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	<title>società civile &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Wan Yanhai lascia la Cina: duro colpo per la lotta all’AIDS</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 May 2010 06:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ivan Franceschini &#8211; articolo originale su Cineresie.info &#8211; foto di Tommaso Bonaventura Un nuovo drammatico episodio segna i rapporti tra Stato e società civile in Cina. Wan Yanhai, il fondatore di Aizhixing, la nota organizzazione non governativa che si occupa dei problemi dell’HIV, la scorsa settimana ha abbandonato la Cina per rifugiarsi negli Stati Uniti con la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450.jpg"><br />
<img loading="lazy" class="size-full wp-image-33997 alignnone" title="Wan Yanhai foto di Tommaso Bonaventura" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450.jpg" alt="" width="450" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Wan-Yanhai-1-450-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>di <a href="http://www.cineresie.info/author/ivan-franceschini/">Ivan Franceschini</a> &#8211; articolo <a href="http://www.cineresie.info/wan-yanhai-aids-lascia-cina/">originale</a> su Cineresie.info &#8211; foto di <a href="http://www.tommasobonaventura.com/" target="_blank">Tommaso Bonaventura</a></p>
<p>Un nuovo drammatico episodio segna i rapporti tra Stato e società civile in Cina. <strong>Wan Yanhai</strong>, il fondatore di <em>Aizhixing</em>, la nota organizzazione non governativa che si occupa dei problemi dell’<strong>HIV</strong>, la scorsa settimana ha <strong>abbandonato la Cina</strong> per rifugiarsi negli Stati Uniti con la famiglia. Parlando con una giornalista del <em>South China Morning Post</em> ha dichiarato: “Prima che lasciassimo la Cina, ero sottoposto ad una grande pressione ed ero minacciato da diversi dipartimenti governativi. Sentivo che la mia sicurezza personale era a rischio e la pressione psicologica era troppo grande, così me ne sono andato per trovare un attimo di respiro”. Un ruolo importante in questa decisione sembra essere stato giocato dalla preoccupazione per la <strong>sicurezza</strong> della sua famiglia, in particolare per la figlia di quattro anni. Sembra infatti che la polizia più di una volta abbia fatto visita alla sua abitazione privata mentre lui era fuori città.<span id="more-33994"></span></p>
<p>Wan Yanhai è uno dei personaggi chiave della nuova <strong>società civile cinese</strong>, uno dei critici più attivi e severi delle politiche del governo cinese, soprattutto nel campo sanitario. Già funzionario del Ministero della Sanità, nel 1994 fu<strong> costretto a dimettersi</strong> per aver aperto la prima hot-line cinese destinata ai portatori del virus HIV. Si trattava di una scelta in anticipo sui tempi, visto che allora le autorità erano impegnate a promuovere l’idea dell’AIDS come una malattia di origine straniera, trasmessa solamente per via di rapporti sessuali non convenzionali e con un’incidenza assolutamente insignificante in Cina. Poco dopo aver lasciato la sua posizione, Wan Yanhai fondò <em>Aizhixing</em>, un’organizzazione che con le sue campagne avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella <strong>lotta all’AIDS</strong> e alle malattie sessualmente trasmissibili in Cina.</p>
<p>Negli anni Novanta Wan Yanhai è stato un attore di primo piano nel portare alla luce il rapporto tra le trasfusioni di sangue infetto e lo scoppio dell’<strong>epidemia di AIDS</strong> in alcune zone dello Henan, ma con le sue denunce si è guadagnato l’eterna inimicizia delle autorità.  Il <a href="http://www.scmp.com/portal/site/SCMP/" target="_blank"><em>South China Morning Post</em></a> in un paio di articoli usciti oggi ripercorre alcuni dei momenti più drammatici che hanno contraddistinto la sua attività negli ultimi anni, in particolare le tre volte in cui è stato <strong>detenuto</strong> e gli innumerevoli <strong>interrogatori</strong>.</p>
<p>Nel 2002 Wan Yanhai è stato detenuto per quasi un mese con l’accusa di “aver rivelato segreti di Stato”, il tutto per aver diffuso su internet un rapporto governativo che dimostrava come i funzionari locali dello Henan avessero ignorato e <strong>coperto lo scandalo</strong> del sangue infetto.</p>
