<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>sogno &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/sogno/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 03 Jan 2022 14:39:35 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.18</generator>
	<item>
		<title>Mots-clés__Sogno</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/02/06/mots-cles-22/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Feb 2022 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alfred hitchcock]]></category>
		<category><![CDATA[charles baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Cantori]]></category>
		<category><![CDATA[Io ti salverò]]></category>
		<category><![CDATA[La folie Baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
		<category><![CDATA[Mylène Farmer]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Calasso]]></category>
		<category><![CDATA[sogno]]></category>
		<category><![CDATA[Spellbound]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=94969</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Fabrizio Cantori </strong><br /> Baudelaire si assumeva il compito di raccontare a Asselineau un sogno proprio, «ancora caldo». Così lo definiva: frammento di «un linguaggio quasi geroglifico di cui non ho la chiave»]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sogno</strong><br />
di <strong>Fabrizio Cantori</strong></p>
<p style="text-align: right;">Mylène Farmer, <em>Rêver </em>-&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ux6slXH5EpM">play</a></p>
<p>___</p>
<figure id="attachment_95023" aria-describedby="caption-attachment-95023" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-95023" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Spellbound.jpg" alt="" width="1024" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Spellbound.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Spellbound-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Spellbound-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Spellbound-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Spellbound-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Spellbound-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Spellbound-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/Spellbound-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption id="caption-attachment-95023" class="wp-caption-text">da A. Hitchcock, Spellbound (Io ti salverò), 1945</figcaption></figure>
<p>___</p>
<p>Da R. Calasso, <i>La Folie Baudelaire</i>, Milano, Adelphi, 2011, p. 164.<br aria-hidden="true" /><br aria-hidden="true" />Ora invece Baudelaire si assumeva il compito di raccontare a Asselineau un sogno proprio, «ancora caldo». Così lo definiva: frammento di «un linguaggio quasi geroglifico di cui non ho la chiave». Una successione di «confuse parole», come quelle che promanano dal tempio della natura in <i>Correspondances</i>. Il sognatore ne è circondato, osserva i loro «sguardi familiari». Riconosce che sono geroglifici, quindi immagini cariche di significati. Sa di non averne la chiave. Può solo contemplarle, a lungo; può solo presentarle in successione, quindi <i>narrarle</i>, come in quel momento Baudelaire prova a fare con Asselineau. Tale è la condizione cronica della sua vita, immersa nella «oscurità naturale delle cose». Come la vita di tutti, anche di coloro che non sanno di vivere in mezzo a geroglifici. Ancora una volta, la differenza decisiva è solo nella coscienza, come fra il puro male e la «coscienza nel Male». L&#8217;atto di raccontare è la prima &#8211; forse anche l&#8217;ultima &#8211; forma della coscienza.</p>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Una preghiera</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/07/15/una-preghiera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jul 2021 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Christian di Furia]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[prghiera]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[sogno]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=91326</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Christian d Furia </strong>Bisogna ripetere tre volte il desiderio; aprire gli occhi e camminare; raggiungere il primo angolo del campo e baciare il palo di ferro;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Marc-Chagall-La-Mariée-.jpg" alt="" class="alignleft size-full wp-image-91372" width="900" height="650"/>&nbsp;</p>
<p style="text-align:right">di <strong>Christian di Furia </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il desiderio</strong>&nbsp;</p>
<p style="text-align:justify">Vorrei un fischietto per i mostri, pensa: un fischietto per i mostri, dice a bassa voce. Un fischietto per i mostri.<br />
Il bambino è in piedi, al centro del campo da calcio, ha gli occhi chiusi; al centro del cielo, è buio, al centro della notte. Bisbiglia. Bisogna ripetere tre volte il desiderio; aprire gli occhi e camminare; raggiungere il primo angolo del campo e baciare il palo di ferro; raggiungere il secondo angolo e baciare il secondo palo, baciare il terzo e poi il quarto. Baciati i quattro angoli bisogna tornare al centro del campo – al centro della paura, è buio, al centro del desiderio – e chiudere gli occhi.<br />
Se lo spirito vuole ti accontenta e a terra trovi quanto hai chiesto.<br />
Altrimenti ti uccide. Apri gli occhi e lo spirito ti strappa via la vita con uno strillo; altrimenti apri gli occhi e sei morto.<br />
Il bambino è in piedi, al centro del campo da calcio, ha gli occhi chiusi. Apre gli occhi.<br />
Ed è vivo. Ai suoi piedi, tra la ghiaia smossa, c&#8217;è un fischietto, e non un fischietto normale, ma uno per i mostri, proprio come aveva desiderato, un fischietto per i mostri: ci soffi dentro e i mostri si rivelano. Quando hai paura, soffi nel fischietto, e se c&#8217;è un mostro si accende una luce, nel punto esatto in cui quello si nasconde.<br />
Il bambino può correre a casa, ora, entrare di soppiatto. In silenzio, senza fare rumore, è tardi.<br />
Sono cinque giorni che non dorme. Nella sua cameretta c&#8217;è un mostro, ne è certo, si nasconde sotto il letto o nell&#8217;armadio: non ha mai avuto il coraggio di controllare. Ma adesso ha il fischietto e vestito si ficca sotto le lenzuola, lascia giusto un occhio, mezzo sguardo a spiare il buio della stanza sopra il bordo di cotone profumato.<br />
La mano che non tiene il lenzuolo tiene il fischietto e ancora lo stringe quando il fischietto è alle labbra.<br />
Il bambino prende un respiro – soffia.<br />
Soffia, ma la stanza buia, buia rimane – non una luce.<br />
Nella cameretta però c&#8217;è qualcuno.<br />
Che comincia a urlare. Sotto le lenzuola.<br />
Il bambino strilla.&nbsp;<br />
<strong><br />
Un sogno</strong>&nbsp;</p>
<p>Apro gli occhi di scatto. Devo chiamare mio figlio, un brutto sogno, devo chiamare mio figlio, un incubo, allungo la mano, il comodino, il telefono, il numero, non c&#8217;è l&#8217;acqua, e il bicchiere?, l&#8217;avrò dimenticato, l&#8217;avrò lasciato, ieri, in cucina, sul tavolo, in cucina, il telefono squilla, il primo squillo, il secondo, mamma, sono qui, che c&#8217;è, stai bene?, sì, ho fatto un sogno, mamma è tardi, come l&#8217;altro ieri, un incubo, ti ricordi?, l&#8217;altro ieri?, che ho sognato che cadevi dalla bicicletta, mi ricordo, e ti ho vietato di uscire, non era l&#8217;altro ieri, mamma, ero piccolo, non era l&#8217;altro ieri, ma se uscivi in bici saresti caduto e ti saresti fatto male, era solo un sogno, non è mai solo un sogno, come tre giorni fa, ti ricordi?, tre giorni fa?, che ho sognato che piangevi, mi ricordo, e ti ho chiamato e infatti stavi piangendo, era tre giorni fa, e non mi hai voluto dire perché piangevi, ma l&#8217;avevo sognato e tu piangevi, e stavi male anche se non vuoi dirmi per cosa, e adesso di nuovo, adesso, ho sognato, di nuovo, mi sono svegliata, di scatto, e ti ho chiamato.<br />
Come stai?, dove stai?, io ho sete, ma ho lasciato il bicchiere sul tavolo, l&#8217;acqua, ieri, in cucina, e non mi va di alzarmi, tu hai fame?, hai sete?, ce l&#8217;hai un po&#8217; d&#8217;acqua, te la porto?, posso portarti un po&#8217; d&#8217;acqua, dove sei stato?, sei appena tornato?, perché nel sogno eri appena tornato, e non è mai solo un sogno, lo sai, nel sogno rientravi a casa.<br />
Nel sogno tu rientravi a casa, piano piano, per non farti sentire, ma io ti ho sentito.<br />
Passavi per il corridoio ed entravi in camera, nel sogno, al buio, chiudevi la porta e cominciavi a fare le tue preghierine prima di andare a nanna. Nel sogno io mi alzavo dal letto e venivo dietro la tua porta, nel sogno, io, origliavo.<br />
Nel sogno allora aprivo la porta. E nel sogno, tu, eri ancora vivo.&nbsp;</p>
<p><strong>Una preghiera</strong>&nbsp;</p>
<p>Il vecchio sgrana il rosario stringendo gli occhi già serrati, e il solo movimento sensibile della bocca si intuisce quando le sue labbra si sfiorano per articolare le consonanti bilabiali dell&#8217;Ave Maria.<br />
Tiene le ginocchia a terra, i gomiti sul letto intonso. Era sera quando ha cominciato, adesso è quasi l&#8217;alba.<br />
Cinque giorni fa si è raccolto per recitare la solita preghiera prima di andare a dormire. Una preghiera è poi diventata due preghiere, quindi tre, e infine la notte intera: interminate ore sillabate in un febbrile sussurro. Con il mattino si era finalmente rilassato, in uno sbuffo di sollievo aveva aperto gli occhi e spalancato la porta della sua piccola stanza aveva sorriso alla casa vuota – da anni, vedovo, il vecchio viveva ormai solo – e in cucina aveva preparato la colazione.<br />
Da cinque giorni il vecchio prega di non dormire.<br />
Da cinque giorni, prega per non dormire.<br />
Il sonno, durante il giorno, gli gratta gli occhi. Lui si veste ed esce di casa. Di sera, prega: non può stare in giro per tutta la notte.<br />
