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	<title>Sordello &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La morte di Sordello nel Baldus</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/08/16/la-morte-di-sordello-nel-baldus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Aug 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[baldus]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Sordello]]></category>
		<category><![CDATA[Teofilo Folengo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli &#160; Che il personaggio di Sordello, il poeta già presente nel Purgatorio dantesco, si trovi anche nel Baldus potrebbe essere tranquillamente letto come un localismo: il mantovano Folengo che in un’opera ambientata in parte anche a Mantova evoca un genius loci per nobilitare la materia macheronica. Forse però le cose non stanno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
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<p>Che il personaggio di Sordello, il poeta già presente nel <em>Purgatorio </em>dantesco, si trovi anche nel <em>Baldus</em> potrebbe essere tranquillamente letto come un localismo: il mantovano Folengo che in un’opera ambientata in parte anche a Mantova evoca un genius loci per nobilitare la materia macheronica. Forse però le cose non stanno del tutto così.</p>
<p>Sordello da Goito appare alla fine del terzo libro del Baldus. Baldus ancora ragazzino sta per essere arrestato dal bargello e dai suoi sbirri per aver ucciso a Mantova nel corso della festa delle calende di maggio un assalitore. Lo stesso Baldus chiede a Sordello di essere giudice nella contesa con la sbirraglia e ovviamente l’antico trovatore darà ragione a Baldus e anzi lo prenderà sotto la sua protezione. Folengo lo descrive come ormai vecchio, ma sostanzialmente secondo i canoni di rappresentazione della tradizione letteraria: insomma il Sordello del <em>Baldus</em> non è a prima vista troppo diverso da quello dantesco e agisce e parla con aristocratico senso dell’onore e della giustizia. Intima al bargello di lasciare il ragazzo, ma questi vuole procedere con l’arresto e portarlo in città da Cipada. Allora Sordello riprende la parola e, approfittando del fatto che si è radunata una piccola folla di contadini per assistere alla contesa, denuncia con vigore la malvagità e la corruzione degli sbirri, costringendo il bargello a rinunciare al suo proposito.</p>
<p>Sebbene egli riconosca in Baldus un suo pari travestito da contadino, per salvarlo richiama la natura di oppressi dei contadini di fronte al potere poliziesco e cittadino, inaugurando così un’inedita alleanza tra valori aristocratici e mondo contadino oppresso. Ovviamente parlare di valori aristocratici qui significa parlare di ideologia cavalleresca, ossia l’aristocrazia degli squattrinati e dei secondogeniti, e probabilmente significa parlare con più precisione di valori umanistici. La scena dello pseudocomizio è descritta da Folengo secondo i dettami dell’arte macheronica e dunque il poeta ci informa che Sordello è sì vecchio, ma si tiene bene tant’è vero che non sputa o scoreggia involontariamente come fanno gli altri vecchi. La vecchiaia e la saggezza rette da giusti valori dovrebbero consigliare e guidare il giovane Baldus, che non a caso si è messo nei guai durante la festa di primavera. Ma si sa che le cose nella vita non vanno mai così lisce e la vecchiaia è anche debolezza. Sordello nel quarto libro, chiamato a Mantova a difendere Baldus da nuove accuse, dovrà confessare i limiti della sua protezione, che è anche una paternità spirituale, perché gli manca la forza ormai di lottare contro il pretore della città. Difatti tre giorni dopo morirà o per il dispiacere o per l’avvelenamento procurato dallo stesso pretore Gaioffo.</p>
