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	<title>simona baldanzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Testimoni involontari del tempo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/06/vivere-e-scrivere-ai-tempi-del-covid-19/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2020 12:00:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-83919" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto.jpg" alt="" width="800" height="535" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/desierto-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p><em>Il 6 marzo 2020 ancora non mi rendevo conto di quanto le nostre vite sarebbero cambiate per colpa della pandemia Covid-19. Ma forse sospettavo qualcosa, annusavo l’odore di bruciato. Altrimenti non saprei spiegarmi la mail che inviai a un gruppo di scrittrici e scrittori per chiedere loro come stavano vivendo la situazione, come erano cambiati i loro giorni e le loro scritture. Cercavo – lo ammetto – un poco di compagnia nelle parole degli autori, e l’intelligenza e la comprensione dei fatti che avrebbero potuto offrire. Avevo intenzione di pubblicare le risposte su <a href="https://www.rassegna.it" target="_blank" rel="noopener"><strong>Rassegna.it</strong>,</a> un sito letto da attivisti sindacali e lavoratori. Volevo accostare mondi che non sempre si parlano. È così è andata. Ho ricevuto, fino al 30 marzo, <a href="https://www.rassegna.it/tag/scrivere-ai-tempi-del-coronavirus"><strong>diciassette risposte</strong></a>, documenti del cambiamento, anche, nel corso di questo mese alle spalle, dell’accelerazione delle clausure, della pandemia, della paura. Adesso che l’iniziativa è più o meno conclusa, non è terminata però la stagione precaria che pure guarda a un futuro incerto. Mi sono fatto l&#8217;idea che, delle tante manifestazioni di scrittura digitale e web che ci coinvolgono, Nazione Indiana sia probabilmente quella su cui è più sensato lasciare una traccia ulteriore. Forse perché sta qui da tanti anni, e nonostante tutto c&#8217;è ancora. Ecco i testi ricevuti: documento a memoria, piccola testimonianza di quello che ci è capitato. Li inserisco nell&#8217;ordine di pubblicazione su Rassegna, ma di alcuni aggiungo la data in cui sono stati inviati, nel caso sia risultata troppo lontana rispetto a quella di uscita. </em></p>
<p><em>Allego anche una <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Testimoni_involontari_del_tempo.pdf" target="_blank" rel="noopener"><strong>versione pdf</strong></a> e una <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/Testimoni_involontari_del_tempo.epub" target="_blank" rel="noopener"><strong>versione epub</strong></a>, per maggiore comodità di lettura. D.O.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Francesco Targhetta</em></p>
<p><em>Lisa Ginzburg</em></p>
<p><em>Gianni Biondillo</em></p>
<p><em>Alessandra Sarchi</em></p>
<p><em>Francesco Pecoraro</em></p>
<p><em>Vanni Santoni</em></p>
<p><em>Igiaba Scego</em></p>
<p><em>Giorgio Falco</em></p>
<p><em>Helena Janeczek</em></p>
<p><em>Alessandro Gazoia</em></p>
<p><em>Luciano Funetta</em></p>
<p><em>Angelo Ferracuti</em></p>
<p><em>Rossella Milone</em></p>
<p><em>Filippo Tuena</em></p>
<p><em>Andrea Gentile</em></p>
<p><em>Stefano Valenti</em></p>
<p><em>Simona Baldanzi</em></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Francesco Targhetta</strong>, <em>10 marzo 2020</em></h3>
<h3>Come insegnante in una scuola di Treviso, non vado a scuola dal 22 febbraio e non ci tornerò presto. Appena è diventato chiaro che la sospensione delle lezioni non sarebbe stata breve, mi sono informato su quale fosse lo strumento più comodo per tenere video-lezioni, ci ho un po’ familiarizzato e ho iniziato a usarlo con i miei studenti.</h3>
<h3>La condivisione di uno spazio virtuale è ben altra cosa rispetto a quella di un’aula, ma tocca accontentarsi: attraverso la chat i ragazzi mi fanno domande e rispondono alle mie sollecitazioni, ogni tanto aprono il microfono e ci parliamo, e così proviamo a surrogare l’insostituibile dialogo che si ha in aula. Mi sembra il male minore, l’unico vero modo per non lasciarli soli. Alla fine della prima video-lezione uno studente, per scherzo, mi ha chiesto: “prof, appena suona la campanella posso andare in bagno?”. Non lo ammetterebbero mai: ma a loro la scuola manca, e anche a me.</h3>
<h3>Molti mi dicono: approfittane per scrivere. Ma non ci riesco; al di là del fatto che il progetto che ho in cantiere è ancora in una fase troppo embrionale, avverto come un ronzio costante di fondo che mi rende difficile focalizzarmi su alcunché. Più concentrato è il posto in cui devo stare, meno concentrato riesco a essere.</h3>
<h3>Leggo moltissimo, ho fatto lunghe passeggiate con gli amici finché ho potuto, chiacchiero al telefono e scrivo mail su mail. E penso di essere fortunato, pur vivendo ora in una zona rossa, perché continuo ad avere uno stipendio regolare e non perderò il mio lavoro. Eppure ho la sgradevole sensazione di qualcosa che scivola via, oltre che l’impressione, impalpabile ma dilagata ovunque, che questo avvertimento della nostra infinita piccolezza e precarietà si sia radicato così profondamente che sarà difficile tornare a fare le cose come prima.</h3>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Lisa Ginzburg</strong>, <em>11 marzo 2020</em></h3>
<div>
<h3>Attraverso questo strano e non facile momento a Parigi, dove abito, e dove l’allerta Coronavirus non ha assunto la forma di particolari cambiamenti di usi e costumi del vivere comune. Chissà per quanto ancora ma – se pure nettamente meno del solito –  strade, caffè, autobus e metropolitane sono affollati. Non che l’ansia per l’epidemia non galoppi tutt’intorno; però mancano segni tangibili, tracce di radicali nuovi assetti che possano amplificare l’angoscia dei pensieri. Visioni trasformate che mi facciano sentire preoccupata più di quanto già non sia. Lo stesso l’ansia aleggia, abita dentro; da dieci giorni (o più? ho perso il conto, il tempo s’è come dilatato) il mio guardare la realtà è più che mai scisso, strabico, un occhio puntato fisso all’Italia – anche al mondo, certo, però all’Italia soprattutto – l’altro alla vita, occhio vigile sulla mia e quella di chi amo.</h3>
<h3>La vita prima di questo deflagrare – di un’epidemia, ma anche di molto altro. Il diverso rapporto con il futuro è la trasformazione più spiazzante. Faccio parte di quella vasta categoria di persone che sono solite vivere pianificando, trovando senso e rassicurazione in un monitoraggio continuo del loro tempo, organizzato secondo scansioni, orizzonti di date ed eventi a venire. Giorni e appuntamenti collocati nel futuro, prossimo o lontano, cui sono solita abbrancarmi come a protesi di me, e che invece improvvisamente o si vanificano, o diventano labili, immersi in una nebbia di possibilità che contiene nella sua bruma una buona dose di incertezza.</h3>
<h3>Il proprio avvenire come ipotesi: un paradigma nuovo, che dilata il presente, illumina il passato, mentre su quel che accadrà “dopo” mantiene un riserbo molto preoccupato. Non è caos quello generato da questo scomporsi delle certezze temporali: piuttosto direi uno smarrimento sconsolato e mite, un sussulto di vulnerabilità, atterrito, senza parole. Epifania muta di uno scoprirsi privi di strumenti per decifrare, la realtà così come se stessi. Per chi scrive, per quanti di noi lavorano con le parole, condizione destabilizzante anche da un punto di vista professionale, e perciò sentita come onnipervasiva, che schiaccia.</h3>
<h3>Il secondo pensiero è rivolto al Sé. Prende forma in embrione in queste settimane, penso, un modo nuovo di concepire le proprie identità. Ci si sente con gli altri, con tutti. Posti di fronte alla medesima minaccia e perciò interconnessi, nonostante ogni separazione da contagio. Davanti a questo grande pericolo che ci riguarda come esseri umani, senza distinzioni, ogni interesse personale quantomeno cambia di valore. A occhio nudo ecco si mostra la vanità dell’essersi sentiti importanti, anche unici. Come un’espiazione: tante forme di narcisismo verranno azzerate da questa nube di contagio, mi viene da supporre. La mannaia di questa malattia terribile, insidiosa e misteriosa, agirà da Grande Livellatore… Fantasie apocalittiche, la cui intensità è misura del disorientamento. Conta moltissimo il lavoro.</h3>
<h3>Leggere, scrivere, stare in ascolto, pensare. Come non mai, impegnarsi è la vera barra del timone; però acquattati, lì anche senza poter prevedere niente. Quanto durerà questa paura? Quanto l’allarme di queste settimane, e i disagi, e gli effetti nella lunga durata trasformeranno i nostri modi di stare al mondo, di lavorare, di amare? Domande ampie, avvolte loro anche dalla bruma incerta di questi giorni molto tesi e cupi. Chissà. Allenarsi all’imprevedibile. Addomesticare l’angoscia cedendo a una duttilità del pensiero. Perché dopo questo forme nuove saranno quelle che useremo: per pensare il tempo, e gli altri, e noi stessi.</h3>
</div>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<div>
<h3><strong>Gianni Biondillo, </strong><em>12 marzo 2020</em></h3>
<h3>Forse l&#8217;immagine dello scrittore solitario, nel chiuso delle sue stanza, che non fa altro che vergare pagine mentre fuori infuria la bufera, può piacere a qualche romantico d&#8217;accatto, ma è pura finzione. Scrivere non è un&#8217;attività solitaria. Lo è forse in un dato momento, ma c&#8217;è una vita, c&#8217;è un mondo da frequentare se si vuole scrivere. La settimana dello scrittore ha momenti schizofrenici. Certo, ci sono la solitudine, il raccoglimento, le ore passate davanti al computer. Ma ci sono anche i viaggi, gli incontri, le scuole, le conferenze. Ci sono le fiere, i saloni, le redazioni, le presentazioni dei libri, tuoi o di altri, nelle librerie, nei centri culturali, nelle scuole. Quando d&#8217;improvviso ti viene proibito tutto ciò senti come una ferita, un vuoto. Ti senti sbilanciato, asimmetrico. Per assurdo, proprio ora che in teoria ho più tempo per scrivere, scrivo di meno, con più difficoltà. Questo tempo “sospeso” è un tempo che non passa, che non si mette a frutto. Le scolaresche, i lettori, i colleghi, gli editori, la gente comune, quella che ti ferma per strada, il bar dove fai colazione, le mostre, i teatri, il cinema, sono il cibo quotidiano, la pasta da modellare, il muro da scalare, la materia prima, rigenerante per ogni scrittore. Nessun artista opera da solo, anche il più solitario.</h3>
<h3>Ma poi, ché di lavoro si parla, non di un ozioso passatempo, non di un hobby da farsi nel tempo libero, la ricaduta economica &#8211; per chi come me vive di parole, chi, insomma, non ha uno stipendio o una rendita assicurata &#8211; è disastrosa. Mi sono saltati incontri, conferenze, appuntamenti, convention programmati da mesi e che non potranno essere recuperati. Su alcune di queste, dove erano presenti rimborsi, <em>fee</em>, gettoni di presenza, avevo fatto affidamento per tamponare il mio magro bilancio familiare. Di libri, solo di libri, non si vive in Italia.</h3>
<h3>E, lo voglio dire, mi infastidisce sentire in televisione chi, cercando di sembrare simpatico o intelligente, se ne esce con dichiarazioni risibili. Cose tipo: “Be&#8217;, ora abbiamo il tempo per leggerci un buon libro”. Ché c&#8217;era bisogno della prospettiva di una pandemia per consigliarlo! Già prima di tutto ciò nessuno andava in una libreria, figuriamoci oggi. Tutto questo tempo sospeso non sarà utilizzato per leggere libri, siamo seri. In un tempo che non passa, in un tempo di pura attualità, il tempo lo passeremo consultando siti di notizie, facendo la conta dei morti e dei sopravvissuti, inebetendoci di fronte allo schermo televisivo, augurandoci nell&#8217;intimo la rissa. Per poi magari scrivere sui social che, male che vada, dobbiamo prenderci questo tempo “per aprire finalmente un buon libro”. Che non c&#8217;è nella maggior parte delle case degli italiani.</h3>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Alessandra Sarchi</strong>, <em>13 marzo 2020</em></h3>
<h3>L’emergenza sanitaria creata dalla diffusione del Coronavirus, e le conseguenti restrizioni alla mobilità e alla socialità, cadono per me come prolungamento di un periodo non tanto diverso: da un anno e mezzo ormai per ragioni di salute passo parecchio tempo da sola. In attesa che le cose migliorino, in attesa che gli esami cui mi sottopongo periodicamente mi consentano di ritornare a fare questa o quella cosa. In molti mi dicono: be’ ne approfitterai per scrivere, in realtà non è così.</h3>
<h3>Scrivere, scrivo, ma senza quella ricchezza di spunti e di sollecitazioni che rendono necessaria quest’attività. La scrittura è già di per sé isolamento, ma un conto è isolarsi mentre si è nel mezzo di relazioni e stratificazioni che premono e chiedono e suggeriscono connessioni e rimandi, e scavano tunnel che dal presente vanno al passato, un conto è vivere isolati per forza, privati della possibilità di un confronto frequente; ci si inaridisce, io mi inaridisco. Si coltivano ossessioni, a volte diventano percorribili con l’immaginazione, a volte è meglio trattarle per quello che sono: spazzatura della psiche.</h3>
<h3>Non è che il mondo di storie e di fantasie che mi porto dentro sia venuto a mancare, però è come se si fosse rattrappito; se ne sta lì, come una ballerina senza pubblico, perché dovrebbe esibirsi? Perché dovrebbe prodursi in una fatica fisica la cui bellezza e perfezione formale non verranno apprezzate da alcuno?</h3>
<h3>Anche ai cultori di un ego intellettuale autonomo e autarchico credo sia chiaro, ora, quanto la vita della mente si nutra di relazioni. Quanto lo scrivere richieda una fiducia nel prossimo di un qualche tipo. Forse è una lezione salutare per noi tardivi figli di un Novecento che ci ha nutriti di individualismo e cinica relatività.</h3>
<h3>Mi manca il cinema e mi manca il teatro, mi manca il poterne parlare con gli amici con cui condivido questi momenti, mi mancano moltissimo biblioteche e musei. Esistono i dialoghi a distanza, le letture e tutto il resto. Esiste il web. E per fortuna esistono gli amici come Davide, che da lontano vengono a stanarti e in questo momento è la cosa che più assomiglia a un: raccontami.</h3>
<h3>L’unica ragione per cui abbia senso pensare di scrivere.</h3>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Francesco Pecoraro</strong>, <em>14 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)</em></h3>
<h3>Per chi scrive e sta, metti, concentrato su qualcosa che lo interessa, un groppo di temi su cui riflettere, cose su cui documentarsi, quella del virus è soprattutto un’irruzione che si subisce a livello mentale, perché il dualismo ultimativo vita/morte spazza via tutti gli altri temi, rendendoli marginali. Le idee su cui stavo lavorando improvvisamente si sfarinano, il pezzo che stavo rifinendo diventa inutile, lo porto avanti per inerzia perché è quasi a posto, altrimenti lo abbandonerei.</h3>
<h3>L’auto-committenza, che caratterizza il lavoro di gran parte degli artisti contemporanei, è come se venisse meno. Con la mente occupata da pensieri ultimi e l’orecchio teso al flusso incessante dell’informazione sulla pandemia, con la città che si chiude e non ti chiama più a distrazione fruizione esplorazione, con gli incontri amicali che si diradano, è difficile assegnarsi dei compiti e tenere duro sull’auto-disciplina necessaria a questo lavoro.</h3>
<h3>Se mancano stimoli attenzione e nutrimento, semplicemente si smette di scrivere. Fortunatamente ancora ricevo una pensione che mi permette di vivere, ma in questi giorni sono solidale con quel titolare di una ditta di catering che racconta dei suoi ordini calati del 100%: gli “eventi” cui prestava i suoi servizi, diventando dannosi, hanno anche rivelato la loro marginalità.</h3>
<h3>Ci difendiamo amputando la vita associata. La cosa è come se si riflettesse nella mia testa. In questa fase la scrittura, da centrale che poteva parermi sino a due settimane fa, sta calando in uno stato secondario. Come tutti, mi domando se e quando questa strana vicenda collettiva finirà. E se, vista la mia età, ne uscirò vivo.</h3>
</div>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<div>
<h3><strong>Vanni Santoni</strong>, <em>15 marzo 2020 (inviato il 6 marzo)</em></h3>
<h3>Un fatto interessante, tra tanti drammatici, di questi giorni di pandemia, è l’accelerazione del tempo. All’apparenza, il tempo si direbbe rallentato: le ore, chiusi in casa, si fanno lunghe per tutti. In realtà, non ha mai smesso di accelerare: ogni giorno sappiamo qualcosa in più sul virus, vediamo come reagiscono i vari paesi, abbiamo una nuova posizione; le idee e le considerazioni del giorno prima diventano immediatamente obsolete; lo abbiamo visto accadere da noi, e poi, in una replica piuttosto grottesca, perché evitabile, di nuovo in Francia: prima lo sminuire, il paragonare il Coronavirus all’influenza, il dire che colpisce solo chi è già malato; poi l’aumento della preoccupazione, le misure che si fanno via via più serrate, l’ineludibile prenderlo molto sul serio da parte di tutti. Allo stesso modo, ogni giorno siamo diversi <em>noi, </em>perché prendiamo le misure al nostro isolamento, alle nostre reazioni a esso e a quelle di chi ci è vicino.</h3>
<h3>Il contributo che segue, chiestomi da Davide Orecchio, è stato scritto <em>dieci giorni fa</em>. Oggi, vedendo che non era ancora uscito, avevo pensato di riscriverlo, dato che in dieci giorni è cambiato <em>tutto</em>; poi ho ritenuto più interessante lasciarlo così com’è, aggiungendo solo questa piccola introduzione, così che rimanesse a testimonianza di quanto velocemente cambino le cose durante un’emergenza del genere. Al lettore il compito di immaginare le molte, troppe cose che potrei aggiungere dopo così poco tempo.</h3>
<h3><em>[scritto a Bastia il 6 marzo 2020]</em></h3>
<h3>Per carattere – mia madre, da ragazzino, mi diceva sempre che ero “incosciente” – mi viene molto difficile spaventarmi o allarmarmi, così all’inizio della pandemia non ho cambiato minimamente le mie abitudini, che del resto non sono molto mondane essendo del tutto calibrate sul mio lavoro: mi alzo tardi, pranzo presto, vado in biblioteca a scrivere, torno a casa per leggere (e cenare, pure, presto); mi sposto in un caffè per scrivere fino a notte inoltrata, torno a casa a leggere, dormo.</h3>
<h3>L’unico cambiamento, quindi, che ho notato nei primi giorni del Coronavirus, è stato il progressivo calo delle presenze nella biblioteca (e nei bar) in cui sono solito andare, finché verso metà febbraio non mi sono ritrovato da solo nell’intera sala lettura. Cosa che mi ha fatto piacere, così come sul momento mi ha fatto piacere vedere Firenze libera dalla morsa turistica che ogni giorno la soffoca.</h3>
