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	<title>Sirene &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La facoltà di non rispondere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Gigi (Luigi) Spina]]></category>
		<category><![CDATA[IA]]></category>
		<category><![CDATA[odissea]]></category>
		<category><![CDATA[Sirene]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Gigi Spina</b> <br />Per quanto il silenzio sia stato analizzato e praticato anche nelle culture antiche, molto spesso negli àmbiti religiosi, o imposto nei regimi autoritari, l’idea di una libertà di silenzio è più recente e non ha ancora sfruttato, a mio parere, le potenzialità che il mondo caotico della comunicazione odierna le offre come scelta etica (individuale) e politica (collettiva).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121856" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/images.jpg" alt="" width="225" height="224" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/images.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/images-150x149.jpg 150w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Libertà di silenzio</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Gigi Spina</strong></p>
<p style="text-align: right;">A proposito delle cascate di note,<br />
come quelle del pianista Art Tatum,<br />
noto per la sua velocità, quella tecnica<br />
troppo piena, come diceva Gillo Dorfles,<br />
è un pericolo non solo nella musica,<br />
ma anche nel parlare e nello scrivere.<br />
In musica devi dare tempo alle persone<br />
di rielaborare il suono, perché il suono è<br />
infinito. Se non lasci spazio agli armonici<br />
di una nota, non la godi fino in fondo.<br />
In una città rumorosa come Milano,<br />
questo è difficile, gli armonici non li senti.<br />
Nel silenzio, invece, ci sono. Per questo<br />
mi sono dedicato molto anche al suono<br />
del silenzio. Anche il silenzio ha un suono,<br />
come diceva John Cage. Il silenzio, il suono,<br />
tutto entra in questo spazio e crea una<br />
musica particolare.</p>
<p style="text-align: right;">Intervista a Enrico Intra, <a href="https://www.musicajazz.it/musica-jazz-febbraio-2026/">“Musica Jazz”, febbraio 2026</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, nei film di ambientazione giudiziaria, magari pronunziata dopo un momento di sofferta riflessione. Un silenzio garantito sostanzialmente dalla Costituzione, nell’ambito del processo accusatorio, in cui tocca all’accusa dimostrare la colpevolezza dell’imputato. Anche di questo abbiamo sentito parlare molto in Italia durante i dibattiti suscitati dal recente referendum sulla giustizia.<br />
Facoltà di non rispondere = libertà di silenzio (freedom of silence): l’equivalente, se non l’estensione, altrettanto significativa, della libertà di parola.<br />
Si ricorderà che, durante gli esami di maturità del 2025, alcuni/e candidati/e si rifiutarono di rispondere all’esame orale, come forma di protesta per la situazione della scuola in Italia. Dal 2026 questa pratica, la cosiddetta “scena muta”, viene sanzionata con la bocciatura.<br />
L’espressione “scena muta”, d’altra parte, se sembra nata proprio nell’àmbito dell’esperienza scolastica, vissuta o narrata, come involontaria mancata risposta per impreparazione a una domanda, ricopre anche l’àmbito teatrale, riferita a un momento nel quale i personaggi in scena non parlano.</p>
<p>Questa nuova, per certi aspetti, forma di liberà di silenzio potrebbe essere criticata per la scelta dell’occasione e la sproporzione fra il gesto e la punizione prospettata.<br />
Si ripropone, perciò, la valutazione del kairòs, del momento opportuno, proprio come in un noto frammento di Democrito (68 B 226 DK) che cito con una traduzione personale:<br />
Οἰκήιον ἐλευθερίης παρρησίη, κίνδυνος δὲ ἡ τοῦ καιροῦ διάγνωσις.<br />
La parrhesia sta di casa nella libertà. C’è un rischio, però: come si riconosce il momento opportuno per parlare?<br />
In gioco, per Democrito era proprio la parrhesia, la libertà di dire tutto ciò che si pensa e si crede. Fin dalla scoperta del termine antico, parrhesia, nato, per quello che ne sappiamo, sulla scena euripidea, è alla parola che preferibilmente si rende omaggio, assegnandole uno spazio non negoziabile, che solo i tiranni o i dittatori possono permettersi di mettere in dubbio. E, in genere, ne pagheranno le conseguenze, prima o poi.<br />
Per quanto il silenzio sia stato analizzato e praticato anche nelle culture antiche, molto spesso negli àmbiti religiosi, o imposto nei regimi autoritari, l’idea di una libertà di silenzio è più recente e non ha ancora sfruttato, a mio parere, le potenzialità che il mondo caotico della comunicazione odierna le offre come scelta etica (individuale) e politica (collettiva).<br />
Ma vorrei fare di nuovo un passo indietro nel tempo, cercando di suggerire come si possa cogliere questa novità rileggendo in forma diversa alcuni miti antichi. Uno, in particolare: quello delle Sirene.</p>
<figure id="attachment_121854" aria-describedby="caption-attachment-121854" style="width: 978px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-121854" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0.jpg" alt="" width="978" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0.jpg 978w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0-300x123.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0-768x314.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0-150x61.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/164715096-47888633-3ede-464f-b798-9c723c2e92f0-696x285.jpg 696w" sizes="(max-width: 978px) 100vw, 978px" /><figcaption id="caption-attachment-121854" class="wp-caption-text">La folla silenziosa mentre parla Berlinguer &#8211; foto di Mimmo Jodice</figcaption></figure>
<p>Le Sirene appaiono nel XII canto dell’Odissea, una delle ultime narrazioni che Odisseo fa, in prima persona, delle proprie avventure durante il difficile ritorno a Itaca. Naufragato sull’isola dei Feaci, su cui regna Alcinoo con la regina Arete e la figlia Nausicaa, Odisseo rivela alla fine il suo nome e risponde alla richiesta del re di raccontare, quasi come un aedo (il cantore che recitava a memoria i versi omerici per le comunità che visitava), la propria storia recente. Della quale fanno parte le Sirene, esseri ancora misteriosi nei versi omerici (poi saranno più esplicitamente donne-uccello e donne-pesce), capaci di affascinare col proprio canto i marinai che rimangono ad ascoltarle fino alla consunzione, dimentichi di essere sulla via del ritorno verso casa. Solo che Odisseo è stato avvertito da Circe di tale pericolo. La dea maga gli ha suggerito di spalmare di cera le orecchie dei marinai e di farsi legare all’albero della nave, durante il passaggio dinanzi all’isola delle Sirene, in modo che i marinai non le ascoltino e che lui, pur ascoltando, non ceda al loro fascino.</p>
<p>Un episodio, questo, che ha avuto una fortuna straordinaria, nel senso che ha attraversato i secoli e le culture suggerendo allegorie, interpretazioni e simbologie le più varie, nonché riscritture anche originali. Finché nel 1917 Franz Kafka non esitò a stravolgere il mito stesso. Partiva da una annotazione che precedeva un racconto breve. L’amico Max Brod lo pubblicò col titolo Das Schweigen des Sirenen: Il silenzio delle Sirene. Kafka, in realtà, voleva ricavare dall’esperienza di Odisseo una massima di vita anche per la modernità: «Dimostrazione del fatto che anche mezzi insufficienti, anzi infantili, possono servire alla salvezza». Il riferimento era, ovviamente a cera e corde, anche se Kafka seguiva una variante del mito già diffusa, secondo la quale anche Odisseo aveva le orecchie spalmate di cera ed era legato all’albero della nave. Ma poi attribuiva alle Sirene una scelta contro corrente (antimitica, potremmo dire), quasi fossero stanche di quella routine che le costringeva a cantare per affascinare tutti i marinai di passaggio. Le Sirene avevano infatti un’arma più potente del canto, il loro silenzio, come forma spiazzante su quel nuovo avversario che passava dinanzi alla loro isola provvisto di mezzi infantili. Lascio a Kafka (e ai suoi lettori) lo sviluppo concettuale del breve racconto: mi accontento di annotare come la mossa spiazzante delle Sirene possa diventare un ottimo esempio di risposta altrettanto spiazzante a una libertà di parola (di canto) che sembra diventare, nel nostro mondo sempre collegato e intercomunicante, più che una libertà o un diritto, un obbligo, con esiti spesso non positivi.