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	<title>Sergio Violante &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Per una pace rivoluzionaria (considerazioni in tempi di guerra)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/13/per-una-pace-rivoluzionaria-considerazioni-in-tempi-di-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Sep 2025 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Napoleoni]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[militarismo]]></category>
		<category><![CDATA[pace rivoluzionaria]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Violante]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Sergio Violante</strong> <br /> La guerra, motivata da religioni, interessi statali o capitali in cerca di nuovi mercati, segue sempre una logica di sopraffazione e dominio. Nel 2024, il numero di conflitti con il coinvolgimento diretto degli Stati ha raggiunto il massimo storico dal 1946.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Sergio Violante</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-114796" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-708x1024.jpg 708w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-768x1111.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-150x217.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-300x434.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-696x1007.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix-290x420.jpg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/otto-dix.jpg 960w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" /></p>
<p><strong>«Quale diritto ha lo Stato di servirsi dei suoi sudditi per muovere guerra ad altri Stati, impiegando e mettendo a rischio i loro beni e persino la loro vita?». </strong>Questa è la domanda che pone Kant, uno dei pilastri della cultura liberale, che denuncia la pretesa dello Stato di trattare i propri sudditi come «piante o animali domestici di sua proprietà, che si possono adoperare, consumare e distruggere (far morire)» (I. Kant, <em>Scritti politici</em>).</p>
<p>È in quest’ottica che parliamo oggi di pace, collocandoci all’interno di un Paese capitalistico, mosso da un’ideologia liberale. In contesti con sistemi economici differenti, la declinazione del concetto di pace potrebbe variare sensibilmente.</p>
<p>Il principio della guerra con tutta evidenza precede storicamente il capitalismo, il quale ne costituisce una delle sue espressioni e che, pur avendo avuto anche funzioni emancipative – si pensi alla rottura con il feudalesimo – mantiene un rapporto strutturale con il conflitto. È quindi nella relazione fra capitalismo e guerra che si svilupperà il nodo centrale del ragionamento, da cui derivano implicazioni giuridiche, storiche, filosofiche, religiose, economiche, sociologiche e scientifiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Tecnica e Dominio</h2>
<p>Lo straordinario sviluppo della tecnica moderna, intesa come illimitata manipolabilità della realtà senza alcun argine, senza alcun condizionamento, senza nessun riferimento a valori altri che non siano quelli del progresso tecnico e commerciale, ha raggiunto un livello di autoreferenzialità e onnipotenza senza precedenti. È evidente come questo sviluppo sia stato accelerato dalla logica capitalistica della massimizzazione del profitto. Ma oggi dobbiamo chiederci se l’intero percorso della modernità non sia giunto a una crisi irreversibile, che impone un cambiamento radicale per evitare la rovina e costruire un mondo di pace.</p>
<p>A questa crisi contribuiscono inoltre la scarsità delle risorse naturali e il disastro ambientale, ma, soprattutto la perdita dell’uomo come soggetto. Il trionfo del capitalismo, fondato sul primato dell’economia, ha assorbito la realtà intera, riducendo tutti – padroni e operai, ricchi e poveri – a ingranaggi di una macchina produttiva a cui sono soggiogati.</p>
<p>Questo rapporto di dominio col mondo, della cosa sull’uomo, si dispiega oggi in un incondizionato meccanismo di autofinalizzazione, da cui la soggettività è inevitabilmente esclusa.</p>
<p>Siamo di fronte a una forma di <strong>neo-feudalesimo tecnologico</strong>, dove il potere si concentra in poche gigantesche corporazioni globali. Come sottolinea Yannis Varoufakis, le tecnologie digitali stanno generando un nuovo modello di capitalismo. Questo sistema implica l’espropriazione planetaria da parte di pochi a scapito della maggioranza, con un trasferimento continuo di ricchezza dalle fasce medie e basse verso i grandi gruppi economici, favorito da precarizzazione del lavoro, smantellamento del welfare e distruzione delle piccole e medie imprese.</p>
