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	<title>social network &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La mia bolla e Eichmann. Spunto per un’autoanalisi di gruppo.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jun 2025 07:51:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Adolf Eichmann]]></category>
		<category><![CDATA[denuncia]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio del popolo palestinese]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese </strong><br /> Se togliete una minoranza di fanatici, di sadici, di pazzi, che sono riusciti a insediarsi in posti di potere, la maggior parte delle persone che li segue, che accoglie la loro propaganda, che crede alle loro parole e che obbedisce ai loro ordini è gente “normale”...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-114107" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Adolf_Eichmann_at_Trial1961-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Adolf_Eichmann_at_Trial1961-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Adolf_Eichmann_at_Trial1961-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Adolf_Eichmann_at_Trial1961-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Adolf_Eichmann_at_Trial1961-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/06/Adolf_Eichmann_at_Trial1961.jpg 500w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><br />
NAZI WAR CRIMINAL ADOLF EICHMANN SITTING IN A GLASS CELL, AT HIS TRIAL AT BEIT HA&#8217;AM IN JERUSALEM.</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Ve lo ricordate questo signore? Adolf Eichmann. Vi ricordate il reportage-riflessione di Hannah Arendt? Ebbene, vorrei che la mia bolla riflettesse a una cosa molto spiacevole, spiacevole per noi tutti. Anche gli eventi eccezionali ai quali stiamo assistendo, come il progetto di genocidio del popolo palestinese in questo XXI secolo, nascono all’interno di una realtà umana “normale”. Se togliete una minoranza di fanatici, di sadici, di pazzi, che sono riusciti a insediarsi in posti di potere, la maggior parte delle persone che li segue, che accoglie la loro propaganda, che crede alle loro parole e che obbedisce ai loro ordini è gente “normale”, gente che, socialmente, rientra nella norma, ossia non ha commesso in precedenza alcuna azione particolarmente detestabile o ignominiosa. Noi, che abbiamo almeno un certo coraggio e la lucidità, l’integrità mentale e morale, di denunciare questo progetto genocidario, e il bollettino di morti innocenti che ci fornisce giornalmente, dovremmo essere però coscienti di una cosa. Questo <em>noi</em>, che si è nei mesi scorsi rafforzato e che ha preso finalmente, tristemente, i caratteri di una parte sociale coesa e indignata, ebbene questo noi è fatto anche di molte persone, che vediamo all’opera ogni giorno, nel lavoro, nelle relazioni sociali, nelle istituzioni. Ebbene, in alcuni casi mi è capitato di domandarmi, ma tu che denunci con molta ragione e pertinenza certi terribili torti, ma tu saresti in grado, in una concreta situazione, di opporti a una maggioranza? Di opporti a qualcuno di più potente? Saresti in grado di aprire un conflitto, che minaccia certe tue comodità e vantaggi? Non dico questo perché valga, anche solo minimamente, come giustificazione di ciò che sta accadendo. Per niente. Lo dico, perché un lungo soggiorno con gli altri esseri umani, e quindi con me stesso, per l’immagine che gli altri mi hanno rimandato, mi ha fatto capire che la <em>maggioranza </em>delle persone che conosco non ama i conflitti, vuole in genere accedere a una posizione sociale o lavorativa migliore, e mette moltissima energia alla realizzazione di questo obiettivo. Inoltre non ama dover prendere partito di fronte a controversie, se questo può mettere a rischio la sua reputazione o posizione. Io per primo mi riconosco più o meno in questo ritratto. In ogni caso, riguarda anche me. Perché ricordo tutto questo, nel momento in cui parlo dell’indignazione e della denuncia sacrosante che vedo ormai diffuse sulla mia bolla social? Per dirvi che dovreste pensarci due volte prima di denunciare i massacri, gli assedi, le torture che l’esercito israeliano infligge alla popolazione di Gaza o della Cisgiordania? Assolutamente no! Ma pensiamoci due volte, prima di defilarci, di zittire, di spaventarci, ogni volta che assistiamo intorno a noi, anche in tempo di pace, a un’ingiustizia, una stortura, una prepotenza di qualche persona più potente. I cinici, a sinistra come soprattutto a destra, diranno: “Che v’indignate a fare, lo sapete che schifezza è l’uomo!” Noi potremmo approfittarne, invece, per dire: che il nostro comportamento quotidiano sia all’altezza delle giuste indignazioni di ordine geopolitico!</p>
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		<title>HelloQuitX: istruzioni per l’uscita da X</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2025 15:15:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[David Chavalarias]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br />
“Ma ragazzi, se ce ne andiamo anche noi da X, chi garantisce la sopravvivenza di un vero dibattito democratico? Chi garantisce l’espressione di punti di vista diversi?”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>“Ma ragazzi, se ce ne andiamo anche noi da X, chi garantisce la sopravvivenza di un vero dibattito democratico? Chi garantisce l’espressione di punti di vista diversi?” Questo magnifico argomento fallace, è già disponibile domani per l’esodo da Facebook. L’esodo da X, però, sembra davvero ancora più urgente, perché esso è già teatro da tempo di campagne d’<em>astroturfing</em> (propagande falsamente spontanee e popolari) contro non solo la fantomatica cultura <em>woke</em>, ossia l’ideologia di sinistra, ma anche semplicemente: 1) il giornalismo indipendente; 2) la ricerca scientifica universitaria. Nemici della galassia neofascista, promossa dal padrone della piattaforma (Elon Musk), sono tutti coloro che pretendono di difendere la verifica delle fonti e la fondatezza scientifica delle prove. Si tratta, in entrambi i casi, di processi collettivi complessi che, pur evolvendo nel corso della modernità, hanno costituito forme di limitazione, nei confronti tanto del delirio individuale quanto di quello settario, di natura religiosa o politica che sia. Ma rispondiamo subito all’argomento formulato all’inizio. Perché mai, io, libero cittadino, dovrei garantire la “democraticità” di un luogo privato (X), che trae profitto economico dalla mia presenza su di esso e mi getta in pasto a bande di fascisti, razzisti, climatoscettici, ecc., che godono il massimo appoggio da parte del proprietario di questo luogo (Musk). Volete emendare il vostro Karma? Andate a nutrire i senza tetto, invece di cercare di ripulire dalla merda fascista case private che ne strabordano.</p>
<p>Il vero problema è un altro. La droga era buona e a poco prezzo. Ne abbiamo abusato, traendone grandi vantaggi in termini di efficacia personale o di gruppo. Ora che però sappiamo quante brutture implica la sua circolazione, ne siamo schiavi, fisicamente dipendenti. Tagliare le relazioni con lo spaccia è durissima. Ci ritroviamo vulnerabili e miseri, come prima del grande sballo. Lo sballo è consistito nella capacità delle piattaforme di creare un nostro ampio pubblico, una nostra ampia famiglia. E uscire da X significa dover ricominciare da zero. Sacrificare una ricchissima agenda e un foltissimo archivio che si sono costruiti con sudore negli anni. Ecco, questo è un discorso che si capisce. Ed è per questo motivo che i difensori dell’abbandono di X, per l’occupazione di spazi di dibattito alternativi, ossia <em>ancora </em>democratici, hanno posto l’attenzione sulla “portabilità”.</p>
<p>È quanto accade in Francia. Qui abbiamo un signore di nome <strong>David Chavalarias</strong>, che ha tutte le carte in regola anche per i più tecnofili: un matematico con esperienze di ricerca pluridisciplinari (direttore di ricerca al CNRS e Centro d’Analisi di Matematiche Sociali all&#8217;EHSS), autore di un libro sulle piattaforme (<em>Toxic data. Comment les réseaux manipulent nos opinions</em>, 2023; Dati tossici. Come i social manipolano le nostre opinioni) e soprattutto coordinatore del progetto <a href="https://openportability.org/fr/auth/signin"><strong>openportability.org</strong></a>, un programma a libero accesso, che permette di trasferire tutti i dati del proprio conto X su mastodon o BlueSky. Questo programma è stato poi associato a<a href="https://helloquittex.com/"> <strong><em>HelloQuitX </em></strong></a>(Esci da X), che si definisce in questi termini: “un movimento meta-politico e apartisan che aiuta i cittadini a riappropriarsi degli spazi digitali compatibili con delle democrazie funzionali”. Questo movimento di “cittadini” in realtà è “politico”, nel senso che difende la possibilità di integrare le piattaforme a uno spazio di scambio e incontro realmente democratico, ossia antifascista.</p>
<p>Il problema, quindi, è quello di uscire da piattaforme elettroniche in mano a soggetti privati, e per lo più fascisti, che ne controllano il funzionamento grazie alla scelta degli algoritmi e alle strategie o meno di moderazione, per <em>integrare </em>delle nuove piattaforme (BlueSky e Mastodon) a un tipo di scambio e comunicazione che rispettino le norme e lo <em>spirito</em> della democrazia. Questo “spirito” democratico si fonda su un ideale fondamentale: il controllo il più possibile diretto da parte dei cittadini delle istituzioni sociali; tra queste ci sono gli organismi di comunicazione di massa e di circolazione dell’informazione.</p>
<p>Sul sito di <em>HelloQuitX</em> si trova anche una lista di realtà associative, giornalistiche, politiche, ecc. che hanno già lasciato X (da Mediapart, consorzio di giornalisti indipendenti sul web, all’Università di Starsburgo, dalla Berlinale Film Festival alla ONG Cimade, e così via).</p>
<p>Cari e care tossiche di X, oggi avete un bel metadone, e persino droghe alternative, ma che, pur facendovi sballare allo stesso modo, non hanno effetti nefasti sulla vostra salute e quella del vostro prossimo. <a href="https://helloquittex.com/"><strong><em>HelloQuitX</em></strong></a>, andate a farvi un giro.</p>
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		<title>Le virtù dimenticate del silenzio: i social, il covid, la guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Apr 2022 04:29:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Giuseppe A. Samonà </strong><br />Rifletto da anni sulla cosiddetta “rivoluzione tecnologico-digitale”, e in particolare sulla natura e la funzione dei social, sui molteplici aspetti – economici, politici, psicologici, estetici, relazionali etc. – che ne governano il meccanismo...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p>Rifletto da anni sulla cosiddetta “rivoluzione tecnologico-digitale”, e in particolare sulla natura e la funzione dei social, sui molteplici aspetti – economici, politici, psicologici, estetici, relazionali etc. – che ne governano il meccanismo: ne ho anche scritto in un paio di occasioni proprio su questo sito (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/02/08/linvoluzione-digitale/">L’INVOLUZIONE DIGITALE | NAZIONE INDIANA</a>; e poi in risposta a un ottimo articolo di Andrea Inglese, che peraltro solleva molti dei temi a me più cari: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/">Umanisti del nuovo secolo e sottomissione tecnologica | NAZIONE INDIANA</a>). Se dovessi riassumere con una formula la mia (e di altri) prospettiva – ma attenzione, il mini-abstract “parla” solo a chi ha già avuto modo di interessarsi a questi temi, altrimenti suona come un lungo, incomprensibile slogan – direi: questa “rivoluzione”, con l’accelerazione e le promesse di comunicazione totale ch’essa implica, non costituisce l’ineluttabile progresso, ma una delle sue possibili vie, come strumento primo e indispensabile del progetto dell’ultimo capitalismo neoliberale, in cui la supposta gratuità dei mezzi si fonda sulla concreta schiavitù degli utenti che producono profitto alienato, e la promessa libertà illimitata è uno specchietto per le allodole che organizza sotterraneamente un feroce controllo sociale.</p>
