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	<title>simone weil &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Essere attento, essere redento. Su un&#8217;idea di Simone Weil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Dec 2024 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Attenzione e preghiera]]></category>
		<category><![CDATA[Neil Novello]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[simone weil]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Neil Novello </strong> <br /> Per pregare Dio bisogna leggerlo attraverso il desiderio. E leggere Dio, desiderarlo tramite l'attenzione della preghiera, «costringe Dio a scendere». Come il mondo, la realtà viene al lettore, si epifanizza, così Dio viene al pregante attento. La lettura e la preghiera, il pensiero leggente e il pensiero pregante, sono dunque atti di una medesima attesa dell'alterità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-110537" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/COVER-melusine-weil-attenzione-preghiera-500x750-1.jpg" alt="" width="365" height="548" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/COVER-melusine-weil-attenzione-preghiera-500x750-1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/COVER-melusine-weil-attenzione-preghiera-500x750-1-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/COVER-melusine-weil-attenzione-preghiera-500x750-1-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/COVER-melusine-weil-attenzione-preghiera-500x750-1-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/COVER-melusine-weil-attenzione-preghiera-500x750-1-280x420.jpg 280w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Neil Novello</strong></p>
<p>Dalle pagine di <em>Attenzione e preghiera </em>di Simone Weil (Meltemi, 2024, trad. Marco Dotti), un volumetto in cui sono raccolti tre brevi saggi e un’esegesi al <em>Pater</em>, il lettore eredita l&#8217;immagine di un pensiero aperto. E anche qualcosa di più. Una tensione meditante che procede per scavi e sconfinamenti, accanitamente applicata a uno spazio intellettuale inesplorato, e per sua stessa natura uno spazio forse inesplorabile.</p>
<p><em>Essais sur la notion de lecture</em>, scritto nella primavera del 1941 e pubblicato postumo su <em>Les Études philosophiques</em> all’inizio del 1946, interpreta la «nozione» di «lettura» da un luogo speculativo in apparenza depistante, idealmente avulso da un razionale perimetro culturale. Quando Simone Weil parla di «lettura», il libro quale referente oggettivo di una tale esperienza figura quasi come un pretesto. Anzitutto perché la «nozione» di cui si riferisce non interroga soltanto l&#8217;esperienza di un uomo dinanzi a un libro, un lettore che legge. Ciò perché l&#8217;idea di «lettura» pensata da Simone Weil, figurando come un «mistero», esprime una concezione originaria non meramente oggettuale ma indeterminata, qualcosa che va proiettata oltre l&#8217;esperienza del leggere un libro e addirittura oltre il referente, nello spazio di senso della metafisica. Né il pensiero di Simone Weil riguarda l&#8217;immaginario del lettore, semmai la sua speculazione si interroga sulla causa originaria, sul luogo di fondazione della formazione immaginaria.</p>
<p>Leggiamo una lettera in cui si annuncia un lutto. Dall&#8217;esperienza di lettura si forma un immaginario doloroso. Dalla lettera emana cioè e si concretizza la &#8220;realtà&#8221; del nostro patimento: «Tutto avviene come se il dolore risiedesse nella lettera e dalla lettera saltasse sul volto di chi legge». La lettura dunque libera una potenza annientante. Fino ad allora essa rimaneva confinata al di là del lettore, chiusa in una dormiente latenza. Ma tale potenza si manifesta, fa la sua irruzione proprio nell&#8217;atto di lettura. E ciò perché furiosamente migra in direzione del lettore provenendo da un fuori occulto e radicale. Perché il «dolore», quando giunge, sembra venga da un altro mondo, con la sua carica di enigma e perdizione. Venendo, il dolore diviene umano: a portarlo è la scrittura.</p>
<p>La lettera, il libro, la scrittura in Simone Weil esprimono anche un&#8217;altra idea. Identificano una metafora attraverso cui si riferisce della realtà, della forma della realtà quando essa accade, nel momento in cui si fa epifania per &#8220;letteratura&#8221;. Così, da una «combinazione di segni», la scrittura si rigenera in altro, metamorfosa in un inatteso risveglio ontologico qualcosa di misterioso che permea la pagina scritta e «afferra la mia anima». Perché, confessa Simone Weil, accade l&#8217;imponderabile, qualcosa di «irresistibile penetra il significato che ferisce». La «lettura» riguarda dunque l&#8217;esperienza mediata di un libro-mondo, il vissuto spirituale di un luogo da cui emana un fatale «tessuto di significati». Esso espone al contempo uno spazio di dolore ed uno, più generale, di «valore». È dinanzi a tale «valore» che il pensiero di Simone Weil, senza mai esplicitarne la cognizione, allude a un risvolto etico. Anzi sembra assumere una vera e propria valenza etica. Leggere il mondo attraverso la scrittura, poiché la lettura rivela una heideggeriana disponibilità all&#8217;accoglienza, testimonia l&#8217;esistenza di una tensione fàtica tra il lettore, l&#8217;uomo che legge il libro-mondo, e la stessa scrittura che viene all&#8217;uomo. È quel che ritorna o può fare ritorno alla domanda originaria. In altre parole, è l&#8217;intrinseca e muta interrogazione di chi compie un atto di lettura, qualcosa che si esaurisce in una compiutezza radicale, per porsi dunque entro un consapevole e paziente orizzonte di attesa.</p>
<p>Con il titolo <em>Réflexions sur le bon usage des études scolaires de l&#8217;amour de Dieu</em> del 1942, già ricompreso nel postumo <em>L&#8217;attesa di Dio</em>, Simone Weil ripropone il medesimo problema discusso nell&#8217;<em>Essais </em>del 1941. Leggere un libro (esperire la scrittura), leggere la realtà del mondo (i segni) richiama sempre una disponibilità. Essa annuncia la presenza, potente e latente, di un&#8217;etica in atto, un&#8217;assoluta disponibilità etica all&#8217;<em>attesa</em>. Leggere il disegno del mondo, cogliere il suo tratto esemplare, accogliere dunque la sua emanazione, equivale al compito svolto dall&#8217;«attenzione» nell&#8217;esperienza della «preghiera». Per Simone Weil, l&#8217;«attenzione» è una facoltà umana, certamente una dote, anche qualcosa di esercitabile. E il suo prediletto luogo di apprendistato, in linea con la tradizione pedagogica, riguarda gli «esercizi scolastici», il momento educativo in cui l&#8217;individuo si forma svolgendo un compito, un tema. Anche qui riconosciamo l&#8217;esperienza di lettura del problema e la ricerca della soluzione, l&#8217;esperienza cioè di uno svolgimento didattico che per Simone Weil è equiparabile a un dispiegamento spirituale. Esso testimonia il cammino stesso dell&#8217;intelligenza e dell&#8217;anima nella realtà del mondo. Se dunque qui matura un «progresso spirituale», si realizza anche una metamorfosi interiore. Essa matura in uno spazio intellettuale, l&#8217;ideale spazio di pensiero esistente tra l&#8217;estremo del quesito originario e l&#8217;estremo della sua risoluzione finale. La cognizione di «fede» in Simone Weil cammina lungo una tale traiettoria. In essa si certifica la presenza, l&#8217;azione pulsionale del «desiderio». Ed è proprio il desiderio ad assumere una funzione cruciale, perché esso ammette e impone all&#8217;uomo di stare in un campo di «attenzione». In altre parole, il desiderio guida l&#8217;anima alla preliminare condizione per la «preghiera». Qui risiede il fondamento spirituale dell&#8217;applicazione, appunto l&#8217;esercizio scolastico, la prova didattica come chiave dello sviluppo spirituale:</p>
<blockquote><p>   Dobbiamo quindi studiare senza alcun desiderio di ottenere buoni voti, di riuscire negli esami, di ottenere qualsiasi risultato accademico, senza alcun riguardo per i gusti o le attitudini naturali, applicandoci ugualmente a tutti gli esercizi, pensando che tutti servono a formare quell&#8217;attenzione che è la sostanza della preghiera.   <em> </em> <em> </em></p></blockquote>
<p><em>   </em>Per pregare Dio bisogna leggerlo attraverso il desiderio. E leggere Dio, desiderarlo tramite l&#8217;attenzione della preghiera, «costringe Dio a scendere». Come il mondo, la realtà viene al lettore, si epifanizza, così Dio viene al pregante attento. La lettura e la preghiera, il pensiero leggente e il pensiero pregante, sono dunque atti di una medesima attesa dell&#8217;alterità. Un&#8217;attesa, anzi una domanda che si pone in attesa e che dell&#8217;attendere fa la ragione stessa del vivere in preghiera. Ciò perché leggendo e pregando lo spirituale è e insieme diviene, si dichiara cioè capace di compiere una sosta temporale estrema. Qui si consuma un&#8217;esperienza ontologica, la caduta in un tempo indeterminabile in cui l&#8217;essere è «pronto a ricevere nella sua nuda verità l&#8217;oggetto che lo penetrerà». La libera disponibilità è dunque una precondizione, perché chi attende attende la stessa attesa, una specie di <em>kairòs</em>, la venuta cioè dell&#8217;atteso. La preghiera domanda l&#8217;attenzione e l&#8217;attenzione è una domanda rivolta anzitutto a sé stessi: è una ricerca di &#8220;accanto&#8221;.</p>
<p>La preghiera di Simone Weil è il <em>Pater</em>. La pensatrice lo traduce dalla lingua greca già nell&#8217;autunno 1941, quando è ospite del filosofo-contadino Gustave Thibon. Ricompreso anch&#8217;esso nel postumo <em>L&#8217;attesa di Dio</em>, <em>À propos du Pater </em>conduce a compimento il discorso teologico entrando direttamente nello spirito della preghiera. Simone Weil libera quindi la sentina filosofica verso l&#8217;unico possibile oggetto di desiderio. Il suo <em>Pater </em>è un commento, un&#8217;acuta esegesi del testo, e dunque della cognizione stessa di «preghiera». E anche una continua, imperterrita domanda a Dio, una domanda che una volta <em>pregata </em>esaurisce il proprio compito ponendosi appunto in attesa dell&#8217;atteso.</p>
<p><em>Attenzione e preghiera</em>, se si eccettuano i versi di <em>Love </em>di George Herbert, per Simone Weil la «più bella poesia del mondo» ed essa stessa preghiera in versi, si chiude con l&#8217;<em>Autobiographie spirituelle.</em> È una lettera del 1942, rifluita anch&#8217;essa nell&#8217;<em>Attesa di Dio</em>, che la pensatrice invia al domenicano Joseph-Marie Perrin, il suo padre spirituale. La prima parola della lettera è «Padre». Scrivendo appunto a padre Perrin, Simone Weil ritorna al grande tema dell&#8217;«attesa» del Padre celeste, anzitutto per fissare la maturità dell&#8217;autoconsapevolezza spirituale. Sia l&#8217;attenzione pregante sia la preghiera espongono la pensatrice dinanzi a un limite estremo, radicale. Esse non esibiscono una domanda a Dio, al grande atteso, perché l&#8217;atto di preghiera non implica mai la volontà di «cercare» Dio. L&#8217;essenza del Padre sta in una formula: Dio solamente viene. Simone Weil confessa allora a padre Perrin che all&#8217;uomo, quale sua silente facoltà, è richiesto il risveglio dell&#8217;«attenzione». Qui potrebbe avere inizio ciò che definiamo l&#8217;umano. Scrive Simone Weil: «quando si desidera pane non si ricevono pietre». Desiderare è dunque un atto di preghiera proprio dell&#8217;umano. Un atto che si esprima attraverso il <em>Pater</em> o attraverso la stessa <em>Love </em>di Herbert dà come esito spirituale una sorta di miracolo ontologico.</p>
<p>A padre Perrin, Simone Weil confessa che per mezzo della «preghiera» poetica <em>Love </em>«Cristo stesso è sceso e mi ha presa». Dalla preghiera in versi sortisce dunque l&#8217;effetto del desiderio. Essa viene come esito di uno stato, di una condizione umana, e così «costringe Dio a scendere», come si legge nelle <em>Réflexions</em>. Ma la preghiera del <em>Pater</em>, da Simone Weil recitata con «attenzione assoluta», con umanità radicale, gli aspri e faticosi giorni della vendemmia presso la vigna di Gustave Thibon, contrassegna anche il limite della sua fede desiderante, il limite estremo e insuperato della sua religiosità. Dinanzi a padre Perrin, la pensatrice confessa l&#8217;esistenza di un&#8217;essenza innominabile, un confine insuperabile, la rappresentazione stessa di un mito resistente. È la qualità per così dire <em>relativa</em> dell&#8217;umano, una relatività che inibisce la pienezza di un atto spirituale veramente liberato verso il cielo, quell&#8217;attenzione pregante, disponibile a un&#8217;attesa che può essere anche infinita.</p>
