministrare i beni comuni con rigore sta cercando di imporsi, anche con la benedizione e il sostegno di alcune voci che sembrano parlare a nome di tutti.<br />
Si vorrebbe far arrugginire la memoria come le àncore che occupano una parte di quello spiazzo, visto che uno dei mali dell&#8217;affarismo in Sicilia è passato proprio da pubbliche amministrazioni che hanno favorito interessi privati su beni comuni, spesso con ordinanze confezionate ad hoc.<br />
Aderiamo quindi alla lettera di Evelina Santangelo, come scrittori che hanno a cuore il rispetto elementare dei diritti, delle leggi, e il bene pubblico.<br />
</em> <br />
<strong>Fabio Stassi<br />
</strong><em><br />
 <br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello.jpg" alt="sicilia-scopello" width="904" height="576" class="aligncenter size-full wp-image-55903" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello.jpg 904w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello-300x191.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello-163x103.jpg 163w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/sicilia-scopello-900x573.jpg 900w" sizes="(max-width: 904px) 100vw, 904px" /></a></p>
<p><strong>Il vero cancro della Sicilia,<br />
ovvero la questione del libero accesso al mare della Tonnara di Scopello.<br />
 </strong><br />
Un&#8217;amministrazione di un Comune siciliano, una volta tanto, cerca di svolgere al meglio il proprio ruolo, in base al diritto di accesso al demanio, e lo fa assumendosi i propri doveri sino in fondo per salvaguardare il sito e la sua incommensurabile bellezza:<br />
1) ingresso a numero chiuso al mare (200 persone, come indicato dal Prefetto di Trapani);<br />
2) pulizia e sorveglianza del sito;<br />
3) istituzione del servizio di salvataggio (prima non contemplato dalla «virtuosa» gestione dei privati);<br />
4) rispetto dell&#8217;ordinanza della Capitaneria di Porto riguardo all&#8217;uso della spiaggetta adiacente alla Tonnara, per motivi di sicurezza (spiaggetta in cui finora si lasciavano accedere i clienti della Tonnara  in barba a ogni ordinanza e all&#8217;incolumità stessa delle persone).<br />
Dunque, un&#8217;amministrazione di un Comune (dal passato difficile e controverso), una volta tanto, lancia un segnale concreto di discontinuità politica e culturale in una terra come la Sicilia dove eventi del genere dovrebbero essere accolti con entusiasmo e incoraggiati, e per tutta risposta, non solo viene attaccato prima dal direttore regionale di LegAmbiente Sicilia e poi da campioni della difesa di interessi privati in nome di una sorta di pregiudiziale mafiosità o inadeguatezza della pubblica amministrazione siciliana nella gestione dei beni comuni (senza prima informarsi, ad esempio, su una sentenza che ha accusato e rimosso dalla loro funzione gli attuali amministratori privati per gravi irregolarità amministrative e contabili), ma adesso si vede persino ingiuriato con un cartello del genere «La Tonnara è nostra, non è di Cosa nostra» (oggi rimosso su disposizione del Prefetto di Trapani)&#8230; cartello che la dice lunga sullo scempio che oggi in Sicilia si sta consumando sull&#8217;uso disinvolto e subdolo della retorica dell&#8217;antimafia.<br />
Così io da siciliana che conosce e ama quei luoghi penso che, quando finalmente, una volta tanto, un&#8217;amministrazione s&#8217;impegna in un gesto di cura e attenzione, questo gesto ha un valore simbolico, politico, culturale di tale portata che dovrebbe essere appunto incoraggiato, guardato con orgoglio, considerato una conquista. E invece&#8230; viene attaccato, denigrato, accolto con la sufficienza e il cinismo di chi parla con parole violente e mistificatorie come lo sono sempre i pregiudizi&#8230; o di chi ha tutto l&#8217;interesse perché le cose in Sicilia rimangano immutate. E lo fa nel modo più subdolo, facendosi campione di un&#8217;antimafia che ormai sembra diventato l&#8217;ombrello buono per ogni stagione e ogni battaglia.<br />
Così, risulta davvero inspiegabile una siffatta mobilitazione a favore di interessi privati (e speculativi) che con questo ingiurioso cartello rivolto non solo all&#8217;amministrazione, ma a tutti coloro che cercano di difendere i beni comuni, dimostrano un tasso di arroganza insopportabile&#8230; Un&#8217;arroganza e una concezione proprietaria dei beni comuni che fino a oggi, a ben guardare, sono stati il vero cancro della Sicilia.<br />
<strong> <br />
Evelina Santangelo</strong></em><em></p>
<p>Vincenzo Di Pasquale,<br />
Giacomo Di Girolamo,<br />
Roberto Alajmo,<br />
Vanessa Ambrosecchio<br />
Davide Camarrone<br />
Giosuè Calaciura<br />
Gian Mauro Costa,<br />
Davide Enia,<br />
Emma Dante,<br />
Costanza Quatriglio,<br />
Carola Susani,<br />
Elvira Seminara,<br />
Nadia Terranova,<br />
Giorgio Vasta,<br />
Nino Vetri,<br />
Andrea Bajani,<br />
Caterina Bonvicini,<br />
Sandro Bonvissuto,<br />
Teresa Ciabatti,<br />
Teresa De Sio,<br />
Marcello Fois,<br />
Fabio Geda,<br />
Alessandro Grazioli,<br />
Helena Janeczek,<br />
Nicola Lagioia,<br />
Loredana Lipperini,<br />
Michela Murgia,<br />
Sandra Petrignani,<br />
Christian Raimo,<br />
Luca Ricci,<br />
Alessandra Sarchi,<br />
Hamid Ziarati</em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Qualche link per saperne di più circa le posizioni in campo.</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="py5UsrQuVx"><p><a href="https://www.teleoccidente.it/wp/2015/04/28/tonnara-di-scopello-libero-accesso-al-mare-legambiente-contro-comune-botta-e-risposta/">Tonnara di Scopello. Libero accesso al mare: Legambiente contro Comune, botta e risposta</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Tonnara di Scopello. Libero accesso al mare: Legambiente contro Comune, botta e risposta&#8221; &#8212; Tele Occidente" src="https://www.teleoccidente.it/wp/2015/04/28/tonnara-di-scopello-libero-accesso-al-mare-legambiente-contro-comune-botta-e-risposta/embed/#?secret=py5UsrQuVx" data-secret="py5UsrQuVx" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="nM77LBU27J"><p><a href="https://www.alqamah.it/2015/07/16/tonnara-di-scopello-legambiente-contro-lordinanza-bisogna-fermare-questi-nuovi-vandali-del-comune-di-castellammare-che-vogliono-continuare-a-sfregiare-la-bellezza/">Tonnara di Scopello, Legambiente contro l&#8217;ordinanza: “Bisogna fermare questi nuovi vandali del Comune di Castellammare che vogliono continuare a sfregiare la bellezza”</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Tonnara di Scopello, Legambiente contro l&#8217;ordinanza: “Bisogna fermare questi nuovi vandali del Comune di Castellammare che vogliono continuare a sfregiare la bellezza”&#8221; &#8212; Alqamah" src="https://www.alqamah.it/2015/07/16/tonnara-di-scopello-legambiente-contro-lordinanza-bisogna-fermare-questi-nuovi-vandali-del-comune-di-castellammare-che-vogliono-continuare-a-sfregiare-la-bellezza/embed/#?secret=nM77LBU27J" data-secret="nM77LBU27J" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe><br />
 <br />
http://palermo.repubblica.it/cronaca/2015/07/28/news/scopello_legambiente_contro_l_accesso_gratuito_alla_tonnara-119943238/</p>
<p>http://www.tp24.it/2015/07/31/istituzioni/immondizia-alla-tonnara-di-scopello-il-sindaco-di-castellammare-presenta-denuncia/93450</p>
<p>http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/01/tonnara-di-scopello-battaglia-sul-ticket-abolito-dal-sindaco22.html</p>
