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	<title>serena cacchioli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Troppo stretta, questa morte</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/04/15/troppo-stretta-questa-morte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Apr 2023 05:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani</strong> <br /> "Troppo stretta, questa morte" è il romanzo d’esordio di Serena Cacchioli, ancora inedito in italiano eppure fin da ora pubblicato in portoghese nella traduzione di Sofia Andrade]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class=" wp-image-102681 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Serena-Capa3_page-0001.jpg" alt="" width="638" height="888" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Serena-Capa3_page-0001.jpg 846w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Serena-Capa3_page-0001-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Serena-Capa3_page-0001-736x1024.jpg 736w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Serena-Capa3_page-0001-768x1068.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Serena-Capa3_page-0001-150x209.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Serena-Capa3_page-0001-300x417.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Serena-Capa3_page-0001-696x968.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Serena-Capa3_page-0001-302x420.jpg 302w" sizes="(max-width: 638px) 100vw, 638px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Troppo stretta, questa morte </em>è il romanzo d’esordio di Serena Cacchioli che, seppur ancora inedito in italiano, è stato fin da ora pubblicato in portoghese per le edizioni Lingua Morta (Lisbona) nella traduzione di Sofia Andrade. Già nell’infanzia editoriale di questo libro c’è dunque una spaccatura, che ne è in fondo la figura strutturale: non solo perché la narrazione è divisa tra due paesi, e due città in particolare – Lisbona e Parma –, ma anche perché il punto focale del testo si situa fra due grandi temi, il lutto e il desiderio.<br />
In <em>Un destino di felicità</em>, sorta di abbecedario rimbaldiano, Philippe Forest sceglieva il termine <em>Deuil </em>(lutto, appunto) per la lettera D, ossia quello che a suo avviso rappresentava il rovescio della medaglia del <em>Désir</em>. Riprendendo una definizione di Aragon, Forest spiegava che <em>Deuil </em>e <em>Désir </em>formavano il suo “Sistema Dd”, il suo sistema Dada. «<em>Deuil </em>è la parola che spezza la vita in due, stabilendo un prima e un dopo; ma è anche il vuoto, la mancanza strutturante che il desiderio cerca per tutta la vita di colmare», scrivevo nella <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/01/08/labecedario-rimbaldiano-di-philippe-forest/">recensione</a>.<br />
Anche il romanzo di Cacchioli sembra governato da un «sistema dada», alla cui origine sta il lutto materno: un vuoto, un enigma rimasto tale finché la narratrice non intraprende una sorta di indagine sulle tracce della madre, per ricostruirne la figura e il percorso, per recuperarne le tracce e i ricordi – indagine che necessariamente si rinfrange su chi narra, costringendo a interrogarsi e accompagnando nuove tappe della formazione. La ricerca di chi non c’è più diventa anche racconto di chi c’è, di chi parla; l’intento di ricomporre un ritratto porta a (ri)disegnare due figure femminili, figlia e madre.<br />
<em>Troppo stretta, questa morte,</em> il cui titolo è ripreso da una frase che Alfio pronuncia in <em>La storia </em>di Morante, resta dunque più un racconto di formazione che un <em>récit de filiation</em>, come il critico Dominique Viart ha definito i testi in cui il protagonista è un ascendente di chi narra – o, al limite, è un racconto di filiazione <em>in absentia</em>, che dunque si presta a esercizi di immaginazione sulla cui legittimità s’interroga la stessa narratrice.<br />
L’italiano di questo romanzo è ibridato dalla conoscenza e dall’esperienza di altre lingue, dalle quali ha assorbito molto, salvo poi distaccarsene e conservarne soltanto delle venature, che a tratti rilucono tra le righe; è una lingua intrisa di letteratura e poi lasciata essiccare a lungo, fino a raggiungere una pulizia e una potenza notevoli – il tutto incorniciato in una struttura in frammenti ben governati, quasi dei piccoli quadri autonomi.<br />
Presento qui alcuni estratti del libro, con l&#8217;augurio di vederlo presto pubblicato anche in Italia.</p>
<p>__</p>
<p style="font-weight: 400;">2.</p>
<p style="font-weight: 400;">Rimasugli mentali di un viaggio in treno verso Cesinali con la nonna materna, la nonna Italia. Era sorridente e sferica, sferruzzava in carrozza e rispondeva con poche parole alle mie domande. Nel nostro vagone passavano varie persone, ma nessuna si fermava per tutta la durata del viaggio. La prima volta che la nonna aveva visto il mare, mi aveva raccontato, era stato dal finestrino di un treno. Aveva quarant’anni e pensava che fosse un campo di verze. A lei nessuno aveva mai detto che esistesse il mare. Andavamo, scorrendo sui binari, verso un posto dove lei era nata e cresciuta, dove avrei potuto immaginarla bambina come me. Il posto dove aveva messo al mondo i suoi figli, tra cui mia madre. Un posto che poi mi era sembrato solo un paesino incastonato fra le montagne, freddo anche in estate, devastato da ricordi di terremoti e tragedie. Un posto attraversato da continue processioni, feste di paese, pannocchie fritte, musica di chitarra e concertina. Non riuscivo a immaginarla lì. Mi raccontava che andava a piedi dal paese più piccolo fino a quello più grande, molti chilometri che allora io non sapevo concepire come distanza, tutti fatti con una cesta di verdure dell’orto sulla testa, sulla <em>capa</em>, da vendere al mercato. Una vita di avanti e indietro a piedi, senza conoscere nient&#8217;altro se non il suo orto, il paese più piccolo e il paese più grande. E la strada tortuosa e in salita che li univa. Tutta una vita racchiusa nel percorso tra un paese e l&#8217;altro. Io, la nonna, la sapevo immaginare solo dove l&#8217;avevo conosciuta: nel suo appartamento al quarto piano di via Abbeveratoia, con due stanze piccole piccole, dove il massimo del suo percorso era andare dal divano alla sedia e dalla sedia al divano, ricevendo in viso il riverbero azzurro della televisione che non guardava.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">3.</p>
<p style="font-weight: 400;">L&#8217;ultima volta che sono tornata in Italia ho preso e portato con me alcuni oggetti che sono appartenuti a mia madre. Di tutti, il mio preferito è un maglione giallo opaco e sformato. Era un maglione che aveva passato anni da solo nell’armadio di casa, un po’ scostato da una pila di altri indumenti che le zie non avevano preso. Ha aspettato paziente il momento che io raggiungessi la grandezza giusta per riempirlo. Verso i quindici anni potevo già metterlo e forse ogni tanto lo provavo davanti allo specchio, ma ho cominciato a indossarlo veramente soltanto all’inizio dell’università. Lo usavo nelle sere d’estate quando fa caldo di giorno, ma fresco di sera. È un maglione di cotone, sembra pesante e invece è leggero, lascia passare tutta l’aria. Mi ero sorpresa a usarlo nelle occasioni che mi sembravano importanti. Lo portavo un pomeriggio sul lungomare di Livorno, a mo’ di portafortuna e poi lo portavo una sera, a Pisa, una volta che si doveva mettere un punto a una storia, oppure trovare il modo di continuare. La sera che invece si rovesciò, inavvertitamente, un bicchiere di vino rosso sul mio maglione. Irrecuperabile. La macchia si allargò arrestando il dialogo all’improvviso. Noi, sotto ai portici di Piazza Vettovaglie, in bilico sulle sedie d’acciaio, con lo stuzzicadenti a metà tra la bocca e l’oliva, le tartine sparse sul tavolo e i dialoghi interrotti. Quando ci scongelammo, sentii una voce che diceva <em>te lo lavo, te lo recupero, lascialo a me, non preoccuparti</em>. Sapeva quanto fosse importante. Ma ci stavamo lasciando, quella sera. Non potevo di certo dare in affidamento il maglione così. <em>Ma sì invece, che c’entra, te lo lavo, te lo pulisco, poi te lo restituisco</em>. Ma no, invece, e se non ci rivediamo mai più?<em> Ma non dire sciocchezze, le so togliere le macchie di vino, te lo riporto in settimana</em>. Lo tenni con la macchia e in settimana non ci rivedemmo. Io non le sapevo togliere le macchie di vino. E ogni volta che lo guardo, quel maglione sbiadito, mi ricordo di quella sera dolorosa, l’inizio di un’incrinatura definitiva. Da quel giorno in poi ho iniziato a metterlo solo ogni tanto, solo in casa. Mi ci sdraio dentro, mi ci dimentico di me. Ho una foto della mamma con quel maglione. Siamo io e lei contro un parapetto, abbiamo il vento nei capelli, io sono piccola, con il caschetto scompigliato, forse non so nemmeno ancora scrivere e ci teniamo per mano. Lei ha i capelli corti, un po’ mossi, non so dov’eravamo, né che anno fosse. Dopotutto la geografia non conta e l’anno nemmeno. Quello che conta è la testimonianza di quella calma atemporale, di quel maglione nel vento ancora senza macchie, e della mia mano nella sua mano, piccola com’ero.</p>
<p style="font-weight: 400;">4.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma provo sempre una certa difficoltà anche solo a scrivere o dire la parola madre o mamma. Difatti non la dico mai, neanche quando mi devo riferire a quella delle mie amiche. Cerco sempre il nome proprio della persona o un altro modo per chiamarla. Quella parola ha, nella sua facilità linguistica, qualcosa di arcaico e di morbido che mi turba. Mi ha sempre messo in imbarazzo la naturalezza con cui sta sempre sulla bocca di tutti, anche abbreviata o vezzeggiata: ma’, mami, memi. Mi chiedo come far fronte a questa parola. Mi chiedo se non sia il caso di riafferrare qualche filo, anche solo linguistico, rimasto spezzato da qualche parte nel tempo, e riannodarlo a me. Ho sempre fatto poche domande in casa e, ogni volta che chiedevo qualcosa, mi sembrava di dover sollevare una pietra enorme che richiedesse delicatezza e destrezza nel maneggiarla, oltre a una gran fatica. Non sapevo mai cosa avrei trovato sotto quella pietra. A volte polvere, a volte ricordi, spesso lacrime, a volte, invece, niente. E quel niente ha riempito tutto il tempo dell&#8217;infanzia, dell’adolescenza, fino all’oggi. Un vuoto di memoria dopo l’altro, ognuno pieno di niente. Un tentativo dopo l’altro di sollevare la pietra senza trovarci sotto granché. Non per assenza di informazioni, né per un qualche tabù. Non per estrema delicatezza, né per morbosità. Non per mancanza di domande, né per mancanza di risposte. Soltanto che veniva più facile non parlarne più. Abbiamo iniziato tutti a fare altre cose. Ognuno si è infilato nella propria vita portandosi dentro di sé un lutto segreto. Io ero piccola, con poco criterio di me stessa e non so dove avessi deciso di nascondere la tristezza. La vita poi si è sempre sovrapposta ai vuoti come la carta da schizzi nei disegni degli architetti. O dei geometri. Credo di avere iniziato, a un certo punto, la mia scoperta del mondo e di aver creduto di dimenticare il resto. Prendevo aerei, andavo a concerti, mi affacciavo su persone sconosciute, m’infilavo in posti ignoti. Cambiavo città, mi tagliavo i capelli. Mi facevo infrangere il cuore e infrangevo cuori io stessa. Ma forse certe sofferenze che pativo da lontano erano legate a quei vuoti.</p>