<p>Alla fine del 2006 è stato detenuto per tre giorni dopo che la polizia aveva cancellato un <em>workshop</em> destinato ad avvocati, ong e malati di HIV in cui si sarebbe dovuto discutere della diffusione dell’AIDS attraverso le trasfusioni di sangue. Infine è stato detenuto per una notte alla fine del 2008, poco dopo l’arresto di <a title="voce Wikipedia (eng)" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Hu_Jia_%28activist%29" target="_blank">Hu Jia</a>, l’attivista poi condannato a tre anni e mezzo di carcere.</p>
<p>Che <em>Aizhixing</em> fosse in difficoltà, era già noto nell’ambiente dei media e delle ong cinesi. Negli ultimi mesi l’organizzazione è stata sottoposta ad una lunga ed estenuante serie di <strong>controlli fiscali</strong>, l’ultimo dei quali ha avuto luogo il 25 marzo di quest’anno. Alla giornalista del South China Morning Post, Wan Yanhai ha dichiarato che <em>Aizhixing</em> nell’ultimo periodo non solo era finita sotto indagine da parte dei dipartimenti tributari, dell’industria e del commercio, ma anche da parte dei vigili del fuoco, i quali avrebbero ispezionato più volte i locali dell’organizzazione alla ricerca di una qualsiasi violazione delle norme di sicurezza. La polizia di Pechino lo avrebbe chiamato dozzine di volte e, come detto, sarebbe arrivata addirittura al punto di visitare la sua famiglia mentre lui era in viaggio. “Anche se fossi rimasto non avrei potuto lavorare normalmente. Continuavo a ricevere telefonate dalla polizia e avevo cinque o sei dipartimenti governativi alle calcagna: non ce la facevo proprio a concentrarmi sul mio lavoro”, ha dichiarato Wan Yanhai al SCMP.</p>
<p>Anche se Wan Yanhai ha sempre negato che ci fossero problemi seri, le <strong>voci </strong>giravano incontrollate. Alla fine di novembre dello scorso anno, alla vigilia della giornata mondiale dell’AIDS, in ambienti diplomatici è girata una mail in cui un funzionario di un’ambasciata europea affermava che <em>Aizhixing</em> aveva un <strong>deficit di bilancio </strong>di 2,3 milioni di yuan e lanciava un appello a chiunque fosse stato disposto ad aiutare. La situazione finanziaria di<em>Aizhixing</em> ha poi subito un ulteriore colpo ai primi di marzo di quest’anno, in seguito all’implementazione di un <a title="Fonte in inglese" href="http://www.safe.gov.cn/model_safe_en/laws_en/laws_detail_en.jsp?ID=30600000000000000,58&amp;type=&amp;id=3" target="_blank">regolamento</a> che inserisce una serie di complicati controlli per i <strong>trasferimenti bancari dall’estero</strong> per le organizzazioni non governative registrate come aziende. Questo ha spinto Wan ad esporsi ancora una volta in prima persona: egli infatti non solo ha firmato una lettera aperta destinata ai dipartimenti competenti, ma si è anche appellato per vie legali alla normativa sulla trasparenza delle informazioni governative per richiedere delle spiegazioni alle autorità sulle ragioni che hanno portato all’adozione di questo nuovo regolamento.</p>
<p>Dopo quasi <strong>vent’anni</strong> di faticoso lavoro in prima linea, Wan Yanhai ha deciso di <strong>lasciare</strong>. È stata una decisione inaspettata che si abbatterà come un uragano sul panorama di una già provata società civile cinese. Con ogni probabilità, l’impatto di questa fuga non sarà poi così differente da quello del “<a title="Appunti Cinesi" href="http://appunticinesi.blogspot.com/2009/12/alcune-riflessioni-sulla-dialettica-tra.html" target="_blank">caso Gongmeng</a>” dell’estate scorsa. Anche se sul web cinese si moltiplicano gli attestati di solidarietà verso Wan Yanhai – che per conto suo su Twitter risponde di non preoccuparsi – sono molti quelli che a voce affermano che il suo sia stato solamente un colpo di testa, se non addirittura una <strong>scelta sbagliata</strong>. Che si sia trattato di una decisione improvvisa sembra essere smentito dallo stesso interessato, che ad un amico ha scritto come già alla fine di aprile aveva deciso di lasciare il paese, anche se non aveva ancora le idee chiare su quale sarebbe stato il passo successivo. Persone a lui vicine però affermano di non aver avuto il minimo sospetto di quanto stava per accadere e di aver saputo della cosa solamente dai giornali.</p>