<p>Ora fra i tanti aspetti di questo complesso sistema, il quale costituisce oramai l’indispensabile scheletro che tiene insieme gli scambi attraverso il mondo umano, ce n’è uno che di recente, prima con la pandemia e dal febbraio 2022 con la guerra, ha assunto un rilievo straordinario, operando un vero e proprio salto di qualità (e mentre scrivo mi accorgo che questo processo aveva cominciato a delinearsi già con l’emergenza terrorismo): la bipolarizzazione della realtà, della sua comprensione, semplificata e organizzata come se fosse uno scontro fra due fazioni radicalmente opposte che si affrontano dentro uno stadio, la cui posta in gioco è l’annientamento dell’una o dell’altra, con gli utenti-spettatori tutt’intorno che da un lato non possono che fare fanaticamente il tifo, dall’altro entrano loro stessi in campo a dar manforte all’una o all’altra squadra&#8230; Il virus ha esercitato una sorta di fascinazione, anche per via del linguaggio di guerra che è stato forgiato per contrastarlo (e per altro non è improbabile che si ricominci), proliferando facilmente attraverso un mezzo, i social, che per propria natura inducono alla compulsione e alla dipendenza; e adesso che la guerra, quella vera, si combatte nel cuore dell’Europa (uno dei curiosi effetti della nostra fedeltà al Patto Atlantico sta nel farci percepire i paesi dell’Est “ai margini” del nostro continente, di cui invece geograficamente e culturalmente fanno parte a pieno diritto), quella fascinazione è diventata ipnosi: perché la guerra, da sempre, ipnotizza chi la osserva dal di fuori, ed è anche contro questo rischio che dovremmo lottare, pensare, per non lasciarci risucchiare dentro. In questa pericolosa prospettiva, come e ancor più di prima con il virus, quasi tutti dentro i social si sentono obbligati a dire quotidianamente la loro su questa orrenda guerra, a commentarla, classificarla, stigmatizzarla, con una sorta di vociare ininterrotto che risponde soprattutto al bisogno di affermare la propria presenza: <em>Attenzione, ci sono anch’io</em>, come se l’esprimersi senza sosta equivalesse a una concreta azione di resistenza e il restare silenziosi – silenziosi nei social&#8230; – un’inconcepibile resa. Intendiamoci, nei social esistono mille posizioni, in Facebook ad esempio leggo a volte alcuni post di amici che mi aiutano a capire, insieme ad alcuni utili articoli che diversamente mi sfuggirebbero: ma il problema è che il flusso ininterrotto, i titoli messi in avanti per fare uscire la testa fuori dal flusso, per attirare l’attenzione, la coda delle discussioni che rapidamente si fanno rissa, organizzano comunque il mondo in due. Sugli opposti slogan si “discute”, ci si azzanna, non sulle idee, sulle analisi: del resto nessuno, là dentro, ha veramente la possibilità, o la voglia, di confrontare le proprie, non c’è dialogo, solo applauso o riprovazione.</p>
<p>(<em>Ma come?</em> – si potrebbe dire – <em>ma allora lo usi?</em> Sì, lo confesso, un paio di volte a settimana torno su Facebook: da un lato, appunto, come terreno di indagine sociologica; dall’altro, più sobriamente, come veloce rassegna stampa, o come dicevo per andarmi silenziosamente a leggere quei preziosi quattro o cinque amici, e articoli&#8230; Tuttavia, proprio da quando è cominciata la pandemia, mi sono imposto di non usarlo più per discutere, e di pubblicarci solo quello che è direttamente connesso con il mio lavoro, per esempio, adesso, questo pezzo. Certo, può capitare che il post di un amico/a mi trovi d’accordo, mi stimoli: ma allora, anche se è assai più lento, gli/le scrivo in privato; viceversa, può succedere, succede assai spesso, che alcuni commenti mi facciano venire il sangue agli occhi, e il dito mi pruda: ma mi freno, ed esco fuori, convinto come sono della totale inutilità, anzi, <em>dannosità</em>, di qualunque “discussione” là dentro – e anche del rischio, proprio ad ogni ex fumatore che ogni tanto si concede qualche tiro, di ricadere nell’antica droga&#8230;)</p>
<p>Il covid e la guerra dunque hanno esasperato la tendenza alla bipolarizzazione insita nel modo di funzionare dei social; e di più, hanno spinto questa bipolarizzazione a esondare dal suo campo di azione virtuale, contagiando più o meno ampi settori della società. Il fenomeno è internazionale: tuttavia, in tale direzione, l’Italia ha costituito un laboratorio particolarmente fecondo, nel senso che questa bipolarizzazione si è letteralmente impossessata dei principali mezzi di comunicazione tradizionale, giornali e televisione (la radio si è protetta di più); questi, di conseguenza, hanno assunto toni di una violenza inimmaginabili altrove nel mondo Occidentale, di fatto soffocando sul nascere – com’è appunto proprio dei social – qualunque vera analisi e discussione. Non saprei dire se questa esasperazione del dibattito pubblico italiano risponda a caratteristiche proprie al paese, per via di un suo atavico carattere melodrammatico, o se invece in questo l’Italia costituisca una sorta di avanguardia, persino un modello – nel bene e nel male non sarebbe la prima volta – di qualcosa che è destinato ad affermarsi su larga scala, una sorta di nuovo modo di fare informazione: sia come sia, in queste due crisi mondiali, giornali e televisioni di altri paesi storicamente vicini hanno meglio difeso la propria autonomia di linguaggio. Preciso anche che questa è un’ipotesi che si è affacciata alla mia mente cammin facendo, e non ha nulla di definitivo né di esaustivo, limitandosi a un numero ridotto anche se già significativo di paesi e di media: si è andata formando durante i due anni di pandemia, nel confronto – ecco, dichiaro le mie fonti – tra i giornali italiani “classici” (principalmente La Repubblica, La Stampa e Il Corriere della Sera, ed altri più recenti come Il Foglio, il Fatto Quotidiano, etc., con l’encomiabile eccezione del Manifesto e – per me è stata una scoperta – dell’Avvenire) e alcuni loro omologhi francesi (principalmente Le Monde, Libération, poi Le Figaro e altri), spagnoli (principalmente El País, elDiario.es), britannici (The Guardian, The Indipendent, poi The Times), statunitensi (The New York Times, The Washington Post), che ho l’abitudine quotidiana se non di leggere almeno di consultare, soprattutto quando ci sono eventi cruciali; infine, quando l’ipotesi aveva cominciato a prendere corpo, ho allargato il confronto a telegiornali, reportage e dibattiti televisivi, sia pur con ineguale frequentazione (Rai 1, 2, 3, La 7; TF1, France 2, France 5, C 8, Arte; La 1, La 2, La Sexta; CNN e BBC – va detto che generalmente non guardo la televisione: si è trattato dunque di una vera e propria, e molto faticosa, ricerca sul campo, con brevi e saltuari “assaggi” per il covid, e una più lunga intensa immersione di una decina di giorni consecutivi per la guerra).</p>
<p>Insomma, in Italia in modo ben più netto e uniforme che altrove, giornali e televisioni hanno ripreso e amplificato la bipolarizzazione propria dei social, li hanno inseguiti, sono diventati in certo senso più social dei social; più che altrove, durante la pandemia, si è data forma di categoria a una vasta galassia di sensibilità, opinioni, riflessioni diversissime fra di loro: che si pensasse che dentro il vaccino ci fosse sciolto un microchip attraverso cui Bill Gates o Soros avrebbero controllato il mondo, e che magari il covid non esistesse, o fosse opera dei Cinesi per dominare l’Occidente, etc., o invece che, pur essendo vaccinati e convinti della sciagurata esistenza del virus, etc., ci si interrogasse sulla necessità della terza o quarta dose, o sull’efficacia di questa o quella misura di contenimento, e sul suo possibile danno per la democrazia, per l’equilibrio psicologico degli individui, o ancora sui profitti delle case farmaceutiche, etc., nel giro di pochi scambi si finiva di fatto per essere più o meno esplicitamente stigmatizzati come No-vax. Certo, le bufale, le falsificazioni, che esistono da sempre, sono state moltiplicate, diffuse dai social come mai prima – e di più: su un tale terreno straordinariamente propizio, le fake news (secondo la terminologia ormai in voga) hanno finito per modificare in profondità lo stesso rapporto che la società intrattiene con la realtà: se un’opinione, per il semplice fatto di essere espressa, diventa appunto un fatto, la comprensione, la ricerca della verità sono destinate sul nascere a naufragare. Questa confusione, come le idee realmente negazioniste e complottiste che l’alimentano, vanno ovviamente combattutte, col ragionamento, con l’analisi, con la difesa dei fatti, dei dati, e sempre deve insospettire in tal senso ogni discorso che inizia criticando la  narrazione “ufficiale” o il “mainstream”: le stesse espressioni anzi dovrebbero scatenare una sana urticaria. Tuttavia durante la crisi del covid, insieme alla moltiplicazione delle fake, si è anche creata una pietrificazione delle idee, del pensiero oggetto di critica da parte di tali fake: da riflessivo, eventualmente pedagogico, appunto analitico, questo si è fatto dogmatico, coercitivo, arrogante, con un irrigidimento ideologico, una sicurezza di giudizio insofferente a qualunque critica, sfumatura, dubbio, anche ragionevole – e i media, anche fuori dai social, più che informare, analizzare, problematizzare (questo dovrebbe essere il loro compito) si sono spesso ritrovati a scandire ingiunzioni, farsi portavoce delle “linee guida” (altra espressione da urticaria) sanitarie o governative, alimentare la paura, far montare l’emotività, anche abusando di termini come “negazionismo” o “complottismo” distribuiti con troppa facilità (il terribile vocabolario della Shoah necessiterebbe un uso accorto, meditato&#8230; non a caso ora che c’è la guerra un altro termine a rischio di uso improprio è “genocidio”&#8230; ): e il dibattito, quello che avrebbe dovuto essere il dibattito, utile a far ragionare la gente, si è trasformato in una vera e propria guerra di religione – con la conseguenza, fra altre, di contribuire alla radicalizzazione di chi complottista e negazionista lo era veramente.</p>
<p>Lo dicevo, l’esondazione è una tendenza internazionale, ma in Italia ha assunto livelli inimaginabili in altri paesi (non a caso il movimento No-vax è stato più violento ed esasperato che altrove&#8230;), anche aiutandosi con la creatività deamicisiana propria del Belpaese (ho battezzato il file in cui ho raccolto i titoli più significativi in periodo di pandemia con le prime parole di un titolone di Repubblica, bello grande in prima pagina: <em>La mamma in agonia al figlio No-vax: “mettiti la mascherina&#8230;”</em>). Succedeva insomma anche negli altri paesi, ma con più misura, con meno fanatismo, con più possibilità di contraddittorio: per esempio, tanto per mischiare un po’ l’ieri con l’oggi, Jean-Luc Mélenchon, presidente del primo partito della sinistra francese, che ha sfiorato il passaggio al secondo turno delle presidenziali, si è opposto a diverse misure di lotta contro il virus, fra cui il pass sanitario e ancor di più vaccinale, ha difeso il vaccino ma lo ha qualificato di racchetta bucata, ha denunciato l’opacità delle case farmaceutiche, e come lui diversi altri intellettuali, senza che nessuno dei grandi giornali o televisioni li abbia attaccati come complottisti o negazionisti&#8230;</p>
<p>Piccolo stacco, o parentesi, prendendo in prestito e riassumendo, adattando, una riflessione che avevo elaborato in un convegno su Sciascia tenutosi a Parigi nel 2019 (<em>La letteratura come </em>non <em>menzogna, </em>Todomodo, X, 2020: 108-118). Esiste una tensione scrittura-oralità, un’ambivalenza nei confronti della parola scritta che corre lungo tutta la cultura Occidentale. Anzi, da Platone a Lévi-Strauss, passando per Rousseau, esiste una vera propria ostilità nei confronti della scrittura, che ucciderebbe la vita, ogni suo segno significante costituendo una sorta di tomba che blocca la parola viva. Così Platone, i cui scritti rappresentano uno dei momenti più alti della storia umana, nutriva per la marmorea morta scrittura un’argomentata diffidenza, al punto che – secondo alcune interpretazioni – avrebbe affidato alla vitale multiforme “parola alata” la parte più preziosa del suo insegnamento. Ma si potrebbe andare ancora più indietro, ricordando che la prima menzione di scrittura della nostra cultura si trova nell’”oralissimo” Omero, con il celebre mito di Bellerofonte messaggero in Iliade VI (poi ripreso da Rousseau, Lévi-Strauss, Derrida&#8230;), in cui le “parole mortifere” impresse nella tavoletta che ha il compito di consegnare al re della Licia dovrebbero appunto sentenziarne la morte. In questa prospettiva i dialoghi di Platone, con la loro struttura (appunto dialogica), sarebbero un tentativo di aggirare, attutire la durezza del marmo, creando una parola che pur essendo scritta, cioè intombata, possa avere la levità, l’apertura della parola alata&#8230; Ecco, durante il covid, ho cominciato a pensare che i social avessero in un certo senso operato una rivoluzione simile, ma con finalità opposte: ora si doveva creare una parola che avesse la stessa velocità della parola alata, o quasi, ma che potesse colpire con la stessa durezza della parola scritta. Dalle mail collettive ai gruppi whatsapp  fino all’apoteosi delle discussioni  su Facebook, in molti abbiamo sperimentato quanto questo tipo di parola possa infiammare le “discussioni”, ferire, portare a rotture e contrapposizioni violente anche fra amici, molto di più di quanto non possa farlo quella “orale”, attorno a una tavola: perché parlando è sempre possibile tornare indietro, aggiustarsi, correggersi, mentre nella scrittura c’è qualcosa di irreversibile. Con un’eccezione importante (ma che rischia di essere contagiosa): la parola dei social, traccia scritta che si è ispirata alla velocità della comunicazione orale, ha imposto il suo stile, la sua rocciosità binaria, non solo alla maggior parte dei giornali, ma anche, con una sorta di ritorno alla sua fonte <em>alata</em>, a molta informazione televisiva, che oggi si caratterizza per un’accresciuta violenza e logica della bipolarizzazione. In particolare i talk show, che sono in senso proprio uno show della parola: di nuovo, questi non sono un’esclusività dell’Italia, ma mentre in altri paesi sono confinati ad alcune zone meno prestigiose della televisione, o comunque non sono loro che gestiscono l’informazione, in Italia ne costituiscono, trasversalmente a tutti i più importanti canali nazionali, il vettore principale, almeno sugli argomenti cruciali. <span style="text-decoration: line-through;"> </span></p>