<p>Per affermarsi, il tecno-feudalesimo ha bisogno di un individuo mutato, ridotto a vivere in un presente perpetuo, privo di memoria, cultura, desideri reali o domande profonde. Un soggetto spoliticizzato, docile, svuotato di inconscio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>La Guerra e il “Sistema di guerra”</h2>
<p>La guerra, motivata da religioni, interessi statali o capitali in cerca di nuovi mercati, segue sempre una logica di sopraffazione e dominio. Nel 2024, il numero di conflitti con il coinvolgimento diretto degli Stati ha raggiunto il massimo storico dal 1946.</p>
<p>Se un tempo la guerra era considerata un’eccezione, epilogo di contraddizioni non risolte, oggi è diventata elemento strutturale, permanente, funzione costituente dell’ordine politico e sociale.</p>
<p>È passata da evento di crisi a <strong>istituzione</strong><strong>,</strong> da rottura a fondamento dell’ordine costituito. Che si parli di “guerra preventiva”, “ingerenza umanitaria” o “guerra giusta”, siamo comunque di fronte a un sistema incentrato sul dominio, dove il dialogo e il compromesso sono subordinati alla logica del potere. Ciascun contendente cerca esclusivamente di imporre le proprie ragioni, con il conseguente proseguimento dei conflitti finché non vinca il più forte.</p>
<p>Come scriveva Claudio Napoleoni, «un sistema dove le armi non sono solo strumenti militari di difesa, accessori e subordinati alla volontà generale, ma sono di fatto la massima struttura di potere della società, ciò che ne esprime e determina la vera natura; un sistema dove le armi non hanno solo una funzione militare, ma ancor più hanno una funzione politica; esse di fatto determinano la natura del regime politico, ne producono la costituzione materiale segnano limiti rigidi alle possibilità di alternative e di mutamenti interni al sistema politico, fissano i confini di compatibilità dei suoi rapporti esterni e della sua politica internazionale, si impongono come fonte normativa primaria e architrave del sistema; in una parola, oltre una certa soglia, esse non sono più l’armamento di una società, ne sono l’ordinamento».</p>
<p>La corsa al riarmo che stiamo osservando implica una massiccia riallocazione di risorse verso l’industria bellica, trasformando profondamente le economie nazionali e gli equilibri internazionali. In questa logica, che potremmo definire di warfare, istituzioni neoliberali come l’OCSE prevedono che l’aumento della spesa militare possa generare “crescita economica a breve termine”. È l’idea di “convertire” industrie in crisi (come l’automotive) in fabbriche d’armi. Il costo di questo processo tuttavia ricadrà nel modo più classista e tradizionale sugli strati meno agiati della popolazione attraverso il taglio dei servizi pubblici e l’aumento della pressione fiscale. Un simile modello rafforzerà inoltre la dipendenza dei Paesi più deboli dai grandi produttori di armamenti, accrescendo in un circolo vizioso il dominio geopolitico e fomentando nazionalismi e autoritarismi.</p>
<p>L’effetto oppressivo della guerra colpisce quindi non solo i nemici esterni, ma anche i cittadini, ridotti a sudditi. Le sue macerie – materiali e spirituali – diventano terreno fertile per nuovi conflitti, nuove diseguaglianze, nuove forme di oppressione.</p>
<p>Nel contesto europeo, la guerra non deve nemmeno essere combattuta: basta che sia programmata, con tutto ciò che ne discende in campo economico, giuridico, sociale. Ne è esempio il recente discorso di Mario Draghi al Parlamento Europeo, in cui si propone l’emissione di un debito europeo per finanziare riarmo, intelligenza artificiale e innovazione tecnologica. Un debito da sottoscrivere con il risparmio privato dei cittadini europei, e non con l’intervento della Banca centrale. Il piano “ReArm EU” è stata la pronta risposta della Commissione Europea, sostenuto da una campagna ideologico-mediatica, che punta a legittimare un potere politico sempre più autoritario, che invita i cittadini a “pagare il prezzo della libertà” (Josep Borrel).</p>