<h3>Quando le cose hanno cominciato a farsi più serie, e a condizionarmi contro la mia volontà – biblioteche chiuse, caffè che chiudevano prima per assenza di clientela – mi trovavo a Bastia, in Corsica, dove lavora in questo momento la mia fidanzata (all’arrivo del traghetto siamo stati accolti dalla stampa, alla quale in un francese mediocre ma spavaldo ho detto che era tutto solo una grande paranoia!), e qui mi sono trattenuto visto che nel frattempo sono saltati o sono stati rimandati <em>tutti </em>gli eventi a cui avrei dovuto partecipare: prima il festival “I Boreali” a Milano (annullato), poi la nuova fiera del libro “Testo” di Firenze (rimandata a giugno), poi il corso di scrittura che dovevo tenere alla Fondazione Altiero Spinelli sempre a Milano (rimandato a data da destinarsi), e ancora “LibriCome” a Roma (annullata); è di queste ore il rinvio di “Book Pride”, altra manifestazione milanese, che pure avrebbe dovuto tenersi a metà aprile, in una data quindi piuttosto lontana.</h3>
<h3>A questo punto, anche considerando l’ultimo dato AIE che parla di un calo delle vendite di libri attorno al 50%, ho cominciato a preoccuparmi un pochino, dato che, comunque, la barca sta a galla anche grazie a questo fitto calendario di eventi di grande qualità, indispensabile per tenere aggregato lo zoccolo dei lettori forti e fortissimi, oltre che noi addetti ai lavori.</h3>
<h3>E ovviamente ho cominciato a preoccuparmi per tutti gli amici precari che cominciavano a rischiare il lavoro, anche fuori dall’editoria: quanta gente, a Firenze, lavora nelle università americane con contratti semestrali? Quanta è precaria nella scuola? Quanta lavora a partita Iva in giro per l’Italia?</h3>
<h3>Insomma, con l’allungarsi del periodo di allarme, c’era poco da fare i gradassi: che uno avesse paura o meno del virus, questo cominciava ad avere effetti reali sulla vita delle persone, mettendo in luce la perversità del sistema tardo-capitalista in cui ci ritroviamo.</h3>
<h3>Ho la fortuna di scrivere sui giornali, che non hanno fermato le loro attività, e ho avuto la fortuna di non avere libri fuori in questo momento: il mio ultimo romanzo è uscito un anno fa e sono fuori dalla fase di promozione, mentre il prossimo è in mezzo al guado e quindi farei vita monastica comunque. È vero che ho un pamphlet in uscita ad aprile, ma essendo un piccolo libro sulla scrittura e sul suo (non) insegnamento, ha un pubblico specifico – gli aspiranti autori – e quindi non lo avrei portato molto in giro… Si dice sempre che le presentazioni servono a poco, ma non è vero: nel momento in cui un libro è in fase di lancio, concorrono, assieme alle recensioni, alla presenza sui social e al resto, a creare attorno al libro quell’aura di attenzione che poi è decisiva nel determinarne il successo. La singola presentazione, come la singola recensione, non cambia niente, ma tutte assieme sono fondamentali (specie quelle alle manifestazioni frequentate dai lettori più attenti) per innescare, se le cose vanno bene, la famosa “massa critica”, e capisco quindi lo stato d’animo esasperato di chi ha avuto un libro in uscita a febbraio o adesso a marzo, normalmente mesi eccellenti per arrivare in libreria.</h3>
<h3>Adesso la mia preoccupazione è per l’intero comparto, che sembra accusare la crisi da pandemia più di altri, ma più in generale per tutti coloro che rischiano il lavoro, nell’editoria come altrove. Cerchiamo di reggere il colpo, e speriamo che almeno tutto questo serva a tenere a mente quanto è importante la sanità pubblica e quanto fa schifo l’erosione dei diritti dei lavoratori.</h3>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Igiaba Scego</strong>, <em>15 marzo 2020</em></h3>
<h3>Caro Davide, mi mancano le parole. È strano da dire visto che facciamo le scrittrici e gli scrittori con vocazione quasi monastica. Ma è la verità, mi mancano tutte le parole per descrivere questo caos. Il coronavirus me le sta togliendo una ad una. Come tutti sto vivendo questa esperienza di vivere sigillata, come se fossi in una scatola di sardine dove l&#8217;unica sardina sei tu, che nuoti e provi a tenerti a galla in quel mare di olio nonostante tutto. Siamo topi in trappola. E stiamo provando ora sulla nostra pelle quello che molti uomini e donne del Sud Globale provano quotidianamente. Io ho sempre ragionato del viaggio, quello possibile e quello negato. Sono sempre stata conscia di essere parte di una bolla di privilegio pazzesca, bolla che mi ha permesso nel tempo di fare viaggi transoceanici in pochi giorni. Ed è questo privilegio di viaggio che mi ha sempre mosso alla difesa di chi invece veniva privato della mobilità, a volte persone con la mia stessa faccia, con il mio stesso colore scuro di pelle, che hanno dovuto attraversare il deserto e la ferocia dei trafficanti solo per poter fare un passo.</h3>
<h3>L&#8217;anno scorso l&#8217;ho capito come non mai quanto il passaporto europeo che portavo in tasca fosse una chiave che apriva magicamente i confini. Infatti è l&#8217;anno scorso che ho fatto la pazzia di attraversare tre volte l&#8217;Atlantico, per andare due volte negli Stati Uniti e una volta in Brasile. Controlli standard e poi via alla conquista di quei territori che in fondo fino a ieri consideravo quasi dietro l&#8217;angolo. Ma niente è dietro l&#8217;angolo. Il privilegio di avere un passaporto forte si è scontrato oggi con un virus che assomiglia ad una cabarettista degli anni &#8217;20 e che ha la caratteristica di colpirti dove non te lo aspetti. E questo virus ci ha calato come non mai nell&#8217;esperienza reale delle persone che il mainstream chiama migranti e che in condizioni di viaggio normale, legale e possibili, sarebbero stati solo viaggiatori.</h3>
<h3>Capisco nell&#8217;intimo, nel dolore di questa stasi causata da condizioni straordinarie, che il diritto alla mobilità dovrebbe essere concesso a tutti. Ma nel mondo nuovo (perché volente o nolente sarà nuovo) che verrà capiremo secondo te la lezione del virus? O continueremo a costruire muri e frontiere? Ora la frontiera me la sento addosso. Io che ho la famiglia quasi tutta fuori dall&#8217;Italia, mi sento separata da loro come non mai. E questo sta succedendo a tante amiche/amici che hanno i figli in qualche altro paese, italiani emigranti con una laurea al posto della valigia di cartone. Sono preoccupata per loro, per la mia famiglia che vive altrove, e se succede qualcosa? La consapevolezza che questa volta non ci sarà un volo Ryanair per raggiungerli mi annienta.</h3>
<h3>In questo il virus ci ha fatto vedere come sarebbe brutto vivere nel mondo sognato dai sovranisti, un mondo sigillato, chiuso, dove l&#8217;assenza della relazione umana è l&#8217;imperativo categorico. Da poco stiamo sperimentando questo paradiso sovranista e già ci da la nausea. Ed è così odioso non poter più fare nulla di quello che ci piaceva, nemmeno il caffè al bar che come sai fa sempre molto made in Italy.</h3>
<h3>Il virus è un dittatore, lo ha definito tale il virologo Burioni. Ed è così. Costringe i nostri governi (dico nostri perché finalmente alla lungimiranza del governo italiano se ne stanno aggiungendo altri) a diramare decreti che mai avrebbero voluto firmare. Ma è anche un virus comunista, mi ha detto Simone Paulino editrice della brasiliana Nos, un virus che sconquassa con la sua invisibilità il mondo del capitale, mettendo a nudo le catene dello sfruttamento e le idee malsane per la società che sono dietro ad alcuni leader di organi sovrazionali. E’ il virus, con la sua pericolosità, che ci mostra con chiarezza le diseguaglianze sociali, i posti letto tagliati in ospedale per profitto, le carceri sfinite da troppe politiche sbagliate.</h3>
<h3>Io però, caro Davide, lo confesso non so dirti se questo virus sia comunista, fascista, qualunquista&#8230; probabilmente è solo un virus ecologista perché mette a nudo la sbagliata relazione di noi esseri umani con il pianeta. Non so che virus sia. So però che, dopo, le nostre piccole vite non saranno più le stesse. Qualcuno la vita non ce l&#8217;avrà più e chi sopravvivrà, dovrà fare i conti con le paure di un dopo che non sappiamo ancora che forma avrà. Niente sarà davvero più lo stesso per nessuno, nemmeno la vita dei paesi sarà più la stessa, con una Cina in gran sfoggio pronta a un suo personale (e meritato direi) rinascimento e con gli Stati Uniti malandati quanto i suoi candidati in corsa alla poltrona di presidente.</h3>
<h3>Vorrei dirti di più, ma ho perso le parole. Anche se ora tu le vedi, le leggi, sono ancora troppo impalpabili come il virus, ancora troppo spaventate. Un giorno torneranno tutte con la lucidità necessaria. Torneranno le parole giuste e ci guideranno verso nuovi orizzonti.  Credo che però per poter scrivere di quello che ci sta succedendo, della paralisi, delle paure, dell&#8217;angoscia, ci vorrà tempo. Molto tempo. Per ora ho deciso di aprire dei libri, leggerli, ho bisogno delle parole degli altri oggi più che mai, per mettere a fuoco, per non perdere l&#8217;equilibrio, per esistere, per resistere. Solo guardando alle esperienze del passato o anche solo dell&#8217;altro ieri potrò/potremo capire come sarà il mondo che verrà.</h3>
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<h3><strong>Giorgio Falco</strong>, <em>16 marzo 2020</em> <em>(inviato l’8 marzo)</em></h3>
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<h3>Prima del coronavirus uscivo poco, adesso esco ancor meno e sono autorizzato dal decreto. Certo, ho dovuto annullare o rinviare alcuni piccoli impegni lavorativi; avrò ulteriori incertezze economiche, ma il mio unico lavoro lo svolgo a casa, scrivendo libri. Di solito non sono invitato a festival, saloni e altre situazioni del genere.</h3>
<h3>Per me è tutto come prima. Beh, quasi. Voglio dire, da alcune settimane fatico a mantenere la concentrazione mentre scrivo e leggo. Di sicuro è aumentata l’ansia; a ogni fine giornata non guardo più le previsioni meteo e le temperature delle varie città del pianeta; adesso guardo il numero dei contagiati e il numero dei morti da coronavirus, in Italia e nel mondo; poi faccio il conteggio dei morti in Italia e in Lombardia, uso la calcolatrice, poiché nessuno ripete più la percentuale del 2%, il valore ipotizzato durante i primi giorni. Oggi la percentuale dei decessi è stata vicino al 5%, ieri era al 4,5%, l’altro ieri era al 4%.</h3>
<h3>Cerco di difendermi ingenuamente, confidando nei numeri, e nel fatto che questo virus sia l’unico portatore di malattia e dolore e morte. All’inizio ho pensato di rifugiarmi nella casa disabitata di un parente, sulla costa adriatica ferrarese, in un luogo quasi disabitato. Ma poiché da molti giorni ho tosse e mal di gola (l’ennesima ricaduta dell’influenza, credo, e spero), a volte temo che sia il coronavirus in una forma blanda, e allora ho preferito rimanere a casa.</h3>
<h3>Da molti anni ho sperimentato su di me una piccola teoria, ovvero che la condizione migliore per guardare il mondo sia avere una febbriciattola, 36.9, al massimo 37.2, non di più. È la soglia per cui tutto appare in una forma leggermente diversa rispetto a quella abituale. È la soglia per cui possiamo togliere il velo appoggiato sulle cose, pur continuando a mentire.</h3>
<h3>Come diceva il mio allenatore dopo aver subìto il primo gol: ragazzi, tranquilli, non è successo niente, non è successo niente. Poi, se e quando arriverà proprio a noi la febbre alta, saremo comunque troppo deboli per sopportare la verità.</h3>
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<h3><strong>Helena Janeczek</strong>, <em>16 marzo 2020 (inviato il 14 marzo)</em></h3>
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<h3>È appena giunta la notizia che anche la Spagna, dove l’epidemia ha avuto un drammatico incremento, ha deciso delle misure simili a quelle italiane. Questo rafforza uno dei pensieri più angosciosi di questi giorni: il Covid corre più veloce dove ogni gesto introiettato contravviene alla regola di mantenere le distanze. Persino nel Lombardo-Veneto, avvezzo a considerarsi “il Nord”, è naturale fare grappolo, salutare con baci, abbracci, pacche e strette di mano, parlare vicino dall’interlocutore. Naturalmente ci sono altri elementi, ma l’idea che il contagio punisca la nostra <em>maggiore </em>socialità – socialità scelta o obbligata – mi risulta abbastanza insopportabile. L’ironia della sorte vuole che dal giorno del primo caso a Codogno, in vista di un tour in Germania poi cancellato dal galoppare degli eventi, mi fossi quasi messa in “autoquarantena”. Ma per quanto mi dispiaccia che la pandemia abbia colpito e abbattuto il lancio ben preparato della traduzione in tedesco di <em>La ragazza con la Leica</em>, in queste settimane non riesco a stare dentro i miei panni di scrittrice.</h3>
<h3>Sono stata presa a imparare delle regole contrarie alle mie abitudini e persino ai miei tic nervosi, io che metto spesso le mani nei capelli e pure in faccia. Questo mi ha fatto sentire esposta a una diffidenza verso me stessa, quasi appesa a un sottile filo di paranoia. Ora sono più serena e rodata, con le scorte di sapone e crema per le mani ormai secche. Però mi sento un corpo vulnerabile attorniato da altri corpi ancora più vulnerabili. Ho tanti amici e addirittura figli di amici che lavorano nella sanità lombarda. Quasi tutti gli altri sono lavoratori autonomi che non hanno idea di come tenersi materialmente a galla, eppure non si lamentano delle misure intraprese. Penso che <em>Rassegna</em> sia il luogo giusto per menzionare queste lavoratrici e questi lavoratori, non importa se sono librai o baristi, teatranti o altre partite Iva.</h3>
<h3>Passo le mie giornate a sentire le persone care, quasi tutte con una forte preoccupazione: genitori anziani, figli all’estero, bambini piccoli da gestire a casa o qualche pregresso clinico che in una situazione normale sarebbe sotto controllo. E poi cerco delle informazioni attendibili su questo virus e le strategie per contrastarlo. Ho una mente pochissimo scientifica, invece adesso mi rasserena solo il rigore del metodo scientifico, incluse le ammissioni di imprevedibilità e di ignoranza. Le mani non rimandano più il privilegio di essere una scrittrice, una che lavorando non le consuma. La testa arranca dietro una realtà mutevolissima per cui il primo grado di comprensione viene fornito da una cultura che non mi è familiare. Ma va bene starci così, in questa crisi, senza una stanza per sé, perché anche con una porta chiusa, la mente non riesce a isolarsi.</h3>
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<h3><strong>Alessandro Gazoia</strong>, <em>17 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)</em></h3>
<h3>In questo momento m’imbarazza scrivere della mia condizione, perché non è di particolare disagio né significativa in special modo. Tuttavia darò in breve la mia testimonianza, appunto solo una tra le tante. Credo che il mio caso sia relativamente raro, infatti da molti anni “lavoro a distanza” come editor: le case editrici con cui collaboro sono lontane centinaia di chilometri e gli autori che seguo, ovvero le persone che sento più spesso per mail o al telefono, vivono in altre regioni, in altri Stati. Quando la situazione era meno grave, molti mi hanno detto scherzando che per me non era cambiato niente: restavo sempre quarantenato volontario. Sono cambiati però i momenti in cui solitamente incontravo le persone dell’ambiente editoriale in generale, ovvero le fiere e i festival: fiere e festival annullati, posticipati, in via di probabile annullamento e posticipo.</h3>
<h3>Ad esempio a metà aprile non ci sarà a Milano Book Pride, fiera nazionale dell’editoria indipendente, con la quale collaboro da diversi anni, come uno dei “curatori del programma”. Venerdì 6 marzo abbiamo comunicato che la manifestazione è rimandata, e non sappiamo ancora quando potremo recuperarla. Dopo l’annuncio, ho guardato ancora una volta il documento condiviso in rete dove in questi mesi noi del “gruppo di lavoro” abbiamo segnato tutti i circa 300 incontri programmati (se un documento condiviso in rete non pare il massimo della tecnologia per organizzare un festival di dimensioni non piccole, è perché non è il massimo della tecnologia, però grazie alla buona volontà di tutti ha sempre funzionato bene; nell’editoria la buona volontà muove le montagne che devono essere mosse).</h3>
<h3>Ho provato dispiacere per il lavoro sfumato, fatto insieme a decine, centinaia di editori e autori, poiché, anche nella migliore delle ipotesi, cioè con un recupero della fiera, si dovrà ricominciare quasi da zero – non essendo certo possibile tra diversi mesi presentare solo libri usciti all’inizio di quest’anno; ma soprattutto c’è il rammarico di avere fatto qualcosa di molto buono (a nostro giudizio) che non può essere condiviso col pubblico dei lettori, lettori per i quali – lo dico senza retorica, perché parliamo pure di concretissima economia – tutto il settore editoriale lavora.</h3>
<h3>Oggi tornerò a editare libri altrui, a scrivere per me e a guardare le notizie. Domani farò lo stesso, dopodomani anche. Fino a quando, spero presto, la “necessità” di aprire ogni ora una pagina web per “controllare la situazione” si farà meno forte.</h3>
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<h3><strong>Luciano Funetta</strong>, <em>18 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)</em></h3>
<h3>Scrivo queste brevi righe da una casa in un quartiere molto popoloso di Roma. Dicono che presto anche qui verranno tracciate le linee della zona rossa. Chi lo dice? Voci. Voci che sussurrano e avanzano ipotesi. Sono esattamente otto giorni che non vado al lavoro, non per ragioni legate all&#8217;emergenza sanitaria.</h3>
<h3>Nell&#8217;ultima settimana ho avuto il tempo – tre ore trafugate alle incombenze quotidiane – di scrivere soltanto la bozza di alcune pagine di accompagnamento a cui una casa editrice mi ha gentilmente chiesto di pensare per il romanzo breve di un&#8217;autrice cilena. È un&#8217;opera che parla delle cicatrici dei sogni. I protagonisti sono poco più che bambini e i loro sogni sono le emissioni spettrali di una notte collettiva.</h3>
<h3>Per il resto dei giorni appena passati ho respirato l&#8217;odore di reparti ospedalieri, viaggiato su mezzi pubblici stranamente poco affollati, ascoltato, per strada, frasi in lingue che all&#8217;improvviso sembravano più antiche e solenni, e ho pensato che la stanchezza e la mancanza di sonno mi avessero trasportato in una megalopoli fuori dal tempo.</h3>
<h3>Ho letto giornali, guardato trasmissioni, cercato articoli, ricevuto messaggi e telefonate, ho comprato medicine, ho letto libri per bambini, pochissime pagine di libri per adulti, ho resistito alla tentazione di riattivare un paio di profili social (non ne faccio uso da anni), sono rimasto in costante contatto con i colleghi della libreria di San Lorenzo dove lavoro. Nelle ultime due settimane abbiamo dovuto annullare gli eventi che permettono al fragile equilibrio del nostro commercio di prosperare. In compenso, mi dicono, stiamo vendendo buoni libri. Soprattutto pare ci sia un certo rinnovato interesse per i cosiddetti “libri che non si possono non leggere prima di morire”.</h3>
<h3>In balcone stamattina, mentre fumavo dopo aver aggiunto due frasi al romanzo con cui combatto ormai da otto anni, ho sentito un insolito silenzio. Mia figlia di tre anni e mio figlio di sei giorni dormivano. Forse era il silenzio del sabato, il silenzio di un sabato come gli altri, o forse c&#8217;era, come mi è parso, in quel silenzio qualcosa di nuovo, un’aria luminosa, «un silenzio che», scrive Thomas Bernhard, «fa davvero orrore alla natura». Niente traffico, niente ambulanze o volanti della polizia, nessuna traccia del rombo che sembra la voce profonda della città.</h3>