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-121853" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia.jpeg" alt="" width="2048" height="1536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-1024x768.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-560x420.jpeg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-80x60.jpeg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-150x113.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-696x522.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-1068x801.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-1920x1440.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/SirenaSilivaRotondellaTaranto-copia-265x198.jpeg 265w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Se, in qualche modo, il free speech è stato anche responsabile, nonostante la sua storia gloriosa, delle derive wokiste, della semplificazione sloganistica, dell’armamento delle parole, della inevitabilità della polemica al ribasso e al peggio, è solo il free silence che può aiutare a invertire la rotta, dopo aver messo un freno all’ipocrita rivendicazione della libertà di parola anche quando una responsabile valutazione del kairòs suggerirebbe di tacere.<br />
Il free silence andrebbe praticato a partire dai singoli individui negli spazi della loro intercomunicazione attraverso i social. Quasi una bandiera di rottura della routine e della trafila sconsiderata: affermazione forte – risposta provocatoria – controprovocazione ancora più forte.<br />
Ultimamente, a proposito di temi sensibili come le guerre in corso, è stata spesso usata la tecnica del blocco dei commenti a post con prese di posizioni esplicite. Lo so, mi riferisco a un social da anziani, facebook, ma sono convinto che non si possa ancora rinunziare a un mezzo che “ha fatto anche molte cose buone”. Certo, in questo caso il silenzio, nel senso di impossibilità di risposta, è imposto, ma può servire anche a indurre un momento di free silence che serva a mettere da parte la trafila prima indicata e rimettere lo scambio di parole su nuove basi.<br />
E poi, oltre alle scelte individuali, dovrebbero esserci le scelte di gruppi, comunità, collettivi, e perché no, partiti, istituzioni formative, sedi parlamentari, fino agli stessi media, che potrebbero scegliere in particolari circostanze non l’inutile “minuto di silenzio”, ma quote significative di free silence finalizzato a scopi ben precisi. Insomma, una sorta di manifesto nel quale si rivendichi, nei momenti opportuni (a ciascuno il proprio kairòs) e da parte di ciascuna collettività anche politicamente non omogenea, la difesa insieme del free speech e del free silence come nuove frontiere di una democrazia e di una convivenza mature.<br />
Come ci si esercita nel discorso, così ci si potrebbe esercitare nel silenzio: ripeto, sia a livello individuale che collettivo, perché se ne colgano le positività e li si possa continuare a rivendicare entrambi liberi e non irreggimentati.<br />
Sì, perché non si può solo “mettere a tacere”, si può anche “mettere a parlare”: costringere a una presa di posizione, a un pronunciamento quando ancora non ci sono le condizioni, la consapevolezza. Si può anche costringere a parlare, e non certo sotto tortura; ostentando gerarchie, poteri avvolgenti e mascherati, fedeltà mal riposte, unanimismi in realtà inesistenti.<br />
Bisogna evitare, naturalmente, che in questa nuova ecologia della comunicazione il silenzio si identifichi con l’assenso. No, il free silence potrà anche essere assenso, ma il più delle volte dovrà essere un’inversione della direzione presa da una comunicazione malata, violenta, provocatrice.<br />
Pensateci, pensiamoci: abbiamo i mezzi, le tecnologie, fino all’IA, che spesso possono anche “fare cose buone”.</p>
<p align="justify"><strong><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Consigli di lettura.</span></strong></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Ho preferito comporre il mio intervento come un esempio di <i>free speech</i>, senza note. Quelle che seguono, ora, sono note di <i>free silence</i>, che servono a prendersi una pausa per meditare meglio e per riacquistare la voglia e la curiosità di informarsi per decidere meglio, per prendere meglio posizione sullo stesso <i>speech</i>.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Sul silenzio, di recente, Nicoletta Polla Mattiot, che lo studia da anni: <i>Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita</i>, Einaudi, Torino 2026. Qualche cenno ai silenzi nell’antichità: Giorgio Ieranò e Luigi Spina, <i>Antichi silenzi</i>, Mimesis, Udine-Milano 2015.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Su Democrito e tanto altro, rinvio a un mio intervento inedito, pdf scaricabile dal sito <span style="color: #0563c1;"><u><a href="http://www.luigigigispina.altervista.org/">www.luigigigispina.altervista.org</a></u></span>: sezione Retorica, n. 341.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Sulla <i>parrhesia</i> ho cominciato a scrivere in anni lontani: <i>Il cittadino alla tribuna. Diritto e libertà di parola nell’Atene democratica</i>, Liguori, Napoli 1986; vedi anche L.S., <i>Parrhesia e retorica: </i><span style="color: #000000;"><i>un</i></span><i> </i><span style="color: #000000;"><i>rapporto difficile</i></span><span style="color: #000000;">, “Paideia” 60, 2005, pp. 317-346. Alcuni temi sono stati recuperati nel mio recente volume </span><span style="color: #000000;"><i>Retorica quotidiana. Quattro modi per muovere le idee</i></span><span style="color: #000000;">, prefazione di Laurent Pernot</span><span style="color: #000000;"><i>, </i></span><span style="color: #000000;">Damiani, Milano 2026.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="color: #000000;">Sul mito delle Sirene e su Kafka rinvio al volume: Maurizio Bettini e Luigi Spina, </span><span style="color: #000000;"><i>Il mito delle sirene</i></span><span style="color: #000000;">, Einaudi, Torino 2007.</span></span></p>
<p align="justify">
<p align="justify">
<p align="justify">
<p align="justify">
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		<title>Le Sirene sono ovunque</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/07/le-sirene-sono-ovunque/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Grazia Famiglietti]]></category>
		<category><![CDATA[marco viscardi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Parthenope]]></category>
		<category><![CDATA[Sirene]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Marco Viscardi</b> <br />
Tanti sono i racconti delle loro origini, e fra questi c’è chi le vuole figlie della Terra, ma non della  Grande Madre Gea, ma di Chton: la crosta sottile che separa il mondo dei vivi dal regno capovolto degli inferi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3436686120_4e7b794e37_c.jpg" alt="" class="wp-image-120558" width="600" height="451" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3436686120_4e7b794e37_c.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3436686120_4e7b794e37_c-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3436686120_4e7b794e37_c-768x577.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3436686120_4e7b794e37_c-559x420.jpg 559w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3436686120_4e7b794e37_c-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3436686120_4e7b794e37_c-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3436686120_4e7b794e37_c-696x523.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3436686120_4e7b794e37_c-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Napoli, Fontana di Spinacorona [detta <em>delle sizze</em>]<br />da <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.flickr.com/photos/craggyisland/3436686120" data-type="URL" data-id="https://www.flickr.com/photos/craggyisland/3436686120" target="_blank">Flickr</a></figcaption></figure></div>