<p>http://www.tp24.it/2015/08/01/cronaca/tonnara-di-scopello-interviene-il-tribunale-rimossi-i-dirigenti-della-comunione/93476</p>
<p>http://www.tp24.it/2015/08/03/opinioni/mario-giordano-e-la-tonnara-di-scopello-la-sicilia-diamola-in-gestione-ai-privati/93513</p>
<p>http://palermo.repubblica.it/cronaca/2015/08/03/news/tonnara_di_scopello_il_tar_sospende_l_ordinanza_del_comune_torna_l_accesso_a_pagamento-120353123/?refresh_ce</p>
<p>http://www.qlnews.it/2015/08/04/ex-tonnara-di-scopello-torna-il-ticket-sindaco-al-veleno/</p>
<p>http://www.tp24.it/2015/08/04/diritti/caso-della-tonnara-di-scopello-il-tar-sospende-l-ordinanza-del-sindaco-di-castellammare/93522</p>
<p>Qui gran parte dei pezzi usciti:</p>
<p>http://247.libero.it/rfocus/23654346/0/scopello-legambiente-contro-l-accesso-gratuito-alla-tonnara/</p>
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			</item>
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		<title>SCRITTORI (elenchi # 2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/10/scrittori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2014 06:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[elenchi]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[proesie]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49409</guid>

					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; scrittori dimenticati scrittori dimenticandi scrittori da dimenticare scrittori dimenticoni &#160; romanzieri editori romanzieri cattedraticoni scrittrici teleconduttrici prosatori senatori prosatori suonatori memorialisti marmisti scrittoroni segati fuori &#160; futuri postumi in attesa di posteri futuri postumi con i postumi di pastis futuri postumi scettici della posterità &#160; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/10/scrittori/dscn1039_rid/" rel="attachment wp-att-49664"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49664" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1039_rid-300x225.jpg" alt="DSCN1039_rid" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1039_rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1039_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>scrittori dimenticati</p>
<p>scrittori dimenticandi</p>
<p>scrittori da dimenticare</p>
<p>scrittori dimenticoni<span id="more-49409"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>romanzieri editori</p>
<p>romanzieri cattedraticoni</p>
<p>scrittrici teleconduttrici</p>
<p>prosatori senatori</p>
<p>prosatori suonatori</p>
<p>memorialisti marmisti</p>
<p>scrittoroni segati fuori</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>futuri postumi in attesa di posteri</p>
<p>futuri postumi con i postumi di pastis</p>
<p>futuri postumi scettici della posterità</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>vivificanti scrittori morti</p>
<p>mortiferi scrittori vivi</p>
<p>sventati scrittori svenevoli</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittori usa e getta</p>
<p>scrittori che necessitano un invecchiamento</p>
<p>scrittori troppo invecchiati</p>
<p>scrittori che sanno di tappo</p>
<p>scrittori che non invecchiano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittori attuali ottocenteschi</p>
<p>scrittori attuali novecenteschi</p>
<p>scrittori attuali troppo attuali</p>
<p>scrittori attuali troppo fattuali</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>romanzieri che ti accoppano con la piattezza</p>
<p>romanzieri che ti liquidano con la lunghezza</p>
<p>romanzieri che ti soffocano con la scontatezza</p>
<p>romanzieri che ti freddano con l’astuzia tecnica</p>
<p>romanzieri che ti finiscono con un cocktail letale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/10/scrittori/dscn0929_rid/" rel="attachment wp-att-49666"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49666" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN0929_rid-300x225.jpg" alt="DSCN0929_rid" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN0929_rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN0929_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>scrittori acefali che si montano la testa</p>
<p>scrittori tellurici che montano in classifica</p>
<p>scrittoroni sublimi che ti smontano la testa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>giornalisti romanzieri</p>
<p>giornalisti (cosiddetti) critici</p>
<p>giornalisti presidenti di premi letterari</p>
<p>giornalisti giurati di premi letterari</p>
<p>giornalisti premiati ai premi letterari</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>riesumatori d’insignificanti infanzie</p>
<p>disseppellitrici d’obsolete adolescenze</p>
<p>mescitori di senili melensaggini</p>
<p>somministratrici di narcotici drammini</p>
<p>fornitori di formattate fornicazioni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/10/scrittori/dscn1051_rid/" rel="attachment wp-att-49670"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49670" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1051_rid-300x225.jpg" alt="DSCN1051_rid" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1051_rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1051_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>scrittori che non sanno scrivere e vendono molto</p>
<p>scrittori che sanno un po’ scrivere e vendono un po’</p>
<p>scrittori che sanno scrivere relegati nel cesso (mediatico)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittori che puntano sulla posterità</p>
<p>scrittori che puntano sul posteriore</p>
<p>scrittori che affittano il posteriore al marketing</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>arrabbiati neogiacobini con stili da museo risorgimentale</p>
<p>arrapati trasgressivini con sintassi neoliberali</p>
<p>scimmiottatori di Thomas Bernhard</p>
<p>scimmiottatori di Thomas Pynchon</p>
<p>scrivani con sciabolate grezze ma energiche da taglialegna</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittori che hanno scritto un bel libro e lo riscrivono ogni due anni</p>
<p>scrittori che hanno scritto un brutto libro e lo riscrivono ogni due anni</p>
<p>esordienti con un libro passabile che è anche l’ultimo libro passabile</p>
<p>esordienti con un cesso ma è solo l’inizio</p>
<p>scrittori in perseverante crollo qualitativo</p>
<p>scrittori in altalenante medietà</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittorini elegantini coi guantini</p>
<p>scrittorini casualini cogli anellini</p>
<p>scrittorine neogotiche tutte in nero</p>
<p>scrittoroni schifosoni coi ciambelloni di lardo</p>
<p>scrittoroni allampanati con vitrei occhi donchisciotteschi</p>
<p>attardati letterati foulardati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>prosatori con prolifiche frotte di fruitori</p>
<p>prosatori prolifici senza fruitori</p>
<p>prosatori promossi profeti per meriti mercantili</p>
<p>ex-profeti nella soffitta a cinque stelle degli ex-profeti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>graffianti scapigliatini innocui come gattini</p>
<p>grafomane graffettate alle classifiche</p>
<p>grandiosi calligrafi in attesa di pubblico</p>
<p>grandiosi calligrafi chiusi nei cassetti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittorini maestrini</p>
<p>scrittoroni professorini</p>
<p>scrittorini tromboni</p>