<p>Il linguaggio, nel “Sistema Guerra”, è strumento centrale: si moltiplicano le formule eufemistiche come “missione di pace”, “guerra umanitaria”, “intervento preventivo”, che nascondono la realtà fatta di sofferenza, orrore, distruzione. I ceti dominanti, che preparano e promuovono la guerra, non la “parlano”. L’informazione si trasforma in propaganda. I morti scompaiono, contano solo le munizioni, i carri armati, le risorse finanziarie per continuare la guerra. Quando poi la mistificazione non tiene più, come nel caso di Gaza, si aprono inevitabilmente grandi contraddizioni irrisolte.</p>
<p>Il “Sistema di Guerra”, per funzionare, richiede la <strong>militarizzazione della società</strong>: il nazionalismo ritorna, l’autoritarismo si consolida. In Italia, con l’emergenza Covid, questo processo ha assunto contorni evidenti. Come dimenticare i<strong> sanitari dell’esercito nelle corsie degli ospedali sovraccaricati dai pazienti Covid-19, le tende dell’esercito per il triage fuori degli ospedali, le bare di Bergamo trasportate dai camion militari, i vaccini antinfluenzali somministrati negli ospedali militari, l’esercito a presidiare le strade, i vaccini Covid-19 scortati nei loro viaggi da mezzi militari? Come dimenticare che il Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 era il Generale di Corpo d’Armata Francesco Paolo Figliuolo? Che i decreti legge emergenziali promulgati in quel periodo limitavano le libertà costituzionali di spostamento e di aggregazione e militarizzavano al contempo le strade delle città?</strong> <strong>Nel momento in cui </strong>si è tentato di “legittimare” pienamente l’uso del militare per gestire ogni funzione civile, occupare la sfera pubblica e assumere il pieno controllo dell’“ordine pubblico” in uno stato di guerra contro il “nemico invisibile”,<strong> abbiamo sperimentato pericolose torsioni autoritarie nelle società. Quando si è cancellata </strong>la distinzione fra spazio pubblico e spazio privato, quando l’individuo non è più stato padrone del proprio corpo, padrone delle libertà sancite persino costituzionalmente, ecco che, come ha chiaramente spiegato Hannah Arendt, abbiamo compiuto un primo passo verso il totalitarismo.</p>
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<h2>L’Autodifesa</h2>
<p>Una società priva di autodifesa d’altra parte perde identità, capacità di prendere decisioni in modo democratico, natura politica. L’autodifesa tuttavia non è solo legata all’aspetto militare, ma è strettamente legata ai processi di democratizzazione. Guardando al campo occidentale capitalistico un esempio è dato dalla <strong>neutralità armata della Svizzera</strong>, che si fonda sull’autosufficienza nei settori vitali (energia, alimentazione) e su una efficace difesa puramente difensiva, senza proiezione esterna. La Svizzera costituzionalmente può utilizzare le forze armate per difendere la sua indipendenza e la sua integrità territoriale ma non per far valere interessi che vadano oltre l’autodifesa. Questo fa sì che il Paese non possa aderire a alleanze militari internazionali, come ad esempio la NATO.</p>
<p>Un secondo modello più radicale di autodifesa democratica, che potrebbe essere concettualmente integrato con quello svizzero, è quello del <strong>Rojava</strong> in Siria, basato su autodifesa diffusa e partecipata. Parti del complesso sistema di difesa sono autoorganizzate (si pensi ad esempio ai feriti e a tutte le persone menomate dalla guerra, che vengono ospitate in centri autogestiti dagli stessi combattenti ospiti per poi essere reinserite nella società), le donne hanno un ruolo centrale, la formazione militare è integrata con educazione politica ed etica. Il sistema si fonda sul rifiuto della logica statale gerarchica, trae forza dalla comunità e si pone sulla scena in un’ottica internazionalista.</p>
<p>Da ultimo, la resistenza curda ha dimostrato che anche contro forze soverchianti – come il secondo esercito della NATO (la Turchia) – è possibile difendere i propri territori e valori.</p>
<p>Qui la forza nasce dal basso, da una società consapevole, solidale, politicizzata.</p>
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<h2>La Pace come Progetto Politico</h2>
<p>Alla luce di tutto ciò, <strong>la Pace non può essere intesa solo come assenza di guerra (</strong>in ogni caso sempre auspicabile), ma come superamento di ogni forma di alienazione, sfruttamento e dominio. Costruire un’alternativa al Sistema di Guerra richiede un nuovo pensiero rivoluzionario: un pensiero critico, che recuperi la lezione di Marx ma vada oltre l’impostazione classica del conflitto capitale/lavoro.</p>