Sul letto stanno adesso affastellati decine e decine di rosari, centinaia di Ave Maria giacciono riverse sul piumino, in cerchi e spirali di invocazioni scandite e da scandire ancora. Ma fuori dalla finestra è quasi l&#8217;alba – Dio disse: «Sia la luce!». E luce fu – e il vecchio vede l&#8217;aurora dentro le sue palpebre ancora abbassate. Fosfeni del mattino.<br />
Allora respira. Sorride.<br />
Sul punto di aprire gli occhi, recita anche l&#8217;ultima preghiera, e qualcuno bussa alla porta della sua stanza.<br />
Qualcuno bussa alla porta della sua stanza.<br />
Il vecchio apre gli occhi di scatto.<br />
Si accorge che fuori è ancora buio.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Rivoluzionare il sogno. Note su “Le giunture del sogno” di Sergio Finzi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/11/rivoluzionare-sogno-note-le-giunture-del-sogno-sergio-finzi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/11/rivoluzionare-sogno-note-le-giunture-del-sogno-sergio-finzi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Oct 2017 05:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Freud]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Garrapa]]></category>
		<category><![CDATA[interpretazione]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[psicanalisi]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Finzi]]></category>
		<category><![CDATA[sogno]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=70054</guid>

					<description><![CDATA[ di Gianluca Garrapa Se ti dico “psicoanalisi”, probabilmente penserai a “inconscio” e la parola “sogno” la collegherai a “interpretazione dei sogni”. Invece “Le giunture del sogno” è tutt’altra cosa. Le giunture del sogno (Luca Sossella editore, 2016) è un saggio, ma a tratti ricorda un romanzo filosofico, dello psicoanalista Sergio Finzi che, lungi dal ripercorrere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-70091" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/finzi-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" /> </strong>di <strong>Gianluca Garrapa</strong></p>
<p>Se ti dico “psicoanalisi”, probabilmente penserai a “inconscio” e la parola “sogno” la collegherai a “interpretazione dei sogni”. Invece “Le giunture del sogno” è tutt’altra cosa. <em>Le giunture del sogno</em> (Luca Sossella editore, 2016) è un saggio, ma a tratti ricorda un romanzo filosofico, dello psicoanalista <strong>Sergio Finzi</strong> che, lungi dal ripercorrere la chiave interpretativa freudiana del sogno, evidenzia la sua struttura geometrica connessa con le leggi della natura, del corpo e del pensiero. Un sogno, dunque, più vicino alla filosofia e all’etica, alla matematica e alla libertà dell’uomo.<span id="more-70054"></span></p>
<p>Tanto per cominciare il sogno non è il fratello gemello del desiderio represso, come la poesia non è più l’ancella della teologia. Grande rivoluzione:<em> il sogno è afinalistico e ateologico</em> (le frasi in corsivo sono tutte tratte dal libro di Finzi). Le giunture fanno del sogno un discorso che possiede una lingua propria, la faccia altra del pensiero, la sua estensione:<em> un tratto non di comunicazione ma di estensione pensante caratterizza il Sogno</em>. Le giunture appartengono al sogno e sono allo stesso tempo un’architettura che collega i frammenti della Pangea onirica. Il sogno è questa terra altra che si muove, con le sue leggi sismiche, i suoi fenomeni celesti: <em>il sogno è cerniera &#8211; resistente &#8211; come – giuntura centinata &#8211; tra il giorno e la notte, il buio e la luce, l’essere e il nulla. </em></p>
<p>La celebre “Interpretazione dei sogni” di Freud ha insegnato a scorgere dietro la maschera del sogno, un abisso di emozioni represse, di rimossi che ritornano, di desideri inespressi, ha formato la mente di molti a scorgere nel sogno un’ancella della razionalità, rendendo difficoltoso il movimento opposto, l’apertura, cioè, alla logica del sogno, per parafrasare la deleuziana logica del senso:<em> ciò significa che non c’è contenuto latente che preme per manifestarsi ma al contrario che il contenuto può anche restare latente finché vuole, tanto quel che conta è la sua volumetria</em>. Il punto, anzi la linea, e meglio ancora la tridimensione, sta qui: il sogno non comunica verità che la mente non percepisce razionalmente, il sogno è fine a stesso. Non va interpretato come il simbolo di un antico trauma o di un prossimo avvenimento, non porta le pene del passato, né è foriero del prossimo futuro: <em>il sogno non parla il linguaggio del mistero, parla il linguaggio galileiano della geometria.</em> Vaticinio o smorfia che sia, appiglio per la cura psicoanalitica, brandello di chissà quale verità sepolta, per molto tempo il sogno è rimasto relegato in quel mondo fatto di rimandi ancestrali e inconsci che ne hanno svilito la ricchezza; nelle pagine ipnotiche e spiazzanti di questo romanzo-saggio s’impone, invece, come il protagonista di cui restiamo succubi, perché nel qui e nell’ora la sua azione ci rende sognatori: un sogno è un sogno è un sogno: <em>e in questo modo il sogno prova la sua natura asimbolica che lo sottrae alla presa di griglie interpretative basate sul mito o sugli archetipi dell’inconscio collettivo.</em></p>
<p>Questo saggio pare un romanzo-saggio, tale da avere caratteristiche che possano condurre il lettore lungo le pagine nel farsi racconto, ma al contempo, e contrariamente a un romanzo che assume una struttura in cui la trama di passioni amore e morte svolgono il loro ruolo, <em>il sogno non rivela passioni o desideri, ma strutture. </em></p>
<p>Come un’opera d’arte, dunque, il sogno crea tagli e stacchi, rimonta, glissa, nasconde, indipendentemente dalla volontà del lettore-osservatore: <em>quella che è stata chiamata censura onirica opera qui non sui pensieri del sognatore ma sul sogno stesso. </em></p>
<p>Smetterla con l’onirocentrismo del sognatore, per così dire, è una buona pratica, anche politica.</p>
<p>Cambiare le domande e riscrivere le risposte: non ci si chieda dunque: cosa significa un sogno, ma: <em>Chi scrive il sogno? o: Da dove è scritto il sogno? </em></p>
<p>Certamente non sono io mentre dormo a costruire il sogno, così come non sono io da sveglio a costruire il linguaggio delle cose in cui sono immerso. Le montagne, il mare, il cielo, il corpo: oggetti che ci sono da prima che io nascessi, posso “smontarli”, come fanno i bambini con i loro giocattoli, ma non ha senso interpretare la presenza del mondo per assegnarle una discendenza ultraterrena o per affidarle un presagio. La cultura influenza il modo di percepire il mondo, ma l’oggetto-mondo è lì e ci rimarrà anche dopo la mia morte, la sua presenza è assoluta e staccata da qualsivoglia interpretazione. Anche il sogno è una cosa del mondo, e mi contiene, non il contrario: <em>i sogni sono molto più intelligenti delle persone che li “fanno” e soffrono del tentativo di impadronirsene con delle spiegazioni di senso. I sogni non vanno interpretati, vanno decostruiti secondo le leggi del loro montaggio.</em></p>
<p>E non a caso l’autore usa il termine ‘montaggio’ come si trattasse di un’operazione filmica. Siamo davanti al cinema del sogno, seduti a visionare l’attimo che crediamo catapultarci altrove. In effetti la nascita del cinema e della psicoanalisi coincidono in quella giuntura del 1895 che forse resta solo una sincronia piacevole, ma che è bene sottolineare: unione di segmenti indipendenti sul nastro della storia che ha costruito parte della pietra angolare della percezione moderna del mondo:<em> tecniche teatrali e cinematografiche, come mutamenti di scena, movimenti di macchina, zoom e sdoppiamenti, creano momenti di verità cui il sogno, l’impianto stesso del sogno, sembra piegarsi e sottostare. </em></p>
<p>E in questo movimento di macchina<em> non è il sogno che ti porta fuori dalla realtà, è la realtà che entra nel sogno</em>. Il sogno si svela al nostro occhio interiore, quasi proiettandosi e chissà dove è collocato il proiettore e a noi non resta che spegnere le luci nella sala-esistenza, abbassare le palpebre e abbandonarci al film: <em>la struttura matematica del sogno è indipendente, non è associata all’emozione erotica che esso comunica. La teoria del sogno è estranea al soggetto che lo sogna.</em></p>
<p>Dunque teoria e non interpretazione, corpus di personaggi, angolature e oggetti che avvengono nell’attività onirica, oggetti tanti<em> (gli oggetti del sogno sono per definizione incongruenti, eterogenei, spurii</em>), scale, spatole, muri, coni, giornali, scatole, armadio, sedia, tavoli: <em>questa eterogeneità degli oggetti del sogno richiede uno spostamento della lettura del sogno dall’interpretazione alla teoria.</em></p>
<p>Finzi ci racconta, attraversando la clinica fenomenologica dei sogni di alcuni pazienti e di alcuni psicoanalisti in supervisione, la mutazione antropologica copernicana del sogno, virando la dimensione dalla linearità verticalizzata genetica classico-interpretativa verso una nuova disposizione che cerca di cogliere rapporti incommensurabili tra il quadrato e il cerchio, la piana lineare della terra, la sfera del cielo, la parola e l’immagine, attraverso un metodo di esaustione che consiste nel moltiplicare i lati di un poligono, in diagonale, finché la perfetta circolarità non sia raggiunta. Il chiudersi in sé, questo sembra dirci la geometria del sogno: il sogno si spiega coi sogni.</p>
<p><em>Una ragione analitica, senza memoria, senza tempo, senza religione, senza desideri e senza progetto, senza discorso e senza logica, ci fa finalmente ammettere ciò che da sempre sappiamo ma che pensavamo di dover nascondere.</em></p>
<p>La diagonale, dunque, è la dimensione del sogno. Come il frattale lo era di una logica sensuale decostruzionista e rizomatica. La diagonale che taglia il riquadro di un fumetto per farci stare la simultaneità di una telefonata tra due personaggi distanti nello spazio.</p>