<p>L’interrogativo centrale in questo momento è: che ne sarà di <em>Aizhixing</em>, ora che il suo leader carismatico se n’è andato? Anche se Wan dal suo <strong>esilio auto-imposto</strong> si dice fiducioso che lo staff dell’organizzazione sarà in grado di proseguire le attività anche senza di lui, è difficile prevedere cosa succederà nei prossimi mesi. Nella più ottimista delle ipotesi l’organizzazione subirà un <strong>drastico ridimensionamento</strong> e continuerà la proprie attività sottotono, come ha fatto la <a title="Xu Zhiyong" href="http://www.cineresie.info/xu-zhiyong-multati-difesa-diritti/" target="_blank">Gongmeng</a>; nella più pessimista invece <strong>verrà chiusa</strong>, travolta dai controlli e dai debiti, lasciando un vuoto che molti anni non saranno sufficienti a colmare. In entrambi i casi, si tratterà di un altro <strong>duro colpo</strong> per la società civile cinese, tanto più che intorno ad essa ruotano alcuni tra i più importanti gruppi non governativi attivi nel campo della diversità sessuale, della discriminazione e della salute. Ora c’è solo da chiedersi chi sarà il prossimo.</p>
<p>Ho avuto occasione di conoscere Wan Yanhai lo scorso ottobre, quando stavo lavorando ad un servizio giornalistico sulla società civile cinese. Con un fotografo, avevo deciso di andare a ritrarre coloro che definisco i “non dissidenti”, quegli <strong>attivisti</strong> che, pur essendo estremamente critici nei confronti delle autorità, continuano a lottare all’interno dei limiti della legalità per tutelare i diritti degli emarginati e per ampliare lo spettro delle <strong>libertà personali</strong> – una schiera da cui Wan Yanhai è consapevolmente uscito nel momento in cui ha deciso di rimanere negli Stati Uniti. Lo avevo poi risentito in qualche altra occasione, quando mi aveva contattato per segnalarmi in tempo reale avvenimenti che avrebbero potuto interessarmi, tra cui ricordo una marcia di protesta di malati d’AIDS fuori dal Ministero della sanità. Anche se ha deciso di andarsene, Wan Yanhai rimane una presenza fondamentale all’interno della nuova società civile cinese, un precursore, un leader, il portavoce di istanze che spesso per paura vengono sottaciute. Anche da lontano la sua voce risuonerà forte e chiara.</p>
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		<title>In merito alla risposta del Centro trasfusionale di Milano sulla proibizione di donare sangue fatta ai gay</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2009 11:51:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se <a href="http://www.ilprimoamore.com/">Il Primo Amore</a> avesse i commenti aperti (ed altro ancora) avrei segnalato a <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1425.html">Stefano Beretta</a> che il Policlinico a Milano rifiuta la donazione di sangue di persone gay fin dal 2005 sulla base di una singolare ed apparentemente pretestuosa interpretazione della <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2004:091:0025:0039:EN:PDF">Direttiva 2004/33/EC</a>.<br />
La <a href="http://www.giovannidallorto.com/attualita/aids/aids.html">fonte più completa</a> per formarsi un&#8217;opinione sulla vicenda è dello storico e giornalista <a href="http://www.giovannidallorto.com/">Giovanni Dall&#8217;Orto</a> (da cui ho preso il titolo dell&#8217;articolo) sul suo sito (kudos <a href="http://www.queerblog.it/post/5085/milano-il-policlinico-di-milano-non-vuole-sangue-gay">queerblog</a>). Vi invito a <a href="http://www.giovannidallorto.com/attualita/aids/aids.html">leggerla</a>, soprattutto se siete donatori (o donatrici) di sangue come me, che ho donato al Marangoni negli anni passati ed ho quindi a cuore la cosa.</p>
<p>Jan Reister</p>
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		<title>Le vocazioni alla tortura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 11:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Immagino che ci siano diverse forme di vocazione alla tortura, e quindi diverse tipologie di torturatori. Ci devono essere, in taluni, vocazioni possenti, irresistibili, che richiedono di organizzare l&#8217;intera propria vita per rendere il più possibile usuale, corrente, l&#8217;esercizio della tortura. È probabile che certi individui criminali scelgano il loro destino grazie [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/emmanuelbonsu_da_crimeblog.