<p>Possiamo quindi parlare di <strong>Pace Rivoluzionaria</strong>: una pace intesa come lotta di liberazione.</p>
<p>Ciò implica smascherare le forme del dominio e attuare una trasformazione radicale della società. Come suggerisce Napoleoni, dobbiamo agire sul “residuo” umano che sfugge alla logica della valorizzazione capitalistica. Questo residuo – la parte viva, incorruttibile dell’essere umano – è la leva della rivoluzione, una forza interiore e collettiva che può diventare un fattore politico decisivo. Il compito diviene allora quello di recuperare le soggettività perdute e di mettere in moto un opposto e virtuoso processo verso la Pace.</p>
<p>Un esempio interessante di pace così intesa, che non a caso ha goduto di pochissima attenzione sui principali mezzi d’informazione, è l’iniziativa di pace proposta da <strong>Abdullah Öcalan</strong>, in Turchia. In un Medio Oriente sconvolto da bombardamenti e annientamento di popoli. Öcalan, dopo una guerra civile sanguinosissima durata 40 anni, dopo migliaia di morti, ha proposto Pace e praticato il disarmo unilaterale del PKK in nome di una rivoluzione democratica tesa al bene comune pur esercitando il diritto all’autodifesa. Un gesto radicale, che dimostra come la pace possa nascere anche nel cuore del conflitto, e che ribalta completamente uno dei principi del pensiero unico, per cui la pace può (e spesso deve) essere raggiunta attraverso le armi e la guerra. Armi e guerra che in realtà distruggono i rapporti, le relazioni, il dialogo. Come scriveva Giovanni XXIII nella <em>Pacem in Terris</em>: «La pace si può costruire solo nella fiducia reciproca.»</p>
<p>Passando ora al “pacifismo”, vediamo che oggi ha perso incisività e appare sempre più marginale politicamente: le bandiere arcobaleno e i gesti simbolici, spesso praticati da chi non ha più alcuna credibilità, non bastano più, anzi risultano talvolta controproducenti per il raggiungimento della Pace. La <strong>Pace non può essere trattata come un semplice valore</strong>, come suggerisce il pensiero dominante, ma come un principio non negoziabile. Se è un principio, allora nessun mezzo – neppure la guerra “giusta” – può essere ammesso.</p>
<p>Il <strong>Pacifismo Rivoluzionario</strong> agisce dentro le contraddizioni nei modi più disparati e opportuni, come la diserzione da parte dei renitenti alla leva ucraini o dei refusenik  israeliani, l’opposizione civile al regime putiniano, il blocco dei convogli di armi come a Genova e Marsiglia, un’informazione davvero libera, il boicottaggio di prodotti legati alla guerra e all’oppressione, le sanzioni contro interi Paesi e/o singoli criminali internazionali, una piena applicazione del diritto internazionale, oggi piegato e mortificato davanti alla tracotanza delle potenze e degli interessi dominanti. Il Pacifismo rivoluzionario, come visto, è naturalmente connesso a un cambiamento radicale della società, non può esistere all’interno del sistema dominante, deve uscirne, nelle pratiche e nelle finalità. E’ pensiero e agire critico che parte dal basso, che federa in un certo senso le necessità e i temi che partono da territori e luoghi differenti, con il comune denominatore del contrasto al conformismo, all’obbedienza, alla gerarchia; pone interrogativi cruciali sul ruolo e sull’esistenza stessa dello Stato. Il pacifismo rivoluzionario è quindi una pratica rigorosa, che distingue tra fatti e opinioni, tra propaganda e conoscenza, tra narrazioni dominanti e verità plurali.</p>
<p>Infine, mi piace concludere ricordando il gesto di pacifismo rivoluzionario che attuò <strong>Rosa Parks </strong>nel lontano 1955, che rifiutandosi di cedere il posto sull’autobus a un bianco per ciò finì incarcerata. Come lei ebbe a dire: «Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro [&#8230;]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire». Ciò che ne è seguito, il percorso che si è compiuto a partire da quel momento di rottura radicale, nonostante gli innumerevoli ostacoli frapposti, è di evidenza lampante.</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
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		<title>Avevano ragione i soliti guastafeste?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/04/23/avevano-ragione-i-soliti-guastafeste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Apr 2023 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[lucia tozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[modello Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Violante]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Sergio Violante</strong></p>
