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	<title>social media &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La narrazione: crisi o big bang</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Dec 2024 06:26:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Byung-Chul Han]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Giacomo Agnoletti  </strong> <br /> Perché quest’attenzione per un argomento prima riservato ai filosofi e agli studiosi di semiotica? La motivazione, a mio avviso, non sta soltanto nel successo dello storytelling come tecnica di marketing.

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										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Giacomo Agnoletti</b></p>
<p style="padding-left: 120px;">Ma ora stiamo vivendo un <strong>big bang della narrazione</strong>: un’espansione incredibilmente rapida dell’universo delle storie in ogni direzione. Viviamo nell’era dei social media, della saturazione delle serie televisive, dei canali di notizie ventiquattr’ore su ventiquattro e di un consumo complessivo dei media a livelli stellari.</p>
<p style="padding-left: 120px;">Jonathan Gottschall, <em>Il lato oscuro delle storie</em></p>
<p style="padding-left: 120px;">Nonostante l’hype riscosso oggigiorno dai modelli narrativi, <strong>viviamo un’epoca post-narrativa</strong>.</p>
<p style="padding-left: 120px;">Byung-Chul Han, <em>La crisi della narrazione</em></p>
<p>Negli ultimi anni sono comparsi una miriade di libri sulla narrazione, tanto che non è facile dar conto di tutte le uscite: fra gli autori più importanti, ricorderei Will Storr, Christian Salmon, Jonathan Gottschall e, più recentemente, Byung-Chul Han e David Colon.</p>
<p>Ciò che stupisce è che non si tratta lavori accademici, ma di saggi divulgativi rivolti alla generalità del pubblico: sembra infatti che lo storytelling, come lo chiamano gli anglofoni, stia godendo di un momento di fortuna a livello planetario. Anche la fiction cinematografica si è accorta dell’importanza della narrazione: basta ricordare il docufilm di Netflix <em>The Social Dilemma</em> (2020) o il film <em>Don’t Look Up</em> (2021). <strong>Perché quest’attenzione per un argomento prima riservato ai filosofi e agli studiosi di semiotica? La motivazione, a mio avviso, non sta soltanto nel successo dello storytelling come tecnica di marketing.</strong></p>
<p>Cercherò allora di chiarire la ragione della necessità, sentita da un’audience globale, di esplorare le potenzialità della narrazione, e lo farò attraverso gli ultimi saggi di Gottschall e di Han. L’argomento è per entrambi lo stesso – narrazione e società contemporanea – e, fatto non irrilevante, entrambi hanno avuto un ottimo riscontro di pubblico. Ma se Gottschall dipinge un mondo dove “le persone consumano molte più storie, come mai prima d’ora”, Han ha invece intitolato il suo saggio <em>La crisi della narrazione</em>.</p>
<p>Insomma, viene da chiedersi, nella nostra società la pratica narrativa è in crescita oppure no? Dipende da quale significato si attribuisce alla parola “narrazione”. Se  ne parliamo in termini neuroscientifici ed evolutivi, è facile concordare che la narrazione è un elemento profondamente umano e dai connotati addirittura biologici. Le divergenze emergono quando accantoniamo le storie che gli uomini primitivi si raccontavano intorno al fuoco per concentrarci sull’attuale proliferare di micro-narrazioni, magari attraverso Telegram, Instagram &amp; affini.</p>
<p>1.</p>
<p>L’analisi di Gottschall è ben articolata, soprattutto quando parla della psicologia sado-masochista dei fruitori di storie: noi lettori, o spettatori, ci comportiamo come masochisti quando tendiamo a identificarci coi buoni, quelli che soffrono o che subiscono un torto; ma dopo tale identificazione emerge, solitamente nella conclusione della storia, una tendenza sadica quando godiamo per la punizione inflitta all’antagonista. Qui risiede il “lato oscuro” della narrazione: dopo il contatto empatico col personaggio “buono”, si rafforza nella psiche dei fruitori una “sorta di cecità morale verso l’umanità di chi viene spinto nel ruolo del cattivo”.</p>
<p>Gottschall è convincente e obiettivo quando chiarisce ai lettori le grandi potenzialità – e dunque anche i pericoli – della narrazione; lo è però molto di meno via via che il saggio si avvia verso la conclusione. L’autore statunitense, proponendo di avvalersi di un “metodo scientifico”, pretenderebbe di discriminare fra narrazioni “corrette” e narrazioni “complottiste”. Non occorre essere conoscitori delle diatribe teoriche sul disaccordo nelle scienze dure – e dunque scettici riguardo alla possibilità di uno sguardo neutro sulla realtà – per essere sfiorati dal sospetto che l’autore voglia screditare alcuni politici americani, che acquisirebbero proseliti con la diffusione di tali “cattive storie” su internet; e il sospetto diviene certezza quando Gottschall esplicita i riferimenti a Donald Trump, definito “Grosso Trombone”.</p>
