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	<title>simone barillari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cent’anni dalla linea d’ombra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Dec 2014 13:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Coleridge]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Schillaci Un secolo fa Joseph Conrad scriveva una delle sue opere più importanti, e lo faceva in soli due mesi, tra il 1914 e il 1915, proprio all’inizio della prima guerra mondiale. Questa coincidenza è una chiave fondamentale per capire il testo di Conrad, come nota Simone Barillari, curatore e traduttore della nuova edizione de La linea [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/cover_linea.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-50262" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/cover_linea-195x300.jpg" alt="cover_linea" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/cover_linea-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/cover_linea.jpg 448w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /></a></p>
<p>di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p>Un secolo fa Joseph Conrad scriveva una delle sue opere più importanti, e lo faceva in soli due mesi, tra il 1914 e il 1915, proprio all’inizio della prima guerra mondiale. Questa coincidenza è una chiave fondamentale per capire il testo di Conrad, come nota Simone Barillari, curatore e traduttore della nuova edizione de <em>La linea d</em><i>’ombra, </i>appena pubblicata da Feltrinelli. In quei mesi d’inizio Novecento, il conflitto incombe in Europa e rappresenta un trauma collettivo, il passaggio a una nuova epoca, catastrofe e catarsi; è la guerra che spinge Conrad a prendere parola.</p>
<p>Un primo indizio sulla motivazione che anima l’autore è già presente nella dedica: «a Borys e a tutti gli altri che come lui hanno varcato nella prima giovinezza la linea d’ombra della loro generazione». Borys è il nome del figlio di Conrad, diciassettenne nel 1914, che volle arruolarsi volontario nell’esercito inglese  e prestò servizio nelle trincee francesi. La linea d’ombra sembra essere dunque la trincea, la linea che separa irrimediabilmente la vita dalla morte, la giovinezza dall’età adulta.</p>
<p>Insieme al titolo e al tema, scrive Barillari, la guerra dettò allo scrittore anche la trame e il tono. Un altro indizio  è presente, infatti, nel suo sottotitolo: «  a confession ».  La confessione è quella di Conrad, ovvero di un uomo quasi sessantenne che racconta come abbia avuto il suo primo incarico di comandante, a soli vent’anni, su una nave alla deriva nel golfo di Siam.</p>
<p>La confessione è voce senza volto che si rivolge a un generico <em>you</em>, presente all’inizio del testo e mai specificato; continua Barillari: «è indubbio che quel tu o voi (<em>you</em>) sono tutti gli indistinti destinatari della storia, coloro che stanno idealmente ascoltando il narratore non meno di coloro che stanno realmente leggendo la narrazione, ma è  possibile pensare che  [&#8230;] nella misura in cui, per ammissione dello stesso Conrad, questa è la sua <em> esatta autobiografia, </em>il primo e più profondo destinatario della lunga confessione sia proprio Borys, il figlio dell’autore, e insieme a lui tutti i ragazzi che combatterono (e morirono) nella prima guerra mondiale. [&#8230;]. Se è così <em>La linea d’ombra</em> è quel racconto perpetuo, quel disperato testamento in cui ogni padre dice di sé a suo figlio e ogni generazione alla generazione che la segue, in cui chi ha vissuto vorrebbe avvisare della vita chi vivrà, chi è stato giovane dire a chi lo è ora che cos’è la giovinezza».</p>
<p>Ecco cosa scrive Joseph Conrad per chiarire la scelta del titolo: «avevo avuto in mente questa storia per anni. In principio la pensavo con il titolo di <em>First Command (Primo comando)</em>. Quando riuscii, durante il secondo anno di guerra, a concentrarmi abbastanza da poter riprendere a lavorare, mi dedicai a questo lavoro. Ma come conseguenza del mio mutato atteggiamento mentale nei confronti della storia, essa diventò <em>La linea d’ombra</em><i>»</i>.</p>
