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	<title>Sergio Piro &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sergio Piro, o delle turbolenze in aria chiara</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 08:50:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen Pellegrino]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
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					<description><![CDATA[[Lo scorso anno, alla presentazione del mio &#8220;Lavorare uccide&#8221; all&#8217;Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli, conobbi Sergio Piro. Rimasi colpito dalle sue parole potenti, e dalla &#8220;verità&#8221; che di quella persona si percepiva. Sergio Piro è morto il 7 gennaio 2009. Il 20 febbraio scorso, nella stessa sala dove l&#8217;ho conosciuto, Sergio Piro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span><span><em><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-15149" title="piro1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/03/piro1-150x150.jpg" alt="piro1" width="150" height="150" /></em></span></span></p>
<p><em>[Lo scorso anno, alla presentazione del mio &#8220;Lavorare uccide&#8221; all&#8217;Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli, conobbi Sergio Piro. Rimasi colpito dalle sue parole potenti, e dalla &#8220;verità&#8221; che di quella persona si percepiva. Sergio Piro è morto il 7 gennaio 2009. Il 20 febbraio scorso, nella stessa sala dove l&#8217;ho conosciuto, Sergio Piro è stato ricordato da allievi, studiosi, giornalisti, operatori del settore psichatrico, amici. Ho chiesto a Carmen Pellegrino di ricordare la sua figura per tutti i lettori di Nazione Indiana.]</em>  m.r.</p>
<p>di <strong>Carmen Pellegrino</strong></p>
<p>Sergio Piro era un uomo in rivolta. Fu lo psichiatra &#8211; per quanto nella definizione non si ritrovasse pienamente &#8211; che contribu<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> in maniera decisiva al superamento dei manicomi in Italia, e per primo introdusse al sud le teorie su una psichiatria diversa, il cui nucleo fondante era la terapia alternativa opposta alla costrizione dell<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>istituzione manicomiale, orientando la prassi di <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>cura<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> delle malattie mentali verso forme finalmente non oppressive, democratiche, rispettose in primo luogo della dignit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> umana.<span id="more-15147"></span> In Campania <span style="font-family: Times New Roman;">è</span> suo lo spirito della legge 1/83, legge regionale tra le pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> avanzate in materia psichiatrica, la cui mancata applicazione ha determinato un vulnus che ha riconsegnato all<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>abbandono progressivo pazienti e famiglie.</p>
<p>Dietro un&#8217;apparente gracilità si celava un combattente in lotta contro le sperequazioni sociali, contro le violazioni dei diritti non negoziabili, contro le contraddizioni di una società stretta tra l’ebbrezza di una opulenza invereconda e l’emarginazione impietosa delle sue parti mute. E dalla decodifica del linguaggio di alcune di quelle parti mute iniziò i suoi studi:</p>
<p>&#8220;Io sono partito dall&#8217;analisi del linguaggio all&#8217;inizio degli anni &#8217;50, dall&#8217;Empirismo logico e dalla Glottologia, per accostarmi al fatto che i malati mentali &#8220;parlino&#8221; e non siano considerati solo &#8220;produttori di sintomi&#8221;. Intorno agli anni &#8217;50, sembrera&#8217; strano, nessuno si preoccupava di interpretare il linguaggio schizofrenico, bensi&#8217; questo veniva soltanto considerato come sintomo (il sintomo della schizofasia, il sintomo della stereotipia, il sintomo del mutacismo&#8230;) e poi veniva classificato. Invece io ho tentato di decifrare questo linguaggio, a volte riuscendovi a volte no&#8221;.</p>
<p>Era arrivato a Napoli nel 1934, proveniente da Olbia, e la transizione fu di per sé difficile perché la città gli parve &#8220;aggressiva, pericolosa, sfacciata&#8221;: <em>&#8220;Io venivo da un ambiente molto più chiuso, molto più formale […] in quel momento mi sentii gettato in un mondo disordinato […] pieno di trappole, coloritissimo e mutevole&#8221;.</em>A Napoli si laureò in Medicina e Chirurgia, nel 1951; fu poi medico volontario presso la Clinica delle malattie nervose e mentali dell&#8217;Università degli Studi di Napoli e conseguì la specializzazione in neuropsichiatria a Cagliari, nel 1956, con una tesi sulla <em>Semantica del linguaggio schizofrenico</em>. Dal giugno del 1959 al febbraio del 1969 fu Direttore dell&#8217;ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore, dove avviò un esperimento di psichiatria alternativa che diede vita a una <em>comunità terapeutica</em>, la seconda in Italia dopo quella di <em>Basaglia</em>a Gorizia. In seguito fu membro della segreteria nazionale di Psichiatria Democratica e poi del coordinamento nazionale.</p>