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<p>Finalmente, era ora! Ci è voluta una napoletana come Lucia Tozzi per far sorgere anche nell’elegante e felpato mondo dell’”intellighenzia progressista” meneghina qualche dubbio sul cosiddetto “Modello Milano”. Ho letto con attenzione prima sulla rivista del Mulino, ieri su Doppiozero due recensioni al libro della Tozzi <em>L’invenzione di Milano </em>( Napoli, Cronopio, 2023, euro 15) che incominciano a mettere in discussione la propaganda sulla Milano città modello, città all’avanguardia in Italia, in Europa e, se possibile, nel mondo. Le analisi di Alberto Saibene per il Mulino e Luca Molinari per Doppiozero prendono finalmente atto che il punto di svolta nell’attuale modello di sviluppo della città è stato l’”evento” Expo 2015, che ha impresso a Milano una traiettoria da cui la sinistra al governo cittadino non si è mai più discostata. Il modello magnificato da Matteo Renzi, che veniva considerato a quel tempo il nuovo messia della sinistra del fare, che superava e svecchiava la politica del ‘900 portandoci nella dimensione postindustriale, il nuovo sol dell’avvenire, tutto mercato (tanto) e solidarietà (poca). Oggi la sinistra progressista cittadina si accorge che la città è piena di contraddizioni, che il livello degli affitti è insostenibile, che i prezzi delle case aumentano secondo una curva esponenziale, che “Milano diventa una città per ricchi ed espelle, oltre alle classi popolari, la parte più debole del ceto medio” ( Saibene, art. cit.). Si certifica che la qualità dell’aria è tra le peggiori al mondo ma che le poche aree ancora non edificate vengono immediatamente coperte di cemento, che non esiste una politica dello spazio pubblico, dello spazio sociale, se non in funzione subalterna degli interessi dei colossi immobiliari internazionali. Si parla della costruzione ideologica di una massa di cittadini-consumatori e ci si ricorda finalmente del sinistro spot “Milano non si ferma” che fu offerto ai tempi della crisi pandemica. Ci si interroga sul ruolo dell’intellettuale oggi, categoria a cui appartengono entrambi gli autori, “che ha smesso di essere apocalittico ed è comodamente integrato…” ( Molinari art.cit.).</p>
<p>Tutto bene direi, ottimo anzi! Ma mi sorge birichina e un po&#8217; maliziosa una domanda: ma dove eravate voi, che fino a ieri avete magnificato questo modello, che avete irriso come utopisti folkloristici quello “sparuto gruppo di critici antagonisti” ( Molinari art. cit.) che da sempre, non da oggi, hanno lottato per le posizioni che voi oggi, sembra, stiate abbracciando?</p>
<p>Un minimo riconoscimento credo sia loro dovuto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;umanità non è reato. Considerazioni su Riace e dintorni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/10/23/lumanita-non-e-reato-considerazioni-su-riace-e-dintorni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Oct 2018 05:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Violante]]></category>
		<category><![CDATA[sindaco di Riace]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sergio Violante L’arresto di Mimmo Lucano e la probabile fine dell’esperienza di Riace, caduta sotto i colpi ancora una volta coincidenti di Minniti (candidato segretario pd?) e l’attuale Ministro degli Interni Salvini avrà ripercussioni forti su tutto il mondo che si definisce genericamente di “sinistra”, che mette in primo piano i concetti di libertà [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-76249" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Biagio-Cepollaro-Narrazione-n.162018.-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Biagio-Cepollaro-Narrazione-n.162018.-237x300.jpg 237w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Biagio-Cepollaro-Narrazione-n.162018.-768x973.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Biagio-Cepollaro-Narrazione-n.162018.-809x1024.jpg 809w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Biagio-Cepollaro-Narrazione-n.162018.-250x317.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Biagio-Cepollaro-Narrazione-n.162018.-200x253.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Biagio-Cepollaro-Narrazione-n.162018.-160x203.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Biagio-Cepollaro-Narrazione-n.162018..jpg 1674w" sizes="(max-width: 237px) 100vw, 237px" /></p>