<p style="font-weight: 400;">8.</p>
<p style="font-weight: 400;">Lisbona è facile da controllare. La vivo ormai da molti anni. Ci sono arrivata per studiare e poi per viverci dentro. La vedo dall&#8217;alto ogni volta che la sorvolo, in aereo. Si snoda e si attorciglia su edifici grossi e pericolanti, si apre su piccole rotonde, ospedali e biblioteche come blocchi di cemento in mezzo al traffico. A volte si arriva volando da Sud e si assale la città dal fiume, dal ponte rosso, dalla riva brulicante di persone. A volte, invece, si arriva da Nord o Nordest e si attraversa l’aria delle periferie sfilacciate, si vola così basso che si possono vedere le persone alle finestre, i cortili con le sedie fuori, i terrazzi con i panni stesi. In lontananza il ponte Vasco da Gama sembra un sottile filo di gomma da masticare che si allunga da una riva all&#8217;altra, da un labbro all&#8217;altro. Lisbona è tutta lì, chiusa tra la periferia e il fiume. E si sviluppa in altezza, sulle colline. [&#8230;]<br />
Parma, riesco a vederla solo riflessa nelle pozzanghere delle piazzette dell’Oltretorrente. La vedo sporchina, nebbiosa, piena di fumi. Ma all’inizio dell’autunno, con la luce rosata del pomeriggio, dà il meglio di sé. Ha le polveri sottili, le targhe alterne, i capannoni e le fabbriche affacciate sulle strade di provincia. Emana sentimenti sottili. Impossibile da abbracciare, si può solo osservare dal suo stesso ventre. È come una palla di vetro con dentro la neve finta in cui la torre Eiffel, immobile e spaurita, sono io. Non mi ricordo i nomi delle sue vie, dei suoi ponti, non mi ricordo i numeri e i percorsi dei suoi autobus. Non mi ricordo quasi mai quasi niente di lei. Ogni volta che ci torno, gli amici mi danno appuntamento nei loro luoghi che io non so più riconoscere e non so mai come arrivarci. La mia città mi dà le vertigini, non mi appartiene e sono dentro di lei. Io non le appartengo e lei è dentro di me.</p>
<p style="font-weight: 400;">10.</p>
<p style="font-weight: 400;">Siamo a bordo di una bicicletta bordeaux con le ruote sottili. Io sgambetto seduta sulla canna, ho sette o otto anni; il babbo pedala fischiettando, ne ha trentasei o trentasette. Siamo rimasti soli, noi due, ma non siamo preoccupati. Solo tristi. In estate, alla sera, andiamo sempre al Parco Ducale, <em>in giardino</em>, diciamo tra noi. Ci sediamo ai tavolini del chiosco e lui chiede un gin-fizz. I camerieri sembrano appena sbarcati da un’altra epoca. Sono tutti uguali con le loro camicie bianche e scuotono i muscoli per shakerare i cocktail. Sono sempre molto gentili con me, mi trattano come se fossi una signora. E il mio accompagnatore ride. In giro c’è solo gente del quartiere che arriva in ciabatte, mangia un gelato e se ne va. La formalità dei camerieri fra i tavoli sembra fuori luogo. Io prendo una granita al tamarindo e stiamo lì ad aspettare che la sera ci rinfreschi le gambe allungate sotto il tavolo, con il naso sull’odore del limone che friccica dentro al gin-fizz del papà.</p>
<p style="font-weight: 400;">13.</p>
<p style="font-weight: 400;">Poi, certo, c’è la questione dell’archivio e dell’archiviare. Cosa teniamo e cosa buttiamo di noi stessi? Dei nostri rapporti con gli altri? Di lei non mi è rimasto niente di scritto. Solo uno scontrino, trovato per caso in un cassetto qualche anno fa, sepolto da altri oggetti inermi. Il dorso dello scontrino dice «oggi è una giornata così così». E poi dice «Giuliana» varie volte, con grafie diverse e alcuni scarabocchi, come di chi prova una penna nuova e non sa cosa scrivere. Quel giorno era una giornata così così. Di tutte le quattordicimilanovecentosessantacinque giornate che ha vissuto, nei suoi quarantun anni di vita, è rimasto solo questo scontrino spiegazzato testimone di una giornata così così. Forse dà testimonianza di quello che sono la maggior parte delle nostre giornate. Senza grandi sconvolgimenti, senza grandi drammi, senza grandi esuberanze. Senza nulla da registrare per i posteri. Una distesa languida di calma o di noia con qualche pensiero che deraglia sulle impossibilità del presente, qualche sguardo al paesaggio che ci circonda.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dentro una frase di Chris Marker</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/11/marker/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2023 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Chris Marker]]></category>
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		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ornella Tajani</strong> <br /> Ricevo da Serena questa frase, tratta da "Sans soleil" di Chris Marker, che non avevo mai visto e che ho guardato subito dopo. La trovo magnetica, nei giorni successivi continuo a rileggerla, ad attraversarla, quasi che nello spazio di poche righe possa prendere corpo una verità fondamentale, il senso stesso di un’esistenza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-101621 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi.jpg" alt="" width="1200" height="560" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-300x140.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-1024x478.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-768x358.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-150x70.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-696x325.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-1068x498.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/sanssoleil-mubi-900x420.jpg 900w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong><br />
<em>con la partecipazione di Serena Cacchioli</em></p>
<p>Ricevo da Serena questa frase, tratta da <em>Sans soleil</em> di Chris Marker, che non avevo mai visto e che ho guardato subito dopo. La trovo magnetica, nei giorni successivi continuo a rileggerla, ad attraversarla, quasi che nello spazio di poche righe possa prendere corpo (è sempre e solo questione di corpi) una verità fondamentale, il senso stesso di un’esistenza; ma, quando arrivo al punto finale, mi sembra di averla persa, come se intanto si fosse bruciata.</p>
<blockquote><p>Qui a dit que le temps vient à bout de toutes les blessures ? Il vaudrait mieux dire que le temps vient à bout de tout, sauf des blessures. Avec le temps, la plaie de la séparation perd ses bords réels. Avec le temps, le corps désiré ne sera bientôt plus, et si le corps désirant a déjà cessé d’être pour l’autre, ce qui demeure, c’est une plaie sans corps.</p></blockquote>
<p>Sento il bisogno di appropriarmene, di penetrare il significato in qualche modo, quindi faccio l’unica cosa che mi viene in mente: la traduco.</p>
<blockquote><p>Chi ha detto che il tempo guarisce ogni ferita? Sarebbe meglio dire che il tempo guarisce tutto, tranne le ferite. Col tempo la piaga della separazione perde i margini reali. Col tempo il corpo desiderato scompare in fretta, e se il corpo che desidera (— — —), resta solo una piaga senza corpo.</p></blockquote>
<p>È una stesura di getto, ci avrò messo mezzo minuto — e si vede: è tutto un po&#8217; traballante, non mi convince fino in fondo aver eliminato una ripetizione, quel “venir à bout” iniziale pare uno scoglio insormontabile, così visivo e al contempo astratto, così infinito e insieme perfettamente banale. Per giunta, io che di solito traduco sempre tutto sin dal primo momento, lascio uno spazio bianco: lascio in bianco il corpo desiderante che “a déjà cessé d’être pour l’autre”, forse perché è un pezzo di frase in cui sprofondo.<br />
Mentre cerco on line il nome giapponese che nel film porta il presunto autore di questa frase, mi imbatto in una traduzione italiana, può darsi che sia quella del doppiaggio o della sottotitolazione ufficiale:</p>
<blockquote><p>Chi ha detto che il tempo cura tutte le ferite? Sarebbe meglio dire che il tempo cura tutto tranne le ferite. Con il tempo, la sofferenza della separazione perde i propri reali limiti. Con il tempo, il corpo desiderato scompare in fretta, e se il corpo desiderante ha già smesso di esistere per l’altro, quello che rimane è una ferita&#8230; disincarnata.</p></blockquote>
<p>La traduzione mi colpisce: mi colpisce che la “plaie” sia intesa in senso figurato, che i “bords” siano diventati “confini” (sono i “bords de la plaie”, i due lembi — i due corpi che si separano). Non è una brutta frase: “col tempo, la sofferenza della separazione perde i propri reali limiti”; forse sono persino d’accordo, ma mi sembra che stia dicendo qualcosa di piuttosto diverso da quello che recita il testo francese.<br />
Leggo: “il corpo desiderante ha già smesso di esistere per l’altro”. È detto semplicemente, ed è esatto, riconosco il baratro: l’inaccettabilità di un corpo desiderante che non esiste più per chi è desiderato.<br />
E poi la “ferita… disincarnata”: chi ha tradotto ha usato una bella soluzione per ovviare al problema di non aver scelto “plaie” per “piaga” poco prima. Seduce, la ferita disincarnata, ma dista anni luce dalla “plaie sans corps”: la “plaie sans corps” è il correlativo oggettivo dell’assenza, che non è mai assenza di sofferenza. La “ferita disincarnata” è letteraria, trasfigurata; i puntini sospensivi, che producono enfasi, creano una tonalità emotiva lontanissima dalla concretezza tragica che la frase di Marker esprime.<br />
Scrivo a Serena e, senza anticipare granché di quanto detto finora, le chiedo una sua traduzione. Eccola:</p>
<blockquote><p>Chi ha detto che il tempo cura tutte le ferite? Sarebbe meglio dire che il tempo cura tutto tranne le ferite. Con il tempo la ferita del distacco perde i contorni reali. Con il tempo, il corpo desiderato presto smetterà d’esistere e se anche il corpo desiderante smette di esserci per l’altro, quel che resta è una ferita senza corpo.</p></blockquote>
<p>Poi commenta:</p>
<blockquote><p>Ho tradotto sia <em>blessure</em>, sia <em>plaie</em> con <em>ferita</em>&#8230; non trovavo sinonimi migliori. All’inizio avevo messo «il segno» del distacco, ma la ferita è una ferita, non un segno&#8230; e nemmeno una piaga.</p></blockquote>
<p>Serena ha inoltre tradotto “séparation” con “distacco”, che è una soluzione cui riflettere. Non sono invece d’accordo sul non scegliere il termine “piaga”: la piaga è visiva, è l’apertura infinita, la voragine. Quando mettiamo il dito nella piaga tocchiamo il punto focale della sofferenza, l’assenza da cui originano dolori e desideri.<br />
Prima di farmi leggere il suo testo mi aveva mandato un vocale in cui stava per commentare la traduzione di “venir à bout” nei sottotitoli portoghesi al film, rivisto quella sera in un centro culturale di Lisbona: è un vocale che, per evitare di farmi influenzare, avevo interrotto. Lo ascolto ora:</p>
<blockquote><p>Inizialmente avevo visto il film con i sottotitoli in italiano, quindi sono influenzata da quella traduzione; proverò a dimenticarmela. Quando poi l’ho visto con i sottotitoli in portoghese, c’era quel <em>venir à bout</em> che in portoghese era tradotto… insomma, mi ricordo che in italiano era tradotto con “cura”. E infatti il tempo cura le ferite.</p></blockquote>
<p>Così, la traduzione portoghese si perde nel non detto. Il tempo forse <em>cura</em> le ferite, è vero: ma non le <em>guarisce</em>, è proprio questo che la frase francese indica. La cura implica un lavoro costante, potenzialmente ininterrotto; non è un <em>venir à bout</em>, non c’è necessariamente una riuscita, una risoluzione. Marker forse concorderebbe sul fatto che il tempo cura le ferite, ma qui gli preme sottolineare che non le guarisce.<br />