<p>In questo senso, fa impressione come lo stesso impianto di discussione delineato per il covid, e spesso con gli stessi protagonisti ad occupare la scena, sia passato, senza soluzione di continuità, a occuparsi della guerra, raggiungendo in maniera del tutto appropriata l’acme della violenza e della bipolarizzazione: perché di questo è fatta l’ipnotica guerra. Per descrivere, analizzare un fenomeno non è necessario assumerne il linguaggio, anzi, la distanza, il non risonare insieme (come avvertiva il grande antropologo e storico delle religioni Ernesto De Martino: <em>Mitsingen ist verboten&#8230; </em>) è fondamentale per capire. Ma, fatto straordinario, ecco che in Italia – un’anche rapida comparazione delle informazioni e dibattiti televisivi attraverso diversi paesi è da questo punto di vista veramente istruttiva – la stessa coreografia delle trasmissioni in cui si discute di guerra evoca la guerra, la tensione, la tenzone, anche con l’aiuto di un ricorso alle immagini ben superiore a quel che avviene altrove: quello che sembra ricercarsi, alla televisione come nei principali giornali, non è il confronto, la comprensione, ma lo scontro o viceversa (come avveniva per il covid) il consenso religioso a una visione del mondo, l’approvazione.</p>
<p>Naturalmente i negazionisti, i complottisti esistono anche in guerra, come sempre, per più o meno esplicitamente servire con i loro caratteristici rovesciamenti la parte “sbagliata”: l’aggressore diventa l’aggredito, la vittima il carnefice, gli eccidi un’invenzione. In questo senso, ad esempio, ha giustamente scandalizzato chi, per il massacro di Bucha, ha parlato di “messa in scena”,  lasciando intendere che quelle morti violente non fossero mai avvenute, fossero state prodotte a bella posta, etc. Eppure, al di là dello scandalo, andrebbe anche ricordato a un altro livello che, in senso stretto, un’immagine, una foto, un video, sono sempre una <em>messa in scena</em>: solo la loro analisi può renderli veramente significativi. Ora, soprattutto dalla prima guerra in Irak in poi, l’uso massiccio delle immagini annebbia più che chiarisce; anzi – basti pensare fra altri al loro uso nel conflitto medio-orientale – sono diventate esse stesse armi, fondamentali, con cui le parti si combattono per convincere delle proprie ragioni l’opinione pubblica interna ed esterna. La loro analisi, insomma, è indispensabile: ed è quella appunto che manca nell’informazione televisiva italiana, in cui le immagini arrivano senza filtro, per emozionare, commuovere (e anzi, spesso ci sono le immagini delle immagini: il volto commosso di questo o quell’invitato in studio che appare in un angolo dello schermo, mentre guarda questa o quella immagine&#8230;., con il pubblico, da casa, che guarda insieme, in una spirale di emozione, l’uno e l’altra&#8230;). Come non pensare, del resto, che il più spaventoso genocidio della nostra storia, la Shoah, si sia dimostrato, affermandosi come un’incontrovertibile evidenza, praticamente in assenza di immagini?</p>
<p>Intendiamoci, per non creare equivoci: emozionarsi, commuoversi, indignarsi di fronte all’ingiustizia, all’orrore, è giusto, è necessario, anche per poter capire – ma sovrapporre emozione, umanità, considerazioni geopolitiche, analisi storica, come se fossero una cosa sola porta inevitabilmente a considerazioni errate, quanto meno per i tempi, i modi, i toni: perché c’è un modo e un tempo, un tono per dire le cose. La parola, le parole “<em>social</em>izzate” – aggettivo, da social – dei dibattiti televisivi italiani, anche se a volte, come nei social stessi o nei giornali, veicolano individualmente contenuti realmente interessanti, magari utili, sono sempre stonate: per via del contesto (ci si faccia attenzione: gli studi televisivi sembrano già predisposti alla guerra!), dell’urlo sempre in agguato che si sovrappone a un intervento per introdurre, imporre il successivo, del ritmo frenetico con cui questi interventi si succedono e si sovrappongono, impedendone di fatto la loro attenta considerazione, la loro <em>digestione</em> – per altro, anche chi dice cose assennate assume troppo spesso il ruolo di personaggio di una sgangherata recita collettiva, peggio, finisce per essere ridotto a macchietta, stereotipo, slogan, diventa, pur se assennato, ridicolo, grottesco, macinato com’è nel teatro delle urla (e anche lui urlante), nel bombardamento di immagini e interventi volti a incendiarci il cuore con l’emozione, mai a farci ragionare. (A proposito di ridicolo: alcuni degli invitati di questi talk show sono chiamati al banco per nome e cognome, altri – soprattutto se donne e giovani – solo per nome, altri ancora come “professore”, “dottore”, “dottoressa”, “professoressa”, “onorevole”, etc., in una voluttà luccicante di titoli, gradi e distinguo che ci ricorda che l’Italia è sempre quella de <em>I promessi sposi&#8230;</em>). Insomma, più che i singoli contenuti, ad essere sballato è soprattutto l’impianto, il palcoscenico che permette loro di circolare e moltiplicarsi.</p>
<p>Quanto al negazionismo, al complottismo, vanno anche qui, come sempre, fermamente combattuti, con l’analisi, con la forza dei fatti e del ragionamento, ma per farlo occorre che queste categorie siano usate propriamente. Ora, questo furore religioso (di nuovo, come ai tempi del covid), alimenta il conflitto invece che la comprensione, creando un fantomatico “campo avverso” (come appunto in guerra, eppure&#8230; <em>mitsingen ist verboten&#8230;</em>), e aspirandovi dentro chiunque si discosti dalla linea diciamo principale (in questo caso “interventista”, senza se e senza ma), magari semplicemente per sostare e interrogarsi. La sosta, l’interrogativo, comunque non funzionano nel dibattito <em>coram populo</em>, dove con rarissime eccezioni – che però finiscono col farsi da parte – si deve  correre, parlare forte e spiattellare certezze: <em>occore fare questo</em>, <em>occorre fare quello</em>. Per altro, in un’apparente splendida democrazia, in televisione tutte le posizioni sono rappresentate, anzi, i “pacifisti” spesso alzano la voce più degli altri: servono appunto ad infiammare il dibattito, o meglio, uno scontro (siamo in guerra&#8230;) in cui ognuno arriva con le sue certezze e non ha nulla da imparare, da ascoltare dagli altri – in un certo senso è il rovesciamento della logica platonica di cui si diceva sopra: i dialoghi, ispirandosi alla malleabilità della parola alata, dovevano attraverso il confronto costruire una possibile soluzione di un problema, o meglio, un possibile accordo; i dibattiti televisivi in Italia, ispirandosi alla durezza della scrittura social, mettono in scena uno scontro di certezze già costruite: per un pubblico che da casa fa le ore piccole assistendo a quelle ipnotiche discussioni, che della guerra sono in qualche modo una trasposizione, una drammatizzazione. Poi, in una sorta di <em>chassé-croisé</em>, ci pensano i social, e ancor di più i giornali, a fissare i contorni del mostro da abbattere, a partire dalle urla televisive, o altre opinioni, riflessioni anche pacatamente espresse, in una spirale di violenza e di semplificazione senza pari, che mette i pochi putiniani veri (che esistono, soprattutto a destra ma anche a sinistra, e sono ben conosciuti, anche perché spesso occupano o occupavano posizioni importanti nel governo e in parlamento, e di Putin si dicevano amici, ci facevano affari etc.) insieme con le molte persone che sono da sempre radicalmente contro Putin, ma pensano che la guerra non si possa fermare con una corsa al riarmo: anzi, curiosamente, sono questi ultimi, molto più dei primi, i principali oggetti della stigmatizzazione. Qualche titolo, qualche formula. “Io non sto con Putin, però”, perfido e assai diffuso: dove il “però” indica il tentativo di ricostruire il contesto della guerra, che si tratti di chiamare in causa la precedente guerra nel Donbass, l’espansione a est della Nato etc., perché – secondo questa formula – tali spiegazioni sarebbero di per sé giustificazioni, un modo per alleggerire le colpe di Putin o, addirittura, per trasformarlo da carnefice in vittima, facendosene di fatto alleati. (Ma allora i nostri vecchi manuali scolastici, quando ad esempio spiegavano che l’umiliazione inflitta alla Germania dopo la prima guerra mondiale era stata il terreno sui cui si era sviluppato il nazismo, cercavano di giustificare gli orrori di Hitler? Abbiamo imparato, a scuola, facendo politica, che prendere il tempo di capire non ostacola la necessaria scelta di campo, anzi la rende più consapevole, più forte&#8230;). C’è il più glaciale, e un po’ maccartista con le sue liste di nomi, “la cosa putiniana” – anche inquietante: “Come agisce la cosa putiniana?” C’è, sullo stesso slancio, la “federazione negazionista che fa il gioco di Putin”. O ancora, più puntualmente, ci sono oscenità del tipo l’“Associazione Nazionale <em>Putiniani</em> d’Italia”, cioè l’ANPI&#8230; A parte il fatto che, indipendentemente dal cosa si pensi rispetto al complessissimo problema di come intervenire in questa guerra (perché è complessissimo, e ci si dovrebbe auto-vietare di spiattellare certezze ad uso di chi, sul campo, combatte, soffre e muore veramente), è difficile non fremere di indignazione, di disgusto, nel vedere decenni e decenni di coraggiose e nobili lotte per il disarmo e per la pace, per altro con un ventaglio di posizioni e sensibilità spesso molto diverse, ridotte a una tale ridicola e menzognera rappresentazione: i pacifisti, o meglio (altra formula) i “putin-pacifisti” sono o appunto amici di Putin o “vigliacchi” (altro epiteto ricorrente) che hanno paura di combattere, o volentieri l’una e l’altra cosa. Fino al colmo del grottesco: a tratti sembra che la guerra si combatta non in Ucraina, ma sul suolo italiano, e che il nemico non sia più Putin, ma il disegnatore o il dirigente dell’ANPI di turno&#8230; (Variante di raccordo: i No-vax di un tempo adesso sarebbero putinisti&#8230; Ma oggi come allora questa categorizzazione del dissenso su vasta scala, senza distinzioni, in un’omogenea notte in cui tutte le vacche sono nere, da un lato intimidisce e taglia fuori dal dibattito le molte persone che sono nel contempo convintamente indignate, inorridite, e bisognose di interrogare la realtà, dall’altro conduce ahimè alla proliferazione del negazionismo e del complottismo, quello vero, che esiste ed è pericolosissimo&#8230;)</p>
<p>Ed ecco, è in questi ultimi mesi che con dolcezza mi si è imposto alla mente il silenzio, come un amico prezioso. Il silenzio è fondamentale dentro la scrittura come nella musica, ne fa parte: i sospiri, le pause, le attese, rendono la frase viva, intelligibile. Il silenzio è fondamentale prima e dopo un concerto, un’esecuzione musicale, ne fa ancora parte, e questo vale anche per la scrittura: perché la scrittura è per vocazione ad alta voce, anche quando è appunto muta. Il silenzio insomma è pieno, parla, è indispensabile per farci stare al mondo, per farcelo capire. Il silenzio sono le passaggiate, reali o sedute (con la mente, vagando), in cui digeriamo il pezzo che abbiamo letto, imponendoci di non leggerne subito un altro. Il silenzio sono i giorni, le settimane, i mesi in cui, scrittori, scegliamo di non scrivere, perché qualche cosa deve maturare diversamente, magari traducendosi in azioni. Il silenzio è semplicemente “prendere il tempo di&#8230;”, l’avere il coraggio di disconnettersi per trovare distanza, lucidità, in una prospettiva che è agli antipodi dell’incessante e rumoroso flusso continuo dei social o dei talk show <em>social</em>izzati, e della loro sinistra filosofia dell’esser sempre connessi. Il silenzio è resistenza attiva da opporre all’ipnosi della guerra in immagini e parole, che l’intrattiene, la guerra, non la neutralizza, e intrattenendo finisce per abituare, assuefare, e anestesizzare: del resto, almeno sui social, l’assuefazione nei confronti della guerra sta già arrivando, prima di quanto non sia accaduto con il covid, probabilmente perché a differenza di quello ancora non ce la si sente (a torto) dentro casa. (E però, che atmosfera pesante&#8230;) Il silenzio è capire che adoperarsi per la pace, qualunque sia la propria idea sul come ci si possa arrivare, non implica distribuire verità e consigli a chi muore combattendo sul campo. Perché qui, concretamente, parlo innanzitutto del silenzio pubblico, <em>social</em>izzato, individualizzato, che libera energia e tempo per altre parole-azioni, anche se non destinate a lasciare una traccia firmata: possiamo discutere con gli amici, con gli Ucraini e i Russi che già si sono rifugiati nei nostri paesi, con gli studiosi di quelle aree, non per sbandierare il nostro punto di vista, ma prima di ogni altra cosa per ascoltare, e per insieme costruirne uno; e poi, soprattutto, possiamo aiutare, ognuno secondo i propri mezzi, i molti che stanno arrivando qui, e hanno bisogno di tutto: di imparare la lingua del posto, di cibo, di soldi, di un letto – in quell’azione non ci si assuefa, non ci si abitua, e ogni giorno la guerra, questa guerra (come, mi si permetta di dirlo, tutte le altre), appare sempre di più per quel che è: inaccettabile.</p>