<p>di <strong>Sergio Violante</strong></p>
<p>L’arresto di Mimmo Lucano e la probabile fine dell’esperienza di Riace, caduta sotto i colpi ancora una volta coincidenti di Minniti (candidato segretario pd?) e l’attuale Ministro degli Interni Salvini avrà ripercussioni forti su tutto il mondo che si definisce genericamente di “sinistra”, che mette in primo piano i concetti di libertà e uguaglianza in maniera sostanziale, non propagandistica.</p>
<p>E a mio avviso può innescare un dibattito importante che non si limiti alla sola questione di Riace, ma ponga interrogativi e dia già qualche risposta.</p>
<p>Alcune considerazioni mi paiono degne di nota in questa storia, che si incrociano ovviamente con altre e incominciano a formare un quadro abbastanza ben delineato.</p>
<p>Innanzitutto, partirei dal luogo, la Calabria. La regione forse più “arretrata” del Paese, la più periferica sotto tutti i punti di vista. Una regione povera, piena di problemi, con una presenza capillare della principale organizzazione criminale del Paese, la ‘ndrangheta, e con lo Stato come grande assente sul territorio. Una regione che ha visto e sta vedendo, un forte afflusso di migranti, ultimi fra gli ultimi, che vivono come schiavi in baraccopoli improvvisate, che muoiono nei campi esausti dalla fatica o vengono uccisi come cani mentre cercano delle lamiere da utilizzare come riparo.</p>
<p>Una regione però che ha visto nascere l’esperienza libertaria del piccolo centro di Riace, che ha sconvolto tutta la retorica progressista sull’accoglienza, e la ha fatta diventare un modello da studiare in tutto il mondo.</p>
<p>Una regione che ha scoperto un leader come Aboubakar Soumahoro, italoivoriano, che ha contestato la definizione di “migrante” da sostituire invece con quella di “sfruttato”, essere umano fra tutti gli altri. E che ha sostenuto che “la sinistra va ricostruita a partire dai luoghi e dalle contraddizioni sociali. Bisogna partire dalle periferie, dalle aree rurali, da quei luoghi sperduti su cui i riflettori non si accendono, fin quando un lavoratore e sindacalista non viene fucilato”.</p>
<p>Il luogo diventa quindi portatore esso stesso di significato politico. Ovviamente non si tratta delle roccaforti della sinistra neoliberista dei Parioli o della cerchia dei Navigli, così come della tradizionale provincia rossa del centro Italia, che per altro ha aperto la strada allo sviluppo della prima. Ma non ci si trova neanche in una delle metropoli che hanno dato vita alla ribellione e alla lotta negli anni settanta.</p>
<p>Sembra quindi paradossale, ma nel terzo millennio le esperienze sociali e politiche più interessanti avvengono e si sviluppano nei posti maggiormente lontani dai centri cosiddetti sviluppati, come ad esempio nel Rojava siriano o nella piccola comunità di Riace in Calabria. E tutte le esperienze pongono al centro il recupero del rapporto dell’uomo con l’uomo e dell’uomo con la natura, senza l’apporto di false ideologie, “buoniste” o “ambientaliste” che siano.</p>
<p>L’esperienza di Riace ci dice molte cose e per questo fa paura, a tutti: destra tradizionale, sinistra neoliberista, pentastellati della democrazia tecnologica.</p>
<p>Il modello Riace dimostra che i poveri del mondo non sono una minaccia per i nostri poveri, ma una risorsa per la terra su cui insistono, e immagina un mondo “in cui non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde dei mari dell’odio”, come ha affermato Mimmo Lucano.</p>
<p>È un modello che si oppone frontalmente, in modo radicale, anche se all’interno della struttura dello Stato, ai meccanismi dominanti del pensiero unico neoliberista. Un modello che viene agito all’interno di un Comune, con tutte le caratteristiche amministrative e burocratiche conseguenti. Dove però si travalica il concetto rigido e autoritario della legalità, cercando di applicare il concetto rivoluzionario della giustizia sociale, del rispetto e dell’armonia tra uomo e natura.</p>
<p>Ecco perché a Riace tutti gli esseri umani sono cittadini accolti, non soltanto quelli che ne hanno i requisiti legali. Ecco perché le case abbandonate sono state affidate in comodato gratuito ai “nuovi arrivati”. Ecco perché lo scuolabus non si paga Ecco perché l’occupazione di suolo pubblico non si paga. Ecco perché la mensa scolastica ha costi bassissimi. Ecco perché il Comune sta scavando in modo autonomo un pozzo, per portare gratuitamente l’acqua in tutte le case e non utilizzare più i servizi della società privata che in Calabria gestisce l’acqua.</p>