<p>In una nota della Cgil-Campania diramata poco dopo la sua morte si legge: <em>&#8220;Piro non è stato solo uno psichiatra, ma un costruttore lucido di libertà e democrazia&#8221;</em>. E’ proprio così: Piro era un uomo in rivolta, non fermo alla solidarietà &#8220;metafisica&#8221;, che è già un apprezzabile trascendersi nell’altro, di fronte allo &#8220;spettacolo&#8221; dell’altrui oppressione, ma un irriducibile costruttore di alternative, di vie praticabili verso la liberazione dell’individuo stretto tra le catene incrociate della discriminazione e della emarginazione. In questo senso Albert Camus, ne <em>L’homme révolté</em>, ha efficacemente scritto: <em>&#8220;Che cos&#8217;è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi&#8221;</em>. Rifiuto, quindi, ma nello stesso tempo creazione di qualcosa che non esiste ancora, qualcosa da inventare. Sergio Piro determinò &#8220;prese di coscienza&#8221; in luoghi che tradizionalmente se ne sarebbero detti al riparo, avviò moti di rivolta prima confusi poi via via più consapevoli, intraprendendo quella lunga marcia attraverso le istituzioni che fu il tratto più autentico delle lotte del lungo ’68. Fu proprio contro l’emarginazione della follia, contro il confinamento delle sofferenze psichiche nel campo della marginalità più angusta, che quelle lotte raggiunsero i risultati più convincenti, secondo una linea evolutiva che investiva la medicina nel suo complesso, rilevandone le pratiche e le applicazioni più immediatamente discriminatorie.</p>
<p>Le prime lotte antimanicomiali in Campania furono organizzate proprio al Materdomini di Nocera Superiore, al confine tra le province di Avellino e di Salerno. Era lo stesso periodo dell’esperienza di Basaglia a Gorizia. Da lì derivò un movimento di lotta che si estese ai numerosi manicomi della regione, civili e giudiziari, tutti fittamente popolati.</p>
<p>Le condizioni per l<span lang="IT">&#8216;</span><span>affermazione di una lotta antimanicomiale in Campania non erano le pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> favorevoli, mancando del tutto i servizi territoriali, per nulla incentivati da un sistema politico che presentava &#8220;<em>la maggiore contraddittoriet<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> possibile fra momenti francamente conservatori e clientelari e momenti di innovazione tecnocratica capitalistica&#8221;</em>. Inoltre, dei cinque manicomi civili presenti nella regione, due erano privati e uno a gestione di un<span style="font-family: Times New Roman;">・</span>opera pia; le cliniche psichiatriche private erano copiosamente presenti sul territorio, mentre mancava totalmente un polo ufficiale nel campo della cultura psichiatrica che promuovesse metodi di cura non tradizionali.</span> </p>
<p> Al Materdomini Piro trovò ad accoglierlo infermieri che versavano in condizioni molto disagiate: scarsamente istruiti, totalmente privi di tutela sindacale, sottopagati rispetto ai colleghi del servizio pubblico (gli uomini percepivano 32.000 lire al mese, le donne 17.000; queste ultime, nel caso di una gravidanza inattesa, subivano il licenziamento immediato), potevano contare al massimo su una organizzazione sindacale clandestina, tutta da organizzare. All’arrivo del nuovo direttore decisero, prima cautamente poi con sempre maggiore convinzione, di rivolgersi a lui per un aiuto, quale che fosse.</p>
<p>&#8220;<em>[prima di allora] i miei rapporti con il movimento operaio erano stati in genere quelli tipici dell’intellettuale dell’epoca: posizione sicuramente antifascista, antirazzista, antimilitarista, progressista al massimo e voto ogni cinque anni al partito più avanzato. […] Ma nel presente caso, bisognò rimboccarsi le maniche e scendere in campo. Negli anni 1961-62 il mio più autentico compito di direttore fu quello di proteggere le spalle ai sindacalisti clandestini e agevolare l’organizzazione. I rapporti con gli infermieri divennero sempre più aperti, sinceri e positivi: nell’agosto 1962 un improvviso sciopero &#8220;selvaggio&#8221;, unanime e compatto, scosse il silenzio feudale dell’ospedale. […] L’amministrazione cedette sull’intera linea: aumento notevolissimo di salario, diritti sindacali, commissione interna. […] Questa nuova situazione avviò un processo di lotta di classe che doveva direttamente coinvolgermi, completamente a fianco dei lavoratori e tuttavia in una difficile situazione in quanto gestore tecnico del potere, fino al 1965, quando la situazione istituzionale […] si pose come fatto principale&#8221;</em>.</p>