<p>L’opera è stata tradotta dai più grandi scrittori del Novecento e in italiano, più recentemente, da Gianni Celati per Mondadori e da Flavia Marenco per Einaudi. Insieme alla nuova traduzione di Barillari, l’edizione  Feltrinelli presenta un ricco apparato di note, da cui emergono le costanti citazioni alle opere di W. Shakespeare e alla <em>Ballata del vecchio marinaio</em> di S.T. Coleridge, un brano inedito in Italia, ovvero una scena tagliata da Conrad ma ben leggibile sul manoscritto, e una mappa del Sud Est asiatico.</p>
<p><em>La linea d’ombra</em>, a distanza di un secolo, rimane nell’immaginario collettivo, a separare la giovinezza dall’età adulta. La sua potenza narrativa è amplificata dal cambio di ritmo, dal contrasto tra la prima parte del racconto e la seconda, tra il passaggio repentino (della linea) e la condizione di stallo (oltre la linea). Dopo l’entusiamo per il nuovo incarico, infatti, il capitano Conrad si ritrova sulla sua nave, in mezzo a un mare immobile, con l’equipaggio ammalato, senza un soffio di vento.</p>
<p>Passano i giorni e la situazione non cambia: si resta nello stesso mare desolante e sconfinato; lo stesso mare in cui naviga chiunque varchi la linea e assuma, in prima persona, la responsabilità. Perché andare oltre  significa non potere tornare, mai più, significa penetrare uno spazio ignoto, vivere un’iniziazione che si conclude, soltanto, con la morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>TQ, fenomenologia di una generazione allo specchio : Andrea Libero Carbone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 May 2011 07:02:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Libero Carbone]]></category>
		<category><![CDATA[fenomenologia di una generazione allo specchio]]></category>
		<category><![CDATA[simone barillari]]></category>
		<category><![CDATA[TQ]]></category>
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					<description><![CDATA[Sognai che ero una farfalla che d’esser me sognava guardava in uno specchio ma nulla ci trovava -Tu menti- gridai si svegliò morii. R.D. Laing di Andrea Libero Carbone Di recente mi sono trovato a scambiare due parole con persone che in buona parte non avevo mai incontrato prima e che partecipano alla discussione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_38951" aria-describedby="caption-attachment-38951" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/pistoletto.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-38951" title="pistoletto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/pistoletto-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/pistoletto-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/pistoletto.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-38951" class="wp-caption-text">Performance di Michelangelo Pistoletto</figcaption></figure>
<p style="text-align: right;"><em>Sognai che ero una farfalla<br />
che d’esser me sognava<br />
guardava in uno specchio<br />
ma nulla ci trovava<br />
-Tu menti-<br />
gridai<br />
si svegliò<br />
morii.</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>R.D. Laing</strong>
</p>
<p style="text-align: left;">
<p>di<br />
<strong>Andrea Libero Carbone</strong>  </p>
<p>Di recente mi sono trovato a scambiare due parole con persone che in buona parte non avevo mai incontrato prima e che partecipano alla discussione di TQ, uno di quei crocicchi che inevitabilmente si formano a margine delle grandi assemblee, quando certuni vanno a fumare o a prendere una boccata d&#8217;aria (che poi forse è lo stesso), e allora nuovi percorsi si delineano rispetto al discorso generale pronunciato ai microfoni. In effetti TQ ricorda tutte, ma dico tutte, le dinamiche di queste assemblee delle occupazioni, alle quali assistevo magari senza intervenire (o allora facendo delle figuracce) perché c&#8217;era sempre chi la sapeva più lunga di me, e con la retorica e con la dialettica se la cavava assai meglio.<br />
<span id="more-39151"></span></p>