Mi viene voglia di guardare una delle traduzioni spagnole del testo:</p>
<blockquote><p>¿Quién ha dicho que el tiempo vence a todas las heridas? Mejor sería decir que el tiempo vence a todas las cosas, excepto a las heridas. Con el tiempo, la herida de la separación pierde sus contornos reales. Con el tiempo, el cuerpo deseado ya no lo será más, y si el cuerpo deseado ha dejado de ser para el otro, lo que queda es una herida sin cuerpo.</p></blockquote>
<p>Un nuovo scarto dalla norma: se di solito in spagnolo «el tiempo cura las heridas», qui addirittura il tempo <em>vince</em> le ferite, forse sul modello di «el amor todo lo vence».<br />
L’idea del <em>superamento</em> del dolore, che non implichi un vero attraversamento, è una delle più errate e nocive narrazioni del contemporaneo: superare il dolore come se si trattasse di un ostacolo, di un intralcio, e non di uno stato fondamentale dell’essere; il corollario evidente è che il mancato superamento del dolore costituisce un fallimento senza appello.<br />
Su questa scia, l’immagine della «vittoria» contro la ferita rimanda a un modello esistenziale in cui regna il mito del successo a tutti i costi: il successo come una colata di cemento sopra ogni caduta o strappo, sulle asperità inevitabili di cui è costellato il quotidiano.<br />
Almeno, la ferita è rimasta «sin cuerpo», senza corpo, mentre nella traduzione inglese ritorna ciò che trovavamo nella versione italiana:</p>
<blockquote><p>Who said that time heals all wounds? It would be better to say that time heals everything except wounds. With time, the hurt of separation loses its real limits. With time, the desired body will soon disappear, and if the desiring body has already ceased to exist for the other, then what remains is a wound&#8230; disembodied.</p></blockquote>
<p>Durante questi andirivieni linguistici ho ripensato la mia traduzione, pur non avendola ancora appuntata. Il finale che avevo scelto all’inizio («resta solo una piaga senza corpo») non funziona, non chiude magnificamente il cerchio come in francese: è troppo repentino, è piatto. Provo così: “ciò che/quello che resta è una piaga senza corpo”. Ma manca sempre qualcosa, manca la pausa data dalla virgola, che prepara al colpo di grazia: ed è una virgola possibile solo in francese, per via della struttura col presentativo; in italiano mai inserirei una virgola tra soggetto e verbo, o tra proposizione soggettiva e proposizione principale, come in questo caso.<br />
Mi chiedo come mai ho un’immagine grafica dell’ultima frase: di colpo mi ricordo che, nel copia e incolla fatto da Serena, qualcosa era stato inavvertitamente messo a capo. E allora:</p>
<blockquote><p>Chi ha detto che il tempo guarisce le ferite? Bisognerebbe dire che il tempo guarisce tutto, tranne le ferite. Col tempo la piaga della separazione perde i margini reali. Col tempo il corpo desiderato scompare, e, se il corpo che desidera ha già smesso d’esistere per l’altro, ciò che resta è una piaga<br />
senza corpo.</p></blockquote>
<p>Non è una fine, ma un inizio. La traduzione come avvicinamento, continuo attraversamento: <em>on n’en vient jamais à bout</em>. In fondo, anche la traduzione è una piaga senza corpo.</p>
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		<title>Mots-clés__Sirene</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2020 05:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[abril 74]]></category>
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		<category><![CDATA[Il silenzio delle sirene]]></category>
		<category><![CDATA[joan miró]]></category>
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		<category><![CDATA[musica catalana]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione dei garofani]]></category>
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					<description><![CDATA[Sirene di Serena Cacchioli Lluis Llach, Abril 74 -&#62; play ___ ___ Franz Kafka, Il silenzio delle sirene [Da Tutti i racconti, a cura di Ervino Pocar, Mondadori, 1970] Per dimostrare che anche mezzi insufficienti, persino puerili, possono procurare la salvezza. Per difendersi dalle sirene Ulisse si empì le orecchie di cera e si fece incatenare all’albero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sirene</strong><br />
di <strong>Serena Cacchioli</strong></p>
<p style="text-align: right;">Lluis Llach, <em>Abril 74</em> -&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Jptmz2svi5g">play</a></p>
<p>___</p>
<figure id="attachment_86228" aria-describedby="caption-attachment-86228" style="width: 526px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-86228" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927.jpg" alt="" width="526" height="658" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927.jpg 784w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927-768x961.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927-250x313.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927-200x250.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927-160x200.jpg 160w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /><figcaption id="caption-attachment-86228" class="wp-caption-text">Joan Miró, La sirène, 1927</figcaption></figure>
<p>___</p>
<p>Franz Kafka, <em>Il silenzio delle sirene </em>[Da <em>Tutti i racconti</em>, a cura di Ervino Pocar, Mondadori, 1970]</p>
<p>Per dimostrare che anche mezzi insufficienti, persino puerili, possono procurare la salvezza.<br />
Per difendersi dalle sirene Ulisse si empì le orecchie di cera e si fece incatenare all’albero maestro. Qualcosa di simile avrebbero potuto fare beninteso da sempre tutti i viaggiatori, tranne quelli che le sirene adescavano già da lontano, ma in tutto il mondo si sapeva che ciò era assolutamente inutile. Il canto delle sirene penetrava dappertutto, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato altro che catene e alberi maestri! Ma non a questo pensò Ulisse, benché forse ne avesse sentito parlare. Aveva piena fiducia in quella manciata di cera e nei nodi delle catene e, con gioia innocente per quei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene.<br />
Sennonché le sirene possiedono un’arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Nessun mortale può resistere al sentimento di averle sconfitte con la propria forza e al travolgente orgoglio che ne deriva.<br />
Di fatto all’arrivo di Ulisse le potenti cantatrici non cantarono, sia credendo che tanto avversario si potesse sopraffare solo col silenzio, sia dimenticando affatto di cantare alla vista della beatitudine che spirava il viso di Ulisse, il quale non pensava ad altro che a cera e catene.<br />
Egli invece, diremo così, non udì il loro silenzio, credette che cantassero e immaginò che lui solo fosse preservato dall’udirle. Di sfuggita le vide girare il collo, respirare profondamente, notò i loro occhi pieni di lacrime, le labbra socchiuse, e reputò che tutto ciò facesse parte delle melodie che, non udite, si perdevano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò soltanto il suo sguardo fisso alla lontananza, le sirene scomparvero, per così dire, di fronte alla sua risolutezza, e proprio quando era loro più vicino, egli non sapeva più nulla di loro.<br />
Esse invece, più belle che mai, si stirarono, si girarono, esposero al vento i terrificanti capelli sciolti e allargarono gli artigli sopra le rocce. Non avevano più voglia di sedurre, volevano soltanto ghermire il più a lungo possibile lo splendore riflesso dagli occhi di Ulisse.<br />
Se le sirene fossero esseri coscienti, quella volta sarebbero rimaste annientate. Sopravvissero invece, e avvenne soltanto che Ulisse potesse scampare.<br />
La tradizione però aggiunge qui ancora un’appendice. Ulisse, dicono, era così ricco di astuzie, era una tale volpe che nemmeno il Fato poteva penetrare il suo cuore. Può darsi – benché non riesca comprensibile alla mente umana – che realmente si sia accorto che le sirene tacevano e in certo qual modo abbia soltanto opposto come uno scudo a loro e agli dèi la sopra descritta finzione.</p>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
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		<title>Allegria alla fine del mondo. Quattro poesie di Andreia C. Faria</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/18/quattro-poesie-di-andreia-c-faria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2020 05:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; traduzione e cura di Serena Cacchioli &#160; Andreia C. Faria è nata a Porto nel 1984. Nel 2008 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, De haver relento (Cosmorama Edições), seguito da Flúor (Textura Edições, 2013), Um pouco acima do lugar onde melhor se escuta o coração (Edições Artefacto, 2015) e Tão [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_86304" aria-describedby="caption-attachment-86304" style="width: 423px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-86304" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Schermata-2020-09-14-alle-23.51.50.png" alt="" width="423" height="511" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Schermata-2020-09-14-alle-23.51.50.png 423w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Schermata-2020-09-14-alle-23.51.50-248x300.png 248w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Schermata-2020-09-14-alle-23.51.50-250x302.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Schermata-2020-09-14-alle-23.51.50-200x242.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Schermata-2020-09-14-alle-23.51.50-160x193.png 160w" sizes="(max-width: 423px) 100vw, 423px" /><figcaption id="caption-attachment-86304" class="wp-caption-text">Helena Almeida &#8211; Study for Inner Improvement &#8211; 1974</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>traduzione e cura di <strong>Serena Cacchioli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Andreia C. Faria è nata a Porto nel 1984. Nel 2008 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, <em>De haver relento</em> (Cosmorama Edições), seguito da <em>Flúor </em>(Textura Edições, 2013), <em>Um pouco acima do lugar onde melhor se escuta o coração</em> (Edições Artefacto, 2015) e <em>Tão Bela Como Qualquer Rapaz </em>(Língua Morta, 2017), che ha ricevuto il Premio della Società Portoghese degli Autori nel 2017 come miglior libro di poesia. Nel 2019 ha vinto il premio Letterario della Fondazione Inês de Castro con il libro <i>Alegria para o fim do mundo</i> (Porto Editora, 2019). Propongo in traduzione quattro poesie tratte da quest&#8217;ultima antologia, <i>Allegria alla fine del mondo</i>, che riunisce una selezione di testi delle opere precedenti.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se mi arrivano nuove di chi ancora sei<br />
mi si sporcano le guance di fuliggine e rossore,<br />
m’annerisce la tristezza e ulula, si rivolta<br />
in petto la terra scura.</p>
<p>Sale in me un immenso fragore, se il tuo nome<br />
ancora sento, uno sciame la testa,<br />
i nodi delle dita blasone<br />
d’idiomatica furia, malinconico insorgere<br />
di maschera tribale.</p>
<p>Mia madre, che non ha mai saputo<br />
chi fossi o ancora sei, vede nascermi negli occhi<br />
cattiveria pura e senza pianto, paesaggio lacustre,<br />
liquore spesso.</p>
<p>Come alcol d’alta gradazione, mia madre vede in me<br />