<h3>Il silenzio che ultimamente avvertiamo, o meglio questo rumore bianco in cui di tanto in tanto si affacciano versi di uccelli e isolate voci umane che balbettano qualcosa, e che tentiamo di coprire con parole inadatte, ci accompagnerà ancora a lungo. Dovremo amarlo e custodirlo, considerarlo come una prefigurazione. Attraversarlo non ci obbligherà a raccontare la sua comparsa, e tuttavia non potremo ignorarne il lascito. Il silenzio degli ultimi giorni e dei giorni che ancora verranno è tessuto cicatriziale e come ogni cicatrice, come ogni sogno, a distanza di tempo tornerà a farsi vivo. Ne troveremo tracce in ciò che leggeremo e scriveremo, ne porteremo con noi i residui fisici, sociali e psichici. Questo, è ovvio, non comporta che la letteratura o in generale la vita umana sulla terra possano in qualche modo trarne giovamento.</h3>
<h3>Continueremo, quando l’emergenza passerà, a scrivere opere ignobili e a condurre vite infami. Solo di tanto in tanto, può darsi, ci ritroveremo tutti insieme dentro il fantasma di uno strano sogno, in un mattino di quiete abbacinante in cui tutto apparirà uguale a sempre, tutto tranne noi.</h3>
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<h3><strong>Angelo Ferracuti</strong>, <em>19 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Nei giorni scorsi ho avuto l&#8217;influenza, vissuta da solo a casa perché mia moglie si è fratturata il femore sciando due mesi fa e, stando noi al quarto piano, per un periodo è andata a vivere da sua sorella. Tendo per mia natura a non drammatizzare, ho perso una precedente moglie giovanissima di cancro, mi sono costruito “la corazza”, quindi uscivo di casa con il cane – il boxer londoniano Buck, adorabile – anche con la febbre e al freddo, direi in maniera quasi temeraria, sfidando la cattiva sorte e il virus. Buck per ripagarmi veniva al mio capezzale ogni 10 minuti a controllare il mio stato di salute, guardandomi con gli occhi lucidi, interrogativi.</h3>
<h3>L&#8217;influenza mi ha lasciato una stanchezza fortissima. Intanto, arrivavano notizie contrastanti, troppo contrastanti, i cosiddetti esperti nelle società mediatiche si esibiscono, spaventando la gente, i miei figli stavano a Bologna e a Milano, non potevano tornare. Prima c’è stata l’angoscia, il panico, la paura di molti che non era la mia, poi tutto è fisiologicamente passato a uno stato di allerta e di adattamento alla clausura, quindi il tempo è diventato un tempo di attesa e di transito, come se le vite di tutti si fossero fermate. Quindi uscire con Buck è stato e resta un vero e proprio privilegio, ogni uscita è diventata un osservatorio sulla vita degli altri.</h3>
<h3>Il clima nella via in questi giorni è da fine dell’umanità, la grana del silenzio a momenti rasserena, sembra quella degli anni 60, oppure dei tempi dell’Austerity, che ricordo benissimo, di ipersocialità, in altri momenti spaventa, sembra quella di prima di una Apocalisse. La gente mi chiama dai balconi, la cosa più bella è stata la riscoperta della nostra reciprocità, la riscoperta del legame sociale, il capire che nessuno vuole stare solo, come ci stanno cercando di far credere i potenti, i media, le tecnologie, la ricerca disperata di parlarci, salutarci, nella mia via è successo spesso in questi giorni. Ho sentito tutti più vicini. Una signora mi ha chiesto se potevo prestarle il cane, per uscire, ho visto un signore, che di solito incontro a passeggio, che si allenava nel quadrato del suo attico nel palazzo che sta di fronte al mio, dalle case potevano arrivare le musiche più diverse, il <em>Nabucco</em> invece che l’<em>Aida</em> o i Rolling Stones, cose che probabilmente c’erano anche prima, ma che adesso, senza più rumori di sottofondo, riuscivano finalmente acusticamente ad affiorare, così come percepivo struggente il canto degli uccelli, l’abbaiare dei cani.</h3>
<h3>Certo ho pensato a certi libri che hanno colonizzato il mio immaginario, soprattutto quelli di Ballard, Camus, ho pensato che questa poteva essere un’occasione per ripensarci come società, ma gli intellettuali – quelli veri – vivono sempre dentro questa riflessione profonda. E gli altri? Siamo sicuri che servirà? Mi dicono che le vendite dei libri siano crollate, la gente non vuole pensare, invece si sono impennati gli share delle tv, la corsa agli accaparramenti nei supermercati.</h3>
<h3>Una cosa è certa, tutti abbiamo capito sulla nostra pelle che siamo schiavi dei mercati, il virus provocherà a catena chiusure di attività economiche, commerciali, siamo tutti consumatori che tengono in vita altri consumatori, e che alimentando questo grande mercato i ricchi saranno sempre più ricchi, e tutto il fronte dei precarizzati, delle fasce più deboli, come gli operai delle fabbriche, ha una doppia esposizione, al virus e alla minaccia della perdita del posto di lavoro.</h3>
<h3>Il virus mostra la debolezza delle società che abbiamo creato, ma nessuna voce si è alzata a difesa del welfare, contro le privatizzazioni della sanità che hanno tolto risorse, specie in Lombardia e in Veneto, le regioni più colpite, governate da un trentennio dalla Lega, dove hanno tagliato servizi, cancellato presìdi, ospedali, così come purtroppo è successo anche in regioni storicamente governate dal centrosinistra. Non c&#8217;è stata una sola voce civile, politica, spirituale, che si è elevata sopra a dichiarazioni tecniche, mediatiche, mediche.</h3>
<h3>Quella che manca, oggi, è una lingua che vada oltre il parlato dell&#8217;eterno presente, una lingua umanistica nuova. Se non cerchiamo quella lingua, se non troviamo quella lingua, politica, letteraria, civile, rischiamo di diventare anche noi scrittori, artisti, complici di quella banalizzata, spettacolarizzata, cinica del grande mercato globale, quella che, per dirla alla Volponi, fa parlare il banco del supermercato, il quale diceva, profetico, che “sembrava scomparsa la profondità del mondo”.</h3>
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<h3><strong>Rossella Milone</strong>, <em>20 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri.</h3>
<h3>Lo dice Marguerite Duras, nei suoi pensieri raccolti da Feltrinelli in <em>Scrivere</em>.</h3>
<h3>È così, per chi scrive: stare soli, concimando la propria scrittura di un silenzio che non è vuoto, ma il circondario dove si raccoglie l’immaginario per creare storie.</h3>
<h3>Gli altri sono tutto ciò che sta prima della storia. Il nostro mondo, la nostra normalità, la ritualità del nostro stare in vita – è tutto ciò che vive prima della storia.</h3>
<h3>Nessuna storia può venire al mondo senza il mondo.</h3>
<h3>Quindi, l’isolamento dello scrittore è solo mentre scrive; è nell’atto creativo che la scrittura mette in campo la separazione di cui parla Duras: dentro quella separazione possiamo vedere gli altri.</h3>
<h3>Quello che sta accadendo in questi giorni di isolamento forzato, ci sta permettendo di scrivere tutti – in senso molto metaforico. Ci sta permettendo – o potrebbe permetterci, se riusciamo a cogliere il virtuosismo di questo shock – di guardare gli altri, di guardare noi stessi, e il mondo in cui viviamo, nello stesso isolamento privilegiato che ha lo scrittore. Da questa separazione possono emergere metafore, illusioni, comprensioni e spiritelli, spifferi inediti in cui ricomporre il mondo.</h3>
<h3>Non è questo, scrivere storie?</h3>
<h3>Io credo di sì. Io credo che stiamo scrivendo tutti, e, come succede con i libri e gli scrittori, c’è chi scriverà meglio, chi peggio.</h3>
<h3>Ora come ora questo isolamento non mi permette di scrivere granché.</h3>
<h3>Il tempo in famiglia, coagulato in salotto e non frazionato fuori le mura domestiche, si riduce come il fiato in una corsa. Soprattutto quando si hanno figli piccoli, il tempo viene fagocitato, risucchiato, e il lavoro diventa un’apnea. Sembra un paradosso, ma si riescono a fare molto, molte meno cose di prima perché i bambini, per fortuna, non conoscono tempo. Nulla in confronto a chi deve rischiare ogni giorno per raggiungere il lavoro, o, addirittura, per chi lavora in ospedale. Noi quarantenati in smart working godiamo di un tempo e di una sicurezza che ci permette di interrompere la vita solo a metà.</h3>
<h3>Però è anche vero che chi fa un lavoro come il mio, creativo, che richiede un isolamento particolare in cui raccogliersi, isolarsi col cervello, entrare in una specie di trance immaginifica, diventa più complicato se un bambino ti si arrampica addosso.</h3>
<h3>Ma, forse, per chi è abituato a scrivere e a passare molto tempo da solo come me, questo tempo va ricalibrato, va solo normalizzato secondo altri parametri, perché la solitudine ci appartiene come una virtù, e non come un fallimento.</h3>
<h3>Mi manca tutto della vita di fuori. Mi manca l’idea, la libertà di poter uscire a prendermi un caffè con un amico, anche se poi non lo farei davvero. Ma questa mancanza è nutrita tutti i giorni da qualcosa di intimo che riscopro nel silenzio di Roma, che più che un silenzio mi sembra un respiro.</h3>
<h3>Allora, visto che sono una maniaca del controllo, sto provando a darmi una disciplina, perché è così che scrivo da sempre: con estro, e con disciplina. Senza, i libri non si scrivono.</h3>
<h3>Risveglio. Due ore di lavoro generale (recensioni, consegne, preparazione delle lezioni on-line).</h3>
<h3>Tempo libero per mia figlia.</h3>
<h3>Due ore di lettura dopo pranzo mentre mia figlia vede un po’ di cartoni e gioca per i fatti suoi.</h3>
<h3>Tempo del gioco. Tempo del gioco. Lezioni on-line nel tardo pomeriggio. Tempo del gioco ancora.</h3>
<h3>Scrittura in tarda serata, dalle 23.00 fino a notte inoltrata.</h3>
<h3>Ecco, questo il mio piano. Nel mio piano quelle ore lì – quelle finali – in cui mi dedico alla scrittura nella notte dilatata della quarantena, sono le più belle, quelle in cui niente è accaduto e tutto quello che accade è nella storia che sto scrivendo.</h3>
<h3>Da quando è cominciato il mio isolamento, questo programmino non l’ho mai ancora rispettato.</h3>
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<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Filippo Tuena</strong>, <em>21 marzo 2020 (inviato il 6 marzo)</em></h3>
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<h3>Per me, da un punto di vista pratico cambia poco. Vivo diciamo da pensionato. Lavoro in casa da anni. Ho pochi contatti col prossimo. Non do lezioni né nelle scuole né nelle università. Faccio da sempre poche presentazioni. Rinunciarci non mi pesa. Ma quel che nasce da un&#8217;imposizione si vive diversamente da quanto si decide in maniera autonoma.</h3>
<h3>Sono abbastanza preoccupato della situazione, per i figli, per la nipotina, per la crisi economica che seguirà il picco del contagio &#8211; che temo dovrà ancora arrivare.</h3>
<h3>Sto gran parte del tempo in casa, porto il cane a spasso, vado nel piccolo supermercato sotto casa, frequento poco qualche libreria, mi concedo qualche caffè. Passeggio spesso con mia moglie. Il fatto poi che a Milano abbiano chiuso tutti gli spazi di aggregazione culturale mi toglie dal dubbio. Non so se, essendo aperti, andrei nei teatri, nei cinema o nelle sale da concerto. Non sono andato a vedere mostre recentemente, né musei. Vivo, da buon e rispettoso ultra sessantacinquenne, l&#8217;autoclausura suggerita dalle autorità. Non mi pesa. La ritengo una cosa saggia da fare. La faccio.</h3>
<h3>Dovrò pormi tra un paio di settimane la questione se andare a Roma qualche giorno. Dipenderà dalla situazione. Aspetto. Scrivo. Sto ultimando un nuovo libro che mi pone dei problemi. Li affronto.</h3>
<h3>La scorsa settimana ho lanciato una specie di gioco letterario: scrivere un racconto di 9000 battute sull&#8217;<em>Ultimo sesso in tempo di peste</em>. Nata per gioco l&#8217;idea è piaciuta. Ho raccolto una cinquantina di adesioni e in pochi giorni già 25 racconti. M&#8217;interessa molto questo esperimento, non tanto dal punto di vista letterario &#8211; a chi importa la letteratura? forse neppure a me. M&#8217;importa come le persone reagiscono a questa situazione. Se i rapporti personali vengono vissuti con ansia o come soluzione alla quarantena. Quando avrò raccolto un&#8217;altra ventina di testi mi sarò fatto un&#8217;idea più chiara.</h3>
<h3>Per il resto seguo i notiziari, sviluppo diagrammi di previsioni che mi spaventano ma che, ragionevolmente accetto, sperando siano meno preoccupanti di quanto vado prevedendo.</h3>
<h3>Leggo, ma sempre più in maniera scorretta, qui e là; più poesie che prose.</h3>
<h3>Poi, invecchio e, al momento, questa mi sembra una preoccupazione individuale che mi prende forse persino più di una pandemia della quale forse potrei essere una delle tante vittime. Dello scorrere del mio tempo sarò invece certamente vittima.</h3>
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<h3><strong>Andrea Gentile</strong>, <em>23 marzo 2020 (inviato il 16 marzo)</em></h3>
<h3>Da giorni rinvio la scrittura di questo piccolo testo. La procrastinazione è un’arte di cui tutti disponiamo, chi più, chi meno. Funziona più o meno così: cerchi continuamente delle scuse per non fare qualcosa che ti spaventa o ti preoccupa. Dici a te stesso che oggi proprio non puoi, perché hai troppe email a cui rispondere, troppe cose da fare. Dici che domani sarà il giorno giusto, domani avrai certamente tempo per affrontare questo compito. Domani troverai altre scuse. Ci penserò domani, un&#8217;altra volta. Anche questa volta, troverai altre scuse e così via.</h3>
<h3>Questo è un meccanismo visibile, di cui siamo a conoscenza. Ma è già una fase avanzata del percorso che poi ci porterà a fare quella determinata cosa: nel mio caso, scrivere questo piccolo testo.</h3>
<h3>La fase preliminare è ancora più invisibile: non arrivare neanche a darsi delle scuse. Non arrivare neanche a dire a sé stesso che c’è questa cosa da fare, che c’è una parte di te che è contenta di farla, che facendola capirai qualcosa (scrivere spesso serve a pensare). Semplicemente fai finta che questa cosa non esista. L’hai appuntata su un quaderno, magari, come a dire che è qualcosa che in futuro dovrai/potrai/vorrai fare, ma gli appunti sui quaderni sono fatti per essere smarriti. In questa fase preliminare, non cerchi neanche una scusa: questa cosa appartiene al tuo futuro. E visto che non sappiamo nulla del futuro, è una cosa che non ci appartiene.</h3>
<h3>Si chiama “inversione temporale delle preferenze”. Siamo a dieta. È deciso. Faremo la dieta. Al mattino siamo davvero rigorosi: solo un succo di pompelmo e due biscotti, come dice la dieta. Poi però arriva il pranzo. Ed è un pranzo di lavoro. Finiremo in un bel ristorante. Non potremmo certo mettere a disagio il nostro ospite. E poi che bel menù. Mi permetterò una carbonara, solo per oggi.</h3>
<h3>Ecco l’inversione temporale delle preferenze: preferire cioè l’opzione meno vantaggiosa in quanto imminente e meno faticosa. Farsi dunque affascinare dalla gratificazione più immediata possibile. Gratificazione, però, che, alla lunga, non ci farà contenti.</h3>
<h3>Quando si supera questa fase, e si arriva all’altra, cioè a quella in cui ci si dà delle scuse, vuol dire che il nostro “compito” sta oramai emergendo. Si è preso del tempo per spuntare fuori, o per essere abbattuto per sempre.</h3>
<h3>Nel momento in cui sono qui, che scrivo, e mi ripeto che scrivere aiuta a pensare, mi chiedo quale fosse la mia opzione vantaggiosa e perché. Quale era la mia carbonara? Ora lo so: la mia carbonara era non fare assolutamente niente.</h3>
<h3>Parlare del coronavirus, ora, è come aggiungere la legna al fuoco: fare ardere dentro la preoccupazione, il timore, l’ansia.</h3>
<h3>Altro motivo per cui cercavo di sfuggire a questo momento è quello tipico dell’uomo vittima di inversione temporale delle preferenze: a chi mai interesserà come io sto vivendo il coronavirus, cosa ne penso, come scrivo, chi sono? Non ha alcun valore, e quindi è meglio non preoccuparsene. Nascondersi. Non aggiungere la legna al fuoco della preoccupazione. Scrivere d’altronde, come pensare, può essere proprio questo: mettere le mani dentro il camino.</h3>
<h3>Ora, mentre scrivo, mi chiedo allora che cosa significhino questi giorni, queste settimane. Per chi soffre meno, per chi ha la fortuna di poter stare in casa, e non in un ospedale, forse un piccolo significato può emergere.</h3>
<h3>Siamo pieni di codici di comportamento abituali. Giudichiamo continuamente nostra madre o i nostri amici, perché, che so, sono “poco sensibili”, “sciocchi”, “ignoranti”. Apriamo WhatsApp come fossimo gatti con le fusa. Laviamo i piatti, ma non li asciughiamo. Sempre gli stessi gesti, da tempo.</h3>
<h3>A guardarci indietro, forse, potremmo vederci sempre uguali a noi stessi. Sempre le stesse piccole frenesie. Sempre la paura di perdere le chiavi di casa, sempre la paura che arrivi una multa. Da quando abbiamo superato l’adolescenza, siamo sempre uguali, questa è l’impressione.</h3>
<h3>Per alcuni psicologi, i tratti della personalità dei bambini tra i tre e i sei anni si sviluppano in modelli di comportamento che durano per tutta la vita. Questi modelli vengono poi rafforzati dall’ambiente che rispecchia e rafforza questi tratti. Dunque: si costruisce una maschera e poi si indossa quella maschera.</h3>
<h3>Passano altri anni e quella maschera è diventata carne viva sul nostro viso.</h3>
<h3>In seguito all’influenza degli amici e della famiglia, quella maschera diventa il “vero io”. Siamo esattamente come gli altri ci vedono, in pratica.</h3>
<h3>Naturalmente, non del tutto.</h3>
<h3>A un livello più profondo, al di sotto della mente razionale, c’è la maggior parte del nostro essere, tutta la zona coperta dalla maschera. Un pensiero, di notte, ci fa dubitare della nostra autenticità: siamo proprio cosi? Sono proprio questo? E se fossi quell’altro? Non sappiamo rispondere, però. E dato però che non sappiamo rispondere, lasciamo tutto come prima, finiamo per non fare niente.</h3>
<h3>Questi giorni molto difficili, questi giorni in cui vediamo persone ammalarsi, morire, forse, mi dico, potrebbero anche darci questo: tentare di cambiare. Cambiare anche una piccolissima cosa, solo un piccolo gesto. Quando ci svegliamo, controlliamo lo smartphone? Domani no. Tutt’altro.</h3>
<h3>Fare uno sforzo e strapparci la maschera che abbiamo sul viso, almeno un piccolo pezzo. Smetterla con le inversioni temporali delle preferenze. Oppure seguirle, ma con convinzione.</h3>
<h3>Cascare nel vuoto, se serve.</h3>
<h3>Andare a scoprire, nient’altro che un nuovo mondo: il mondo che c’è sotto la maschera.</h3>
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<h3><strong>Stefano Valenti</strong>, <em>26 marzo 2020</em></h3>
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<h3>Questa notte ho sognato di essere in quarantena. La paura ha colonizzato l&#8217;inconscio collettivo.</h3>
<h3>Preparo da tre anni un romanzo intitolato <em>Cronache della sesta estinzione</em>. È la storia di un uomo che perde tutto e finisce col vivere in strada dove conosce un uomo che non ha mai avuto niente (ed è al contempo la storia di un uomo convinto di essere il responsabile della prossima estinzione). Non è un romanzo distopico, perché, come dice un amico, la distopia ormai la fanno gli autori che scrivono romanzi d&#8217;amore.</h3>