<p>Le sue ultime parole nel poema sono emblematiche: “At plures video de vobis torcere testam,/nasutosque mihi oranti deducere nasos./Sat bene nunc vestri pensiria nosco magonis,/ quare nolo meas ventis gittare parolas./ Quam doleo quod longa bovi paleria vecchio/ iam mihi nunc pendent, quam quod mihi bolsa  cavalla est./ Non animus, fateor, mancat, sed forza volavit.” ( IV,vv. 542-548: ma vedo che molti di voi girano la testa e allontanano da me che chiedo i loro nasi arricciati. Ora conosco abbastanza bene i pensieri del vostro magone perciò non voglio gettare al vento le mie parole. Ciò di cui mi lamento è il fatto che una lunga giogaia pende a me vecchio come ai buoi, e che la mia cavalla è bolsa. Non mi manca il coraggio, lo confesso, ma la forza se ne è andata). E’ una drammatica confessione d’impotenza che prelude alla morte ed è sorprendente che Folengo con un lingua dalle connotazioni comiche come il macheronico regga anche questa confessione così drammatica. La morte di Sordello potrebbe essere una sorta di passaggio di consegne allo stesso Baldus di quei valori, ma in realtà non è così perché al vecchio trovatore è mancato anche il tempo per istruire il suo pupillo. Allora quella morte rappresenta la morte dei valori umanistici, che non sono più patrimonio della cavalleria e non trovano nel mondo contadino chi li possa riprendere. La specificità di Folengo non sta però nella dichiarazione della fine del mondo cavalleresco, o meglio della fine dell’ideale di quel mondo, della qual cosa non mancano certo esempi illustri anteriori, contemporanei e posteriori, ma nel fatto che venga cercata come estrema salvezza di quei valori l’accordo con quella parte della società, i contadini, che è senz’altro la più lontana nella gerarchia sociale. Infatti la dichiarazione della fine della cavalleria, e più in generale della fine di un’idea aristocratica della vita, non è certo una caratteristica del solo <em>Baldus</em>, come si è detto, ma piuttosto una contraddizione interna dell’umanesimo che riprende, in realtà trasformandolo, un ideale aristocratico di vita proprio nel momento storico in cui la borghesia europea comincia la sua lunga ascesa che terminerà con il 1789 o il quarantotto. E’ invece peculiare di questo poema l’idea che tale concezione della vita possa essere ripresa solo dagli ultimi ed è comprensibile che sia isolato in ciò: chiedere alla plebe contadina, alla schiuma della società di comportarsi aristocraticamente significa essere per la rivoluzione. Il problema storico è che non c’è nessuna rivoluzione ( al massimo il sogno di questa per chi non sa che Lutero si è subito messo d’accordo con i principi), il problema letterario è che Sordello ormai vecchio muore senza poter correggere Baldus. E muore con pathos il combattente irriducibile, il poeta satirico che prende in giro i potenti ( gli storici hanno restituito un’immagine del Sordello reale, come era lecito aspettarsi, piuttosto diversa, ma qui è in questione il Sordello personaggio letterario introdotto da Dante), che anche nel <em>Purgatorio </em>non si piega a domandare favori per la propria anima, muore con il pathos, e la disperazione, di chi si deve arrendere (forza volavit, fateor ) perché non ha più energie.</p>
<p>Sordello richiama ai termini della loro oppressione i contadini, benché essi siano avidi e creduloni, come li descrive Boccaccio, il cittadino e borghese Boccaccio, e vorrebbe prestare loro un po’ della sua coscienza di sè, conferire loro la sua dignità come strumento di lotta, ma non è possibile, non ci crede nessuno, nemmeno Folengo temo. E Sordello paga questo errore con la sua incomprensibilità per i posteri. Infatti un curioso destino lo attende: Sordello viene rievocato anche in un grande romanzo del XX secolo, il <em>Molloy</em> di Beckett, quando ormai la civiltà cittadina del lavoro ha trionfato da tempo.  In un passo di questo romanzo Sordello viene confuso, ovviamente dal protagonista non dall’autore, addirittura con Belacqua, il personaggio dantesco che incarna la pigrizia; la confusione è giustificabile per un moderno, entrambi i personaggi nella <em>Divina Commedia</em> evidenziano una certa indolenza non affannandosi a venire incontro al poeta e alla sua guida, anche se una simile confusione avrebbe sorpreso non poco Folengo e Dante. Molloy, uno dei barboni beckettiani, si paragona a Belacqua o Sordello, non si ricorda neanche lui bene, perché pigrizia e nobile ritegno si confondono inevitabilmente nell’epoca dell’etica del lavoro (e a maggior ragione ancor di più nell’epoca dell’autoimprenditorialità).</p>