<p>La diagonale del e\o, la diagonale che ricorda la barra del linguaggio che segna il soggetto e lo traumatizza, di lacaniana memoria:<em> è l’immissione nel linguaggio che produce il trauma. Il trauma è di parola, prodotto di ciò che se ne dice.</em></p>
<p>Il linguaggio che parla il parlante, il sogno che sogna il sognatore.</p>
<p>È questo l’intento del sogno: <em>spostare l’accento dal soggetto agli oggetti, dalle cose ai congegni, dal funzionale al disfunzionale, dalla parentela al vicinato, dal dono al mercato, dalla filantropia al commercio, dal generativo al vegetativo: compare la diagonale.</em></p>
<p>Non solo i sogni parlano un linguaggio che è estensione di pensiero, e che coniuga spigoli, forme e dimensioni che sono quelle della natura e del cosmo, ma anche i sogni ci parlano del nostro corpo, non c’è metafisica. Con buona pace dell’idealismo platonico, il romanzo-saggio di Finzi ci riporta con i piedi a terra: <em>le strutture centinate del sogno si applicano alle giunture e articolazioni del corpo</em>, sicché movimento di caduta e immobilismo claustrofobico al cui incubo non riusciamo a strapparci, sono i poli opposti di uno spettro attivo: <em>l’artrosi e la corsa solo i due estremi del sogno. </em></p>
<p>Il sogno o i sogni? Ma soprattutto chi sogna?</p>
<p><em>Che lingua parlano i sogni? Di cosa parlano? A chi parlano?</em></p>
<p>Il soggetto? È forse il processo onirico un fatto individuale che non tiene conto del mondo intorno? Siamo di-vidui, divisi in sogno e realtà e <em>il sogno tratta solo con altri sogni, cioè sogni di altre persone. </em>E quel che ci riguarda come sognatori è emblema della nostra socialità, da un lato, e della nostra ‘sottomissione’ al sogno:<em> ma cosa contano le mie associazioni se il sogno non è mio? Forse ogni sogno è comune, ed è questo che ho chiamato comunismo rozzo.</em></p>
<p><em> </em>Se è vero, secondo un punto di vista che vede il proprio fondatore in Jacques Lacan, che siamo parlati e che il nostro io non è che un’ effimera cipolla immaginaria speculare ai nostri genitori, è altrettanto vero che il sogno ci sogna, creando lui stesso i nostri oggetti onirici e connessi, senza alcun interesse per un’interpretazione generativa:<em> le giunture dei sogni non connettono le persone, ma gli oggetti dei loro desideri.</em></p>
<p>Non dunque, ripetizione, espressione di desiderio represso: è maschera il sogno.</p>
<p>Proprio quella maschera che dal teatro greco crea i personaggi di una tragicommedia surreale che ha il proprio linguaggio e le proprie regole, universo parallelo di leggi proprie che ne amplifica voce e respiro. Dunque il sogno con il suo discorso, la sua retorica, il suo stile trans-personale e rivoluzionario. Il sogno è di tutti, ognuno ne modula la frequenza.</p>
<p>Quello che accade è che il sogno si organizzi in spazi geometrici pure, un teatro delle pure forme: <em>l’etica del sogno coincide con la sua forma. </em></p>
<p>Desiderio e godimento sembrano declinarsi in fatica e lavoro. Un che di politico riguarda il sogno.</p>
<p>Il libro racconta i sogni di individui come in una sorta di raccolta onirica di una flatlandia reale. Non possiamo non pensare allo “psicoanalista-matematico” Matte Blanco, al suo inconscio come insiemi infiniti: dove un’antilogica ci spinge a dover considerare l’estrema possibilità di una fine come ulteriore tassello dell’inizio: <em>secondo il sogno la morte aggiunge un tassello alla vita.</em></p>
<p>Ma qui non è solo certezza matematica, quanto algebrica onirica della X:<em> l’incognita del sogno riguarda il suo intento, </em>figure della progressione geometrica che organizzano il discorso onirico.</p>
<p>Ritorna spesso il cerchio e il quadrato a ricordare il Mandala. E non casualmente, Castaneda ritorna spesso a darci il significante coreutico del sogno, come visione dilatata del presente, dono dello sciamano matematico-musicale che cura: <em>un tipo di cura aritmetica, astronomica e anche meccanica, per il potere riabilitativo della protesi cui attinge il funzionamento delle giunture del sogno, può sostituire la cura psicologica perché le assomiglia.</em></p>
<p>Il piacere della lettura sta anche nel rileggere la Poesia di Leopardi, l’interpretazione di Gadda dal punto di vista di Gabriele Frasca: perché? forse non è matematica canora, alle origini, la poesia? e non v’è quel sottile legame, in negativo, tra rottura della musicalità e nevrosi ossessiva?</p>
<p><em>La nevrosi ossessiva è l’espressione di una straordinaria sensibilità ritmica.</em></p>
<p>Proprio l’arte è l’esempio di sublimazione che mette insieme elementi differenti per costruire un modo realistico ma in un’altra dimensione.</p>
<p>Il romanzo-saggio, che non è quello del nevrotico, ma quello del sogno, che vive di leggi e strutture proprie. E le strutture del sogno sono le stesse che regolano l’avvicendarsi delle stagioni, il congiungersi delle ossa, la giuntura di cerniere che uniscono separando e separano unendo: <em>una cerniera rompe senza lacerare, riunisce senza cucire. </em></p>
<p>Il tempo del sogno non è il passato, è il futuro anteriore, o il presente di domani: <em>non è ancorato indietro ma è ancorato in avanti.</em></p>
<p>La bellezza di un saggio del genere è che diventa una sorta di romanzo-saggio giallo, come romanzo-saggio giallo può essere un sogno, un giallo matematico: <em>il Sogno è insensibile agli affetti ma molto interessato le idee.</em> Un tragitto che non possiamo comprendere fino al risveglio, una trama che svolge enigmi e sospende il dubbio sulla soluzione: <em>il sogno ha delle giunture che non sono giunture di senso, sono giunture di controsenso come i rebus.</em></p>
<p>La psicoanalisi diventa critica e il sogno si fa saggio tragitto tra citazioni bibliche, iconografiche, (<em>il sogno di Costantino, la morte di Adamo in Piero della Francesca e la storia della vera Croce) </em></p>
<ul>
<li>riferimenti cibernetici: <em>alla luce di questi sogni, il dualismo di san Paolo o di san Giovanni non è manicheo, è cibernetico </em></li>
<li>accostamenti a una santità laica:<em> il sogno ha la stessa natura delle reliquie </em></li>
<li>alla Poesia di Leopardi che ispira: <em>il sogno è la lama di luce che divide ricordanze e rimembranze, la nudità del reale e il rivestimento della realtà </em></li>
<li>al capolavoro-pasticciaccio di Gadda: questo romanzo-saggio fa spazio e ci regala una meditazione sul nostro essere, il sogn-essere.</li>
</ul>
<p>Una scrittura che spinge a riflettere sulla fatica del sogno che non vuole interpretazione:<em> la fatica del sogno è invece fatica per niente. Le nozioni di lavoro del sogno e fatica del sogno non coincidono. </em></p>
<p>Perché se un inconscio c’è, si trova qui fuori e ci riguarda tutti:<em> non esiste un mucchio di sogni. Esistono segmenti di un discorso pluralistico e orchestrale.</em></p>
<p>Scandaloso monito in epoca di narcisismo e individualismo estremo, in questo i sogni non ci somigliano: <em>i nostri sogni non condividono la nostra ricerca della comodità. </em></p>
<p>Un sogno è una poesia che nasce dal corpo. Un sogno di geometria: <em>il sogno è materia di geometrie, geometria piana e geometria solida, e la solidità delle forme astratte del sogno ha la meglio sulla solidità delle forme corporee.</em></p>
<p>Una poesia che gioca di parole e canta senza voler dire altro che sé stessa. Un Pollock, un sottile riferimento a quello strano classicismo baudelairiano che nei sonetti scriveva le corrispondenze, le visioni oppiacee: <em>la struttura del mondo naturale è composta di una rete sottilissima di corrispondenze invisibili, </em>ma pure del corpo erotico da cui il canto emana il verso. E il corpo è anche il piede, non solo il piede che ha dato origine al battito e levare della metrica, ma forse pure della scansione ritmico-geometrica del sogno: <em>io credo che il sogno si irradi da quella rottura del piede e rimetta in gioco la questione della mobilità delle articolazioni e dell’elasticità dell’intelligenza. </em></p>
<p>Leggere, studiare e sognare questo romanzo-saggio permette di provare la sensazione di un sogno che mistericamente guida e consiglia, un dettaglio deciso dallo sciamano-mondo là fuori, ammaliando attraverso caleidoscopi lisergici e <em>addestrando il dormiente a sopportare i colpi del destino </em>proprio come accade nella nuova dimensione dell’Alzheimer, la cui esistenza è imprescindibile dall’inventore del nome della malattia. Un disconoscimento, un riassestamento magnetico delle traiettorie.</p>
<p>Per uno psicoanalista, infine, e soprattutto, il libro è un indispensabile messaggio, guida fondamentale alla postura di estrema umiltà e ascolto, che eviti la smania narcisistica del voler far centro e interpretare, implementandolo, il sintomo: alla struttura dobbiamo fermarci, e relegare in vane chiacchiere le discendenze lontanissime del trauma verso cui un analista isterico conduce il paziente per fare il proprio gol, rendendo più isterico l’isterico, più psicotico lo psicotico: <em>non le navi partono, per l’ira non trattenuta di Mosè, ma si vive per il tempo che una nave ritorni. Questa fu l’interpretazione del sogno.</em></p>
<p>Allora&#8230; buoni sogni!</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/11/rivoluzionare-sogno-note-le-giunture-del-sogno-sergio-finzi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Boutique du Diable</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/04/30/la-boutique-du-diable/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2016/04/30/la-boutique-du-diable/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Apr 2016 05:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Gustav Jung]]></category>
		<category><![CDATA[conversazione]]></category>
		<category><![CDATA[esoterismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gustav Meyrink]]></category>