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/emmanuelbonsu_da_crimeblog-300x225.jpg" alt="" title="emmanuelbonsu_da_crimeblog" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-9077" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Immagino che ci siano diverse forme di vocazione alla tortura, e quindi diverse tipologie di torturatori. Ci devono essere, in taluni, vocazioni possenti, irresistibili, che richiedono di organizzare l&#8217;intera propria vita per rendere il più possibile usuale, corrente, l&#8217;esercizio della tortura. È probabile che certi individui criminali scelgano il loro destino grazie anche alle opportunità, che gli offre una carriera fuorilegge, di torturare quando l&#8217;occasione si presenti. Il sentimento di superiorità che molti incalliti criminali sentono nei confronti della massa di persone normali nasce dalla consapevolezza di essere un&#8217;eccezione, di far parte di una ristretta cerchia che ha neutralizzato tutte le sociali inibizioni finalizzate a ostacolare l&#8217;esercizio della crudeltà nei confronti di altri esseri umani.<br />
<span id="more-9073"></span><br />
Esistono, però, anche torturatori dalla vocazione più debole, dei torturatori meno eccezionali. Questi torturatori mancano del coraggio di disporsi al di fuori del patto sociale, non si riconoscono nella figura del fuorilegge. Non sopporterebbero i rischi dell&#8217;emarginazione sociale, della condanna morale, della repressione poliziesca. Questi torturatori amano torturare, ma lo vogliono fare in tutta tranquillità. Possibilmente vogliono torturare in divisa, ossia dalla parte della legge, sostenuti da un apparato burocratico e amministrativo protettivo, da una corporazione solidale, da garanti politici estremamente autorevoli e influenti. Per tali ragioni queste vocazioni alla tortura, benché molto diffuse e ordinarie per il loro carattere “a bassa intensità”, rimangono potenziali e irrealizzate per lungo tempo. A volte, i più coraggiosi arrivano ad esprimerle all&#8217;interno del nucleo familiare, tra le quattro mura domestiche. Ma nonostante le vittime siano quasi sempre in posizione di debolezza (figli più giovani o donne), la tortura in ambito famigliare non possiede mai quelle garanzie tipiche della tortura in divisa, come servizio dello stato. Solo quest&#8217;ultima, infatti, garantisce al torturatore la piena tranquillità.</p>
<p>È quindi ben comprensibile che i torturatori ordinari e poco coraggiosi si decidano finalmente a realizzare il loro sogno sadico, quando circostanze favorevoli rendano del tutto priva di rischi la loro attività. Essi aspettano con pazienza, magari senza neanche esserne consapevoli, che si venga a creare un certo clima politico, che circoli una certa cultura all&#8217;interno delle istituzioni, che cedimenti  si realizzino qua e là nell&#8217;equilibrio dei poteri di un sistema democratico. Questi torturatori ordinari aspettano, all&#8217;interno di ordinarie democrazie, che si creino quelle situazioni d&#8217;eccezione, affinché la tortura in divisa, esercitata a nome dello stato, sia tollerata e difesa. Ma essendo molti di questi aspiranti torturatori davvero poco coraggiosi, essi non si sentono davvero tranquilli nel pestare, umiliare, insultare senza motivo una persona indifesa, se non percepiscono che anche al di fuori della corporazione, anche al di là delle garanzie burocratiche e politiche, esiste uno sguardo bonario, indifferente, non giudicante. Questi torturatori non solo vogliono essere protetti dallo stato di cui indossano le divise, ma vogliono anche la complicità silenziosa della società civile, dei comuni cittadini. Magari non un plauso, ma di certo non un biasimo. Questi torturatori sono esseri fragili psicologicamente. Anche solo sentirsi fischiati e giudicati vigliacchi da una folla inerme potrebbe scuotere il loro equilibrio.</p>
<p><em>[Foto: Emmanuel Bonsu]</em></p>
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		<title>Manifestazione antirazzista per pochi intimi, senza società civile e intellettuali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jun 2008 18:32:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[manifestazione antirazzista]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Manifestazione antirazzista a Roma dell’8 giugno, promossa dal popolo rom: tra le 8.000 e 10.000 persone. Manifestazione antirazzista a Milano del 14 giugno, promossa dal popolo rom e dal comitato antirazzista milanese: tra le 500 e 600 persone. La Lombardia, assieme a Campania e Lazio, fa parte delle regioni interessate dalla Dichiarazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/rom-1.jpg'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/rom-1-300x225.jpg" alt="" title="rom-1" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-6146" /></a> di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Manifestazione antirazzista a Roma dell’8 giugno, promossa dal popolo rom: tra le 8.000 e 10.000 persone. Manifestazione antirazzista a Milano del 14 giugno, promossa dal popolo rom e dal comitato antirazzista milanese: tra le 500 e 600 persone. La Lombardia, assieme a Campania e Lazio, fa parte delle regioni interessate dalla <em><a href="http://sucardrom.blogspot.com/2008/06/rom-e-sinti-il-decreto-del-governo.html">Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio</a></em>.  