<p>In questo senso, mi ha molto colpito un post che, mi sembra, esemplifica un altro degli aspetti dei social che ha assunto in questi ultimi tempi un rilievo straordinario: la parcellizzazione solitaria della protesta, nel miraggio di essere connessi agli altri – il suo autore dichiarava di essersi arruolato nelle file della resistenza ucraina&#8230; su Facebook, perché era l’unico posto dove era possibile farlo! Ora, al di là delle anonime azioni concrete di cui ho appena detto e che sono, oltre che possibili, necessarie, c’è un meccanismo globale che va sottolineato: com’è stato ampiamente dibattuto (fra altri, nei due articoli che menzionavo all&#8217;inizio), questa parcellizzazione virtuale è direttamente proporzionale all’appassimento della protesta e dei dibattiti reali, realmente collettivi, fatti dell’incontro di persone vere, con le loro idee, le loro emozioni, i loro corpi. Eccolo, di nuovo, il silenzio: volgere la nostra attenzione altrove, far appassire il rumore dei social, dei dibattiti televisivi, disertare i giornali dai toni troppo guerrieri, per travasare questa energia nelle piazze e condannare l’aggressione, chiedere a gran voce la pace, a sostegno di coloro che resistono in Ucraina e in Russia, con una pressione costante – potesse essere questa la gran forza di contagio che aiuti (com’è stato per altre guerre passate) ad imporla, la pace. E magari intanto, che si sia credenti o anche atei, unirsi ai Russi e agli Ucraini che vivono già fra noi, per silenziosamente pregare insieme a loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Yves KLEIN, Monochrome vert sans titre (M 75), vers 1955]</p>
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		<title>Se il virtuale trabocca nel reale</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 05:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Forse ai nostri giorni l&#8217;obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere. Foucault &#160; Dove prima stava una gabbia poggiata sul terreno – e la guardavamo, introducevamo piccoli granelli di parole, fotogrammi, pensieri che ritenevamo inutili alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-83103" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/ai-weiwei-good-fences-make-good-neighbors-ny-e1582538350885.jpeg" alt="" width="500" height="334" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Forse ai nostri giorni l&#8217;obiettivo non è quello di </em><em>scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. </em><em>Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.</em></p>
<p style="text-align: right;">Foucault</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dove prima stava una gabbia poggiata sul terreno – e la guardavamo, introducevamo piccoli granelli di parole, fotogrammi, pensieri che ritenevamo inutili alla carta, un giorno  nella gabbia siamo entrati.</p>
<p>Ora, le regole della gabbia sono schizzate fuori dalle grate, invadono le strade, ci gonfiano gli occhi al mattino, dispercepiscono le relazioni, modellano come creta una morte che non sarà più morte: perché tutto resta. Modellano la vita togliendo grammi di vita alla vita.</p>
<p><em>Le bocche spalancate, la pelle dei corpi senza pelle, la vendetta dei bisogni, la chiusa del peso specifico del sogno, avere fili al posto degli arti, avere arti al posto dei figli.  </em></p>
<p>Prima era l’oggetto guardato, usato. Poi l’oggetto ci “ha diventati” – e ora, la coincidenza tra l’io che fruisce del dispositivo e il dispositivo stesso ha oggettificato i fruitori e soggettivato l’oggetto.</p>
<p>Scorrendo la “propria” bacheca passano milioni di informazioni, e il tempo e lo spazio e l’attenzione dedicati ad ogni singolo elemento è pressoché identico: una foto di mare del compagno di scuola, un quadro di Schiele, una dichiarazione di guerra, la morte di un padre, uno schizzo di sangue, la nascita di un figlio, una riflessione a margine dell’esistenza, un lettino d’ospedale, un pianto, un grido, un lamento, una citazione, un verso, uno sputo.</p>
<p>L’indice scivola veloce sullo schermo, e la frequenza con cui lo si apre e si chiude e si riapre cresce esponenzialmente: eppure non è una schiavitù, piuttosto la scelta inconscia di essere scelti: perché rassicura, perché non richiede sforzo ma solo posizionamento.</p>
<p>Ma se prima i meccanismi perversi della rete restavano nel loro interno, ora sono usciti nel fuori: la gabbia in forma di animale impazzito si è gonfiata al punto da non poter più contenere i propri organi e le proprie leggi, e così organi e leggi che la governavano sono diventate le leggi che governano le intimità (mancate) del mondo esterno.</p>
<p><em>Un’allucinazione cenestesica che sborda i confini e si riversa nel reale. Il dato diventa un fatto assoluto: se sorride in foto è felice. Se non scrive più è venuto a mancare. Se è mancato, va dimenticato. </em></p>
<p>E in questo sbordare, in questo traboccare del retroscena nella scena del mondo, raccogliamo fotogrammi per le strade, brevi informazioni, poche parole, un singulto, il dettaglio minimale di un abito, qualche silenzio per farne narrazione arbitraria di un altro che non vogliamo più conoscere ma che vogliamo conoscere perché crediamo di aver già conosciuto, di saperlo già: il potere di un sapere vuoto che sorpassa e supera e ingoia il desiderio di una piena conoscenza.</p>
<p>Se il sapere non concede dubbi, la conoscenza (che è movimento) li apre: e se i dubbi sono buche nel mondo, riconcepirli significa disporsi al sommottamento. Significa: disfare l’io, smontarlo. Significa: togliere strati solidi all’esistenza: un’operazione intollerabile.</p>
<p>Come intollerabile diventa la minima crepa: imbattersi nel fuori in un dettaglio non corrispondente alla narrazione che abbiamo costruito ci permette il diritto di togliere la parola all’altro con la stessa velocità con cui con un tastino in rete lo si banna.</p>
<p>Oppure: l’opposto. Un accoppiamento tra simili che si accoppiano perché l’algoritmo dice: compatibilità.In una bulimia del raccolto non è possibile raccogliere nulla: tutto è perdita, tutto va in perdita in una compulsione al legame ridicolo, la progressiva perdita di lettura della realtà: guardare non è vedere. Il voyeurismo solitario si spinge al collettivo, gli argini sono caduti.</p>
<p><em>Migliaia di esserini come acini uno uguale all’altro, dove tutti diventano tutti, quando il noi scompare, quando il tu non serve, quando noi è  dire io, quando io è dire io, come acini uno uguale all’altro aggrappati a grappoli per non dirsi soli  &#8211;  ma quanto siamo soli.</em></p>
<p>In un’epoca in cui l’interno vacilla, lo slittamento delle dinamiche malate dei luoghi di scambio illusorio ha aperto la strada alla sua chiusa: il virtuale trabocca nel reale: andare sul sicuro, smetterla coi territori accidentati, vanificare la scoperta, la possibilità di delusione o di stupore, non contemplare la frana, lo scricchiolio, l’imperfezione, l’abbaglio – e la scelta slitta all’indietro, anticipa sé stessa in un cortocircuito che non ha tempo di perdere tempo.</p>
<p>La pancia della gabbia è piena, vomita nel fuori gli organi che ha concepito. Resta la resistenza degli spazi minimali, allargare gli interstizi, disinquinare lo sguardo dai codici con cui ci stiamo eliminando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine: &#8220;Good fences make goood nieghbors&#8221; by Ai Weiwei per il Public Art Fund a New York. Courtesy Ai Weiwei Studio</p>
<p>*a <strong>Sergio</strong>, alle sacche di resistenza</p>
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		<title>Rappresentazione social di noi stessi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/03/10/rappresentazione-social-di-noi-stessi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2016 13:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Morici]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[L'ultima volta che mi sono suicidato]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo genovese]]></category>
		<category><![CDATA[Perfetti sconosciuti]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Solo nell’ultima settimana, mi è capitato di assistere a due “rappresentazioni” della nostra vita contemporanea, decrittate attraverso la lente (di ingrandimento?) dei cosiddetti “mezzi di comunicazione di massa”. Il primo è un film, Perfetti sconosciuti, per la regia di Paolo Genovese, con un buon parterre di attrici e attori medio-giovani del momento. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-60446" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/24183-ge-300x225.jpg" alt="24183-ge" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/24183-ge-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/24183-ge.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Solo nell’ultima settimana, mi è capitato di assistere a due “rappresentazioni” della nostra vita contemporanea, decrittate attraverso la lente (di ingrandimento?) dei cosiddetti “mezzi di comunicazione di massa”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo è un film, <i>Perfetti sconosciuti</i>, per la regia di Paolo Genovese, con un buon parterre di attrici e attori medio-giovani del momento. Il plot è davvero molto semplice: una cena e un gruppo di amici, quasi tutte coppie, che decidono, per ammazzare il tempo o per creare quel pizzico di zizzania che non guasta mai (?), di tentare una rivisitazione del caro vecchio gioco della verità. E, per far questo, al posto della benamata bottiglia che ha fatto da convitato di pietra alle nostre più riuscite feste delle medie, utilizzano i loro cellulari supertecnologici. Tutti smartphone, tutti con schermi ad altissima definizione, modelli addirittura interscambiabili (e infatti, da qui, nascerà un equivoco da manuale), tutti posizionati ad arte a faccia in su, schermo all’aria sul tavolo della mensa, a far da portata principale al banchetto amicale, che si trasformerà quindi ben presto in un vero e proprio girone dell’inferno. Salvo poi scoprire che, forse, non si è giocato davvero.<span id="more-60444"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dunque la tecnologia, nello specifico il telefono cellulare, come specchio (riflesso) del nostro essere più intimo, autentico, scatola nera che distrugge e rivitalizza il nostro sistema operativo dei sentimenti e della ragione in maniera del tutto arbitraria, solo talora a piacimento, basta azionare i giusti comandi, o cedere agli input sbagliati, e la frittata sembra fatta, crollano le certezze, si alzano di contro i muri della più torbida incomprensione.</p>