<center><div style="width:300px;"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
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<br /><center><small>⇨ <a href="https://www.napoligrafia.it/musica/testi/aSirena.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><b>&#8216;A Sirena</b></a> [Incisione dei primi del &#8216;900] <br />Versi di <b>Salvatore Di Giacomo</b> [1860 -1964]<br />musica di <b>Vincenzo Valente</b> [1855 -1921] <br />canta <b>Gennaro Pasquariello</b> [1869 -1958]</small></center><br />



<p class="has-text-align-center">di <strong>Marco Viscardi</strong></p>



<p class="has-text-align-center"><strong>A proposito di &#8220;<em>Parthenope. La Sirena e la città</em>&#8220;</strong><br /> <em>mostra a cura di Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte</em><br /> <em>MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 3 aprile – 6 luglio 2026</em></p>



<p>Si può credere che le Sirene non esistono fin quando non se ne vede una. Da quel momento in poi non smettono di apparire. Non avevo mai pensato alle Sirene fino a quando, qualche mese fa, Marina Mosca ed io abbiamo organizzato una lettura di uno dei più bei racconti del Novecento italiano: <em>La</em> <em>Sirena </em>di Tomasi di Lampedusa. La storia di Lighea e dei suoi amori col professor La Ciura. C’erano le luci giuste, e c’era il ritmo della prosa di Tomasi che viveva nella voce di Marina e c’era, quasi invisibile, la creatura. Da allora ci è entrata negli occhi e non smette di visitarci.</p>



<p>Questo è il mio personale racconto di una mostra – «Parthenope. La Sirena e la città», al MANN dal 3 aprile al 6 luglio 2026 — che apre il visitatore ad un mondo plurale, dove le parole e i significati coesistono nella contraddizione, dove la realtà si apre a sensi diversi, reversibili e il punto di arrivo si capovolge in nuova partenza. Una mostra che è in dialogo con la città e che alla città, alla sua storia e alla tua struttura, continuamente rimanda. Per questo inizio fuori delle pareti del museo, da una delle chiese più antiche e meno conosciute del centro storico di Napoli. La Basilica di San Giovanni Maggiore che per secoli ha dominato il paesaggio urbano ed ora è sommersa dai palazzi. San Giovanni racconta le stratificazioni e le catastrofi dei secoli.</p>



<p>Su una partene nascosta, a pochi passi da una delle struggenti ⇨ <a href="https://ilmanifesto.it/eduardo-castaldo-e-le-holy-mothers-of-gaza"><em><strong>Holy Mother of Gaza</strong></em></a> di Eduardo Castaldo, che si inserisce perfettamente in questo luogo e costringe fedeli e laici a guardare la fragilità offesa delle creature, c’è una lapide su cui si legge una remota supplica al Dio, sovrano creatore di tutte le genti: <em>Partenopem Tege Fauste</em>, accompagnata da una invocazione a san Giovanni (o a san Gennaro).</p>



<p>Il verbo Tego conduce il gioco: in cosa ripone la sua speranza il committente di questa scritta? Che Dio protegga Parthenope con felici auspici, o che la copra, felicemente, la nasconda agli occhi dei profani. È augurio di crescita o pietoso epitaffio? Chi è la Parthenope di cui si parla? La Città o la Sirena? Siamo di fronte alla pietra di consacrazione dell’edificio, oppure di fronte a noi c’è la tomba della Sirena che protegge la città?</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-2 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-1024x768.jpeg"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-1024x768.jpeg" alt="" data-id="120364" data-link="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=120364" class="wp-image-120364" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-1024x768.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-560x420.jpeg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-80x60.jpeg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-150x113.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-696x522.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-1068x801.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1-265x198.jpeg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/1.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption class="blocks-gallery-item__caption">foto di Marco Viscardi</figcaption></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2.jpeg"><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-768x1024.jpeg" alt="" data-id="120365" data-full-url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2.jpeg" data-link="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=120365" class="wp-image-120365" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-315x420.jpeg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-150x200.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-300x400.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-696x928.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2-1068x1424.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/2.jpeg 1536w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a><figcaption class="blocks-gallery-item__caption">foto di Marco Viscardi</figcaption></figure></li></ul></figure>



<p>Accanto a quella lapide, protetta da un armadio che la custode della Basilica schiude con il gesto sapiente di chi è abituata a produrre un piccolo shock nel visitatore, dimora dal 2022 la <em>Parthenope</em> di Lello Esposito. È una scultura che riproduce una magnifica giovane dalla coda di pesce. La Sirena a cui siamo abituati da secoli, quella che dalle fiabe e dai sogni del Grande Nord è arrivata a noi, passando per i bestiari e le miniature medievali. La Sirena per antonomasia, ma diversissima dalle ragazze uccello del mito greco, le cui origini affondano in una genealogia oscura e tellurica.</p>



<p>Tanti sono i racconti delle loro origini, e fra questi c’è chi le vuole figlie della Terra, ma non della Grande Madre Gea, ma di Chton: la crosta sottile che separa il mondo dei vivi dal regno capovolto degli inferi. Il filo della loro storia si lega al mito cosmico del rapimento di Persefone da parte di Ade e alla fine dell’eterna primavera in cui vivevano gli uomini. Il mito, sempre ambiguo e loro destino si lega al rapimento di Persefone da parte di Ade. Secondo una versione del mito, fu Demetra, madre di Persefone, a condannarle ad un aspetto spaventoso, perché non furono in grado di impedirne il sequestro. Ma una versione alternativa considera un dono questa magnifica metamorfosi: ali e piume servono a volare nelle regioni della morte, alla ricerca dalla fanciulla rapita. Maledizione e desiderio, l’ennesima compresenza di questa storia. C’è qualcosa di fatale attorno alle Sirene, ce lo spiegano bene Maurizio Bettini e Luigi Spina che alle Sirene hanno dedicato un libro bellissimo: la loro è una parabola del fallimento. Incontrare la loro storia significa, inevitabilmente, assistere alla loro scomparsa. La tradizione ci parla sempre di un&#8217;irruzione del maschile — una forza che procede in linea retta, sorda e pragmatica — che collide con la circolarità interminabile del loro canto. Le catastrofi tramandate sono due: il silenzio imposto dall&#8217;astuzia tormentata di Odisseo o il tuffo disperato nel mare dopo che Orfeo, con il suo canto incalzante sulla nave Argo, ne aveva annullato il potere seduttivo.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="700" height="566" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3.jpg" alt="" class="wp-image-120368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-300x243.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-519x420.jpg 519w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-150x121.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/3-696x563.jpg 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption><em>foto di <strong>Grazia Famiglietti</strong></em></figcaption></figure></div>