<h3>Ho abbandonato l&#8217;epicentro di tutti i virus, Milano, molti mesi fa, in epoca non sospetta. La casa in cui ora mi trovo (ho chiesto asilo politico a Bologna) era pronta ad accogliermi.</h3>
<h3>La mattina guardo dalla finestra il prato davanti casa. Il ciclo delle stagioni è infine mutato come se per la nuova crisi la fioritura sia stata anticipata. Cerco nomi da dare a quei fiori. Tarassaco, anemone, ortica, margherita e ranuncolo. Fin da febbraio nel prato hanno iniziato a germogliare e hanno portato il colore sempre più in alto. E, ogni mattina, pare che i fiori siano stati messi lì la mattina stessa, posati nel terreno fin già coi loro gambi; pare che le macchie di colore siano disposte con tale maestria da far credere siano state disposte in base a calcoli impenetrabili.</h3>
<h3>Questa mattina sono intento a riconoscere valore a quanto fin qui accaduto. Penso che questa crisi sia l&#8217;ennesima dimostrazione del fallimento politico, economico e sociale, proprio come lo è la minaccia della catastrofe ambientale. Penso che gli sforzi per prevenire una simile catastrofe hanno messo in ombra la ricerca delle cause. Penso che la decrescita sia diventata un obbligo se vogliamo sopravvivere. Ma presuppone una civiltà diversa. Senza questa premessa il collasso potrà essere evitato soltanto con restrizioni, razionamenti e distribuzione controllata delle risorse, tipiche dell&#8217;economia di guerra. Penso sia necessario uscire dal capitalismo. Le uniche incognite sono i tempi e il modo. In modo doloroso o indolore. Già vediamo gli effetti di una uscita dolorosa. Un&#8217;uscita indolore invece non viene nemmeno presa in considerazione.</h3>
<h3>Penso che il compito di un autore sia prefigurare questa civiltà diversa, questa uscita indolore.</h3>
</div>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<h3><strong>Simona Baldanzi</strong>, <em>30 marzo 2020</em></h3>
<div>
<h3>Apro gli occhi e penso, anche stanotte né scosse e né tosse. Mi sveglio ogni mattina così. C&#8217;era stato il terremoto a dicembre e ci eravamo stretti per la paura delle nostre case traballanti. Adesso dobbiamo stare distanti e la paura si aggira fuori casa. Una schizofrenia di paure con cui abbiamo dovuto fare i conti qua a ridosso dell&#8217;Appennino.</h3>
<h3>Non ho avuto molto tempo di elaborare, di leggere, di scrivere in queste settimane, c&#8217;era solo il tentativo urgente e maldestro di mettere in sicurezza chi sta lavorando, il far chiudere il più possibile e non essenziale, il limitare i rischi ovunque.</h3>
<h3>Lavoro per la Camera del lavoro di Prato, sono una rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Come si può fare? Come farlo ora e tutto insieme? In Italia si muore sul lavoro in tre o quattro al giorno, come possiamo diventare eccellenze sanificate istantanee?</h3>
<h3>Lavarsi spesso le mani, una cosa piccola e banale. Li conoscete i cantieri, i capannoni, i magazzini, le fabbriche, i furgoni, i treni, i cessi di chi lavora? Catapultati in lotte ridicole eppur vitali come chiedere il sapone, i disinfettanti, i plexiglass, i guanti, le mascherine. Improvvisamente lottare a distanza, senza assemblee, senza scambiarsi strette di mano, senza condivisione di sguardi fuori dagli schermi, chiedere ovunque un&#8217;organizzazione del lavoro con turni ridotti, con la distanza e la rarefazione di presenze, con la conciliazione della vita fuori, rafforzare il lavoro in ospedale e di cura.</h3>
<h3>Non dovevamo aver già lottato prima e meglio per tutto questo e per non ritrovarci così impreparati? Un uragano di telefonate, mail, chat, videoconferenze, videochiamate, decreti, protocolli, interventi, risposte da dare, protezioni da costruire e reperire. Proteggere pelle e nervi degli altri, problemi che provi a spazzare, ma come i coriandoli, te li ritrovi ovunque, anche nelle mutande.</h3>
<h3>Fin da ragazzina mia mamma mi diceva che in casa avevo i pruni, perché stavo sempre fuori. La mia vita è sempre stata fuori, è difficile pensare che lo spazio privato possa proteggermi più dello spazio pubblico. In realtà gli spazi che ci stanno curando sono proprio quelli pubblici come gli ospedali, i centri di ricerca e gli scienziati, la protezione è un ambiente liberato dalle nostre tossicità e frenesia, i luoghi sono tornati a chi li vive nei pressi.</h3>
<h3>Oggi ho sbucciato tre kiwi, piccoli e succosi. Li ho mangiati alla finestra guardando il ciliegio. Mio babbo si prende cura di un pergolato di kiwi e quando sono andata a portare la spesa ai miei per evitare a mia mamma di uscire e stare in fila al ghiaccio, che qua pure è nevischiato, ho fatto un bottino di kiwi, ma anche di conserve, marmellate, verdure sottolio. Non è difficile salutare i miei a distanza, senza abbracciarsi, noi non siamo mai stati avvezzi a smancerie. Non avrei mai creduto potesse essere un vantaggio la ruvidità. Sul ciliegio si è posato un merlo. Mi è parso che controllasse i rami: devono ancora sbocciare i fiori, per i frutti bisogna aspettare. Se ne è andato, ignorandomi.</h3>
<h3>Fuori le specie animali e vegetali vivono meglio senza di noi. Noi coltiviamo piccoli desideri, alcuni nuovi, altri vecchi, altri ancora interrotti. Scaviamo pozzi segreti da cui tirare fuori risorse e unguenti e tunnel per evadere. Vale la pena sopravvivere a questa pandemia per vedere la fine della miseria umana e del sistema economico fondato sul profitto che ci ha ammalato, affamato, isolato. Vale la pena sopportare la solitudine credendo che i ragazzini costretti in piccole stanze nei condomini popolari senza giardino stiano già costruendo una lingua nuova per un mondo nuovo, giusto e sano. Vale la pena aspettare che il merlo torni e si mangi ciò che gli spetta, ignorandomi.</h3>
<p><em>Immagine di <a href="https://pixabay.com/users/nike159-4320960/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2042738">Nici Keil</a> da <a href="https://pixabay.com/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=2042738">Pixabay</a> </em></p>
</div>
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		<title>Maldifiume</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/11/30/maldifiume/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Nov 2016 06:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(La biblioteca del viandante è una nuova collana diretta da Luigi Nacci per Ediciclo. Vuole accogliere opere scritte con i piedi sulla strada e la testa nell’utopia. Non testi d’occasione, non guide, non manuali sul camminare, ma libri-progetto,  che sappiano attraversare i generi con lo stesso passo con cui attraversano la realtà. E&#8217; in libreria il primo volume. Direttore, editore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-65729 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/logo-biblioteca-viandante-orizz.jpg" alt="logo-biblioteca-viandante-orizz" width="361" height="170" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/logo-biblioteca-viandante-orizz.jpg 361w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/logo-biblioteca-viandante-orizz-300x141.jpg 300w" sizes="(max-width: 361px) 100vw, 361px" />(<em>La biblioteca del viandante</em> è una nuova collana diretta da <a href="https://nacciluigi.wordpress.com/">Luigi Nacci</a> per <a href="http://www.ediciclo.it/">Ediciclo</a>. Vuole accogliere opere scritte con i piedi sulla strada e la testa nell’utopia. Non testi d’occasione, non guide, non manuali sul camminare, ma libri-progetto,  che sappiano attraversare i generi con lo stesso passo con cui attraversano la realtà. E&#8217; in libreria il primo volume. Direttore, editore e autrice ci regalano l&#8217;incipit. E noi li ringraziamo. <em>G.B.</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di<strong> Simona Baldanzi</strong></p>
<p><span style="font-family: Georgia, serif;"><b>Il fiume non sta in un barattolo</b></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Georgia, serif;">Gli italiani mettevano tutto in un barattolo” mi disse un uruguayano di oltre novantanni una calda sera di febbraio sotto il pergolato della sua bassa e spartana casa. Santino, suo nipote, spremeva limoni, triturava il ghiaccio e ci passava i margaritas. Quell&#8217;uomo anziano, alto e snello, che teneva con una mano il bracciolo di una sedia in ferro e con l&#8217;altra il bicchiere tozzo e largo, iniziò a parlarmi dei primi italiani che conobbe, quelli che emigravano e arrivavano nel Sud America. Per lui gli italiani erano quel popolo che conservava tutto: pomodori, marmellate, confetture e passate di ogni tipo. Le parole di quell&#8217;uomo erano biascicate e impastate di alcol, limone e ghiaccio, faticavo a comprenderlo, le palpebre si chiudevano in un movimento lentissimo e ogni volta definitivo, un tempo e un gesto a cui non ero abituata, eppure lo ascoltai tutta la notte. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Quando ero arrivata a Pasos de Los Toros insieme a Caterina e Pia, facevano 42 gradi. Un caldo che aveva spento tutto: rumori, odori, movimenti. Le uniche cose vere sembravamo noi, noi che spingevamo la porta aperta di casa di Santino, noi che entravamo in una casa senza chiavi, noi che avevamo il permesso di sistemarci anche se non c&#8217;era nessuno. Posati i bagagli guardammo i colori alle pareti, i libri di Mario Benedetti, i pochi mobili, le tende con disegnati le nuvole e gli uccelli. Il caldo e quella sensazione del tempo fermo non cessavano e quando con le gambe madide provammo a darci lo smalto alle unghie e il rosso si seccava prima di distenderlo, decidemmo di uscire.<img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-65730" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/copertinamal.jpg" alt="copertinamal" width="332" height="486" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/copertinamal.jpg 332w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/copertinamal-205x300.jpg 205w" sizes="(max-width: 332px) 100vw, 332px" /> </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">I negozi erano chiusi, le strade erano strisce roventi di asfalto e non trovavamo nessuno. Individuammo un passante, che camminava svelto per scansare il sole, lo fermammo. Ci guardò con stupore e ci disse che erano tutti al fiume. Quale fiume? El Rio Negro. Ci indicò la via, oltre la scultura del grande toro che dava il nome al paese. Facemmo una ventina di minuti a piedi sotto un cielo accecante, di quelli che paiono che neanche il sole ci sia da quanto è scoppiato ovunque. Quando arrivammo fummo inondati dal verde, da ogni tono di verde e sfumatura e densità. Un alito di vento, un gorgoglio d&#8217;acqua, una risata. Tutto si mescolava, si confondeva e si dispiegava. Donne, uomini, bambini, anziani, stavano tutti lì. In acqua o sulle rive di quel fiume verde colmo di piccole alghe che parevano ci avessero versato tutte le scorte di mate, circondato di erba, alberi, macchia. Bevevo quello che vedevo, si placava la sete e il caldo. Ricordo ogni passo verso l&#8217;acqua più alta, la freschezza sulla pelle, i brividi, gli occhi di una bambina che guardava il mio pallore dilatarsi e galleggiare. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Avevo i capelli ancora umidi e intrisi delle piccole alghe del Rio Negro, quando il nonno di Santino posò sul tavolo un guscio di tartaruga. Lo aveva trovato intatto durante l&#8217;alluvione del Rio Negro. In ogni esagono c&#8217;erano incise date e numeri. C&#8217;erano le partite, le coppe, i goal più importanti. Seguivo il suo indice rugoso e sottile. La storia di quell&#8217;uomo vissuto da calciatore professionista in Uruguay stava tutta imbastita in quel guscio donato dal fiume. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Ancora non lo sapevo, ma il primo momento in cui ho iniziato a pensare a un viaggio lento lungo l&#8217;Arno, è stato lì, su quel tavolo in Uruguay, a migliaia di chilometri di terre e mari lontano da casa. Quel Rio Negro che mi aveva accolta a quel modo, bagnata e risvegliata, mi poneva tante domande. Cosa è per me il fiume? Cosa è l&#8217;Arno? Cosa è diventato? Come è cambiato? Noi italiani che mettiamo tutto nei barattoli, che prepariamo riserve, che siamo bravi a conservare, cosa ce ne facciamo oggi del fiume? Come viviamo il fiume che passa paesi, parchi, città, che si muove vicino a ferrovie, autostrade, che sibila sotto i ponti, che divide comunità in due rive, che attrae e spaventa insieme? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Le domande aumentavano, ma io non guardavo fuori, cercavo l&#8217;intimità, la mia storia, i miei fiumi.</span></p>
<p align="JUSTIFY">.</p>
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		<title>I maledetti toscani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jan 2013 11:00:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cosa succede in Toscana di Vanni Santoni Cosa succede in Toscana? Parecchio, succede. Mi spiego. Ho cominciato a scrivere non troppi anni fa, su Mostro, una rivista letteraria fiorentina. Aveva contenuti buoni per una rivista autoprodotta, e tuttora considero cruciale per la mia formazione la prova del confronto immediato con autori con più esperienza di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cosa succede in Toscana</strong><br />
di<br />
<strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana.jpg" alt="" title="toscana" width="250" height="189" class="alignleft size-full wp-image-44659" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-128x96.jpg 128w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" />Cosa succede in Toscana? Parecchio, succede. Mi spiego. Ho cominciato a scrivere non troppi anni fa, su <em><a href="http://www.inventati.org/mostro/">Mostro</a></em>, una rivista letteraria fiorentina. Aveva contenuti buoni per una rivista autoprodotta, e tuttora considero cruciale per la mia formazione la prova del confronto immediato con autori con più esperienza di me; tuttavia erano – eravamo – ragazzi, e pativamo una mancanza di connessioni, di “scena”, in città; di gente con cui confrontarci, con cui stipulare alleanze o da tenere come pietra di paragone. La scena, a nostro vedere, eravamo noi stessi, più qualche unità, qualche scrittore più famoso che andava per la sua strada e con cui non avevamo contatti. Non si trattava di una nostra mispercezione: ricordo che, qualche tempo fa, intervistando per il<em> Corriere Fiorentino </em>Sergio Nelli, scrittore della generazione precedente alla nostra, egli lamentasse che negli anni ’80, all’epoca del suo trasferimento in città, non ci fosse scena letteraria, tanto che i primi sodali andò a trovarseli a Milano. </p>
<p>Oggi, invece, quella scena, a Firenze, c’è. In embrione, per certi versi; scollata, senza dubbio; ma esiste. Si è pian piano coagulata attorno a luoghi come la <a href="http://www.lacitelibreria.info/">libreria La Cité</a>, eventi come la prima e unica edizione del festival<em> Ultra</em>, riviste che hanno raccolto l’eredità di <em>Mostro</em> come <a href="http://collettivomensa.com/">Collettivomensa</a>, serate “aperte” come <em>Torino una sega</em>, e si è riconosciuta e “contata” quando, l’anno scorso, c’è stato da lottare <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/a-firenze-meglio-un-festival-letterario-vero-lettera-aperta-di-scrittori-fiorentini-e-non/">contro un “festival”</a> assai discutibile che, in modo del tutto avulso proprio da tale embrionale comunità (o da qualunque altra istituzione culturale cittadina), veniva a speculare sopra le aspirazioni degli esordienti. Va da sé che dopo la battaglia il gruppo si è nuovamente sfilacciato – c’è stato, e c’è, <a href="http://firenzedelleletterature.wordpress.com/">un seguito,</a> che si tradurrà magari in eventi e iniziative, ma di fatto ognuno ha ripreso la propria strada –, ma niente è più come prima, perché questa comunità di scrittori adesso esiste, e si collega anzi a una più ampia nuova scena regionale: di recente il critico Raoul Bruni, sempre attento alla contemporaneità e a quanto avviene nel nostro territorio, mi ha invitato a partecipare a un’antologia che documenterà questa <em>nouvelle vague</em> di autori toscani sotto i quaranta; va da sé che ho accettato, e il roster dei nomi è assai interessante: Simona Baldanzi, Diego Bertelli, Filippo Bologna, Silvia Dai Prà, Francesco D’Isa, Fabio Genovesi, Simone Ghelli, Ilaria Giannini, Pietro Grossi, Emiliano Gucci, Gregorio Magini, Paolo Mascheri, Francesca Matteoni, Ilaria Mavilla, Valerio Nardoni, Sacha Naspini, Federico Parlato, Flavia Piccinni, Alessandro Raveggi, Luca Ricci, (Vanni Santoni), Marco Simonelli. La nuova scena esiste, scrive e, da buon embrione, cresce rapidamente: a livello numerico, ma anche qualitativo. Sono infatti usciti di recente in libreria due romanzi, a firma di due scrittori inclusi nel gruppo succitato, che marcano una crescita decisa per loro e, più in generale, per la scena. </p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-206x300.jpg" alt="" title="9788861651203" width="206" height="300" class="alignright size-medium wp-image-44658" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-66x96.jpg 66w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-26x38.jpg 26w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-148x215.jpg 148w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-88x128.jpg 88w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203.jpg 250w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" />Il primo è <a href="http://www.anobii.com/books/I_provinciali/9788861651203/01bd022fdea8c7b7d2/">I provinciali</a> di Ilaria Giannini, uscito per Gaffi lo scorso novembre. Rispetto al suo esordio <a href="http://www.anobii.com/books/Facciamo_finta_che_sia_per_sempre/9788890357640/014023c458cb71053d/">Facciamo finta che sia per sempre </a>(Intermezzi 2009), ne <em>I provinciali </em>Giannini segna un cospicuo progresso stilistico, trovando nella lingua parlata il punto di forza del proprio registro. Lo dico con cognizione di causa: ho passato tante estati d’infanzia e di adolescenza in Versilia, e quando ho letto passaggi come </p>
<blockquote><p>«Eh no, eh! Non rigira’ la frittata come sempre! Non m’hai nemmeno chiesto come sto e poi sono io lo stronzo! Mi fanno male le costole, devo farmi una radiografia, magari c’ho qualcosa di rotto e come al solito te ne freghi». «Ma smettila, tante storie per du’ colpi! Sempre il solito esagerato, il solito piagnone, avevi a ridargliele, è la metà di te!». «Ma se m’ha preso di spalle, quel codardo! Mi vuole ammazza’, te sei sposata con un pazzo!». «Lo sapevi che ero sposata, ma finché c’era da scopare andava bene, eh? Dai, Emma, rilassati, non lo saprà nessuno, è il nostro segreto, ci penso io a te! Lo vedo come ci pensi a me, per fare i tuoi comodi e basta!». «Ma falla finita, i miei comodi un cazzo, i tuoi comodi! Qui no, a quell’ora no, c’ho da badare alla bimba, mi’ ma’ sta male, il mi’ marito m’aspetta e io lì, come un bischero, è un mese che cambio tutti i turni per te! Ma basta eh, mi basta e mi avanza, scemo io a infilarmi in ‘sto casino per una come te!». «Mi fai pena, te una come me a vent’anni te la potevi giusto sogna’ da lontano, ma guarda con chi mi so’ confusa io! Lasciamo perde’&#8230;».