<p style="text-align: justify;">In una sola frase: siamo tutti schiavi del sistema telematico. Ci sembra ancora tutto sommato un iperuranio governabile, ma in realtà è l’esposizione perpetua, continua e colposamente reiterata dell’abuso comunicativo che ci fa muovere come marionette sul palcoscenico dei giorni. O almeno, così sembra.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui, mi ricollego al secondo spettacolo. Trattasi di una performance teatrale della durata di non più di 45 minuti, di e con Claudio Morici, autore romano anche lui all’incirca quarantenne, che ipotizza un dialogo fra un nonno, che oggi avrebbe 15 anni, e suo nipote, con l’intermezzo di varie altre voci corali. Il tutto, si svolgerebbe nel vicino e lontano 2089. <i>L’ultima volta che mi sono suicidato</i>, questo il titolo, davvero accattivante.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel futuro molto prossimo di Morici, la barriera degli attuali social-network sembrerà ampiamente superata, così come quella ostica dell’impoverimento e della disoccupazione giovanile (e non): i bambini già da piccoli accumuleranno capitali ingenti, grazie alla compravendita di sostanze diciamo biologiche e naturali, tanto che alle soglie della pubertà saranno già tutti in grado di acquistare casa e indipendenza. Inoltre, e questo è un altro dato piuttosto interessante, tutti i ragazzi disporranno di almeno un profilo Facebook, ma lo terranno inutilizzato, così come gli obsoleti Tinder, Instagram, Messenger e WhatsApp, di cui pare impossibile fare a meno oggi, perché le loro attività di condivisione social(e) saranno migrate tutte su un’unica, abnorme piattaforma: Telepatia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Le vedi queste dita? Queste dita sono piene di calli!”, dice il nonno al nipote Robertino, con fare fiero e nostalgico, e poi spiega: “Noi, noi chattavamo!”, che riecheggia un po’ il “Noi credevamo” politicamente impegnato dei nostri padri, e il “Noi lavoravamo la terra” genuino di nonni e trisavoli, per chi ancora può dire di averli conosciuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi chattavamo, esatto, noi volavamo con la Ryanair e ci ammazzavamo di fatiche improbe e improbabili per risparmiare 12 euro su un biglietto da stampare all’ultimo minuto, noi facevamo l’interrail ma solo sotto i 26 anni, e ogni tanto, ancora, ci azzardavamo persino a uscire di casa a piedi. Nel 2089 si viaggerà ovviamente col teletrasporto, e le case saranno tutte spoglie d’arredamento, ma avranno soffitti enormi, soffitti da fissare quanto più tempo possibile, soffitti che ospiteranno la parte più importante della vita “associativa” di giovani e meno giovani: il social network dei social network, appunto, la Telepatia.<br />
Sembrerebbe tanto una proiezione distopica e alienata della realtà, ma infondo, a ben guardare, non lo è. Come dice lo stesso Robertino, tutto sommato, “Sempre di messaggi si tratta”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è qui che mi sento di tornare ai <i>Perfetti sconosciuti</i> dell’inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, è vero, continuamente cambiano le modalità di scambio, inesorabili mutano i supporti tecnologici, e probabilmente ancora oggi non siamo davvero in grado di stabilire quanto McLuhan influisca sui nostri processi neuronali e evolutivi, quanto il medium internettaro, Facebookaro, WhatsApparo di cui siamo imbibiti (e spesso anche inibiti) costituisca davvero in ultima analisi il fulcro del “messaggio” che stiamo mandando a noi stessi e a chi ci circonda. Lungi da me negare la rivoluzione permanente dell’universo dei social network, come il potere magistrale degli smartphone che teniamo in mano, di media, per più di tre quarti della giornata.</p>
<p style="text-align: justify;">Epperò, appunto, sempre di messaggi si tratta. Lo smartphone come il tavolino del bar sotto casa, il social come il mercato di quartiere al sabato, la tastiera del pc come la zappa e la vanga nell’orto (nel 2089 di Morici, si farà anche l’amore bio!)</p>
<p style="text-align: justify;">Comunicare, questo verbo magico, genera anche, da sempre, incomprensione, istinti suicidi, tradimenti, passioni, alterazione della percezione della verità, svelamenti, misteri, occultamenti, che sia attraverso un soffitto, un tablet, o una voce di corridoio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Tutti gli interlocutori si spingono a vicenda in tutti gli abissi”, scriveva Thomas Bernhard, in un passaggio di <i>Perturbamento</i> che non mi stancherò mai di citare.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo tutti dei perfetti sconosciuti, che mandano solo dei messaggi.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Da Bizet a Twitter. Stromae e una variazione sulla Carmen</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2015 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[adattamento]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen di Bizet]]></category>
		<category><![CDATA[Fredric Jameson]]></category>
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		<category><![CDATA[stromae]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani Quoi du reste, ici, maintenant, d&#8217;une Carmen? A blank parody, una parodia vuota: così Fredric Jameson definisce il pastiche, una forma prodotta dal desiderio destoricizzante dell’epoca postmoderna, che consisterebbe in un rimaneggiamento di materiali già noti privo di qualsiasi carica satirica. Non è dello stesso avviso Linda Hutcheon, che in varie sue [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Quoi du reste, ici, maintenant, d&#8217;une Carmen?</em></p>
<p><em>A blank parody</em>, una parodia vuota: così Fredric Jameson definisce il pastiche, una forma prodotta dal desiderio destoricizzante dell’epoca postmoderna, che consisterebbe in un rimaneggiamento di materiali già noti privo di qualsiasi carica satirica. Non è dello stesso avviso Linda Hutcheon, che in varie sue opere (fra cui <em>The Politics of Postmodernism</em>, 1989, e <em>A Theory of Adaptation</em>, 2006) evidenzia il potere sovversivo di ogni forma di adattamento, parodico ma non solo, e dunque si oppone anche alla concezione jamesoniana del pastiche. Per Hutcheon, il pastiche è una forma estetica che rientra nella stessa costellazione semantica dell’adattamento; quest’ultimo è un procedimento che consente di smuovere le vecchie opinioni precostituite, i clichés consolidati, rimescolando temi e stili e così fornendo nuova linfa a motivi già noti. Il pastiche <em>de-doxifies</em>, si può dire riciclando un termine caro a Hutcheon. Nelle conclusioni al volume del 2006, la studiosa si preoccupa di precisare cosa <em>non</em> è adattamento: una citazione breve, o un accenno a un motivo musicale noto. La caratteristica dell’adattamento sta nel suo essere una ripetizione senza duplicazione: l’ipotesto, cioè il testo originario, per usare la terminologia di Genette, deve essere riconoscibile ma deve al contempo generare qualcosa di nuovo.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="UKftOH54iNU"><iframe loading="lazy" title="Stromae - carmen (Clip Officiel)" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/UKftOH54iNU?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>In un articolo che contiene quattro letture della Carmen, lo studioso H.M. Leicester afferma che, a un livello imparagonabile a tutte le altre, l’opera di Mérimée prima e di Bizet poi si è fatta discorso, cioè si è espansa nel corso di quasi due secoli inglobando molteplici interpretazioni, immagini, teorie, stereotipi: forse perché il suo personaggio continua a possedere un elevato potenziale di ambiguità, e dunque resta camaleontico. Che se ne voglia porre in risalto il carattere etnico, l’indole ribelle o il fascino fuori del comune, Carmen continua a rappresentare la <em>otherness</em> e dunque continua a prestarsi a molteplici adattamenti e pastiche, superando la selezione culturale imposta dai tempi e ispirando riletture culturospecifiche.<br />
La Carmen del cantante belga Stromae fa parte del suo ultimo album <em>Racine carrée</em>; il videoclip è uscito il 1 aprile 2015 ed è diretto da Sylvain Chomet, il regista di <em>L’illusionista</em> e <em>Appuntamento a Belleville</em>. A un primo ascolto, niente di particolarmente originale: il pezzo sfrutta una delle arie più famose dell’opera di Bizet, <em>L’amour est un oiseau rebelle</em>, cioè la Habanera, e lo rimpasta con influenze elettroniche e pop-rap. L’esperimento di fare del rap sulla Carmen è talmente poco nuovo che nel 2001 era già uscito <em>Carmen: A Hip Hopera</em>, un film musicale e completamente rap di Robert Townsend, con protagonista Beyoncé. Quest’ultimo, secondo Hutcheon, si ispirava molto anche al film adattamento del ’54, <em>Carmen Jones</em>, che già prevedeva una trasposizione della narrazione in tempi e luoghi affatto differenti rispetto all’opera di Bizet; inoltre, guardando alcuni dei video presenti su YouTube, si fa fatica a riconoscere la traccia anche soltanto musicale dell’ipotesto, che invece, come detto, è una delle qualità di un buon adattamento. Non così nel caso del pezzo di Stromae, che riprende la melodia e alcuni dei versi del brano originale decontestualizzando la narrazione e citando il personaggio di Carmen soltanto nel titolo. Il cantante dà vita a un ipertesto che non solo rappresenta «an acnkowledged transposition of a recognizable other work», ma anche «a creative and an interpretive act of appropriation» e «an extended intertextual engagement with the adapted work». Sintetizzando nella sua Carmen le tre caratteristiche dell’adattamento stilate da Hutcheon, Stromae lavora alla melodia e al testo in modo da tessere una dialettica di rimandi, creando in questo modo un ipertesto che dialoga con il proprio ipotesto.<br />
Vediamo la prima strofa:</p>
<p style="text-align: left;">L’amour est comme l’oiseau de Twitter                                       <em>L’amore è come l’uccellino di Twitter</em><br />
On est bleu de lui, seulement pour 48 heures                            <em>Ci piace da morire, solo per 48 ore</em><br />
D’abord on s’affilie, ensuite on se follow                                     <em>Prima ci iscriviamo, poi ci followiamo</em><br />
On en devient fêlé, et on finit solo                                                <em>Ne andiamo matti e finiamo da soli</em><br />
Prends garde à toi !                                                                       <em>Stai in guardia!</em></p>
<p>L’incipit, salvo lo scarto finale, è il medesimo dell’aria di Bizet, nella quale Carmen prende la parola per la prima volta e, mentre canta un inno alla bellezza e alla imprevedibilità dell’amore, al contempo mette in guardia dal pericolo in cui incorre chi si innamora di lei; naturalmente non è difficile scorgere nel metaforico <em>oiseau rebelle</em>, impossibile da addomesticare, una personificazione della stessa protagonista dall’indole selvatica e irrequieta.<br />
Stromae invece trasforma l’uccello ribelle nell’uccellino azzurro che è il simbolo di Twitter, un servizio di networking in cui gli scambi sono particolarmente rapidi: con l’allitterazione affilie/follow/fêlé/finit, l’autore sintetizza le dinamiche da social attraverso le quali tutto, incluso l’amore, si esaurisce nel giro di poche ore. Il bersaglio del pezzo è proprio la plastificazione di sentimenti e identità che si verifica quando la addiction per i social è massiva: <em>Prends garde à toi</em>, avverte Stromae, riprendendo le stesse parole di Carmen, la quale mirava invece a mettere in guardia Don José e il pubblico dai pericoli della passione, un <em>enfant de Bohême</em> senza legge, imbrigliabile.<br />
La denuncia di Stromae non ha nulla di nuovo e si limita a cavalcare l’onda della critica ai social, mostrando, anche attraverso il video, l’incapacità ad amare cui l’alienazione da smartphone può portare: nel videoclip, il cartone animato del cantante è perseguitato da un uccello azzurro che diventa sempre più grosso e cattivo man mano che ci si avvicina alla fine, e sempre più ingombrante nella relazione d’amore del protagonista, della quale seguiamo le tappe. L’efficacia del pezzo sta secondo me nell’aver scelto, per una implicita rivendicazione di una emotività autentica, da ricercarsi al di fuori dello schermo, e per una denuncia della latitanza dei sentimenti dalla quotidianità attuale, proprio un’aria celebre a livello mondiale per essere un inno all’amore. La costruzione del pastiche è dunque perfettamente speculare e non delude le aspettative cui dà vita quel primo verso simmetrico e incisivo: dall’amore ribelle, indomabile, all’amore ai tempi di Twitter. Dal cliché di una Spagna incandescente al ritornello dell’apatia da schermo. Dal pericolo della passione bruciante a quello della dipendenza da un apparato telematico che divora.<br />
Lo svilimento dei rapporti umani si accompagna all’alienazione da consumismo, cui la <em>addiction</em> da social network non è estranea: così in questa Carmen l’<em>enfant de Bohême</em> diventa un <em>enfant de la consommation</em>, che pretende sempre più scelta e per il quale la legge del mercato vale anche nel campo dei sentimenti.<br />
«Quest’uccello del malaugurio, se c’è bisogno lo metto in gabbia», tuona il protagonista contro la fidanzata, mentre il grosso animale azzurro troneggia ormai nel letto in mezzo a loro, e qui c’è proprio un ribaltamento, poiché la Carmen di Bizet nell’ultimo atto dichiara: «Jamais Carmen ne cédera. Libre elle née, libre elle mourra». Si parla di libertà e prigionia: il verso «tu crois l’éviter, il te tient» (pensi di scansarlo, lui ti tiene in pugno), che nel brano di Bizet si riferisce all’amore, con Stromae ha per protagonista Twitter. Carmen muore libera, e nel suo caso la «comunità» in cui vive e cui non vuole rinunciare, ossia quella gitana, è il simbolo stesso di questa libertà. Tutt’altro caso è invece quello del pezzo di Stromae e della sua community sociale che rende schiavi: dopo una corsa verso il precipizio in cui il cantante cavalca <em>l’oiseau Twitter</em> insieme, fra gli altri, a Obama e alla regina Elisabetta, risuonano le ultime parole indirizzante all’amante: « Un jour tu verras, on s’aimera/Mais avant on crèvera tous, comme des rats» (Vedrai, un giorno ci ameremo/Ma prima creperemo tutti, come topi).<br />
