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	<title>soqquadri del pane vieto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>da Soqquadri del pane vieto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Feb 2011 07:28:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Pizzi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[soqquadri del pane vieto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marina Pizzi 1. è qui l’altrove del rantolo di fame questo statuto che sa di Colosseo verso i cani bastardi, randagi quanto un dì del mese scorso. scorribanda di eclissi starti accanto io che ti amo oca di mamma guardarti nel passo. dove ti ammacchi io so che mi ami ugualmente lo stesso e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://marinapizzisconfortidico.splinder.com/" target="_blank"><strong>Marina Pizzi</strong></a></p>
<p><strong>1.</strong><br />
è qui l’altrove del rantolo di fame<br />
questo statuto che sa di Colosseo<br />
verso i cani bastardi, randagi quanto<br />
un dì del mese scorso. scorribanda<br />
di eclissi starti accanto io che ti amo<br />
oca di mamma guardarti nel passo.<br />
dove ti ammacchi io so che mi ami<br />
ugualmente lo stesso e senza ansia<br />
bambina darsena col cerchio senza avaria di salto.<br />
viadotto della cometa chiedere asilo<br />
ai quartieri proletari dove i tarli ammucchiano<br />
e le madonne scempiano. io spendo dio<br />
per dirti del canile abbandonato al dolo.<br />
i comatosi stanno zitti e i morenti urlano<br />
come mio padre erto sulla fronte ubriache le guance<br />
gli occhi spicchi di coltelli per la bramosia di pace<span id="more-38103"></span><br />
<strong>2.</strong><br />
adesso vorrei piangere un pochino<br />
sulle assurdità che scrivo per liberare<br />
la panchina che mi aspetta vecchia.<br />
stralunare l’ulivo in una reggia<br />
il cipresso in una lancia di voto<br />
per raggiungere la gerarchia del cielo.<br />
è invece limpido solo il sudario<br />
per le strofe che piangono poema<br />
dentro le giare dell’eclisse.<br />
un dolore d’orgoglio m’infetta tutta<br />
dalla mattina alla sera voglio il giglio<br />
di poter volare. la cenerentola del bavero<br />
è il mio ossigeno bacato dalla genia del no.<br />
<strong>3.</strong><br />
tutti piangono da vicini di casa<br />
con la canicola sul collo della colpa<br />
per l’arrivo del gerarca ch sentenzia<br />
gerundio a tutto campo per le pene.<br />
in pace con lucertole già rincorse<br />
si salvano i bambini puritani<br />
innocenti senza rane nei barattoli.<br />
qui il plurale delle nebbie sono anime<br />
a capofitto linciate dagli stenti<br />
per rendere cicalate le vendemmie.<br />
tante le penne che non servono più a niente:<br />
scrivo al computer con voracità d’impotenza<br />
l’ebbrezza del servo che si senta libero<br />
solo perché la faccenda è multipla.<br />
<strong>4.</strong><br />
in posizione fetale questo rattristarsi<br />
buio al fuoco della soluzione<br />
altrettanto lutto della stanga<br />
del passaggio a livello.<br />
in mano a Cristo ho letto la valanga<br />
della stazione ennesima risacca<br />
rimango immune al basto dell’estate<br />
calura tragica feto d’eclisse<br />
dove si sparge l’odissea di dio<br />
la cavezza rumina l’inferno.<br />
di te Celeste ricordo le caviglie<br />
la nullità furiosa dello zaino<br />
quando si tratta di trattare amore.<br />
paese triste il raggio della ronda<br />
quando si tratta di raccattare il fango<br />
la borraccia affoga nei buchi.<br />
in America si saltano i fossi<br />
per la bravura dell’atrio di casa.<br />
non credo alle preghiere di chiodi<br />
alle speranze che reggono le funi<br />
dove è malato l’apice del tutto.<br />
lungo la commedia del giorno mistico<br />
inventi il sapore della madia d’Ercole<br />
con le fandonie paniche del vero.<br />
in corda a Cristo immagino vergogna<br />
una ragione d’asma senza scrupoli<br />
né ventre di promessa la vecchiaia.<br />
<strong>5.</strong><br />
cuore di fuga raggio di malessere<br />
questa bravata d’ansia che rincorre<br />
le cicatrici ataviche del giusto.<br />