<p>La conversazione era incentrata, per dirla in estrema sintesi, sulle perplessità e sul da farsi, e anch’io ho detto la mia. In generale, ho l&#8217;impressione che, per citare un grande cantautore del Novecento, in TQ un po’ si fa a gara a chi è più Supergiovane, ma la tentazione di includere, accogliere, magari emulare, o comunque riconoscere legittimità a Matusa e Governi è forte. Per esempio, mi colpisce percepire che c&#8217;è una smania quantomeno sospetta di tirare dentro l&#8217;editore più grande, lo scrittore di casa in tv ecc., giusto perché fa figo, anche se i suoi problemi, il suo vissuto, la sua storia e in generale l&#8217;orizzonte di senso in cui opera non hanno e non possono avere comune misura con ciò in cui la maggior parte degli altri che partecipano alla discussione potrebbe riconoscersi.</p>
<p>A fronte di dubbi come questi, la mia partecipazione a TQ è frutto della scelta di essere pragmatico. Pur condividendo molte delle perplessità espresse da altri e avvertendone molte altre mie, ho scelto (per il momento) di resistere alla tentazione della vertigine metadiscorsiva che mi avrebbe condotto a una irrimediabile mise en abîme di tutto quanto il dibattito. La dialettica e la retorica le ho poi studiate a fondo, ne sono diventato per così dire un esperto sul piano teorico, e benché la mia maestria pratica sia rimasta sostanzialmente invariata nella sua deficienza ho potuto capire che – sempre e da sempre – è più facile e comodo il ruolo di chi fa le domande, ed è più semplice e privo di rischi tenersi fuori da un tentativo di discorso comune e additarlo con scherno dicendo «guarda come sono goffi, brutti e cretini». E stavolta non ho voluto concedermi questa scorciatoia.</p>
<p>Ora, se ho deciso di partecipare, non è perché sia rimasto persuaso dalle motivazioni teoriche di questa chiamata a raccolta (a inviti): non ce n&#8217;erano, di fatto, o non erano rilevanti, e del resto nessuno era chiamato a fare altro da quello che quotidianamente fa; e non è perché sia stato colpito dal &#8220;livello&#8221; del dibattito che ne è conseguito, dato che non ho partecipato al seminarione inaugurale romano, e i suoi postumi telematici mi sono sembrati per lo più fiacchi (ma con molte eccezioni brillanti), appesantiti da chi crede di sapersi destreggiare molto bene con gli strumenti del momento ma di fatto usa una mailing list come se fosse una chat e a dispetto della quantità di post contribuisce poco o punto quanto al merito delle questioni; e pur avendo visto molti intervenire non mettendo a disposizione degli altri competenze o capacità di analisi, ma fidando sulla popolarità regionale, corporativa, cameratesca. Se l&#8217;ho fatto, è perché credo che molti di noi hanno davvero, realmente, visto le migliori menti della nostra generazione (spesso allo specchio) distrutte o comunque umiliate o frustrate dal precariato o in ogni caso dalla precarietà, dall&#8217;assenza di prospettive, dalla revoca di ogni possibile senso e di ogni ammissibile traducibilità rispetto al sistema di valori delle generazioni precedenti e rispetto a ogni sistema di valori e di pensiero finora immaginabile, e nel contempo le hanno viste anche invidiarsi, scazzarsi, fare sciarra o, peggio, peggio, ignorarsi, negarsi ogni legittimità, disconfermarsi.</p>
<p>Per questo mi è sembrato preciso il criterio generazionale. Per questo ho deciso di adottare una mitezza che pure non mi si addice, perché il sentimento che principalmente colora le mie giornate è una rabbia sorda, e perché il ruolo in cui più mi riconosco è quello del negoziatore e insieme anche del traduttore, adepto di sport che si praticano sì su una scacchiera, ma mescolando tecniche, espedienti e trucchi tratti tanto dalla boxe che dal wreslting (per riprendere i termini di un’analogia proposta da Simone Barillari per illustrare la differenza tra letteratura e scrittura commerciale), conformandomi così alla pratica deleuziana del pourparler: non guerra ma guerriglia, senza quartiere e senza potere. E portando pazienza. E nutrendo a oltranza fiducia. Perché credo che finora ci siamo troppo e troppo spesso tirati indietro. E che senso non c&#8217;è se non in quel che facciamo. Quindi, intorno alla questione cruciale sollevata da Gilda Policastro, cioè «<em>Cosa esattamente ci proponiamo di fare?»