<p>scrittoroni ragionierini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/10/scrittori/dscn1073_rid_tagl2/" rel="attachment wp-att-49674"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49674" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1073_rid_tagl2-300x201.jpg" alt="DSCN1073_rid_tagl2" width="300" height="201" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1073_rid_tagl2-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1073_rid_tagl2-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1073_rid_tagl2.jpg 598w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>scrittori che amano se stessi di amore puro e genuino</p>
<p>scrittori che fingono di amare anche qualcun altro</p>
<p>scrittori che almeno sanno di non amare nessuno</p>
<p>scrittori che amano i soldi in quanto riconoscimento</p>
<p>scrittori che amano i soldi in quanto soldi</p>
<p>scrittrici che amano i gatti in quanto gatti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittori abbonati ai cosiddetti festival letterari</p>
<p>scrittori assatanati di presentazioni</p>
<p>scrittori fidanzati alla pingue televisione</p>
<p>scrittori che passano il tempo a farsi amici su facebook</p>
<p>illustri scribi che scrivono e basta</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittori che non vivono per scrivere</p>
<p>scrittori che non scrivono per vivere</p>
<p>scrittori che non scrivono per fare gli scrittori</p>
<p>narratori delle dannazioni delle narrazioni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>poetini imponenti</p>
<p>poetini impotenti</p>
<p>versificatori dementi</p>
<p>esordienti portenti</p>
<p>poetanti importanti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>pennaioli professionali</p>
<p>bestselleristi sempre in sella</p>
<p>dilettanti per delittuoso diletto</p>
<p>dilettevoli dilettanti dileggiati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>postavanguardisti che assaltano tua moglie in cucina mentre sei in salotto</p>
<p>postavanguardisti che assaltano tua moglie in salotto mentre fai il risotto</p>
<p>neo-neoavanguardisti che assaltano il risotto senza stile</p>
<p>neo-neoavanguardisti che assaltano il risotto con la lingua fuori</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>pornografi che vivono con la mamma</p>
<p>pornografi che vivono con una supplente della mamma</p>
<p>postmoderni con una mammina che potrebbe essere la nipotina</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scriventi con una precoce fiammata di truculento talento</p>
<p>scriventi con un talento lento</p>
<p>scrittori senza una lenticchia di talento</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittori che per il successo venderebbero la mamma</p>
<p>scrittori che per il successo hanno venduto la nonna</p>
<p>scrittori che appena hanno successo si ricomprano la nonna</p>
<p>per rivenderla più cara (o affittarla ammobiliata)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/10/scrittori/dscn1050_rid/" rel="attachment wp-att-49665"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49665" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1050_rid-300x225.jpg" alt="DSCN1050_rid" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1050_rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1050_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>scrittori poveri in canna che si fanno una canna</p>
<p>scrittori mitomani che alzano il gomito</p>
<p>scrittori che tra una linea e l’altra sniffano una linea</p>
<p>scrittori lineari e inodori come acquine oligominerali</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>calciatori prosatori</p>
<p>cantautori contatori</p>
<p>attori narratori</p>
<p>marinai amanuensi</p>
<p>pornodivi moralisti</p>
<p>tennisti sonettisti</p>
<p>spadaccini scribacchini</p>
<p>slalomisti slammisti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>concettuosi che appena hanno l’anelato successo scrivono storielline</p>
<p>storiellinari che col successo si fanno concettuosi</p>
<p>storiellinari che seguitano imperterriti colle storielline</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittori che puzzano di Italia</p>
<p>scrittori che puzzano di USA</p>
<p>aedi della letale capitale capitolina capitalizzata</p>
<p>aedi della letale provincia provinciale</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittori imprigionati</p>
<p>scrittori che andrebbero imprigionati</p>
<p>prigionieri che scrivono sul grigio dei muri</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>prosatori pretini</p>
<p>prosatori cretini</p>
<p>vatini aretini</p>
<p>vanitosini trentini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>scrittori capaci incapaci di pacificarsi</p>
<p>scrittori capaci incapaci di capacitarsi</p>
<p>scrittori incapaci rapaci come pappataci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>romanzieri fissati con la storia storiosa</p>
<p>romanzieri riminesi fissati coi crimini</p>
<p>romanzieri parmensi fissati con lo sperma</p>
<p>romanzieri liguri fissati coi muri</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>thrilleristi cardiopatici</p>
<p>giallisti con l’itterizia</p>
<p>ermetici anoressici</p>
<p>iperrealisti emicranici</p>
<p>cannibali vegani</p>
<p>neolirici neoplasici</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>critici con demenze senili</p>
<p>critici con demenze precoci</p>
<p>critici con mitomanie militanti</p>
<p>critici con mitomanie classicheggianti</p>
<p>italianisti allergici alla carta stampata in Italia</p>
<p>comparatisti comperati</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>affabulatori affamati di fama</p>
<p>affabulatori famosi più che convinti di meritarsi la fama</p>
<p>affabulatori senza fama più che convinti di meritare la fama</p>
<p>pennaioli paghi di una fametta di provincia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>costipatini che mai ti direbbero quello che stanno digerendo</p>
<p>diarreici che ti scagazzano tutto quanto</p>
<p>scrittoroni che nemmeno soppesano l’oro che smazzano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/10/scrittori/dscn1073_rid_tagl/" rel="attachment wp-att-49673"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49673" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1073_rid_tagl-300x200.jpg" alt="DSCN1073_rid_tagl" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1073_rid_tagl-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1073_rid_tagl-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/DSCN1073_rid_tagl.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>Nazione Indiana, i blog letterari, la cultura italiana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/03/20/nazione-indiana-i-blog-letterari-la-cultura-italiana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 12:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[blog letterari]]></category>
		<category><![CDATA[case editrici]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[litblog]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori GS Si dice che i blog letterari siano in crisi, e per certi versi superati, sei d’accordo? GS Non mi sembra che si possa parlare di crisi dei blog letterari: Nazione Indiana e Carmilla mantengono la loro posizione preminente, e negli ultimi anni sono nati molti altri blog di peso e qualità, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><i>GS</i> <i>Si dice che i blog letterari siano in crisi, e per certi versi superati, sei d’accordo?</i></p>