<p>La tesi espressa nel <em>Lato oscuro delle storie</em>, dietro un pacato invito alla selezione dei contenuti, apre garbatamente a una possibile forma di sorveglianza sulla comunicazione, risultando quindi piuttosto radicale. Tuttavia la posizione dell’autore è forse più comprensibile se si tiene conto delle profonde divisioni interne alla società americana (recentemente portate sullo schermo da <em>Civil War</em> di Alex Garland).</p>
<p>Possiamo allora tentare di rispondere alla domanda posta in apertura: perché la narrazione, da questione accademica, è divenuta un tema “caldo” ben presente sugli scaffali delle librerie e trattato diffusamente su ogni tipo di media?</p>
<p>La risposta si trova soprattutto nei testi di autori come David Colon e Jonathan Gottschall, che si rivolgono a un pubblico di orientamento progressista in politica, liberista in economia e generalmente sospettoso riguardo a ogni tipo di contestazione nei riguardi del sistema democratico occidentale, ritenuto perfettibile ma superiore  a ogni altra forma di “autocrazia”. <strong>Il lettore-tipo di questi saggi è preoccupato dalla facilità con cui internet permette alle “cattive storie” (definite fake-news, o complotti) di circolare, e soprattutto dalla possibilità che questo big bang narrativo possa diventare la principale forma di comunicazione politica.</strong> “[N]on credo sia una coincidenza”, scrive Gottschall, “che l’ascesa dei social media corrisponda perfettamente a un big bang della polarizzazione e dell’instabilità sociale, non solo in America ma in gran parte del mondo”. L’analisi di Gottschall è dunque efficace nello spiegare a un lettore – che presumibilmente condivide già in partenza l’orientamento politico dell’autore – quali siano le potenzialità e soprattutto i rischi connessi all’aumento della circolazione delle “storie”, cioè delle possibili visioni del mondo, attraverso i social media; e per questo ha successo, trova un pubblico ampio.</p>
<p>Ma, implicazioni ideologiche a parte, il vero limite del saggio è forse l’incapacità di guardare ai fatti sociali come movimenti che si originano dal basso. Già dall’introduzione, in cui le storie vengono definite “il mezzo migliore che noi umani abbiamo inventato per influenzarci a vicenda, per dominarci l’un l’altro (…)”, si palesa una rappresentazione passiva dell’audience, il cui comportamento è considerato facilmente condizionabile da ogni genere di narrazione. Perché, invece, non ribaltare la visione e considerare il proliferare di siti complottisti su internet non come la causa, ma come l’effetto dello scontento e della delusione di una larga fetta del pubblico? Perché non considerare con il dovuto rispetto le scelte dei consumatori, che a milioni si rivolgono alle teorie cospirative più varie, anziché svalutare tali preferenze, attribuendole a un uso “malevolo” della narrazione?</p>
<p>Sembra insomma che sia davvero difficile smettere, come scriveva Micheal De Certeau negli anni Ottanta, di “considerare la gente idiota”. Eppure, solo attribuendo dignità alle scelte dell’uomo comune, che “in ogni epoca previene i testi” (ancora con De Certeau), sarà possibile leggere un fatto sociale. Anche nel caso del saggio di Gottschall, mi sembra più significativo collegare il successo della sua opera alle preoccupazioni per la libertà di espressione permessa da internet – e non certo al lavaggio del cervello operato da chissà quale dei media di sistema.</p>
<p>2.</p>
<p>Han si rivolge invece a un pubblico ben diverso, decisamente critico nei confronti del capitalismo neoliberista anche se per molti aspetti convinto della sua inevitabilità e, forse per questo, piuttosto scettico riguardo a ogni possibile forma di resistenza. Han non nega che i modelli narrativi siano oggi dilaganti: ne è un esempio la pubblicità, che ha ormai definitivamente abbandonato le vecchie strategie realiste (illustrare, dimostrare) per sposare una ben più profittevole strategia culturale-emotiva basata sul “raccontare una storia sul prodotto”. Questo lo storytelling che dilaga ovunque. Ma tale forma di narrazione, in quanto emanazione del sistema economico, riduce tutto al consumo. Lo storytelling non apre verso una realtà altra, non spaesa, non contraddice, non spaventa. Al massimo, incuriosisce: invoglia a provare un’altra esperienza, un altro gadget, un’altra vacanza. Han dipinge l’uomo di oggi come prigioniero in un mondo disincantato: e il dis-incanto non è prodotto solo dal crollo delle ideologie forti, ma dalla logica onnipresente e soffocante della modernità borghese, scientifica, razionale. La realtà viene compresa attraverso relazioni causali che spiegano il mondo, ma lo privano per sempre del suo incanto: “le cose <em>esistono</em>, ma <em>tacciono</em>. L’incanto è fuggito via dalle cose”.</p>