in palio al gerundio di resistenza<br />
sta la parata d’ascia che vuole uccidere<br />
financo le gestanze del deserto.<br />
attrice di vendetta la cometa<br />
simula dio con la vestale accanto<br />
così per murare l’ossatura<br />
della finestra fiduciosa amante.<br />
in rotta con le genie delle bellezze<br />
si rompe il sangue che fraziona guerra<br />
la zona sempre apolide del senso.<br />
sì ho voglia di pulire il cielo<br />
dalla vaghezza tragica del verbo<br />
nella giunzione con l’altare fatuo.<br />
<strong>6.</strong><br />
un giorno finisce il tragico s’inerpica<br />
nella palude sciatta del mio corpo.<br />
in realtà il tempo è un forsennato addio<br />
una credenza con le formiche e le briciole<br />
di quando c’era la spesa di una vita.<br />
oggi mi appoggio all’eremo del buio<br />
alla marina sirena delle regie del sale<br />
perché la pendola è ferma da un mare d’anni<br />
la noia piena di salute senza resistenze.<br />
si stenta invece verso la fenice d’alba<br />
questo abituro che assassina il futuro<br />
dentro le scosse di singhiozzi e ceppi.<br />
la terra è chiusa da sicari sicuri<br />
nessuna pietà ospita la lena<br />
di captare oasi la merenda infante.<br />
così clemente è l’ora di guardarti<br />
dentro la darsena della luna piena<br />
alambicco di cristallo il tuo respiro.<br />
piango assai quando qualunque impegno<br />
mi precipita nel legno della cassa<br />
appena morta forse. se ieri volli la regia del sasso<br />
oggi il canestro è il desiderio più lungo.<br />
<strong>7.</strong><br />
nessun domani ignori se stesso<br />
è il passato il dubbio. la quarantena<br />
vizza del rondinino storpio<br />
dentro il nido piissimo delle cimase<br />
chissà qualora uno stridio benefattore.<br />
<strong>8.</strong><br />
non farò caso alla malia del timbro vuoto<br />
la possibilità di essere chiunque<br />
lo stallo di un ergastolo<br />
la baraonda di un amante<br />
oggi mi basta il fischio della fionda<br />
la dura prova di chiudere a chiave<br />
le inferriate delle lanterne vizze.<br />
in coda all’alamaro della rotta<br />
perdo la spugna per asciugare il sangue<br />
acquisto le nomee di golfi senza attracco.<br />
<strong>9.</strong><br />
la luna vuota sotto il sudario d’inganno<br />
quasi a trasalire per una stoppia in cortile<br />
dove si evince morte ben sicura<br />
e tagli all’avaria del disamore.<br />
questo si ritaglia dalla gaiezza del mare olimpico<br />
quando si staglia la penombra della giovinezza<br />
nell’equoreo barcone di guardarti<br />
tenue balbettio del tic di non averti.<br />
salutò la rima in riva al mare<br />
senza amorazzi di lutto per sopravvivere<br />
al cielo troppo alto da toccare.<br />
in calamità di genesi e verdetto<br />
offro la mira di guardare oltre<br />
almeno oltre la feritoia della rondine.<br />
appena assaggerò il sale ammesso<br />
sarà fatale dimorare il cerchio<br />
verso la falla della palla sgonfia.<br />
il simbolo del cerchio è la bravura<br />
della clausura libera la perfezione d’aria<br />
nonostante il ritorno del medesimo.<br />
alla marea di scarto voglio sottendere<br />
genialità la nuca del bambino<br />
che se ne va in apice di nido.<br />
<strong>10.</strong><br />
ho visto un bell’albore quando da piccolo<br />
s’insinuava l’arringa della vita<br />
una vacanza con gli alamari aperti<br />
verso la gioia la corsa anti muraglia.<br />
in trono la lucertola immobile<br />
verso lo scavo di trovar pepite<br />
nel limitar  di un’agenda vergine.<br />
oggi nella ciotola che m’imbeve amore<br />
racconto quale fu la mia mattanza<br />
la polvere del rantolo e l’eclisse.<br />
scampato sono stato un bambino d’epoca<br />
con la ciotola del riso e la mitraglia<br />
tra eremi di fanghi e ghiri di ricchi.<br />
calamite di mosche soqquadrano il mio corpo<br />
ora che avvengo da bambino offeso<br />
dentro la darsena che mi soffre madre.<br />
qui mi dannano una marea di lacrime<br />
nel crimine del fasto in cima ad altri<br />
continenti cattivi di ricchezza.</p>
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