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		<title>Simone Weil e i passaggi all’impersonale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/10/filosofia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2020 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Persona]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Fumagalli]]></category>
		<category><![CDATA[simone weil]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Sara Fumagalli &#160; &#160; [Dal 13 al 15 settembre 2019 si è svolto a Modena, Carpi e Sassuolo il FestivalFilosofia, giunto alla sua diciannovesima edizione e dedicato al tema della persona. Nelle tre giornate si sono succeduti 54 relatori, suddivisi tra lezioni magistrali e lezioni dei classici del pensiero filosofico. Il programma del Festival [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Sara Fumagalli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-large wp-image-83360 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/1404105969-ipad-421-0-652x1024.jpg" alt="" width="652" height="1024" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/1404105969-ipad-421-0-652x1024.jpg 652w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/1404105969-ipad-421-0-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/1404105969-ipad-421-0-768x1205.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/1404105969-ipad-421-0-250x392.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/1404105969-ipad-421-0-200x314.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/1404105969-ipad-421-0-160x251.jpg 160w" sizes="(max-width: 652px) 100vw, 652px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">[Dal 13 al 15 settembre 2019 si è svolto a Modena, Carpi e Sassuolo il <em>FestivalFilosofia</em>, giunto alla sua diciannovesima edizione e dedicato al tema della persona. Nelle tre giornate si sono succeduti 54 relatori, suddivisi tra lezioni magistrali e lezioni dei classici del pensiero filosofico. Il programma del Festival è stato articolato in piste tematiche, all’interno delle quali è emerso un lessico concettuale a più voci che ha generato prospettive plurali e talvolta divergenti. Viene qui pubblicato un estratto dalla cronaca integrale del festival riguardo all&#8217;introduzione che  <strong>Laura Boella</strong> &#8211; professoressa di Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Milano &#8211; ha dedicato a <em>La Persona e il</em> <em>Sacro: «</em>I passaggi all’impersonale ci indicano variazioni minimali, infinitesimali, che non cambiano il mondo, ma sono punti di contatto, spiragli aperti da cogliere.»]</p>
<p><em>La Persona e il sacro</em>, scritto da Simone Weil all’inizio del 1943, è stato presentato da Laura Boella nella sua critica al concetto di <em>persona</em> attraverso la riflessione sulla <em>sacralità dell’impersonale</em>, della singola donna e del singolo uomo. «Ciò che è sacro, lungi dall’essere la persona, è quello che in un essere umano è impersonale», scrive Weil. Boella ha insistito sul carattere anticipatore degli scritti della filosofa e sullo sforzo costruttivo di un nuovo pensiero (questo negli anni Trenta del secolo scorso). Weil non fece in tempo a vivere i buchi neri dei lager nazisti, ma la sua scelta di sperimentare il lavoro operaio la fece riflettere su di un mondo in decadenza (gli operai erano facili prede della propaganda nazista, favorevole alla guerra).</p>
<p>L’impersonale di Weil, che rappresenta la sua esperienza di vita e di pensiero, è una cifra che va contro l&#8217;atmosfera filosofica del tempo -costituita dal personalismo cattolico francese-. Il piano del bene è quello dell’impersonale. Weil  si interroga sull’umano e all’interno del suo scritto si può individuare un contrasto fra umano, sacro e persona. Impersonale è ciò che è <em>anonimo</em> ed è insieme verità, bellezza e imperfezione che scavano nell’animo umano. Le categorie “personale” e “impersonale” stanno su binari diversi e paralleli, ma tra di loro si toccano. Boella, nella sua ricostruzione del pensiero weiliano, ha indicato dei punti importanti, che hanno la capacità di orientare all&#8217;interno del saggio: la critica della compassione naturale (che porta <em>dall’io al noi</em>) e i fragili passaggi all’impersonale.Lo stesso incipit del saggio è fondamentale. Subito si pone un lui, un egli che implora: “non farmi del male”. Ma questo non si risolve nella compassione. Il riconoscimento del valore dell’altro non può risiedere unicamente nel suo corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Weil ha condotto delle forti obiezioni alla filosofia della persona: per lei l’inumano sta all’interno dell’umano medesimo ed è <em>l’atroce</em>. In una lettera al padre, la pensatrice chiese di essere perdonata per la compassione che provava verso gli altri, una compassione istintiva (in questo Weil ha subito l’influenza del pensiero di Rousseau) e imperdonabile perché convinta di risolvere i mali del mondo con una risposta automatica. Nella sofferenza fisica c’è qualcosa di più; il dolore (<em>maleur</em>) e la sventura possiedono una forza di contagio verso chi li prova.</p>
<p style="text-align: justify;">Boella sottolinea il rigore implacabile di Simone Weil, che nella sua vita e nel suo pensiero filosofico ha rappresentato una figura nel cui contatto si gioca tutto: <em>Priamo</em>, cioè il punto zero dell’umano. Nel <em>Diario di fabbrica</em> Weil racconta gli incidenti sul lavoro: è il modo in cui il capitalismo entra nel corpo (es. una lamiera sul braccio). Attraverso il dolore vi è un contatto con l’ingiustizia: esattamente in questo sta il sacro dell’umano, che è un momento di massima vulnerabilità. Proprio l’anonimato di queste figure porta all’universalità dell’umano (si veda il saggio <em>La prima radice</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Il pensiero presentato dalla filosofa francese è molto radicale, ma sicuramente rilancia il vincolo tra etica-politica e ideale. La verità, allora, coincide con il senso di realtà e non con le dinamiche retoriche o consolatorie: per questo, ha esortato Boella in conclusione, i partiti politici dovrebbero occuparsi di aprire lo spazio ai grandi problemi anziché limitarsi all’ordinaria amministrazione. I passaggi all’impersonale ci indicano variazioni minimali, infinitesimali, che non cambiano il mondo, ma sono punti di contatto, spiragli aperti da cogliere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>MONICA GIORGI Tennis, studio e anarchia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/04/15/monica-giorgi-tennis-studio-e-anarchia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2015 12:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[clarice lispector]]></category>
		<category><![CDATA[Monica Giorgi]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Agustoni]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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		<category><![CDATA[tennis]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><small>Intervista di <b>Nadia Agustoni</b></small><br /><br /><b>M.G.</b> <i>"Tennis e studio, che considero molto vicini all’impegno politico e in rapporto all’esserci-starci nel mondo, mi hanno aiutato molto nella vita, materialmente e spiritualmente."</i>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Monica-Giorgi.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Monica-Giorgi.jpg" alt="Monica-Giorgi" width="403" height="370" class="aligncenter size-full wp-image-52782" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Monica-Giorgi.jpg 403w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Monica-Giorgi-300x275.jpg 300w" sizes="(max-width: 403px) 100vw, 403px" /></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">di <strong>Nadia Agustoni</strong></p>
<p align="center"><em>Gli anni 70 lo sport la politica.</em></p>
<p align="center">Intervista a <strong>Monica Giorgi</strong></p>
<p><center></p>
<div style="width:403px;">
<p align="justify"><em>Perché parlare di anni 70, sport e politica? Cosa hanno in comune queste tre parole? All’apparenza nulla, ma negli anni 90 durante i bombardamenti sulla Serbia le stelle dello sport di quel paese, in quel momento impegnate in Italia, ci hanno ricordato che nessuno vive su un pianeta così isolato e fortunato da rimanere immune dalla vita, dagli eventi, dalla storia. La memoria va anche ad altri avvenimenti, dal pugno alzato dagli atleti neri alle olimpiadi di Città del Messico nel 1968, alle lontane olimpiadi di Berlino nel 1936, quando Hitler lasciò lo stadio per non stringere la mano a Jesse Owens. Tornando al tema cui accennavo, dico subito, che da tanto pensavo di condividere con</em> <strong>Monica Giorgi</strong><em>, tennista, anarchica, femminista, scrittrice, alcune riflessioni. Ne è mancata l’occasione dal vivo per ora, ma questa intervista è un primo approccio a un possibile scambio di idee. In passato ci siamo già confrontate, da punti distanti. In comune abbiamo l’amore per il tennis, l’anarchia, il femminismo, la parola. Partiamo da qualcosa di simile per approdare a mondi diversi. Le mie domande tuttavia, non vertono sulla diversità del nostro cammino. Sono domande rivolte a</em> <strong>Monica Giorgi</strong> <em>perché ci racconti qualcosa del suo percorso che ritengo sia interessante.</em></p>
</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:503px; ">
<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>A questa conversazione ho pensato a lungo. Ogni volta avevo troppe domande da farti, ma nessuna molto chiara. Prevaleva la voglia di parlare a ruota libera, di chiederti mille cose. Ad esempio mi incuriosisce la tua carriera di tennista, con risultati ragguardevoli e sul lato opposto, ammesso però sia opposto, il tuo impegno politico e poi i tuoi studi su <strong>Simone Weil</strong> e <strong>Clarice Lispector</strong>, il femminismo e molto altro.</em></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="width:500px; padding-left: 140px;" align="right">
<p align="justify"><strong>M.G.</strong> Sì, tennis e studio appaiono due versanti opposti, ma in pratica non sono stati inconciliabili. Quasi distrattamente li ho vissuti come il riflesso di un di più. L’esercizio dell’uno migliorava la prestazione dell’altro. Tennis e studio, che considero molto vicini all’impegno politico e in rapporto all’esserci-starci nel mondo, mi hanno aiutato molto nella vita, materialmente e spiritualmente. Cura del corpo e cura dell’anima mi si sono rivelate esigenze imprescindibili per dare senso alla mia vita e, al contempo, ordinarlo nelle contingenze dell’esistenza, anche se l’una e l’altra le ho praticate con una certa discontinuità per tempo dedicato. Tempo però che non ho mai mancato di prestare ad entrambe. Ancor oggi, sulla soglia dei 70 anni, sento la necessità di fare esercizio fisico per rifocillarmi dalla fatica mentale e per ricompormi, con l’attenzione riservata agli studi, nell’equilibrio del corpo. Non vorrei dare un’impressione sbagliata, di misurare cioè la cosa con il bilancino per programmarla sistematicamente. Mi ci abbandono, quando ne sento il bisogno, lo assecondo…<br />
&nbsp;<br />
Sono diventata una tennista professionista per caso fortuito e per necessità materiale. Mio padre era uno sportivo di passione; praticava il tennis, il canottaggio, il calcio, amava la pesca; non poteva non trasmettere la sua passione alle figlie, prima alle maggiori e poi a me anche tramite loro. Ho avuto così la fortuna di ereditare una passione alla terza potenza. Poi alla passione si sono aggiunte la voglia di competere e il bisogno di misurarmi. Subentrò di conseguenza una certa professionalità riconosciuta dalla Federazione, dagli sponsor di allora, per i successi nei tornei, nei campionati. Figurati! il tenore dei ricavi si basava sul risparmio dai rimborsi spese, sulla generosità di qualche magnate con la passione per il tennis, sulla rivendita di racchette avute in omaggio… Quel che conta, però, è che il tennis mi ha permesso di mantenermi agli studi, aiutare mia madre e di sopravvivere divertendomi. Ho viaggiato in quasi tutto il mondo, ho visitato luoghi lontani, conosciuto persone “di tutte le razze” – come si dice in livornese quando si vuole esaltare benevolmente le differenze umane di ogni sorta &#8211; con cui mi sono confrontata e che mi hanno arricchito più, dico io, di un contratto da 100 milioni di dollari. Mi sono arrangiata con il tennis e con il tennis ho preso la vita con filosofia&#8230; alla lettera.</p>