		<category><![CDATA[Madame Sosostris]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Northrop Frye]]></category>
		<category><![CDATA[sogno]]></category>
		<category><![CDATA[tarocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Bagnoli]]></category>
		<category><![CDATA[William Burroughs]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=60950</guid>

					<description><![CDATA[di Vincenzo Bagnoli Non credo di ricordarmi come riuscii a trovarla. Non fu facile, comunque; soprattutto perché non la stavo nemmeno cercando. Tutte le sere andavo a piedi alla radio dove allora lavoravo: gli studi non erano vicini, ma mi piaceva camminare ed ero abituato a percorrere chilometri senza difficoltà, provando anche diversi tragitti attraverso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vincenzo Bagnoli</strong></p>
<figure id="attachment_60969" aria-describedby="caption-attachment-60969" style="width: 630px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-60969" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/magna2.jpg" alt="Fonte:https://mycuriouscabinet.wordpress.com/" width="630" height="378" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/magna2.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/magna2-300x180.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/magna2-768x461.jpg 768w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /><figcaption id="caption-attachment-60969" class="wp-caption-text">Fonte:https://mycuriouscabinet.wordpress.com/</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Non credo di ricordarmi come riuscii a trovarla. Non fu facile, comunque; soprattutto perché non la stavo nemmeno cercando. Tutte le sere andavo a piedi alla radio dove allora lavoravo: gli studi non erano vicini, ma mi piaceva camminare ed ero abituato a percorrere chilometri senza difficoltà, provando anche diversi tragitti attraverso la periferia per rendere meno noiose quelle mie passeggiate. Talvolta azzardavo anche qualche «deriva metropolitana» psicogeografica, lasciando che fossero i miei passi a guidarmi: ma quella volta dovevano avermi tratto in inganno, perché la strada sembrava molto più lunga del solito, più faticosa, e più rigida del normale la sera invernale. C’era qualcosa che non tornava. Un po’ disorientato, mi ero fermato a un incrocio, quando la scorsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trovava in un seminterrato, sul fianco di un palazzo un po’ discosto dalla via che stavo percorrendo. L’insegna, dipinta a mano e priva di illuminazione, recava scritto solo «La boutique du diable»; non si vedeva quasi dalla strada, nel lungo e fioco crepuscolo metropolitano; ma qualcosa mi aveva indotto a sporgermi sul cortile esterno che, sotto il piano stradale, dava accesso ai garage, come se avessi già saputo che doveva essere lì. Scesa una breve scaletta, notai anche la piccola vetrina, un riquadro grande quanto una finestra, in cui stava la scritta in neon rosa «cartomanzia» e, su un fondale optical a larghe righe bianche e nere, erano esposti vecchi fumetti di Brunner, Steranko e Druillet, romanzi erotici e di fantascienza del secolo scorso, LP e singoli degli anni Settanta: <em>Led Zeppelin IV</em>, <em>The Idiot</em>,<em> Voyage of the Acolyte</em>,<em> Over-Nite Sensation</em>, <em>Quicksand</em>, <em>Tubular Bells</em>. Sul fondo, le gambe di un manichino con calze a rete, abbastanza volgari.</p>
<p style="text-align: justify;">La porta lì accanto, una normale porta di legno verniciata di nero e piena di graffiti, non offriva invece nulla allo sguardo di chi avesse voluto curiosare all’interno; nemmeno lasciava intuire se il negozio fosse chiuso o aperto. Malgrado questa sua refrattarietà (o forse a causa di questa), non esitai a spingerla e a farmi avanti, senza annunciarmi o chiedere permesso, un po’ stupito di questa mia sfrontatezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena entrato, non vidi nessuno nella quasi oscurità: l’unica sorgente luminosa era uno stretto finestrino a vasistas posto così in alto, vicino al soffitto, che mi era impossibile capire se affacciasse all’esterno o su una bocca di lupo. A terra e sui banconi che riempivano tutto lo spazio c’era quello che mi aspettavo di trovare: pile di albi a fumetti, di cassette vhs, di dischi a 33 giri, a 45 giri, pacchi di cartoline; alle pareti scaffali carichi di libri e libri, un grande specchio dall’aria antica e su un espositore, accanto al quale pendeva appeso un poster di <em>Apocalypse Now</em>, alcuni cofanetti e piccole scatole. Senza sorpresa mi trovai a sfogliare affascinato e felice una rivista per ragazzi in cui avevo letto da piccolo le storie bizzarre di Redipicche. Molte altre figure ammiccavano dalle copertine, ognuna allusiva di una storia, più o meno nota; e ogni storia richiamava ricordi della mia infanzia. Ma più di tutto ero attratto dall’espositore. Mi avvicinai per esaminare il contenuto di quei cofanetti, sapendo già cosa aspettarmi: dovevano essere carte da gioco. Avevo ancora le ossa gelate e la stanza non era riscaldata: così, mentre cercavo di aprire una delle scatole, un brivido rese i miei movimenti goffi e il mazzo mi cadde a terra. Raccolsi in fretta le carte e, dopo averle rimesse in ordine, ne girai una. Erano tarocchi e la carta riproduceva il Bagatto.</p>
<p style="text-align: justify;">«Una mano fortunata, la sua», mi dice la voce della Regina di Cuori alle mie spalle, «proprio come quella del caro Athanasius. Il Bagatto è un buon inizio: “vidi me stesso in lui riflesso come in uno specchio, e credetti di osservarmi attraverso i suoi occhi”».</p>
<p style="text-align: justify;">Trasalendo per la sorpresa, poiché il locale mi era parso deserto, mi volto per cercare di guardare la mia interlocutrice in viso, nell’incerto chiarore che filtrava appena nel seminterrato. È seduta mollemente a un tavolo, posto nell’angolo da cui si può tenere d’occhio l’ingresso e l’intero locale, e mi sorride; davanti a lei è seduta un’altra donna, dall’aria austera, che in grembo tiene un libro aperto, come se stesse leggendo, ma pare invece concentrata sulle carte che stanno sul tavolo, quasi  fosse intenta a una partita.</p>
<p style="text-align: justify;">«Athanasius? Lei allude a Kirchner?», domando, mentre mi accosto di qualche passo, nel tentativo di trarmi d’imbarazzo con un’arguzia.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ma no», mi spiega paziente l’altra donna: «il signor Athanasius era un cliente, un affezionato cliente&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Che proprio come questo signore aveva i suoi momenti d’impaccio. È vero, Madame Sosostris?», chiede ironica la Regina di Cuori, raccogliendo da una pila accanto a sé un LP e mettendosi poi a leggere con attenzione le note sul retro della copertina.</p>
<p style="text-align: justify;">«Non hanno proprio la destrezza di un prestidigitatore, certi signori», replica divertita l’altra, sempre fissando le sue carte: «avranno forse intuito, come dicono di avere, una qualche sveltezza d’occhio. Ma non di mano».</p>
<p style="text-align: justify;">«Gli uomini spesso presumono da loro stessi più di quanto si dovrebbe&#8230;», sospira la Regina posando ai suoi piedi l’album: è <em>Aquila</em>, del 1970, una rarità.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altra commenta, con una punta di asprezza: «spesso presumono di sapere anche quello che li aspetta, quello che troveranno dietro l’angolo, piombando in una casa, in una storia&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Tento allora di giustificare tanto la mia presenza quanto la goffaggine con il freddo patito.</p>
<p style="text-align: justify;">«C’è freddo», ammette Madame Sosostris, che ha l’aria di non essere proprio in salute; si aggiusta l’ampio scialle per coprirsi meglio, poi aggiunge in modo vago:</p>
<p style="text-align: justify;">«Il cielo promette qualcosa&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Neve?» chiedo io; ma dallo sguardo che ottengo per risposta mi rendo conto che è una domanda fuori luogo e abbasso vergognosamente gli occhi. Dalla copertina di una rivista musicale David Tibet, con l’immancabile gatto in braccio, e un severo John Balance mi fissano con silenzioso rimprovero.</p>
<p style="text-align: justify;">«Io direi piuttosto&#8230; come una notte di brina e un presagio di sgomento», obietta, prendendomi del tutto alla sprovvista, una voce maschile di cui non riesco ancora a scoprire la provenienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti al mio muto smarrimento, la Regina di Cuori torna a prendere la parola e declama con posa teatrale:</p>
<p style="text-align: justify;">«Domande, domande&#8230; “L’intera vita altro non è che una serie di domande divenute forme”&#8230;». Poi, nel tono di una confidenza: «Vede, noi stiamo qui – qui sotto – come domande che contengono già la loro risposta».</p>
<p style="text-align: justify;">«Così come è sopra è anche sotto», proclama l’altra, con il timbro perentorio di chi affermi una verità assoluta, e con solennità chiude il libro: prima che lo metta da parte faccio in tempo a scorgere sulla costa il nome di Jodorowsky. Incuriosito, vorrei indagare su quella lettura, ma vengo per la terza volta colto di sorpresa da un altro intervento:</p>
<p style="text-align: justify;">«Lo sa che in ogni vita c’è una storia, vero?», mi avverte da una poltrona poco discosta da noi la voce di un lettore, intento a sfogliare le vecchie riviste e i libri della pila al suo fianco: «E ogni vita può essere anzi raccontata attraverso una serie d’immagini ricorrenti, sempre le stesse, incredibilmente, spaventosamente simmetriche, che comprendono l’intero arco dell’esperienza».</p>