<p><strong>Nel mondo disincantato è possibile l’informazione, ma non la narrazione.</strong> <strong>Assistiamo allora a una proliferazione di “narrazioni deboli”</strong> – nei notiziari televisivi, nei social network e nelle strategie di marketing; ma queste micro-narrazioni brevi, veloci, contingenti, non fanno che confermare lo stato di crisi di un fenomeno profondamente umano: l’arte di narrare. Citando Benjamin, Han spiega come la prassi narrativa richieda calma, capacità di ascoltare e di appropriarsi con lentezza dell’esperienza del narratore (<em>gnarus</em>, esperto): lasciandosi avvolgere, come in un “caldo panno grigio”, dalla “distensione spirituale” indotta dalla noia, invece temutissima dagli odierni professionisti dell’informazione.</p>
<p>Insomma, <strong>mentre</strong> <strong>la prassi narrativa autentica è entrata in una crisi irreversibile, si espandono tutta una serie di micro-narrazioni intrinsecamente <em>anti-narrative</em></strong>: notiziari velocissimi che ricercano un effetto sorpresa, storytelling pubblicitario, fiction incentrate sulla sfera privata, spiegazioni del mondo semplificate a sfondo complottista. Questa la dilagante prassi anti-narrativa, basata su un accumulo di informazioni e su un’oscena (inevitabile il riferimento a Baudrillard) esposizione di <em>tutto</em>. Fino a raggiungere, con le storie di Instagram o di TikTok, “il grado zero della prassi narrativa”. Informazione e poi ancora informazione, secondo un processo di addizione e non di selezione. Ma l’accumulo, l’archiviazione e l’esposizione sono disumani: solo il computer espone e ricorda tutto. Il ricordo umano invece è parziale, selettivo, lacunoso, incerto. A volte sfocato e persino mendace. L’eccesso di informazioni, ammonisce allora Han, ci sta allontanando dalla nostra umanità: ci ha già disumanizzati se, come affermano i neuroscienziati, l’essere umano è un <em>animal narrans</em>, e proprio la prassi narrativa è alla base della nostra struttura biologica.</p>
<p>Al di là della prosa scarna ma suggestiva di Han, che colpisce inesorabilmente il suo pubblico (nel quale confesso di riconoscermi), anche nel suo saggio si percepisce il disinteresse per l’analisi in senso attivo delle scelte dell’audience. Han non riesce a scorgere – o non è interessato a farlo – nella vita quotidiana una qualunque forma di resistenza da parte dei consumatori di storie: che è come dire un barlume di speranza. Perché, se abbiamo appurato che la prassi narrativa, che ci ha plasmati e definiti come esseri umani, è ormai entrata in crisi con la crescita inarrestabile di media che vanno verso lo sviluppo di contenuti <em>on demand</em>, dunque individuali, singolari e spoliticizzati, come potremo costruire l’orizzonte narrativo di un “noi” che possa andare oltre la miriade di “io” che emergono dalla micro-narrazioni dei nostri dispositivi smart? La narrazione, dopo averci costruito biologicamente come esseri umani, dopo averci accompagnato per millenni, sta ora perdendo la propria funzione sociale, comunitaria?</p>
<p>Han è un efficace interprete della tendenza depressiva del nostro tempo, che ha indagato in molte delle sue opere (ad es., in <em>Capitalism and the Death Drive</em>). Credo che alla fine il tema di fondo, presente anche in questo <em>La crisi della narrazione</em>, riguardi la pulsione all’auto-sfruttamento indotta dalla “società della performance”: siamo ben felici di sfruttare noi stessi, fino letteralmente a morirne, per tenere alta la bandiera di un sistema che non ha nulla da offrirci a parte un benessere illusorio. Eppure, non riusciamo a sottrarci a questo tipo di logica, che ci impone di sfruttare noi stessi, e il pianeta in cui viviamo, fino all’esaurimento. E l’allontanamento dalla lentezza tipica della prassi narrativa, alla quale si è sostituita un’asettica proliferazione informativa, è certo una triste conferma della tendenza alla disumanizzazione e, in fondo, all’auto-annientamento.</p>
<p>3.</p>
<p><strong>Sia Gottschall che Han rappresentano bene le preoccupazioni, tipiche del nostro tempo, relative al proliferare informativo</strong> <strong>indotto dalle nuove tecnologie</strong>. La posizione, anche politica, di Gottschall è molto chiara. La sua preoccupazione riguarda il trumpismo, la svalutazione della cultura istituzionale, e sottotraccia la possibilità di una guerra civile nel cuore del mondo democratico. Ma l’autore statunitense, per condurre la sua analisi, svaluta completamente la cultura pop, che viene dal basso: se la gente è totalmente influenzabile, allora la cultura di massa, in quanto imposta, non esiste; quindi, perché perdere del tempo a studiarla? Prima erano i media conglomerate a orientare l’audience, adesso i complottisti. Questa, in estrema sintesi, l’impostazione di metodo seguita da Gottschall, come da moltissimi altri: e infatti da troppi anni si è quasi del tutto persa l’abitudine a fare critica sociologica, cioè a interpretare i fatti sociali attraverso l’analisi di un prodotto culturale di successo.</p>