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<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>Allora parto dalla fine, dal tuo libro su</em> <strong>Simone Weil</strong> <em><strong>La clown di Dio</strong>, uscito per Zero in Condotta l’anno scorso. Le avevi già dedicato un dossier apparso con <strong>A rivista anarchica</strong>, ed ora questo lavoro. Ne ho tratto l’impressione che ti interessi molto di Weil l’approccio alla religione, una spiritualità la sua ancorata alla vita reale e nello stesso tempo capace di riflettere su Dio libera da costrizioni. Parliamo di una donna che stava tra gli operai, tra gli scioperanti, tra gli anarchici nella guerra di Spagna del 1936, ma che solo pochi anni prima aveva insegnato filosofia a giovani studentesse prendendole molto sul serio, impartendo loro lezioni di una qualità invidiabile. Un’intellettuale che non sottovalutava nulla e nessuno. Tu sottolinei il suo essere ironica, scherzosa anche, da lì credo il titolo che hai scelto. Vuoi dire qualcosa?</em></p>
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<p align="justify"><strong>M.G.</strong> <em>La clown di dio</em>! È la sortita di un’amica, un’imprevedibile esclamazione uscita per bocca di lei durante le nostre appassionate e coinvolgenti discussioni su <strong>Simone Weil</strong>. Ho detto <em>su</em>, ma in fondo sento di dir meglio, con <strong>Simone Weil</strong> Non ho scelto il titolo, è il titolo che mi ha scelta, perché quell’espressione mi fece sonoramente scoppiare a ridere. Era qualcosa di vero, dunque. “È troppo bella – incalzai – bisogna scriverne”. E così mi presi la briga di farlo, sentii la cosa come un obbligo, man mano che la scrittura procedeva.<br />
“Intellettuale” mi sembra un termine riduttivo nel definire <strong>Simone Weil</strong> Come tu accenni, è certo un’intellettuale sui generis, e direi piuttosto un’intellettuale-outsider, una filosofa straordinaria che della filosofia fa “cosa esclusivamente in atto e in pratica”, come si legge nei <strong>Quaderni</strong>.<br />
Detto altrimenti, è a partire dall’esperienza concreta che lei realizza pensiero teorico.<br />
“Se non avessi fatto quelle cose, non potrei dire queste cose”, precisa Simone a chi le rimproverava quelle particolari stranezze, o idiosincrasie che generalmente sono ritenute ininfluenti, se non addirittura ingombranti, per lo status di filosofa da accademia, all’importanza, alla bellezza e alla profondità dei suoi pensieri e dei suoi scritti che viene riconosciuta dagli stessi contemporanei secondo i quali lei “chiedeva la luna”.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Fisiognomica della grazia</strong> è il capitoletto attraverso cui ho cercato di trascrivere l’ironia e la scherzosità della sua figura, un po’ imbranata e al contempo divertita (basta osservare alcune istantanee, come quelle che la ritraggono miliziana nella colonna Durruti), accostandole alla mente divina di cui lei era, anzi si rivela, mediazione vivente.<br />
Sì, come tu sottolinei, del pensiero di <strong>Simone Weil</strong> mi intriga la dimensione religiosa, non schiacciata in nessuna delle chiese istituite, totalitarie secondo il regime dogmatico dell’ “anathema sit”.<br />
Una nota dei <strong>Quaderni</strong> e una lettera al fratello, per quel che ne so, riconoscono alla vena mistica, che è data scorgere in seno ad ogni religione positiva e rivelata, (la mistica è sempre stata guardata con sospetto dai poteri istituzionali, quando non atrocemente e criminalmente perseguitata come eresia), l’essenza stessa del discorso religioso inteso alla lettera, ossia come religio, cosa che raccoglie, riunisce in ordine simbolico, le differenti espressioni dell’umana dimensione: spirituale e materiale, reale e soprannaturale a partire, uscire da sé, senza delega di rappresentazione. Insomma qualcosa ben oltre la tolleranza e ben al di qua dei regimi di verità assoluta, qualcosa d’altro che non si risolve nel dialogo interreligioso, ma mira alla ricerca e all’espressione di un linguaggio in cui possa riconoscersi ogni fede, compresa l’atea.<br />
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In realtà, proprio per me atea, nutrita o, per meglio dire alla luce odierna, malnutrita nel e dal linguaggio materialistico della seconda metà del secolo scorso, che è anche fine millennio, tutto ciò che era in sentore di chiesa e di religione veniva considerato qualcosa di cui sbarazzarsi per essere “politicamente corretti”…Eppure è stata proprio la reticenza verso la religione che mi ha spinto a comprendere ciò che non mi tornava leggendo S.W…<br />
&nbsp;<br />
Sai?, la famosa asserzione marxiana ”la religione è l’oppio dei popoli” la ritrovai capovolta in quel capolavoro, per senso realistico e aspirazione ad altro, che è <strong>Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale</strong>. Il termine rivoluzione – si legge &#8211; così vago ed abusato, così privo di riflessione che chiunque può metterci il significato che più gli aggrada, spinge l’autrice, nel più ampio contesto di analisi critica del materialismo storico, assunto nel linguaggio marxista leninista quale dottrina in grado di spiegare ogni cosa, e non semplicemente un metodo di indagine sulla realtà politico-sociale, la conduce, dicevo, a proseguire il discorso affermando ”…non la religione, ma la rivoluzione è l’oppio dei popoli”. Ecco, questo è stato un passaggio cruciale nello studio appassionato e per il riconoscimento di autorità che riservo agli scritti di vita e di pensiero lasciatici da questa favolosa filosofa.<br />
&nbsp;<br />
E ciò che non mi tornava è divenuto il punto di leva per sollevare lo sguardo “anarchico”, senza cancellarne la potenza ideale, in una prospettiva altra, non ristretta, per esempio, al principio sloganistico Né Dio né Stato. Da che dio si è parlati quando non se ne vuol neppure sentir parlare? Quale stato ingombra la mente quando essa non riesce a prescinderne sviluppando ragionamenti contro lo stato?<br />
Non sono domande retoriche, sono domande che sto ponendo anche a me stessa, domande che necessitano risposta sollecitando altre domande.<br />
<strong>Sfumature anarchiche in Simone Weil</strong>, il dossier pubblicato con <strong>A, Rivista anarchica</strong> è stato il testo di un pretesto, il bisogno cioè di ri-leggere la tradizione del pensiero anarchico alla luce del corpo testuale di una filosofa donna, che procede non per dimostrare la validità ideologica di un’opinione, ma per ricercare e ripensare, senza rete di salvataggio, un pur minimo precipitato di verità inaudita.</p>
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<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>I progetti di Weil, dal lavoro in fabbrica al viaggio in Germania all’avvento di Hitler, fino alla Spagna della guerra civile, hanno dato esiti di pensiero su cui riflettiamo ancora oggi. Tu metti in evidenza il suo dare corpo, dall’esilio londinese, all’idea di una squadra di infermiere ausiliarie addestrate per andare in prima linea a prestare soccorso a tutti i feriti. De Gaulle neanche volle prenderlo in considerazione. Forse vi traspare un fastidioso senso di onnipotenza femminile e in più quel battersi contro il male si, ma vedere anche altre efferatezze. Alla fine le donne fecero molto per la resistenza e in tante combatterono e finirono nei campi di concentramento. Strategie sempre diverse; scelte che poi dopo la guerra sono confluite in percorsi anche originali, ma quasi sempre marginali. Devo dire comunque, dopo aver ripreso la lettura di Don Lorenzo Milani e per esperienza, che proprio la marginalità consente la libertà maggiore e dei buoni risultati.</em></p>
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<p align="justify"><strong>M.G.</strong> L’agire in marginalità può sortire un senso di libertà più intenso di quello che è forse avvertibile quando si è costretti ad agire sulla scia di un sistema già detto e già visto, autoreferente. I “buoni” risultati, l’efficacia dell’azione per quanto di “nuovo” e di inaspettato mette al mondo procedono, secondo la lezione weiliana che sento di poter cogliere, dalla traversia di bilanciarsi in contesto avendo presente necessità e libertà. Sia per l’impegno politico e sindacale – che non poteva esprimersi se non con l’esperienza diretta del lavoro in fabbrica, condividendo cioè, accanto agli operai, la condizione di esistenza di chi lavora(va) alla catena di montaggio -; sia per l’adesione alla guerra civile in Spagna, <strong>Simone Weil</strong> ha esplicitamente dichiarato di voler stare nei “ranghi, nelle retrovie”, rifiutando categoricamente qualsiasi posto di prestigio, di alto grado gerarchico. La marginalità in <strong>Simone Weil</strong> è declinata nella forza dell’umiltà per amore del mondo e, senza dubbio, non si profila con tratti di irresponsabilità in fatto di impegno e radicalità di pensiero. Piuttosto che di marginalità fuori contesto, (lei ha vissuto i tempi del periodo prebellico e nel culmine della seconda guerra mondiale con tale intensità di partecipazione per cui <strong>Nadia Fusini</strong> l’ha nominata “La guerriera”), parlerei di audacia che affronta il male terreno non con la presunzione di portare il bene perché si ritiene esente dal male; la leggo in una sorta di forza della fragilità lo attraversa in pieno, proprio come “il peggior male” che rimanda, in controsenso, “ il bene più grande”. Il progetto di una formazione di infermiere di prima linea, per il quale si prese della pazza da De Gaulle, intende spiazzare lo sguardo, con la semplice persistenza di un qualche servizio di umanità nel punto culminante della ferocia, dalla scena della forza eroica, militarista e militarizzata. Quella delle armi che decretano: “Morte tua, vita mia”.<br />
&nbsp;<br />
Lei si sentiva in un esilio insopportabile quando si trovava in America &#8211; aveva dovuto mettere in salvo i genitori in seguito all’occupazione nazista di Parigi e all’instaurazione del governo di Vichy, affrontando un viaggio che l’avrebbe tenuta lontana dalla Francia, dal “territorio del diavolo” che era anche il luogo vivo della resistenza e della lotta. All’amico e compagno di studi <strong>Maurice Schumann</strong>, esponente di alto grado nei quadri di France Libre a Londra, diretto collaboratore di De Gaulle, scrisse una lettera in cui si raccomandava di non lasciarla morire di dolore, e di consentirle almeno di raggiungere Londra. Cosa che ottenne (fu impiegata come redattrice negli uffici dell’interno di France Libre) ma che non le bastava. Da lì infatti sperava e chiese ripetutamente di essere mandata in Francia per un’azione di sabotaggio… sabotaggio d’amore, è proprio il caso di dire. In poche parole si sentiva in esilio, sradicata, per usare un termine a lei caro, quando era fuori dal contesto dove le cose del mondo bisognava affrontarle davvero, senza vie di mezzo, dove l’obbedienza al tempo che è dato vivere non rimandava ad altro momento la necessità di agire, ora e qui.<br />
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L’onnipotenza femminile, che tu avverti fastidiosa, forse è la stessa avvertita dai suoi diretti superiori: -Butti fuori tutto, la invitava Closon, poi avrà il tempo di pensare alle cose serie-. Quali fossero per lui le cose serie, non lo dice… si possono supporre serie quelle cose utili per decidere le cariche di potere da assumere nella fase costituente e nell’ambito istituzionale del periodo postbellico?&#8230; Se si pensa che l’attualità di <strong>Simone Weil</strong>, testimoniata oggi dal rigoglioso fiorire di studi, di scoperte e di riscoperte, di riedizioni o editi ex novo delle sue carte è “profeticamente” rilevata proprio in quelle cose “da buttar fuori” che sono <strong>Gli scritti di Londra</strong> appunto, tra i quali emerge il testo che <strong>Camus</strong> volle pubblicare nella collana ”Espoir” di Gallimard, <strong>La prima radice</strong> (in essa sono presi in considerazione i bisogni dell’anima e gli obblighi verso gli esseri umani, non gli interessi di supremazia economico-militare degli stati vincitori), allora “la fastidiosa onnipotenza femminile” ha le sue ragion d’essere nel conflitto simbolico dei sessi, malcelato in più uomini che in donne sotto il velo ipocrita del normale buon senso e del sano realismo della ragion di stato. Ragion di stato per l’affermazione della quale, più uomini che donne, hanno rimosso quel poco-tanto di vero, di bene e di giusto che è pur sempre alla portata umana.</p>
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<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>Il tuo rapporto con la scrittura quanto è implicato col pensiero della differenza di cui ti senti parte?</em></p>