</em> ho concluso che quel che faccio di importante (sempre ammesso che tale sia, cioè capace di incidere sulla realtà), io lo faccio già come editore (e altri come scrittore, o come critico ecc.), e che in TQ si tratta di parlarne con altri, come con altri ne parlo già altrove, ma di fare in modo stavolta che tutti insieme, uniti nella diversità come una piccola e irredimibilmente grottesca Europa delle lettere, noi altri si possa dare un peso politico più generale e condiviso a quel che già facciamo.</p>
<p>Per esempio provando a dare una risposta e a organizzare una pratica di lotta intorno a questioni che altrove nessuno sembra disposto ad affrontare, come «<em>È possibile che pochi grandi gruppi editoriali si spartiscano la piazza controllando tutti i passaggi della filiera editoriale?</em>» ovvero, «<em>Non occorrerebbe una legge che impedisca a un soggetto di essere contemporaneamente editore di libri, editore di periodici, promotore, distributore nel canale libreria, proprietario di catene di librerie, distributore nella GDO, grossista, distributore nel canale digitale e e-book ecc.?</em>» oppure anche «<em>Perché il Centre National du Livre francese prevede e attua 4 forme di sostegno agli scrittori, 3 ai traduttori, 13 agli editori, 4 ai periodici, 2 alle biblioteche, 5 alle librerie, 5 alle librerie francofone all&#8217;estero e 2 alla &#8220;vita letteraria&#8221; mentre il nostro Centro per il Libro e la Lettura italiano non si sa bene a cosa serva?</em>» o «<em>Siamo sicuri che le provvidenze per l&#8217;editoria (periodica) siano una buona cosa?» e «Quali aiuti servono a editori e librai indipendenti</em>?».</p>
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		<title>TQ – fenomenologia di una generazione letteraria allo specchio: Simone Barillari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2011 07:46:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Generazione TQ]]></category>
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					<description><![CDATA[Per un nuovo pubblico di Simone Barillari Si è fatto molto parlare, nelle riunioni e nel forum di TQ, di penetrare maggiormente nella società italiana, di aumentare il numero dei lettori, e sono state anche individuate aree e pratiche di intervento sociale degli scrittori. Mi chiedo però se non debba essere presa in considerazione anche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" width="460" height="292" src="http://www.youtube.com/embed/8cSH5QmvFoQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Per un nuovo pubblico</strong><br />
di<br />
<strong>Simone Barillari</strong></p>
<p>Si è fatto molto parlare, nelle riunioni e nel forum di TQ, di penetrare maggiormente nella società italiana, di aumentare il numero dei lettori, e sono state anche individuate aree e pratiche di intervento sociale degli scrittori. Mi chiedo però se non debba essere presa in considerazione anche una possibilità di intervento che non sia solo orizzontale, per ampliare il pubblico, ma verticale, per innalzarlo – una linea migliorista (una “linea elitista”?), minoritaria e complementare rispetto alla giusta, indispensabile “linea azionista” di TQ, ma forse non meno importante, e non meno impervia.<br />
<span id="more-39013"></span><br />
Portare la cultura tra chi non ne ha come un bene primario quanto il pane e l’acqua, portarla nelle carceri, portarla nei presidi dell’immigrazione, come è stato detto, e fino alle frontiere ultime dell’umanità, è un impegno nobile e decisivo in questo tempo, eppure impegno non meno nobile e non meno decisivo, così mi sembra, è di portare la cultura più rara e scelta tra chi ha disimparato a servirsene anche se vorrebbe tornare a farlo, e  in questo modo tracciare con forza una linea di separazione tra ciò che è letteratura e ciò che non lo è, disegnando una frontiera diversa e mancante che sia poi continuamente rimarcata.</p>