L’operazione di Stromae ha un gusto decisamente postmoderno e si rivela un buon esempio di pastiche, una forma indefinibile e contraddittoria che amalgama, cita, ironizza omaggiando. Lo stesso Genette, nel suo pur dettagliatissimo studio strutturalista <em>Palimpsestes</em> sulla transtestualità, si ritrova spesso a rivederne la definizione; con lui anche il più convenzionale esempio di pastiche, ossia l’imitazione dichiarata dello stile di un autore (gli esercizi di stile <em>À la manière de</em>), cambia nome ed è definito <em>charge</em>, caricatura. Eppure, quando nel finale affronta un breve excursus nel campo musicale, Genette ammette che con l’opera lirica il discorso transtestuale diventa particolarmente complesso.<br />
La verità è che forse oggi occorre distinguere il pastiche letterario “classico”, proustiano, una forma che per l’autore della <em>Recherche</em> rappresentava una varietà di lettura critica e che era incentrato sull’imitazione dello stile di un autore (vedi i <em>Pastiches</em> editi da Marsilio a cura di Giuseppe Merlino), dal pastiche inteso in senso postmoderno; è in questa direzione, mi sembra, che vanno alcuni studi più recenti, come <em>Pastiche: Cultural memory in Art, Film, Literature</em> di Ingeborg Hoeste, la quale definisce questa forma «a blend of differents ingredients», riprendendo il riferimento culinario all’etimologia del «pasticcio» italiano. Da un lato, dunque, il pastiche che è imitazione di un autore o un’opera celebri; dall’altro un mélange di elementi presi in prestito da testi preesistenti.<br />
La Carmen di Stromae non è un vero adattamento perché non duplica la storia della protagonista originale; ma è un pastiche che ha alcuni elementi in comune con l&#8217;adattamento delineato da Hutcheon, perché sovverte convinzioni e aspettative del pubblico, sia formalmente (dal registro operistico al rap), sia dal punto di vista del contenuto (il tema dell’amore è declinato in tutt’altro senso e prende altre strade). Così Hutcheon conclude il suo discorso: «Evolving by cultural selection, traveling stories adapt to local cultures, just as populations of organisms adapt to local environments». Possiamo dire che Stromae firma un pastiche geoculturale della sommaria eppur indimenticabile filosofia dell’amore cantata da Carmen nella Habanera; ed è singolare pensare che già per Bizet questa aria musicale fosse il rimaneggiamento di una Habanera composta circa dieci anni prima da Sebastian Iradier, il quale l’aveva intitolata «El arreglito», ossia «L’arrangiamento» in spagnolo; dal punto di vista della melodia, il pezzo di Stromae sarebbe dunque un adattamento al cubo.<br />
Seguendo quel «perverso impulso di de-gerarchizzazione» da cui Hutcheon si dichiara mossa nella sua <em>Theory of Adaptation</em>, forse anche il pezzo di Stromae finisce con l’allargare le maglie del discorso ormai vastissimo sulla Carmen.</p>
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		<title>Il protocollo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2015 16:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Ornella Tajani Chi se ne frega che è morto Heaney, in Siria c’è la guerra (cit.) Si è tornati sin troppo spesso sulla questione del tasto “non mi piace”, un tasto che a Zuckerberg proprio non piace e non piacerà mai, poiché implicherebbe una democratizzazione -reale e non apparente- del sistema. La community [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Chi se ne frega che è morto Heaney, in Siria c’è la guerra (cit.)</em></p>
<p>Si è tornati sin troppo spesso sulla questione del tasto “non mi piace”, un tasto che a Zuckerberg proprio non piace e non piacerà mai, poiché implicherebbe una democratizzazione -reale e non apparente- del sistema. La community che Facebook ha creato e vuole mantenere è composta di persone che trovano il modo di andare d’accordo tra loro, e non esattamente di persone che devono seguire le direttive di un capo, come suggerisce l’analogia con la <em>sovranità</em> nel <a href="http://www.alfabeta2.it/2015/09/23/facebook-non-mi-piace/">pezzo</a> di Luca Sforza apparso ieri su Alfabeta. Facebook vuole che non litighiamo, che stiamo buoni come bambini, tenendoci per mano sotto il sole dell’accordo categorico con l’essere. Ma noi, utenti ribelli come pesci dentro la boccia, litighiamo lo stesso. Ad esempio quando qualcuno non rispetta l’ormai consolidato protocollo.<br />
Il protocollo è l’applicazione dell’eticamente corretto, la convinzione per la quale l’utente ritiene di sapere cosa vada postato in quel determinato giorno. Esempio: il giorno dopo la vittoria di Miss Italia aureolata da un’infelicissima battuta, per Erri De Luca è stata richiesta una condanna di otto mesi. Su Facebook dobbiamo dunque parlare di De Luca e non di Miss Italia. Senza voler neanche lontanamente porre sullo stesso piano d’importanza i due eventi, non è forse pericoloso anche il discorso del “ciò che si deve dire”, che inevitabilmente si trascina dietro, seppur con un guinzaglio lungo, &#8220;quello che non si deve dire” (proprio ciò per cui l’autore è finito sotto processo, fra l’altro)? Inoltre, esulando dagli esempi specifici, non sono libera di non parlare d’attualità? Da qualche parte, in un punto sempre meno indefinito, finisce la mia libertà di utente che scrive quello che le pare sulla propria bacheca e inizia l’obbligo al cospetto della comunità di partecipare a qualche tipo di mobilitazione virtuale (perfettamente sintetizzato nella funzione “parteciperò” creata per gli eventi Facebook; sappiamo in quanti casi partecipiamo soltanto virtualmente).<br />
C’è un po’ da riflettere sull’alterazione che la nostra capacità empatica subisce attraverso il mezzo; è come se il social network volesse imbrigliarla, canalizzarla, visto che se esprimo tristezza per la morte di un poeta che mi piace corro il rischio di essere rimproverata perché non mi occupo di questioni umanitarie più urgenti. Da qualche parte esiste una gerarchia di argomenti e sentimenti da rispettare.<br />
Poniamo un altro caso. È mattina, mi sveglio, controllo la posta, apro Facebook, vedo la foto del bambino morto sulla spiaggia turca. È una foto scioccante, per quanto un’ulteriore foto di un dramma che conosco sia ancora in grado di scioccarmi. Ma in verità non ho molto tempo per provare uno choc perché, immediatamente dopo aver visto la foto, il flusso di informazioni in cui sono immersa mi trascina dentro le polemiche a proposito dell’opportunità della pubblicazione, o del titolo che un giornale ha scelto di usare: eventuali slanci di empatia, solidarietà, turbamento vengono frenati e ciò che leggo chiama in causa un mio giudizio intellettuale. Leggo i vari pareri in maniera disordinata: “è giusto far vedere quello che succede”, “no, non è giusto”, “aveva più senso la foto con anche il soldato”, eccetera.<br />
Non so se in questo tipo di speculazione ci sia già quel germe di razzismo di cui parlava Luigi Manconi in un <a href="http://www.internazionale.it/opinione/luigi-manconi/2015/09/02/razzismo-migranti">articolo</a> su Internazionale: non so, cioè, se il solo fatto di mettermi immediatamente a disquisire sull’opportunità o meno di pubblicare la foto di un bambino morto sia già sintomo di una mia scarsa partecipazione ai problemi di una categoria –i migranti- che considero altro da me (il famoso “noi” e “loro”, l’opposizione grammaticale più nociva della storia). Forse questa è una conclusione affrettata.<br />
Quel che è certo è che la questione in sé, politica, umana, passa in secondo piano: secondo la consueta prassi, il medium diventa il messaggio e il messaggio si offusca. In un attimo non sto più parlando né pensando a ciò che è successo, ma a come bisogna raccontarlo, come se questo unico scrupolo etico mi esonerasse da tutto il resto: documentarmi su quello che accade, registrare le dichiarazioni, le eventuali ipotesi di intervento; e, in ultima istanza, considerare il sentimento che provo di fronte alla foto. Perché l’obiettivo di una foto del genere è soprattutto quello di scuotermi <em>anche </em>a livello emotivo, di farmi sentire addosso un disagio, recapitarmi una pur minima traccia del dramma in corso.<br />
Il protocollo stabilisce di cosa devo parlare, come mi devo emozionare, quando devo mettere da parte l’empatia. Se commetto un errore, è la comunità di utenti a fustigarmi (come <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/06/24/lutente-al-guinzaglio-qualche-appunto-preliminare-sulle-strategie-punitive-di-facebook/">accennavo</a> già un po’ di tempo fa), senza alcun bisogno di un tasto per esprimere disapprovazione. Zuckerberg declina tutto in positivo: se è vero che sta progettando delle funzioni per esprimere una fascia ampia di sentimenti, c&#8217;è da scommettere che si tratti di tasti tipo “mi emoziona” piuttosto che “mi lascia del tutto indifferente”. Quel che a Facebook interessa è il controllo; ad omologarci, dopo aver messo qualche bacheca a ferro e fuoco, ci pensiamo da soli.</p>
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		<title>Panorama Pincio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/07/10/panorama/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2015 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[NN Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Panorama]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[tommaso pincio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta “La vita non cerca veramente il nuovo, il diverso, l’inaspettato. Tende alla somiglianza, cerca ciò che può riconoscere, che ha già visto sentito annusato, cerca il ritorno, cerca uno specchio.” Cerca un Panorama, probabilmente, come quello di Tommaso Pincio, appena edito da NN Editore. Panorama è un social network, con regole di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-55391" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/11037558_1611893982393343_2097850822137142316_n-189x300.png" alt="11037558_1611893982393343_2097850822137142316_n" width="189" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/11037558_1611893982393343_2097850822137142316_n-189x300.png 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/11037558_1611893982393343_2097850822137142316_n.png 244w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" />di <strong>Francesca Fiorletta </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La vita non cerca veramente il nuovo, il diverso, l’inaspettato. Tende alla somiglianza, cerca ciò che può riconoscere, che ha già visto sentito annusato, cerca il ritorno, cerca uno specchio.”</p>
<p style="text-align: justify;">Cerca un <i>Panorama</i>, probabilmente, come quello di Tommaso Pincio, appena edito da NN Editore.<br />
Panorama è un social network, con regole di accesso e permanenza assai stringenti e precise, che lo fanno assomigliare preoccupantemente al famoso Panopticon, la prigione sempre illuminata ideata dal filosofo e giurista Jeremy Bentham alla fine del 1700, in cui gli osservati speciali avrebbero finito per diventare essi stessi gli osservatori, e ciascuno, prima di tutto, sorvegliante attentissimo della propria cella. <span id="more-55390"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, lì si trattava di detenuti, ma è pur vero che gli utenti di questa moderna piattaforma digitale, in effetti, non sembrano esattamente da meno. C’è perfino una telecamera orwelliana, a peggiorare la situazione, perennemente accesa, 24 ore su 24, pena l’allontanamento forzato dal Panorama, e a ben vedere, poi, da tutto il mondo del web.</p>
<p style="text-align: justify;">Vedere, ecco un verbo importante per il nostro protagonista, Ottavio Tondi, un lettore accanito, che dopo un brusco incidente non riesce più a leggere niente, soffre di una specie di rigetto per la parola scritta, gli viene la nausea, tutto ciò che riesce a fare, in sostanza, è vedere, guardare senza concentrarsi, osservare senza essere visto, spiare senza concedersi, sbirciare senza mai trovare il coraggio &#8211; o darsi la pena &#8211; di approfondire alcunché.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcunché, certo, fatta eccezione per Ligeia Tissot, la giovane donna che potrebbe essere sua figlia, la ragazza misteriosa il cui nome non può non evocare i racconti di Edgard Allan Poe, l’unica creatura che sembra condividere con Ottavio una vera passione per la letteratura, in un mondo in cui ormai i libri sembrano quasi banditi, sbeffeggiati, un oltraggio da tenere tutt’al più celato. Celato, proprio come Ligeia Tissot.<br />