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<p align="justify"><strong>M.G.</strong> Molto, per un motivo a due punte. Essermi avvicinata a questo pensiero frequentando donne che lo andavano esprimendo al tempo in cui vivevo la scrittura, se scrivevo, ricercando la coincidenza con idee già date, nel mio caso quelle anarchiche, mi ha fatto fare un salto politico e simbolico da dove mi trovavo, avvinta da quella considerazione sulla scrittura. Mi sono resa conto di praticarla in uno stato di finzione; quella convinzione sulla scrittura non era e non esprime un pensiero pensante, ma si dimostra un esercizio utile, nel migliore dei casi, ad esprimere opinioni, a confermare e/o criticare ideologicamente, cioè pensare e scrivere per refutare, dato che la soluzione è già posta in partenza. L’altra punta di implicazione tra scrittura e pensiero della differenza è un interminabile lavorio di scambio tra il pensiero teso a dar voce al libero senso della differenza sessuale e la ricerca di parole autentiche. È un lavoro di scrittura senza fine, non una ricerca tecnica buona per tutte le occasioni. Scrittura dunque in quanto pratica di sé a prescindere da sé, scrittura che, per una sorta di imperfetto rimando analogico, non ha da essere se non poetante…</p>
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<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>Cosa significa per te un’altra figura di scrittrice, <strong>Clarice Lispector</strong>, su cui hai fatto la tesi?</em></p>
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<p align="justify"><strong>M.G.</strong> <strong>Clarice Lispector</strong> ebbe a dire: “…letteratura è detestabile, è fuori dall’atto di scrivere…”. Questa citazione precisa quanto ho cercato di dire maldestramente prima; l’ho posta all’inizio della mia tesi, come una specie di dedica. A chi? Alla scrittura, beninteso.<br />
Ebbi la fortuna di leggere intorno alla seconda metà degli anni 80 L’ora della stella. Mi commosse, nel senso letterale dell’espressione. Mi toccò, mi stupì e ne piansi; mi sentii radicata in qualcosa di così vero a cui non sapevo dare nome.<br />
Lessi poi <strong>La passione secondo G.H.</strong>. Non trovai nulla di quanto solitamente mi aspettavo dalla lettura di un romanzo: lo svolgimento cronologico di una trama schematizzata secondo il genere, l’unità di tempo, di luogo, di azione, l’opinione moralistica dell’autore verso i comportamenti dei personaggi, la risoluzione del plot narrativo, una conclusione, ecc.ecc. Niente di tutto ciò, scoprii invece una scrittura epifanica. Capii poco o nulla di quello che lì era scritto. Ma c’era scritto quello che non capivo, quello che l’ego non capisce e per cui vale la pena continuare a starci sulle pagine scritte. C’era scritto qualcosa di estremamente prezioso. L’ho continuato a leggere come un “vademecum” senza precetti: un “vade cum altero” di una storia d’amore senza fine.</p>
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<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>Monica tu ti dici ancora anarchica. Il pensiero anarchico è spesso travisato, ma ci sono di fatto varie correnti e tanti “cani sciolti”, come dicevamo un tempo. Negli anni 70 il tuo impegno politico era in campo libertario e non violento prima ancora che femminista. Ne parleresti spiegando come lo conciliavi con lo sport che praticavi?</em></p>
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<p align="justify"><strong>M.G.</strong> L’impegno politico è scaturito dai tempi in cui mi è stato dato di vivere. La criminalizzazione tout-court degli anarchici riguardo ai tragici eventi del 12 dicembre 1969 mi spinse, sull’onda di una controinformazione che metteva a nudo evidenze sconcertanti e inoppugnabili verità di fatto (l’assassinio-suicidio del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli), per essere considerata una strage di stato, a conoscere di persona anarchici e anarchiche e a frequentare i luoghi di discussione e di lotta del movimento.<br />
I&nbsp;l “mio” ’68, però, è stato il ’77 e del femminismo mi prese non tanto la vena emancipazionista dell’uguaglianza con gli uomini, bensì l’anima della libertà femminile che affermava: il privato è politico. Fu un’asserzione dirompente da cui prese origine il femminismo italiano della differenza. Come ho cercato di spiegare all’inizio di questa nostra conversazione, non mi ponevo il problema di essere in sintonia tra un ambito e l’altro; sport e impegno politico.</p>
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<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>Come altri volevi un mondo migliore, ma ci fu quella vicenda del carcere e ti ha cambiato immagino.</em></p>
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<p align="justify"><strong>M.G.</strong> Non c’è stato nessun rinnegamento in seguito alla ⇨ <a href="http://www.arivista.org/?nr=101&#038;pag=101_02.htm" target="_blank"><strong>vicenda del carcere</strong></a>. Le istituzioni totali, carcere compreso, sono state l’ambito in cui il mio impegno politico si è manifestato intensamente negli anni 70. Da Niente più sbarre &#8211; il collettivo che si era costituito a Livorno per denunciare, diciamo eufemisticamente, i soprusi e le violenze subite dai detenuti, molti dei quali erano o si definivano detenuti politici &#8211; l’esperienza si prolungò con l’andare dietro le sbarre. Da quell’esperienza ho imparato molto. Nel bene e nel male come ogni esperienza anche quella mi ha dato qualcosa in più e qualcosa in meno di quanto l’immaginazione un po’ esaltata mi aveva lasciato credere, con le implicite aspettative fantasmatiche, appunto. Nessun pentimento, credimi. Il guadagno ricavato da quella vicenda lo esprimo in questi termini: il mondo non cambia se non cambia il proprio rapporto con il mondo.</p>
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<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>In Sud Africa durante un torneo scendesti in campo con una maglietta particolare: piedi bianchi e neri sovrapposti come di due che facessero l’amore. La reazione del pubblico fu negativa e così ci fu una protesta della federazione sudafricana con conseguenze al ritorno in Italia. Ma vorrei chiederti visto che erano presenti campioni come <strong>Arthur Ashe</strong> e <strong>Evonne Goolagong</strong> se puoi dirci come venivano trattati loro e se pur essendo ammessi al torneo erano però isolati o invece no. Hai avuto l’impressione di essere stata la sola ad essere infastidita da quel pensate clima di segregazione?</em></p>
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<p align="justify"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Evonne-Goolagong-Cawley-3.jpg" alt="Evonne-Goolagong-Cawley-3" width="228" height="152" class="aligncenter size-full wp-image-52829" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Evonne-Goolagong-Cawley-3.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/Evonne-Goolagong-Cawley-3-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 228px) 100vw, 228px" /><br />
<strong>M.G.</strong> ⇨ <a href="http://edition.cnn.com/2015/01/29/tennis/evonne-goolagong-cawley-australian-open/" target="_blank"><strong>Evonne Goolagong</strong></a> era la numero uno e <strong>Arthur Ashe</strong> tra i primi tre del mondo e su questo riscontro gli altri giocatori li rispettavano e su questo dato di fatto erano conformemente trattati dagli organizzatori di ogni torneo a cui loro partecipavano, qualunque fosse il paese dove la competizione si svolgeva.<br />
<img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/Arthur-Ashe-Tennis.jpg" alt="iashear001p1" width="229" height="161" class="aligncenter" /><br />
All’open di Johannesburg fu <strong>Arthur Ashe</strong> a rifiutare l’invito della Federazione sudafricana per protesta contro il regime razzista del paese. La <strong>Goolagong</strong>, in quanto componente della squadra australiana, si limitò a giocare la Federation’s Cup che si svolse la settimana successiva al torneo. Non posso dire diversamente per quanto era dato vedere in ambito pubblico; ma vai a sapere cosa passava nel privato…<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/5849.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/5849-300x162.png" alt="5849" width="300" height="162" class="aligncenter size-medium wp-image-52812" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/5849-300x162.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/5849.png 520w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Il pesante clima di segregazione lo riscontrai nelle strade e nell’ambiente familiare delle abitazioni dove le giocatrici, me compresa, erano ospiti gradite e ambite; lo riconobbi dalle scritte che stigmatizzavano l’uso dei gabinetti per bianchi e neri; nella proibizione per la gente di colore di salire sui mezzi pubblici a disposizione dei soli bianchi; nel divieto assoluto per un essere umano dalla pelle nera di trascorrere la notte sotto lo stesso tetto di un essere umano dalla pelle bianca; dal modo di trattare i domestici neri tutto-fare-sempre-obbedire-niente-parlare nelle case dei ricchi.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/apartheid.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/apartheid-300x183.jpg" alt="apartheid" width="300" height="183" class="aligncenter size-medium wp-image-52814" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/apartheid-300x183.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/apartheid-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/apartheid.jpg 499w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>La storia della maglietta la pensai e me la preparai prima di partire. Sapevo che il centrale di Johannesburg aveva un settore degli spalti riservato ai Black Peoples, una vera e propria gabbia con tanto di recinto e mi promisi di presentarmi con il messaggio d’amore dipinto in bianco e nero sulla maglietta. Il caso volle che per sorteggio la squadra italiana di Federation’s Cup dovesse incontrare al primo turno quella australiana e con ciò l’assegnazione del campo centrale per la disputa degli incontri. Non mi lasciai certo sfuggire la fortunata coincidenza di poter indossare la maglietta e rivolgere direttamente con un saluto al pubblico del settore black, prima di iniziare l’incontro con la giocatrice aborigena che, per forza o per amore, si accingeva a giocare nel Sudafrica dell’apartheid.<br />
&nbsp;<br />
Non so precisarti se la contenuta esclamazione di un Oh! che percepii da tutto il pubblico avesse avuto un timbro di disappunto, mi sembrò di meraviglia. Ma quello che mi rimprovero, e a cui allora non pensai neppure, è che forse avevo messo in imbarazzo proprio quelle persone a “favore” delle quali stavo manifestando. Ma la cosa è andata così e se così è andata è così che doveva andare, con tutti i ma, i se e le relative conseguenze, anche quelle disciplinari.</p>
</div>
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<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>Nel 2012 ha fatto parlare di sé una giovane tennista <strong>Laura Robson</strong>, indossando agli Australian Open un nastrino tra i capelli dei colori dell’arcobaleno in solidarietà gay friendly. Eppure si ha l’impressione che ormai prevalga sempre lo spettacolo. Grandi rischi in quel circuito privilegiato non sembra ne corra nessuno.</em></p>
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<p align="justify"><strong>M.G.</strong> Si, l’impressione che hai l’ho riscontrata anch’io ai miei tempi. Difficile uscire dal proprio tornaconto… Mi viene in mente la scelta opportunistica dei dirigenti e dei giocatori italiani a disputare e vincere &#8211; per la prima e finora unica volta &#8211; la finale di Coppa Davis in Cile (qualificatosi perché la squadra australiana o quella statunitense, non ricordo, si era ritirata dalla semifinale per protesta), proprio all’indomani dell’uccisone di Allende per mano dei generali golpisti capeggiati da Pinochet. Ma come tu stessa riporti non mancano mai del tutto, anche all’interno del più assodato ambiente conformista esempi di rottura, di crepature che lo rimettono in discussione. Poi vai a sapere quando il cuore è puro? Forse nell’amore che non ci corrisponde, in quell’amore che sbrigativamente diciamo illecito…</p>
