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	<title>Se tu se sai dire dillo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Giuliano Mesa: Nunc stans</title>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Oct 2014 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[galleria Ostrakon]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>
		<category><![CDATA[La Camera Verde]]></category>
		<category><![CDATA[Nunc stans]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia italiana del Novecento]]></category>
		<category><![CDATA[Se tu se sai dire dillo]]></category>
		<category><![CDATA[Tiresia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Biagio Cepollaro Pubblico qui la parte iniziale di Nunc stans. poemetto di Giuliano Mesa che lessi nell’ ambito della rassegna Tu se sai dire dillo 2014. Una prima documentazione di quella rassegna, a proposito di Paola Febbraro, si può leggere qui. L’intero poemetto, composto tra il 2004 e il 2007, è tratto da Nun [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Cepollaro-Mesa.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-49217 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Cepollaro-Mesa-300x225.jpg" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Cepollaro-Mesa-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Cepollaro-Mesa-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Cepollaro-Mesa-900x675.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Cepollaro-Mesa.jpg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Biagio Cepollaro </strong></p>
<p>Pubblico qui la parte iniziale di <em>Nunc stans</em>. poemetto di Giuliano Mesa che lessi nell’ ambito della rassegna <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/09/16/tu-se-sai-dire-dillo-terza-edizione/"><em>Tu se sai dire dillo 2014</em></a>. Una prima documentazione di quella rassegna, a proposito di Paola Febbraro, si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/10/21/fortemente-int…paola-febbraro/%20‎">qui<strong>.</strong></a> L’intero poemetto, composto tra il 2004 e il 2007, è tratto da <em>Nun </em>(2002-2008) che costituisce l’ultimo testo edito, compreso in Giuliano Mesa, <em>Poesie 1973- 2008</em>, pubblicato nel 2010 da La Camera Verde di Roma. Altrove mi sono occupato di Giuliano Mesa, dedicandogli alcune conversazioni e una pagina del blog <a href="http://poesiadafare.wordpress.com/la-parola-reticente-conversazioni-su-giuliano-mesa/"><em>Poesia da fare</em> </a></p>
<p>Nunc stans</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>5,5</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1</p>
<p>[parola voce,</p>
<p>sta tacendo-</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non ci sarà più tempo,</p>
<p>prima, poi]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[prendi parola preme, ancora,</p>
<p>parola ancora è andata, via,</p>
<p>come se fosse stata</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[allora, lì]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[e mentre, ancora mentre</p>
<p>che accade l’accadere e se ne va,</p>
<p>battendo ancora i piedi,</p>
<p>tà, tatà-</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[questa è la nenia, notte,</p>
<p>sotto la neve nera]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di così tanto,</p>
<p>stato, detto</p>
<p>[poco,</p>
<p>ciò che rimane,</p>
<p>poco-</p>
<p>ma così tanto</p>
<p>per una vita sola-</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>tanto che si riduce,</p>
<p>si raduna-</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[eraso,</p>
<p>diradato,</p>
<p>in poche tracce-</p>
<p>nel nonnulla</p>
<p>di ogni sola vita]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>cosa faremo insieme,</p>
<p>che cosa rimarrà?]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>4</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>cosa ci sia laggiù, oltre tutto,</p>
<p>finito, mai finito-</p>
<p>prende il suo tempo dentro, e poi scompare,</p>
<p>e resta prima, prima per sempre andato,</p>
<p>stato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[e sia così</p>
<p>5</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[è tutto nella mente che poi muore]</p>
<p>1</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>dì per che cosa,</p>
<p>turbine, vortice,</p>
<p>per chi,</p>
<p>se non affranto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[e il frangersi, le onde,</p>
<p>su scogliere,</p>
<p>vento su dirupi,</p>
<p>e il farsi forma]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[infranta,</p>
<p>tra vuoto e vuoto,</p>
<p>sparsa, mutilata]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[“tu forse tornerai”]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>sono soltanto poche righe,</p>