<p>Nei suoi ripetuti incontri con i lavoratori, egli sosteneva fortemente la necessità che per la classe operaia il riscatto del malato di mente costituisse un comune obiettivo di lotta, in quanto riscatto dallo &#8220;sfruttamento padronale&#8221;. E fu la strada giusta:</p>
<p>&#8220;<em>Gli infermieri di Materdomini erano ben consapevoli di tutto questo e essi, più di me e di chiunque altro, hanno fatto, nei limiti che la struttura ha tollerato, tutto il possibile per la liberazione dei ricoverati</em>&#8220;<em>.</em>Una posizione, quella di Piro, decisamente controcorrente, che faceva di lui un direttore &#8220;sovversivo&#8221;, inviso a chi aveva antica vocazione alla perpetrazione dell’aureo principio del &#8220;ciascuno al suo posto&#8221;. Del resto, la strutturazione dei rapporti all’interno delle strutture sanitarie era irriducibilmente verticistica e gerarchizzata:</p>
<p>&#8220;<em>Era come una piramide </em>&#8211; riferiva un<span style="font-family: Times New Roman;">・</span>infermiera triestina, descrivendo il clima che regnava nel manicomio prima dell<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>arrivo di Basaglia &#8211; <em>al vertice c<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>era il direttore, poi i primari, poi gli infermieri. Il primario era una figura astratta, che passava, faceva il suo giro con la caposala e poi basta. Noi infermieri dovevamo stare sempre zitti. La caposala dava gli ordini e poi se ne andava. Non avevamo un rapporto coi medici. Bisognava eseguire gli ordini senza chiedere niente&#8221;</em>.</p>
<p>Tra il ’66 e il ’67, nonostante gli enormi ostacoli frapposti dall’amministrazione ospedaliera, Piro riuscì a promuovere al Materdomini l’operatività di una equipe determinata e moderna, con medici, psicologici, sociologi, assistenti sociali e studenti, e ad avviare i lavori per la costruzione di un nuovo padiglione, creando le premesse perché l’intera assistenza psichiatrica fosse ispirata a principi comunitari.</p>
<p>&#8220;<em>Nella primavera 1968 il nuovo padiglione era finito. […] I ricoverati furono trasferiti e nello stesso giorno si tenne, senza che ancora vi fossero né le panche né i tavoli, la prima assemblea: i cancelli di questo reparto davano su un ampio spazio interno e finché rimasi a Materdomini non si chiusero mai&#8221;</em>.</p>
<p>Il principio ispiratore della <em>comunità terapeutica</em> era il <em>rovesciamento istituzionale</em>, l’eliminazione della violenza <em>addizionale</em> dell’istituzione manicomiale. Il rovesciamento istituzionale doveva necessariamente passare attraverso l’eliminazione dei mezzi di contenzione fisica; la riduzione delle terapie psicofarmacologiche immobilizzanti; la propaganda capillare tra i malati di mente circa l’illiceità di ogni mezzo violento; le assemblee di reparto che confluissero nell’assemblea generale; la liberazione dal ricatto delle punizioni; la libertà d’espressione; l’istituzione di commissioni elette dai ricoverati che controllassero i vari aspetti della vita ospedaliera, e commissioni di ricoverati che venissero autorizzati a vigilare sulle attività dei medici e degli infermieri; le attività creative (teatro, cinema, stampa del giornalino) che favorissero la socializzazione; il ridimensionamento del predominio medico attraverso l’intervento di volontari nello spazio libero.</p>
<p>Anche al Materdomini lo &#8220;slegamento&#8221; dei ricoverati sottoposti a contenzione avvenne molto prima che si concludesse il periodo prescritto, giustificandolo con lo scopo terapeutico (&#8220;il paziente terapeuticamente viene sciolto&#8221;); i pazienti legati al Materdomini erano circa 300.</p>
<p>&#8220;<em>La scomparsa della violenza addizionale (o almeno una sua notevole riduzione) determin<span style="font-family: Times New Roman;">ò</span> il superamento di un tipo di contraddizione istituzionale di cui le botte e la camicia di forza sono l<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>aspetto pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> vistoso, ma il silenzio, il ricatto morale, l<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>ozio, la dipendenza, la mancanza di spazio e movimento, il tragico spreco di tempo rappresentano gli elementi pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> distruttivi&#8221;</em>.</p>