cattiveria incontaminata se mi arrivano<br />
notizie di chi sei, che ancora vivi, che passi<br />
le paludi a guado</p>
<p>e al galoppo mandi saluti<br />
all’imbranato demonio che mi assale.</p>
<p>*</p>
<p>NARCISI</p>
<p>Un alito venereo entrando in macchina, un’eccitazione funebre, e li vidi: caduti, caldi di sete, febbrili, le palpebre calpestate dal sole.<br />
Avevi colto narcisi per me, ma li avevi dimenticati in macchina, e se ne stavano lì come figli unici, la carne tiepida, mansueta per il ripudio, avidi di profumo e di straniamento dalla terra.<br />
Poteva essere mio il gesto: toccare il tuo volto, il taglio della tua gioventù. Ossa massicce ti facevano capolino spaurite sottopelle, la tesa architettura che serbavi come una cicatrice. Avrei potuto toccare il fiore inesperto della lama sulla tua guancia, berlo, acquifero su una mappa arida. Era un amore concepibile. Ma venuto da chissà che perfette solitudini, da un’educazione altezzosa in cui nemmeno l’acqua calda ci fece venire in mente che stavamo vivendo. Un amore di denti che non brillano, il sesso rappreso e spesso, ferito dalla polvere, suolo inadatto dove posare le radici urgenti.</p>
<p>*</p>
<p>SCARNIFICAZIONE</p>
<p><em>Fino a trent’anni hai</em><br />
<em>la faccia che ti ha dato Dio. Dopo</em><br />
<em>hai la faccia che ti meriti. </em>È una promessa<br />
d’ironia, una sentenza<br />
senza ricorso.</p>
<p>Ti viene detto:<br />
sei in balìa dell’intimo travaglio<br />
di quel che mangi, del numero di ore che dormi,<br />
di quello che fai e soprattutto<br />
di quello che pensi. Dio<br />
(perdonagli la debolezza)<br />
ci tollera mentre siamo giovani,<br />
ci protegge, ci accarezza<br />
la fronte dopo un dolore, forse<br />
ci ama, ma ci lascia<br />
soli quando la bellezza<br />
è terreno poco saldo</p>
<p>e assiste da lontano<br />
alla temeraria sfida lanciata<br />
a ogni figlio.</p>
<p>Sai allora che il volto è un fiore<br />
piantato nel buio, una corolla<br />
tenera, rotonda e impenetrabile<br />
che si schiude e si apre<br />
con petali lisci e brillanti, o<br />
confusi e spettinati,<br />
a seconda della forza<br />
e la direzione del vento.</p>
<p>*</p>
<p>Con gli stivali sporchi e la pelle intatta<br />
tornare a casa.<br />
Con le suole maculate, appiccicose, i passi<br />
che hanno ordito nel piscio un insistente miele.<br />
Lo stivale è uno stelo<br />
che allude alla purezza caduta<br />
alla purezza versata<br />
e fiorisce<br />
attorno a bar e orinatoi, cavalcando un fianco<br />
un solo cranio che fa il giro della notte<br />
con il ferro spurio delle stelle.</p>
<p>Un piede nudo sulla ghiaia ferisce la vista.<br />
L’inguine porta il sangue al proprio sostegno.<br />
Qui un frutto<br />
gocciolante dal cuore<br />
dovrà ascendere alla carne.</p>
<p>Ma lo stivale è carne lavorata.<br />
Che supplica la strada,<br />
che delira.</p>
<p>Nel suo scricchiolare di pietra canta<br />
il cuoio delle comete e affonda<br />
ai piedi del letto.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Mots-clés__Maiale, porco, cochon</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/10/06/mots-cles-7/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Oct 2019 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[463 tisanas]]></category>
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		<category><![CDATA[cochon]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Maiale, porco, cochon di Serena Cacchioli &#160; Jacques Brel, Les bourgeois -&#62; play ___ &#160; ___ Da Ana Hatherly, 463 tisanas, Lisboa, Quimera Edições, 2006 (trad. di Serena Cacchioli). Tisane 11 Stavo tranquillamente guardando il mio programma in televisione quando all’improvviso capii che la missione dello spirito creatore è la più trascendente di tutte perché un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Maiale, <em>porco</em>, <em>cochon</em></strong><br />
di<strong> Serena Cacchioli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Jacques Brel, <em>Les bourgeois </em>-&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=y-ewGIghpyo">play</a></p>
<p>___</p>
<figure id="attachment_80440" aria-describedby="caption-attachment-80440" style="width: 516px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-80440" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/16baceae0ba500036307776777a90bfb.jpg" alt="" width="516" height="720" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/16baceae0ba500036307776777a90bfb.jpg 516w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/16baceae0ba500036307776777a90bfb-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/16baceae0ba500036307776777a90bfb-250x349.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/16baceae0ba500036307776777a90bfb-200x279.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/16baceae0ba500036307776777a90bfb-160x223.jpg 160w" sizes="(max-width: 516px) 100vw, 516px" /><figcaption id="caption-attachment-80440" class="wp-caption-text">Paula Rego, Galanteio do príncipe porco [Corteggiamento del principe-maiale], 2006.</figcaption></figure>
<p>___</p>
<p>Da Ana Hatherly, <em>463 tisanas</em>, Lisboa, Quimera Edições, 2006 (trad. di Serena Cacchioli).</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Tisane</strong></p>
<p>11</p>
<p>Stavo tranquillamente guardando il mio programma in televisione quando all’improvviso capii che la missione dello spirito creatore è la più trascendente di tutte perché un giorno lo spirito creatore smetterà di essere necessario. È da lì che deriva l’importanza dell’arte e la sua inutilità. Il mio maiale Rosalina è della mia stessa opinione. Tutti i venerdì va dalla parrucchiera a farsi una mise.</p>
<p>26</p>
<p>Camminavo orgogliosa in compagnia del mio maiale quando all’improvviso mi trovai nel più inusitato stato di perplessità quando sentii dire la donna è un essere estraneo.<br />
La perplessità è un accadimento. Per questo capendo velocemente chiesi estraneo a chi. Chi, io lo ignoravo, proferì la famigerata sentenza inciampò e disse lei è incomprensibile ciò è comprensibile. Non esitai. Era visibile. Avanzai e dissi a chi. Ma chi non disse. Allora dissi al mio maiale Rosalina tienimi la coda. Salimmo ancora un gradino. Mi sedetti. Poi chiesi a Rosalina di pettinarmi le orecchie.</p>
<p>28</p>
<p>La civilizzazione consiste nell’imparare a fare naturalmente tutto ciò che non è naturale. È da lì che deriva l’idea dell’angelismo perché l’animale in noi consente tutto. Solo ogni tanto succede di sentire una strana malinconia e scacciando una mosca diciamo che voglia che avrei di andare in campagna.</p>
<p>29</p>
<p>Quando arrivai a casa il mio maiale Rosalina stava scrivendo a macchina. Rimasi in uno stato di perplessità e poi le chiesi cosa stai facendo lì. Senza alzare la testa Rosalina m’indicò il foglio col piede di porco invitandomi a leggere. Il foglio era bianco perché Rosalina aveva tolto il nastro dalla macchina per avvolgerselo alla coda riccioluta che in quel momento agitava con piacere. Rosalina mi ha sempre spinta a immergermi nella metafisica. Perciò senza dire niente mi diressi in cucina. Aprii il cassetto delle posate. Tolsi il coltello grande dalla custodia del trinciante. Accesi il fuoco e misi a scaldare la griglia. Andai di nuovo nello studio dove Rosalina scriveva a macchina. Le tagliai due fettine di lombo. Quel che basta per un bel pasto. Tagliai anche un pezzetto di nastro per abbellire il piatto.</p>
<p>256</p>
<p>Dopo tanti anni senza nessun contatto, questa notte ho sognato il mio maiale Rosalina. Schiva e curiosamente non-mia. Cerco di conquistarla e poco a poco ci riesco. Si erge vestita con il mio pigiama rosso-lampone e dice: voi umani siete molto strani, state sempre lì a volerci tranquillizzare.</p>
<p>302</p>
<p>Oggi è il mio compleanno. Devo festeggiare. Vado al supermercato e compro costolette di maiale in omaggio a Rosalina. In tutti i gesti utili c’è sempre qualcosa di orribile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fischiettando come se niente fosse &#8211; Un racconto di Mário Dionísio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/09/07/fischiettando-un-racconto-di-mario-dionisio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Sep 2019 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Assobiando à vontade]]></category>
		<category><![CDATA[casa da achada]]></category>
		<category><![CDATA[Fischiettando come se niente fosse]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Tavani]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura portoghese]]></category>
		<category><![CDATA[Mário Dionísio]]></category>
		<category><![CDATA[O dia cinzento e outros contos]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[serena cacchioli]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; a cura di Serena Cacchioli Mário Dionísio (1916-1993) è stato uno dei principali protagonisti e teorici del neorealismo portoghese. Il neorealismo di Mário Dionísio si allontana dal naturalismo dogmatico e si dedica a svelare le contraddizioni della società a lui contemporanea con un&#8217;espressività personale e collettiva allo stesso tempo. Scrive di lui Giuseppe Tavani: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-80398" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1.jpg" alt="" width="380" height="550" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1.jpg 380w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1-250x362.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1-200x289.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/22_1955_MD-1-160x232.jpg 160w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>a cura di<br />
<strong>Serena Cacchioli</strong></p>
<p>Mário Dionísio (1916-1993) è stato uno dei principali protagonisti e teorici del neorealismo portoghese. Il neorealismo di Mário Dionísio si allontana dal naturalismo dogmatico e si dedica a svelare le contraddizioni della società a lui contemporanea con un&#8217;espressività personale e collettiva allo stesso tempo. Scrive di lui Giuseppe Tavani: «una dosatissima alleanza di liricità e di violenza combattiva, di fiducioso libertarismo e di disperata coscienza dell’illibertà: è in questa armonia di vita, in cui la speranza frustrata &#8220;rispunta sotto il manto complice delle cose&#8221;, che risiede il fascino di una tra le più interessanti voci della poesia neorealista».</p>
<p>Narratore e critico, oltre che poeta, Mário Dionísio si è dedicato anche al racconto, al romanzo, alla pittura e soprattutto alla critica letteraria e artistica.</p>
<p>In italiano sono state tradotte soltanto alcune poesie da Giuseppe Tavani all&#8217;interno dell’antologia: <em>Da Pessoa a Oliveira. La moderna poesia portoghese. Modernismo Surrealismo Neorealismo</em>, Edizioni Accademia, Milano, 1973.</p>
<p>Il racconto <em>Fischiettando come se niente fosse, </em>che presento qui in una mia traduzione inedita, è tratto da <em>O dia cinzento e outros contos</em><em> </em>(Il giorno grigio e altri racconti)<em> </em>[prima ed. 1944, nuova ed. 1967].</p>
<p>Oggi la <a href="http://www.centromariodionisio.org/"><strong>Casa da Achada – Centro Mário Dioníso</strong></a> di Lisbona è un archivio vivo che divulga l’opera dello scrittore, poeta, pittore, critico e professore. Dal 26 al 30 settembre 2019 festeggerà 10 anni di attività con mostre, concerti e dibattiti.</p>
<p><strong>___ </strong></p>
<p><strong>FISCHIETTANDO COME SE NIENTE FOSSE</strong></p>