<p>Questa incomprensibilità di Sordello rispetto ai criteri ideologici del moderno e del postmoderno illumina anche l’incomprensibilità del macheronico. Non alludo qui alla difficoltà linguistica di questa mescolanza lessicale e sintattica di italiano, dialetto lombardo e latino, ma a un’incomprensibilità radicale di un linguaggio che nella sua alterità comica mantiene una tensione utopica, certo nel senso bachtiniano del carnevalesco. E una prova di tale tensione è offerta da quei pochi versi riportati sopra in cui un linguaggio comico, pastoso e scurrile riesce a tenere anche in un contesto di drammatica serietà. L’incomprensibilità del macheronico dunque è più radicale di quella linguistica ed è relativa al senso stesso della sua scelta come lingua e al significato della sua comicità. L’incomprensione è del resto il destino che tocca a coloro che hanno provato a percorrere vie che si contrapponevano a quelle dominanti e non sono riusciti a farcela, ai perdenti che non hanno potuto realizzare neanche un brandello della propria utopia. E’ un prezzo da pagare pesante, ma è il rischio che bisogna correre talvolta per giungere a testimoniare la propria porzione di verità.</p>
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		<title>Da un Sordello all&#8217;altro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Sep 2016 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Beckett]]></category>
		<category><![CDATA[Sordello]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli &#160; Molloy sta osservando in una vuota pianura irlandese un signore, il signor B che si allontana in direzione opposta alla città dopo l’incontro con il signor A. Molloy è accovacciato sotto una roccia vestito di grigio e si immagina che il signor B non possa notarlo.  Nel descrivere la sua posizione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
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<p>Molloy sta osservando in una vuota pianura irlandese un signore, il signor B che si allontana in direzione opposta alla città dopo l’incontro con il signor A. Molloy è accovacciato sotto una roccia vestito di grigio e si immagina che il signor B non possa notarlo.  Nel descrivere la sua posizione il vagabondo ricorre a una citazione dantesca, che suona così: <em>Il regardait  autour de lui ( il signor B), je l’ai déjà fait remarquer, comme pour graver dans sa mémoire les carachtéristiques du chemin, et il dut voir le rocher  à l’ombre duquel j’étais tapi,  à la façon de Belacqua, ou de Sordello, je ne me rappelle plus.</em> <strong>(1 )</strong> Naturalmente nessuna sorpresa che Molloy faccia una citazione di questo genere perché un carattere costitutivo di questo personaggio è far “trapelare tracce di un’educazione superiore ormai negletta” <strong>( 2)</strong> né questa sorpresa può venire dai personaggi citati: Belacqua, il liutaio fiorentino che riteneva con Aristotele che l’anima diventi più sapiente se si riposa molto,  appare frequentemente nell’opera beckettiana <strong>(3)</strong>, e probabilmente la sua indolenza è una proiezione di uno scetticismo beckettiano.  L’elemento interessante è invece paradossalmente la confusione tra Sordello e Belacqua.</p>
<p>Se è vero che i due personaggi appaiono all’inizio nella stessa posizione, seduti e isolati lungo le pendici del monte del Purgatorio, essi sono assolutamente inconfondibili <strong>(4)</strong>: Sordello è descritto da Dante in guisa di un leone a riposo che con grande dignità sta lontano dalla calca di anime questuanti, ma non appena sente il nome della sua città pronunciato da Virgilio si alza e abbraccia il concittadino <strong>(5);</strong> Belacqua  invece siede accucciato sotto una roccia e con ironia commenta l’impegno di Dante nell’ascesa del monte<strong>(6)</strong>. Insomma la figura di Sordello è quella della dignità e nobiltà<strong> (7)</strong>, quella di Belacqua rappresenta l’indolenza.</p>
<p>L’equivoco di Molloy consiste nel confondere la sua posizione, che è decisamente simile a quella di Belacqua con quella di Sordello ( anche nel testo dantesco il poeta non si accorge dell’amico sotto la roccia finché questi non lo chiama, viceversa di Sordello si accorgono subito sia Dante sia Virgilio). Non solo ma il medesimo equivoco ritorna anche nel <em>Malone muore.</em> <strong>( 8)</strong>. Nel caso però del Malone il giovane sdraiato che assomiglia a Sordello  si trova sotto una roccia ed è meno fiero dell’eroe dantesco. D’altro canto se si toglie la fierezza al Sordello dantesco, si toglie il nucleo allegorico e umano del personaggio o, se si preferisce, resta solo un tizio stravaccato all’ombra come  Belacqua: in altre parole la confusione tra Sordello  e Belacqua di Molloy diventa una fusione sotto il nome di quello di Goito presso il narratore di <em>Malone muore</em>.  Se le cose stanno così, allora non resta che chiedersi in quale tipo di lettura e di lettore questi due personaggi che per il lettore umanistico sono inconfondibili diventano intercambiabili.</p>