<p>Han tende invece a evidenziare lo stato di crisi della società contemporanea. Con chiarezza disarmante, comunica al lettore che la prassi narrativa è finita: ora ci sono solo informazione e storytelling pubblicitario. Al massimo qualche sprazzo di fiction, comunque centrata sulla sfera privata, sui diritti del singolo o di un gruppo, purché non si parli dell’intera società: la coesione sociale è roba da museo,  la rivoluzione un ricordo, forse un sogno. La progettualità è ridicola, perché impossibile.</p>
<p>Non si può certo dargli torto. La prassi narrativa è morta, o quasi: il percorso anti-narrativo, che Benjamin faceva risalire alla nascita del romanzo, si sta compiendo coi dispositivi smart. Niente più narrazione (lentezza, noia, ascolto); solo informazione (velocità, sorpresa, piacere, in un loop infinito). Ma se non c’è più l’incanto, se  “le cose esistono, ma tacciono”, allora possiamo dare l’addio non solo alla narrativa, ma all’arte.</p>
<p>Da una parte una malcelata angoscia, tanto potente da sfociare in un invito alla limitazione della libertà di espressione; dall’altra una rassegnata, anche se suggestiva, constatazione del tramonto di ogni valore autenticamente umano: sia Gottschall che Han, pur con metodi e conclusioni diverse, alimentano entrambi un atteggiamento “apocalittico” riguardo alla cultura contemporanea.</p>
<p>Le varie teorie complottiste, che forniscono una spiegazione del mondo comprensibile e semplificata, così come i tentativi di difesa dell’establishment che si nascondono dietro il fact-checking, sono i sintomi più evidenti della nostra miseria culturale e immaginativa e lo specchio delle nostre divisioni. <strong>Ma la nostra non è una società frammentata dai complotti diffusi su internet, bensì dalla sua stessa mancanza di speranza e di progettualità.</strong> È la condizione di “naturalità” del capitalismo liberale a condannare il sistema a un’eterna immobilità, ma con la certezza di un pessimo finale – ambientale, nucleare, sociale – che alcuni sperano di accelerare in vista di un’implosione liberatoria (Nick Land).</p>
<p>Oltre mezzo secolo ci separa dagli anni Settanta, dal periodo in cui scrivere di critica sociologica, soprattutto in termini di critica dell’ideologia, era normale. Ma i tempi sono mutati: oggi le tendenze “apocalittiche”, o peggio, nei confronti della cultura di massa appaiono certo più ragionevoli in un Occidente dove ormai una parte ampia della popolazione sceglie di non votare. Se la popolazione è tanto sfiduciata e depressa da allontanarsi dalla politica, la critica dell’ideologia appare inutile. Per non parlare della quantità, davvero impensabile pochi decenni fa, dei prodotti culturali – e del loro parallelo scadimento qualitativo, almeno nei termini di cura stilistica. Tutto porterebbe ad attribuire all’arte, ancor più se “di massa”, la funzione di mero intrattenimento del pubblico.</p>
<p><strong>Eppure, oggi si potrebbe ancora fare sociologia della cultura, rifiutando quindi l’equazione “narrazione=intrattenimento”; ma opponendosi anche a una ricerca che si concentri sull’equivalenza “narrazione=dominio”. </strong>Perché, se è chiaro fin dai tempi di Platone che chi racconta una storia governa il mondo, un tipo di critica che si concentri sugli aspetti connessi al dominio finisce solitamente per rivelarsi un tentativo di influenzare il lettore, divenendo essa stessa ideologica.</p>
<p>Per chiarire con un esempio, mi sembra che l’interesse per la narrazione come strumento di dominio in un autore come Gottschall serva essenzialmente a proporre una propria “visione del mondo” contrapposta a quella diffusa dalle “cattive storie”. Anche lo “smascheramento” dell’ideologia borghese, tanto in voga nella critica sociologica degli anni Settanta (penso in particolare a Ferruccio Rossi-Landi), funzionava un po’ alla stessa maniera: il riconoscimento, all’interno dei testi, del carattere ideologico del linguaggio era funzionale alla promozione di un diverso tipo di ideologia (ovviamente anti-borghese). Perché invece non cercare di comprendere la funzione sociale di un’opera d’arte, non indagare il successo di un prodotto culturale, considerando le scelte dell’audience come attive? Questo significherebbe accettare la complessità delle storie che emergono dal nostro presente, per individuare una tendenza, un senso, nel modo di usare prodotti culturali da parte della gente comune.</p>
<p><strong>L’equazione allora diverrebbe: “narrazione = bisogno”. </strong></p>
<p>Un bisogno da indagare senza cercare di distinguere fra verità e complotto – chi decide dove finisce il dissenso “legittimo” e dove comincia il complotto “paranoico”? – ma con la speranza di evidenziare la nostra voglia di essere ancora uomini e donne, pur nel proliferare di dati e informazioni digitali. Per scoprire, magari, che l’arte non è ancora morta.</p>