<p>La letteratura è già adesso, e sarà condannata a essere sempre più, al margine dei processi di trasmissione della conoscenza e di formazione della coscienza degli uomini – nell’età dell’immagine la letteratura è destinata a essere didascalia. Apparteniamo pienamente, irreversibilmente, a quella che Neil Postman ha definito già trent’anni fa <em>la terza età della conoscenza umana </em>dopo quella orale e quella scritta, spiegando che l’acquisizione di gran parte della conoscenza attraverso l’immagine e lo schermo invece che attraverso la parola e la pagina comporta un cambiamento copernicano della conoscenza stessa e del suo assetto, delle sue funzioni e delle sue finalità, e di chi, e di come, la produce e la fruisce. La profezia di Steve Jobs è che i libri così come li conosciamo ora, e non solo la loro veste cartacea, si estingueranno entro poche decine d’anni, e l’immane ambizione di grandi menti contemporanee come la sua sembra essere quella di codificare, di traslare in forma di visione e di percezione tutto ciò che è stato elaborato sotto forma di parola scritta – e il vero tradurre è sempre stato un violento appropriarsi, un dichiararsi degni di dire come se si dicesse per primi, di ridire qualcosa per far dimenticare che era già stato detto. Quella che dev’essere difesa e propugnata in questo tempo è dunque una letteratura intraducibile, quella che contiene, si potrebbe dire con Robert Frost, la maggior quantità di ciò che va perso nel tradurre, quella che dimostra di avere il maggior gradiente di specificità letteraria, e che, per questo, non potrà che essere assimilata sempre e solo attraverso la lettura – in questo senso, l’unica letteratura da difendere è anche, storicamente, l’unica letteratura che può ancora essere difesa.</p>
<p>In un tempo in cui i libri somigliano sempre più, per la qualità e la durata della scrittura di cui sono fatti, a grossi giornali rilegati, e i giornali, a loro volta, a lenti blog di carta, in un tempo in cui i libri si insediano goffamente nel vuoto lasciato dai giornali e non fanno che pubblicare reportage e inchieste in serie (a questo è ridotta la saggistica di oggi), in questo improvviso collasso dei piani della scrittura uno sull’altro fino a renderli indistinguibili come macerie, bisogna tornare a rivendicare l’altezza della letteratura, l’incomunicabilità mediatica della cultura più alta. Scriveva Baudrillard che ogni comunicazione rende l’oggetto del comunicare sempre più semplificato, incolore e infine trasparente, che una terribile trasparenza è la prerogativa richiesta a tutto ciò che vuole comunicarsi perché lo si possa comunicare e che la comunicazione è dunque il processo degenerativo di ciò che è comunicato, così che dovremmo forse rinunciare a comunicare certe cose e ritornare a trasmetterle quasi da persona a persona, a tramandare – che è un comunicare preservando, un consegnare in mano – ciò che ci è più caro per salvaguardarlo quanto più possibile, preoccupandoci perciò non di informare il lettore ma di formarlo, non solo di essere letti più largamente ma soprattutto di essere letti più profondamente. Penso che dovremmo domandarci, per esempio, com’è stato possibile che un’opera di inossidabile perfezione, uno degli autentici romanzi italiani del Novecento com’è definitivamente <em>Gli esordi</em> di Antonio Moresco, non abbia trovato non solo quei riconoscimenti ufficiali che ha meritato come forse nessun’altra opera del suo tempo ma anche soltanto un numero di lettori sufficiente per restare stabilmente in catalogo – mi risuona in testa, mentre scrivo queste righe, una veritiera e violenta riflessione di Ortega y Gasset: «<em>Chi si adira nel vedere trattati diversamente gli uguali, e non si commuove nel vedere trattati ugualmente i disuguali, non è democratico, è plebeo»</em>. Quattro o cinque anni fa, durante una riunione degli stati generali dell’editoria, Gian Arturo Ferrari fornì un dato che deve far riflettere: è tra i cosiddetti lettori forti e fortissimi, in quella contesa nicchia superiore del 5% della popolazione italiana, che ha costruito il suo successo Il Codice da Vinci. Mi sembra allora che, accanto al compito costitutivo di ampliare il pubblico dei lettori portando i libri tra chi non legge o legge pochissimo, uno dei compiti essenziali e urgenti di TQ debba essere proprio quello di fondare un nuovo pubblico, di educare intorno a noi, nel tempo, una comunità di lettori forti e fedeli, quasi scegliendoli a uno a uno, una comunità necessariamente ristretta eppure auspicabilmente importante e crescente – dunque non solo, attraverso gesti umanitari, insegnare a leggere, ma non meno, attraverso gesti umanistici, reinsegnare a leggere e insegnare a rileggere.</p>