E in virtù di questo “stato d’emergenza” è stato avviato dal Commissario Straordinario e Prefetto di Milano un censimento di tutte le comunità rom e sinte presenti a Milano e nella Provincia.</p>
<p>Se solo considero alcuni blog letterari, che mantengono uno sguardo anche politico sulla realtà (Nazioneindiana, Carmilla, il primo amore, Loredana Lipperini, ecc.), vedo che, tra gli scrittori almeno – che una volta si tendeva a far rientrare nella categoria degli intellettuali –, la consapevolezza e l’inquietudine per un orientamento globalmente antidemocratico della nostra società appare manifesta già da parecchio tempo. Un segno evidente di questa consapevolezza è stata la meritoria iniziativa del “Triangolo nero”, un appello apparso trasversalmente su vari blog e firmato da molte persone, tra cui il sottoscritto.<br />
<span id="more-6145"></span><br />
La vicenda di questo appello è particolarmente interessante per due motivi: prima di tutto, perché esso nasce non da gruppi politici radicati sul territorio, ma da membri di una comunità letteraria sparsa tra la rete e il territorio; in secondo luogo, l’appello è proposto nella forma di un messaggio che circola in rete, nell’attesa che dalla rete l’iniziativa si sposti rafforzata sul territorio. Tutto ciò avveniva nel novembre 2007, sotto il governo Prodi. Da allora i segni di un razzismo che tende a farsi istituzionale, legittimato da procedure ordinarie, decreti, e leggi, si sono moltiplicati. E l’acceleratore sul piano delle politiche discriminatorie è stato il neoletto governo Berlusconi. Ma nel frattempo quell’inquietudine che sembrava ormai diffusa almeno in una larga fetta della società civile, che forme ha trovato per manifestarsi? Al di là, dico, degli appelli. Al di là delle denunce estremamente esplicite, e non più eufemistiche, che appaiono anche su quotidiani come <em>Repubblica</em>, assai poco sbilanciati in difesa delle minoranze più deboli?</p>
<p>Io non parlo ovviamente dei militanti, delle associazioni, dei gruppi che lavorano sul territorio, magari da anni, e che conoscono molto da vicino le situazioni di emarginazione e discriminazione in “tempi normali”. Non parlo neppure di coloro che sostengono che le nostre democrazie sono il peggiore dei mondi possibili, e che quindi difficilmente possono percepire segni di degenerazione, regressione, gradi di disfacimento morale e culturale. In quest’ottica, infatti, il corpo intero della società e del suo regime politico è da sempre corrotto, irrimediabilmente guasto, e qualsiasi intervento locale, parziale, è percepito come un inutile accanimento terapeutico. Parlo di quelli come me, cittadini qualsiasi, ma consapevoli di come la democrazia non sia un dato “naturale” né naturalmente garantito, e che cercano di tenere aperto, nella loro vita, un minimo spazio di azione e pensiero collettivi. Che cosa è successo, a Milano, di questi cittadini “democratici”, nel senso forte del termine? Scendere in piazza coi rom e il comitato antirazzista era un gesto di elementare difesa dei “diritti civili”, non di dissenso radicale per un mondo anticapitalista. Insomma, era un’azione che poteva essere largamente condivisa, al di là delle convinzioni politiche personali. </p>