</p></blockquote>
<p>..ho avuto un immediato déjà-vu dei genitori di un mio amico, i quali, ogni volta che andavo a giocare da lui, sentivo litigare nell’altra stanza. Quelli del passo riportato sono amanti, non coniugi, ma la parlata, il taglio, il modo di inserire la risposta sulla frase precedente, sono quelli. Non so quanto, viste da fuori, le diverse declinazioni del toscano si assomiglino; viste da dentro sono molto diverse tra loro, e il “basso versiliese” di Giannini è di un’esattezza indiscutibile. Il romanzo è infatti ambientato a Bozzano, frazione di Massarosa, piccolo centro della Versilia “profonda”, quella senza Twiga, “Forte”, Bussola né Principe di Piemonte, e la virtù principale dell’autrice è quella di cogliere la lingua della propria terra (e riprodurla, perché quando si va a trasferire un parlato innervato di dialetto sulla pagina scritta, non basta la fedeltà: va ritrovato un equilibrio nella rappresentazione, che è differente da quello “reale”) e usarla per raccontare, attraverso un continuo dialogare, che avviene sovente attorno al fulcro della cucina di casa, un micromondo magari odiato dai suoi personaggi, ma irrinunciabile, perché lì fuori davvero non c’è più niente, e questa famiglia, sfibrata, disfatta, disprezzabile, fonte più di pensieri e dolore che altro, resta comunque l’unica cosa che possiedono.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-189x300.jpg" alt="" title="Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object" width="189" height="300" class="alignright size-medium wp-image-44657" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-60x96.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-23x38.jpg 23w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-135x215.jpg 135w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-80x128.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object.jpg 289w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" />Il secondo romanzo è <a href="http://www.anobii.com/books/Nel_vento/9788807019364/0120c89cd11f5e0b8c/">Nel vento</a> di Emiliano Gucci, in libreria da pochi giorni. Gucci, veterano delle lettere locali – è il suo quinto romanzo, dopo pubblicazioni con Fazi, Guanda, Elliot – esce per Feltrinelli con un romanzo esistenzialista di grande pregio: sotto la patina apparente del <em>concept book</em> – vi si racconta infatti la vita di un centometrista, presumibilmente di rango internazionale, attraverso i pensieri che si manifestano nella sua mente lungo i soli dieci secondi della gara –, <em>Nel vento</em> si rivela subito come un libro potente, e lo fa innanzitutto attraverso lo stile. Gucci raggiunge infatti un’economia e una precisione notevolissime, e scaraventa il lettore all’interno delle stanze mentali del protagonista – perché più che dedali sono stanze, ricolme di immagini, traumi, frustrazioni, istanti di chiarezza percettiva (brillanti quelli sul “puzzo di atletica” e sul rumore dei polmoni dei piccioni), tutti sempre visibili sul palcoscenico del ricordo, come installazioni permanenti e terribili – delineandolo come se si trovasse, lui, frutto di quelle esperienze, frutto di quei ricordi, a essere parte di un gioco cosmico nel quale non esistono ormai che dieci elementi: la pista, la folla sugli spalti e gli otto centometristi – lui stesso e gli altri sette, definiti nella sua mente solo da numeri, e pronti a buttare, come lui, tutta una vita in quei dieci secondi. E tuttavia non siamo di fronte a un romanzo sull’atletica: si parla di atletica, si corre in una pista di atletica, c’è il pubblico dell’atletica, si parla anche di sponsor, allenamenti, doping, ma Gucci riesce a far essere Nel vento un libro su qualunque sport. Di più: su tutti quegli sforzi umani nei quali una lunga e dolorosa preparazione viene spesa in un attimo brevissimo.</p>
<p>Questa assolutezza di visione è il punto di forza del romanzo, tanto che tramite di essa Gucci riesce a centrare un secondo obiettivo, quello di “uscire dal giardino di casa” senza cadere nel vizio opposto, ovvero l’esterofilia forzata: se alcuni nomi che si incontrano lungo la narrazione suggeriscono che il protagonista sia italiano, non lo sono ovviamente i suoi avversari, ma soprattutto tutto il libro si svolge in uno scenario sospeso dove non c’è traccia di specificità locali; anche il vissuto del protagonista è costituito dai soli snodi traumatici, omettendo quell’esistenza di provincia che con ogni probabilità ha fatto da contorno alla crescita di un uomo che oggi è arrivato a giocarsela in una finale importante, forse addirittura olimpica – forse, di nuovo, perché molti sono i non detti nel testo, che contribuiscono a trascinare il lettore in un mondo fatto esclusivamente di elaborazione mentale – il cui racconto però non ci parla di lui, dello sport o dell’agonismo, ma del dramma di essere vivi, e in scena, nostro malgrado. </p>
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		<title>NON VACCINATI. Viaggio in Calabria fra i migranti delle grandi opere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 07:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Mugello sottospra]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[pietro mirabelli]]></category>
		<category><![CDATA[simona baldanzi]]></category>
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					<description><![CDATA[[ Foto di Simona Baldanzi ] di ⇨ Simona Baldanzi E sognavo di partire di trovarmi in un bel posto per poter riaprire quel cassetto ormai nascosto Ma non ho più la mia città, Gerardina Trovato Questo è un racconto sulla festa dei minatori di Pagliarelle, in provincia di Crotone. Natalia, Marzia e Stefano sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/28.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/28.jpg" alt="" title="28" width="442" height="293" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></a></center></p>
<p align="center"><small>[ Foto di Simona Baldanzi ]</small></p>
<p align="center">di ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/simona-baldanzi/" target="_blank"><strong>Simona Baldanzi</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><small><em>E sognavo di partire</em><br />
<em>di trovarmi in un bel posto</em><br />
<em>per poter riaprire</em><br />
<em>quel cassetto ormai nascosto</em><br />
<em>Ma non ho più la mia città,</em><br />
Gerardina Trovato</small></p>
<p><em>Questo è un racconto sulla festa dei minatori di Pagliarelle, in provincia di Crotone. Natalia, Marzia e Stefano sono miei compagni di università che hanno seguito le vicende dei lavoratori dei cantieri in Mugello e che vennero con me in Calabria nell’agosto 2006. ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/pietro-mirabelli/" target="_blank"><strong>Pietro Mirabelli</strong></a> a quel tempo era minatore lancista per Cavet, Rls e Rsu del cantiere il Carlone in Mugello.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong><span id="more-40415"></span></strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Appena passato il cartello di Nola, vedo una bandiera dell’Italia ormai lisa sopra un tetto, che sta per perdere un lembo, quello rosso. La serie di cartelli gialli dei lavori in corso ci riempie gli occhi. Guardiamo le gru che sono braccia nude e attaccati al filo i macchinari che ciondolano nel vuoto come enormi orecchini.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;«Chissà perché sono sospesi» chiede Natalia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;«Perché sennò li rubano» risponde Marzia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Siamo sulla Salerno-Reggio Calabria, chilometri a una sola corsia con continue curve. Un cantiere serpente. Fa impressione leggere le innumerevoli targhe che indicano che i finanziamenti vengono dall’Unione europea.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sulla sinistra a un certo punto vedo Sarno e le ferite della sua montagna. Mi vengono in mente quelle morti e quel fango, che sembrava sbavare sullo schermo della televisione. La cappa del caldo mi preme sulla testa. Nell’auto non abbiamo l’aria condizionata. Marzia e io sediamo dietro. Stefano guida e non vuole cambio. Natalia sta davanti e fra le gambe tiene Divo, il suo cane, che ogni tanto si affaccia al finestrino per prendere aria.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Usciamo a Cosenza. Girovaghiamo intorno all’università sbagliando strada. Alle rotonde vendono cappelli di paglia e tappetini e cerchioni per auto e mi domando chi è che si ferma in una strada che curva continuamente.Come può succedere senza incidenti? Come è che nessuno interviene?<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mi appunto i cartelli che leggiamo. «Alt! Menù del giorno. Ristorante Ciccio Mele. Sierra del Fiego. Elettrosud costruzioni elettriche. Maccarrone arreda. Casa protetta Carusa (casa di riposo)».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La Sila è bella, con dei boschi fittissimi, il fresco e un’aria profumata che è tanto che non ne senti di odori così. Però poi avverti la prepotenza dell’uomo, i tanti obbrobri che ha costruito. Strade torte, senza tante insegne, ulivi, terra, vecchio asfalto, buche. Vediamo un uomo lungo il bordo della strada.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Marzia chiede: «Questo che fa, piange?»<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Natalia: «O piscia?»<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Stefano: «O tutte e due contemporaneamente?»<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La macchina è invasa da risate fragorose che poi vengono inghiottite da silenzi pensierosi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Arriviamo a Pagliarelle che è sera. Marzia, che non c’è mai stata, è attaccata ai finestrini a guardare il degrado delle case. Vede dove sono costruite, come rimangono non finite, con quelle colonne di ferro e cemento che paiono braccia a chiedere aiuto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il paese è fatto di sali e scendi, di strade contorte senza seguire un disegno, una pianta. Stiamo per fare una piccola salita, ma sentiamo rumori di trombe e tutti uomini da un bar che si sbracciano, che ci fanno segno di fermarsi e aspettare. Arriva un tir senza rimorchio che non si sa come faccia a passare da quella stradina stretta. È un tir rosso fuoco con attaccati nastri bianchi. La sposa si affaccia salutando con la mano come fosse in carrozza.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Riproviamo a fare la salita. Sfrecciano macchine e motorini, con sopra ragazzi senza casco. Passa un’altra auto. Noi ci fermiamo, ma loro vanno troppo spediti. E le due auto si sfregano.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci fermiamo. Guardiamo i danni, ma fortunatamente solo pochi graffi. Sono due ragazzi giovani. Stefano prova a dire ai due dell’auto che noi avevamo la precedenza, ma uno dei due ci guarda duro e ci dice: «È 24 anni che sto qua».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qua vale la legge di chi da più tempo ci sta. Qua vale la loro legge. Qua noi non valiamo nulla.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una piccola folla del paese si è adunata. Ci girano intorno con i motorini e le sgassate sono puzzolenti ruggiti. Qualcuno ci guarda masticando insistentemente un chewingum. Arriva Pietro. Vocia qualcosa in dialetto. Le espressioni di tutti cambiano. Pacche sulle spalle. Siamo diventati ospiti, non più estranei.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’auto la mettiamo nel garage a casa di Pietro. Salutiamo Mena, la moglie di Pietro, Walter e Gabriele, i due figli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ceniamo. Sapori che ricordavo: queste cipolle e questi pomodori così dolci, i supplì col riso, la carne, il vino della loro vigna, le olive. Mangio talmente tanto che qualcosa mi rimane sullo stomaco e la notte sogno di avere dei chiodi nella pancia e che togliendoli mi rimanevano i buchi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mattina andiamo in piazza Caduti sul lavoro. C’è fermento. Anche il monumento ai caduti sul lavoro è addobbato a festa: intorno ai pioli delle scalette ci sono attaccati tanti caschi da lavoro colorati. Sembra che lo sguardo del minatore di bronzo, mentre esce dalla galleria, sia più sollevato. La mano che usa per proteggersi dalla luce del sole pare una carezza al cielo e un saluto.</p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/29.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/29.jpg" alt="" title="29" width="404" height="669" class="aligncenter size-full wp-image-40417" style="border:4px solid #7F7F7F;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/29.jpg 404w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/29-181x300.jpg 181w" sizes="(max-width: 404px) 100vw, 404px" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Monumento ai caduti sul lavoro in miniera. <em>Foto di Simona Baldanzi</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alcuni uomini stanno montando una galleria di grate per entrare nella piazza. Qualcuno ci riconosce e ci saluta. </p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/30.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/30.jpg" alt="" title="30" width="259" height="369" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Preparazione della festa del minatore. <em>Foto di Stefano Pighini</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un lavoratore stappa una birra col metro da muratore, quello che usava mio nonno e che da piccola mi piaceva aprire per disegnare forme geometriche con quelle stanghette di legno bianche, gialle e rosse. Parcheggiato in piazza c’è un Fiat Lupetto verde del Comune di Petilia Policastro con un ferro di cavallo sulla grata, come un anello nel muso. Altri lavoratori arrivano con le canne di bambù, che servono da pali. Si muovono tutti velocemente, scherzano, vociano, ci stringono la mano. Non hanno bisogno delle nostre deboli braccia.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pietro sta sistemando le bandiere. C’è l’arcobaleno della Pace, le bandiere della Cgil Fillea, quella dell’Italia, e quella blu dell’Europa che è un pugno allo stomaco su quel grigio.</p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/31.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/31.jpg" alt="" title="31" width="257" height="368" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Pietro Mirabelli in piazza Caduti sul lavoro. <em>Foto di Stefano Pighini</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;I bambini fermano continuamente Natalia che ha Divo al guinzaglio. Le chiedono di che razza è e poi se è vaccinato. Solo dopo accarezzano il cane. Capiamo dopo il motivo della reticenza e delle domande: qua ci sono tanti cani randagi e hanno paura.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Facciamo un giro nel paese. Facciamo vedere a Marzia la scuola media e poi il campo da calcio scavato ai piedi di una collina, il Galaxi Stadium fatto di fango. Intorno al perimetro del campo hanno tirato su un muro basso di blocchi di cemento. Non serve a niente se non a giustificare un minimo i soldi che hanno preso per sistemarlo.</p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/32.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/32.jpg" alt="" title="32" width="397" height="272" style="border:4px solid #7F7F7F;" /></a></p>
<p align="center"><small>[ Scuola media di Pagliarelle.<em> Foto di Simona Baldanzi</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pietro oggi è contento. È soddisfatto che arriverà un po’ di gente importante, amministratori e sindacati anche qua, in un paese lontano dalle decisioni. Ci mostra il manifesto della festa dei minatori. Ci mostra le spille che daranno a tutti. Pala e piccone incrociati: è il simbolo internazionale dei minatori. Ne metto una sulla maglia e mi chiedo perché non è mai diventato un simbolo di lotta come il martello, la falce, il pugno, le sagome delle fabbriche e delle ciminiere.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel cortile, assonnati e appesantiti dal pranzo, Stefano, Natalia, Marzia e io ci mettiamo a giocare scrivendo dei versi che Pietro vuole per la festa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Minatori di Paglierelle</em><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
Di Paglia un tempo<br />
era il tuo giaciglio<br />
partisti al Nord<br />
senza crescere tuo figlio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
Tu minatore<br />
di roccia e di sudore<br />
scavi la terra<br />
per tornare al sole.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
Tra piccone e martello<br />
la schiena pieghiamo<br />
ma la dignità del lavoro<br />
non la sacrifichiamo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pietro non pare entusiasta e neanche noi. Appallottoliamo il foglio. Non riusciamo a trovare altri versi. Marzia e Stefano vanno a fare un giro a Pagliarelle vecchia. Natalia e io abbiamo altri programmi, vogliamo farci i capelli. Appena sopra casa di Pietro c’è la parrucchiera. È in un garage. Ha un arredamento un po’ anni sessanta. Ha una bimba biondissima che sembra Riccioli d’oro e si chiama Naomi, come Naomi Campbell ci dice. La parrucchiera, ci spiega Mena, è di origine francese e qua ha imparato solo il dialetto. Aspettiamo un po’ sulle poltrone perché domani c’è un altro matrimonio e quindi i clienti abbondano. Il mese dei matrimoni qua non è maggio, ma agosto, quando tutti rientrano per le ferie e possono festeggiare. Agosto è da sempre un mese vivo, di ritrovo, di famiglia e di allegria.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La parrucchiera mi fa accomodare. Mi lava i capelli velocemente. Mi chiede come li voglio. Sì, li vorrei tagliare. Lei fa una strana smorfia. Tagliare sì, ma non troppo. Le donne devono avere i capelli lunghi, corti non sono a modo. Me ne taglia un pezzettino e mi fa vedere se va bene. Scuoto la testa in un sì.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alle pareti non ci sono le foto delle acconciature moderne, ma volti di donna disegnati, come andavano un tempo. L’aiutante, vicina di casa, spazza e commenta: «Adesso abbiamo anche i capelli di Firenze».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Natalia, che mi guarda dallo specchio, sorride.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;C’è anche Mena a vegliare sul nostro taglio di capelli. Ogni tanto riprende il dialetto della parrucchiera che sembra un po’ scocciata. «Perché chisto non si dice?».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;E Mena: «Questo, si dice questo!».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;I capelli vengono bene e quando paghiamo con dieci euro a testa sembra proprio che tutti qua stiano recitando su un set cinematografico di minimo quarant’anni fa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La sera c’è la festa, prima di quella ufficiale. Mangiamo la porchetta che si scioglie in bocca, tagliata direttamente dalle mani di tutti questi minatori emigranti al Nord, che hanno tirato su l’iniziativa insieme a Pietro. </p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/33.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/33.jpg" alt="" title="33" width="442" height="290" style="border:4px solid #7F7F7F;"/></a></p>