<p>Mi riferisco, in termini pratici, a istituire seminari e cicli di lettura in cui sceverare con dedizione certosina una pagina di un classico o di un grande contemporaneo, in cui spiegare cosa rende a noi sacra una certa poesia, in cui far riscoprire il piacere estetico della lettura e istruire all&#8217;habitus mentale quasi religioso che richiede, a organizzare incontri di filosofia in cui condividere e unire i nostri maestri fondamentali, a comporre un canone aperto di opere italiane recenti da sostenere e far vivere, a promuovere già prima della sua uscita un libro italiano meritevole attribuendogli una patente di qualità, a esercitare pressioni su grandi gruppi editoriali affinché ritraducano classici con una traduzione invecchiata o ripropongano grandi libri abbandonati, proprio potendo noi far affidamento anche sulla comunità di lettori che partecipano alle iniziative di TQ – a riportare, infine, la qualità della scrittura e del pensiero, a scapito dell’attualità e della popolarità del tema, al centro del dibattito mediatico. A fare, cioè, di TQ il centro pulsante della giovane eccellenza artistica e intellettuale italiana, e della qualità delle opere che sostiene un’istanza non solo estetica, ma etica e politica.</p>
<p><strong>Nota</strong> di <strong>effeffe</strong><br />
<em>Come ho già scritto qualche tempo fa ho pensato che fosse cosa buona e giusta condividere con i lettori di Nazione Indiana alcune delle tappe che gli autori coinvolti nel  TQ stanno via via definendo, per un giro dell&#8217;Immaginario politico e letterario dei nostri giorni. Non ci sono di certo le maglie rosa di quell&#8217;altro, giro, ma di certo non mancherà chi troverà il tempo e la fantasia di spargere chiodi per strada. Pazienza, mi viene da dire a loro mentre agli autori dei testi dico grazie per aver accettato il mio invito. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/05/07/tq-fenomenologia-di-una-generazione-letteraria-allo-specchio-prima-parte/">Qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/05/06/tq-fenomenologia-di-una-generazione-letteraria-allo-specchio-federica-sgaggio/">qui</a> gli altri interventi.</em></p>
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		<title>Il re che ride</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 07:17:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[simone barillari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Simone Barillari [E&#8217; uscito da pochi giorni per Marsilio un saggio di Simone Barillari (a cui hanno collaborato Nicola Baldoni ed Emmanuela Nese) intitolato Il Re che ride, che raccoglie e analizza tutte le barzellette raccontate da Silvio Berlusconi dal 1994 a oggi – sono più di ottanta – per descrivere il linguaggio comico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Simone Barillari</strong></div>
<div><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067K1VXW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067K1VXW&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-37234 alignleft" title="3170731" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/3170731.jpg" width="130" height="200" /></a></div>