<p>a fare stuolo</p>
<p>è solo l’ansia del già stato,</p>
<p>che corrode,</p>
<p>mettendo insieme il prima, il dopo,</p>
<p>il separato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>clama, proteso-</p>
<p>l’ora che s’abbuia,</p>
<p>notte del tempo,</p>
<p>e cava, concava-</p>
<p>voce spalanca luce,</p>
<p>lo spolverìo che luccica,</p>
<p>d’acqua, che cade,</p>
<p>che asseta, intridendo,</p>
<p>che prosciuga,</p>
<p>lasciando, cosa,</p>
<p>creta per il nonnulla-</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[-andando via, giù,</p>
<p>nell’acqua buia-</p>
<p>“dove ti sto cercando”]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>4</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>parola crosta, creta,</p>
<p>parola forma che s’incrina,</p>
<p>s’ingrava, coltre,</p>
<p>ricava crini e lane,</p>
<p>feltri, da grumi e grani, gravidi,</p>
<p>ossa cariate, cervici sgravate,</p>
<p>lame a segare, separare</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[farsi svanire via, da sé-</p>
<p>prendersi cura, ancora,</p>
<p>della notte]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>5</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e poi non più, quel sempre-</p>
<p>[passerà tempo e sarà stato]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(…)</p>
<p>La mia lettura integrale di questo testo di Giuliano Mesa  si può ascoltare in questa <a href="http://youtu.be/OrMwuL0cZeY?list=UUK1h9sP7H2yVvnybx49aF0w">registrazione</a>. Introdussi il tema con alcune considerazioni e con alcuni ricordi che qui provo a condividere.</p>
<p>Si potrebbe intendere globalmente il testo come una sorta di meditazione intorno al <em>qui</em> e <em>ora</em>, al presente, alla consistenza o non consistenza del presente e della vita individuale nel tempo e nello spazio. <em>Nun</em> , viene detto in nota, nella cosmologia egizia è il caos delle acque primordiali. Durante la scrittura di quest’opera ci tenevamo costantemente in contatto. La nostra amicizia era iniziata nel 1984 collaborando entrambi ad una piccola rivista romana, <em>Symbola</em>.   Negli anni di <em>Nun</em>  gli parlavo attraverso lettere e telefonate della meditazione sull’impermanenza di ogni cosa e ci si trovava in sintonia: lui attraverso i tragici greci soprattutto, io attraverso testi orientali.  Da queste meditazioni scaturiva per lui e per me un senso di maggiore intensità vitale: la necessità di essere presenti e morbidi. Non pensare davvero alla nostra finitezza ci rende duri di cuore e insensibili verso gli altri, ci si diceva. La mente morbida. Ma in realtà non dicevamo la stessa cosa perché lui stava preparando la sua sparizione, qui resa esplicita e realizzata di lì a poco, nel 2011, e in un certo senso, cominciava a farlo con questa indagine sull’esser presente , sul non esserlo più e soprattutto su ciò che sarebbe restato, dopo la sparizione. Il poco che resta, dirà nella poesia ma anche nelle lettere che mi spediva, è anche tanto per una sola vita: questa l’unica sua consolazione, la possibilità di esser grato a quanti con la loro stima lo avevano sostenuto. Anche per questo la rassegna prende il titolo da un verso del suo <em>Tiresia</em>, di cui si può vedere una parte in <a href="https://www.youtube.com/watch?v=rgujacsUQwI">video</a>.</p>
<p>Lo stile di <em>Nunc stans</em> porta quasi al parossismo ciò che Giuliano ha imparato nel corso degli anni intorno al fare poetico: comincia con il presentare un tessuto omogeneo sul piano fono-simbolico, costituito da pochissimi elementi e timbri e poi comincia a far muovere dall’interno questo tessuto mescolandone sapientemente le parti per piccoli spostamenti, per leggere inversioni, ripetizioni, sostituzioni. Il tessuto resiste perché tenuto insieme da connessioni paranomasiche, da assonanze, da allitterazioni. E’ però col tempo un tessuto sempre più rarefatto perché sempre più eroso ed abraso. Ed è questa l’esperienza che racconta di più: di qualcosa che si consuma per erosione lasciando intatta e ancora visibile la trama del tessuto. Non c’è cancellazione nella sua esperienza, non c’è nichilismo: c’è invece l’attenuarsi della presenza, così come il ridursi di spessore della sintassi e del lessico che restano come segni di una città antica dissepolta. Il suono anche sulla pagina muta è molto presente organizzando palesemente il senso: le parentesi quadre che qui vengono inserite a me risultano dei tagli che in verticale aggiungono un’altra voce al testo, un inciso che proviene da una distanza maggiore. La parola ‘tagli’ poi nel componimento è anche la parola che chiude.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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