<p>Ecco perchè un piccolo paese che contava 900 abitanti nel 1998 ha raggiunto i 2.345 residenti, di cui circa 500 stranieri, nel 2017. Ecco perché all’interno dei confini amministrativi si è introdotto il “bonus sociale”, una sorta di moneta locale che sostituisce il contributo dei 35 euro giornalieri per l’accoglienza, il cui uso perverso è emerso con la vicenda di Mafia Capitale. Ecco perchè i contributi statali sono stati investiti per garantire occupazione e integrazione, per dare dignità alle famiglie e vita al paese, non per arricchire pochi gestori dei soldi pubblici. Ecco perché sono state create le cosiddette “borse lavoro”, un contributo di 600 euro per ogni migrante che inizia un lavoro presso le botteghe artigianali locali. Ciò ha comportato un effetto sia sociale che economico, con la riattivazione di molte attività che altrimenti si sarebbero estinte.</p>
<p>Ecco perché si è bloccato il consumo di suolo che ha reso Riace Marina una distesa di supermarket e di villette semiabusive e si è invece valorizzato il centro storico che andava spopolandosi. Ecco perché si è recuperato un luogo diventato senza anima, pieno di case disabitate, di eternit e di amianto e lo si è riconsegnato alla comunità vivo. Ecco perché Riace è stato uno dei primi comuni del disastrato sud Italia a effettuare la raccolta differenziata dei rifiuti senza alcuna intromissione della malavita locale. Ecco perché la scuola che era stata chiusa nel 2000 è stata riaperta, e ora funziona con laboratori e fattoria didattica.</p>
<p>Riace quindi, con la sua esperienza, va oltre il mero tema dell’immigrazione e dell’accoglienza, ma affronta direttamente il tema dello sfruttamento, dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, e prova a dare delle risposte concrete, in una logica e un quadro complessivo di solidarietà sociale. E questo non perché i riacesi siano più “buoni” dei loro vicini ma, semplicemente, perché il modello funziona per tutti. Le persone sono cresciute culturalmente, hanno toccato la sofferenza altrui, hanno solidarizzato e compreso. Qui l’accoglienza c’è ma non si vede, non ci sono i soliti centri di accoglienza, visibili ovunque in tutto il loro squallore e degrado, qui sono le case stesse del paese ad assolvere questa funzione.</p>
<p>Riace diventa quindi l’esperimento di una società democratica basata sull’uguaglianza, dove la base controlla il vertice, dove la legalità sia intesa come umanità, non come mera burocrazia gerarchica.</p>
<p>Partendo da queste considerazioni si arriva quindi a un altro elemento fondamentale su cui interrogarsi, ovvero l’occasione che possono rappresentare i governi e/o gli autogoverni locali. Cioè che per sviluppare un mondo diverso, in cui agli obiettivi materiali si affianchi una nuova dimensione dell’essere legata all’altruismo, alla partecipazione, alla socialità, al comunitarismo, alla libertà si debba partire proprio dai territori marginali, visti in una sorta di contrapposizione con l’alienazione e l’omologazione delle grandi città.</p>
<p>E ripropone un tema fortissimo: la crisi, o per lo meno la radicale modifica delle funzioni dello Stato nel mondo contemporaneo, e il conseguente ritorno della democrazia come tema centrale.</p>
<p>Con l’avvento del modello neoliberista si avvia infatti una crisi dello Stato irreversibile, che non presuppone alcuna possibilità di un ritorno al passato. Gli Stati infatti si de-nazionalizzano e cedono quote di sovranità proprio per istituire un&#8217;infrastruttura globale istituzionalizzata che garantisca l&#8217;estensione illimitata dei commerci e della produzione, anche attraverso la costruzione di nuovi enti di governo politico-economico globali. In un mondo globalizzato che compra gli stessi prodotti su Amazon e usa Google e Facebook non ha più senso discutere di politica riferendosi a quello che accade all’interno dei singoli stati sovrani. Tutti i paesi fanno parte dello stesso sistema e sono sottoposti alle stesse pressioni. Ed è probabile che la prossima fase della rivoluzione tecnico-finanziaria sia ancora più disastrosa per l’autorità politica nazionale, basti pensare al solo fantasma dei “mercati”, l’incubo per eccellenza di qualunque governo nazionale.</p>