<div><em>[E&#8217; uscito da pochi giorni per Marsilio </em><em>un saggio di Simone Barillari (a cui hanno collaborato Nicola Baldoni ed Emmanuela Nese) intitolato </em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067K1VXW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067K1VXW&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Il Re che ride</a><em>, che raccoglie e analizza tutte le barzellette raccontate da Silvio Berlusconi dal 1994 a oggi – sono più di ottanta – per descrivere il linguaggio comico di Berlusconi e mostrare come sia alla base del suo discorso politico.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>A seguire la trascrizione della barzelletta “Paradiso s.p.a.” con i due video (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=Am3q93IbvaI">Benevento, 10 ottobre 2009</a> e <a href="http://www.youtube.com/watch?v=zUrPn15rCCM">Milano, 17 aprile 2010 </a>) di Berlusconi che la racconta e il commento di Barillari.]</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: center;">***</div>
<div>Berlusconi muore e, ahimè, anche in paradiso leggono «Repubblica» e «l’Unità», e quindi lo mandano all’inferno. Lui va lì, ma dopo qualche giorno non può stare fermo, si tira su le maniche… perché c’è tutto che non funziona: non arrivano le fruste, non arrivano i martelli… non arriva niente. Morale: in un mese l’inferno va a posto.<span id="more-37233"></span> Allora dal purgatorio, dove hanno tanti guai, lo chiamano su. Anche lì Berlusconi rimette le cose in ordine, moltiplica la temperatura per gli anni che devono stare lì, mette tutti quanti i calcolatori di calore in ordine ecc. ecc. Morale: in un mese tutto è a posto. Così lo chiamano su in paradiso, dove c’è una certa maretta tra angeli, arcangeli, beati, santi ecc. Berlusconi va su, lavora un mese, e in un mese tutto è a posto. Allora lo riceve il Padreterno. Di solito gli appuntamenti con il Padreterno – che è uno sveglio di testa, no? – durano dieci minuti, e invece passa un’ora, due ore, tre ore… tutti i santi, gli angeli si affollano attorno all’ufficio – proprio come adesso state facendo voi intorno al palco – quando finalmente escono dall’ufficio e c’è Berlusconi con una mano intorno alla spalla del Padreterno, che dice: «Caro Silvio, la tua idea di trasformare il paradiso in una società per azioni è un’idea geniale e mi ha convinto. C’è una sola cosa che non ho capito: perché io dovrei fare il vicepresidente?».</div>
<div style="text-align: center;">***</div>
<div id="_mcePaste">Antico cantico del capitalismo* riscritto in lode e gloria del presidente, fermo alleluia del «fare», la storiella lunga e solenne del Paradiso s.p.a. è il magnificat di questo breviario berlusconiano, perché l’imprenditore degli imprenditori, il patrono del nuovo miracolo italiano, dopo aver introdotto i sacri valori d’impresa nella televisione, nello sport e nella politica, dopo averli estesi dai suoi consigli d’amministrazione all’amministrazione dello stato, annuncia finalmente agli uomini la conversione in un’unica, infinita azienda non solo di questo mondo, ma anche dell’altro.</div>
<div id="_mcePaste">Proprio come faceva la letteratura apologetica con le vite dei santi medievali, anche questa moderna leggenda aurea di un miliardario compendia la sua vita terrena e la trasfigura in agiografia, tramandando i motivi canonici del culto berlusconiano. Il primo di questi è significativamente anche il primo e uno dei principali dell’intero breviario: la farisaica stampa di sinistra – perché il bene comincia sempre nominando il male. Le quotidiane menzogne dell’Avversario hanno fatto ingiustamente comminare a Silvio Berlusconi le pene dell’inferno, così dice questo salmo vendicatore, facendo di lui, invece che un peccatore comune, un perseguitato celeste.</div>
<div id="_mcePaste">Subita fieramente anche quella scandalosa sentenza, che è stata senz’altro decretata da un pilatesco Dio dietro istigazione dei comunisti, il condannato senza colpa si appresta, dopo essere già tante volte risorto quando tutti lo davano per morto, a ritornare anche da dove nessuno è mai ritornato, a realizzare l’ultima, impossibile redenzione: quella dall’inferno. Ancora una volta è la sua inesausta natura di uomo del «fare» che lo salva, quell’inveterata lena che già lo distingueva dagli altri imprenditori e che continua a distinguerlo dalle loro anime dannate, perché nemmeno nel regno dei morti il presidente riesce a «stare fermo», nemmeno ai diavoli