<p align="center"><small>[ Volontari per la Festa del minatore di Pagliarelle. <em>Foto di Stefano Pighini</em> ]</small></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sul palco si alternano cantanti e cabarettisti. Sembra che qua sappiano tutti cantare. Sembra di vedere quello che si vede negli spettacoli in tv. E proprio le bambine sono le più accanite. Natalia, Marzia e io siamo in gonna, ampia, che magari ci scappa una vecchia tarantella calabrese, ma invece niente. Tutti ci chiedono se siamo sposate e se abbiamo figli. Alla nostra età tutto il resto del paese è «sistemato». Non siamo né sposate né abbiamo figli. Non ci fanno altre domande, il resto non ha importanza. Solo, di nuovo, ci chiedono se il cane è vaccinato.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una ragazza dal palco dedica una canzone a tutte le adolescenti del paese, quella di Gerardina Trovato, <em>La mia città</em>, che parla di una ragazza del Sud che emigra, ma le ragazzine vogliono tornare a ballare e non stanno attente. Poi ci dicono che vogliono andare a Roma, a Milano, su a Nord.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;«E Firenze come è?» ci chiedono tutte eccitate.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Inaspettatamente canta anche Pietro e ci fa emozionare: <em>ti baciavo le labbra e io di rabbia morivo già</em>, e poi, <em>mi dispiace devo andare</em>. Due ragazzi cantano qualche canzone biascicata in inglese e anche <em>Bella Ciao</em>. Le donne sedute con noi sui gradini del monumento ci fanno un po’ da cordone, ci tengono «dentro» alla loro cerchia, mentre gli uomini stanno agli stand delle cibarie.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Andiamo a letto e il grillo che sento cantare nel corridoio rimbomba. Capisco tutto l’odio di Pinocchio.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mattina ci svegliamo presto. La meta è il mare, verso Steccato di Cutro. Gabriele e il suo amico Pasquale ci indicano la strada, poi proseguono per andare a prendere un giornalista della Rai che viene alla festa. Pietro è rimasto a organizzare tutto, ad accogliere le autorità e la gente che conta per la serata.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci fermiamo a comprare della frutta e il giornale perché a Pagliarelle non c’è edicola, non ci sono negozi. Mena ci ha detto che va a Crotone al centro commerciale a fare la spesa, a 40 minuti da casa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Parcheggiamo in una pineta a ridosso della sabbia. Chilometri di spiaggia libera. Il mare è una tavola verde-azzurra bellissima. Non si muove neanche una piccola onda. Una cartolina immacolata. Mi va di nuotare e muovermi, ora che c’è un orizzonte vasto, ora che qua niente soffoca e niente si nasconde. Il sole batte, ma anche la spiaggia è un piacere, fatta di piccolissima ghiaia. Sentiamo intorno a noi solo accento calabrese. Sembra non esserci nessun turista tranne noi. L’acqua è un continuo richiamo, ma notiamo che alcuni si avvicinano fin troppo alla riva con moto d’acqua e motoscafi senza alcun controllo, così decidiamo di uscire dall’acqua e non tuffarsi più. Ci dicono che vanno così le cose, che non c’è molto rispetto su questa spiaggia. Per ferragosto hanno buttato giù qualche pino per fare il falò.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Andiamo verso la punta, a Le Castellana. Fa molto caldo. Stefano guidando passa da alcuni muretti semicrollati e commenta che a tratti gli sembrano strade di Bagdad. Arriviamo al paesino. Il castello è bello, qua è riserva marina e un po’ di turisti ci sono. Guardiamo nei negozi, prendiamo un gelato, ma la cappa continua a schiacciarci. Compriamo una pianta per Mena. Trovo le maschere che scacciano gli spiriti maligni e un anello con tanti peperoncini di vetro attaccati.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Torniamo a Pagliarelle. Facciamo la doccia e siamo di nuovo in piazza. È irriconoscibile. Ci sono più bandiere del giorno prima, un nuovo palco per la Tavola rotonda sotto la statua dei minatori, un palco incredibilmente grande per il concerto, un tavolone dove porteranno da mangiare. Sarà infatti sommerso da quello che porta la gente; come ha esortato ieri sera dal palco Pietro: «Vengono tanti da fuori. Pagliarelle non deve scomparire, facciamogli vedere!». Riconosco l’orgoglio dei minatori calabresi. Sui pannelli in piazza c’è una mostra di foto e documenti, sia dei lavori dell’alta velocità nel Mugello, sia dei lavoratori del passato. A confronto vecchi e nuovi migranti dalla Calabria. In giro si continua a bere la Brasilena, la bevanda al caffè tipica calabrese. Arrivano sindacati e amministratori. Un parlamentare dal palco usa parole che non sentivo dagli anni cinquanta: «Grazie ai vostri suffragi mi capita a Roma di fare cene con imprenditori…». I sindacalisti promettono lavoro, indicando la salvezza nelle grandi opere: «Più buchi, più gallerie per tutti».<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Tutti hanno la spilla con il piccone e la pala e sento che si parla di <em>modernità</em> come di uno straccio magico che toglie la polvere. Vedo gente immobile che ascolta. Una corona poggiata al monumento e poi l’inno d’Italia. Suona la banda, composta tutta da donne perché gli uomini per provare non ci sono mai. Lavorano tutti lontano dalla Calabria.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La festa è un subbuglio. Si mangiano cose buonissime e piccantissime. Adoro il prosciutto col peperoncino. Vino e ancora vino. Un minatore mi riconosce e mi dice che me ne sto sempre seduta in terra, come quando andavo da loro a mensa, e mi fermavo fuori sui marciapiedi a intervistarli per la mia tesi. Gli sorrido. Una donna mi chiede se sono straniera. Secondo lei parlo italiano con uno strano accento.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il concerto inizia e poi anche i fuochi d’artificio, fatti partire proprio appena sotto la piazza, da dietro il nastro adesivo a pochi metri dalla folla.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;La mattina seguente lasciamo Pagliarelle. Salutiamo Pietro. Lui partirà la notte successiva, per tornare a lavorare dalle nostre parti. Fa impressione pensare che fa quella strada una volta ogni tre settimane, quando ha tre giorni liberi per scendere dalla Toscana alla Calabria. A noi invece ci basterà come esperienza per parecchio tempo. Il nostro viaggio infatti sarà un incubo di 14 ore di caldo, sete, code, sudore, attesa, stanchezza. Ripensiamo alla Calabria che continua a emigrare, alla Salerno-Reggio Calabria come un gigantesco tapis roulant rotto che li vede passare.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;Divo ansima, ma pare resistere. Noi non siamo vaccinati a tutto questo. Ci verrebbe da mordere.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/mugello-sotosopra_big.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/mugello-sotosopra_big.jpg" alt="" title="mugello-sotosopra_big" width="150" height="221" class="alignleft" style="border:0px solid #7F7F7F;"/></a><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
 ⇨ <a href="http://www.simonabaldanzi.it/" target="_blank"><strong>Simona Baldanzi</strong></a><br />
 ⇨ <a href="http://www.simonabaldanzi.it/Mugello-sottosopra.html" target="_blank"><strong>MUGELLO SOTTOSOPRA</strong></a><br />
<em>Tute arancioni nei cantieri delle grandi opere</em><br />
[ pag. 112-124 ]<br />
 ⇨ <a href="http://www.ediesseonline.it/" target="_blank"><strong>EDIESSE</strong></a> [ 2011 ]<br />
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		<title>Appunti per un&#8217;indagine sui minatori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Oct 2010 08:30:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[morti sul lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[[Simona Baldanzi mi manda questo pezzo, nel giorno, come lei stessa mi ha fatto notare, dell&#8217;apertura del tunnel del Gottardo. Fatto a cui è stata data ampia evidenza dai giornali. Non altrettanta evidenza è stata data al fatto che pochi giorni fa, in quel tunnel, ha perso la vita Pietro Mirabelli. Ultimo di un serie. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Simona Baldanzi mi manda questo pezzo, nel giorno, come lei stessa mi ha fatto notare, dell&#8217;apertura del tunnel del Gottardo. Fatto a cui è stata data ampia evidenza dai giornali. Non altrettanta evidenza è stata data al fatto che pochi giorni fa, in quel tunnel, ha perso la vita Pietro Mirabelli. Ultimo di un serie. La foto mostra la cappella che ricorda gli otto minatori morti nel tunnel prima di Pietro. E leggo adesso, mentre sto per pubblicare, di un&#8217;altra esplosione in una miniera in Cina: venti minatori morti, diciassette intrappolati. mr]</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/gottardo-cappella-memoria-senza-Pietro.jpeg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-36904" title="Switzerland World's Longest Tunnel" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/gottardo-cappella-memoria-senza-Pietro-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Simona Baldanzi</strong></p>
<p>Quando ho letto che i 33 minatori del Cile erano ancora vivi dopo 17 giorni dal crollo della miniera ho interrotto i miei appunti. Da aprile mi stavo segnando le notizie apparse sulla stampa internazionale con al centro il lavoro in miniera.<br />
<em>Aprile 2010. Crolla miniera di carbone in Virginia. Venticinque morti e dieci dispersi. Aprile 2010. Cina, trovati cinque cadaveri nella miniera del &#8220;miracolo. I soccorritori hanno miracolosamente estratto vivi 115 minatori, sopravvissuti a una settimana sottoterra mangiando corteccia e bevendo acqua lurida. Maggio 2010. Siberia, esplosioni in una miniera. Trenta morti, decine di feriti e dispersi. Maggio 2010. Russia. Esplode miniera di carbone. Dentro 312 minatori, 12 morti. Maggio 2010. Turchia, scoppio in miniera. 28 minatori morti, 2 dispersi. Giugno 2010. Nigeria. Strage di bambini tra i minatori. 111 morti nella corsa all&#8217;oro illegale.</em><br />
Non stavo tenendo la lista delle stragi. Stavo prendendo appunti per il libro che sto scrivendo sui lavoratori dei cantieri delle grandi opere in Mugello. Fra le tute arancione ci sono i minatori, quelli che scavano le gallerie di strade e ferrovie. Minatori di infrastrutture moderne che lavorano nelle pance delle montagne. Pur tenendo presente la differenza di mansioni, di contratti, di diritti, di condizione di vita e di salute, sia per i minatori in Mugello che per quelli americani, cinesi, cileni, russi, turchi, nigeriani pensiamo siano solo fotografie del passato, fantasmi che vagano in qualche angolo della memoria e che ci scuotono dal torpore solo quando muoiono in massa o si salvano per miracolo. Invece ci sono, emigrano per lavorare in miniera o in galleria, vivono in baracche o campi base, non vedono crescere i loro figli, si ammalano di silicosi. Vicino a noi e nel silenzio. <span id="more-36903"></span><br />
Sono ancora attuali le considerazioni di Orwell quando indagò sui minatori, su quelli che ai suoi occhi sono statue di ferro battuto “con la liscia polvere di carbone che si appiccica loro dalla testa ai piedi”. Nel 1937 scriveva infatti: “uno può vivere una vita senza sentir parlare dei minatori, una maggioranza preferirebbe addirittura non sentirne parlare. (…) La stessa cosa avviene con tutte le specie di lavori manuali, ci tengono in vita e noi ci dimentichiamo che esistono”.<br />
Mi ha colpito molto il messaggio dei 33 minatori cileni, scritto su un foglio con una penna rossa, intrappolati, ma salvi a 700 metri di profondità. Volevano avvertire familiari e parenti che stavano bene. Attraverso la lettera di Mario, hanno scritto anche che è giusto far sapere come hanno passato gli ultimi mesi, che problemi avevano in galleria, la mancanza di sicurezza. I trentatre minatori cileni hanno mandato un messaggio al mondo globalizzato. Siamo ancora vivi. Anche se vi dimenticate spesso di noi e del lavoro che facciamo. Noi siamo qua a ricordarvi della nostra presenza e questa volta non vi potete girare da un’altra parte. E quella televisione e quei giornali che parlavano solo delle morti in miniera hanno iniziato a raccontare le loro storie, le loro famiglie in attesa, le promesse di matrimonio, i figli. Quella vita che c’è sempre stata, ma di cui nessuno parla. L’attenzione per il grande evento. Settanta giorni di grande fratello in miniera, diritti acquistati dalle tv, migliaia di giornalisti accampati nella valle di ACATAMA. Strumentalizzazione, spettacolo, commercio? Sì, ma proprio tutta quell’attenzione, gli occhi del mondo su di loro, ancora sottoterra, ma vivi, tutti quei soldi smossi dalle tv, li hanno salvati. Il silenzio e l’indifferenza li avrebbe uccisi come succede ogni giorno nel mondo del lavoro. Uno ad uno che escono dal buio e dalla gola della terra ci ricordano quante vite e quante storie e quanti nomi ci stanno dentro il lavoro. Ci dicono che sono MINEROS e non stelle, regalano pietre e anche se ringraziano e abbracciano quel presidente che ha bocciato il piano sulla sicurezza nel lavoro, ripetono chiaramente &#8220;incidenti così non devono più accadere&#8221;. Per una volta, vedere un paese che festeggia perchè salva dei lavoratori, a me fa brillare gli occhi. Inutile negarlo. E spero che questa attenzione la utilizzino al meglio per quello che sono: minatori. E lo sono stati là sotto minatori, dandosi un’organizzazione, ruoli e compiti, tenendosi su il morale, sentendosi solidali e uniti, continuando a vivere, a comunicare, a giocare, dando a tutti una lezione di vita, di comunità, di civiltà, di tenuta di nervi e di cuore. Da quando è crollata la miniera duecento sono senza stipendio. Ai 33 promettono regali da nababbo e loro rispondono ancora da gruppo, pensando alla loro condizione che li ha ingoiati nella terra e poi risputati, che vogliono fare una fondazione per i minatori. Le operazioni di salvataggio con uomini e donne di tutto il mondo, competenze e macchinari, esperienze di altri minatori, di ingegneri, geologi, tecnici, scienziati ha dimostrato che la sicurezza sul lavoro si può attuare. Se siamo andati sulla Luna, possiamo andare anche sottoterra, possiamo impedire che ogni giorno muoiano lavoratori di tutto il mondo in tanti lavori. Volontà e intenti di tutti. Anche con le bandiere di un paese a festeggiare come avesse vinto la nazionale a calcio e invece, per un giorno, ha vinto il lavoro.<br />
Il 22 settembre è morto un amico in galleria. Pietro era un minatore calabrese delegato sindacale e alla sicurezza che per tutta la vita si è battuto per far conoscere la loro condizione di lavoratori migranti. Figli d’arte perché figli di altri minatori. È morto in Svizzera. Oggi sarebbe stato contento, ma avrebbe ricordato a quelli che scrivono, che filmano, che fotografano, che raccontano di non smettere. Ci sono gallerie e miniere vicine, in Italia, in Europa, buie e oscure ai più con condizioni di lavoro inaccettabili. Lavori e lavoratori che ci tengono in vita e che ci dimentichiamo che esistono.</p>
<p><em>(pubblicato sul </em>manifesto<em>, 17/10/2010)</em></p>
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		<title>Pietro Mirabelli è morto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 15:33:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[[Stamani apro la mail, e trovo la notizia: Pietro Mirabelli è morto. Resto senza fiato. E&#8217; una mail di Simona Baldanzi, che Pietro me lo ha fatto conoscere e  ha frequentato a lungo, per la sua tesi di laurea che poi ha dato origine al suo Figlia di una vestaglia blu. Pietro era un minatore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">[Stamani apro la mail, e trovo la notizia: Pietro Mirabelli è morto. Resto senza fiato. E&#8217; una mail di Simona Baldanzi, che Pietro me lo ha fatto conoscere e  ha frequentato a lungo, per la sua tesi di laurea che poi ha dato origine al suo <em>Figlia di una vestaglia blu</em>. Pietro era un minatore calabrese,  faceva gallerie, era un sindacalista che ha lottato, sempre. Pubblico la lettera che mi è arrivata da Simona Baldanzi, che due anni fa scrisse <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/03/noi-buoni-a-nulla/">qui</a> un testo che vale ancora, che vale ancora troppo, <em>Noi buoni a nulla</em>. Di seguito pubblico il capitolo di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067MKO4M/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067MKO4M&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Lavorare uccide</em></a> che dedicai  ai minatori della Tav, e a Pietro. E&#8217; poco, è niente, Pietro non c&#8217;è più, ma se i libri possono qualcosa è almeno far memoria, e la memoria prima o poi si usa. Sarebbe stato meglio usarla prima, però, e invece Pietro non c&#8217;è più. <em>marco rovelli</em>]</div>