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		<title>La moltiplicazione del Signor Distruggere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2020 12:39:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Elly Schlein]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Abbiamo un problema, un problema culturale e politico. L’onnipresenza del linguaggio misogino (misogino e non più solo maschilista) che nello spazio dei media (social e tradizionali) è diventato da tempo la norma della violenza verbale. Normale il tweet di Massimiliano Parente &#8211; l’ennesimo &#8211; che usa come sinonimo di “minchia” il cognome [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_-300x198.jpeg" alt="" width="300" height="198" class="alignleft size-medium wp-image-86483" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_-300x198.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_-250x165.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_-200x132.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_-160x106.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_.jpeg 696w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Abbiamo un problema, un problema culturale e politico.<br />
L’onnipresenza del linguaggio misogino (misogino e non più solo maschilista) che nello spazio dei media (social e tradizionali) è diventato da tempo la norma della violenza verbale.<br />
Normale il tweet di Massimiliano Parente &#8211; l’ennesimo &#8211; che usa come sinonimo di “minchia” il cognome di Michela Murgia, mentre a lei pare cosa di un altro mondo che una <a href="https://www.facebook.com/kelleddamurgia/posts/10220966764013184">rivista americana </a> la difenda da un troll fascistoide. O Marco Gervasoni che, qualche settimana prima, commentava la copertina dedicata a Elly Schlein con “ma questa è n’omo?”<br />
Lo “scandalo” della modella Armine Harutyunyan scoppiato a un anno dalla sfilata di Gucci e divampato solo in Italia. Le valanghe di veleno su Greta Thunberg, ricorrenti come le anomalie meteorologiche causate dal cambiamento climatico.<span id="more-86482"></span></p>
<p>Ogni volta che Vittorio Sgarbi urla “troia, puttana” a favore delle telecamere, con i video che poi diventano virali perché un sacco di ragazzi lo trova divertente, come se fosse un rapper blastatore o il “Signor Distruggere” con il suo milione di seguaci.<br />
Ecco, il problema è la moltiplicazione &#8211; metaforica e reale &#8211;  dei “Signor Distruggere”.<br />
Il fatto che le sparate di uno scrittore o di un docente universitario mirino a una visibilità equiparabile a quella del personaggio social, per non dire a quella di Sgarbi, Feltri, Cruciani.<br />
E che quindi sarebbe doppiamente raccomandabile che la donna sotto attacco non rispondesse: per non concedere la visibilità cercata all’attaccabrighe e, oltretutto, perché le donne non dovrebbero mai abbassarsi a certi toni.<br />
Le donne dovrebbero stare salde come le querce nelle tempeste di shitstorm, ringraziare se gli tocca solo qualche “cessa”, rispondere semmai con pacatezza e pazienza dialogante.<br />
Cosa che, in realtà, non le mette al riparo. Si è visto recentemente con <a href="https://www.valigiablu.it/linguaggio-inclusivo-dibattito/">le polemiche intorno</a> a Vera Gheno, la sociolinguistica da cui il presidente dell’Accademia della Crusca, addirittura, si è sentito in dovere di dissociarsi. <a href="https://twitter.com/vera_gheno">Vera Gheno</a> ha spiegato fino alla nausea che non pensa affatto di imporre dall’alto lo “shwa” inclusivo perché non si cambia così una lingua e la cultura che veicola. Eppure si è beccata una marea di insulti e dileggi sessisti, reazione incomparabile alle critiche riservate, per esempio, a <a href="https://twitter.com/f_faloppa">Federico Faloppa </a>che si occupa di <a href="https://www.utetlibri.it/libri/odio/">simili tematiche</a>.<br />
Per Vera Gheno, oltretutto, non vale neppure che a scatenare l’aggressività sia stata “l’iperesposizione” che rende tutti più appetibili per gli odiatori. Con le donne, appunto, scatta anche se non sei &#8220;mediatica&#8221;. In tutti casi, comunque, le donne non vengono prese di mira per ciò che sterotipicamente rappresentano in base alle proprie scelte (buonista, sinistrato, radical-chic ecc.) ma per ciò che non hanno scelto di essere, riducendole a corpi e emotività “uterina”.<br />
In un contesto del genere è fallace concentrare l&#8217;attenzione sul caso del giorno, far valere simpatie, antipatie, scusanti, distinguo. Questi attacchi possono toccare a qualunque donna dica o faccia &#8211; anche inconsapevolmente &#8211; qualcosa di &#8220;sbagliato&#8221; o, se siete uomini, alle vostre sorelle, madri, figlie, compagne, colleghe, amiche.<br />