<p>GS Non mi sembra che si possa parlare di crisi dei blog letterari: <i>Nazione Indiana</i> e <i>Carmilla</i> mantengono la loro posizione preminente, e negli ultimi anni sono nati molti altri blog di peso e qualità, ognuno dei quali ha un numero più o meno grande di lettori. In qualche caso, come per esempio <i>Minima Moralia </i>e<i> La poesia e lo spirito</i>, il seguito comincia a essere (stando a <i>blogbabel) </i>quasi dello stesso ordine di grandezza di quello di <i>Nazione Indiana</i> e <i>Carmilla</i>. Senza contare che certi temi meno strettamente letterari adesso sono trattati anche da blog più “specialistici”, a cominciare da quello di <i>Alfabeta</i>2. Quindi mi sembra innegabile che il bacino totale si è allargato, e probabilmente continua a crescere, anche se purtroppo non ci sono dati certi, perché i parametri disponibili non sono facili da interpretare in modo immediato. E soprattutto nessuno si è preso o si prende la briga di fare un’analisi seria, che io sappia.</p>
<p><i>GS Quindi ti sembra che godano di buona salute, e che continueranno a esistere nei prossimi anni?</i></p>
<p>GS D’altra parte i motivi che hanno portato alla nascita di questi blog sono tutti lì, o forse sono ancora più invasivi rispetto a dieci anni fa, quando è nata <i>Nazione Indiana</i>: lo stato di abbandono in cui versa la nostra cultura, il conformismo della narrativa <i>mainstream</i> e delle grandi case editrici, la cieca e probabilmente autolesionistica dittatura di queste ultime sulla distribuzione, la loro completa chiusura nei confronti della poesia più interessante e innovativa, l’impaludamento e il nepotismo e la gerontocrazia della maggior parte delle pagine culturali, le meschinità e le relazioni incestuose nei premi, l’asma provinciale di molta critica letteraria, la mancanza di originalità e la sottomissione alle leggi della notorietà della maggior parte dei festival letterari etc. È un fenomeno molto italiano questo dei blog letterati collettivi di scrittori, o comunque con molti scrittori: in molti altri paesi ci sono blog di singoli autori, anche molto seguiti, e soprattutto blog che segnalano e commentano testi, non blog collettivi dove gli scrittori sono dominanti o comunque molto presenti. E non mi sembra un caso che proprio in Italia molti scrittori giovani e non, e alcuni dei quali con un successo di vendite, altri novizi o non ancora pubblicati, sentano il bisogno di associarsi per formare e portare avanti delle esperienze collettive. Io la vedo come una forma di difesa, di resistenza, di fronte a uno stato delle cose nel quale appunto il nuovo, il dibattito aperto, la critica radicale, o più semplicemente l’intelligenza e la qualità, sono repressi e non trovano il loro spazio. Avendo scelto di non farne parte io conosco poco i social network, ma non credo, proprio per il loro funzionamento effimero, che possano svolgere il ruolo di approfondimento e di trattazione sistematica di certe tematiche, e di segnalazione delle opere di valore, che portano avanti i blog letterari. Semmai possono integrarsi molto bene con questi.</p>
<p><i>GS Però ora i commenti ai post sono meno numerosi di qualche anno fa, no?</i></p>
<p>GS Certo negli ultimi due o tre anni una buona fetta del dibattito si è trasferito dai thread sotto i pezzi dei blog letterari ai social network, ma non mi sembra che i commenti abbiano mai costituito il motivo principale di essere e l’aspetto più innovativo dei blog. Certo danno vitalità e apertura, attentando forse a quell’autorità fittizia della parola scritta della quale ci ha parlato Platone, e qualche volta sono davvero interessanti, e/o contengono delle perle, ma raramente la sostanza sta lì. Non dobbiamo dimenticare che in ogni caso le persone che commentano sono un’infinita minoranza rispetto ai lettori “silenziosi”. E questo ora come qualche anno fa, quando i dibattiti sotto i post erano più vivaci, e le tenzoni più frequenti. A fronte di qualche appassionante dibattito con belle idee e approfondite analisi, spesso frutto di qualche lucidissimo commentatore che poi ha finito per pubblicare le proprie cose, hanno spesso prevalso i deliri di ego frustrati e non di rado incattiviti, con quella mancanza di un galateo compartito che caratterizza i primi tempi di ogni nuovo medium.</p>
<p><i>GS Quindi quella dei blog letterari ti sembra una realtà con una sua vitalità?</i></p>
<p>GS Lasciando stare una valutazione sul preciso apporto che è venuto dai blog, anche per quanto riguarda l’emergenza o una più grande visibilità di nuovi autori o nuove forme di scrittura (ma come sappiamo la questione è ben più complicata, si vedano Raffaele Simone e altri), o nei confronti della critica letteraria, delle riviste letterarie, del giornalismo culturale etc., valutazione che secondo me richiederebbe un grosso lavoro di analisi e di riflessione, mi sembra che si può dire qualche cosa sulle dinamiche in generale. Da una parte i blog letterari sono ora più numerosi e più vari, e quindi sostanzialmente rappresentano un’offerta più ampia per il lettore/utente. Vengono tuttora snobbati da gran parte del giornalismo culturale (rarissimamente i giornali che pescano contenuti e notizie da <i>Nazione Indiana</i> si degnano di citare la fonte, tanto per fare un esempio) e dalle case editrici (che sostanzialmente li ignorano, o fingono di), la maggior parte dei critici letterari e dei ricercatori preferiscono attenersi a un ruolo voyeuristico, ma pesano di più. Qualsiasi approfondito intervento critico su <i>Nazione Indiana</i> ha un seguito ben superiore a quello che avrebbe sulle più conosciute riviste letterarie, mi stupisce sempre che molte persone attente a queste cose non se ne rendano conto e non ne approfittino, quasi avessero paura di sporcarsi le mani, o comunque necessitino ancora del sigillo della rivista cartacea. D’altra parte è evidente che si sono create tante parrocchiette indipendenti, per non dire impermeabili una all’altra. Quindi quell’esigenza di apertura e di condivisione che stava alla base della nascita di ogni realtà si è trasformata in molti casi in chiusura. Non riesco a non vederci quella solita incapacità tutta italiana, di cui hanno parlato tantissimi, anche prima di Leopardi, e su fino a Gervaso e Galli della Loggia, di uscire dall’orizzonte ristretto del proprio clan di amicizie e relazioni, una recalcitranza a creare connessioni ampie, a concepire dei fini meno immediati e per così dire più disinteressati, a mettere in sordina i particolarismi per costruire una sana e vasta opposizione a malfunzionamenti che non soddisfano nessuno. Io personalmente la considero una grossissima tara, e lo trovo spesso insopportabile, e triste. Il limite principale mi sembra questo, non certo la concorrenza dei social network.</p>
<p><i>GS E i frequentatori/lettori, in tutto ciò?</i></p>