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<div id="_mcePaste">E&#8217; morto stanotte Pietro Mirabelli in galleria in Svizzera. Un masso si è staccato dal fronte mentre una squadra lavorava con il jumbo. È morto in ospedale nel Canton Ticino per troppe lesioni interne. Aveva di recente lavorato per un breve periodo alla Toto a Barberino, dopo il periodo di cassaintegrazione in seguito alla chiusura dei lavori dell’Alta Velocità. Aveva infatti lavorato dal 2000 in CAVET dove era stato RLS, RSU fino alla conclusione dell&#8217;opera. Pietro era un minatore calabrese, era un lancista, quello che sparava cemento al fronte della galleria, che aveva lavorato in una miriade di cantieri, per le grandi opere, per la velocità e il benessere del Nord, mentre a Pagliarelle, nella sua terra, dovevi fare quindici minuti di macchina per raggiungere la prima edicola. Mai prima di lui ho conosciuto qualcuno che ha fatto della dignità del lavoro una propria insostituibile missione. <span id="more-36712"></span>Un testardo dei diritti che ultimamente era rimasto ferito da questa Italia, dalla sua politica, dai sindacati e se ne era andato in Svizzera anche e soprattutto per questo. Pietro era un figlio d’arte, come lui stesso si definiva. Il padre è morto di silicosi in seguito al lavoro di galleria. Pietro, anche se non ci credeva, era riuscito però a infrangere un silenzio sulla condizione dei minatori moderni e aveva conosciuto e incontrato una miriade di persone, coinvolgendo tutti nella sua battaglia a partire dal quarto turno e dalla sicurezza. Aveva anche fatto incontrare la comunità montana del Mugello e quella del Crotonese e il monumento nella piazza sui caduti al lavoro a Pagliarelle frutto dell’incontro di due terre, lo si deve a lui. Aveva letto le lettere dei condannati a morte della resistenza per scrivere la frase che sta impressa sotto quell’uomo di bronzo che accecato dalla luce esce dalla galleria fatta di pietra serena di Firenzuola, da quel suo Mugello a cui ha dato tanto, persino il nome della via di casa sua, ai piedi della Sila.</div>
<div id="_mcePaste">Ora, non venitemi a parlare di cultura della sicurezza, perché Pietro ne era l’essenza. Non ci crediamo che sia potuto succedere a lui proprio perché lui ha lottato contro tutto questo per tutti gli altri, per tutti noi.</div>
<div id="_mcePaste">Non riesco ad aggiungere molto, sono stata indecisa se scrivere e cosa scrivere, ma alla fine mi sono detta, zitta no. Zitti non possiamo stare. Dobbiamo informare e far girare la notizia, fra quelli che lo conoscevano, fra quelli che conoscono la sua storia, fra quelli che non lo conoscono. Pietro era un uomo e un simbolo di lotta, di quelle rare che sembrano non esistere più. Le morti sul lavoro restano sotto lo zerbino  di case vuote e lasciano un dolore lacerante che ti toglie il fiato. Ti toglie l’anima se a morire è Pietro.</div>
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<div style="text-align: center;"><strong>Altri nomadi</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong>(da <em>Lavorare uccide</em>)</strong></div>
<div>In Italia ci sono intere comunità migranti, nomadi, senza fissa dimora. Vivono in baracche di legno o di lamiera, in venti per baracca. Di loro non si parla. Perché se ne stanno rintanate tra i monti. Fuori dalla vista.</div>
<div id="_mcePaste">Pietro Mirabelli è uno di questi nomadi. Viene da Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro, provincia di Crotone. E sono molti i nomadi di Pagliarelle. Tutti figli d&#8217;arte, anche i padri spesso erano nomadi. E anche dei padri non ci se ne accorgeva, all&#8217;epoca. Il padre di Pietro emigrò nel 1950 per fare le autostrade: Liguria, Val d&#8217;Aosta, Trentino. Gli stessi luoghi li sta percorrendo Pietro, adesso. Questa è stata la sua eredità. Non ci sono più le autostrade da fare, adesso sono minatori galleristi. Negli ultimi undici anni Pietro è stato nel Mugello, sull&#8217;Appennino a nord di Firenze, a scavare la galleria da dove passerà la TAV, la linea ferroviaria ad alta velocità tra Firenze e Bologna. Il Mugello è il posto più vicino dove ha lavorato.</div>
<div id="_mcePaste">Pietro ha 25 anni di anzianità. Ha scavato il Frejus, la Val di Susa, la galleria di Rivoli sotto Torino, la roccia sopra Sanremo per l&#8217;Aurelia bis, la Carnia e il Mottarone sopra Stresa per le nuove gallerie della Voltri-Sempione. Ogni tanto torna a Pagliarelle. Un paese di duemila persone su colline di pietra. La maggior parte sono minatori galleristi, e vivono la maggior parte della vita lontano da casa. A Pietro è nato un figlio. “Mio figlio cresce a spanne e la galleria a metri. Una settimana dietro l&#8217;altra nel ventre della terra a scavare percorsi per l&#8217;alta velocità mentre lui lontano da qui, e da me, sorride alla luce del sole ogni mese in modo diverso.”</div>
<div id="_mcePaste">Si scavano gallerie lunghissime. Quella del Mugello è lunga diciannove chilometri. Quando  incontro Pietro, davanti alla stazione di S. Piero a Sieve, la galleria è ormai finita, stanno posando i binari. E&#8217; facile pensare a quanto sia duro il lavoro. Minatore, autista, carpentiere, lancista. Pietro è un lancista esperto: spruzza il cemento sulle pareti della galleria, sulla roccia viva scavata dagli esplosivi o dagli escavatori, per impedirle di crollare. Solo che nel cemento c&#8217;è una miscela di derivati di silicato. La selce cristallina si attacca ai polmoni e non se ne va più. La silicosi è la malattia dei minatori. Molti che sono stati a minatori a vita li riconosci dalla tosse, dal fatto che se camminano si devono fermare per il respiro affannato. Anche il padre di Pietro è morto di silicosi.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale Costanzo era anche lui di Pagliarelle. Anche lui era andato al cantiere del Carlone, per la galleria di Vaglia. Prima era stato al cantiere di Fiorenzuola, poi lo zio era riuscito a farlo trasferire al Carlone, per averlo vicino. Era arrivato da due mesi, aveva ventitré anni, è morto il 31 gennaio 2000, al primo giorno di lavoro nel ciclo continuo.</div>
<div id="_mcePaste">“Noi lo abbiamo sempre contestato il ciclo continuo”, dice Pietro. Passa un treno, intanto, e fra qualche anno di qui passeranno treni a trecento all&#8217;ora. “Turni di otto ore. Sei giorni di lavoro al pomeriggio e uno di riposo, poi sei di lavoro di notte e due di riposo, infine sei di lavoro di mattina e tre di riposo. Teoricamente riuscivi ad andare a casa in quei tre giorni, dunque una volta ogni tre settimane. Uno che non c&#8217;è mai stato in galleria forse non si rende conto. Tra fumi, polvere, acqua, umidità, rumore, sempre la luce artificiale. Quarantott&#8217;ore in una settimana lì dentro, o sei notti di seguito, sono massacranti. Ma nessuno ci ha dato ascolto. Né la classe politica né il sindacato.”</div>
<div id="_mcePaste">I rapporti tra Pietro e il sindacato, che aveva accettato il ciclo continuo, non sono stati ottimi. Tanto che Pietro, che aveva guidato la protesta dei lavoratori contro il ciclo continuo ed era stato eletto come loro rappresentante, nel marzo 2002 stava per venire escluso dalla lista dei candidati preparata dai sindacati. Ma com&#8217;è possibile, con tutto quello che Pietro aveva fatto, e con tutta la voglia di riscatto a cui dava voce, che il sindacato avesse pensato di escluderlo? Furono 59 compagni di lavoro a imporlo dal basso, e fu rieletto col 40% dei suffragi. Manola Cavallini, la segretaria provinciale della Fillea (per i galleristi vige il contratto edile), disse ai tempi che non era vero che gli operai lavorassero 48 ore settimanali. Che lo dicevano perché non ne sapevano fare la media, e in realtà ne lavoravano 41-45. A parte il fatto che tre ore non sembrano poi questa gran differenza, in un ciclo continuo del genere, fa impressione questo distacco tra certi sindacalisti e i lavoratori. Meglio dargli degli ignoranti piuttosto che ascoltarli.</div>
<div id="_mcePaste">I lavoratori avevano firmato un contratto per fame di lavoro. Ma poi c&#8217;era quella vita in galleria, da fare, senza  riposo domenicale, con la turnazione di sei notti consecutive che non è possibile in nessun altro settore produttivo. Le squadre teoricamente erano di quindici uomini, ma molti si ammalavano o erano vittima di piccoli infortuni, e siccome il lavoro non poteva avere pause le squadre di intervento arrivavano a essere composte anche da solo cinque uomini, che devono garantire lo stesso risultato.</div>
<div id="_mcePaste">Così, a casa ci si va poco, tre giorni ogni tre settimane. Ma il sabato e la domenica, quando puoi davvero stare con la famiglia, capitano una volta ogni cinquantadue giorni. Era stata deciso così al tavolo concertativo tra Cavet (il consorzio che realizza i lavori, di proprietà per il 76% di Impregilo, ovvero Fiat, con una partecipazione all&#8217;11% della “cooperativa rossa” Cmc, la stessa che si è divisa con l&#8217;azienda di Lunardi i lavori della TAV della Val di Susa), Tav, governo, sindacato, enti locali (quando i sindaci andarono a Roma e firmarono tutto senza consultazioni popolari). I lavoratori erano abituati altrimenti, avrebbero voluto un orario normale, cinque giorni più due, come era sempre stato. E a casa ci si andava lo stesso, bastava un giorno di permesso, che poi si recuperava magari con lo straordinario, e almeno si era a casa sempre il sabato e la domenica.</div>
<div id="_mcePaste">Il bello è che il pretesto del ciclo continuo è stato quello di accelerare i tempi, ma poi la data di consegna è slittata due volte, dal 2005 al 2009. Con le spese triplicate, a totale carico dei contribuenti, rispetto alle previsioni iniziali di finanziamenti privati. Nonostante questo l&#8217;Ispettorato del Lavoro ha contestato alla Cavet violazioni alle norme sull&#8217;orario di lavoro e sui riposi settimanali per centinaia di lavoratori.</div>
<div id="_mcePaste">“I nostri uomini ridotti a delle macchine, solo lavoro mensa e sonno, e a casa mai” scrissero al presidente della repubblica Ciampi le donne degli operai del Carlone. “Noi diciamo basta. Il contratto-capestro, che tratta i nostri uomini della Calabria peggio di animali o macchine per i quali si ha cura e rispetto, de ve cessare.” Chiedevano riposo, “perché possano essere nelle nostre famiglie come reale presenza e non saltuaria apparizione e sparizione a causa di un lavoro che li schiavizza”. Ma il ciclo continuo non è cessato. Anzi, è stato esteso alle altre grandi opere.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale Costanzo venne chiamato in galleria sul lato Bologna. Avevano bisogno di un elettricista. Stava guidando una jeep, tornando verso il fronte di scavo. A trenta all&#8217;ora, eppure la jeep si ribaltò, e lui venne schiacciato. Non si è mai capito il perché.</div>
<div id="_mcePaste">Pasquale è stato il primo morto nella galleria di Vaglia, il primo morto del ciclo continuo. Fu dopo la sua morte che cominciò la protesta dei lavoratori contro quell&#8217;organizzazione del lavoro.</div>
<div id="_mcePaste">Nella galleria di Vaglia ne sono morti altri tre. Prima Giovanni Damiano, 42 anni, carpentiere. Stava gettando il cemento sull&#8217;arcorovescio, che sarebbe la parte inferiore della volta, ed un ferro gli si è infilato nel cervelletto. Poi Pasquale Adamo, 55 anni, che ebbe il tempo di vedere la sua morte, accorgendosi che la trivella che stava bucando Monte Morello aveva agganciato il suo giubbotto e lo stava trascinando con sé.  Infine un metalmeccanico di un subappalto, che stava lavorando ai casseri per la volta, schiacciato tra due lastre di metallo.</div>
<div id="_mcePaste">Finito questo lavoro, Pietro dovrà cercarsene un altro. Il contratto a tempo indeterminato dura finché dura il cantiere. Nel frattempo c&#8217;è la disoccupazione speciale lunga, una specie di cassa integrazione. E sarà ben difficile che il Cavet lo riassuma, dopo i fastidi che Pietro gli ha dato. E non sarà facile nemmeno che lo prenda un&#8217;altra ditta, le informazioni girano velocemente.</div>
<div id="_mcePaste">Eppure al momento di firmare i contratti i minatori sapevano che sarebbero stati ricollocati. Il ponte di Messina. Ma anche la Salerno-Reggio Calabria, dove i lotti disponibili sono già stati assegnati a persone di fiducia degli amministratori.</div>
<div id="_mcePaste">Prima di andarmene vado con Pietro al campo base del Carlone, asserragliato entro una gola. Una fila di baracche di lamiera, ognuna di ventidue persone. Caldo torrido in estate, freddo in inverno. Stanzette da due, separate da una parete inesistente, e quando stai dormendo il compagno di stanza arriva dal suo turno e ti sveglia. Bagni e docce in comune, armadietti microscopici. E&#8217; qui che che questi minatori devono abitare per anni interminabili. Ma sono minatori del resto, è già una grazia per loro averlo, questo lavoro. Gli impiegati, però, le singole con bagno e docce ce l&#8217;hanno, vedi un po&#8217; te dove passa a volte la differenza di classe, in un taglio di gola.</div>
<div id="_mcePaste">“Solo in questo campo base, mi dice Pietro, siamo in un centinaio di Pagliarelle. Facciamo queste opere, ma da noi c&#8217;è ancora la ferrovia che fece Mussolini, la Catanzaro-Crotone. Un paese di duemila abitanti a novecento metri d&#8217;altezza, senza un&#8217;edicola, un distributore, una banca. Due squadre di calcio senza un campo sportivo, il più vicino, senza erba, è a venticinque chilometri. Nelle scuole ci sono quaranta bambini per classe perché mancano le aule. L&#8217;ospedale più vicino è a cinquanta chilometri di curve. Le strade sono dissestate, l&#8217;asfalto a chiazze. E ogni volta torniamo, e ogni volta non cambia”.</div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Scrittori in Causa e la maschera del privilegio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 05:59:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori in causa]]></category>
		<category><![CDATA[simona baldanzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Simona Baldanzi Alla domanda cosa vuoi fare da grande, non ricordo di aver mai risposto. Avevo la sensazione che era meglio non sognare che lavoro fare da grande, per non rimanere delusa. Forse sembravo una con le idee poco chiare, che non si impegnava abbastanza, invece ero semplicemente una bambina concreta. Alla scuola elementare, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Scrittori-in-Causa.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-35954" title="Scrittori in Causa" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Scrittori-in-Causa-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Scrittori-in-Causa-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Scrittori-in-Causa.jpg 740w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></div>
<div>di <strong>Simona Baldanzi</strong></div>
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<div id="_mcePaste">Alla domanda cosa vuoi fare da grande, non ricordo di aver mai risposto. Avevo la sensazione che era meglio non sognare che lavoro fare da grande, per non rimanere delusa. Forse sembravo una con le idee poco chiare, che non si impegnava abbastanza, invece ero semplicemente una bambina concreta.</div>
<div id="_mcePaste">Alla scuola elementare, i miei pensierini facevano emozionare le insegnanti, e i miei erano contenti, non perché iniziassero a vedere in me chissà quale dote, ma perché, andando bene a scuola, gli levavo un pensiero nella gestione della vita quotidiana. Se ho mai pensato di fare la scrittrice? Macchè, figuriamoci. Da piccola imparavo che scrivere e lavorare sono due cose molto lontane. Certo, sapevo bene che leggere e scrivere correttamente mi avrebbero aiutato ad affrontare i pensieri di tutti i giorni, ma non che il solo fatto di scrivere potesse darmi da vivere. Al massimo poteva darmi qualche soddisfazione: al ritorno dal Campiello Giovani, mia mamma mi disse che c’era il concorso alle poste.</div>
<div id="_mcePaste">Sono cresciuta in una famiglia che mi ha sempre fatto notare i miei limiti. Non avrei mai osato pensare che a quello che avrei scritto sarebbe corrisposto del denaro. Non sto dietro ad annoiarvi con i particolari della mia infanzia, questa introduzione mi serve per farvi capire una cosa: che con quella formazione lì mi sono ritrovata fra le mani il mio primo contratto editoriale.<span id="more-35953"></span></div>
<div id="_mcePaste">Potete immaginare quanto fossi emozionata… Ero sola in casa editrice, i miei non sapevano nulla e, ancora prima di capire dove mi trovavo e con chi avevo a che fare, avevo già quelle pagine da firmare sulle ginocchia. Nella testa sentivo la voce di mia nonna che mi diceva: non si firma nulla senza leggere! Prevalse, così, il mio lato concreto. Presi fiato e chiesi se quelle pagine le potevo portare a casa per valutarle con un po’ più di attenzione, perché in quel momento non ne ero proprio in grado. Insomma, lo tenni a casa una settimana. Lo sfogliavo, lo leggevo, la casa editrice, intanto, mi pressava per avere indietro il contratto firmato: ci saranno altri che la vogliono pubblicare? Si stavano forse domandando.</div>
<div id="_mcePaste">Mentre leggevo il contratto, certe cose non mi tornavano, intuivo che tante conseguenze non le potevo prevedere, ma ero sola e non mi potevo confrontare con nessuno. In più avevo in mano questo privilegio: i miei vanno in fabbrica e tu scrivi romanzi, e ti lamenti pure? Insomma, mentre leggevo e rileggevo c’era questa vocina che continuava a ripetermi: sei una privilegiata, non stare lì a perdere tempo! E allora cosa ho fatto? Ho firmato e stiamo a vedere.</div>
<div id="_mcePaste">Poi sono cresciuta e il contratto editoriale è diventato un contratto a tutti gli effetti, come tutti gli altri contratti di lavoro che ho firmato nella mia vita. Allora ho cominciato a chiedermi: significa che faccio la scrittrice? Significa che scrivere è un mestiere? Se ci campi, se ci credi, se ha un senso per te, sì.</div>
<div id="_mcePaste">Anche nella scrittura, come nella vita, ci possono essere risposte intime e risposte pubbliche. Brutalmente, il motivo per cui scrivi può essere affar tuo, ma quali contratti firmiamo per scrivere possono essere affari utili a tutti se pubblicizzati e condivisi. Mi interessa che ci sia l’attenzione ai contratti, che ci sia il rispetto di ciò che si firma, che ci sia chiarezza sulle conseguenze di certi articoli o prassi, che ci sia informazione su tutto ciò che ruota intorno all’uscita di un libro. Mi piacerebbe che nel piatto del dibattito della scrittura e dell’editoria italiana ci si confrontasse sui contratti, sulle case editrici corrette e su quelle scorrette, sugli editori che pagano e su quelli che non pagano, quelli che ti sostengono a dovere nel lavoro di editing e quelli che non lo fanno, quelli che promuovono e quelli che non lo fanno, quelli trasparenti e quelli che ti imbrogliano sul numero di copie vendute ecc.</div>
