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	<title>Silvana Farina &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Note-book: La lucina di Antonio Moresco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 07:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Carmelo Bene]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[La Lucina]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di lettura di Silvana Farina È come se a Moresco non interessasse la letteratura in sé ma riflettesse sul perché fare letteratura, sul perché scrivere e su che cosa questo significhi per lui. Spesso, anche se gli scrittori amano molto la letteratura, la scrittura stessa, non riflettono su di essa, né sul rapporto tra [&#8230;]]]></description>
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<p><strong>Nota di lettura</strong><br />
di<br />
<strong>Silvana Farina</strong></p>
<p>È come se a Moresco non interessasse la letteratura in sé ma riflettesse sul perché fare letteratura, sul perché scrivere e su che cosa questo significhi per lui. Spesso, anche se gli scrittori amano molto la letteratura, la scrittura stessa, non riflettono su di essa, né sul rapporto tra la letteratura e se stessi. Al contrario, Moresco ha pensato molto alla relazione tra la sua persona e la scrittura,  intridendola  della sua fatica, della sua vita, delle sue visioni. Così, <em>La lucina</em>, breve romanzo pubblicato da Mondadori nella collana Libellule, è il piccolo embrione che  ha scavato e lavorato in segreto dentro l&#8217;autore, pretendendo alla fine una sua vita autonoma. Nella <em>Lettera all&#8217;editore</em>, Moresco spiega che questo piccolo romanzo nasce proprio come <em>«una piccola luna che si è staccata dalla massa ancora in fusione»</em> del suo nuovo romanzo<em> Gli increati</em>, a saldare quel percorso iniziato con <em>Gli esordi</em> e i <em>Canti del caos</em>.</p>
<p>La lucina <em>«è una storia scaturita da una zona molto profonda della mia vita, è come una piccola scatola nera.</em>» Una storia che come <em>Gli Incendiati</em> è «<em>un&#8217;irruzione incalcolata e improvvisa» </em>che urgeva dentro di lui e che Moresco stesso dichiara essere testamentaria proprio per la sua particolare natura intima e segreta. Così, per il valore che ha per l&#8217;autore e per la lettura intensa che se ne fa, risulta davvero difficile eppure fondamentale parlarne.<br />
Moresco ci fa un dono, scopre quella zona profonda della sua vita, apre quella scatola nera, offrendoci una vera e propria operetta filosofica. Della filosofia c&#8217;è, infatti, una riflessione, un rovello che pone al centro gli interrogativi disincantati di un uomo attraverso una fenomenologia della natura. Una natura che si fa organismo vivente e pulsante, pronta a prorompere e inglobare il segmento umano, sconvolgendolo. L&#8217;uomo è immerso nel silenzioso e sismatico cosmo naturale popolato da libellule e lucine (che abitano da sempre il suo mondo, fin da <em>Gli esordi</em>: <em>«Altri stavano conversando vicino alla pila dei mattoni forati, che erano attraversati da parte a parte dalle lucciole»</em>). </p>
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<p>La sua contemplazione di fronte alla natura <em>«Chissà se la luce non è anche lei dentro un’altra luce? E che luce sarà, se è una luce che non si può vedere? Se neanche la luce si può vedere, che cos’altro si può vedere?»</em> può richiamare gli interrogativi di un pastore alla luna. <em>Il Canto Notturno di un pastore errante dell&#8217;Asia</em> si apre proprio con una domanda alla luna: «<em>Che fai, luna, in ciel? Dimmi, che fai, /silenziosa luna?»</em> Tuttavia, se Leopardi non riceveva risposta, il protagonista de La lucina riceve delle risposte dalla vegetazione, dalle rondini, dagli insetti che lo circondano, indice forse del fatto che l&#8217;uomo forza la sfera dell&#8217;universo per poter accedere ai suoi più profondi significati.</p>
<p>Cosa sarà quella lucina? Il narratore se lo chiederà spesso, e ci descriverà meticolosamente tutte le sue azioni nella sequenza ciclica delle stagioni, in quel brulicare di vita e morte. Fino a quando quest&#8217;uomo solo incontra un bambino evanescente (quasi un alter ego del piccolo Moresco) che lo accompagnerà nel suo percorso finalizzato alla scomparsa di sé, allo svanire di un&#8217;essenza fuori dal tempo. Allora la solitudine («sono venuto qui per sparire, in questo borgo antico abbandonato e deserto di cui sono l&#8217;unico abitante») diventa la necessaria condizione per un percorso catartico che si fa esperienza etica nella consapevolezza che quella dolorosa fisicità è vita e morte in un flusso vitalistico continuo. In questa sorta di diario del pensiero, di Zibaldone, morte e (ri)nascita, infanzia e maturità non sono mai stati così vicini, poli necessari di un cerchio eterno del divenire, di un  imprescindibile ritorno alle origini.</p>
<p>Antonio Moresco si conferma un autore insurrezionale, nel senso lato della parola, perché capace di incendiare le camere d&#8217;aria interiori di ogni singolo lettore, capace di sconfinare, di rovesciare piani precostituiti. Attraverso questo testo necessario, Moresco spalanca le percezioni di un uomo che vive il disagio di stare dentro un microcosmo a sua volta accartocciato in un macrocosmo e con un disincantato lirismo leopardiano spacca la vita in mezzo, mette in crisi la percezione dell&#8217;universo. La lucina è quindi un&#8217;altra fessura, accanto ai Canti del Caos, che squarcia la zona ignota, come se la letteratura fosse una cruna, come lui la definisce, che ci conduce verso di essa.</p>
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