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<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>Viaggiavi, vedevi il mondo, partecipavi ai grandi tornei dello Slam ma come vivevi quell’ambiente? Era diverso da come appare oggi o in germe c’era già questa competitività sfrenata? A volte ha avuto risvolti tremendi; penso al caso delle tenniste bambine, <strong>Andrea Jager</strong> e <strong>Jennifer Capriati</strong> e poi al caso di <strong>Monica Seles</strong>. Ecco la Seles per esempio ha saputo riprendere in mano la sua vita e reagire anche alla paura del dopo attentato. Le ci è voluto tempo. Andrea invece si è fatta suora dopo avere raccontato le violenze del padre che quando non vinceva la riempiva di botte. Nè le donne sono state le sole a subire coercizioni; <strong>Andre Agassi</strong> non ebbe un buon rapporto col padre padrone.</em></p>
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<p align="justify"><strong>M.G.</strong> Lo vivevo con una certa estraneità: per esempio non ho mai partecipato alle feste di gala di Wimblendon o alle ufficialità di qualsiasi altro torneo; me la svignavo sempre con qualche scusa. Vedi il mio difetto di essere un po’ orsa, lupa nella steppa, è anche la mia idiosincrasia: non sentirmi mai del tutto a mio agio negli ambienti sociali rappresentativi, anche in quelli connotati con un’etichetta politica. Sono anarchica per natura prima di esserlo per appartenenza ideale. L’ambiente del tennis era per me il campo da tennis. Non mi sono mancate tuttavia le amicizie; per esempio quella con Lea Pericoli, impensabile se si tiene conto delle diversità di carattere, di storie personali, di ambizioni, di percezioni della realtà che intercorrono tra noi due, ma è proprio lì, nella diversità che può nascere l’amicizia, lì dove non te l’aspetti…<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/m-giorgi.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/m-giorgi.jpg" alt="m giorgi" width="250" height="384" class="aligncenter" /></a><br />
Il tennis, come ti ho detto, mi è stato trasmesso dalla passione che mio padre aveva per lo sport. Considerava lo sport una scuola per imparare ad accettare nella vita le dure sconfitte più che a raggiungere facili vittorie. Ricordo il suo ammonimento: non importa se perdi, l’importante è che tu abbia giocato bene e abbia dato fino in fondo tutto quello che potevi. Insomma, mi insegnava ad essere generosa. Sicuramente gli devo la convinzione che il guadagno sta già nella spesa.<br />
Lo so che i rapporti con il proprio padre e la propria madre sortiscono nei figli e nelle figlie reazioni e recriminazioni del tutto singolari, ma mi sembra ingiusto riconoscere soltanto la parte dolorosa e di duro sacrificio di un’esperienza, sentirsi vittime pur avendo raggiunto successi che consentono evidenti privilegi.<br />
&nbsp;<br />
L’incremento odierno della competitività nel circuito tennistico, imparagonabile all’agonismo dilettante che si viveva ai miei tempi, credo sia dovuta ad un incremento direttamente proporzionale all’espansione mediatica, pubblicitaria, in definitiva al giro d’affari, di denaro e di potere che ruota intorno allo sport in genere e al tennis in particolare. Non ho il polso per valutare dal di dentro cos’altro passi in altri termini.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="width:503px; ">
<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>Tra le campionesse in campo avevi un modello? E chi hai ammirato di più nel tempo? <strong>Gianni Clerici</strong> parla di te come di un’indimenticabile attaccante.</em><br />
&nbsp;</p>
<div style="width:500px; padding-left: 140px;">
<p align="justify"><strong>M.G.</strong> <strong>Maria Esterita Bueno</strong>, la campionessa brasiliana che, fin dagli anni ’50, impresse al tennis non solo femminile ma anche maschile, il <em>serve and volley</em>.<br />
Per la determinazione e la forza di non cedere fino all’ultimo punto, <strong>Lea Pericoli</strong>.<br />
Mi difendevo dal pesante, soprattutto per me che ero mingherlina, gioco da fondo campo, attaccando a rete. Cercavo di rubare il tempo all’avversaria, di romperle il ritmo, sfruttavo la mia velocità di corsa e di slancio, unita all’effetto sorpresa: le avversarie non si aspettavano tanto ardimento. Insomma, potrei parafrasare con una sortita mutuata dalla mistica: “dov’era il mio meno, nacque il mio meglio”…</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="width:503px; ">
<p align="justify"><strong>N.A.</strong> <em>Cosa ti fa impugnare ancora la racchetta? E se posso chiederlo così, in coda, non soffri mai di nostalgia?</em></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div style="width:500px; padding-left: 140px;" align="right">
<p align="justify"><strong>M.G.</strong> Il piacere di giocare, se la mia provata schiena me lo permette. No, non soffro di nostalgia colma di rimpianto. Ma di nostalgia felice sì, ne godo ancora.</p>
</div>
</div>
<p></center><br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le bleu du malheur </title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/27/memorial-27-le-bleu-du-malheur/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2014 10:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[<br />di<strong> Augusto Petruzzi</strong><br /><br /><em> Surriscaldato da forze centrifughe, il ‘900 si torce al centro intorno ad una catastrofe, l’unica vera tragedia del nostro tempo. </em>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong><em><big>Le bleu du malheur</big></em></strong><br />
&nbsp;<br />
di<strong> Augusto Petruzzi</strong></p>
<p align="right"><small><em>&#8220;Ciò per cui troviamo le parole è spesso già morto nel nostro cuore.<br />
Vi è sempre una sorta di  disprezzo nell&#8217;atto del parlare&#8221;</em><br />
[Friedrich Nietzsche]</small></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/a.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/a.jpg" alt="a" width="369" height="597" class="alignright" /></a> Rileggi alcune note, sono trascorsi 10 anni, per una collana editoriale mai nata, “scritture del disastro”. Quel che ti separa da loro, lo ritrovi insieme ad alcune foto, è un tempo trascorso che ha già seppellito se stesso. Scegli soltanto di ricordare intorno a qualche frammento.</p>
<p><i>Alcuni uomini hanno scelto la scrittura come pratica d’impossibile, non per assecondare un tentativo o una tentazione ma alla stregua di esseri affetti da particolari disturbi dello spazio che possono attraversare unicamente a condizione di non toccare quei fili invisibili di cui, unici depositari, sono a conoscenza. Tra loro, alcuni hanno scelto, al posto di delimitate porzioni d’aria, il movimento instancabile accanto a quei fili. Percorsi dove il tempo e la materia sono soggetti a perturbazioni. Assistiamo dunque ad accelerazioni e glaciazioni repentine, la scrittura ne è contagiata, brulica, brucia o si arresta fino ai limiti di pura registrazione. Altri, provando talvolta a spezzare l’ordito di quei fili invisibili, scelgono volontariamente di esporsi al disastro…</i></p>
<p>Immagini sbiadite di altri, ascoltati in famiglia. Soldati tedeschi armati della loro lingua, anche… pane nero, fuga in campagna, mio padre piccolino con sua madre.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/b.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/b.jpg" alt="a" width="369" height="597" class="alignleft" /></a> <i>Surriscaldato da forze centrifughe, il ‘900 si torce al centro intorno ad una catastrofe, l’unica vera tragedia del nostro tempo. </i></p>
<p>Quel che i documentari ci hanno mostrato dell’orrore dei campi non restituisce la verità perché nessuna macchina potrebbe. Anni fa hai avuto l’occasione di assistere ad alcune sessioni di montaggio di un documentario sui sopravvissuti toscani. Le parole filmate, ascoltate e ripetute tra impassibilità e commozione, continuavano solo a rivelare una verità che nessuno conoscerà mai. Alla presentazione c’erano alcune delle persone intervistate. Il loro sguardo, dopo la proiezione, lo ricordi bene. Ricordi cosa hai visto nei loro occhi, la prova del tuo non sapere…</p>
<p><i>Chi testimonia per il testimone ?  </i></p>
<p>Alcuni studi dicono che molti dei sopravvissuti riuscirono a superare quei giorni grazie al canto, ricordi “Abbiamo lasciato il campo cantando” di Etty Hillesum, che non ritornò. Ricordi il  “<strong><em>Quartetto per la fine del tempo</em></strong>” eseguito per la prima volta nel campo di lavoro di Görlitz.<br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
     <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-47428-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.suave-est-nus.org/Olivier-Messiaen-Liturgie-de-Cristal-Quartetto-per-la-Fine-dei-Tempi-.mp3?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/Olivier-Messiaen-Liturgie-de-Cristal-Quartetto-per-la-Fine-dei-Tempi-.mp3">http://www.suave-est-nus.org/Olivier-Messiaen-Liturgie-de-Cristal-Quartetto-per-la-Fine-dei-Tempi-.mp3</a></audio></div>
<p></center><br />
Messiaen ha cercato di esprimere qualcosa di umanamente impensabile, la scomparsa del tempo, un tempo che si estingue. Il tempo si estingue nell’esperienza interiore e come tale non può essere trasmessa.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/c.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/c.jpg" alt="a" width="369" height="597" class="alignright" /></a> <i>Qualcosa è successo…</i></p>
<p>Nomi… storie… troppi come i libri attraversati dai tuoi 19 anni su ogni aspetto di quel che accadde e poi voler ritrovare tra le pieghe di altre pagine le narrazioni. La coscienza dell’impossibilità di sapere segnò l’arte ed il pensiero nella ricerca della verità e <i>Alcuni uomini</i>&#8230; Pensi ad Ingeborg Bachmann che della catastrofe portò sempre con se un livido sonoro, il suono dei tamburi delle SS che sfilano a Klagenfurt, la sua città natale, per lei bambina fu un evento traumatico. Rievoca l’episodio in un racconto “Giovinezza in una città austriaca”. Pensi a Samuel Beckett che durante la guerra diventò null’altro che un anonimo raccoglitore di patate per aderire al paesaggio campestre nel miglior modo possibile… Ricordi quel che scrisse uno sconvolto Michel Foucault spettatore di “Aspettando Godot”.</p>
<p><i>Le blue du malheur…</i></p>
<p>Tradotto potrebbe divenire <i>L’azzurro della catastrofe</i>, impossibile restituirne le molteplici sfumature. Accostamento simbolico tra il titolo, “L’azzurro del cielo”, di un celebre romanzo di Georges Bataille e <i>malheur</i>, un termine caro a Simone Weil che nel suo pensiero evoca  sconfitta, catastrofe, disastro. Nel romanzo, il personaggio di Lazare è Simone Weil. Rileggo, dopo tanti anni, alcune pagine, la prima parte, le pagine dove appare Lazare e le ultime due; quando a prendere il posto dell’oscena depravazione dei corpi è l’oscenità sonora di una parata di giovani in divisa. L’atmosfera torbida, che pagina dopo pagina ha violentato le vite dei protagonisti, alla fine si dispiega nei segni premonitori dell’imminente disastro…</p>
<p><i>Un tempo dove “le macerie non hanno più tempo di diventare rovine” come afferma Marc Augè, rendendo profetiche le parole che Alfred Jarry fa pronunciare alla sua creatura in Ubu incatenato “non avremo distrutto niente finche non avremo distrutto anche le macerie”.</i></p>
<p align="right">“…attraversare il male senza prendersi per una incarnazione del  bene”</p>
<p align="right">    (Tzvetan Todorov)</p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Credits Immagini</strong><br />
Senza titolo &#8211; Studio su Fallimento I &#8211; V di Samuel Beckett (tecnica mista su carta 2003)</p>
<p>Senza titolo &#8211; Studio su Fallimento I &#8211; V di Samuel Beckett (tecnica mista su carta 2003)</p>
<p>Senza titolo &#8211; Studio su Fallimento I &#8211; V di Samuel Beckett (tecnica mista su carta 2003)<br />
&nbsp;</p>
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		<title>Animus e Anima: Beppe e Maria tra Jung e Collodi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Apr 2013 04:00:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Beppe.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-45366" alt="Beppe" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Beppe-754x1024.jpg" width="700" height="950" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Beppe-754x1024.jpg 754w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Beppe-220x300.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Beppe.jpg 1699w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p style="text-align: right"><strong>Francesca Palazzi Arduini</strong></p>