Infine si tratta di dinamiche che investono la spazio pubblico, la polis virtuale che non è il bar sotto casa, anche se fa di tutto per somigliarvi. Una dimensione dove non c&#8217;entra nulla il giudizio sul valore letterario (o accademico) di ciò che hanno pubblicato i contendenti, né le relazioni private tra le persone.</p>
<p>ps. Non linkare tweet, video e pagine criticate è naturalmente una mia scelta.  </p>
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		<title>I neo-semplificatori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/21/i-neo-semplificatori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Dec 2016 06:44:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Domenico Talia A proposito di complessità, George Bernard Shaw tanto tempo fa notava che «Per ogni problema complesso, c&#8217;è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata». La complessità della nostra società sembra stia disorientando tutti e il suo vento caotico sembra sopraffare e confondere soprattutto quelli che non hanno contribuito a stabilire le regole [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
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<p>A proposito di complessità, George Bernard Shaw tanto tempo fa notava che «Per ogni problema complesso, c&#8217;è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata». La complessità della nostra società sembra stia disorientando tutti e il suo vento caotico sembra sopraffare e confondere soprattutto quelli che non hanno contribuito a stabilire le regole del mondo, ma sono costretti a subirle. Il nostro mondo, sagomato dal capitalismo finanziario e dalla globalizzazione della produzione, è zeppo di meccanismi complessi. Meccanismi che è sempre più difficile governare e soprattutto mettere in sincrono con la democrazia, con la sua giustizia sociale, con la speranza in una vita dignitosa per ognuno. Moisès Naím nel suo libro <em>La fine del potere</em> (Mondadori, 2013) ci ha ricordato come il potere nel nuovo millennio diventi sempre più debole, decadente, inefficace, nonostante la sua retorica e il suo volersi mostrare inflessibile.<br />
Come in altre epoche, quando le cose diventano complesse, quando iniziano a sfuggire di mano a chi dovrebbe guidarle e le soluzioni efficaci sembrano lontane, all’orizzonte compaiono i <em>semplificatori</em>. Questa è una categoria di uomini capaci di propagandare le loro suggestive e, allo stesso tempo, semplicistiche soluzioni per i problemi del mondo, persone capaci di suscitare l’entusiasmo delle masse, ottenere il loro consenso.<span id="more-66112"></span></p>
<p> I semplificatori sono quelli che ci raccontano che i rimedi sono facili da mettere in atto, quelli che dicono che basta fare questo e quello, che la matassa della crisi si può riprendere facilmente in mano se s’interviene con decisione, se si mandano via i cattivi, se si chiudono le porte e ci si concentra soltanto su noi stessi.<br />
Negli ultimi tempi i semplificatori sono cresciuti come funghi nella vecchia Europa e dall’altra parte dell’Atlantico e continuano a ricevere consensi e giubilo soprattutto da parte di tanti che credono nelle ricette semplici e preconfezionate che garantiscono di farci uscire da questa fase di decadenza storica. I semplificatori sembra riescano sempre, anche nei nostri tempi di diluvio comunicativo, a riscuotere successi, sia tra le persone più semplici e più indifese, sia tra alcune élite che amano mantenere il vantaggio sul resto del gruppo e optano per le vie spicce. Entrambi queste categorie non mostrano di voler intendere che ad una società complessa devono corrispondere soluzioni complesse, che i frangenti complicati devono impegnare cittadini coscienti e azioni politiche articolate, adattive, mai banali. Nulla di questo, loro amano la semplificazione e i neo-semplificatori.<br />
Il Novecento ha visto gli occhi famelici di grandi semplificatori capaci di azioni orribili. Grandi semplificatori sono stati Hitler e Mussolini. Semplificatori accolti come salvatori della patria salvo buon fine, che naturalmente non si è potuto raggiungere, anzi abbiamo tutti registrato cosa hanno generato le loro ricette di agghiacciante, orribile, semplicismo. Oggi la fiacchezza e l’inettitudine di buona parte dell’élite politica ha agevolato la nascita e la crescita di nuovi semplificatori. Quelli di oggi non saranno uguali ai semplificatori dei secoli scorsi, tuttavia anch’essi “vendono” soluzioni semplicistiche e comprensibili, ma allo stesso tempo sbagliate, per risolvere i problemi delle nostre società.<br />