I due infatti s’incontrano, per così dire, comunicano, proprio e solo su Panorama, in un intenso carteggio “amoroso” che durerà 4 anni, e di cui l’intero libro vorrebbe essere nient’altro che una minuziosa e accurata prefazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Prefazione che, però, dice davvero moltissimo. Parla delle contraddizioni e delle civetterie e delle crudeltà e dell’enorme e diffuso disagio in cui versa tutta la società letteraria contemporanea (prego: sostituire “letteraria” con altri differenti settori, il prodotto non cambierà); parla della solitudine di un uomo, e quindi in generale dell’uomo di oggi, che non sa ancora sconfiggere i demoni familiari, le ansie giovanili, che non è in grado o non vuole convivere con le insicurezze quotidiane, che cerca un eremo, non importa che siano i libri o la droga o il social network, purché servano a rifuggire il più possibile il contatto umano, la presa viva sulle cose e le persone terrene, purché sappiano ricacciare indietro la tragica paura di un futuro insoddisfacente e, in sintesi, possano provare a stigmatizzare l’agonia della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse proprio il contatto è ciò che Ottavio teme maggiormente, tant’è che persino gli atti d’amore, gli unici di cui abbiamo notizia nel libro, con una prostituta delle più banali, per giunta, Maddalena, che lui esalta invece quasi a rango di creatura mistica, una madonna corvina, un’ideale di compagna di vita, ebbene, anche quei pochi atti sessuali si consumano quasi tutti leggendo senza sosta, ad alta voce o in silenzio, comunque sempre con un libro in mano. Pena l’estinguersi del rapporto.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio la bulimia insaziabile delle parole, ancora, lo porterà a produrre probabilmente la sua opera letteraria maggiore, se così si può dire, se non l&#8217;unica: un quadernetto &#8220;privato&#8221; di appunti, una lista fitta fitta di citazioni colte, riportate sulla pagina (e poi quindi sul web, come vuole la netiquette!) senza ulteriori indicazioni, non c&#8217;è l&#8217;autore, non c&#8217;è il titolo del testo da cui sono tratte, restano solo i numeri, l&#8217;elenco asfittico del nostro Tondi, le sue <em>Memorie delle cose lette prima di dire m&#8217;addormento.<br />
</em><br />
Ecco, forse, l&#8217;unico suo vero, realmente intimo, tentativo di contatto col mondo. Del resto, già detto, Ottavio è fondamentalmente una persona sola, non ha mai nemmeno provato ad incontrare la sua donna virtuale, che pure era così convinto d&#8217;amare; non ha amici e non ha mai avuto voglia di averne, fatta eccezione per Mario Esquilino, l’uomo che più lo detesta al mondo, che pure è costretto in qualche modo a frequentare, e che, sostanzialmente, dice lui, “gli rovinerà la vita”.<br />
Ma sarà poi davvero così?</p>
<p style="text-align: justify;">Tommaso Pincio costruisce un ottimo incastro fra realtà e finzione, inserisce nella narrazione, così fluida da sembrare quasi senza tempo, nomi noti e personaggi reali del nostro “panorama” letterario odierno, da Andrea Cortellessa a Francesco Pecoraro, attiva degli account Facebook per i suoi protagonisti e gioca, ammiccando, sulle identità celate di autori/autrici dei bestseller del momento.<br />
Ma soprattutto, non manca di darci uno sguardo sferzante e ironico sul mondo di oggi, sulle paure e le fragilità che attanagliano noi tutti, e con cui noi tutti, prima o poi, siamo costretti a fare i conti.</p>
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		<title>Lo sguardo osceno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Nov 2014 13:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Abu Ghraib]]></category>
		<category><![CDATA[carnefici]]></category>
		<category><![CDATA[diritto di cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Lugo]]></category>
		<category><![CDATA[orrore]]></category>
		<category><![CDATA[osceno]]></category>
		<category><![CDATA[pietas]]></category>
		<category><![CDATA[selfie]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Ho evitato questa storia finché ho potuto. Leggevo i titoli dei giornali e saltavo d’istinto le pagine. L’ho messa fuori dal mio sguardo, dai miei pensieri, reputandola oscena. Non sapevo nulla e non volevo sapere nulla di questa infermiera. Non mi interessava entrare nella sua mente, capirne le ragioni. Non voglio neppure [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/siringa.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-49946" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/siringa.jpg" alt="siringa" width="234" height="356" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Ho evitato questa storia finché ho potuto. Leggevo i titoli dei giornali e saltavo d’istinto le pagine. L’ho messa fuori dal mio sguardo, dai miei pensieri, reputandola oscena. Non sapevo nulla e non volevo sapere nulla di questa infermiera. Non mi interessava entrare nella sua mente, capirne le ragioni. Non voglio neppure ricordarmi il suo nome. Non so, ad oggi, se è davvero colpevole di quello che viene accusata. Non posso, non voglio, essere in grado di giudicarla. Ci deve pensare la legge a garantirmi una risposta, non faccio processi sommari.</p>
<p>Poi hanno pubblicato le fotografie: <em>on line</em>, a mezzo stampa… ovunque. Ciò che può fare un’immagine può essere devastante. Cercare di mascherare il volto della povera signora anziana derisa dalla sua infermiera, “pixelarle” il volto, m’ha persino irritato. Quanta pelosa ipocrisia. Certe storie vanno raccontate con i guanti. Una fotografia è sempre una narrazione senza mediazione, tocca il cervello rettile, quello più istintivo, tocca il ventre molle del nostro io.</p>
<p>Quelle immagini ho dovuto guardarle, mio malgrado. S’è parlato di <em>selfie</em> del mostro. A sproposito. Questo linguaggio <em>à la page</em> di un certo giornalismo d’accatto mi imbarazza. Tecnicamente non si può neppure parlare di <em>selfie</em>. Non è un autoscatto, non sono fotografie pensate per essere diffuse nei social network. So che la difesa cerca di dimostrare che la povera signora anziana &#8211; doppiamente vittima, vittima ogni volta che guardiamo quelle foto – non fosse morta. Probabilmente cerca di evitare per la sua assistita il vilipendio di cadavere, che è un reato penale. (Non voglio neppure pensare agli altri morti, all’idea che siano davvero collegati in una catena perversa di omicidi. Non riesco a reggerlo dal punto di vista emotivo).</p>
<p>Se la poveretta fosse stata viva come affermano sarebbe stato uno spettacolo altrettanto osceno. A me quelle foto che la stampa m’ha obbligato a guardare hanno ricordato, e qui è il cervello rettile che s’è attivato, le foto scattate dieci anni fa ad Abu Ghraib dai militari statunitensi accanto ai prigionieri torturati. Lo stesso atto d’arroganza di chi si sente impunito per il ruolo che copre. Fatto anche in questo caso da una donna, a dimostrazione che di fronte alla possibilità di esercitare un potere, qualunque esso sia, purtroppo non c’è differenza di genere.</p>
<p>Quelle foto sono un trofeo. Un feticcio a portata di smartphone. Mi chiedo se c’era davvero il bisogno di pubblicarle. Tema antico che tocca il nervo scoperto del diritto di cronaca: quali sono i limiti per esercitarlo? Eppure io continuo a chiedermi cosa ipoteticamente ci abbia dato in più, dal punto di vista dell’informazione, la visione di quelle immagini, se non la consapevolezza che avrebbe di certo scatenato i nostri bassi istinti voyeristici. Quando il gruppo terroristico di Isis mette <em>on line</em> le sue macabre decapitazioni, mi chiedo, dobbiamo sottostare al gioco dei terroristi, replicandole, moltiplicandone la visione? O dobbiamo avere il coraggio di dire di no, di non cadere nella rete, nell’inganno propagandistico?</p>
<p>Sto esagerando? Quanto siamo capaci di cadere nel morboso, a colpi di click sulla tastiera, smarrendo quasi senza accorgercene il rispetto per la vita perduta o per le angosce dei parenti della vittima? Perché mettere in mostra questi trofei laidi? Per quale bieco interesse spiccio? E quanto siamo complici noi, guardandole? Quanto stiamo gonfiando l’ego di chi le ha volute? Non credo sia un caso che in rete siano già presenti pagine sui social network dedicate a questa donna, dove i più bassi istinti trovano terreno di coltura per commenti violenti, abominevoli, turpi. A chi fa bene la gogna?</p>
<p>La donna che s’è fatta fotografare imitando il volto emaciato della povera vittima, ha agito con arroganza, con sfrontatezza. Un gesto di supremo narcisismo. Io c’ero, io posso tutto. Voglio guardarmi e riguardarmi tutte le volte che credo. “La vita e la morte” ha scritto come commento su WhatsApp. Ma i miti bisogna saperli gestire. Ciò che Narciso vedeva riflesso nell’acqua era se stesso. Mentre si riguardava imitare la paziente forse quell’infermiera non si rendeva conto di riconoscersi già morta, più ancora delle umili spoglie che sbeffeggiava. Corpo vivo d’umanità, quello, che muove istintivamente alla <em>pietas</em>.</p>
<p>Ho evitato questa storia finché ho potuto, dicevo, perché avevo paura di guardarmi allo specchio. Quell’infermiera, quella donna in teoria votata alla cura dei nostri cari &#8211; i più deboli, i più indifesi – non ha le sembianze luciferine del mostro. Quanto sono rassicuranti le streghe delle fiabe, gli orchi delle leggende: deformi, diversi, altro da noi. No! Questa infermiera &#8211; sulla quale insisto ad esercitare una mia privata <em>damnatio memoriae</em> &#8211; questa donna dal sorriso sbarazzino, il corpo tonico, le sopracciglia ben curate, è una di noi. Il mostro, se è un mostro, ci somiglia.</p>
<p>(<em>pubblicato su</em> Grazia <em>del 3 dicembre 2014</em>)</p>
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		<title>Il selfie, o del passaggio al discorso diretto nella narrazione dell’io attraverso le immagini</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/08/19/il-selfie-o-del-passaggio-al-discorso-diretto-nella-narrazione-dellio-attraverso-le-immagini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Aug 2014 11:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[autoritratto]]></category>
		<category><![CDATA[benjamin]]></category>
		<category><![CDATA[Don DeLillo]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Gilles Lipovetsky]]></category>
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		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Roland Barthes]]></category>
		<category><![CDATA[selfie]]></category>
		<category><![CDATA[smartphone]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[susan sontag]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani It’s a new world, so make sure Should you go on tour to Greece or New York or the Fens To be in the swing: Never look at a thing Except through a camera lens &#8211; The Entertainment of the Senses, W.H. Auden, 1973 Premessa e discrimini Col boom della Apple anch’io [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>It’s a new world, so make sure </em><br />
<em>Should you go on tour to Greece or New York or the Fens </em><br />
<em>To be in the swing:</em><br />
<em> Never look at a thing</em><br />
<em> Except through a camera lens</em></p>
<p style="text-align: right;">&#8211; The Entertainment of the Senses, W.H. Auden, 1973</p>
<p><em>Premessa e discrimini</em></p>
<p>Col boom della Apple anch’io ho comprato un Mac e ho scoperto quella subdola lusinga alla vanità che è Photobooth: il programma collegato alla webcam del computer con cui scattarsi foto all’infinito usando una varietà di effetti e filtri grazie ai quali raggiungere l’immagine ideale, provando e riprovando finché la faccia in questione non somigli a quella desiderata.</p>
<p><span id="more-48595"></span>Mi sembra che col prolificare della tecnologia digitale ci abituiamo sempre di più a un numero limitato di versioni del nostro volto, perché, nella stragrande maggioranza dei casi, siamo noi a scegliere quale sarà la versione da rendere pubblica; e sceglieremo quella in cui maggiormente “somigliamo a noi stessi”, direbbe Barthes, cioè quella in cui assumiamo la posa che pensiamo ci corrisponda, esaltandoci. Anche qualora sia qualcun altro a scattare, avremo spesso parte in causa nel decidere quale immagine non ci convince e va dunque cestinata (“Qui sono venuta malissimo, cancellala”. Quanto più forte e denso di implicazioni era invece il gesto di stracciare una foto su pellicola, azione ben più rara anche perché l’oggetto-foto aveva un suo costo). In un certo senso, disimpariamo progressivamente che faccia abbiamo, perché gli scatti che sfuggono al nostro controllo sono sempre di meno; l’aumento considerevole del numero di ritratti posseduto è inversamente proporzionale alla sua varietà.</p>