<p>A quell’ora il traffico si complicava. I negozi, gli uffici, certe botteghe riversavano in strada centinaia di persone. E le vie, le piazze, le fermate dei tram che erano state progettate quando non c’era, nei negozi, negli uffici, nelle botteghe, tanta gente, si riempivano all’improvviso. Sui marciapiedi larghi delle grandi piazze ci si scontrava. Le persone perbene dovevano chiudere un occhio su quella mancanza di riguardo e non trovavano altra via se non spintonare ed essere spintonati a loro volta e ogni tanto imprecare. I tram s’incolonnavano in fila uno dietro l’altro. Seguivano lenti, carichi fin sulle predelle esterne e su quelle posteriori, delle centinaia di persone che a quell’ora saltavano fuori di fretta dai negozi, dagli uffici, dalle botteghe. Inoltre, nelle belle giornate come quella, le vie della Baixa si riempivano di tipi eleganti che andavano a fare il loro giro delle cinque per le novità dei negozi e per le sale da tè, per far passare il tempo in qualche modo, vedere facce conosciute, salutare ed essere salutati, e tornavano a casa soltanto all’ora di cena.</p>
<p>La moltitudine proponeva una fraternizzazione forzata. Si doveva chiedere scusa al garzone a cui si pestavano i piedi, implorare le persone aggrappate in tram che si stringessero un po’ di più per poter infilare un piede, solo un piede nient’altro, in un angolino, spesso sorridere a gente che non si era mai vista prima e che si aveva voglia di insultare. I signori e le signore eleganti naturalmente trovavano che tutto ciò fosse una gran seccatura. Soprattutto la necessità assoluta di continuare a stare su quei mezzi strapieni su cui non viaggiavano solo gentiluomini, ma anche certa gentaglia poco corretta, e in cui questi stessi uomini e donne volgari esalavano un odore insopportabile. Eppure che si doveva fare se non buttarsi tutti in quel mare di gente che spingeva, superava, pestava e farneticava fino ad arrivare alla vettura? Che fare se non spingere, superare, pestare e farneticare?</p>
<p>Il convoglio seguitava lentamente e pieno come gli altri. Per fortuna c’era ancora qualche uomo corretto in città e qualche donnina che sapeva quale fosse il suo posto. Solo per questo motivo le signore che avevano messo a repentaglio scarpe e cappelli in quella gran bolgia e alcuni gentiluomini rispettabili erano riusciti a sedersi.</p>
<p>Nei primi istanti di viaggio, la gente si girava sui sedili, preoccupata, cercando di vedere se il marito, un’amica, un figlio fossero per caso rimasti a terra. Quelli che erano rimasti in piedi osavano fare un passo dentro alla vettura, per vedere se per caso fosse avanzato qualche posto vuoto. E subito s’alzavano proteste. Poi si accomodavano tutti alla bell’e meglio, alzavano le braccia perché non gli si schiacciassero i pacchetti, si chiudevano bene le giacche e le borse dove tenevano i soldi, l’autista tirava varie volte e con forza la corda del campanello, posti esauriti, e il convoglio si trascinava avanti in silenzio.</p>
<p>I signori rispettabili, comprensibilmente e silenziosamente arrabbiati con i compagni a lato, iniziavano a dispiegare i giornali della sera e a leggere le notizie a voce alta. Le signore, visibilmente di cattivo umore, s’aggiustavano i cappelli e i colletti delle giacche. Prendevano gli specchietti dalla borsa e passavano tutto in rivista: cappello, capelli, occhi, labbra. Da non crederci. Una era rimasta con il cappello completamente spostato su un lato, un’altra aveva perso un guanto nella confusione. Poi mettevano via gli specchi, si riaccomodavano meglio, percorrevano con le dita gli anelli di una mano e poi dell’altra per vedere se erano al loro posto, se c’erano tutti. Si guardavano tra loro, molto serie, come chi non nota nulla. Recuperavano poco a poco la dignità che quello sproposito di entrata in tram aveva fatto evaporare.</p>
<p>In curva le ruote stridevano sui binari, sotto l’enorme peso. Silenzio, finalmente – anche se spezzato di tanto in tanto dal campanello, quando a qualcuno veniva la triste idea di voler scendere, tra il dispiegarsi di giornali e la voce dei popolani, incastrati sul gradino d’entrata.</p>
<p>Tutto era tornato alla normalità. La marcia del convoglio, l’incasso del biglietto, lo spazio tra le persone, che rigorosamente non riuscivano a separarsi le une dalle altre nemmeno di un centimetro. E, così, lentamente, per curve e rette, per vie e piazze, quel convoglio seguiva il proprio destino di raccogliere gente ed essere insultato, su una delle varie linee che univano il centro della città ai quartieri relativamente nuovi, dove la separazione tra la cosiddetta classe media e le fasce più basse della popolazione non era ancora stata stabilita come si deve.</p>
<p>A un certo punto, però, dalla parte posteriore arrivò un tumulto. Proteste. Indignazione. Le teste si giravano dentro alla vettura. E si vide un ometto che spingeva tutti dicendo che c’erano posti vuoti davanti, che lo lasciassero passare. Tanto spinse che riuscì a passare. Tanto riuscì a passare che riuscì a entrare dentro al tram, avanzò e andò a sedersi in un posto su un lato che era effettivamente vuoto là davanti, accanto a una signora a dir poco opulenta.</p>
<p>Fu uno stupore generale e silenzioso. Nessuno aveva visto il posto vuoto. E men di tutti, come si può ben immaginare, la stessa signora opulenta. Tutti gli ardimentosi hanno fortuna.</p>
<p>L’uomo, che portava un cappello sgualcito e un soprabito marrone piuttosto luccicante sui lati, a dire il vero non si sedette. Si sotterrò nel sedile, con le mani tutte infilate nelle tasche. Che tipo! Doveva essere più giovane di quanto sembrasse per via dei capelli brizzolati e della barba di qualche giorno. La signora opulenta arricciò la fronte e si riassettò sul sedile, per così dire, come chi cerca di occupare meno spazio. In verità, si sistemò meglio. La sua intenzione era quella di far notare all’ometto la sconvenienza di quel suo atteggiamento. Ma lui non vide niente di tutto ciò o finse di non vedere. Guardò vagamente le persone che aveva davanti, distese le labbra e cominciò a fischiettare. A fischiettare proprio come se niente fosse dentro alla vettura!</p>
<p>All’inizio era un fischiettare basso, poco sicuro, impercettibile quasi. Poi, poco a poco, il tipetto si entusiasmò. E il fischio aumentò d’intensità. Si sentiva già in tutto il tram. I passeggeri, che avevano recuperato a fatica la loro dignità, fingevano di non notare né l’uomo, né il suo fischiettio. E si tranquillizzarono quando l’autista si rivolse al nuovo arrivato. Gli avrebbe detto di zittirsi, di certo. Macché! Con il mazzo di biglietti in mano e con la pinza puntata, si limitò a dire: «Signore?» Il passeggero tirò fuori la mano dalla tasca e, senza smettere di fischiettare, gli tese il palmo aperto. Aspettò che gli prendessero la moneta, prese il biglietto e tornò a infilare la mano in fondo alla tasca. Tutti seguivano la scena, interessati. Ma quando l’uomo guardò casualmente le persone attorno, tutti girarono lo sguardo come se lui non esistesse.</p>
<p>Il fischiettio, a volte, era basso, si sentiva appena, altre volte era alto, molto alto, con gorgheggi ridicoli e irritanti. Nessuno sapeva cosa stesse fischiettando. E neanche lui lo sapeva. Una cosa qualsiasi che aveva voglia di fischiettare come gli pareva. A volte ripeteva i suoni come un ritornello. Altre volte, però, la maggior parte delle volte, passava a nuove combinazioni, ora flebili, ora violente, senza volerne più sapere delle altre rimaste indietro.</p>
<p>La gente cominciava a guardarsi di sottecchi. Si era mai vista una cosa del genere? Un gentiluomo o l’altro alzava, ogni tanto, lo sguardo dal giornale, corrugava la fronte, guardava con ostilità l’uomo col cappello sgualcito e il soprabito marrone, con la speranza che lui si vergognasse e la smettesse una volta per tutte. La signora opulenta, al colmo dello stupore, non osava nemmeno alzare lo sguardo, offesissima perché, senza aver nessuna colpa, si trovava in piena zona di scandalo. A cosa le toccava sottoporsi! E nel silenzio della vettura, il fischiettio aumentava di volume. Forse, in fondo, quel gorgheggio ridicolo non era affatto spiacevole. Semplicemente un tram non era il luogo più adeguato per esibizioni di questo tipo. Perché l’autista non interveniva? L’autista era l’autorità della vettura. Perché non sarebbe dovuto intervenire? Si vede che era fatto della sua stessa stoffa. La verità, però, era che non si sapeva di nessun regolamento che impedisse ai passeggeri di fischiettare. Incollati ai vetri del tram c’erano fogli che proibivano di fumare, di sputare all’interno della vettura. Era proibito aprire le finestre nei mesi invernali. Ma nemmeno una parola sul fischiettare.</p>
<p>All’improvviso, una bambina che stava seduta accanto a una finestra e si era stufata di guardare la strada s’interessò all’uomo. Lo trovava simpatico, con il suo cappello sgualcito, il soprabito marrone, il suo fischiettio&#8230; Era una bambina molto pallida, con i capelli biondi e ricci, vestita di blu. S’interessò tanto all’uomo che iniziò ad applaudire. Ma una signora giovane e bella, che stava seduta al suo fianco, le prese le mani con gentilezza e gliele divise. Doveva stare un po’ ferma e in silenzio. Non si doveva far rumore sul tram. Una bella bambina non fa rumore. «Che ho detto alla mia bambina?». Allo stesso tempo però, alla signora giovane e bella quell’uomo non stava antipatico. Guardava i pacchi di carta vistosa che portava sulle ginocchia e pensava: se non ne potessi più e iniziassi anch’io a fischiettare? In fondo, ammirava la poca cerimoniosità dell’uomo col cappello sgualcito. Non sarebbe stato adorabile se lei stessa, una signora sposata e madre di una bambina di cinque anni, avesse cominciato a fischiettare su un tram, nel momento in cui ne aveva voglia? Quando aveva l’età della figlia, la signora bella andava spesso in campagna, vestita con abiti vecchi, per potersi buttare sull’erba a piacimento. Aveva una voce molto soave e fresca, le piaceva fare esattamente quello che una bella bambina non dovrebbe fare. Gli amici del padre la prendevano in braccio, la lanciavano in aria. E lei rideva, rideva, rideva fino a soffocarsi. La madre diceva: «Allora, allora, un po’ di contegno, non si ride in questo modo». E più le diceva così, più le veniva voglia di ridere, ridere, ridere.</p>
<p>Ogni tanto un passeggero usciva. I gradini d’entrata e d’uscita si svuotavano. E poco a poco, quelli che restavano si abituarono a quello stupido fischiettio. Gli uomini avevano dimenticato i giornali. Alcune signore sorridevano. Si era mai vista una stupidata del genere? Soprattutto la signora opulenta non ne poteva più. Stringeva le labbra. Seduta su un sedile di lato, incrociava gli occhi di tutti. Era insopportabile. E la signora bella pensava all’aria aperta e ai tempi d’infanzia. A scuola aveva imparato a fischiettare e a lanciare la trottola. Certe voci le erano rimaste dentro: «Una bambina che fischietta, Nini?».</p>