<figure id="attachment_60970" aria-describedby="caption-attachment-60970" style="width: 284px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-60970 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Frye-284x300.jpeg" alt="Northrop Frye" width="284" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Frye-284x300.jpeg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Frye-768x811.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Frye-970x1024.jpeg 970w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Frye.jpeg 1137w" sizes="(max-width: 284px) 100vw, 284px" /><figcaption id="caption-attachment-60970" class="wp-caption-text">Northrop Frye</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">La Regina di cuori lo guarda compiaciuta. Quasi cogliendone un gesto o un desiderio inespresso, una ragazzina bionda esce sollecita dall’ombra per versare da una teiera d’argento un tè caldo, che poi raffredda con il liquido contenuto in un altro bricco; quindi pone la tazza sul <em>coffee table</em> davanti alla poltrona del lettore. Mentre lui si piega in avanti per posare il libro e prendere la tazza, cerco di scoprire che cosa stesse leggendo, e nella poca luce del crepuscolo che appena cominciava a rischiararsi del plenilunio intravedo l’inquietante <em>Book of Job</em> di William Blake.</p>
<p style="text-align: justify;">«E cosa c’è, dunque, in questo racconto?» gli chiede la voce maschile che avevo sentito prima. Ora che i miei occhi si stanno abituando alla penombra distinguo l’uomo cui appartiene: siede con le gambe accavallate su una poltrona più in disparte, nell’altro angolo, davanti a una nicchia nel muro – una specie di finestra chiusa, forse il retro della vetrina – e tiene lo sguardo fisso su quella, quasi cercasse di guardare fuori. Un altro lettore, penso, ma poi mi accorgo che quello che tiene in mano con noncuranza, poggiato sul ginocchio, è in realtà un disco: riconosco la copertina dorata di <em>Hunky Dory</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">«Una varietà di elementi e funzioni», gli risponde il lettore, riprendendo con la mano libera il suo libro, «ma ricorrenti: tanto che dalle nostre storie si potrebbe tracciare un alfabeto di figure, un mazzo di illustrazioni che copra l’intero arco dell’immaginazione&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Molto di più ancora», argomenta l’altro, con lo sguardo ancora rivolto al muro, come per attraversarlo: «se proviamo a concentrare la nostra attenzione allo strato più profondo, possiamo scoprire che dietro quelle figure vi sono forme primordiali, capaci di raccontare la sua esperienza, la mia, e quella degli uomini vissuti millenni fa o che devono ancora nascere. Prototipi universali per le idee che dentro ognuno di noi si manifestano attraverso fantasie e immagini simboliche&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">La discussione s’interrompe quando, da una porta sul retro che pare immettere nelle cantine, entra salendo da una ripida scala un vecchietto magrissimo e curvo, dai grandi occhiali da vista, accompagnato dal frastuono di un macchinario che si spenge non appena richiude dietro di sé l’uscio, facendo piombare la stanza nel silenzio. Il suo grembiule grigio fa pensare che possa essere il portinaio o un custode: senza dire una parola posa la lampada con cui si faceva luce nel sotterraneo su una pila di LP, in cima alla quale noto una copia di <em>Force the Hand of Chance</em>, degli Psychic TV. Poi, sempre tenendo lo sguardo a terra, brandisce la scopa come un’arma antica e si mette a spazzare il pavimento nei pressi dello specchio, andando qua e là, con movimenti obliqui, senza ordine logico, come un rabdomante.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre tutti tacciono provo allora a guardare quali immagini ci siano in me.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>c’è una gita scolastica a Vienna c’è il sonno le MS e la sindrome di Stendhal al Kunsthistorische Museum i postumi della Vecchia Romagna c’è questa notte da solo conosci te stesso coca cola e aspirina le prime tracce di una vita che vivrai il mangiacassette poi cut to</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>c’è una stanza al pianterreno lontana dalla città sperduta nel grigiore di una strada suburbana l’alba e una pioggia che dura da giorni l’odore di caffè di umidità pena fino al quaranta per cento lontana da tutti eppure vicina alla fine e all’inizio della storia cut to</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>c’è un sole rosso che scende in estate e l’ombra scura in fondo alla valle di alta montagna all’orlo del mare ci sono due bambini in un giardino c’è l’aria di città del nordeuropa e un cielo vuoto il vento veloce ci sono giorni deserti e binari gli arpeggi elettrici nell’autoradio ci sono strade polverose cut to</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>c’è un marciapiede ruvido alla fine di un pomeriggio di ottobre c’è il cinema la nebbia vaga risalita lungo la</em><em> fondovalle il grigio dei tetti </em><em>in fondo allo spazio alla fine del mondo c’è il double-feature negli anni teneri schegge di vetro un gioco al massacro tutti i racconti di Lovecraft cut to</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>c’è il giradischi la camera al buio la città vista dall’alto il rumore della puntina che cade e cerca il microsolco frusciando l’attacco di batteria il sintetizzatore che disegna la colonna sonora di quelle ore di sera le note del basso che increspano appena la superficie con piccole onde la copertina dei dischi l’odore del vinile le note a calare con cui finisce Atmosphere o Christine i titoli di coda fade to black</em></p>
<p style="text-align: justify;">A spezzare il silenzio è questa volta Madame Sosostris, che riprende il discorso interpellando il lettore:</p>
<figure id="attachment_60971" aria-describedby="caption-attachment-60971" style="width: 450px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-60971" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Jung-300x174.jpeg" alt="Carl Gustav Jung" width="450" height="261" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Jung-300x174.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Jung-768x446.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Jung-1024x594.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Jung.jpeg 1502w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><figcaption id="caption-attachment-60971" class="wp-caption-text">Carl Gustav Jung</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">«Chi può dirlo, davvero, cosa ci sia, in queste storie? Forse solo ombre, forse solo i “suoni e furori” senza senso dell’idiota, che non significano nulla, come dice il suo poeta&#8230; Noi viviamo sommersi dalle parole senza nemmeno capire il senso di quello che ci diciamo, ombre a nostra volta, come quelle dei racconti».</p>
<p style="text-align: justify;">«“La vita è un’ombra che cammina e che si pavoneggia”&#8230;», ricorda pensieroso il lettore, seguendo il filo dell’allusione di Madame, con la tazza in mano e lo sguardo perso della semioscurità. Anche la sua voce, mi viene da pensare, è quella di un’ombra, uguale alle ombre del racconto: un’ombra fra le ombre.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorseggia il tè, poi continua, esitante, quasi parlando fra sé:</p>
<p style="text-align: justify;">«Quindi&#8230; ogni storia che possiamo raccontare è l’ombra di quell’ombra&#8230; uno spettro, l’ombra di un vuoto, fatto di lontananza e assenza&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">«&#8230;come lo spazio nero che fra poco riempirà nel cielo la distanza fra una stella e l’altra», sentenzia l’altro uomo, con un gesto vago in direzione della nicchia</p>
<p style="text-align: justify;">«“Del nulla versato nel vuoto”», cita sarcastica Madame Sosostris, per rivolgersi poi a me con un cenno d’intesa: «Come vede anche il saggio ermeneuta finisce talvolta col trovarsi in qualche impaccio&#8230; così come forse i professori suoi amici spesso s’ingannano molto».</p>
<p style="text-align: justify;">Il lettore scrolla le spalle e torna immergersi nel libro; nella penombra della stanzetta non lo vedo quasi più, confuso nella poltrona, ma lo sento borbottare per tutta risposta:</p>
<p style="text-align: justify;">«Crede di essere più furba, lei, che non ha nemmeno il coraggio di portare il suo nome?»</p>
<p style="text-align: justify;">«E chi lo ha, questo coraggio? Lei forse&#8230;?», lo canzona Madame, mentre il lettore poggia anche la tazza, che continuava a tenere in mano, per nascondersi meglio dietro il libro: «E poi di nomi ne ho avuto fin troppi: mi hanno chiamato Sibilla, Lenormand, Osmond, Hyde Lees, Blavatsky&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, voltandosi di nuovo verso di me, ritorna seria:</p>
<p style="text-align: justify;">«Tu puoi credere di essere in questi nomi, e nelle tue parole, ma quella che racconti è la tua ombra: non credere in te stesso».</p>
<p style="text-align: justify;">Come recitando l’antifona, subito la Regina di Cuori canticchia:</p>
<p style="text-align: justify;">«Don’t deceive with belief».</p>
<p style="text-align: justify;">«La conoscenza arriva con la liberazione della morte&#8230;», conclude l’altro uomo, sempre guardando la finestra che non c’è: «ossia quel momento in cui puoi vedere la tua ombra sulla riva dell’al di là e riconoscere l’altra parte di te, quando puoi prendere coscienza del tuo essere anche un’ombra fra le ombre, e non il sole che immagini di essere dentro di te, ma piuttosto un “conquistatore che non ha ancora conquistato sé stesso” ed è trascinato dagli eventi&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Da fuori risuona il latrare insistente di un cane; come un richiamo, come un allarme. «Dev’essere la luna piena che agita i cani», suggerisce la Regina di Cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">«I cani ci avvertono delle insidie che ci aspettano al varco», la corregge l’uomo col disco, fissando la sua finestra chiusa, quasi cercasse di avvistare attraverso di essa quelle insidie.</p>