I semplificatori costruiscono muri con i mattoni dell’ignoranza e della paura sulle fragili debolezze dei nostri animi. I neo-semplificatori degli anni Duemila non si mostrano tutti uguali, si presentano con volti diversi, non sono né di destra né di sinistra, ma tra loro si sostengono, s’intendono e la vittoria di uno è sempre di auspicio per la vittoria dell’altro. Con un oplà e con un salto triplo all’indietro risolvono tutti i nostri problemi o almeno lo promettono, fino a quando non avranno il potere in mano. Quando invece sono veramente chiamati a governare, le cose diventano di colpo difficili e le loro azioni di governo stentano o si fanno guidare dal razzismo, dal populismo, dal nazionalismo becero, dalla xenofobia. Tutti atteggiamenti che invece di risolvere i problemi di una società li complicano.<br />
Nella mente di ogni semplificatore c’è latente una tentazione totalitaria alimentata dall’estremizzazione dei pericoli, dalla convinzione ottusa di essere sempre nel giusto, dal credo che tutti gli altri sono comunque colpevoli e soltanto lui potrà salvare il mondo. Per questa ragione giustificano e praticano le necessarie scorciatoie, la banalizzazione dei problemi e ignorano il salto tangibile che esiste tra semplificazione e irrealizzabilità. Quasi tre secoli fa, nel suo saggio <em>Lo spirito delle leggi</em>, Montesquieu, scriveva «Dopotutto ogni tiranno è un grande semplificatore». Il tempo trascorso da allora avrebbe dovuto insegnarci qualcosa, eppure le masse del nuovo millennio sembrano amino il rischio e per amarlo incoscientemente fino in fondo, continuano a fidarsi dei semplificatori.</p>
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		<title>IUS MUSIC</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/07/04/ius-music/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2014 16:59:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[amir issaa]]></category>
		<category><![CDATA[hate speech]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-150x150.jpg" alt="Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-48435" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna-900x900.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Amir-Issaa_Ph_by-Matteo_Montagna.jpg 1181w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>(o del #metodoBalotelli)</p>
<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Dopo le <a href="http://www.vice.com/it/read/balotelli-mondiali-razzismo">amenità profuse</a> su Mario Balotelli per la sua insolente reazione su <a href="http://instagram.com/p/pquOpHLj6X/">Instagram</a> all&#8217;ennesimo commento razzista, oggi &#8220;Libero&#8221; ha dato il via a una nuova campagna di squadrismo 2.0 contro il rapper romano <a href="http://www.amirmusic.it/">Amir Issaa</a> (nel senso di: nato e cresciuto a Roma, se &#8211; porca puttana- dovesse essere necessario precisare.) Amir sarebbe reo di &#8220;incitamento all&#8217;odio e alla violenza&#8221; per il video qui sotto, in cui compare anche il deputato PD <a href="http://www.khalidchaouki.it/">Khalid Chaouki</a>, quello che si era barricato insieme ai profughi e migranti nel cosidetto <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/23/lampedusa-liberate-khalid-chaouki/823726/">&#8220;Centro di accoglienza&#8221;</a> a Lampedusa.<span id="more-48432"></span></p>
<p><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="//www.youtube.com/embed/ZHUw8zd0FrY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Per squadrismo 2.0. intendo quella pratica per cui una testata piuttosto visibile o ben ramificata (giornale o blog noto) inquadra il bersaglio e apre le danze alla diffusione sui social media di messaggi d&#8217;odio che vanno dal più gentile &#8220;torna in Africa!&#8221; agli auspici e alle minacce di morte esplicite, che in questo caso sono valanga.<br />
Sinora il meccanismo dello <em>hate-speech</em> propagato in rete non si è ancora tradotto in violenza fisica organizzata (qualcuno però si è sucididato), ma non è detto che questo rito di sfogo collettivo debba restare per sempre confinato alla realtà virtuale. Chi si serve di questo strumento, oltre a scatenare una indubitabile violenza simbolico-verbale, in ogni caso espone una o più persone con nome e cognome che esistono in carne e ossa a una schiera di nemici anonimi, di cui magari qualcuno possiede qualche mazza o spranga e avrebbe piacere di usarla non solo nelle vicinanze di uno stadio. Questo è naturalmente più facile che avvenga nel caso in cui il bersaglio non sia superfamoso e dunque superprotetto. Ma &#8211; sempre naturalmente- questo non è un problema dell&#8217;incendiario che si è semplicemente avvalso della sacrosanta libertà d&#8217;opinione.    </p>
<p>Non mi pare casuale che l&#8217;attacco in questione avvenga sulla scia della questione Balotelli, secondo me parecchio sottovalutata da molte persone senza dubbio non razziste, ma qui dovrei fare un discorso diverso (rimando, per chi non l&#8217;avesse visto, a un divertente articolo di <a href="http://www.linkiesta.it/mario-balotelli-linciaggio-mediatico-quit">Quit the Doner</a>) e assai più lungo.<br />