<p>Sembra incredibile ma oggi l’Italia offre due personaggi dai nomi biblici, Giuseppe “Beppe”, e Maria, come catalizzatori sociali dell’opinione pubblica e dell’affettività. Maria, severa ma compiacente amica che conduce all’espressione dei propri sentimenti, dell’affettività, del proprio talento artistico, e guida benevola le persone nell’espressione di sé, amorevole Avvocata (termine usato anche per la Madonna che intercede e aiuta) di tutti che permette a tutte/i di esprimersi perché ognuno può essere anche solo per un attimo al centro dell’attenzione. Maria la sacerdotessa della tv  fatta dalla gente, distinta e discreta manovratrice in sordina di un immenso potere gestito dietro le quinte, forse vestale di ritualità, di sottomissione e di gioco cruento paludato poi sullo schermo da una infinita dimostrazione di lealtà. Maria l’Anima, la parte permeabile e ‘passiva’ di noi, che gestisce le nostre timidezze e invita pacata ad aprire i cuori, poi si fa l’Altra, colei che ragiona, che ammonisce le passioni incontrollate e il trascendere, che invita all’equilibrio tra i desideri e la realtà.</p>
<p>A questo personaggio che “fa parlare” e spesso solo guarda e tace, dittatrice della scena televisiva, per ogni età, e regna nei salotti e nelle cucine, fa da contraltare il Re delle piazze, Giuseppe detto Beppe. Lo stereotipato principio maschile quanto cozza con Maria! Lui è incontrollato, la scena dal vivo è solo sua, non fa parlare gli altri se non per concedergli un millesimo del suo spazio, gli altri sono coloro di cui è portavoce, ai quali fa da promoter, che vuole portare con sé alla vittoria … ma sono pur sempre quasi muti e grigi nell’arena. Il pubblico, i militanti, gli elettori, possono se vogliono scrivere dei loro desideri in uno spazio che è il regno di Giuseppe, e anche sua proprietà. La rabbia, l’aggressività verbale, l’intolleranza di chi non ne può più, è espressa da Lui, che gesticola, urla, sfida e impreca. Compito della sua Massa è lavorare per giungere agli scopi indicati come comuni. Lì, nella banale e quotidiana manovalanza, c’è per loro soddisfazione e parola, lì le energie di Beppe confluiscono come a Pentecoste nel loro discorso. Viene in mente il breve saggio “Psicologia del reclutatore”, nel quale Patrizia Santovecchi, citando G. Le Bon, scrive: “<i>Il leader deve saper cogliere le aspirazioni segrete della folla e proporsi come colui che è capace di realizzarle; come l’incarnazione stessa di tali desideri</i>”. Ma chi oserà riconoscere l’incredibilità, e la scontatezza, di questa situazione psicologica? Pochi, in una società nella quale l’inconscio, lo dice bene Recalcati, è non più un sintomo di qualcosa da scoprire ma un difetto da truccare.</p>
<p>Se Maria gestisce quindi il suo potere con dedizione ma non si pone come modello con la sua vita privata e le sue opinioni personali, che semmai dirigono il gioco ma non si paludano da Verità, lui, contrariamente al Giuseppe evangelico, salta alla ribalta con prepotenza e afferma di possedere la Verità. Ogni cosa che dice è una trovata risolutiva, ogni accenno che fa è dimostrazione di saperne più degli altri, di avere in mano la soluzione dei problemi, con la parola. La parola diventa arma che sconfigge la complessità, le lunghe frasi e le tematiche pesanti per la loro storia e la loro composizione si sciolgono in poche frasi, la parola d’ordine è: unanimità. Così chi lo sostiene lo fa per disperazione politica, passando sopra a quella veemenza e allo strisciante superleaderismo (come  definito da Federico Boni), o perché “ha scoperto i problemi dell’economia ascoltandolo”. Qui Beppe è l’ago che rompe la bolla autistica del cittadino senza più classe sociale e appartenenze e lo introduce in una nuova più accogliente bolla totale, la “piattaforma”, progetto di una connessione web non più caotica ma da lui amministrata ed ispirata sulla base di una visione generale non del tutto esplicita<b>.</b></p>
<p>Anche la vita privata di Beppe è poi oggetto che incarna i desideri del giovane maschio italiano: Beppe ha vissuto e vive di parole, artista e libero da condizionamenti, è ciò che  l’italiano mite, precario o sottomesso al lavoro non sa e non può; fa jogging, nuota e va in barca, ha una moglie (il nome non importa, non è nemmeno compagna di lotte o first lady, è lì e basta) piacevole e non italiana, un discreto conto in banca accumulato con i click degli AdWords di Google. Non vecchio né giovane, ondeggia nella mezza età, capace di catalizzare con spirito giovanile, la chioma brizzolata del saggio richiama il personaggio di Pinocchio. Ecco un’altra versione di animus e anima nell’inconscio collettivo italiano: La Fata turchina è Maria. Il Grillo parlante, che ha avuto il compito di fare da Super-io al burattino di legno, è Beppe. E si sa, il Super-io è bravo a stabilire le regole e ha il compito di punire le trasgressioni, è concentrato fuori da sé, un po’ come Travaglio (ma senza Complessità aperta in mano). Mentre Maria quindi è incarnazione dell’interno, del principio femminile, vero o falso che sia, del dialogo e dell’emotività, Beppe è l’incarnazione della rabbia punitiva verso gli altri e liberatoria verso se stessi, la fase finale della ricerca di libertà (dalle tasse, dai caporali? La libertà svolazzante del mondo virtuale diviene modello per quello reale,  ben differente nella sua concretezza materiale), quella libertà spesso venduta dai truffatori del Paese dei balocchi o della Casa delle libertà, a caro prezzo, agli ingenui cittadini. Giuseppe è a volte anche Mangiafuoco nella fantasia degli italiani (e di Bersani), la  volontà che si crede potenza, della finalità del rendere tutti unanimi, della conquista della maggioranza assoluta che trasforma tutti i burattini.</p>
<p>Così, gli adepti di Maria vengono scelti per ubbidienza e dedizione ma premiati con lo spettacolo di se stessi, mentre quelli di Beppe il Reclutatore restano incagliati nel sogno del potere assoluto, raggiungendo il quale, allora  e solo allora, sarà possibile ottenere ciò che si vuole, sconfiggere il “sistema” corrotto ed essere protagonisti, al fianco di Beppe, della Storia. Già le cinque stellette sembrano cucite sulle mostrine … riuscirà la massa a vedersi per quello che è e rendersi autonoma? L’Animus scuote la testa: l’altro, il contagioso, il marcio, il corrotto, il vecchio, l’ottuso, è il pericolo; facendo questo mostra una realtà inesistente, in cui tutti i mali sono stati causati da Altri. L’interlocutore, cioè, è presentato sempre come nemico e come un falso, al massimo come un inetto. Gli individui non iscritti, quindi  “nemici” o incapaci, scompaiono dietro l’ombra delle loro opposte e varie fazioni: non può esservi dialogo perché solo noi stessi rappresentiamo ciò che è degno e meritevole, non c’è bisogno di rappresentazione, di scenario e di soggetti differenti, con diverse storie, visioni ed esigenze. La politica dunque è un gioco senza senso (che brutta parafrasi del ‘Bene comune’ e di Simone Weil!), giostrato da chi si diverte a presentarsi “diverso” ma non lo è, perché l’unica “differenza” valida e vera deve essere contenuta in chi segue Beppe e lo sceglie come voce. L’iperbole del partitismo si accartoccia nel totalitarismo digitale per Beppe, l’iperbole dell’emozione si allarga nel circo della banalità per Maria. Così il qualunquismo diviene virtù, sia quello che ha solo amici, di Maria, che quello che ha solo Nemici, di Beppe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right"> 3 aprile 2013</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Testo preparatorio per il lavoro d’artista di Saverio Feligini alla quinta Biennale d’arte contemporanea promossa da Satura, Genova 2013. Di Saverio Feligini è l&#8217;immagine collage in apertura.]</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sulle chains di Django Unchained</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 23:01:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Renata Morresi Abbiamo visto Django. Finalmente sono riuscita ad organizzarmi con tutti gli altri e andare. Eravamo io, tre musicologi (classica, funk e remix post-mortem), il sociolinguista, la dialettologa, la storica dell&#8217;arte antica, il cinefilo fine conoscitore di macaroni Western, la Black feminist, lo studioso di Griffith, il laureando su Ford, gli eredi di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster-.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-44843" alt="django-unchained-poster-" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster-.jpg" width="560" height="784" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster-.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--68x96.jpg 68w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--27x38.jpg 27w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--153x215.jpg 153w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-unchained-poster--91x128.jpg 91w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p style="text-align: right">di <b>Renata Morresi</b></p>
<p align="JUSTIFY">Abbiamo visto <i>Django</i>. Finalmente sono riuscita ad organizzarmi con tutti gli altri e andare. Eravamo io, tre musicologi (classica, funk e remix post-mortem), il sociolinguista, la dialettologa, la storica dell&#8217;arte antica, il cinefilo fine conoscitore di macaroni Western, la Black feminist, lo studioso di Griffith, il laureando su Ford, gli eredi di Leone, il cultore di splatter-polizziottesco-gorno-peplum, la filologa di Black Vernacular English, l&#8217;istruttore di dressage, una piccola rappresentanza di ex-campioni olimpici di lotta greco-romana, l&#8217;esperto balistico, Demofilo Fidani, Spike Lee, gli immancabili tarantiniani doc che se ti sfugge un&#8217;allusione alla filmografia dell&#8217;ultimo secolo, come fai, dico, come, come puoi?? Io che in vita mia ho visto mezzo Spaghetti western e non so un beato nulla di Corbucci non avrei mai e poi mai – mi dicono – potuto godermi questo film con le sole mie forze.</p>
<p>Ah, c&#8217;era anche la mia amica Maria, che di tanto in tanto rilasciava un &#8220;aah&#8221;, di solito al manifestarsi di un muscolo ignudo del bell&#8217;attore protagonista. Mancava solo qualcuno che raccapezzasse qualcosa di un tema, macché, di un temino, di un riferimento del tutto marginale e secondario rispetto alla vera essenza del film: la storia dello schiavismo. O no?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-44844" alt="django on his knees" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-1024x589.jpg" width="700" height="402" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-1024x589.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-300x172.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-96x55.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-38x21.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-373x215.jpg 373w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees-128x73.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/django-on-his-knees.jpg 1110w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/seal-+flagellation1.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-44846" alt="seal +flagellation" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/seal-+flagellation1-1024x742.jpg" width="737" height="504" /></a></p>
<p><em>[Nelle immagini un fotogramma dal film, lo stemma di una associazione abolizionista (1837), e una incisione di fine &#8216;700 dalla biografia di tal J. G. Stedman, soldato olandese che racconta di come la ragazzina qui rappresentata fu scuoiata da due negrieri.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Magari lo schiavismo non è un soggetto così irrilevante per <i>Django</i> come si direbbe a leggerne le recensioni. E forse Tarantino, che ovviamente non ha fatto un film storico sulla schiavitù, come già in <i>Inglourious Basterds</i> non ha fatto un film di guerra sulla resistenza al nazismo, come in <i>Kill Bill</i> non ha fatto un film femminista sulla ricerca di self-empowerment, auto-determinazione, bla-bla, forse Tarantino qualcosa di interessante su come funziona/va la schiavitù l&#8217;ha detto comunque.</p>
<p>Vi dico le 4 cose interessanti sullo schiavismo moderno che Tarantino riesce a far emergere dalla sua fantasmagoria di pasticciacci intertestuali e gorgoglianti flutti (più che schizzi) di sangue. <span style="text-decoration: line-through">Poi</span> Insieme vi dico, in breve, come questo sta nella Storia (uh!) e perché gli/ci interessa. <span style="text-decoration: line-through">Infine</span> Intanto vi dico dove avrebbe potuto fare &#8216;meglio&#8217;, ma forse non poteva proprio farlo di default, poiché Tarantino non ha né la formazione, né la vocazione di occuparsi di qualsiasi comunità identitaria, preferendo – per nostra fortuna – dedicarsi a un&#8217;altra questione (radicata nell&#8217;americanità, benché oramai trasversale): i limiti dell&#8217;individuo.</p>