<p>Ho l’impressione che questa mostra racconti invece un’altra storia. Una storia di persistenza, di dimestichezza delle Sirene, di permanenza nell’orizzonte quotidiano. Forse per questo i reperti che abbiamo attorno sono tutti oggetti d’uso. Frammenti del quotidiano che a volte provengono dai corredi funebri, affinché i morti se ne potessero servire. Ho visto la mostra più volte, ma mai da sola. Un’artista come Grazia Famiglietti mi ha accompagnato e mi ha generosamente permesso di scandire questo pezzo con le sue fotografie, mentre in un’altra delle mie visite mi sono clandestinamente inserito in un piccolo gruppo guidato da un’entusiasta archeologa dal volto nordico: nelle sue parole c’era l’incantamento di raccontare una storia antica e amata e sembra crearla in quel momento. Nella voce discreta e nei gesti evocativi, i reperti smettevano di essere numeri di esposizione e diventavano presenze vive, ironiche, saggissime. La sua narrazione non seguiva sempre l’ordine dell’esposizione ma tesseva una trama differente, creava il racconto. ci riportava in stanze già viste, anticipava le successive, collegava frammenti lontani come se stesse eseguendo un incantesimo che solo lei conosceva. Senza di lei non avremmo forse notato le sorprendenti sirene barbute che mettono in discussione l’identità femminile di questi esseri, né ci saremmo messi a cercare quelle meno visibili sui basamenti.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="700" height="486" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/4.jpg" alt="" class="wp-image-120371" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/4.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/4-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/4-605x420.jpg 605w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/4-150x104.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/4-218x150.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/4-696x483.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/4-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>foto di <strong>Grazia Famiglietti</strong></figcaption></figure></div>



<p>Senza quella voce non avrei notato uno dei pezzi più emozionanti della mostra: un frammento proveniente da Ischia dell’VIII secolo a. C. Un pezzetto di vaso. Il più antico firmato da un artigiano e forse il più antico con una raffigurazione di Sirena: «[..]inos mi fece»… il nome di quel vasaio finiva in -inos e si era portato Omero e la mitologia nel suo viaggio di colonizzazione lungo la costa flegrea.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/5.jpeg" alt="" class="wp-image-120377" width="750" height="644" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/5.jpeg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/5-300x257.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/5-768x659.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/5-490x420.jpeg 490w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/5-150x129.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/5-696x597.jpeg 696w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption><br />Foto ⇨  <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.pithecusae.it/collections/insediamento-greco-e-necropoli/" target="_blank"><strong>Museo Archeologico di Pithecusae</strong></a><br /><em>[</em>Lacco Ameno, Na]<br /></figcaption></figure></div>



<p>Questo frammento viene dal piccolo e bellissimo Museo Archeologico di Pithecusae a Lacco Ameno, sempre a Ischia: la Coppa di Nestore. Una modesta tazza che beffardamente il suo vasaio aveva paragonato a quella magnifica dell’eroe acheo. I canti omerici vivono in queste terre da secoli, interiorizzati, modificati dalla fantasia, trasformati in oggetti, ironicamente oltraggiati. Il materiale e l’immaginario coesistono</p>



<p>Qui penso a mio padre, che ha finito gli studi con l’Avviamento Professionale, ma per lui il mito era presenza viva, che portava nel suo sguardo mentre leggeva anche lui i fantasmi della costa flegrea. Conservo la sua Iliade, nella traduzione di Monti con le figure prese dai vasi e il classico ritratto di Omero dalla barba fluente. L’Odissea tradotta da Pindemonte l’ho persa. Pagine un po’ gommose, rilegate in una quasi pelle per evitare che si rovinassero.</p>



<p>La Sirena di Ischia non ha nulla di addomesticato o sensuale, è una visione totalizzante, ritratta frontalmente con le ali aperte e minacciose. Resta poco del suo volto, ma possiamo ricostruirlo cercandolo in un altro vaso, integro e ben più grande, nella sala accanto. Ma i suoi occhi sono assoluti, scrutano un giovane cosmo meraviglioso e pieno di terrori. Questa prima Sirena visibile ha la forza di mettere in discussione il mito omerico: è impossibile immaginare la voce di un volto come quello che abbiamo davanti. Forse aveva ragione Kafka quando inventava il silenzio delle Sirene: ma non è un’astuzia per intrappolare l’eroe inquieto. È un silenzio necessario e assoluto. Il silenzio di un mondo spaventoso a cui abbiamo attribuito parole e suoni per darci e dargli un senso.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="700" height="493" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/6.jpg" alt="" class="wp-image-120379" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/6.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/6-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/6-596x420.jpg 596w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/6-150x106.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/6-696x490.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/6-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption>foto di <strong>Grazia Famiglietti</strong></figcaption></figure></div>



<p>Le Sirene che fanno compagnia a questa primissima di Ischia ci raccontano di un’umanità che impara la fiducia verso il mondo e le sue creature. Fra queste, quella elegantissima di Massa Lubrense che ha ispirato l’immagine della mostra: la bellezza e la grazia di questa Sirena sorrentina, la gioia di quelle ali serenamente aperte ci parlano di come gli esseri umani abbiano imparato a emanciparsi dalle paure di un cosmo popolato di presenze inumane ma non ostili — creature che partecipano alla sorte degli uomini senza appartenervi.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-683x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-120380" width="512" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-683x1024.jpeg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-200x300.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-768x1152.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-1024x1536.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-1366x2048.jpeg 1366w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-280x420.jpeg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-150x225.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-300x450.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-696x1044.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7-1068x1602.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/7.jpeg 1707w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption><br />Foto del <a rel="noreferrer noopener" href="https://cultura.gov.it/luogo/museo-archeologico-territoriale-della-penisola-sorrentina-georges-vallet" target="_blank"><strong>Museo archeologico della penisola sorrentina “Georges Vallet&#8221;</strong></a><br />Piano di Sorrento (NA)<br /></figcaption></figure></div>



<p>Lasciamo l’archeologa ai suoi fortunati ospiti e torniamo alla mostra che occupa il terzo piano del MANN, dove ci aspetta una riproduzione della Fontana di Spinacorona, disegnata da Giovanni da Nola al tempo di Don Pedro de Toledo, il viceré di Carlo V che coniugò la passione del comando con quella dell’urbanistica. La fontana rappresenta una erudita Sirena alata che spegne le fiamme di un Vesuvio ardente col getto d’acqua che le esce dai seni. Per i napoletani questa è la fontana delle sizze, sta nascosta dietro la sede centrale dell’Università «Federico II» — non vi dico dove, così la cercate voi. Quella che vediamo qui è l’originale, logorata dai secoli di difesa cittadina e da chissà quanti oltraggi: ridotta a corpo essenziale e un po’ enigmatico, senza testa, i seni straziati dai segni delle tubature che li stravolgono quasi in due deformi occhiate espressioniste, le gambe forti, pennute come quelle di una giovane aquila. Negli anni Venti del Novecento una sensualissima Parthenope ha preso il suo posto sulla fontana, mentre lei ha trovato casa al Museo di San Martino, ed ora è qui di fronte a a noi. Siamo davanti alla metamorfosi di una creatura seducente in figura protettrice — quella che smorza il fuoco lavico capace di distruggere la città.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="700" height="820" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8.jpg" alt="" class="wp-image-120533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-256x300.jpg 256w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-359x420.jpg 359w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-150x176.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-300x351.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/8-696x815.jpg 696w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption><em>foto di <strong>Grazia Famiglietti</strong></em></figcaption></figure></div>