<p>GS Per paradosso chi fa il legame tra i vari blog sono soprattutto i lettori, perché è evidente che molti di loro si spostano da un sito all’altro. Probabilmente ognuno di loro fa individualmente le sue valutazioni e i suoi confronti, le sue sintesi, ma manca appunto un dibattito diretto tra le varie realtà. Non riesco a non vederci uno specchio dello stato del paese, carico degli effetti della storia recente, perché la crisi non è solo crisi della rappresentanza, crisi della Politica, ma anche capillare incapacità di confrontarsi e di discutere, crisi del legame sociale a tutti i livelli, anche proprio nella cultura. Pur con le sue specificità la rete non è immune da quello che succede “fuori”, dai comportamenti diffusi. E chi paga in fondo è sempre l’ultimo anello della catena, il lettore, il cittadino, che si trova solo, e deve fare tutto senza nessun aiuto. In balia, se parliamo di libri, dell’affliggente offerta libraria delle librerie Feltrinelli, dell’ennesimo festival letterario con De Luca e Lucarelli, della recensione su Repubblica dell’amico del tale noto scrittore o della sconosciuta scamorza, che ne parla come se non fosse suo amico o sodale di gruppo editoriale, e appunto con la stampella dei blog, che sono certo più gagliardi e affidabili, ma il più delle volte si ignorano a vicenda, o sembrano occupati a perpetrare se stessi, rifuggendo come la peste il confronto e in definitiva la possibilità di contare di più.</p>
<p><i>GS E non potrebbe esserci qualche forma di apertura reciproca?</i></p>
<p>GS Forse si potrebbe pensare, almeno dove non prevale il settarismo (che a me fa pensare in qualche caso all’insofferenza reciproca tra i ”gruppi extraparlamentari” degli anni ’70, la violenza subliminale, che coagula i gorghi non sopiti della nostra società, sembrerebbe echeggiare quella) a delle iniziative in comune, quali per esempio delle riflessioni su determinati temi, o a delle collane in comune di e-book. O anche si potrebbero organizzare degli eventi fuori dalla rete (dibattiti &#8230;), ingaggiare delle battaglie (per esempio per un trattamento dignitoso dei traduttori, per dei finanziamenti alla cultura &#8230;). La vedo dura, perché appena si profila una possibilità in questo senso scattano le reazioni e le rigidità di parte, ma credo sarebbe molto bello, e permetterebbe di uscire dalla claustrofobia dei microhabitat di ogni blog, e forse appunto anche di avere più influenza.</p>
<p><i> GS Come vedi l’esperienza di Nazione Indiana, in questo panorama di cui parli, dopo dieci anni di esistenza?</i></p>
<p><i> </i>GS Quello che caratterizza <i>Nazione Indiana</i> fin dalla sua nascita è l’estrema eterogeneità delle sue anime. I suoi componenti sono sempre stati e sono tuttora molto diversi per origine geografica, luogo di residenza, età, sensibilità, formazione, percorso, esperienze creative e lavorative, visione della letteratura, posizionamento nell’industria delle lettere. Senza alcuna forma di gerarchia esplicita o subliminale, senza legami di interessi materiali, senza settarismi di clan. Chi ci accusava di comportamenti interessati, in una polemica di qualche anno fa sulla “classifica Dedalus”, dimostrava di non cogliere la specificità di questa realtà. Io la considero un’enorme ricchezza, in un paese appunto dove le coesistenze e il confronto costruttivo sono molto difficili. La sua gran vitalità, e il fatto che rimanga il blog culturale più seguito e autorevole, o insomma uno dei, risiede lì. Beninteso è anche la sua debolezza, perché l’estrema diversità impedisce qualsiasi forma di sintesi o anche semplicemente di coerenza. <i>Nazione Indiana</i> è in fondo una grande macchina anarchica, che sposa e sfrutta l’orizzontalità della rete. Quando la riflessione per avanzare ha bisogno di solidi minimi comuni denominatori, di scelte compartite, di seppure indisciplinata disciplina. Io personalmente ogni tanto rimpiango un funzionamento più coerente e meno individualista, e credo che il motivo per cui nel corso degli anni tante persone sono uscite, rimpiazzate via via da altre, sia proprio questo. L’anarchia è bella ma faticosa, logorante, spessissimo inconcludente. Ma sarebbe possibile oggi in Italia far lavorare assieme anime tanto diverse, adottando per esempio un classico funzionamento di redazione, cercando di individuare una anche minima linea editoriale, senza scatenare ipso facto l’instaurarsi di gerarchie e chiusure, gregarismi e irrigidimenti, appiattimenti e esclusioni? A modo suo <i>Nazione Indiana</i> è riuscita a evitare queste piaghe, che mi sembra in misura diversa contaminino, e limitino, molti altri blog. Senza bisogno di nessun Grillo.</p>
<p><i> GS E la scissione che ha portato alla nascita del Primo Amore?</i></p>
<p><i> </i>GS Io all’epoca non facevo parte del blog, ma avevo letto e condivido appieno l’analisi di fondo sul blog fatta da Moresco nella lettera di commiato quando ne è uscito: mi sembra che le sue parole restino validissime anche adesso. E pure a me piacerebbe una <i>Nazione Indiana</i> più combattiva e più coerente e più impegnata in progetti e posizionamenti radicali di lungo respiro, composta esclusivamente da coraggiosi paladini senza l’ombra di compromissione con il mondo editoriale e terreno. Ma il sentito richiamo alla radicalità e alla coerenza di Moresco, al quale sono molto sensibile, mi sembra rifletta una concezione della militanza superata, legata alla sua storia personale, e soprattutto velleitaria. Ci vedo una sottovalutazione degli effetti pervasivi del disastro capillare della cultura italiana nell’era della rivoluzione digitale, e degli stessi cambiamenti antropologici che questo connubio di arretratezza e di microelettronica ha indotto, e che la rete riflette in maniera cristallina. Io sono convinto che sia vano rincorrere una purezza che non esiste e non può esistere. E questo non vuole certo dire a rinunciare a checchessia. Il <i>Primo amore</i> è un bellissimo e molto coerente blog, ma non mi sembra che rappresenti un qualcosa di più radicale e incisivo di <i>Nazione Indiana</i>. Anzi. E non è un caso.</p>
<p><i> GS E il futuro?</i></p>
<p>GS Non dobbiamo dimenticare che i blog letterari sono mandati avanti da volontari. Ma per scrivere un buon post ci vuole tempo e fatica, esattamente come per partorire un buon pezzo per una rivista o una pagina culturale. Questo è un grosso limite. O meglio, il carattere “amatoriale” implica la più grande libertà, e quel confronto disinteressato con il testo che può permettere di cogliere la letteratura per quello che è, ma è anche un limite. La maggior parte delle persone che fanno parte dei blog collettivi sono giovani o non più tanto giovani intellettuali, che spesso hanno al loro attivo lavori importanti (di creazione, o di traduzione, di critica), ma hanno un enorme difficoltà a sbarcare il lunario, nell’indigenza in cui naviga la nostra cultura. È quel sottoproletariato culturale, sovente con delle enormi doti, che conosciamo tutti, e che non trova impieghi degni, che è bistrattato e umiliato, e in qualche caso riesce a tirare avanti solo con l’aiuto della famiglia. È una situazione che in altri paesi occidentali non è nemmeno immaginabile. Ognuno di noi potrebbe citare decine di casi. Queste persone, e ripeto, spesso hanno grandi capacità, e che sono affiancate da scrittori o professori o ricercatori che stanno un po’ meglio, spesso non possono permettersi di dedicare molto tempo al confezionamento di contributi originali. E nello stesso tempo sono proprio la loro indigenza e la loro esclusione che li spingono pur sempre a partecipare a un’impresa collettiva, a dedicare il loro tempo libero a un’attività di militanza, perché di questo si tratta. Mi sembra questa la contraddizione di fondo che sta dietro a questa realtà.</p>