<p>A un certo punto l’uomo, senza smettere di fischiettare, si alzò e tirò la corda della campanella. Era un ometto insignificante, ancora giovane e con i capelli già grigi, il cappello sgualcito, il soprabito marrone molto luccicante sui lati. Ma c’era in lui una sovrana indifferenza a tutto il tram. Tutti lo guardavano. Con disprezzo? Con ironia? Con invidia? Aprì la porta, la chiuse e saltò quando la vettura era ancora in movimento. Le persone allora si girarono a guardarsi, non resistettero più e risero. Che buontempone! Si scusavano, si spiegavano senza parole. Si capivano. Un minuto di semplicità e simpatia li illuminò. La bambina che aveva applaudito pulì con la mano il vetro appannato del finestrino alla ricerca dello strano passeggero. Lo vide attraversare la strada, continuare sul marciapiede accanto alle case, sparire. Solo allora la signora giovane e bella, che era la madre della bambina, aprì gli occhi. Oggi nessuno la chiamava Nini. Nini era la figlia. Ora era lei che diceva alla figlia: «Una bambina che fischietta, Nini! Una bella bambina non fa rumore».</p>
<p>Era rimasto sulle labbra e sugli occhi di tutti un sorriso di bonaria ingenuità. Dopo, questo sorriso si spense lentamente. Morì. Tutti ripresero coscienza del loro momentaneo calo di decoro. Si ricordarono dei loro pacchetti, dei loro anelli, dei loro giornali. Che sciocchezza! Non c’era altra parola. Che sciocchezza! I gentiluomini ricominciarono a leggere i titoli delle notizie. Le signore si aggiustarono i colletti delle giacche. La bambina guardò di nuovo la strada.</p>
<p>Tutto tornò, pesantemente, a riempirsi di silenzio e dignità.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Manuale di atti sovversivi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Dec 2017 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Judite Canha Fernandes]]></category>
		<category><![CDATA[O mais difícil do capitalismo é encontrar o sítio onde pôr as bombas]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[poesia portoghese]]></category>
		<category><![CDATA[serena cacchioli]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; a cura di Serena Cacchioli Judite Canha Fernandes è nata a Funchal, sull&#8217;isola di Madeira, nel 1971. È performer, femminista, curinga (di Teatro dell&#8217;Oppresso/a), scrittrice, bibliotecaria, attivista, madre e ricercatrice, senza un ordine preciso, ed è stata rappresentante europea nel Comité International della Marcia Mondiale delle Donne tra il 2010 e il 2016. Le sue opere spaziano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_71278" aria-describedby="caption-attachment-71278" style="width: 960px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-71278 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/settimo-giorno-danzo.jpg" alt="" width="960" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/settimo-giorno-danzo.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/settimo-giorno-danzo-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/settimo-giorno-danzo-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption id="caption-attachment-71278" class="wp-caption-text">&#8220;E il settimo giorno ballò&#8221; &#8211; Lisbona, 2017</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>a cura di <strong>Serena Cacchioli</strong></p>
<p>Judite Canha Fernandes<strong> </strong>è nata a Funchal, sull&#8217;isola di Madeira, nel 1971. È performer, femminista, curinga (di Teatro dell&#8217;Oppresso/a), scrittrice, bibliotecaria, attivista, madre e ricercatrice, senza un ordine preciso, ed è stata rappresentante europea nel Comité International della Marcia Mondiale delle Donne tra il 2010 e il 2016.</p>
<p>Le sue opere spaziano dalla poesia al teatro, dalla letteratura per l&#8217;infanzia ai racconti brevi. I componimenti che presento, tradotti da me, fanno parte del «Manuale di atti sovversivi», pubblicato nella raccolta <em>O mais difícil do capitalismo é encontrar o sítio onde pôr as bombas</em> (<em>La cosa più difficile del capitalismo è trovare il posto dove mettere le bombe, </em>Urutau Editora, São Paulo, Brasil. Poesia, 2017, inedita in italiano). Il Manuale nasce da un esperimento di creazione collettiva. Judite ha chiesto a un certo numero di persone di dirle un gesto &#8211; un semplice gesto privato &#8211; che ognuno di loro fa, quotidianamente o meno, contro il capitalismo. Il risultato è un manuale poetico e collettivo straripante di idee sovversive.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>manuale di atti sovversivi</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> II. </strong><strong style="line-height: 1.5;">(atti di ricapitalizzazione)</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>decoro la casa con mobili e fiori di strada<br />
smetto di mangiare carne                  spengo la tv<br />
sono inutile                 non servo<br />
(non servo per sposarmi                   non servo per lavorare<br />
non servo per dare l’esempio            l’arte non serve a niente<br />
io non servo)<br />
offro arte sulla via pubblica               faccio la pipì nei prati.<br />
faccio e disfo i colori<br />
riutilizzo<br />
i dolori, gli amori, il tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>pago l’affitto in collettivo, secondo i redditi<br />
o<br />
la loro<br />
mancanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>faccio pupazzi da dito e li scambio per la lana delle vicine<br />
cerco il nome di una poetessa dell’Ottocento<br />
fra i contatti del telefonino<br />
uso i vestiti di mia madre<br />
tengo i soldi sotto al cuscino<br />
bevo il caffè del commercio equo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il problema è che ogni volta che voglio mettere una bomba contro il<br />
capitalismo, nel frattempo lo uso.<br />
(perdonami signore, perché pecco di ridondanza. attraggo e capto<br />
fondi di capitale per distruggere nidi di capitale)<br />
per costruire la bomba           (o la faccio in un picnic)<br />
o cerco la ricetta su internet<br />
chiedo un prestito a una banca<br />
vado a far compere al centro commerciale<br />
e non so mai dove mettere la bomba.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>divorzio da un bancario.<br />
(e quella banca non sarà mai più la stessa:<br />
bca                 banif                    santander)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>torno a casa<br />
semino il mio orto<br />
condivido semi<br />
faccio pacchettini che vengono da regali precedenti<br />
scrivo lettere su carta sottile<br />
e le digitalizzo per mandarle a te.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III. (atti di collettivizzazione)</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>non ho proprietà privata nel frigorifero,<br />
cucino sempre amore collettivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>cerco di esistere liberamente<br />
o libera dalla mente, non so.<br />
converso per via telepatica<br />
trasformo casa mia in un festival gratuito<br />
e ripeto tutti i gesti. di tutte le infanzie.<br />
di tutte le domande.<br />
amo come se il cuore fosse una bomba a orologeria,<br />
inserisco una frase poetica nella traduzione di una lettera commerciale<br />
sopporto il calore delle profondità vulcaniche senza reagire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>senza reagire<br />
cuocio l’argilla<br />
fino a essere capace di decidere per me quel che vorrò.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>sono l’eroina inevitabile delle mie routine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>empatia. urgentemente.<br />
(era ancora il 19 gennaio del 1923 e si diceva già la stessa cosa)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>allatto mio figlio. posso alimentare<br />
con il mio stesso corpo<br />
la vita bella e semplice, spontanea e miracolosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>o anche no. non sono madre.<br />
non mi riproduco.<br />
bacio persone dagli organi riproduttivi uguali ai miei per la strada.<br />
occupo una casa, uno squat.<br />
mi ricordo tutti i giorni che sono bella anche quando il mondo<br />
insiste a dire che sono brutta.<br />
mi ricordo tutti i giorni della bellezza anche quando il mondo mi<br />
spaventa.<br />
mi ricordo e mi meraviglio tutti i giorni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>imparo che l’amore non dipende da una sola persona.<br />
sola soltanto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>per niente sola,<br />
fra tanti passeri in cerca di una poesia collettiva.</p>
<p>*</p>
<p><strong>IV. [atti d’azione (diretta)]</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>racconto la mia storia.<br />
(alle persone non piace ascoltare sofferenza altrui, per questo<br />
racconto sempre la mia storia<br />
e la mia storia è quella che nessuno vuole ascoltare.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ho riunioni felici e riunioni difficili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nel mezzo di una città prodigiosa, faccio graffiti su cartelli d’annunci<br />
(soprattutto su quelli che vendono felicità)<br />
sputo fuoco<br />
e poi la manifestazione avanza, viola e siderale.<br />
disfo demolizioni<br />
e nel mezzo delle aggressioni, grido all’uniforme:<br />
“la pace, il pane, la casa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la pace            il pane             la casa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>occupo il banco de portugal              poi l’azienda sanitaria locale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>mi amo.<br />
(eccoti una bomba, industria cosmetica! eccoti un’altra bomba,<br />
industria farmaceutica! e un’altra,<br />
apparato psico-psichiatrico!)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>restituisco la mia tessera militare come obiettore di coscienza,<br />
restituisco alla pide tutti i dischi di zeca afonso meno uno.<br />
questo lo ascoltiamo nello sgabuzzino tra spavento e confusione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>una volta<br />
ho fatto passare in televisione un disco che sputava su george w. bush<br />
dicendo che era una ballata romantica.<br />
iniziava così: george era un bambino basso<br />
molto più basso del comune. mi ricordo benissimo<br />
di voler assaltare una banca. più di tutto.<br />
(più di fare vendita diretta dei miei cd alla fnac)<br />
entrerei con la tuta da sub dal condotto della via costiera<br />
e poi capirei<br />
il capitale è un cubo d’acciaio con la serratura su un lato che<br />
trattiene l’aria all’interno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>per fortuna mia<br />
ho un mini server in casa,<br />
la mia cloud proprio sul letto.<br />
lo stato, per sapere dei miei sogni,<br />
deve sfondare la porta,<br />
e google non ha ancora salvato il mio pensiero.</p>
<p>*</p>
<p><strong>V. (atti del fine settimana)</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>di venerdì non produco, fingo soltanto.<br />
ho allargato il fine settimana<br />
&#8211; i take my time           i make my time &#8211;<br />
uso i miei piedi e una bicicletta usata<br />
dedico il mio tempo ed energia a cose inutili<br />
coltivo la distrazione, faccio cose senza senso<br />
lavoro con scambi non monetari, non contabili, effimeri<br />
e imprevisti<br />
con persone che non conosco e altre che amo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>i fine settimana sono per i lavori dell’anima: tessere mazzi<br />
d’incenso,<br />
propagare erbe                      prendersi cura dei fiori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non mi depilo. resto lì, il ginecologo non sa bene che fare<br />
con le mani<br />
e io serena, in mezzo ai peli,<br />
mi riconosco bella, riservata e domestica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nella casa accanto, durante una valutazione strategica del funzionamento,<br />