<p>Nel ’69 cominciarono a giungere al Materdomini gruppi di volontari del movimento studentesco, con un’affluenza molto maggiore rispetto agli anni precedenti; proprio l’apertura al movimento studentesco si offrì come pretesto al &#8220;padrone&#8221; per il licenziamento del direttore, che giunse il 19 febbraio ’69:</p>
<p>&#8220;<em>la repressione colpì il 19/2/1969 con lettera protocollata 492. In questa lettera si imponeva di limitare l’abolizione della contenzione fisica ai soli soggetti controllabili con psicofarmaci (il che era inutile perché la contenzione fisica era già stata eliminata); richiedeva maggiore oculatezza (sic) nella libertà da concedere agli infermi; impediva l’intervento in ospedale di &#8220;visitatori&#8221;; allontanava tutti i volontari; stabiliva che l’assunzione del personale medico o di assistenza sociale fosse esclusivo fatto dell’amministrazione; ribadiva l’indispensabilità dell’ordine religioso in ospedale&#8221;</em>.</p>
<p>Di fatto, proibendo l<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>afflusso di volontari, che operavano tutti in zona <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>non pericolosa<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> e sotto la diretta responsabilit<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> del direttore, limitando drasticamente gli spazi dei ricoverati e assumendo solo personale gradito al <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>padrone<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>, <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span><em>l<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>amministrazione aveva distrutto la comunit<span style="font-family: Times New Roman;">à&#8221;</span></em>.</p>
<p>Il valore aggiunto che origina dalle differenze, dalle dissipazioni, dagli sconfinamenti <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>impertinenti<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>, che divengono forza creativa e feconda, raramente determina entusiasmi e approvazioni, e chi emerge per contrasto e non per similitudine e allineamento rischia il confinamento, la <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>sconfessione<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>. E<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span> toccato anche a Sergio Piro, poco amato a Napoli anche per la sua feroce opposizione a ogni ipocrisia. Al riguardo, scrive bene Roberta Moscarelli, <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span><em>era in odio al blocco di potere di questa citt<span style="font-family: Times New Roman;">à</span>, ai politici e a molti psichiatri, soprattutto ai tanti pseudodemocratici. Perch<span style="font-family: Times New Roman;">é</span> lui li conosceva uno per uno, sapeva di ognuno da dove veniva e dove era arrivato e come. Era sulla scena politica fin dalla Resistenza, era una memoria viva di questa citt<span style="font-family: Times New Roman;">à</span>: lo temevano, bench<span style="font-family: Times New Roman;">é</span> non gestisse ormai da anni alcun potere. E perch<span style="font-family: Times New Roman;">é</span> non sono riusciti mai, neanche per un momento, a sterilizzare e a museificare la valenza rivoluzionaria dei suoi studi, la sua esperienza di lotta. Non potendo appropriarsene, l&#8217;hanno dunque rimossa, tradita, negata, cancellata&#8221;</em>.</p>
<p>A tutto questo Sergio reagiva agitando gli strumenti che pi<span style="font-family: Times New Roman;">ù</span> gli erano congeniali, ovvero un<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>innata capacità critica, un<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>intelligenza lucidissima fuori da ogni intruppamento, in grado di leggere <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>dentro<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> le cose oltrepassandole con occhio felino (si definiva &#8220;<em>amico dei matti e dei gatti<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span></em>), un<span style="font-family: Times New Roman;">&#8216;</span>incontenibile ironia che era prima di tutto autoriferita, e il sano ottimismo di chi sapeva di essere riuscito a formare intere schiere di intellettuali, di operatori del settore psichiatrico, di compagni che nel suo ricordo porteranno avanti battaglie rumorose e non politicamente corrette.</p>
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