<p>Da lei, dalla Parthenope delle strade, la mostra si scinde come una vera Sirena bicaudata: da una parte la via archeologica, dall’altra quella antropologica.</p>



<p>Nella prima ci sono i resti della città di Parthenope — che non è solo un mito, è esistita davvero fra Megaride e Pizzofalcone, ha ricevuto e importato merci sul Mediterraneo, seppellito i suoi morti con dignità e convissuto con Neapolis. Nella seconda si entra nel mito da Omero ad Andersen. Su questa strada troviamo il celebre vaso di Vulci conservato al British Museum ma anche un piccolo, indimenticabile vaso conservato a Berlino, nel quale vediamo Odisseo smaniare durante il difficile ascolto di quel canto irresistibile. Qualsiasi strada si prenda, si arriva anche all’altra — al rovescio, come si cammina nei sogni. Chi inizia dall’archeologia s’imbatte prima nelle Sirene romantiche e poi in quelle omeriche; chi inizia dal mito trova la storia di Napoli capovolta: prima la città nuova, poi Parthenope e infine il buio misterioso delle origini. Il dritto non esiste senza il rovescio: nel vaso di Vulci la faccia più celebre mostra Ulisse che dolorosamente resiste al canto delle sirene sconfitte, ma il retro mostra Himeros volante. Himeros: il desiderio lancinante, l’incontrollabile carica amorosa l’ansia di godimento, il morso famelico di ogni piacere terreno. Si potrebbe continuare a lungo, ma ciascuno lo conosce.</p>



<p>Queste due immagini sembrano essere in dialogo potente. Questo oggetto del passato, celebrato e riprodotto mille volte, ci mette in guarda sulla possibilità di vincere le sirene, perché, come ci ricorda, la loro voce non è mai domata. Quel canto ambiguo fa leva sulle nostre mancanze, ci tormenta, tentandoci verso un altrove che a volte neppure vorremmo esistere. Quel canto vince ogni muro domestico, ogni rasserenata e rassegnata pratica del quotidiano.</p>



<figure class="wp-block-gallery columns-2 is-cropped"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009775.jpg"><img loading="lazy" width="872" height="1000" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009775.jpg" alt="" data-id="121042" data-link="https://www.nazioneindiana.com/2026/06/07/le-sirene-sono-ovunque/attachment/1000009775/" class="wp-image-121042" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009775.jpg 872w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009775-262x300.jpg 262w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009775-768x881.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009775-366x420.jpg 366w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009775-150x172.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009775-300x344.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009775-696x798.jpg 696w" sizes="(max-width: 872px) 100vw, 872px" /></a><figcaption class="blocks-gallery-item__caption">British Museum  [CCO]</figcaption></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009781.jpg"><img loading="lazy" width="1000" height="977" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009781.jpg" alt="" data-id="121048" data-full-url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009781.jpg" data-link="https://www.nazioneindiana.com/2026/06/07/le-sirene-sono-ovunque/attachment/1000009781/" class="wp-image-121048" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009781.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009781-300x293.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009781-768x750.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009781-430x420.jpg 430w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009781-150x147.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/1000009781-696x680.jpg 696w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a><figcaption class="blocks-gallery-item__caption">British Museum [CCO]</figcaption></figure></li></ul></figure>



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<p></p>



<p>Quante sono le Parthenope possibili? Ho tenuto per ultima quella che è forse la più bella, che ci aspetta sospesa nell’atrio del museo. Parthenope di Francesco Bosoletti. Una smisurata figura Sirena in cascata, in caduta, in abbandono. È una creatura enorme e leggera, fatta di carne e tela; la vediamo fra le divinità marine che incorniciano lo scalone, sotto lo sguardo severo di re Ferdinando, protettore del museo e nemico delle libertà. Il vento e la leggerezza del tessuto le danno la vita che manca al marmo, nella sua inquietudine c’è la sua ribellione. Questa Parthenope è il ritratto di una sconfitta o di una persistenza? Nell’apertura colossale delle tele rimanda al gesto degli angeli caritatevoli che Caravaggio dipinse nel 1607 per il Pio Monte della Misericordia. La mostra è un rizoma e il Pio Monte è una delle sue radici. Secondo Roberto Longhi, gli angeli lazzari di Caravaggio fanno la ‘voltatella’ sopra una convulsa realtà cittadina. La magnifica ragazza di Bosoletti complica nella caduta quella voltatella: lacera la grazia del volo e lascia l’assoluto del gesto. È la Sirena che cade, ma anche lo spirito protettivo della città — la sua misericordia è selvaggia, primordiale, assoluta.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/11.jpg" alt="" class="wp-image-120387" width="525" height="641" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/11.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/11-246x300.jpg 246w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/11-344x420.jpg 344w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/11-150x183.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/11-300x366.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/11-696x850.jpg 696w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /><figcaption>foto di <strong>Grazia Famiglietti</strong></figcaption></figure></div>



<p>Siamo così influenzati dall’Odissea da associare le Sirene alla loro sparizione. Ma questa mostra racconta una rigenerazione: dopo la morte per acqua, dopo il tuffo fatale, l’ammaliatrice diventa la benefica, la seduttrice si converte in generatrice.</p>



<p>Parthenope non è Ercole. A pochi passi da Bosoletti ci aspetta forse la più commovente rappresentazione di un eroe che l’arte antica abbia mai prodotto. Il grande Ercole della collezione Farnese, colossale e stanco, ha finalmente concluso la condanna delle dodici fatiche. È il vincitore, ma fissa il vuoto: sul suo volto non c’è l’aura del trionfo — tutto, persino la sua magnifica muscolatura, racconta meditazione, perplessità e sgomento. L’Ercole Farnese ha dominato la bestialità, estirpato le ibridazioni, reso il mondo più sicuro. Le Sirene sono creature differenti. La loro genealogia è misteriosa e il loro corpo è un incrocio. Il loro destino non è quello di fondare regni, ma di divenire oggetto di un culto.</p>