un ateo risponde al questionario su quale pensa che sarà il futuro<br />
dell’impresa:<br />
“il futuro appartiene a dio.”<br />
e dio danzò,<br />
e io con lui. danzare è stata. sempre.<br />
una delle mie sovversioni preferite.<br />
atto ad atto<br />
permanentemente sana<br />
anche quando svengo<br />
o quasi sparisco<br />
perché sono la speranza<br />
e non c’è antidoto più sovversivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Azulejos e altre poesie #4. Jorge de Sena</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/12/azulejos-poesie-4-jorge-de-sena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2016 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; «Em Creta, com o minotauro»: una poesia di Jorge de Sena (1919-1978) tradotta da Serena Cacchioli. Qui il poeta la recita in portoghese: &#160; A Creta, con il minotauro I  Nato in Portogallo, da genitori portoghesi, e genitore di brasiliani in Brasile, forse diventerò nordamericano quando sarò là. Collezionerò nazionalità come camicie che si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_65904" aria-describedby="caption-attachment-65904" style="width: 720px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://sosteniamopereira.org/2016/05/17/oggi-mi-sento-cosi-diario-di-un-azulejo-intervista-a-nunzia-de-palma/"><img loading="lazy" class="wp-image-65904 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/IMG_4948-1024x682.jpg" alt="Smartphoto di Nunzia de Palma*" width="720" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/IMG_4948-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/IMG_4948-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/IMG_4948-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/IMG_4948-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-65904" class="wp-caption-text">Smartphoto di Nunzia de Palma <em><br /> Alcune foto di azulejos scattate con smartphone da N.d.P. sono diventate un diario fotografico bilingue dal titolo &#8220;Today I feel/Hoje Sinto-me&#8221;</em><em><br /> Clicca sulla foto per saperne di più</em></figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Em Creta, com o minotauro»: una poesia di Jorge de Sena (1919-1978) tradotta da Serena Cacchioli.</p>
<p>Qui il poeta la recita in portoghese:</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-65587" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/sena.jpg" alt="sena" width="595" height="315" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/sena.jpg 595w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/sena-300x159.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/sena-470x248.jpg 470w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /></p>
<p><strong>A Creta, con il minotauro</strong></p>
<p><strong><br />
I</strong><strong> </strong></p>
<p>Nato in Portogallo, da genitori portoghesi,</p>
<p>e genitore di brasiliani in Brasile,</p>
<p>forse diventerò nordamericano quando sarò là.</p>
<p>Collezionerò nazionalità come camicie che si svestono,</p>
<p>si usano e si gettano, con tutto il rispetto</p>
<p>necessario per i vestiti che si mettono e che prestano servizio.</p>
<p>Io stesso sono la mia patria. La patria</p>
<p>da cui scrivo è la lingua in cui per un caso generazionale</p>
<p>sono nato. E quella da cui faccio e da cui vivo è la</p>
<p>rabbia che ho della poca umanità in questo mondo</p>
<p>quando non credo in un altro, e soltanto un altro vorrei che</p>
<p>questo stesso fosse. Ma, se un giorno mi dimenticassi di tutto,</p>
<p>spero di invecchiare</p>
<p>bevendo caffè a Creta</p>
<p>con il Minotauro,</p>
<p>sotto lo sguardo di dei senza vergogna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II</strong></p>
<p>Il Minotauro mi capirà.</p>
<p>Ha le corna, come i saggi e i nemici della vita.</p>
<p>È metà bue e metà uomo, come tutti gli uomini.</p>
<p>Violentava e divorava vergini, come tutte le bestie.</p>
<p>Figlio di Pasifae, fu fratello di un verso di Racine,</p>
<p>che Valéry, il cretino, trovava uno dei più belli della “langue”.</p>
<p>Fratello pure di Arianna, lo avvolsero in un gomitolo ma se ne fregò.</p>
<p>Teseo, l’eroe, e, come tutti i greci eroici, un figlio di puttana,</p>
<p>gli rise nel rispettabile muso.</p>
<p>Il Minotauro mi capirà, si berrà un caffè con me, mentre</p>
<p>il sole serenamente scende sul mare, e le ombre,</p>
<p>piene di ninfe ed efebi disoccupati,</p>
<p>si chiuderanno dolcissime nelle tazze,</p>
<p>come lo zucchero che mescoleremo con il dito sporco</p>
<p>del cercare le origini della vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III</strong></p>
<p>È lì che voglio ritrovarmi dopo aver lasciato</p>
<p>la vita per il mondo in pezzetti ripartita, come diceva</p>
<p>quel povero diavolo che il Minotauro non ha letto, perché,</p>
<p>come tutti, non sa il portoghese.</p>
<p>Anche io non so il greco, secondo le fonti più certe.</p>
<p>Converseremo in volapuk, visto</p>
<p>che nessuno di noi lo sa. Il Minotauro</p>
<p>non parlava greco, non era greco, ha vissuto prima della Grecia,</p>
<p>di tutta questa dotta merda che ci copre da secoli,</p>
<p>cagata dai nostri schiavi, o da noi quando siamo</p>
<p>schiavi di altri. Al bar,</p>
<p>ci diremo l’un l’altro le nostre tristezze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IV</strong></p>
<p>Con patrie ci comprano e ci vendono, in mancanza</p>
<p>di patrie che si vendano abbastanza care da vergognarsi</p>
<p>di non appartenervi. Né io, né il Minotauro,</p>
<p>avremo nessuna patria. Soltanto il caffè,</p>
<p>aromatico e ben forte, non d’Arabia o Brasile,</p>
<p>della Fedecam, o d’Angola, né di nessun posto. Ma caffè</p>
<p>tuttavia e che io, con tenerezza filiale,</p>
<p>vedrò scorrergli dal mento di bue</p>
<p>fino alle ginocchia d’uomo che non sa</p>
<p>da chi ereditò, se dal padre, se dalla madre,</p>
<p>le corna ritorte che gli ornano la</p>
<p>nobile fronte precedente ad Atene, e, chissà,</p>
<p>alla Palestina, e altri luoghi turistici,</p>
<p>immensamente patriottici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>V</strong></p>
<p>A Creta, con il Minotauro,</p>
<p>senza versi e senza vita,</p>
<p>senza patria e senza spirito,</p>
<p>senza niente, né nessuno,</p>
<p>che non sia il dito sporco,</p>
<p>mi berrò in pace il mio caffè.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
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			</item>
		<item>
		<title>Azulejos e altre poesie #3. Golgona Anghel</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/25/azulejos-e-altre-poesie-3-golgona-anghel/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Dec 2014 06:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[azulejos e altre poesie]]></category>
		<category><![CDATA[golgona anghel]]></category>
		<category><![CDATA[nunzia de palma]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[poesia portoghese]]></category>
		<category><![CDATA[serena cacchioli]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Tre giovedì in portoghese per tre poetesse contemporanee: Adília Lopes (Lisbona, 1960), Ana Martins Marques (Belo Horizonte, 1977) e Golgona Anghel (Alexandria, Romania, 1979). Una selezione di poesie – ancora inedite in italiano o già introvabili – presentate e tradotte da Serena Cacchioli e Nunzia De Palma. Smartphoto di Nunzia De Palma. [ot] a cura di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/golgona.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-50139" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/golgona-300x300.jpeg" alt="golgona" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/golgona-300x300.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/golgona-150x150.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/golgona-60x60.jpeg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/golgona-144x144.jpeg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/golgona.jpeg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Tre giovedì in portoghese per tre poetesse contemporanee: Adília Lopes (Lisbona, 1960), Ana Martins Marques (Belo Horizonte, 1977) e Golgona Anghel (Alexandria, Romania, 1979). </em><em>Una selezione di poesie – ancora inedite in italiano o già introvabili – presentate e tradotte da Serena Cacchioli e Nunzia De Palma.</em><br />
<em>Smartphoto di Nunzia De Palma.</em><br />
[ot]</p>
<p>a cura di <strong>Serena Cacchioli</strong></p>
<p>Golgona Anghel, rumena di nascita e portoghese d’adozione, è una delle nuove voci della poesia portoghese contemporanea. Dopo aver scritto una biografia e curato la recente edizione dei diari del poeta Al Berto, la Anghel si è imposta all’attenzione della critica con la raccolta <em>Vim porque me pagavam</em> (Sono venuta perché mi pagavano), edizioni Mariposa Azual, Lisbona, 2011. Nei suoi componimenti quello che affascina è la sintassi strana di chi non scrive nella propria lingua madre, di chi professa un’anarchia del linguaggio legata a un certo cinismo suscitato dal discorso poetico. La sua poesia, come un fiore di plastica indifeso nella brutale vetrina di un macellaio, illumina di luce fioca la quotidianità mediocre, racconta le bassezze e i punti sublimi nascosti negli angoli delle giornate. La lingua è impregnata di una “portoghesità” difficile da rendere in italiano: nelle parole scorrono i baretti e le viuzze di Lisbona, le case umide, le linee di un paese che sembra oscillare tra la morte e la rinascita.<br />
Le poesie qui proposte sono tratte da <em>Como uma flor de plástico na montra de um talho</em> (Come un fiore di plastica nella vetrina di una macelleria), raccolta poetica con cui Anghel ha vinto – ex aequo con Gastão Cruz – il Prémio del Pen Clube Português per le opere pubblicate nel 2013.</p>
<p>***</p>
<p>Ora che non importa più nulla,<br />
consoliamo le domeniche pomeriggio<br />
con le bifanas dei chioschi montati prima della partita,<br />
qualche pettegolezzo fresco, discussioni su Sartre,<br />
il post-strutturalismo e quella battuta<br />
per cui qualsiasi marxista tamarro<br />
sembra furbo accanto a un anarchico.<br />
L’unico interesse che ancora abbiamo davvero in comune<br />
è dividerci l’affitto<br />
e una bottiglia di rosso.<br />
A volte, riceviamo ancora degli inviti,<br />
e guarda, non è facile, con il bambino e tutto.<br />
Ma finiamo per restare a casa.</p>
<p>Il disinteresse mi si accumula attorno<br />
come gli strati secolari<br />
sul tronco di una sequoia.<br />
Divento immune alle lagne.<br />
Mi lavo i panni da solo.<br />
La mia lingua sta prendendo uno spessore legnoso.<br />
Al posto del grido,<br />
un graffio.<br />
Mani in tasca,<br />
acqua in bocca.<br />
Evito vetrine e specchi.<br />
Ho paura che la verità<br />
mi possa sfigurare il volto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Agora que nada mais importa,<br />
consolamos as tardes de Domingo<br />
com as bifanas nas tasquinhas montadas antes do jogo,<br />
alguns boatos frescos, discussões sobre Sartre,<br />
o pós-estruturalismo e essa piada<br />
que qualquer marxista parolo<br />
parece experto ao pé de um anarquista.<br />
O único interesse que ainda temos realmente em comum<br />
é dividir o aluguer<br />
e uma garrafa de tinto.<br />
Às vezes, ainda recebemos algum convite,<br />
e olha, não é fácil, com o miúdo e tal.<br />
Mas acabamos por ficar em casa.</p>
<p>O desinteresse acumula-se à minha volta<br />
como as camadas seculares<br />