<p>Le molotov napoletane sui campi, la brama di linciaggio, la rom di sedici anni presa a calci a Rimini, questi ed altri episodi disgustosi sono resi ben più gravi dall’intervento politico esplicito, che promuove sgomberi ingiustificati, picchetti intimidatori, e schedature su base etnica. Manifestare il nostro dissenso nei confronti di tutto ciò, significa soltanto cercare un legame coerente tra quel fiume di discorsi che commemora la Shoa e la resistenza, celebra le difesa dei diritti umani nel mondo e la democrazia come regime preferibile alle dittature militari, e delle azioni quotidiane semplici come sostenere il popolo rom, in questo momento, in Lombardia. Si può anche smettere del tutto di parlare di diritti umani e di dovere della memoria. Per altro, ho il sospetto che tra i seicento manifestanti presenti a Milano il pomeriggio di sabato 14 giugno, una buona parte ritenga che il discorso sui diritti umani sia ormai una retorica del tutto vuota se non uno strumento di propaganda mondiale per le forme di oppressione tipicamente occidentali. Ciò nonostante loro c’erano. Mancavano tutti coloro che a questi discorsi sono ancora sensibili, la maggioranza che – almeno all’interno della fantomatica sinistra – dovrebbe condividerli. Ma questa apologia della memoria non doveva servire ad essere vigili nel presente? Così si continuava a dire… Forse questa inquietudine nei confronti del destino dei rom in Italia è il solito “al lupo! al lupo!” delle frange apocalittiche della sinistra… E però anche la ponderata <em>Repubblica</em> – lo ripeto – si spreca in editoriali su questo tema (vedi oggi quello di Adriano Prosperi, “I nostri indiani si chiamano zingari”). E sul razzismo <em>Repubblica</em> è stata per anni pochissimo apocalittica e molto complice della peggiore stampa xenofoba.</p>
<p>La manifestazione del 14 giugno a Milano, preceduta da una giornata di incontro il 13 presso il campo rom di via Barzaghi, è stata pochissimo pubblicizzata. Radiopopolare, per quante ne so, non ne ha parlato o ne ha parlato pochissimo. <em>Il manifesto</em> di domenica 15 non ne dà neppure notizia. E tra i manifestanti presenti, oltre a una delegazione di rom, ai collettivi anarchici, alla gente di alcuni centri sociali come il Torchiera, c’era una varia costellazione di gruppuscoli di ascendenza comunista: socialismo rivoluzionario, partito marxista-leninista, sinistra critica, il partito dei CARC (Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo), i lavoratori per il comunismo, ecc. Appena giunto sul piazzale del Cimitero Maggiore dove era fissato l’appuntamento, ho avuto una bizzarra sensazione: sulle panchine alcuni signori anziani con bandiere zeppe di falci e martello, sul prato di fronte un gruppo di giovani, con cani, tatuaggi e piercing. Ho guardato l’amico che era con me e mi sono detto: che ci fanno due dissenzienti cani sciolti di quarant’anni tra i geronto-comunisti e la juventus libertaria? Meno male, comunque, che in assenza di società civile e intellettuali, ci sono presenti almeno i geronto-comunisti e la juventus libertaria. Nessuna traccia di Rifondazione (ma non dovevano ricominciare dal basso?). Inutile dirlo, nessun sentore di PD. Zero cattolici. Pochissimo rappresentata, almeno in proporzione, la fascia tra i trenta e i cinquanta anni. Tutta gente che probabilmente aveva cose più serie da fare. (Io stesso ho spedito una decina di mail ad amici vari, segnalando la manifestazione. Ho ricevuto due risposte appena.)</p>
<p>È probabile che una partecipazione così limitata sia dipesa anche dai modi e dai toni con cui è stata promossa l’iniziativa. In un primo tempo la mobilitazione era stata pensata come forma di difesa  nei confronti dei rom di via Barzaghi, in quanto si era avuta notizia di un possibile raduno fascista nella zona. Ma una tale motivazione dovrebbe semmai incitare la gente a partecipare, in quanto solo un gran numero di persone, in tali circostanze, garantisce uno svolgimento pacifico della manifestazione. </p>
<p>In ogni caso il corteo antirazzista c’è stato. I fascisti non c’erano. C’era, come ovvio, parecchia polizia. Pochissima possibilità, a mio parere, di sensibilizzare il quartiere. Ma si è mostrato, almeno, alle cosiddette autorità, che oltre alle solite associazioni c&#8217;è qualcuno che si cura di quello che sta accadendo ai rom. E non solo nella forma cartacea o digitale degli appelli. </p>
<p>In conclusione, cito almeno un episodio, per fare capire meglio il clima che si respira oggi. Finito il corteo, era prevista una festa-incontro tra manifestanti e rom, nel campo di quest’ultimi. Ormai i non-rom si erano ridotti a poco più di duecento. Ebbene ci è stato proibito dalla polizia di entrare nel campo rom. I signori rom, a casa loro, in un campo “regolare”, non hanno potuto invitare i loro amici a casa. Sempre per via dell’emergenza, immagino. Ma di quale concreta, tangibile emergenza mi è invece difficile immaginare.</p>
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