<p>Gli eroi fondatori tracciano il solco sacro che separa la civiltà dalla violenza, lo spazio dell’uomo da quello delle bestie. Parthenope non costringe il territorio dentro le mura, non viene a imporre leggi, ma arriva fatalmente per trovare pace e sepoltura. Il dono di Parthenope è la sua sepoltura: la tomba che — ci insegnano Vico e Foscolo — è il centro misterioso di una collettività. Sono le comunità umane a dare senso alle sepolture e le sepolture a fare da collante alle comunità. Sono le tombe che consacrano il territorio. Ed ecco che donne e uomini di cui non conosceremo mai il volto si riconoscono così tanto nel ricordo di Parthenope da chiamare così il luogo dove vivono. I loro discendenti porteranno con loro il culto quando fonderanno la città nuova, lo tramanderanno con le monete e lo celebreranno correndo con le fiaccole. E i loro discendenti porteranno qualcosa di quell’antica devozione nelle nuove pratiche cristiane, nei culti mariani e soprattutto nella figura di Santa Patrizia, protettrice riservata della città di Napoli, che ogni martedì scioglie il sangue nella chiesa di San Gregorio Armeno, protetta da mura secolari dal caos dei pastori, dei turisti e dei figurari.</p>



<p>La città non nasce dal gesto di imperio di un potere esterno, ma da un insieme di donne e uomini che si sono riconosciuti e congiunti. Abbiamo iniziato con la presunta tomba di Parthenope a San Giovanni Maggiore, ma i santuari della Sirena potrebbero trovarsi accanto all’attuale Duomo o a Caponapoli, dove sorgeva l’Acropoli di Neapolis — ora inghiottita da una città che non smette di crescere. Da lì, come dalla zona del Duomo, la terra ha conservato statuette votive che ci riportano al culto di Demetra e Persefone. In mezzo al loro, quella sedia vuota, che rimanda alla storia delle cicliche assenze di Persefone, parla anche del nostro mondo spoglio delle presenze magiche del mondo ancestrale. Quegli dèi che forse stiamo cercando in queste sale.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/12.jpg" alt="" class="wp-image-120388" width="525" height="674" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/12.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/12-234x300.jpg 234w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/12-327x420.jpg 327w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/12-150x193.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/12-300x385.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/12-696x894.jpg 696w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /><figcaption>foto di <strong>Grazia Famiglietti</strong></figcaption></figure></div>



<p>Mi colpisce molto che dalle finestre del MANN si possa guardare verso Caponapoli. La città entra nel Museo e il Museo invade la città. Lasciando la mostra alle spalle, mi rendo conto di due cose. Che la città è ancora un nido di Sirene e che le Sirene ce le portiamo nello sguardo. A pochi passi dal MANN trovo questa scritta anonima e sorprendente</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-1024x768.jpeg" alt="" class="wp-image-120389" width="768" height="576" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-1024x768.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-560x420.jpeg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-80x60.jpeg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-150x113.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-696x522.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-1068x801.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13-265x198.jpeg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/13.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>foto di <strong>Marco Viscardi</strong></figcaption></figure></div>



<p>Ed è forse davvero l’ultima delle Sirene, che torna però alla forma originaria. Forse chi l’ha disegnata era ugualmente uscitə dal MANN e mentre penso a questa stana coincidenza, mi arriva l’immagine di una delle mille figure che ricoprono le mura cittadine.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/14-768x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-120390" width="576" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/14-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/14-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/14-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/14-315x420.jpeg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/14-150x200.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/14-300x400.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/14-696x928.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/14-1068x1424.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/14.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 576px) 100vw, 576px" /><figcaption>foto di <strong>Marco Viscardi</strong></figcaption></figure></div>



<p>Questa mi colpisce per la sua grazia disturbante. Un’amica studiosa mi dice che è un’opera di LSD Alisei, streetartist fra i più presenti a Napoli che, come Bosoletti e Trallalà, ha variato il tema delle Sirene ed è ricordato nella mostra. Nella sua mannequin c’è la bellezza del freak, la libertà del corpo non conforme. Le Sirene sfuggono alla norma da millenni, sfidano il linguaggio, lo eccedono, lo costringono all’ambiguità e alla compresenza dei significati. Come la città che le ha adottate: porosa, impossibile da regolare, refrattaria a qualsiasi lettura univoca. Finora non le ho mai definire mostri, ma se lo sono è nel senso dell’abnorme e del cruciale. Le Sirene sono ovunque, col loro carico di protezione e devastazione, abitano le terre mediterranee ma per un attimo le immagino anche in altri scenari, le vedo fare capolino nei paesaggi di Ghirri come in mille altre regioni di questo paese contraddittorio. Nella campagna lontana, fra i boschi e i ruscelli, nelle nebbie: sulla Sila, in Irpinia, in Tuscia, nella Daunia e nel Monferrato, nel Canavese e in Lomellina, in Carnia. Fra le Madonie e la Barbagia. Ovunque.</p>