no tronco de um sequóia.<br />
Fico imune a queixinhas.<br />
Lavo sozinho a minha roupa.<br />
A minha língua está a ganhar uma espessura lenhosa.<br />
No lugar do grito,<br />
uma greta.<br />
Mãos nos bolsos,<br />
bico calado.</p>
<p>***</p>
<p>Passo a capriole per questa serata<br />
come un dubbio alla ricerca del suo angolo retto.</p>
<p>Organizzo miliardi di pezzi di puzzle,<br />
ricostruendo mondi perduti<br />
con l’immagine girata verso il basso.<br />
Trasformo le soluzioni in enigmi.<br />
Sposto ere,<br />
riaccendo vulcani,<br />
fondo attorno a un paio di seni,<br />
scuole d’architettura,<br />
storie di sopravvivenza,<br />
bocche secche,<br />
dentature posticce.</p>
<p>Dall’armadio, mi arriva<br />
come un geroglifico sonoro di un dolore remoto,<br />
il sibilo intermittente<br />
di un ratto.<br />
Nulla ci unisce, penso,<br />
se non questa finta finestra<br />
nella camera a gas.<br />
Passo una mano sulla fronte bagnata,<br />
cambio, di fretta,<br />
le lenzuola all’illusione<br />
e resto, di nuovo, all’erta.<br />
Sarebbe tanto più facile aspettare l’eternità<br />
se, almeno, ci fosse qualche birretta in frigorifero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vou passando às cambalhotas por este fim de tarde<br />
como uma dúvida à procura do seu ângulo recto.</p>
<p>Organizo milhares de peças de puzzle,<br />
reconstruindo mundos perdidos<br />
com a imagem virada para baixo.<br />
Transformo as soluções em enigmas.<br />
Desloco eras,<br />
reavivo vulcões,<br />
erijo à volta de um par de mamas,<br />
escolas de arquitectura,<br />
histórias de sobrevivência,<br />
bocas secas,<br />
dentaduras postiças.</p>
<p>Do armário, chega-me<br />
como um hieróglifo sonoro de uma dor remota,<br />
o assobio intermitente<br />
de um rato.<br />
Nada nos une, penso,<br />
a não ser esta janela falsa<br />
na câmara de gás.<br />
Passo a mão pela frente molhada,<br />
mudo, à pressa,<br />
os lençóis à ilusão<br />
e fico, outra vez, à espreita.<br />
Seria tanto mais fácil esperar pela eternidade<br />
se, ao menos, houvesse alguma mini no frigorífico.</p>
<p>***</p>
<p>All’inizio, pensai che fosse un ritaglio<br />
di una rivista antica.<br />
Poi vidi che avevi terra sotto alle unghie<br />
e che non usavi il reggiseno.<br />
Raccontavi come tuo nonno<br />
scorticava i conigli<br />
in un angolino della cucina.<br />
Un campo di papaveri<br />
ti vestiva la schiena.<br />
Poi restavi in silenzio.<br />
Sorridevi.<br />
Restavi molto tempo a guardarmi,<br />
senza dire nulla.<br />
Portavi una mano alla fronte,<br />
come se così riuscissi a vedermi meglio.<br />
Mi mostravi poi le gambe fustigate dalle ortiche,<br />
le dita dei piedi macchiate dall’uva.<br />
Sembrava che avessimo vissuto insieme<br />
e che quella cicatrice che avevi sulla coscia sinistra<br />
fosse il contorno della mia malinconia.<br />
Alla fine, anche tu partirai.<br />
Mi basterà un semplice fischio dell’arbitro,<br />
il suono delle campane della Chiesa del quartiere,<br />
il rumore di un’auto che parte,<br />
per lasciar dunque che si rovesci<br />
sul pavimento della cucina<br />
l’unica certezza che mi mantiene<br />
in posizione verticale<br />
il cucchiaio nella zuppa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ao princípio, pensei que fosse um recorte<br />
duma revista antiga.<br />
Depois reparei que tinhas terra debaixo das unhas<br />
e que não usavas sutiã.<br />
Contavas como o teu avô<br />
esfolava os coelhos<br />
num cantinho da cozinha.<br />
Um campo de papoilas<br />
vestia-te as costas.<br />
Ficavas depois em silêncio.<br />
Sorrias.<br />
Ficavas muito tempo a olhar-me,<br />
sem dizer nada.<br />
Levavas uma mão à testa,<br />
como se assim me conseguisses ver melhor.<br />
Mostravas-me depois as pernas açoitadas por urtigas,<br />
os dedos dos pés manchados pelas uvas.<br />
Parecia que tínhamos vivido juntos<br />
e que essa cicatriz que tinhas na coxa esquerda<br />
era o contorno da minha melancolia.<br />
No fim, tu também partirás.<br />
Bastar-me-á um simples apito do árbitro,<br />
o som dos sinos da Igreja do bairro,<br />
o barulho de um carro a arrancar,<br />
para deixar então entornar no chão da cozinha<br />
a única certeza que me segura<br />
em posição vertical<br />
a colher na sopa.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Azulejos e altre poesie #2. Ana Martins Marques</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/12/18/azulejos-e-altre-poesie-2-ana-martins-marques/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2014 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[ana martins marques]]></category>
		<category><![CDATA[azulejos e altre poesie]]></category>
		<category><![CDATA[nunzia de palma]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[poesia portoghese]]></category>
		<category><![CDATA[serena cacchioli]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Tre giovedì in portoghese per tre poetesse contemporanee: Adília Lopes (Lisbona, 1960), Ana Martins Marques (Belo Horizonte, 1977) e Golgona Anghel (Alexandria, Romania, 1979). Una selezione di poesie &#8211; ancora inedite in italiano o già introvabili &#8211; presentate e tradotte da Serena Cacchioli e Nunzia De Palma. Smartphoto di Nunzia De Palma. [ot] a cura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/azulejo-last.jpeg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-50147" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/azulejo-last-300x300.jpeg" alt="azulejo last" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/azulejo-last-300x300.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/azulejo-last-150x150.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/azulejo-last-60x60.jpeg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/azulejo-last-144x144.jpeg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/azulejo-last.jpeg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Tre giovedì in portoghese per tre poetesse contemporanee: Adília Lopes (Lisbona, 1960), Ana Martins Marques (Belo Horizonte, 1977) e Golgona Anghel (Alexandria, Romania, 1979). Una selezione di poesie &#8211; ancora inedite in italiano o già introvabili &#8211; presentate e tradotte da Serena Cacchioli e Nunzia De Palma.</em><br />
<em>Smartphoto di Nunzia De Palma.</em><br />
[ot]</p>
<p>a cura di <strong>Nunzia De Palma</strong></p>
<p>Ana Martins Marques nasce nel 1977 a Belo Horizonte. Laureata in lettere, ha pubblicato due raccolte di poesie, <em>A vida submarina</em> nel 2009 (Scriptum) e <em>Da arte das armadilhas </em>(Companhia das letras) nel 2011.<br />
In un&#8217;intervista Ana Martins Marques si è descritta con un verso di Marina Cvetaeva: una bambina con indosso un vestito già vecchio, disillusa e allegra. Il verso può essere usato anche per descrivere le poesie dell&#8217;autrice brasiliana, che, riflettendo il suo atteggiamento doppio, materializzano la solarità infantile e il disincanto del vestito ora nelle parole ora negli oggetti, duplici anch&#8217;essi.<br />
Sia nella prima che nella seconda raccolta il linguaggio assume caratteri dolorosi e salvifici al tempo stesso. Le parole sono ingannevoli, mistificatrici; l&#8217;autrice sostiene che, quando scriviamo, partiamo alla loro ricerca, ma siamo sempre noi a cadere nella loro trappola, da cacciatori diventiamo prede. Eppure, come il tavolo della poesia <em>Mesa</em>, le parole sono un suolo che sostiene chi non è ancora caduto, sono l&#8217;unica maniera per esprimere la nostra perplessità riguardo al mondo.<br />
A fare da contrappunto ed eco alle parole ci sono gli oggetti che, nella loro muta irradiazione di felicità, appaiono in un primo momento leggeri, una fonte di calore quotidiano. Nella raccolta <em>Da arte das armadilhas</em> l&#8217;autrice fa parlare forchette, tavoli, coltelli, orologi, cartoline con una voce inedita, che rivela uno sguardo stupefatto eppure sempre lucido. Anche gli oggetti più innocui, infatti, se guardati attraverso le parole, assumono caratteri inquietanti e dolorosi.<br />
Ana Martins Marques usa versi brevi e poesie concise come un sussurro, che, con la stessa duplicità dell&#8217;autrice, risuonano a volte come schiaffi improvvisi.</p>
<p>***</p>
<p>Ho solo parole.<br />
La parola casa.<br />
La parola finestra.<br />
Felice colui che ha<br />
lino, calce, legno.<br />
Felice colui che ha<br />
olio, acqua, catrame, lana.<br />
Io ho solo nomi<br />
verbi, preposizioni, pronomi.<br />
Felice colui che ha<br />
sale, seta, cemento, sangue.<br />
Felice colui che ha una sedia;<br />
io ho la parola sedia.<br />
Felice colui che ha un tavolo;<br />
io ho la parola tavolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tenho só palavras.<br />
A palavra casa.<br />
A palavra janela.<br />
Feliz daquele que tem<br />
linho, cal, madeira.<br />
Feliz daquele que tem<br />
óleo, água, piche, lã.<br />
Tenho apenas nomes<br />
verbos, proposições, pronomes.<br />
Feliz daquele que tem<br />
sal, seda, cimento, sangue.<br />
Feliz daquele que tem uma cadeira;<br />
eu tenho a palavra cadeira.<br />
Feliz daquele que tem uma mesa;<br />
eu tenho a palavra mesa.</p>
<p>***</p>
<p>Dei vantaggi di scrivere poesie</p>
<p>Le poesie si possono scrivere in piedi<br />
ma nessuno ha mai scritto<br />
un romanzo in piedi<br />
e questo stare sempre seduti<br />
di certo finisce<br />
per interferire nei romanzi<br />
e non ci sarebbe da meravigliarsi<br />
se ne avesse rovinato<br />
un buon numero</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Das vantagens de escrever poemas</p>
<p>Poemas podem ser escritos de pé<br />
mas ninguém nunca escreveu<br />
um romance de pé<br />
e isso de estar sempre sentado<br />
certamente acaba<br />
por interferir nos romances<br />
e não será de se estrenhar<br />
se river arruinado<br />
um bom número deles</p>
<p>***</p>
<p>Tavolo</p>
<p>Più importante di avere una memoria è avere un tavolo<br />
più importante di aver già amato in passato è avere un tavolo robusto<br />
un tavolo che è come un letto diurno<br />
con cuore di albero, di foresta<br />
è importante in amore non prendere fischi per fiaschi<br />
ma più importante è avere un tavolo<br />
perché un tavolo è come un suolo che sostiene<br />
chi non è ancora caduto per sempre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mesa</p>
<p>Mais importante que ter uma memória é ter uma mesa<br />
mais importante que já ter amado um dia é ter uma mesa sólida<br />
uma mesa que é como uma cama diurna<br />
com seu coração de árvore, de floresta<br />
é importante em matéria de amor não meter os pés pelas mãos<br />
mas mais importante é ter uma mesa<br />
porque uma mesa é uma espécie de chão que apoia<br />
os que ainda não caíram de vez.</p>
<p>***</p>
<p>Margine</p>
<p>Alla fine della pagina<br />
come alla fine del mondo antico<br />
c&#8217;è un precipizio.</p>
<p>Nonostante chi legga prosa in generale<br />
rischi di più<br />
perché arriva quasi al bordo dell&#8217;abisso<br />
attenzione quando si arriva all&#8217;orlo di una poesia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Margem</p>
<p>No final da página<br />
como no final do mundo antigo<br />
há um despenhadeiro.</p>
<p>Embora os que leem prosa em geral<br />
se arrisquem mais<br />
porque chegam quase à beira do abismo<br />
cuidado ao chegar à borda do poema.</p>
<p>&nbsp;</p>
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