<p><i>GS Quindi?</i></p>
<p>GS Forse in un futuro non immediato ci sarà una professionalizzazione, e continueranno solo i blog che sapranno organizzarsi, che sapranno fornire dei contenuti di qualità, trovandosi qualche sponda economica. Un po’ come è successo per le radio libere trent’anni fa: dopo un periodo di disordinato fermento, sono sopravvissute e sono andate avanti solo quelle che hanno saputo strutturarsi, e hanno preso, anche se c’è qualche bella eccezione, una piega commerciale. Riuscirà <i>Nazione Indiana</i> a mutare la sua anima, diventando appunto meno anarchica? Probabilmente no (e sarà una perdita). Mi sembra emblematico a questo proposito il caso di <i>Minima Moralia</i>, che è una costola e si appoggia a una casa editrice che ha avuto la lungimiranza di capire l’importanza e anche la convenienza di ospitare un blog letterario. Mi sembra incredibile che le grandi case editrici non imitino questa esperienza. Costerebbe una pipa di tabacco, davvero nulla, e porterebbe a dei risultati anche proprio in termine di immagine e di vendite, visto che sono così focalizzati sulle vendite. Ma appunto sarebbe forse troppo in contrasto con l’impaludamento generale, con le reti di regole silenziose, con tutto il non detto (non a caso la sezione “blog” della Feltrinelli è una ilarante soffitta polverosa). Mentre <i>Minimum Fax</i>, che è una bella e vitale casa editrice, può permetterselo. Ma è solo un’ipotesi, per carità. Per ora i blog sono mandati avanti da desesperados della cultura, affiancati da qualche nobile e generoso intellettuale e scrittore di successo o successino.</p>
<p><i>[ho realizzato quest’intervista a me stesso soprattutto nell’intento di mettere lì qualche spunto di discussione, anche in previsione <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/">dell’incontro di sabato prossimo a Milano</a>; convinto peraltro, molto umilmente, che altri avrebbero forse potuto sviscerare meglio di me la questione; GS]</i></p>
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		<title>Scrittori in prima serata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Dec 2012 09:54:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Nel migliore dei mondi possibili, questo post non avrebbe ragione di esistere. Gli scrittori avrebbero già un posto fisso nei palinsesti. Accanto ai programmi di puro intrattenimento, ce ne sarebbero altri in cui gli scrittori e le loro opere contenderebbero l&#8217;attenzione e la pazienza degli spettatori. In un regime di reale concorrenza, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Nel migliore dei mondi possibili, questo post non avrebbe ragione di esistere. Gli scrittori avrebbero già un posto fisso nei palinsesti. Accanto ai programmi di puro intrattenimento, ce ne sarebbero altri in cui gli scrittori e le loro opere contenderebbero l&#8217;attenzione e la pazienza degli spettatori.<span id="more-44271"></span> In un regime di reale concorrenza, mentre i luminosi scacciapensieri trillerebbero la loro fugacità, gli scrittori avrebbero tutto il tempo di dimostrare la propria unica e inesauribile contraddittorietà, tanto quanto è contraddittorio il mondo che vivono e attraversano. Ma qui, oggi, in Italia, la monomania dell&#8217;intrattenimento ha riempito quasi tutte le caselline della scacchiera. Anche la cronaca nera, o il racconto della politica, nei grandi perimetri televisivi, sembrano più intrattenere lo spettatore, che infondergli una qualche novità. Anche se questo intrattenimento, questo in-trattenere, questo trattenere in sè, senza altro scopo, continua a perdere ogni giorno di più il proprio abbaglio. Cronometrate quanto tempo passate ormai davanti al televisore, e misurate la comodità con cui vi rifugiate su gli altri media, e avrete una mappatura abbastanza fedele del come e perché la televisione ha sperperato moltissime delle sue potenzialità, non ultima quella di conferire un senso al vostro personale modo di intendere l&#8217;intrattenimento. In attesa del migliore dei mondi possibili, o di una più efficace e intelligente ingegneria dei palinsesti, ecco una prova di cosa accadrebbe se l&#8217;acquario della televisione non fosse solcato solo da qualche pinna colorata o riempito dall&#8217;ottusità scintillante di qualche corallo.</p>
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		<title>Nuovi autismi 26 &#8211; La stupidità degli scrittori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Oct 2012 07:20:05 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/04/nuovi-autismi-26-la-stupidita-degli-scrittori/doyle_fishingboat_circa80_1992-07-09-21-800x561/" rel="attachment wp-att-43671"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-43671" title="doyle_fishingboat_circa80_1992.07.09.21-800x561" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/doyle_fishingboat_circa80_1992.07.09.21-800x561-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/doyle_fishingboat_circa80_1992.07.09.21-800x561-300x210.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/doyle_fishingboat_circa80_1992.07.09.21-800x561-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/doyle_fishingboat_circa80_1992.07.09.21-800x561.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Personalmente adoro gli scrittori un po’ stupidi, e diffido degli scrittori intelligenti. Si presuppone che i grandi scrittori debbano essere senza fallo molto intelligenti, e che proprio questo li caratterizzi, e invece a ben vedere quello che amiamo in loro è proprio l’ottusità e la stoltezza. Non dico che gli scrittori debbano essere deficienti, e che più ebeti sono meglio è, come si potrebbe dedurre da certa narrativa attuale, ma insomma una certa dose di scempiaggine mi sembra difficilmente rimpiazzabile. Uno scrittore troppo intelligente è come una pietanza con gusti scontatamente ridondanti e servita con troppa prosopopea, un dolce con un eccesso di burro e panna montata, un paludato salotto che richiama alla mente una rivista di arredamento, dove ti siedi in punta di poltrona. Senza voler indulgere in incauti biografismi, e guardandosi bene da una retorica della devianza, a ben guardare Dante era un bigotto pedantone con il dente avvelenato, Stendhal un presuntuoso sempliciotto, Flaubert un tetro maniaco depressivo, Baudelaire un irresponsabile sotto tutela, Cervantes un mezzo deficiente, Dostoevskij uno psicopatico, l’Ariosto un candido (con la compulsione all’adulazione) patito di macellerie sanguinolente e virginali fichettine, Thomas Bernhard e Céline due deliranti e logorroici fanatici, Dickens un lacrimoso buontempone, Marguerite Duras una melensa sognatrice, Robert Walser e Dino Campana due minorati mentali, Marina Cvetaeva e Virginia Woolf due derelitte lucidissime squinternate, le Brontë e Emily Dickinson non ne parliamo, Svevo un pedissequo frustrato, Hemingway un vitellone vieppiù patetico allo scemare del testosterone, Gadda un prematuro inacidito vecchiaccio, e via dicendo. Se fossero stati così sagaci la maggior parte di questi personaggi lo avrebbero dimostrato nella vita di tutti i giorni, o comunque non sarebbero finiti a scrivere. Gli scrittori davvero intelligenti, qualcuno ce n’è, si salvano solo affogando il loro acume nei meandri di bizantine mangrovie, come fa Proust, o invischiandolo nelle ragnatele enigmatiche dell’angoscia, Kafka e