<p style="text-align: justify;">«Il cane è amico dell’uomo: è appunto per questo che bisogna guardarsi da lui», ammonisce beffarda Madame Sosostris.</p>
<p style="text-align: justify;">«E perché?», si stupisce l’uomo che continua a tenere lo sguardo sul muro: «Non bisogna temere l’incontro col cadavere. Siddhartha Gautama, mentre viaggiava incontro al destino sul carro guidato da Cianna, ne trasse un fondamentale insegnamento. Come dicevo, accettare la morte significa superare la limitatezza del proprio io, l’insensatezza dei suoni e furori di cui ognuno di noi, come il folle da voi menzionato, riempie la vita. Perciò non bisogna temere di presentarsi sulla sponda d’Acheronte a incontrare le ombre, come hanno fatto anche Gilgamesh, Orfeo&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«E Dante!», aggiunge il lettore, riscuotendosi: «Anche lui ha dovuto fare quel viaggio per riconoscersi, per ritrovarsi, sulle orme di tanti eroi antichi: Ulisse, Enea, Paolo&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«In effetti ogni iniziazione passa attraverso l’esperienza della tomba», riconosce Madame Sosostris.</p>
<p style="text-align: justify;">«Come il mio dolce Lucio&#8230;», cinguetta affettuosamente la Regina di Cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo col disco continua con convinzione:</p>
<p style="text-align: justify;">«E non bisogna certo temere d’incontrare la propria stessa ombra. Anzi, è necessario incontrarla, come Medardo incontra Vittorino, perché non si può lasciarla sola, ignorarla: quanto più è nascosta, tanto più diventa nera e densa».</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il lettore sembra animarsi:</p>
<p style="text-align: justify;">«A Goethe di solito avveniva d’incontrarsi su un ponte, o altre volte lungo un sentiero che portava da una riva all’altra di un fiume. E Apollinaire, frequentatore di ponti a sua volta, quando era in attesa d’incontrarsi per conoscersi, vede sfilare un corteo di tutti coloro che non sono lui, e che pure lo compongono: coloro che ama, i giganti coperti di alghe, abitanti di città sommerse nelle profondità di mari che sono il sangue delle sue vene, e mille altre tribù&#8230; “tutti quelli che sopraggiungevano e non erano me / portavano a uno a uno i pezzi di me stesso / A poco a poco fui costruito come s’innalza una torre”».</p>
<figure id="attachment_60972" aria-describedby="caption-attachment-60972" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-60972" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Burroughs.jpeg" alt="William Burroughs" width="310" height="518" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Burroughs.jpeg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Burroughs-179x300.jpeg 179w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /><figcaption id="caption-attachment-60972" class="wp-caption-text">William Burroughs</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Senza nemmeno alzare la testa, anzi continuando con cura meticolosa nella sua occupazione, fa udire la sua voce (più distinta e forbita di quanto mi aspettassi) anche l’anziano inserviente:</p>
<p style="text-align: justify;">«Ma in quei casi non si trattava che di una proiezione della coscienza e non del vero doppio».</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo alla finestra che non c’è annuisce:</p>
<p style="text-align: justify;">«Esatto, non era propriamente ciò che i cabalisti chiamano il “soffio delle ossa”, Habal Garmin, del quale si dice che come discese incorruttibile nella tomba, così risorgerà il giorno del giudizio universale. E invece per vederci chiaro ci è necessario proprio compiere quella discesa, ci è necessario il rigore della morte!».</p>
<p style="text-align: justify;">«E anche noi ce ne stiamo sepolti qui sotto, “dans la nuit du tombeau”, non per non vedere, ma per dissolvere le apparenti superfici, secondo quel ben noto metodo suggerito da Blake&#8230;», mi spiega  con fare complice Madame Sosostris.</p>
<p style="text-align: justify;">«Lo stesso metodo usato dai suoi colleghi&#8230;», propone l’uomo col disco al lettore, che approva:</p>
<p style="text-align: justify;">«Da chi vuole operare sull’insieme di corpo e anima, per usare le parole del poeta: quindi anche dai suoi».</p>
<p style="text-align: justify;">«Già: ed è operazione, che si compie appunto nel mondo infero&#8230;», conferma l’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">«Oh ma che immagine sinistra&#8230;», geme a disagio la Regina di Cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">«“Dev’essere il diavolo”&#8230;.», ridacchia il lettore.</p>
<p style="text-align: justify;">«In fin dei conti, è questa la parte che dobbiamo accogliere, a volte, ed è anche la parte della gioia», arguisce l’uomo posando solo per un attimo su di me lo sguardo, per poi rivolgere di nuovo verso la finestra chiusa il viso.</p>
<p style="text-align: justify;">«Non lo giudichi male, per questa stranezza», mi sussurra premurosa la Regina di Cuori: «il nostro amico è una persona per bene. Certe volte ha degli scatti, dei momenti di rabbia, ma non ha malvagità. Ed è solido il suo intelletto&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Come la sua casa&#8230; finché reggerà!», insinua malignamente il lettore.</p>
<p style="text-align: justify;">«Penso che abbia saputo cavarsela meglio di altri suoi conoscenti, non crede?» controbatte Madame Sosostris: «Meglio di Roderick, col suo Scorpione obliquo e Sagittario retrogrado; meglio del signor K., con tutti i suoi problemi con la giustizia&#8230; E meglio di quel giovane cavaliere&#8230; il tenente Willi si chiamava?».</p>
<p style="text-align: justify;">«Sì, sì, mi pare, Willi&#8230; poveretto!», le risponde subito la Regina: «Le loro case non erano molto solide, per una ragione o per l’altra, e sono andate in rovina».</p>
<p style="text-align: justify;">«La vostra ossessione per cose materiali come gli edifici è ammirevole», brontola il lettore.</p>
<p style="text-align: justify;">«Mai quanto la sua e quella dei suoi amici, principi della “tour abolie”&#8230;», ribatte ridendo Madame Sosostris: «Oltre a quello che ha appena menzionato, era per esempio un emulo di Hiram un altro ‛maestro Guglielmo’ ancora, quello che pose la torre al centro della sua ‘visione’; e Antonin ci ha rimesso la salute mentale, quando scese alle fondamenta del tempio di Emesa per erigere fino al cielo il fallo&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma s’interrompe quando l’uomo seduto in disparte, sempre senza degnarci di un’occhiata, sbuffa, irritato. Allora il lettore le domanda incredulo:</p>
<p style="text-align: justify;">«E che vuole giudicare da queste disavventure? Tutta la vita è una lotteria di Babilonia? O una partita a carte con l’inferno? Chi crede questo&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">«Lo credeva in un certo senso Gherman, ricordate?», prorompe divertita la Regina di cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ah, la regina di picche lo ha tratto in inganno!», esclama Madame Sosostris.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ma con ragione&#8230; e il tre, il sette e l’asso: un bello scherzo, davvero», sogghigna l’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">«Davvero credete che ci sia solo questo caos?» sbotta il lettore: «Che non si abbia diritto di mettere ordine, o almeno di cercare un ordine? Allora – parlando di diavolo – perché non tornate a invitare il vostro vecchio padrone, Edward? Lui apprezzava il caos e un certo procedere a ruota libera&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Oh, quel brutto muso!» mugola la regina di cuori, versandosi costernata un’altra tazza di tè.</p>
<p style="text-align: justify;">Madame Sosostris si affretta a rispondere, ma in modo pacato:</p>
<p style="text-align: justify;">«Apprezzo la delicatezza che ha voluto usarmi nel non ricordare l’altro nome con cui voleva farsi chiamare. Ma lei comunque sa bene che su questo negozio non può ormai vantare alcun diritto, quindi non lo chiami nemmeno padrone. E comunque, mio caro, i suoi sforzi ai miei occhi sono sempre encomiabili: di certo ne è avvertito».</p>
<p style="text-align: justify;">«E d’altronde anche lei non fa che fare questo», nota conciliante l’altro: «“comunicare con Marte conversare con gli spiriti”, eccetera eccetera&#8230; e soprattutto “sfidare l’inevitabile / con carte da gioco” significa tentare interpretazioni».</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo che continua a guardare la nicchia precisa: «Certamente non è solo un gioco di carte. Chi gioca cela la morte interiore. Invece quello che vogliamo fare tutti noi in fondo è proprio “to explore wombs, or tombs, or dreams”»</p>
<p style="text-align: justify;">«“I consueti passatempi e droghe”, lo concedo», dice Madame Sosostris. E poi, rivolta al lettore: «ma è la freddezza con cui lei e altri, per esempio quel suo amico italiano, pensate di poter arrivare ad avere sempre ragione che mi rende inquieta. E inquieta in generale io resto sul futuro, né penso che si possa avere calcolato tutto con esattezza&#8230; l’essere umano è un materiale oscuro, opaco. Un corpo nero: difficile calcolarne con esattezza la massa».</p>
<p style="text-align: justify;">Mi guardo nell’antico specchio opaco: anche il mio doppio, nell’oscuro riflesso, non è che un corpo nero, un’ombra.</p>