Qui invece il problema mi pare risaltare in modo adamantino. Il problema &#8211; per &#8220;Libero&#8221; e per una grossa pancia assai più gonfia di flatulenze tossiche &#8211;  è il semplice fatto che gli italiani non &#8220;etnici&#8221; esistono e sono tanti. Peggio: che hanno coscienza di sé, coscienza dei loro diritti negati o ostacolati con ogni cavillo e mezzuccio sporco (inclusi i costi vergognosi per le pratiche di cittadinaza che partono da 200 euro a capoccia). Coscienza di dover lottare per il proprio riconoscimento, coscienza &#8211; in questo caso &#8211; di come vorrebbero fosse l&#8217;Italia, per loro, ma non soltanto.<br />
Questo è un rap: genere per definizione veicolo di rabbia, ricettacolo di turpiloquio, esaltazione della violenza più disparata e talvolta più schifosa (tipo omofobica, biecamente maschilista, persino nazi), articolato in un sottogenere che si chiama <em>gangsta-rap</em> &#8211;  nonostante il nome dica tutto, passato come <em>global mainstream</em> beccandosi solo le intermittenti accuse di essere un pelo diseducativo. Solo Jovanotti, con rispetto parlando e per quel che ne sappia, ha sviluppato una versione molto nostrana dove &#8220;esiste solo una grande chiesa che passa da CHE GUEVARA e arriva fino a MADRE TERESA passando da MALCOM X attraverso GANDHI e SAN PATRIGNANO&#8230;&#8221;.<br />
Insomma Amir in questa canzone non dice &#8220;volemose bene&#8221; o &#8220;vogliateci bene, siamo tanto bravi e carucci, come in un poster Benetton&#8221; e ha ottime ragioni per non farlo. Rivendica l&#8217;assalto al diritto (anche del futuro), prognostica casini se non cambia lo stato delle cose (il ché è diverso dal minacciare o incitare alla rivolta, cosa che tra l&#8217;altro, ogni sorta di musicisti anche superaffermati fanno), nomina con disprezzo una parte degli italiani che (gli) fa schifo.<br />
Vale a dire: esprime, con il proprio linguaggio musicale, quella che si chiamava una <em>coscienza politica</em> anche se questa non si esplicita in invito alla militanza e tantomeno sovrastruttura ideologica. E questo, a mio avviso, è utile <em>non solo per loro</em>, i G2, la seconda generazione di immigrati (ossimoro che dovrebbe allappare i denti).</p>
<p><strong>Ius Music</strong> (testo)</p>
<p>I miei fratelli sono afro fieri, maghreb e cinesi, filippini con i piedi qua e il sangue da altri paesi, chi ha la madre che lavora nelle case di ignoranti che abbandonano le loro sole in braccio alle badanti. Gente stupida rimasta ancora al medioevo, li sveglio di notte sono l&#8217;incubo dell&#8217;uomo nero e se il futuro è il nostro lo vogliamo in esclusiva, stanchi di elemosinare diritti e metterci in fila, Da Palermo a Torino scoppierà un casino, se l&#8217;Europa è un altra storia se Roma non è Berlino, è la paura di qualcosa che ormai vive qua vicino e non ti salverai in Padania non esiste in nessun libro, Non sono un G2 Italiano col trattino, una Fiat uno col bazooka sul tettino è la storia di un normale cittadino impazzito era clandestino adesso è un assassino.</p>
<p>Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Non c&#8217;è frontiera quando la mia gente parla</p>
<p>Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Questa è Ius Music, Ius Music<br />
Orfano di quest&#8217;Italia un superstite resto a galla</p>
<p>La mia non è una razza la mia è una tribù quelli sempre al centro del mirino è questa la mia crew, la mia gente stanca di essere accusata di essere considerata il pericolo dentro casa<br />
amici laureati fermati da uno con la terza media umiliati e maltrattati, e non c&#8217;è scusa quando l&#8217;ignoranza parla se qua l&#8217;essere Italiano è solamente sulla carta, Se ti senti fuori luogo in questa situazione, e diventi uno straniero nella tua nazione, stessa lingua stessa rabbia stesso cibo, siamo nella stessa merda non sono io il tuo nemico, siamo scacchi nella stessa battaglia noi orfani superstiti fratelli d&#8217;Italia, oltre i muri le frontiere e i confini Balotelli faccio gol e sono tutti felici.</p>
<p>Ps. Siete mai passati da un campo di calcio dell&#8217;oratorio? Quelli dove vanno i ragazzini di tutti colori, alcuni che corrono dietro al pallone in <em>Salwar Kamiz</em>, approdati freschi dal Pakistan? (copyright: oratorio del centro di Gallarate) Se sì, magari vi sarete resi conto che un&#8217; apertura decente allo <em>Ius Soli</em> e alla naturalizzazione di chi in Italia vive e cresce, sarebbe un&#8217;ottima risposta al coro di lamenti sul declino del calcio italiano che ci hanno rintronato in questi giorni. Non che questo sia prioritario. Più interessante sarebbe invece immaginare che nei prossimi quattro anni Balotelli mettesse &#8220;la testa apposto&#8221;, diventasse fortissimo ma poi decidesse: &#8220;fanculo, gioco per il Ghana!&#8221; O Stephan El Sharawy&#8230;</p>
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