Beckett insegnano, o di qualche altro nemico giurato del raziocinio. Ma in linea generale non c’è peggior sicario di testi letterari che la superiorità cerebrale. Il pessimo Umberto Eco, rimanendo ai giorni nostri, è forse il paradigma dei danni irrimediabili che può causare l’intelletto alla narrazione, come anche Claudio Magris, e l’intoccabile Borges, seppure a un tutt’altro e squisito livello, e scendendo di quota Sartre e Simone de Beauvoir, e Jorge Semprun, e René de Ceccaty, e nella poesia Octavio Paz e Alberto Casadei, ma per me lo stesso Celati è un po’ troppo intelligente, anche se finge sempre il contrario, proprio come Vassalli, e quatto quatto l’inconsistente Baricco, e tanti altri, a tratti perfino Michele Mari, in qualche pagina perfino il sensibilissimo Giorgio Vasta. Gli intelligentoni di cui parlo a rigor di logica andrebbero chiamati algidi habitué della letteratura, ingegneri specializzati nel riciclo narrativo, ragionieri dell’estetica, ironici giocolieri, virtuosistici funamboli, scafati fantini del cavallo postmoderno, pedanti docenti, pensatori, superdotati della tastiera, non certo romanzieri e poeti. In moltissimi casi l’eccesso di perspicacia riesce a sabotare talenti e ispirazioni davvero possenti: pensiamo per esempio a Arbasino o a Aldo Busi. Del resto è una calamità nazionale, molti nostri scrittori debuttano benino, e poi pensano troppo, si lasciano fuorviare da una scontata deriva di solito commercialmente populista, ma a volte appunto cerebrale. Ne consegue un’inflazione esibizionistica, un’ipertrofia delle frasi o dell’opera alla lunga stomachevole, o anche solo una zavorra di cinguettii d’erudizione e presunte argutezze che impedisce ai testi di volare alto. Forse la ricetta migliore per avere uno scrittore di razza è quindi un’intelligenza mediocre e marezzata di manchevolezze che la inclinino verso una qualche forma di idiozia, seppure sovvertita o anche soverchiata da non ben assestate originalissime intuizioni, spesso in eroica o sciagurata lite con i tempi, da solforose chiaroveggenze, e da una moralità zoppicante o asmatica, il tutto beninteso schiaffeggiato da bordate di furibondo invasamento (notoriamente ingegno-repellente). Quello che viene impropriamente chiamato genio è in realtà il pedissequo frutto di uno squilibrio, un riuscito dosaggio di doti e tare, a mio modesto avviso affatto involontario, e non necessariamente legato a una qualche saggezza, per buona pace del teleologico panzone americano e del suo panteon in retromarcia. Non è però agevole dire perché una supremazia dell’intelligenza sia così ostile alla riuscita letteraria, e non sarò io a risolvere questo dilemma (abbisognerebbero neuroni più fini). Certo presupposto per qualsiasi forma di buona letteratura è la cognizione della sconfitta, una premonizione di catastrofe, un rimbombare raccapricciante o anche ilare del nulla, mentre l’intelligenza è hybris che repelle, insopportabile autosoddisfazione, stucchevole baldanza, genocidio delle antinomie. L’intelligenza sgomita per dominare e sottomettere, violando i silenzi, imprigionando qualsiasi afflato letterario: è soprattutto artificiosa e inverosimile, falsa. Quando invece la stupidità nei giorni fasti sa essere affascinante e struggente, profonda e umanissima, si intride di verità e saggezza. Si potrebbe certo obiettare che anche la cosiddetta intelligenza razionale è una forma di stolidità, forse la più grave di tutte, come sembrerebbe provare gran parte della filosofia occidentale, e quindi come tale potrebbe contribuire al gioco, ma ha la pecca irredimibile di prendersi troppo sul serio, diventando letterariamente inutilizzabile e anzi nociva. Il vero genio della stupidità letteraria è beninteso Rousseau, che con la sua illuminata ottusità ha aperto la via a fiumane di autori purtroppo meno stolti di lui, e quindi minori. Stiamo parlando di un personaggio, tanto per intenderci, cui gli oggettivi limiti cerebrali hanno impedito di imparare i rudimenti minimi della scrittura musicale. Ai ragazzi molto brillanti che mi chiedono un consiglio, qualche volta capita, io dico di abbracciare la metagenomica applicata, la fisica delle particelle elementari, la lessicografia sumerica, non certo la letteratura. Purtroppo sei troppo intelligente per queste cose, mi dispiace molto, gli dico. In certe circostanze bisogna essere franchi. Molti bravi scrittori nei loro discorsi orali perdono la ritenutezza che hanno negli scritti, e lasciano incautamente libero sfogo alla loro non eccelsa intelligenza: tolto l’interesse etologico, la prestazione si rivela quasi sempre assai spiacevole. Come si è già capito queste riflessioni, certo esse stesse un po’ ebeti, non sono gratuite, sono anzi intrinsecamente interessate. Contagiato da una vocazione precoce per la scrittura, per anni ho pensato di essere troppo idiota per mettermi a scrivere. Aizzato dalla cosiddetta educazione scolastica, quella macchina concentrazionaria che fuorvia generazione dopo generazione dalla reale essenza della letteratura, per anni ho rifuggito la scrittura. Solo molto tardi ho constatato che gli scrittori intelligenti devono ingaggiare una lotta titanica con il loro intelletto, sono costretti a battersi fino a riuscire a debellarlo, sterminarlo. Ho capito che a me era risparmiata questa prova dagli esiti spesso fatali: partivo quindi avvantaggiato. Ho capito che potevo provare.</p>
<p>(<em>l&#8217;immagine: Sam Doyle, &#8220;Fishing boat&#8221;, 1980 circa)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nuovi autismi 18 &#8211; Le bugie degli scrittori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 08:15:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Nei miei testi cosiddetti narrativi ho scritto un mare di bugie. Ho scritto per esempio che mio padre è morto per aver mangiato molta verdura contaminata dall’incidente di Chernobyl, il che è una smaccata falsità. Certo mio padre ha mangiato tantissima verdura altamente radioattiva, perché aveva uno spirito di contraddizione assai sviluppato, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/29/nuovi-autismi-18-le-bugie-degli-scrittori/soutter_fille_1940-35x46/" rel="attachment wp-att-42034"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-42034" title="soutter_fille_1940.35x46" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/soutter_fille_1940.35x46.jpg" alt="" width="354" height="460" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/soutter_fille_1940.35x46.jpg 354w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/soutter_fille_1940.35x46-230x300.jpg 230w" sizes="(max-width: 354px) 100vw, 354px" /></a>Nei miei testi cosiddetti narrativi ho scritto un mare di bugie. Ho scritto per esempio che mio padre è morto per aver mangiato molta verdura contaminata dall’incidente di Chernobyl, il che è una smaccata falsità. Certo mio padre ha mangiato tantissima verdura altamente radioattiva,<span id="more-41989"></span> perché aveva uno spirito di contraddizione assai sviluppato, che lo pungolava a fare l’opposto di quello che facevano tutti, il più delle volte con esternazioni provocatorie e per certi versi futuriste, come appunto abbuffarsi di insalata radioattiva quando perfino le autorità, dopo aver cercato di nascondere in tutti i modi i pericoli della nuvola nucleare, portata a terra dalle piogge, erano arrivate a dire che