<p>Le Sirene sono imprendibili e ambigue. Sono benefiche perché tutelano i passaggi esistenziali, ma terribili perché ci ricordano lo strazio del desiderio inappagabile. La fame insaziabile. Sono sfida e consolazione. Una volta che le abbiamo viste, non smettono più di guardarci. Dipinte, scolpite, raccontate, sottintese o accennate. Sono ovunque. E sono dentro di noi.</p>
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		<title>Mots-clés__Sirene</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2020 05:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[abril 74]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Il silenzio delle sirene]]></category>
		<category><![CDATA[joan miró]]></category>
		<category><![CDATA[Lluis Llach]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
		<category><![CDATA[musica catalana]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione dei garofani]]></category>
		<category><![CDATA[serena cacchioli]]></category>
		<category><![CDATA[Sirene]]></category>
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					<description><![CDATA[Sirene di Serena Cacchioli Lluis Llach, Abril 74 -&#62; play ___ ___ Franz Kafka, Il silenzio delle sirene [Da Tutti i racconti, a cura di Ervino Pocar, Mondadori, 1970] Per dimostrare che anche mezzi insufficienti, persino puerili, possono procurare la salvezza. Per difendersi dalle sirene Ulisse si empì le orecchie di cera e si fece incatenare all’albero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sirene</strong><br />
di <strong>Serena Cacchioli</strong></p>
<p style="text-align: right;">Lluis Llach, <em>Abril 74</em> -&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Jptmz2svi5g">play</a></p>
<p>___</p>
<p><figure id="attachment_86228" aria-describedby="caption-attachment-86228" style="width: 526px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-86228" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927.jpg" alt="" width="526" height="658" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927.jpg 784w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927-768x961.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927-250x313.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927-200x250.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/sirena-miro-1927-160x200.jpg 160w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /><figcaption id="caption-attachment-86228" class="wp-caption-text">Joan Miró, La sirène, 1927</figcaption></figure></p>
<p>___</p>
<p>Franz Kafka, <em>Il silenzio delle sirene </em>[Da <em>Tutti i racconti</em>, a cura di Ervino Pocar, Mondadori, 1970]</p>
<p>Per dimostrare che anche mezzi insufficienti, persino puerili, possono procurare la salvezza.<br />
Per difendersi dalle sirene Ulisse si empì le orecchie di cera e si fece incatenare all’albero maestro. Qualcosa di simile avrebbero potuto fare beninteso da sempre tutti i viaggiatori, tranne quelli che le sirene adescavano già da lontano, ma in tutto il mondo si sapeva che ciò era assolutamente inutile. Il canto delle sirene penetrava dappertutto, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato altro che catene e alberi maestri! Ma non a questo pensò Ulisse, benché forse ne avesse sentito parlare. Aveva piena fiducia in quella manciata di cera e nei nodi delle catene e, con gioia innocente per quei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene.<br />
Sennonché le sirene possiedono un’arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Nessun mortale può resistere al sentimento di averle sconfitte con la propria forza e al travolgente orgoglio che ne deriva.<br />
Di fatto all’arrivo di Ulisse le potenti cantatrici non cantarono, sia credendo che tanto avversario si potesse sopraffare solo col silenzio, sia dimenticando affatto di cantare alla vista della beatitudine che spirava il viso di Ulisse, il quale non pensava ad altro che a cera e catene.<br />
Egli invece, diremo così, non udì il loro silenzio, credette che cantassero e immaginò che lui solo fosse preservato dall’udirle. Di sfuggita le vide girare il collo, respirare profondamente, notò i loro occhi pieni di lacrime, le labbra socchiuse, e reputò che tutto ciò facesse parte delle melodie che, non udite, si perdevano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò soltanto il suo sguardo fisso alla lontananza, le sirene scomparvero, per così dire, di fronte alla sua risolutezza, e proprio quando era loro più vicino, egli non sapeva più nulla di loro.<br />
Esse invece, più belle che mai, si stirarono, si girarono, esposero al vento i terrificanti capelli sciolti e allargarono gli artigli sopra le rocce. Non avevano più voglia di sedurre, volevano soltanto ghermire il più a lungo possibile lo splendore riflesso dagli occhi di Ulisse.<br />
Se le sirene fossero esseri coscienti, quella volta sarebbero rimaste annientate. Sopravvissero invece, e avvenne soltanto che Ulisse potesse scampare.<br />
La tradizione però aggiunge qui ancora un’appendice. Ulisse, dicono, era così ricco di astuzie, era una tale volpe che nemmeno il Fato poteva penetrare il suo cuore. Può darsi – benché non riesca comprensibile alla mente umana – che realmente si sia accorto che le sirene tacevano e in certo qual modo abbia soltanto opposto come uno scudo a loro e agli dèi la sopra descritta finzione.</p>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
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		<title>Il discount delle sirene</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/22/il-discount-delle-sirene/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2014 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Gigi Spina]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[Politica e stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Sirene]]></category>
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					<description><![CDATA[Ma a quante cose servono le Sirene? Appunti per giornalisti (e per i loro direttori) di Gigi Spina Sono più di dieci anni che mi occupo di Sirene e non riesco a smettere, e non so perché. “E ci mancherebbe”, mi obietterete, “il loro fascino è proprio questo: attirarti, prenderti e non mollarti più, fino [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lampeggiante.gif"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49816" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lampeggiante.gif" alt="lampeggiante" width="154" height="113" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma a quante cose servono le Sirene?</strong><br />
<em>Appunti per giornalisti (e per i loro direttori)</em></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Gigi Spina</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono più di dieci anni che mi occupo di Sirene e non riesco a smettere, e non so perché. “E ci mancherebbe”, mi obietterete, “il loro fascino è proprio questo: attirarti, prenderti e non mollarti più, fino alla consunzione”. Messa così, non fa una piega ma, visto che l’esperto sono io, mi permetterete, anonimi obiettori, di condurre il gioco.<br />
E quindi partirò da una domanda, come si dice facesse l’imperatore Tiberio (14-37 d.C.) quando chiedeva ai professori del tempo: “Che cosa cantavano di solito le Sirene?”. La mia domanda sarà un’altra, quella del titolo: a quante cose servono le Sirene? Per la risposta, però, lasciamo da parte il mito e l’antichità classica, meglio non rischiare, visto che si è appena celebrato a Torino, il 14 novembre, <a href="http://www.lastampa.it/2014/11/14/cultura/processo-al-liceo-classico-ultima-trincea-dellumanesimo-7VpHuoWAtbjzOW3mJ2c2CK/pagina.html">un processo al liceo classico,</a> in cui pare che i migliori accusatori siano stati proprio i difensori (un po’ come quando segna un terzino).</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo all’oggi, invece: ai giornali (e ai loro direttori).<br />
Non c’è giorno che sui quotidiani non si parli di una Sirena (Sirene) ‘di’ qualcosa o qualcuno. Gli esempi non si contano, ormai, ne ha raccolto un certo numero Innocenzo Mazzini, a p. 70 di un interessante volumetto intitolato <em>La mitologia che parliamo. Personaggi ed episodi mitologici dell’italiano contemporaneo</em>, Macerata 2014. Non voglio però elencarli, ma analizzarne la struttura e la funzione.<br />