<p style="text-align: justify;">A quel punto interviene la Regina di Cuori, garrula: «A me non dispiace vederla così: la vita è una partita a carte e a ogni giocatore capitano carte diverse, ma chi manovra come si conviene gli <em>atout</em>, vince&#8230;», e accenna maliziosa all’angolo in cui sta un separé decorato con figure <em>liberty</em>. Mi accorgo solo allora, tanto erano immobili e silenziosi, che dietro a quello, sotto a un bizzarro lampadario rococò nel quale non brilla nessuna luce, vi sono un uomo e una donna immersi nell’ombra che si tengono per mano e si guardano negli occhi. Con la mano libera lui regge un curioso bastone da passeggio, decorato con una testa di fanciullo come pomo e due serpenti intrecciati lungo l’asta; lei tiene invece un ombrellino <em>belle époque</em> appoggiato sulla spalla.</p>
<p style="text-align: justify;">«Loro, vede, non prestano neanche più attenzione ai libri, alle storie, presi come sono l’una dell’altro&#8230;», continua soddisfatta la Regina di Cuori. «André, sapete, l’ha cercata per tutta la città», aggiunge materna: «prima quando veniva qui s’interessava molto alle nostre cose&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">«Anche Nadja è una dei nostri!», taglia corto l’altra, infastidita: «Se non l’avesse conosciuta qui, non avrebbe mai potuto trovarla!».</p>
<p style="text-align: justify;">«Eh, forse nemmeno cercarla&#8230;», sospira il lettore.</p>
<p style="text-align: justify;">Le due donne lo guardano. Il lampadario spento continua a pendere inutilmente e come quello resta sospeso anche il discorso.</p>
<figure id="attachment_60973" aria-describedby="caption-attachment-60973" style="width: 270px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-60973" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink.jpeg" alt="Gustav Meyrink," width="270" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink.jpeg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink-150x150.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink-300x300.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink-768x768.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink-60x60.jpeg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Meyrink-144x144.jpeg 144w" sizes="(max-width: 270px) 100vw, 270px" /><figcaption id="caption-attachment-60973" class="wp-caption-text">Gustav Meyrink,</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">«Ma tutte queste chiacchiere dove ci porteranno?» chiede spazientita la Regina di Cuori.</p>
<p style="text-align: justify;">«Da nessuna parte, dovresti saperlo», replica bonariamente madame Sosostris: «è un libro che non comincia e non finisce questo che stiamo leggendo, un libro che cambia ogni volta che lo apriamo&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">«Non sono forse così tutti i libri?», constata il lettore senza nome.</p>
<p style="text-align: justify;">Madame Sosostris si volge soddisfatta dalla sua parte, sorridendo:</p>
<p style="text-align: justify;">«E non è così la tua stessa vita, lettore?».</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’angolo in penombra, dove pure non posso vederlo distintamente, non giunge risposta; ma sono sicuro che ha ricambiato il sorriso.</p>
<p style="text-align: justify;">«Bisogna saper accogliere il mistero del torrente che scroscia dalle cime verso le valli», suggerisce allora l’uomo con il disco.</p>
<p style="text-align: justify;">«E quello della nuvola che dal vuoto della valle sale alle cime», conclude l’anziano dal grembiule grigio.</p>
<p style="text-align: justify;">Noto solo adesso che sull’ultimo bancone, il più vicino all’uomo seduto in disparte presso la nicchia, c’è un giradischi acceso. Il piatto sta girando ipnoticamente: sembra quasi invitarmi ad avvicinarmi, prendere dalle sue mani l’album di cui sembra dimentico e provare ad appoggiarvi la puntina, per sentire la voce di Bowie cantare della «warm impermanence». Ma non sono sicuro che l’apparecchio sia collegato a un amplificatore, e soprattutto non sono sicuro che gli altri gradirebbero.</p>
<p style="text-align: justify;">«È tardi», mi avverte Madame Sosostris, come se avesse letto il mio pensiero: «è quasi sera».</p>
<p style="text-align: justify;">«Brilla già la stella di Venere», dice l’uomo alla finestra che non c’è, sempre come se vedesse attraverso di essa.</p>
<p style="text-align: justify;">«Questa è l’ora del giorno in cui si muore&#8230;», cantilena Madame Sosostris con aria assente: «e poi si torna a vivere in corpi composti da una muta alchimia con cenere e metano, neve e fango, nel gelo dei colori all’orizzonte&#8230;.».</p>
<p style="text-align: justify;">«È l’ora del giorno senza parole», seguita l’uomo, «e senza nome per il suo segreto. È qui che si combatte, in vista delle verità addolorate dell’alba, la battaglia contro i suoni e i fantasmi che ci abitano, per l’ascesa al trono del proprio ‘io’»</p>
<p style="text-align: justify;">«Un vigile silenzio intenso e grigio&#8230; accettare, andare avanti, durare.  Non c’è corona o manto bianco», soggiunge il lettore mentre fissa l’anziano, sempre intento a spazzare nel suo modo bizzarro: «e l’incoronazione può avvenire solo qui, sotto un sole oscuro, nell’ombra in cui il futuro dorme “come il mare nel raggio sanguigno della luna”&#8230;»</p>
<p>«&#8230;sotto il sole rosso del profondo, l’enigmatico sole della notte, che risplende nel punto più profondo della corrente scura di fiumi sotterranei, dove sono il nero scarabeo e il sangue dell’eroe ucciso&#8230;», fa di rimando l’altro uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">«Vorrei versare anche per lei una tazza di tè», mi dice premurosa la Regina di Cuori, «ma credo che il mondo là fuori la aspetti».</p>
<p style="text-align: justify;">«Da Kether a Malkuth», sentenzia Madame Sosostris, riprendendo il suo volume. È un’altra citazione? Le sue parole mi ricordano qualcosa che è rimasto sospeso in me, ma non riesco a ricordare cosa. La sento mormorare, mentre rivolge la sua attenzione alle figure sul tavolo: «in questa carta un viaggiatore stanco: cammina, ma fino a quando non so&#8230; germe di sole piantato la sera all’equinozio e sotto la luna che schiude promesse lontane e note, sempre in sospeso e sempre mancate, nel segno di stelle ormai tramontate. Fante di spade davanti all’ignoto, poi cavaliere per una regina, sempre sospeso e al bivio di vie&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">Il vento fa sbattere la porta d’ingresso che avevo lasciato socchiusa alle mie spalle: dopo aver urtato sullo stipite, questa torna adaprirsi, come se una mano l’avesse spinta e fosse poi sparita al mio volgere lo sguardo. È un richiamo?</p>
<p style="text-align: justify;">«Si è alzato il vento», osserva la Regina di Cuori: «mi piace questo vento che soffia all’improvviso nei giorni d’inverno, carico di promesse».</p>
<p style="text-align: justify;">«The trumpet of a prophecy», mormora Madame Sosostris, di nuovo assorta nelle sue carte.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lettore immerso nell’ombra sembra anche stavolta coglierne l’allusione e recita a memoria:</p>
<p style="text-align: justify;">«O tu / che porti sul tuo carro i semi alati / al loro cupo invernale letto / dove giaceranno freddi e sepolti / come un cadavere nella sua tomba / finché la tua azzurra sorella di primavera suonerà<strong> /</strong> la sua squillante chiarina sulla terra sognante e riempirà / di vive tinte e odori ogni collina e piano».</p>
<p style="text-align: justify;">È un richiamo anche questo? Un invito ad andare? È ora di uscire da qui?</p>
<p style="text-align: justify;">Vai, ammicca scanzonato John Foxx dalla prima pagina di un numero del «New Musical Express», con la giacca sulla spalla, l’asta del microfono in mano e lo sguardo rivolto in alto.</p>
<p style="text-align: justify;">«Vai», mi dice una voce alle spalle: «ti aspetta la tua ombra».</p>
<p style="text-align: justify;">All’uscita Venere splendeva davvero, ormai bassa sul luminescente orizzonte urbano che non lascia vedere molte altre stelle; presto sarebbe stata cancellata dal fulgore del plenilunio. Per la strada solo la corsa incessante delle automobili, come trascinate da una corrente continua. Nessun essere umano, tranne me stesso, rimasto là ad attendere la mia ombra, appoggiato alla ringhiera sul cortile, lo sguardo rivolto all’ultimo piano di un grattacielo, dove un’unica finestra era illuminata.</p>
<p><em><strong>Fonti:</strong></em></p>
<p>G. Apollinaire, <em>Corteo</em> (1913)<br />
L. Apuleio, <em>Le metamorfosi</em> (II sec.)<br />
A. Artaud, <em>Eliogabalo</em> (1934)<br />
Asvagoşa, <em>Le gesta del Buddha</em> (II sec.)<br />
W. Blake,<em> Il matrimonio di cielo e inferno</em> (1790-93) e <em>Il libro di Giobbe</em> (1823-26)<br />
A. Breton, <em>Nadja</em> (1928),<em> L’amour fou</em> (1937)<br />
W.S. Burroughs, <em>Lettere dello yage</em> (con A. Ginsberg, 1953-1963) e <em>Il pasto nudo</em> (1959)<br />
L. Carrol, <em>Alice nel paese delle meraviglie</em> (1865)<br />
P. Celan, <em>Corona</em> (1952)<br />
Guy Debord, <em>Théorie de la dérive</em> (1956)<br />
G. Deleuze e F. Guattari, <em>Mille piani</em> (1980)<br />
T.S. Eliot, La terra desolata (1922), <em>Quattro quartetti</em> (1943)<br />
N. Frye, <em>Fearful Symmetry: A Study of William Blake</em> (1947)<br />
G.I. Gurdjieff,<em> Incontri con uomini straordinari</em> (1960)<br />
E.T.A. Hoffmann, <em>Gli elisir del diavolo</em> (1815-16)<br />
A. Jodorowsky, <em>La via dei tarocchi</em> (con M. Costa, 2004)<br />
C.G. Jung, <em>Anima e morte</em> (1934), <em>Liber novus/Libro rosso</em> (1913-30) [p. 274]<br />
F. Kafka, <em>Il processo</em> (1914-17)<br />
Lao Tsu, <em>Daodeching</em> (IV-III sec. a.C.)<br />
H:P. Lovecraft, <em>La chiave d’argento</em> (1929) e<em> Attraverso le porte della chiave d’argento</em> (1932)<br />
G. Meyrinck, <em>Il Golem</em> (1913-1914)<br />
G. de Nerval, <em>Chimere</em> (1853)<br />
A.S. Puskin, <em>La dama di picche</em> (1833)<br />
A. Schnitzler, <em>Gioco all’alba</em> (1927)<br />
W. Shakespeare, <em>Macbeth</em> (1606)<br />
P.B. Shelley, <em>Ode al vento dell’ovest</em> (1820)<br />