<div id="_mcePaste">Se riuscissimo a raccontarci un po’ di storie, avremmo un buon quadro del dietro le quinte delle case editrici, sicuramente più utile dei gossip sui retroscena dei salotti, dei saloni, dei festival e dei premi letterari. Utili a noi che già scriviamo e ancor di più ad aspiranti scrittori, a esordienti col contratto sulle ginocchia, che non sanno con chi confrontarsi. Parlando con Amitrano, Nazzaro e Cutolo ho capito che non ero la sola ad avvertire una mancanza di confronto e dibattito su questi aspetti. Così è nata l’idea di Scrittori in Causa, un organismo indipendente di informazione e confronto sui diritti delle scrittrici e degli scrittori.</div>
<div id="_mcePaste">Scrittori in Causa intende:</div>
<div id="_mcePaste">&#8211; proporre la modifica delle norme e delle consuetudini contrattuali che danneggiano la figura dell’autore ponendola, spesso, in una posizione di netto svantaggio rispetto a quella dell’editore;</div>
<div id="_mcePaste">&#8211; divulgare le inottemperanze contrattuali;</div>
<div id="_mcePaste">&#8211; creare un punto di riferimento e di confronto aperto su internet, per autori esordienti e non, circa le norme contrattuali svantaggiose e la loro conseguente possibilità di “contrattare”;</div>
<div id="_mcePaste">&#8211; creare uno sportello legale in grado di assistere professionalmente gli autori nel loro rapporto con gli editori.</div>
<div id="_mcePaste">La cosiddetta sinistra, con le sue cittadelle culturali, i suoi salotti editoriali, il famoso monopolio intellettuale di cui va tanto fiera, ha una responsabilità omertosa nel non aver messo in discussione il consolidarsi di consuetudini ingiuste e prezzolate in questo panorama editoriale. Per questo nasce il nostro progetto, È un progetto aperto, in costruzione. Un progetto da discutere, diffondere, condividere anche con critiche, riflessioni, suggerimenti.</div>
<div id="_mcePaste">Vi scrivo con la testa a Pomigliano: quarant’anni fa nacquero lo statuto dei lavoratori e il contratto collettivo, nacquero diritti discussi e poi condivisi. Tutto questo accadeva in fabbrica. Oggi muoiono le fabbriche e muoiono quei diritti.</div>
<div id="_mcePaste">Non sarà un caso che Scrittori in Causa nasce proprio in questo giugno che ci fa diventare tutti ancora più precari e indifesi. Pur con le nette differenze che ho ben presente fra catena di montaggio e tastiera del computer (anche se di mercati si parla, perché libro e auto sono pur sempre prodotti), se penso a cosa mi ha fregato  nell’editoria, vedo qualcosa che assomiglia a quello che ha fregato i lavoratori di Pomigliano d’Arco: l’idea del privilegio. Io che pubblico sono privilegiato, io che lavoro sono privilegiato. Se invece togli la maschera al privilegio, scopri il ricatto. Se firmi, pubblichi, se accetti l’accordo, lavori. In causa ci siamo noi. In causa ci siamo tutti.</div>
<div id="_mcePaste">scrittorincausa@gmail.com</div>
<div id="_mcePaste">scrittorincausa.adesioni@gmail.com</div>
<div id="_mcePaste">www.scrittorincausa.splinder.com</div>
<div>ed è anche su Facebook</div>
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		<title>Fuori stagione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Oct 2007 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amarilli]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[fazi]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[simona baldanzi]]></category>
		<category><![CDATA[speranza]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Simona Baldanzi                                                     Amarilli, dal tuo nome solo può cominciare questa lettera, perché mi ha colpito sulla lista, perché un nome così non l’avevo mai sentito. Deriva dal fiore? Dall’Amarillis? Come è che ti hanno dato questo nome? Questa è stata la prima cosa che mi son chiesta, sfogliando il giornale la mattina [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/die-hand-das-brennende-haus-1969.jpg"><img loading="lazy" width="495" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/die-hand-das-brennende-haus-1969.jpg" height="635" style="width: 148px; height: 171px" /></a> </p>
<p>di <strong>Simona Baldanzi</strong><br />
                                                   </p>
<p>Amarilli,</p>
<p>dal tuo nome solo può cominciare questa lettera, perché mi ha colpito sulla lista, perché un nome così non l’avevo mai sentito. Deriva dal fiore? Dall’Amarillis? Come è che ti hanno dato questo nome?<br />
Questa è stata la prima cosa che mi son chiesta, sfogliando il giornale la mattina sull’autobus prima di arrivare a lavoro. E poi ho cercato il tuo volto su internet e l’ho trovato. Mi ha colpito la tua pelle fresca e bianca, gli occhi chiari, il tuo non sorriso, il bavero rialzato a circondare il collo, i capelli un po’ mossi, le tue sopracciglia perfettamente curate. Un angelo, ho pensato, inquadrata in una foto che ti hanno scattata senza tante cerimonie il 12/02/07 alle ore 17.00, che ha già tarpato le tue ali con quella scritta intorno <em>Polizia Scientifica MI</em>. Un angelo può annunciare il terrore?<span id="more-4654"></span></p>
<p>Il Manifesto oggi mostra una foto di un cofano di una panda con sopra una stella a cinque punte. Ogni volta che ne vedo una, penso a quando da piccola, imparai a farla non lasciando mai la punta della penna dal foglio. Ne ero soddisfatta perché ogni punta veniva perfetta e avevo trovato un modo semplice e rapido di fare una stella, che veniva anche meglio del cuore. Una stella che mi serviva per appuntarmi il cielo, o per riempire un angolo sul diario. Anche tu da piccola le facevi così le stelle?</p>
<p>Poi ne ho viste altre di stelle. Non mi piacevano quelle sulle medaglie o sui distintivi militari. Mi piaceva quella vicino alla falce e martello. La curva della falce un po’ alla luna ci assomiglia, ma non mi ha mai affascinato l’uomo sulla luna. La falce e il martello le ho sempre viste come simbolo della terra e della fabbrica, della schiena che si piega a fatica sui campi e sull’incudine. E quella stella, in alto, permetteva di rialzare la testa, a guardare splendere e sentire pulsare una speranza. Però non ho mai immaginato il comunismo come una notte stellata, perché al buio non si vede, perché nelle notti stellate son sempre nati miti e leggende e non cose concrete. Me lo son sempre immaginato come una giornata assolata, il sol dell’avvenire. Ci hai mai pensato a certe sciocchezze?</p>
<p>E poi quella stella è stata come strappata e quelle punte conficcate intorno a un cerchio e attaccata alla storia sulla fine degli anni settanta, come la ceralacca alle buste. Buste con dentro gli anni di piombo e la lotta armata e gli omicidi e i sequestri e le contestazioni e il movimento e lo stato dell’ordine e le stragi di stato. Tu e io non lo abbiamo vissuto. Bambine. Che potevano fare due bambine allora?<br />
Quando è crollato il muro di Berlino avevi 9 anni e io 12. Che muri ogni giorno crescendo hai dovuto affrontare? Quali son crollati, quali son rimasti? È così difficile oggi costruire o anche distruggere, non pensi?</p>
<p>E ora come stai? Ora che sei là dentro da sola, che ti hanno privato di una cosa così preziosa come la libertà, la tua. Non voglio sapere cosa pensi della libertà, vorrei sapere cosa pensi dell’ingiustizia, di cosa senti ingiusto. Io la sento sai e l’ho sentita, per tanti anni addosso, un’idea di ingiustizia. I miei erano operai e io sua figlia. Un continuo senso di soffocamento, di disfatta, di fatica di vivere. Ne hai portato il peso anche tu? Hai mai visto tua madre piangere di ritorno dalla fabbrica con le mani perennemente macchiate e doloranti e urlarti in faccia la sua rabbia?</p>
<p>E poi cosa è per te la classe operaia, la massa, il popolo? Me lo chiedo mentre guardo il tuo volto, che anche tu sei un volto come gli altri, come gli operai, come la massa, come il popolo, come me. Vieni da Padova e poi sei andata a lavorare a Milano e sei stata anche nel sindacato e all’università e nei centri sociali, è quel poco che ho potuto leggere e non so altro della tua storia. Che mentre tutti sbraitano e accusano e si difendono e parlano e dichiarano io son qua in silenzio davanti al computer e vorrei sapere, vorrei capire. Quale è la tua idea politica che stanno imprigionando nel febbraio del 2007? Che mondo vorresti? Come si cambia il mondo Amarilli?</p>
<p><em>Fuori stagione</em>, rileggo il titolo de Il Manifesto. È un inverno stranamente mite, ho visto un ciliegio in fiore, fuori stagione. La Chiesa entra nelle decisioni dello Stato ed è fuori stagione. I figli stanno peggio dei genitori ed è fuori stagione. Abbiamo ancora le basi militari americane sul nostro territorio ed è fuori stagione. Nessun colpevole per Ustica ed è fuori stagione. I clandestini che annegano in mare son fuori stagione. Forza Nuova in piazza è fuori stagione. L’operaio dalle tue parti che vota Lega Nord è fuori stagione. La Palestina è più di cinquant’anni che è nella stessa sanguinosa stagione. Siamo precari stagione dopo stagione. La terra si sta surriscaldando e manda all’aria tutte le stagioni. Ma tu che stagione senti di vivere? Quali cose avverti fuori stagione?</p>
<p>Sabato andrò a manifestare a Vicenza.<br />
Dopo i vostri arresti ci vorrebbero a casa.<br />
È uno dei miei modi per essere in questa stagione e non starne fuori.</p>
<p>Non so se risponderai, ma io certe domande mi sentivo di fartele. Certe domande bisogna farcele.</p>
<p>Ciao<br />
Simona</p>
<p>p.s. Leggo ora da Internet che il tuo nome ha origini greche, quello di una pastorella cantata dai poeti Teocrito e Virgilio. Significa <em>brillante</em>.</p>
<p><em>(Tratto dall&#8217;antologia: &#8220;I nostri ponti hanno un&#8217;anima, voi no &#8211; Lettere ai politici&#8221;, edita da Fazi, 2007. Immagine: Georg Baselitz, Die Hand, das brennende Haus, 1969)</em></p>
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		<title>Poveri sì ma bischeri mai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Sep 2007 11:03:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano governi]]></category>
		<category><![CDATA[premio viareggio]]></category>
		<category><![CDATA[simona baldanzi]]></category>
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					<description><![CDATA[Massimiliano Governi intervista Simona Baldanzi  Simona Baldanzi ci racconta la disumana e alienante esperienza del Premio Viareggio. Massimiliano Governi: Sei appena tornata dal Premio Viareggio. Per fortuna in conferenza stampa sei riuscita a parlare e a dire a tutti quello che pensavi. In un SMS che mi hai mandato c&#8217;era scritto: “Poveri sì ma bischeri [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a title="023albertomoraviaconpasolinial.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/023albertomoraviaconpasolinial.jpg"><img loading="lazy" style="width: 346px; height: 205px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/023albertomoraviaconpasolinial.jpg" alt="023albertomoraviaconpasolinial.jpg" width="346" height="205" /></a></strong></p>
<p><strong>Massimiliano Governi</strong> intervista <strong>Simona Baldanzi</strong> </p>
<p><em>Simona Baldanzi ci racconta la disumana e alienante esperienza del Premio Viareggio.</em></p>
<p>Massimiliano Governi: Sei appena tornata dal Premio Viareggio. Per fortuna in conferenza stampa sei riuscita a parlare e a dire a tutti quello che pensavi. In un SMS che mi hai mandato c&#8217;era scritto: “Poveri sì ma bischeri mai”. Ci racconti cosa è successo?</p>
<p><span id="more-4383"></span>Simona Baldanzi: Mi hanno chiamato il 28 agosto per invitarmi a Viareggio il giorno seguente per la serata inaugurale dedicata alla poesia di Sobrino e il 30 agosto per la serata della premiazione. I nomi dei vincitori sarebbero stati comunicati soltanto durante la serata del 30 e non subito dopo la scelta della giuria (ridotta all’osso dopo le dimissioni di 9 componenti) come avveniva gli anni passati. Quando sono arrivata vari componenti della giuria si sono complimentati con me perché ero venuta senza sapere i risultati dimostrando umiltà. “Perchè gli altri?” mi chiedevo. Con me c’era anche Silvia Bre che appena arrivata le è stato comunicato di aver vinto (tanto era l’unica presente per la sessione poesia), mentre sul resto tutto taceva, almeno in mia presenza. Mi è stato poi comunicato che il 30 alle ore 12 ci sarebbe stata la conferenza stampa nell’albergo dove alloggiavo. La mattina ho fatto colazione al tavolo con intorno vari componenti della giuria e uno di loro mi fa “sono usciti i nomi dei vincitori su Repubblica”, ma senza commentare. Esco e prendo il giornale. Lo leggo e lì capisco che per l’Opera prima non ci sarebbe stata la premiazione perché Fallai e Colagrande non avevano i requisiti, io non ero neanche rammentata. Col giornale sottobraccio giravo in albergo, ma nessuno aveva coraggio di dirmi qualcosa. Solo quando ho parlato con Colagrande confrontandomi con lui sulla presa in giro che stavamo subendo, intorno qualcuno, compresa la presidente, si agitava dicendomi del regolamento. Io non contestavo il regolamento, ma le modalità e tutta la vicenda travagliata del premio: se non si hanno i requisiti si dovrebbero segnalare subito e se si prende la decisione che la premiazione non ci sarà si deve comunicarlo agli autori dar loro la possibilità di scegliere e non farli venire solo come oggetto di uno spettacolo che deve andare avanti pur non avendo più né gambe, né autorevolezza. Alla conferenza stampa mi hanno fatto sedere al tavolo della presidenza con i vincitori. La presidente Bettarini ha comunicato soltanto che per l’opera prima non c’era premiazione in quanto tutte e tre i libri finalisti non avevano i requisiti previsti dal regolamento senza spiegare quali fossero e senza scusarsi di non essersene accorta fino alla fine. Forse sono stata esclusa perché il 29 giugno ho vinto il Premio Minerva per la letteratura civile e in due mesi non se ne erano accorti? O forse perché ho pubblicato un racconto con cui ero finalista al Campiello giovani nel 1996 e che sta scritto sulla quarta di copertina? A quel punto mi sono sentita come se la disonesta fossi io, seduta in un posto che forse avevo rubato a qualcuno che invece quei requisiti li aveva. Mio nonno mi ripeteva sempre “poveri sì ma bischeri mai” e ho deciso che dovevo parlare.</p>
<p>Massimiliano Governi: Un quotidiano nazionale oggi &#8211; 31 agosto &#8211; ha detto che hai pianto mentre parlavi. Conoscendoti, credo che questa sia un&#8217;altra falsità&#8230;</p>
<p>Simona Baldanzi: Quando ho preso il microfono in mano avevo davanti la sala con giornalisti, giurati, autorità. Ero delusa e amareggiata, ma mi ripetevo che dovevo trovare il coraggio. Mi tremava la voce, certo, ma non ho versato una lacrima. La cosa più grave è che  quel giornale ha scritto che ho pianto perché non avevo vinto. Non era quello il punto e l’ho spiegato con rigore e chiarezza nonostante l’emozione e la rabbia. Ho sottolineato che la delusione più grande derivava da un premio che avevo sempre considerato serio anche perché finanziato dal pubblico, dal comune di Viareggio, in una città nella mia regione fatta di valori di solidarietà e rispetto. La sconfitta era del Premio, della città, non mia.</p>
<p>MG: Paolo Fallai, giornalista del <em>Corriere della Sera</em>, così come Michele Mari e Ermanno Cavazzoni, ieri non sono nemmeno venuti a Viareggio alla conferenza stampa: al contrario di te, pensi fossero stati avvertiti per tempo che non sarebbero stati premiati?</p>
<p>SB: Erano assenti vari autori, sì. Forse avvertiti, forse sdegnati dalle polemiche del premio. Non fa certo piacere essere al centro di un dibattito dai toni forti e senza chiarezza tuo malgrado. Sarei potuta andar via poco prima della conferenza stampa o stare zitta e poi far mandare dalla mia casa editrice un comunicato. Io però credo nella forza della persona e della sua identità. Ci ho messo la faccia, senza avere alle spalle nessuna difesa. Ma in Italia la comunicazione viaggia su altri canali, fatta di telefonate e comunicati e non di giornalisti sul campo. Del mio intervento fatto ad una conferenza stampa e non ad un bar, i due maggiori quotidiani italiani non hanno scritto una riga.</p>
<p>MG: Al telefono, dopo la fine della farsa, mi hai detto che a un certo<br />
punto durante la conferenza hai visto girare un bigliettino che è finito nelle mani del Presidente Rosanna Bettarini dove c&#8217;era scritto: “Ricordati di salutare la Baldanzi e Colagrande che sono in sala&#8230;”</p>
<p>SB: Mi sono sentita la ragazza sfigata, ingenua e che viene dalla periferia a cui dare una pacca sulla spalla. Così nell’intervento ho detto che non c’era stata la sensibilità che proprio si deve avere per coloro che si affacciano a questo mondo della scrittura, ma che campano con un lavoro a progetto, precario e che se perdi due giorni di lavoro, nessuno te li restituisce. L’Assessore dopo  la conferenza stampa almeno mi ha detto “mi dispiace”.</p>
<p>MG: Mi dicevi che dopo la tua esternazione, l’organizzazione del Viareggio ti ha fatto il vuoto attorno&#8230;</p>
<p>SB: Oltre a non aver avuto risposte in conferenza stampa, non me le hanno date neanche dopo. Il sindaco in imbarazzo mi ha dato la mano, l’assessore alla cultura come ho detto era dispiaciuta. Solo un giurato, Giorgio Amitrano, mi ha parlato con sincero rammarico. Mi sono confrontata con giornalisti e alcuni del pubblico. Per il resto il vuoto. Alcuni della segreteria mi hanno chiesto se sarei stata presente alla serata di gala, naturalmente la risposta è stata un no.</p>
<p>MG: Se avessi vinto, avresti dedicato il premio a Flavio Briatore, come mi avevi (quasi) promesso?</p>
<p>SB: Briatore che dice che va in fabbrica tutti i giorni? O a Montezemolo che parla dei lavoratori come un branco di fannulloni? O al comune di Firenze che facendo l’ordinanza contro i lavavetri sancisce la disfatta della società civile? Sarei stata indecisa. In realtà l’omaggio è per il mondo operaio di cui ho parlato, per chi si alza ogni mattina per portare il pane a casa e non vince mai. Non mi sarei mai perdonata il silenzio e ho parlato pensando di avere davanti le loro facce, la loro storia e i loro nomi. La loro dignità.</p>
<p><em>(Immagine: Pasolini e Moravia al Premio Viareggio)</em></p>
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