In genere si dà la qualifica di Sirena a un qualche elemento o personaggio che sembra promettere qualcosa di positivo, tale da attirare e convincere della sua bontà, ma che invece va tenuto lontano, va evitato, perché da quella illusoria bontà nascerà sicuramente un pericolo, un danno esiziale. Per questo, i giornalisti si danno da fare per individuare, nelle diverse situazioni politiche, nazionali e internazionali, chi fa da Sirena e chi da incauto marinaio, al quale si consiglia di non cedere a quella Sirena particolare (oppure si denunzia il fatto che ha già ceduto). Le Sirene così definite attraversano tutti gli schieramenti politici, sociali, economici, senza differenza di genere, di etnia, di religione: insomma, sono figure assolutamente prive di ideologia e di connotazione fisse; le assumono solo quando un giornalista costruisce la scena su cui disegna una Sirena e un incauto marinaio: di lì comincia la sfida.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, quando si maneggiano i miti, bisogna fare un po’ di attenzione, perché i miti sono sempre più complicati di quello a cui vengono ridotti. Faccio un solo esempio: il re Mida, mitico/storico re di Frigia. Quante volte, anche sui giornali, ma non solo, avrete sentito dire di uno che è un re Mida, nel senso che trasforma in oro tutto quello che tocca. L’impressione che se ne ha è che si parli sempre (magari con un po’ di invidia) di qualcuno molto bravo, anche spregiudicato, affarista nato, che sa intraprendere bene. Perfetto. E però la storia di Mida non è così lineare: intanto ce ne sono due, di storie legate a Mida. Una riguarda un giudizio non richiesto, quando Mida volle indicare come vincitore di una gara di canto fra Apollo e Pan quest’ultimo e non il dio. Il quale subito gli fece spuntare delle orecchie d’asino. Ora, è vero che nel nostro immaginario Pinocchio assorbe tutte le possibili orecchie d’asino della narrativa; ed è anche vero che dire a un giurato del festival di Sanremo o di una qualsiasi gara canora che ha giudicato come un re Mida costituirebbe un messaggio difficile da capire; ma anche la faccenda del tocco d’oro, cioè della richiesta che Mida fece a un dio di ricevere questo dono, non si ferma qui. Noi usiamo, in realtà, solo la prima metà del racconto, forse perché le conseguenze del tocco d’oro ci spaventano. Mida non riuscì più a mangiare e a bere, perché qualsiasi cosa toccasse si trasformava in oro, perfino una figlia, che fu aggiunta al mito da un narratore dell’Ottocento, Nathaniel Hawthorne. Per questo, lo ‘sfortunato’ re chiese al dio di perdere quello che gli era sembrato un potere perfetto. Complicazioni del mito, certo, ma da tenere presenti quando le si vuole usare nella comunicazione quotidiana.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500.jpg"><img loading="lazy" class="alignright  wp-image-49818" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500.jpg" alt="TAPPI 3M-500x500" width="267" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E allora torniamo alle Sirene. Come molti ricorderanno, per superare l’ostacolo delle Sirene, ma senza ignorarlo del tutto, Ulisse è costretto a ricorrere a un doppio stratagemma, rivelatogli da Circe, la maga che avrebbe voluto trattenerlo presso di sé (anche lei, come le Sirene). I marinai avrebbero visto l’isola delle Sirene, ma non udito il loro canto, perché Ulisse avrebbe ricoperto le loro orecchie di cera; Ulisse avrebbe udito, ma non avrebbe potuto muoversi, perché i marinai lo avrebbero preventivamente legato all’albero della nave. Non è, dunque, così facile rifiutare il fascino delle Sirene, che in fin dei conti promettono cose credibili e davvero allettanti: la conoscenza, secondo Omero, come giustamente notava Cicerone, oppure il sesso, secondo l’interpretazione cristiana – sempre la stessa ossessione! Bisogna avere le contromisure giuste, o i consiglieri giusti per sconfiggere il loro fascino, che sembra partire da promesse realistiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che mi sentirei di consigliare ai giornalisti (e ai loro direttori) è, dunque, una maggiore articolazione nell’uso delle Sirene, un uso che le faccia comunque servire ad approfondire l’oggetto del loro fascino e delle loro promesse e i mezzi plausibili con cui evitarle. Servirà a tutti, a quelli che vogliono ignorarle e a quelli che, incuranti del pericolo, vorranno andare fino in fondo nella loro conoscenza.<br />
E per fare questo, mi permetto di indicare due testi e due scrittori che, pur a distanza di qualche secolo, avevano individuato una funzione originale per le Sirene. Il primo, purtroppo, è solo un titolo (l’autore è anonimo), il <em>Liber monstrorum,</em> il libro delle mostruosità, dell’extra-umano, potremmo dire. Risale all’VIII/IX secolo ed è il primo testo che, nel descrivere le Sirene, le definisca donne fino all’ombelico e pesci nella parte inferiore, mentre fino ad allora, almeno a nostra conoscenza – e volendo essere sintetici – le Sirene erano state descritte e raffigurate come donne con ali e corpo d’uccello. La configurazione di donna-pesce è quella più riconoscibile e familiare, almeno dopo la favola di Andersen e la trasposizione cinematografica nel cartone animato disneyano. Ebbene, questa configurazione sembra cominciare col <em>Liber monstrorum</em> e c’è chi studia ancora questo problema per capirne tutti gli aspetti. Ora, nel prologo di questa enciclopedia delle mostruosità, l’autore sfrutta la forma ibrida della Sirena (che descriverà nella sesta sezione) per definire il carattere stesso della sua opera e della sua narrazione, quasi la stessa struttura del suo liber. Sa che alcuni dei suoi racconti potranno risultare incredibili e falsi; per questo, dice, inizierà dai racconti credibili, che rappresentano la parte superiore, la testa del suo volume (sto parafrasando), prima di addentrarsi nei meandri della parte seguente, quella più oscura, che, come la parte inferiore del corpo di una Sirena, è costituita da zone ispide e piene di squame.</p>
<p style="text-align: justify;">La Sirena, per l’anonimo del Liber, non è, dunque, solo uno dei <em>monstra</em> che descriverà, è la forma che assume un’indagine, un reportage sulla realtà complessa fatta di parti umane e parti mostruose, si comincia dalla superficie, dalla zona umana, per scendere fino negli abissi della vita che ci circonda.<br />
Tre secoli più tardi, all’incirca, Eustazio, arcivescovo di Tessalonica (1115-1195/97), raffinato intellettuale e retore, lavorava a un monumentale commento erudito dei poemi omerici. Anche Eustazio non si accontentava di spiegare minuziosamente i versi del XII libro dell’Odissea nel quale appaiono le Sirene, ma faceva di quelle creature dal misterioso fascino una metafora della sua impresa letteraria. In premessa al commento dell’Iliade, infatti, scriveva così: “<em>Dalle Sirene di Omero sarebbe forse bene star lontani proprio dall’inizio, o ungendosi le orecchie di cera o scegliendo un’altra direzione per sfuggirne l’incantesimo. Se, invece, non si riesce a star lontani, anzi si vuole attraversare quel canto, allora penso che non ci si possa allontanare facilmente, neppure se protetti da molti legami, e d’altra parte, se anche si riuscisse ad allontanarsi, non sarebbe poi così piacevole</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fascino di Omero è come quello delle sue Sirene, accostarsi alla sua opera rappresenta un pericolo, quello di non potersene staccare più. Non serviranno allora cera o corde: anzi, ed è l’affermazione più forte di Eustazio, allontanarsene non sarà motivo di gioia.<br />
Ecco, dunque, la sostanza del mio consiglio. In ogni Sirena ‘di’, della quale a cuor leggero parlano i giornalisti, si cela un problema, una prospettiva reale, i cui pericoli devono essere attentamente vagliati, anche perché non sappiamo se per caso non ci vengano prospettati da chi (come Circe) magari vuole ingannarci al posto delle Sirene. È una sfida, insomma, in cui contano volontà, esperienza, chiarezza di idee e determinazione nell’affrontare i pericoli. I giornalisti, e i loro direttori, farebbero bene a informarci meglio, con cognizione di causa, sulle prospettive e sulle eventuali conseguenze dannose – questo, mi sembra, dovrebbe essere ancora l’essenza del loro mestiere –, dandoci tutti gli elementi per una scelta, che sarà sempre personale, affidata alla nostra responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">E a proposito di giornalisti, ricordate il mio inizio, con gli anonimi obiettori (“E ci mancherebbe”, mi obietterete …)? Verso la fine di ottobre, sul Corriere della Sera, un giornalista provava ad analizzare il modo di comunicare di Matteo Renzi, che usa spesso l’obiettore anonimo nei suoi discorsi. Solo che questa tecnica retorica non si può definire parlare di sé in terza persona (o autopassaggio, neoconio del giornalista). Il parlare di sé in terza persona si avrebbe se Renzi dicesse: &#8220;Il Presidente del Consiglio pensa&#8221; ecc. Quando, invece, ci si immagina e si introduce nel proprio discorso un interlocutore fittizio che fa delle obiezioni, tipo: “Matteo, come tu l&#8217;hai presa larga quest&#8217;anno” o cose del genere, allora si tratta di una figura retorica: la sermocinatio, troppo difficile, o il dialogismo, un po&#8217; più facile; poi, a voler proprio essere precisi, anche parlare di sé in terza persona è una figura retorica: l’enallage, una figura di sostituzione (non sono più io a parlare ma è un anonimo obiettore, io gli presto la voce).<br />
Insomma, direttori di giornale e giornalisti hanno un gran lavoro da fare, e non solo sulle Sirene, se vogliono informare come meritiamo.</p>
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