<p>E per boicottare sin da subito questo procedere assai powerpointiano comincerò con una domanda, che molti càndidos si son senza dubbio chiesti nel corso della vita, e che Calvin Candie/Leonardo di Caprio pone in uno dei momenti cruciali del film: &#8220;Perché gli schiavi non ci ammazzano tutti?&#8221; La risposta di Tarantino è assai circostanziata [qui cominciano gli spoiler]: sì, in effetti tra poco Django li ammazzerà tutti. La risposta della Storia (uh!) la danno nel cinema accanto: come mostra il film di Spielberg, sì, in effetti Lincoln vinse la guerra civile aprendo l&#8217;esercito ai neri, che in massa si arruolarono dal Nord e in massa disertarono l&#8217;esercito sudista e gli Stati di confine per unirsi all&#8217;Unione ed ammazzarli tutti. La risposta dei neri presenti sulla scena è nella non-reazione, nel silenzio: Django prima dovrà assicurarsi di poter salvare la moglie e poi potrà ammazzarli tutti. Se gli schiavi non si sono ribellati per ammazzarli tutti è perché il sistema schiavistico era abbastanza <i>intelligente</i> da proibire loro legalmente, con gli <i>Slave Codes</i>, la possibilità di riunirsi, portare armi, imparare a leggere e scrivere, e così via, persino di guardare i bianchi negli occhi (un simpatico reato conosciuto col nome di &#8220;reckless eyeballing&#8221;, &#8220;sguardo impudente&#8221;). E così <i>raffinato</i> da sfruttare le famiglie divise e le comunità affettive, la concorrenza tra disgraziati, nonché il senso di inferiorità instillato sin dalla nascita nei sottoposti, per tenerne in pugno, con il ricatto e la minaccia, a volte le blandizie, le sorti. E poi, certo, c&#8217;erano i cani.</p>
<p>Ecco la ricetta del dominio, dunque: una abile miscela di regolamenti e burocrazie (quanti attestati, carte e certificati vediamo in <i>Django</i>? in mezzo al carnaio c&#8217;è sempre qualcuno che cerca il documento giusto) e di continua intimidazione emotiva (oltre, evidentemente, al vecchio vizietto delle sevizie).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-44847" alt="runaway family" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-1024x881.jpg" width="700" height="602" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-1024x881.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-300x258.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-96x82.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-38x32.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-249x215.jpg 249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family-128x110.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/runaway-family.jpg 1046w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><em>[Un volantino del 1847 mostra quale fosse la preda preferita dei cacciatori di taglie.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le 4 cose dello schiavismo che ho promesso. Una l&#8217;ho pensata nella piantagione di Spencer &#8216;Big Daddy&#8217; Bennett/Don Johnson, il disgustoso di-bianco-vestito piantatore e datore di lavoro dei sadici Brittle Brothers, che sta lì lì per guidare la scorreria del proto-Ku-Klux-Klan (quello ufficiale fu fondato solo dopo la Guerra civile). Se ne sta in cima alla scalinata bianca della sua bianca magione, immerso nel suo harem di giovani schiave, servitori neri, domestici mulatti, lacché, dipendenti, staffieri di varie gradazioni, ineffabili ragazzine di chissà quale discendenza. Nel momento in cui scopre che Schultz e Django sono in realtà cacciatori di taglie che hanno legalmente ammazzato i tre sorveglianti lo vediamo circondato dalla sua corte variopinta. Il quadretto mi ricorda l&#8217;affanno con cui gli pseudo-scienziati illuministi computavano le razze, le loro inafferrabili classificazioni: da mulatto a meticcio a octoroon a sangue-misto e così via, un nome per il figlio di ogni stupro. Eccoli lì tutti assieme. Il confine tra bianco e nero continuamente smentito dall&#8217;abuso sessuale delle schiave, i cui figli, non importa il colore della pelle, sarebbero a loro volta divenuti proprietà. Il confine tra bianco e nero continuamente ribadito dal diritto e dalla &#8216;scienza&#8217;, che stabilivano (=INVENTAVANO) la diversità (e i metodi per ammansirla). Il meccanismo innescato da questo dispositivo sessual-scientifico-legislativo ne garantiva la &#8216;naturalezza&#8217;, l&#8217;invisibilità. [È poi così lontano da certe invocazioni odierne a &#8220;l&#8217;ordine naturale&#8221;?]</p>
<p>Due: il razzismo e lo schiavismo non sono esattamente la stessa cosa. Insomma, se si trattasse solo di mostrare che la schiavitù era brutta e cattiva a un pubblico che intuisce che la schiavitù è brutta e cattiva e vuole rallegrarsi di saperla giusta vedendo tutte quelle bruttezze e cattiverie, non ci sarebbe molto da dire. Se fosse solo lo schiavismo sarebbe (quasi) anacronistico. Il razzismo è altro, e già allora era lungi dal riguardare solamente alcuni bianchi cattivi perseguitanti alcuni neri buoni. Il maggiordomo Stephen/Samuel L.Jackson è forse il più &#8216;razzista&#8217; della storia: per quanto Candie lo immagini inferiore e sottomesso, è lui ad intuire il gioco dei due compari, è lui che decifra la scena al padrone, è lui che suggerisce che il &#8220;campo&#8221; sia la punizione peggiore. Perché lo fa? Perché no? Ognuno si salva come può e il razzismo è una forza che va ben oltre l&#8217;idea di &#8220;razza&#8221;.</p>
<p>(Certo, Tarantino è molto interessato a questa affermazione individuale, assai meno alle qualità di resilienza di una comunità. È molto interessato allo &#8220;stato di eccezione&#8221; nelle sue manifestazioni singolari, a cosa fa Uno/a VS Rest of the World nell&#8217;omonimo videogioco, piuttosto che alla resistenza dei paria. Di solito, negli altri film, si intuisce che si comincia da capo: i nemici si rigenerano, Hans Landa diventa un bravo americano, e si passa allo schema successivo. Per questo <i>Django</i> risulta un po&#8217; piatto: non c&#8217;è trucco non c&#8217;è inganno, alla fine l&#8217;eroe vince, i cattivi sono sconfitti. E tutti vissero&#8230; o non è andata così?)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/iron-mask.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-44849" style="width: 702px;height: 705px" alt="iron mask" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/iron-mask.jpg" width="702" height="745" /></a></p>
<p><em>[In </em>Django<em> si vedono i collari, ma, se non ricordo male, non le maschere di ferro, all&#8217;interno delle quali era sistemata una piastra che andava a incastrarsi nella bocca per impedire di parlare. Questa è una incisione del 1807.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tre: Simone Weil scrive che vi è qualcosa in comune tra ignorare un grido di dolore e provare voluttà quando viene lanciato. Questo secondo stato d&#8217;animo è una forma attenuata del primo. Per questo si persevera con compiacenza nell&#8217;ignoranza: ignorare che un altro esista significa espandere i limiti dei propri desideri. &#8220;Ogni espansione immaginaria di quei limiti è voluttuosa&#8221;, scrive Weil, &#8220;[p]er questo la schiavitù è così piacevole per i padroni&#8221;. Che vuol dire? E perché penso che c&#8217;entri con la famigerata scena di lotta tra i Mandingo? Ce n&#8217;erano di torture e orrori da mostrare dritti dritti dall&#8217;ante-bellum Sud: perché inventarsi la storia delle battaglie all&#8217;ultimo sangue? Eh, Tarantino, geniaccio, quant&#8217;è vero il tuo gusto per il meta-spettacolo&#8230; quanto ti piace mostrarci una stanza chiusa, dentro cui va in scena uno spettacolo immondo, si intrecciano tante forze dichiarate e sottese, tanti livelli di lucidità e libidine, i sadici che urlano, l&#8217;amante che ammicca, il barista che lucida il bicchiere / quanto ti piace pensare a noi in una sala chiusa, che sgranocchiamo patatine, urliamo, ridiamo, tratteniamo il fiato, inorridiamo e, in sostanza, ci divertiamo un sacco alla scena del sopra detto immondo spettacolo. Non siamo complici, lo so, però lo capiamo. lo capiamo.</p>
<p>Quattro: forse l&#8217;ho già detto. Lo schiavismo fu una ingegnosa mescolanza di diritto e sopraffazione, di colore della pelle e status giuridico: non tutti i neri erano schiavi, per esempio, ma tutti gli schiavi erano &#8216;neri&#8217;, anche quelli che le unioni interrazziali avevano reso bianchissimi. È questo <i>contratto</i> <i>civile</i> ad aver reso lo schiavismo tale roccaforte nel bel mezzo della modernità. Mentre costruivano i metrò e scoprivano i pianeti, mentre Freud sgambettava bimbetto e Pasteur si dava da fare coi microbi, alcuni si prodigavano a dimostrare l&#8217;inferiorità di coloro che andavano martoriando. Non è una contraddizione tra progresso e barbarie, ma una delle versioni più diffuse del loro vicendevole radicamento nella ricerca dell&#8217;utile. I Big Daddy e i Candie sono comunque sempre mossi dai dollari favoleggiati dagli Schultz. Ai denti dei loro cani quello oppone il grande dente pubblicitario in cima alla sua carrozza. E tutti sparano allegramente, chi per &#8220;<i>retribution</i>&#8221; (=vendetta), chi per <i>retribuzione.</i></p>
<p>Non è neanche una gran novità per noi venuti dopo Auschwitz. (Ormai per sempre, fino alla fine dei tempi, <i>dopo</i>.) Come Tarantino ci ricorda per bocca di Stephen, il peggio verrà nel &#8220;campo&#8221;. Ma perché questo ci piaccia tanto, perché questo ci faccia sentire vivi, è interessante. E non so bene se è perché la cosa ormai non &#8216;ci&#8217; riguarda, o se è perché la troviamo stranamente famigliare, il lampo di un ammonimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Immagini tratte da:</em></p>
<p>The Atlantic Slave Trade and Slave Life in the Americas: A Visual Record.<br />
http://hitchcock.itc.virginia.edu/Slavery/index.php</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>House Divided: The Civil War Research Engine at Dickinson College. http://housedivided.dickinson.edu&#8221;&gt;http://housedivided.dickinson.edu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>YouTube, Google Images</p>
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		<title>Senza materialismo, ovvero la sinistra opinionista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 06:59:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Rocco Ronchi Da tempo la sinistra italiana ha fatto del materialismo solo una delle tante «tradizioni» che (faticosamente) convivono all&#8217;interno della sua imprecisata galassia ideologica, quasi il retaggio polveroso di un&#8217;epoca definitivamente tramontata. I destini del materialismo, come metodo di analisi e come fondamento della prassi politica, e quelli della sinistra politica non sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/dietzgen.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-32772" title="dietzgen" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/dietzgen-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Rocco Ronchi</strong></p>
<p>Da tempo la sinistra italiana ha fatto del materialismo solo una delle tante «tradizioni» che (faticosamente) convivono all&#8217;interno della sua imprecisata galassia ideologica, quasi il retaggio polveroso di un&#8217;epoca definitivamente tramontata. I destini del materialismo, come metodo di analisi e come fondamento della prassi politica, e quelli della sinistra politica non sono inscindibilmente legati. Ne fa fede, appunto, la nostra sinistra. Vale però la pena di chiedersi che cosa diventi una sinistra senza materialismo.<br />
La risposta non è difficile. Diventa quello che effettivamente è oggi in Italia: un movimento di «opinione» che contende ad altre «opinioni» il diritto di essere opinione «dominante». L&#8217;arena della contesa è la sfera dell&#8217;«opinione pubblica». Su tale opzione di fondo si è costruita l&#8217;ipotesi del partito democratico. Fin dalla scelta del nome è resa esplicita l&#8217;intenzione programmatica di rompere con l&#8217;eredità «materialista» del passato. Un riferimento anche vago al «socialismo» lo avrebbe invece implicato.<br />
Le conseguenze di questa precisa opzione ideologica sono la cronaca politica degli ultimi anni. In primo luogo, quel fenomeno registrato dalla chiacchiera giornalistica come «buonismo» e stigmatizzato dagli avversari come difetto di «realismo». <span id="more-32771"></span>Divenuta opinione, la sinistra non può infatti che essere la paladina delle buone intenzioni e delle buone pratiche contro le cattive intenzioni e le cattive pratiche attribuite sistematicamente all&#8217;avversario. Nell&#8217;ambito della contesa politica, essa si autocomprende come la portatrice dell&#8217;opinione vera &#8211; vera perché disinteressata, vera perché votata al bene pubblico &#8211; di contro all&#8217;opinione falsa perché viziata dall&#8217;interesse privato e dal calcolo egoistico. D&#8217;altronde la verità di tale opinione non può avere altro fondamento che una persuasione cocciuta. Nessuna scienza, infatti, la sorregge e la giustifica, dal momento che il materialismo come scienza della prassi è stato liquidato dalla stessa sinistra come inutilizzabile ferrovecchio «marxista».<br />