bisognava distruggere le verdure degli orti casalinghi. Ma certo il linfoma non gli è venuto per quello. I linfomi sono qualcosa di ben diverso dai cancri alla tiroide, che effettivamente nella mia regione sono legati in moltissimi casi all’incidente di Chernobyl, nonostante il silenzio degli organismi competenti, che non si sono mai degnati di divulgare le mappe con le aree più radioattive (non a caso le stesse con le percentuali maggiori di carcinomi). Il linfoma gli è venuto perché ha lavorato per anni in una zona agricola satura di pesticidi, in quel periodo particolarmente tossici, senza alcuna precauzione e anzi mangiando tantissima frutta direttamente dagli alberi. Quindi se si è ammalato è a causa dei pesticidi, e della legislazione molto lassa che regolava il loro impiego, non per aver mangiato verdura radioattiva, anche se certo l’insalata e i pomodori radioattivi bene non devono avergli fatto. Beninteso io di questo non ho nessuna prova, mi baso sulle mie conoscenze scientifiche, e soprattutto sulla mia intuizione. Io so che la verità è quella, però ho scritto un’altra cosa. Il fatto è che per la sua concomitanza con la disfatta rovinosa del socialismo, e più in generale delle ideologie del ventesimo secolo, la catastrofe di Chernobyl aveva gravide risonanze che la contaminazione da pesticidi, per certi versi altrettanto grave, e esplosa nelle stesse contingenze storiche, non aveva. In altre parole il romanzo veniva meglio con Chernobyl che con i pesticidi, e allora non ho esitato a optare per l’incidente nucleare. Ma questo è solo un esempio, potrei citarne moltissimi altri. Fra le altre cose ho descritto la famiglia di mia madre come una confraternita di fascisti, quando invece una mia zia ha attraversato il fronte con il marito, pilota di caccia, per consegnarsi agli americani, e dopo un periodo di formazione, comprendente il lancio con paracadute, sia lui che lei hanno compiuto molte pericolose azioni di controspionaggio nell’Italia occupata. Lì per lì mio zio si è offeso a morte per il mio romanzo, arrivando al punto da insultarmi in pubblico, poi però con gli anni gli è passata, e è diventato anzi un mio acceso sostenitore, avendo un ottimo carattere e un gran cuore. Un cugino molto vicino a mia madre, comunista, e come tale internato per molti anni in un campo di concentramento tedesco, non me l’ha invece mai perdonata, avendo poi barattato il suo comunismo con un matrimonio nobiliare (che l’ha effettivamente condotto a frequentazioni di estrema destra), ed avendo un’indole permalosa. Anche qui: la famiglia di mia madre veniva meglio come monoliticamente fascista, invece che un po’ fascista e un po’ no, e io non ho esitato a forzare la mano alla cosiddetta realtà. Uno dei miei nonni l’ho fatto schiattare di sifilide, cosa poi non così certa, e l’altro l’ho travestito da probabile sterminatore di ebrei. Per non parlare dei miei poveri fratelli, che nei miei testi ho sempre bistrattato, come succede spesso e volentieri alle persone che ci danno fastidio proprio perché le sentiamo affini. Del resto ci sono andato abbastanza pesante perfino con me stesso. Ma la mia cosiddetta produzione letteraria è marezzata anche da spruzzi di bugie più minute che potrebbero forse apparire anodine, e che invece nessuno sforzo e nessuna disciplina potrebbero estirpare. Io vorrei essere sincero, lotto incessantemente contro le falsità e contro l’approssimazione, e proprio lì sta il fulcro della mia prassi, ma le mie pagine risultano pur sempre costellate di falsità. Non posso fingere di non esserne cosciente. E se anzi mirassi davvero alla verità nuda e cruda, sempre ammesso che questa sia circoscrivibile, e soprattutto imprigionabile nel ghiaccio traslucido delle pagine, non scriverei più una riga, perché so per esperienza che qualsiasi frase che ho scritto e scriverò si discosta nei fatti dalla verità, è intrinsecamente menzognera. Va forse specificato che io a voce dico pochissime bugie: per ragioni che non sto qui a approfondire, indipendenti da una reale dirittura morale, ho cominciato a mentire molto tardi, e non ho mai acquistato una vera scioltezza. Le mie bugie sono goffe e grossolane, non hanno quella capacità mimetica, quel genio di adattamento che le renderebbe efficaci e penetranti. Proprio per questo, in un paese dove già i bambini sono maestri nell’arte di abbindolare e di simulare empatie e trasporti, sono spesso trattato come un ingenuo, un sempliciotto, quasi un deficiente (ruolo che a dire il vero non mi dispiace), da persone che mi paiono infinitamente più ingenue e più ottuse di me. Ma certo c’entra forse anche una triviale anestesia nevrotica delle emozioni, concretizzantesi in un bisogno di ferire con l’arma appuntita delle pretese verità, non dico il contrario. In ogni caso io scrivo proprio perché mi ripugnano le menzogne delle frasi orali: se fossi in grado di mentire con destrezza nella cosiddetta vita di tutti i giorni, mentire sui nodi fondamentali, sui capisaldi della mia esistenza, prima ancora che sui dettagli, e potessi trarne la soddisfazione che vedo ricavano molti abili o meno abili mentitori, anche quelli meglio mimetizzati, più insospettabili (molto più diffusi di quanto si supponga), certo non sentirei alcun bisogno di scrivere. Se scrivo è insomma per mentire in pace e impunemente, senza finalità pratiche, senza obiettivi predeterminati, senza preoccuparmi delle conseguenze, dipanandomi quindi da tutti gli inconvenienti delle bugie orali, dalle loro intrinseche meschinità e bassezze. Moltissimi scrittori perseguono questi medesimi intenti, e sono insomma degli inetti e dei vigliacchi, ma proprio per questo anche degli spiriti puri, dei sognatori. A ben vedere i narratori e i poeti sono falsari costretti a mimetizzare il movente per cui confezionano le loro narrazioni e poesie: l’incapacità di bleffare nella vita di tutti i giorni. O anche, visto che non può esserci riuscita relazionale senza compromessi ermeneutici e senza mistificazioni affettive, il loro totale e irreversibile fallimento. Il paradosso è che ci aspettiamo le verità ultime proprio da chi ha deciso di dedicarsi professionalmente alla menzogna. C’è chi ne deduce che tutta la letteratura è solo artificio e ghigno di maschera, e quindi non ha senso aspettarsi da essa una qualsivoglia particella di verità. Ma è un ragionare assurdo, perché poche cose sono così vere e sincere come il bisogno di mentire a se stessi e agli altri, e da nessuna parte si rinvengono verità tanto abissali quanto nelle menzogne ben scritte. Le bugie ben scritte hanno un’intrinseca carica di verità, anche se certo questa non è da cercare nella scorza esteriore delle frasi, e men che meno nelle asserzioni esplicite. E a ben guardare sono proprio queste autenticità travestite e sempre un po’ opache e contraddittorie, che ci soggiogano nei grandi testi che leggiamo. Se non fosse costruita di bugie la letteratura non ci carpirebbe e non ci struggerebbe, ci sembrerebbe inutile. Ma naturalmente le fandonie degli scrittori possono essere coscienti o sprovvedute, grezze o sopraffine, palpitanti o stucchevoli, illuminanti o idiote, sublimi o volgarissime, e proprio lì sta la differenza.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: L. Soutter, &#8220;Fille&#8221;, 1940, 35&#215;46 cm)</em></p>
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