<p>Lo stato quindi si de-nazionalizza e perde funzioni, ma resta fondamentale nello schema di governo del capitale transnazionale. La falsa ideologia del neoliberismo che proclamava il superamento dello stato, ne ha creato invece uno strumento di regola e controllo della globalizzazione su specifici territori, attraverso l’apparato burocratico e repressivo. Non è un caso che l’esperienza di Riace viene meno a seguito di un’ispezione ministeriale ordinata dall’allora Ministro degli Interni Minniti e portata a termine dal suo successore Salvini, con l’avallo di un giudice pare aderente a Magistratura Democratica. Sarà anche vero, anche se tutto da dimostrare, che il Comune di Riace ”ha accumulato 34 punti di penalità” nella gestione dei migranti, ma qui il punto e la questione sono evidentemente politici.</p>
<p>E allora diventa fondamentale il recupero del concetto e della pratica della democrazia, come nell’esperienza di Riace si è tentato di sviluppare. Non credo infatti che, come dice Saviano, siamo di fronte a una situazione di disobbedienza civile, che ha un carattere sostanzialmente dimostrativo. In questo caso osserviamo un’alternativa concreta, possibile e funzionale, perciò tanto pericolosa e perseguita, del modello dominante.</p>
<p>Il ritiro dello Sato come Welfare State è un processo iniziato negli anni ’80 e non ancora portato a termine, almeno in Italia, ma che ha avuto effetti sostanziali sulla società. Ciò che è accaduto è stato che da un lato lo Stato si è ritirato dai territori non appetibili per i suoi processi di valorizzazione mentre, per altro verso, ha accentuato la sua presenza proprio là dove il ciclo dell’accumulazione trova la sua realizzazione più idonea. In sostanza è sempre più evidente che i subalterni hanno perso qualunque interesse per il potere politico e non hanno più forme di negoziazione istituzionale.</p>
<p>Questa sorta di “libanizzazione sociale”, dove accanto ad aree con un potere chiaramente istituzionalizzato ne possano esistere altre più o meno autonome o autorganizzate comporta la possibilità di “contagio” di queste ultime nei confronti delle prime, di trasmissione e di penetrazione delle forme politiche libertarie verso le parti più omogenee al modello dominante.</p>
<p>L’aspetto interessante di Riace è quindi quello di un’esperienza di governo del territorio sostanzialmente istituzionalizzata, ma partecipativa, diretta e di base, con lo sviluppo di un processo democratico che al di là della cosiddetta libertà negativa (la libertà di un individuo finisce dove inizia quella dell’altro) promuove una libertà positiva e sostanziale (maggiore è il numero delle persone libere, maggiore sarà la libertà individuale) legata all’eguaglianza.</p>
<p>E anche lo slogan che ha accompagnato la manifestazione a sostegno del sindaco privato della libertà e dello smantellamento dell’esperienza, “L’umanità non è reato”, ha un significato importante. Perché è di una nuova umanità che si sta parlando, un’umanità che mette in crisi le leggi e lo Stato stesso che le promulga. Un’umanità che ribalta definitivamente il mantra della sinistra neoliberale dei “diritti civili in cambio dei diritti materiali”. Un’umanità che manda in crisi sia i modelli basati sul pareggio di bilancio (che altro non è che una riduzione dei diritti e dei servizi dei cittadini) sia quelli basati sulla paura e sul rancore, derivanti dal pieno compimento dei primi. Un’umanità che per l’appunto mette al centro l’uomo e la natura, e non l’economia con la supremazia del capitale. Un’umanità che immagina e pratica la Cittadinanza Universale.</p>
<p>Ecco perché Riace ha fatto paura e è stata fatta cadere. Oggi si è persa una battaglia importante, ma la strada è segnata. Soltanto così si mette in crisi un sistema iniquo, ingiusto e autoritario. Oggi è stato possibile distruggere l’esperimento perché era solitario e, isolato. È stata messa in moto la macchina burocratico-repressiva che ha fatto il suo lavoro. Ma se le Riace fossero state 10, 20, 100, cosa sarebbe accaduto? Non è impensabile pensare che la cieca amministrazione sarebbe andata in panne con esiti affatto diversi da quelli che stiamo purtroppo osservando oggi</p>
<p>Oggi non siamo in una situazione come quella del decennio 1968-1977, in cui l’”assalto al cielo” era nell’ordine delle cose. Oggi non si tratta più di prendere il Palazzo d’Inverno, quanto piuttosto di privarlo delle funzioni direttive e di comando.</p>
<p>Ed è in questa logica che una sinistra senza gelosie, primogeniture, settarismi può e deve unirsi, perché le parole chiave sono poche e molto semplici.</p>
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