<p>È, almeno in parte e con tutte le precauzioni ipotetiche del caso, il passo verso una più povera conoscenza di noi: personalmente ho scoperto spesso proprio dalle foto – quelle su pellicola soprattutto, ma anche quelle che mi hanno scattato a mia insaputa con supporti digitali &#8211; di possedere delle espressioni che ignoravo di avere, o di riconoscerne e identificarne alcune che mi erano meno familiari. Era importante, soprattutto per chi, come me, nel corso degli anni e in maniera perfettamente alternata, si è sentita dire dai vari partner “hai un viso che cambia in continuazione” e “hai quasi sempre la stessa espressione”. Quelle foto rubate al mio controllo potevano aiutare a farmi un’idea di chi avesse ragione &#8211; sebbene la tentazione sia sempre stata quella di ritenere i primi più innamorati, attenti e imaginifici dei secondi.</p>
<p>Chiacchierando della moda del selfie è saltato spesso fuori l’argomento della non-novità della pratica, che rientrerebbe nella lunga tradizione dell’autoritratto pittorico. A me sembra, stavolta, che l’ipotesi di tracciare un continuum storico-artistico non serva quasi completamente a niente, se non a mettere in luce delle minuscole associazioni lapalissiane e intuitive. Se l’autoritratto pittorico serviva a lasciare ai posteri un’immagine dell’artista, l’autoritratto fotografico, che ha visto quasi sempre il fotografo ritrarsi con la macchina fotografica in mano, spesso riflesso in uno specchio, potrebbe considerarsi una specie di firma artistica, lo scatto a margine di un lavoro compiuto. In entrambi i casi, gli autoritratti significavano “Io sono un pittore/un fotografo ”, mentre il selfie significa ”Io esisto”. Nello schermo dello smartphone io mi contemplo, mi controllo, mi guardo mentre mi sto fotografando, anzi: scatto soprattutto per guardarmi scattare – diversamente dall’artista, che scattava per lasciar traccia di sé.</p>
<p>Il selfie è, innanzitutto, celebrazione di un momento, e la ritualità è uno dei suoi tratti fondamentali, come vedremo meglio tra poco. «Il più logico degli esteti ottocenteschi, Mallarmé, diceva che al mondo tutto esiste per finire in un libro. Oggi tutto esiste per finire in una foto», scriveva Sontag nel saggio <em>Sulla fotografia</em>. In una foto, oppure in un selfie.</p>
<p>Per delineare un quadro più preciso partirò da ciò che distingue il selfie dalla vecchia foto-ricordo; il viaggio è un evento da ritrarre, come lo sono una festa o un pranzo al ristorante. Eviterò di considerare il selfie allo specchio, tendenza a mio avviso marginale e destinata a sparire in breve tempo: la specificità del selfie sta nel fatto che la vista del supporto scompare dal risultato finale. Laddove prima l’artista si fotografava allo specchio, ora lo schermo-specchio fotografa me.</p>
<p><em>C’era una volta</em></p>
<p>Sono ad Atene e vado a visitare il Partenone. L’idea di scattargli una foto mi ha sempre vista recalcitrante: innanzitutto perché mi importa guardare, vivere il momento, il trionfo dell’esperienza romantica, del singolo istante di assoluto e via dicendo, e poi perché ritrarre –probabilmente in maniera mediocre- un monumento del genere è perfettamente inutile, dato che su Google posso trovare mille immagini molto più belle della mia. Ma di frammenti di lucidità è lastricata la via del sentimentalismo: una volta tornata a casa non mi verrà mai il desiderio di andare a cercarmi una foto del Partenone per ricordarmi quello che ho visto, mentre potrà essere bello, nell’insieme di foto della cartella “Grecia”, ritrovarne anche una del Partenone, da me ritratto sotto il sole, in sovraesposizione, con inquadratura sbilenca e un gruppo di cappellini che mi copre la colonna a destra, ma insomma, una foto mia, che abbia davvero qualcosa del momento vissuto, non foss’altro che la stessa età del mio ricordo.</p>
<p>La mia indulgenza verso la foto-souvenir risiede nell’identificare nel selfie il sintomo di una mania peggiore, in confronto alla quale la prima è un trionfo di <em>Erlebnis</em>. Adesso, davanti e con il Partenone (se non dentro), devo esserci anch’io. Certamente, c’ero già prima: prima il mio compagno di viaggio mi scattava una foto vicino al nugolo di cappellini, o, se si era in gruppo, si chiedeva a qualcuno il favore di ritrarci. Al limite si facevano i turni, per poi avere due foto quasi identiche da cui solo un personaggio scompariva per farsi momentaneamente fotografo, dando vita quasi a un gioco delle differenze. Ora il problema non si pone più perché, da soli o in gruppo, ci facciamo un autoscatto (gradevole parola che fa ancora il rumore di una Polaroid).</p>
<p>Tra il selfie e la foto di gruppo con l’elemento ballerino mi sembra ci sia uno scarto rilevante: il selfie non è più ricordo, è dimostrazione, per me non meno che per gli altri. Io c’ero, io sono qui, adesso, al Partenone, come potete agevolmente vedere su Facebook o Twitter – dato che il selfie è pensato per essere immediatamente condiviso. Il selfie è più incollato al presente di quanto sarebbe una mia foto scattata da altri, perché ritrae la mia espressione mentre mi sto facendo una foto. Il selfie, forse, è ipermoderno, perché contiene tutte le contraddizioni legate all’ipernarcisismo di cui scrive Gilles Lipovetsky, come l’essere diventati, al contempo, più adulti e più instabili, più critici e più superficiali; e anche, aggiungo io come ipotesi, più esigenti verso la nostra immagine e più accomodanti verso quella degli altri.</p>
<p>Adesso so che sono arrivata in un posto nel momento in cui mi faccio una foto. E, quando rivedo il mio selfie, non è più per ricordarmi di quando sono andata al Partenone; ma per ricordarmi di quando sono andata al Partenone e <em>mi sono fatta una foto</em>. Il linguaggio cambia o cambierà a breve: da “ti ricordi quando siamo stati al Partenone?” a “ti ricordi il selfie che ci siamo fatti al Partenone?”.</p>
<p>Il selfie è un rito che consacra il mio essere qui, come già scriveva Sontag sulla fotografia in generale: è un modo per certificare la mia esperienza mentre, in effetti, la sto limitando perché vado alla ricerca del fotogenico, come si diceva un attimo fa a proposito della riduzione della varietà dei ritratti. Se già per Sontag il viaggio era una strategia per accumulare foto, oggi, col selfie, si trasforma in un pretesto di narrazione dell’io. E quello del viaggio è solo un esempio: qualsiasi momento, incorniciato in un selfie, diventa un valido frammento narrativo.</p>
<p><em>Parentesi. L’aura Kitsch</em></p>
<p>Nelle prime pagine del romanzo <em>White Noise</em> di Don DeLillo il collega Murray chiede al protagonista Jack Gladney di accompagnarlo a visitare un’attrazione nota come la stalla più fotografata d’America. Lungo il tragitto in auto i due contano ben cinque cartelli recanti l’indicazione «The most photographed barn in America». Una volta a destinazione, dopo aver parcheggiato accanto a numerose altre vetture, raggiungono uno spiazzo sopraelevato creato apposta per fotografare; in un angolo, un edicolante vende foto e cartoline che ritraggono la stalla vista dallo stesso spiazzo. Tutti i presenti fotografano, attrezzati di filtri vari e treppiedi. Dopo un meditativo silenzio, Murray conclude: «La stalla non la vede nessuno […]. Una volta visti i cartelli stradali, diventa impossibile vedere la stalla in sé» (<em>Rumore bianco</em>, Einaudi, 1999, trad. di M. Biondi). Quel che Murray intende dire è che la fama del posto ha superato di gran lunga l’oggetto cui viene conferita: l’unica caratteristica per la quale quella stalla si distingue da altre stalle è che si tratta della stalla più fotografata d’America, e l’unico modo per perpetuare questa sua aura è continuare a pubblicizzarla, a visitarla e a fotografarla come la stalla più fotografata d’America. Il gioco di DeLillo si fa sottile: i riferimenti all’aura e alla religiosità dell’esperienza presenti nel testo indicano l’apertura di una dialettica con Benjamin. L’aura dell’opera d’arte, sembra volerci dire l’autore, non è scomparsa a causa della riproducibilità tecnica: si è modificata in maniera speculare. Oggi è proprio la quantità di riproduzioni prodotte e vendute che consacra l’opera o il soggetto artistico. La religiosità non impone più alcuna distanza ma, al contrario, invita ad avvicinarsi. Nessun compiacimento, però: Murray definisce la visita alla stalla come una resa spirituale; lui e Jack non stanno vedendo nient’altro che quello che vedono gli altri – e gli altri, che fotografano il fotografare, non stanno vedendo assolutamente nulla. Il rito collettivo cui prendono parte si svolge dunque intorno a un oggetto sconosciuto: se quello che conta è celebrare, senza troppo curarsi dell’altare al quale ci si sta genuflettendo, vuol dire che anche la contemplazione è vissuta <em>per procura</em>; l’aura è diventata Kitsch.</p>
<p><em>Mythologues di noi stessi</em></p>
<p>Dopo questa parentesi è facile spingersi a dire che col selfie è l’identità stessa a essere vissuta per procura: ciò che di noi ritraiamo e mostriamo con lo smartphone, previa accurata selezione, va a costituire l’identità che viene ricevuta, “fruita” dagli altri e che, con un giro completo, ci viene restituita dai social, in modo tale che somigliamo sempre di più alla nostra immagine.</p>
<p>Il selfie consacra il mio istante d’esperienza, ne dà prova al mondo e, indirettamente, a me stessa; al contempo, io divento l’artefice della mia narrazione. Niente di cui stupirsi, in fondo: la narrativa contemporanea viaggia sempre più di frequente sui binari dell’io, e le foto mediate dai social network fanno parte della narrazione di noi. Il selfie significa che siamo passati alla prima persona anche con l’immagine; e, a pensarci bene, il passaggio non è neanche stato rapidissimo, anzi: la sua velocità è stata inferiore a quella con la quale abbiamo sostituito la prima alla terza persona che inizialmente usavamo su Facebook (“Sta scrivendo un articolo per Nazione Indiana”, avrei ad esempio scritto adesso in bacheca, accanto al mio nome e cognome, come per un personaggio di finzione). Ora siamo passati al discorso diretto anche con le immagini, e questo vale per tutti, basti pensare ai selfie degli attori durante la notte dei Oscar: se da un lato il selfie è più intimo e “arriva” di più al pubblico di fan, dall’altro anche i divi hanno voglia di raccontarsi alla prima persona, di autonarrarsi invece di essere continuamente narrati dai media.</p>
<p>Che ci si autoritragga davanti a un monumento o al tavolino di un bar con gli amici, il discorso non cambia: stiamo guardando gli occhi del protagonista di una narrazione su Facebook, o su un altro social media. Guardiamo gli occhi di colui che viaggia, gode, si diverte, si annoia sul divano per via della febbre. “Sto guardando gli occhi che hanno visto l’imperatore”, scriveva Barthes all’inizio della <em>Chambre claire</em>, parlando del ritratto del fratello di Napoleone. Forse è qui una delle differenze con l’autoscatto vecchio stile in cui si vedeva la macchina fotografica: lì la nostra attenzione era catturata dall’oggetto/soggetto che si scattava una foto; nel selfie, dal momento che lo smartphone scompare dal riquadro, vediamo semplicemente “l’oggetto che vive”, quasi dimenticandoci che egli sia anche l’autore della foto, e però fruendo di un effetto di realtà amplificato. Il selfie mostra e include tutto, e la sua immediata condivisione sui social è l’hic et nunc del vissuto: si passa dal <em>ça a été</em> con cui Barthes delineava la differenza tra ritratto pittorico e ritratto fotografico &#8211; poiché quest’ultimo, rispetto al primo, garantiva la veridicità del soggetto &#8211; al <em>c’est</em>: quello che vedi nella foto sta succedendo adesso e il fatto che io sia al contempo l’<em>operator</em>, cioè l’autore della foto, e lo <em>spectrum</em>, ossia il soggetto, fa sì che la fruizione guadagni in immediatezza: riprendo me stessa, non è un altro a riprendermi, dunque c’è un passaggio in meno.</p>
<p>Se la foto è l’Evento, come scriveva Sontag, il selfie rappresenta allora il dominio sull’Evento, il tentativo di controllarlo, di impadronirsi di un frammento di tempo; e se, con Barthes, è la morte asimbolica e al di fuori di ogni religione che la fotografia produce per perpetuare la vita, chissà che dietro il diffondersi del Selfie non si nasconda quel desiderio, tipicamente kitsch e delilliano, di provare ad anestetizzare il senso di dolore per la caducità umana. D’altronde, scrive Lipovetsky, «oggi l’ossessione di sé si manifesta nella paura della malattia e della vecchiaia, più che nella smania del godimento. Narciso, più che innamorato di se stesso, è ormai terrorizzato dalla vita quotidiana». Il selfie, forse, gli serve anche da ansiolitico.</p>
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