infernali egli può fare a meno di suggerire come fare meglio il loro lavoro – Berlusconi, spiega la storiella, è uno che non sopporta di vedere che qualcosa non funziona, fosse anche l’inferno. Gli serve appena un mese per sistemarlo, e in un altro mese sistema il purgatorio: anche se ha di fronte l’eternità, il tempo per lui è sempre denaro. Nel corso di questa prepotente scalata al paradiso, di questa rampante resurrezione fino alla destra di Dio, il presidente porta a termine una ristrutturazione fordista dell’oltretomba: l’inferno diviene una catena di montaggio che fabbrica tormento, il purgatorio razionalizza l’espiazione programmando la durata delle pene in funzione della loro durezza, in paradiso si appianano finalmente le vertenze celesti tra le indisciplinate gerarchie degli angeli, ed è come se in queste grandi ottimizzazioni ultraterrene si ripetessero le travolgenti trasformazioni che egli ha introdotto, durante il suo passaggio su questa terra, prima nell’edilizia, gli inferi dell’economia, poi nella televisione, il limbo della modernità, infine in quell’empireo maledetto del potere che è la politica. Laggiù come qui, nella sua ascesa terrena come in quella celeste, non è mai lui, peraltro, che chiede di salire, ma chi si trova – momentaneamente – sopra di lui che lo chiama, perché ha bisogno di Berlusconi: ogni nuovo e notevole compito che egli ha svolto gli è stato assegnato da una volontà superiore, e lui ha sempre risposto senza esitazione di essere pronto, ogni alto incarico di Silvio Berlusconi è stato un’incoronazione papale senza il non sum dignus.</div>
<div id="_mcePaste">Di successo in successo, egli giunge al sommo colloquio con il Padreterno, e risulta ben presto evidente dal tempo che Dio dedica a Berlusconi – perfino per Colui che l’ha creato il tempo è denaro – che si tratta di un incontro tra pari: il Padreterno, d’altra parte, non è il solito indifferente vegliardo bianco e barbuto, ma l’indaffarato amministratore unico dell’aldilà, un grande imprenditore millenario provvisto, invece che della noiosa onniscienza divina, di una «mente sveglia», di un’intelligenza svelta e sicura come quella che deve avere chi dirige un’azienda. A poco a poco l’inaudita durata di quell’incontro ne rivela l’importanza alle schiere degli angeli, a questo pettegolo personale del paradiso che attende vociferando fuori dalla porta del Suo ufficio, e quando infine il Padreterno e il presidente escono insieme, il braccio di Berlusconi intorno alle spalle di Dio è l’arco di trionfo del capitalismo, il suo arcobaleno rapace, è la forma prensile della «simpatia» che lui predica, di quella avvolgente affabilità con cui tenere avvinta a sé la controparte. Completa quell’abbraccio insidioso il tacito invito del presidente a Dio affinché diventi il suo sottoposto, e appare, dietro questa breve bestemmia buffa, il sorriso del suo ego iperuranico: per Silvio Berlusconi, ormai, nemmeno più il cielo è il limite.</div>
<div id="_mcePaste">* Se è vero, come pare, che negli anni ottanta del XX secolo era Carlo De Benedetti, il suo eterno avversario, a mettere familiarmente un braccio intorno alla spalla del Padreterno, è perché, all’inizio dei tempi, anche Lucifero era accanto a Dio.</div>
<div style="text-align: center;">***</div>
<div id="_mcePaste"><em>Link ad altre barzellette del canale YouTube IlReCheRide</em></div>
<div><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=WI-ZsXka4nQ"><em>L’immortale</em></a></span></span><em>, con sottotitoli;</em></div>
<div><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=bVhA9UWy-io"><em>Einstein è morto</em></a></span></span><em> (barzelletta sulla mafia); </em></div>
<div><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=zQaDZtZmtik"><em>Il cane interista</em></a></span></span><em>.</em></div>
<div id="_mcePaste">
<p lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;"><em>PS Barillari sta pubblicando su YouTube, nel canale IlReCheRide, tutti i video commentati di Berlusconi che racconta barzellette e fa battute.</em></p>
</div>
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