In secondo luogo, il moralismo e lo snobismo estetico. Fattasi questione di opinione, la lotta politica cessa di essere «politica». Prende piuttosto la forma prepolitica e impolitica del ribrezzo morale e della ripugnanza estetica. Non ha torto Berlusconi quando afferma di essere il collante dell&#8217;opinione di sinistra («il partito di Repubblica»). In tanti, in questi ultimi anni, hanno avuto modo di constatare come persone indubbiamente «di destra» si siano risolte a fiancheggiare la sinistra, perché per cultura, per rettitudine morale, per buona educazione, trovavano insopportabile &#8211; sul piano estetico e su quello morale &#8211; le performance del capo e della sua oscena cricca. Il giudizio politico era sostanzialmente irrilevante. Ora, il sentimento di disgusto è certamente giustificato, tuttavia c&#8217;è da chiedersi se possa essere efficace per una trasformazione reale dello stato di cose, se possa funzionare politicamente o se non sia piuttosto il segno di una metamorfosi della sinistra in una specie di «ceto sociale» (ampio ma minoritario) caratterizzato dalla condivisione intellettuale degli «eterni ideali» del buono, del bello, del vero e del giusto. Presso questi palati idealisti il «buon gusto» sostituisce la «coscienza di classe» e il Kitsch &#8211; definito dallo scrittore Hermann Broch l&#8217;equivalente estetico del male morale &#8211; diviene il nemico da combattere. In tempi certamente più duri dei nostri e, perlomeno, altrettanto privi di speranza, un vecchio materialista come Bertolt Brecht si faceva beffe di questo genere di sinistra. Invece dei leghisti, doveva fronteggiare Hitler all&#8217;acme della sua potenza, eppure lanciava frecciate al vetriolo agli intellettuali di sinistra che vendevano <em>Ansichten </em>o <em>Meinungen </em>(opinioni) all&#8217;angolo della strada, credendo «idealisticamente» che «persino il fatto che avete fame dovete apprenderlo dai libri» (la citazione è tratta da <em>Dialoghi di profughi</em>, opera di sconcertante attualità composta durante l&#8217;esilio finlandese di Brecht e che da tempo immemorabile è purtroppo sparita dalle nostre librerie)<br />
Infine, la contraddizione ultima in cui si viene a trovare una sinistra mondatasi dal materialismo: essa diviene movimento d&#8217;opinione nel momento in cui, per ragioni esclusivamente materiali, la sfera dell&#8217;opinione pubblica è venuta meno. Il consenso razionale che la sinistra cerca suppone infatti un&#8217;opinione pubblica di taglio kantiano, una specie di grande «coro» composto da uomini liberi e assennati di fronte al quale gli attori della scena politica devono proporre le loro opinioni. Con il voto l&#8217;opinione pubblica giudicherebbe e la palma del vincitore dovrebbe andare all&#8217;opinione migliore. Tale supposizione «razionalistica» (molto «alla Habermas») spiega perché poi, sotto sotto, a dispetto delle tante botte prese, la sinistra non riesca a farsi una ragione delle sue ripetute sconfitte e inclini così verso il risentimento e il disprezzo aristocratico nei confronti di quella stessa gente che vorrebbe persuadere.<br />
Ma l&#8217;opinione pubblica non è la sfera della libera discussione razionale. È piuttosto un prodotto artificiale, una costruzione materiale dei media. A caratterizzarla sono paura dell&#8217;isolamento e gregarismo, mimetismo e violenza. Un materialista non coltiva illusioni sulle masse e non matura, quindi, risentimenti elitari. Un materialista sa, come scrive Jean Paul Sartre nella <em>Critica della Ragion dialettica</em>, che le opinioni della maggioranza si producono per contagio, in quanto ognuno nella massa pensa, desidera e «opina» secondo l&#8217;Altro. Gramsci fissava materialisticamente nell&#8217;egemonia l&#8217;obiettivo della pratica politica socialista: per cominciare a vincere bisognava cioè occupare il posto dell&#8217;Altro, divenire il principio di un nuovo contagio emotivo ed ideologico. Gilles Deleuze, negli anni &#8217;70, parlava di «concatenazioni collettive di enunciazione» che si devono diffondere epidemicamente. La destra lo fa quotidianamente occupando militarmente le casematte della comunicazione sociale. Ignorare o sottovalutare questo livello dello scontro, fare spallucce quando si solleva la questione «materiale» della comunicazione e del suo monopolio di fatto, dando a intendere che si hanno ben altri e più profondi problemi di cui occuparsi, significa per la sinistra abdicare in anticipo al proprio ruolo critico.<br />
Il materialismo aveva assicurato alla sinistra un fondamento scientifico. La «novità» del marxismo rispetto all&#8217;eterna e indeterminata fame di giustizia, che caratterizza strutturalmente un&#8217;umanità gettata in una situazione di «penuria» (l&#8217;espressione è ancora del Sartre «dialettico»), è tutta qui. Gli offesi, per una volta, hanno avuto a disposizione per la loro lotta, non una morale, ma una scienza: una scienza della storia e una scienza della natura. Con il marxismo, la filosofia, come scienza della verità, è entrata prepotentemente nell&#8217;arena della lotta politica e gli offesi hanno finalmente potuto fare a meno di una morale astratta, con il suo corredo ideologico di ideali e di valori. Brecht lo aveva capito benissimo: divenuti scienziati materialisti, gli ultimi si potevano liberare dal ricatto della virtù, alla quale venivano educati per sopportare stoicamente la loro miseria oggettiva. Il marxismo, per lui, assume il valore del Metodo, nel senso cartesiano e scientifico del termine. Lo qualifica con l&#8217;aggettivo «Grande» perché assicura non solo la conoscenza certa ma anche la liberazione dell&#8217;uomo e la possibilità di una vita finalmente «gentile», «al di là del bene e del male» (il marxismo di Brecht, da questo punto di vista, è profondamente nietzscheano). Senza tale incondizionata fiducia nella filosofia (cioè nella scienza), perfino gli orrori del comunismo, vale a dire la sua strutturale amoralità pragmatica, resterebbero senza spiegazione.<br />
Alle spalle della sinistra attuale non vi è allora, come ingenerosamente si crede, il vuoto delle idee. L&#8217;imprecisione ideologica che la caratterizza, financo nel nome (che vuol dire infatti «democratico»?), è figlia di una crisi schiettamente filosofica. Non è soltanto la crisi del Grande Metodo quella che genera la nostra sinistra «post-moderna» e «post-materialista», ma è la crisi dell&#8217;idea stessa di scienza, della possibilità cioè di fondare la prassi concreta su di una episteme stabile (della società e della natura). Una crisi tutta novecentesca della quale è perfino inutile tracciare la storia tanto è nota. Venuto meno il rapporto con l&#8217;Assoluto, non restavano che i valori, gli ideali eterni di giustizia, le tradizioni più o meno nobili alle quali fare riferimento e con le quali sperare di persuadere una opinione pubblica artefatta: le «opinioni», insomma. L&#8217;alternativa di fronte alla quale una sinistra «leggera» si è trovata a scegliere era, dopotutto, quella posta dal vecchio Platone all&#8217;inizio della filosofia: o scienza o opinione, verità o retorica, pedagogia o seduzione. Se oggi le si rimprovera di assomigliare troppo al suo avversario è perché, rinunciando al materialismo, la scelta era obbligata: opinione, retorica, seduzione.<br />
Il vicolo cieco nel quale si è cacciata è ben espresso da una grande mistica cristiana, materialista e platonica, Simone Weil. La Weil osservava, infatti, che quando le opinioni regnano sovrane, quando la scienza non è più in grado di guidare l&#8217;azione, la sola legge che decide quale opinione prevarrà è quella della forza e del prestigio: forza e prestigio della retorica, forza e prestigio del denaro, forza e prestigio delle armi. Tutte doti, lo sappiamo, date in grande profusione proprio all&#8217;avversario che vorremmo combattere. Se, dunque, non si vuole assistere alla definitiva metamorfosi della sinistra in ceto sociale minoritario, la questione teorica e pratica del materialismo (il Grande Metodo) deve essere posta all&#8217;ordine del giorno. Lo si dovrà fare però senza indulgere in tentativi ingenui di «rifondazione». La crisi del materialismo, la crisi novecentesca dell&#8217;episteme, dunque anche la crisi del marxismo, deve essere parte integrante nel nuovo discorso teorico materialista. Le ragioni che rendono allora particolarmente interessante oggi la lettura di un testo giudicato per molto tempo <em>out of date</em> come la <em>Critica della Ragion dialettica</em> di Jean Paul Sartre sta proprio nella sua pretesa di andare materialisticamente oltre il materialismo storico e dialettico.<br />
In un saggio denso, arduo e appassionante titolato <em>La materia della storia. Prassi e conoscenza in Jean Paul Sartre</em> (Ets, Pisa 2009), che ha il sapore del corpo a corpo intellettuale con un pensiero difficile e sfuggente, Florinda Cambria ha chiamato questo esperimento «materialismo assoluto». Sartre, scrive, non pensa la materia come dato inerte o come fatto costituito, ma come prassi in atto, come un farsi che si fa e che non è mai completamente fatto, e spoglia questo fare dalla dimensione «soggettiva» e «umana» che sembrerebbe implicare (anche nel suo pensiero precedente), per restituirlo allo «sfondo di immanenza» che lo contiene. C&#8217;è insomma fungente alle nostre spalle una specie di totalità aperta e in divenire che ci «avviluppa» (l&#8217;espressione è di Sartre), in cui i confini dell&#8217;organico e dell&#8217;inorganico, del naturale e della protesi tecnologica, dell&#8217;umano e del non umano, sfumano fino a perdersi.<br />
La materia dei materialisti assoluti assume allora i contorni di questa totalità che non è né storia umana né natura oggettiva e che non cessa di presentarsi, con le sue «esigenze», in tutte le concrete «situazioni di penuria e di lotta» nelle quali siamo gettati.<br />
Kalle e Ziffel, i due protagonisti del <em>Dialogo di profughi</em> di Brecht, avrebbero senz&#8217;altro apprezzato questo modo profondamente spinoziano di parlare della materia, così diverso, a giudizio di Ziffel, da quello dei «tedeschi» (cioè degli intellettuali), «i quali sono poco dotati per il materialismo. Anche quando ce l&#8217;hanno, ne fanno subito un&#8217;idea, e allora è materialista uno che crede che le idee derivino dalle condizioni materiali e non viceversa, e della materia non se ne parla più». Parlarne nuovamente è invece oggi assolutamente necessario. Per questo bisogna salutare come un importante evento editoriale la recente pubblicazione del dimenticato libro di un trascurato autore «marxista», Josef Dietzgen, <em>L&#8217;essenza del lavoro mentale</em> (Mimesis), un autodidatta di genio, conciatore di pelle e agitatore rivoluzionario internazionalista, che aveva suscitato, al suo primo apparire, nel 1869, gli entusiasmi di Marx e di Engels (il volume contiene inoltre in appendice la prima edizione critica integrale in italiano della Acquisizione della filosofia del 1895). Come ricorda il curatore del volume, Paolo Sensini, Dietzgen, muovendo da un&#8217;analisi materialistica del processo della conoscenza, spinge la sua ricerca fino all&#8217;elaborazione di una nuova filosofia della natura, di indubbio sapore spinoziano, nella quale la materia si spoglia della sua veste «metafisica» e «filosofica». Non più semplice cosa inerte data in spettacolo a un soggetto separato ma totalità che ci avvolge da ogni parte e di cui la conoscenza è un aspetto costitutivo, una continuazione con altri mezzi, quelli caratteristici della specie umana, come la funzione clorofilliana lo è per le piante. «Lo spirito umano, scrive Dietzgen, spiegato filosoficamente e che si autoriconosce, è un frammento, una parte della natura assoluta». Parole insolite per un materialista «duro e puro», che ci ricordano però come «materialismo», per i socialisti, non fosse soltanto sinonimo di una «teoria» ma indicasse una prassi avente come meta nientemeno che la reintegrazione dell&#8217;uomo nell&#8217;assoluto.</p>
<p><em>(pubblicato su </em>il manifesto<em>, 11/4/2010)</em></p>
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