P.D. Uspenskij, <em>Il simbolismo dei Tarocchi</em> (1913)<br />
W.B. Yeats, <em>La torre</em> (1928)</p>
<p>Aquila, <em>Aquila</em> (1970)<br />
D. Bowie, <em>Hunky Dory</em> (1971)<br />
Coil, <em>Horse Rotovator</em> (1986)<br />
Current 93, <em>Thunder Perfect Mind</em> (1992)<br />
C. Debussy, L<em>a chute de la maison Usher</em> (1908-17)<br />
S. Hackett, <em>Voyage of the Acolyte</em> (1975)<br />
House of Love, <em>The House of Love</em> (1988)<br />
Iggy Pop, <em>The Idiot</em> (1977)<br />
Joy Division, <em>Licht und Blindheit</em> (1980)<br />
Led Zeppelin, <em>IV</em> (1971)<br />
M. Oldfield, <em>Tubular Bells</em> (1973)<br />
Psychic Tv, <em>Force the Hand of Chance</em> (1982)<br />
F. Zappa, <em>Over-nite Sensation</em> (1973)</p>
<p>L. Bottaro, <em>Redipicche</em> («Corriere dei Piccoli», 1972)<br />
F. Brunner, <em>Doctor Strange</em> («Marvel Premiere», 1973-74; «Doctor Strange: Master of the Mystic Arts», 1974)<br />
P. Druillet, <em>Lone Sloane</em> (Le Mystère des Abîmes, 1966; «Pilote», 1970-72; «Metal Hurlant», 1975-80)<br />
J. Steranko, <em>Nick Fury Agent of S.H.I.E.L.D.</em> («Strange Tales», 1965-69, 1972)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/04/30/la-boutique-du-diable/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Libro dei sogni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/04/libro-dei-sogni/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/04/libro-dei-sogni/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 09:50:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alice]]></category>
		<category><![CDATA[fiabe]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Lewis Carroll]]></category>
		<category><![CDATA[Madeleine dorme]]></category>
		<category><![CDATA[Sarah Shun-Lien Bynum]]></category>
		<category><![CDATA[sogno]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40247</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Per quanto ne sa la mamma, la sua non è l’unica famiglia a cui capitano le disgrazie. Figlie che spariscono nei boschi, figlie che cadono nel giro della prostituzione, figlie che s’innamorano di marinai, figlie che finiscono nelle fauci di lupi. Da piccola, la mamma venne a sapere di una fanciulla graziosissima [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875801525/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875801525&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-40248" title="Bynum_madeleine" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Bynum_madeleine-200x300.jpg" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Bynum_madeleine-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Bynum_madeleine.jpg 276w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>Per quanto ne sa la mamma, la sua non è l’unica famiglia a cui capitano le disgrazie. Figlie che spariscono nei boschi, figlie che cadono nel giro della prostituzione, figlie che s’innamorano di marinai, figlie che finiscono nelle fauci di lupi. Da piccola, la mamma venne a sapere di una fanciulla graziosissima che fu strappata via dalla vasca da bagno da un grosso uccello pidocchioso; la afferrò con gli artigli e poi, gracchiando allegramente, la portò su in cielo. I genitori della fanciulla lasciarono la vasca da bagno fuori casa, accanto al fienile, nella speranza che l’uccello si annoiasse della compagnia della loro figlia e la riportasse indietro. Ma col passare del tempo la vasca cominciò ad arrugginirsi e a sferragliare nel vento, e qualche volta si vedevano i topolini zampettare lungo il bordo e affogarci dentro. <span id="more-40247"></span><br />
Ma le sventure delle altre famiglie sembrano sempre implicare scomparse o rapimenti. Della fanciulla si sente la mancanza, la fanciulla viene compianta, la fanciulla viene ricordata come bella, servizievole e leggiadra. Che perdita! Che vergogna! Le madri si stringono al petto le proprie figliole e sussurrano nelle loro orecchie cose mostruose: Tenebre. Libidine. Alberi. E nemmeno uno spicchio di luna a rischiararti la strada.<br />
E poi c’è Madeleine che non va mai da nessuna parte; che occupa spazio; che attira l’attenzione di tutti; che giace lì, sospirando voluttuosamente, mentre la mamma suda sul fuoco.</em></p>
<p>La bella addormentata si chiama Madeleine. Non abita rinchiusa in qualche torre, circondata da una foresta di rovi centenari; non ha da temere arcolai, fate offese, suocere cannibali né tantomeno attende un principe che la risvegli con un bacio, dopo aver ampiamente approfittato del suo corpo disteso. Anzi se arrivasse un principe, animato dalle più nobili intenzioni, resterebbe assai stupito di ritrovarsi una principessa di panbiscotto, e pezzi del suo volto come briciole attorno alla bocca. Una principessa cotta a puntino, appena uscita dal forno materno. No, Madeleine vive in un paesino della Francia, in un Ottocento surreale, non aspetta nessuno, piuttosto sogna. <em>Dormire, forse sognare</em>. E dai suoi sogni crescono figure-specchio: una donna obesa a cui spuntano le ali; la bella Charlotte maritata ad un enorme Barbablù le cui vittime non sono più spose in carne ed ossa, ma strumenti musicali che del femmineo hanno le forme; un uomo flatulento, capace di un formidabile controllo sui muscoli dell’ano, grazie a cui modula diversi suoni e spenge candele a grandi distanze; una cantante d’opera che ama impersonare ruoli maschili, rovinata dalla ribalta di un castrato; una vedova, contraltare della madre; un fotografo maldestro. E crescono infine nel mondo dei vivi, degli svegli, frutti in grande quantità, pomi delle Esperidi d’improvviso maturati nei campi dietro casa, da cui la madre di Madeleine ricava buonissime confetture. Strutturalmente e tematicamente affine al sogno, <a href="http://www.transeuropaedizioni.it/dettaglio_libro.php?id_libro=139">il libro di <strong>Sarah Shun-Lien Bynum</strong> </a> è costruito per brevi capitoli impressionistici, attraverso cui come nelle fiabe, si compie il rito dell’adolescenza &#8211; una bambina diventa donna. A farle da coro uno stuolo di fratelli e sorelle minori che si muovono divisi tra la loro stessa brama di andare nel mondo, e la fedeltà all’idolo magnifico della madre. Tuttavia la tradizione fiabesca è sovvertita, le visioni si dipanano in immagini erotiche, grottesche, ai limiti dell’osceno e della pedofilia, le convenzioni sociali vengono sistematicamente messe alla berlina. E soprattutto i confini tra il sonno della protagonista e la realtà si mescolano, lasciando al lettore un senso di affascinato deragliamento – ogni via è smarrita, la matassa non ha bandolo, ma è un insieme variopinto di fili, vagamente riconducibili ad una stessa sostanza. Il lettore deve forse ricordarsi che non sta leggendo, ma spiando, dal buco della serratura di un vecchio baule, lo svolgersi di un’avventura onirica. Forse proprio la sua. Varie sono le fiabe che sembra di riconoscere e varie sono le piste da seguire, ma qualcosa alla fine non torna, il vecchio Destino viene travolto dagli umori di Morfeo . Questa può essere la storia di una punizione e di un riscatto: la madre della protagonista le immerge le mani nella liscivia bollente, dopo la scoperta dei suoi giochi sessuali con lo scemo del villaggio; come ne <em>La ragazza senza mani</em>, aspetteremo un aiuto soprannaturale e misericordioso, ma la guarigione comporterà la saldatura delle dita in due bizzarre palette e condurrà Madeleine lontana dal convento delle suore, al seguito di un circo di zingari. Ed è anche la storia dell’amore impossibile per Monsieur Pujol, il petomane, che Madeleine sculaccia con le sue mani-muffole, in parallelo a quella di un matrimonio infelice, in cui la donna va alla ricerca del proprio viso perduto; o la storia antica di un conflitto madre-figlia, ma alle scarpe di ferro-rovente in cui la matrigna di <em>Biancaneve</em> è costretta a danzare fino alla morte, qui si sostituisce il fallimento economico, il biasimo dei benpensanti ed il risveglio da qualche parte di una Madeleine che non è più la bella dormiente, al sicuro nella sua stanza infantile. O infine, perdendo la direzione e il senno in questo proliferare caleidoscopico di individui curiosi, è nel bel mezzo della ricerca esplicita di un’identità sessuale e personale, scevra da ogni condizionamento e stereotipo, che si ritrova il lettore e Madeleine è un’ ulteriore Alice, stufa e incurante delle norme della società adulta. La consonanza con Alice va oltre il personaggio letterario: si ricorderà che Lewis Carroll amava ritrarre le sue giovani amiche, tra cui la stessa Alice Liddell ispiratrice dei libri, in fotografie ambigue in cui la bellezza delle bambine non spicca certo per pudicizia e innocenza. Madeleine non sfigurerebbe affatto in un simile album. Promiscua, irriverente e soprattutto gioiosa, lei fa a modo suo, ed è sempre qualcun&#8217;altra, qualcosa che non si afferra, che è in procinto di cominciare, emergere dalla marmellata del sogno, come da una lastra fotografica, in cui si passa dal nero per sortire alla luce.</p>
<p><em>Adrien, dando in pasto la lastra alle nere fauci della sua macchina, dice: Ti sto semplicemente facendo una foto.<br />
Quella nella foto non sono io, incalza Madeleine. È il fantasma di Madeleine, immortalato qui sulla carta.<br />
Adrien barcolla pericolosamente; la sua apparecchiatura ondeggia: Sei pronta?<br />
Ma il suo soggetto non è per nulla soddisfatto: Chi è<br />
quella nella foto?<br />
Uno, due, tre, Adrien conta.<br />
Non è che c’è un’altra bambina là fuori, crudele e ingrugnata, che hai fotografato per sbaglio e che si chiama Madeleine?</em></p>
<p>*****</p>
<p><strong>Recensione a <em>Madeleine dorme </em>di Sarah Shun-Lien Bynum (Transeuropa, 2011).</strong></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/04/libro-dei-sogni/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-09-19 05:15:56 by W3 Total Cache
-->