<p>Molloy è indubbiamente un tipo svagato e impreciso, a proposito del quale non si può non condividere il senso di irritazione di Moran , ma non privo di acribia in quanto narratore nel descrivere i dettagli di ciò che entra nel suo campo di osservazione e nel formulare ipotesi sulle azioni e gli stati d’animo futuri propri e altrui. Basterà ricordare qui l’attenta osservazione degli spostamenti di A e B e l’intensa attività predittiva connessa a questa osservazione. Se anche non si ricorda esattamente se assomiglia a Sordello o a Belacqua, ma gli interessasse determinarlo, non avrebbe certo problemi a escogitare appropriati calcoli mentali che gli consentano di superare il vuoto di memoria. La prova di questo disinteresse è che nel Malone, cioè nel romanzo successivo della trilogia, il dubbio è risolto con una fusione completa dei due grazie alla creatività della memoria <strong>(9)</strong>.  Insomma se Molloy non si ricorda è perché non gli interessa di ricordare: chiunque per qualsiasi ragione pratica o psicologica si sdraia o si siede vicino a una roccia o in altri posti aperti è simile a lui, che è un vagabondo emarginato .</p>
<p>Molloy è indifferente alle motivazioni che hanno spinto ciascuno dei due personaggi ad assumere questo atteggiamento di abbandono, confusione invece che sarebbe inammissibile per qualsiasi lettore della <em>Commedia</em> collocato entro la tradizione umanistica.  Questo vuol dire che non solo egli è indifferente alle sostanziali differenze allegoriche, morali e anche psicologiche intercorrenti tra i due personaggi, ma perfino al fatto decisivo che Belacqua è una figura comica e Sordello è una figura seria e nobile.  Naturalmente questo particolare, forse non privo di rilievo,  è spiegabile con la circostanza che lo stesso Molloy è un personaggio comico e se comprendesse questa differenza arriverebbe a un livello di autocoscienza, che di solito viene attribuito ai collettivi e non ai singoli individui; altrettanto ovviamente questa differenza è del tutto nota a Beckett, per il quale può essere utile postulare come ipotesi di lavoro un rapporto con il suo personaggio simile a quello indicato con il  concetto di autore nascosto che Gian Biagio Conte <strong>(10)</strong> usa per Petronio nel <em>Satyricon</em>. Infondo entrambi gli autori dominano i loro personaggi dall’alto della loro cultura signorile, ma se in Petronio il riso sgorga dalla sicurezza sociale dell’autore rispetto al suo personaggio, Beckett è in una posizione paradossale: egli sa bene che, se l’umanesimo è una lettera ad amici lontani nel tempo, come è stato scritto <strong>(11)</strong>, sta diventando ormai una lettera morta. Egli è il postino che consegna una lettera sapendo che non c’è nessuno ad attenderla all’indirizzo e ride di questo suo supplizio di Tantalo. Ma se restiamo al livello di Molloy, che è il livello di noi lettori del resto, è abbastanza spontaneo incorrere nella confusione tra i due riferimenti danteschi perché è abbastanza spontaneo guardare  al comportamento di gente sfaccendata all’aria aperta come al frutto uniforme di certe distorsioni umane o sociali anziché alle motivazioni e al modo di essere che hanno portato a un tale risultato. Non credo che si rischi di essere tacciati di marxismo volgare nello spiegare questa indifferenza ai motivi dei due personaggi come un prodotto dell’etica capitalistica del lavoro, che utilitaristicamente vede solo il risultato immediato di ogni azione, in particolare rispetto alla produttività. Di conseguenza la dignità e la nobiltà proprio per il fatto di non avere prezzo, e dunque non essere sul mercato del lavoro, sono assimilabili a forme di disagio sociale o mentale.</p>
<p>Nulla di sorprendente  che questa mentalità sia riscontrabile in Molloy: se lo si esamina  con occhio privo di pregiudizi, senza farsi fuorviare dalle circostanze della sua vita esiziale, è del tutto evidente che egli sia un tipico rappresentante della ragione strumentale al pari di molti altri personaggi beckettiani.</p>
<p>Sordello così non è più Sordello, diventa muto come un pesce e si annega in Belacqua.  Nell’immenso continente beckettiano questo è un dettaglio, credo secondario, che non esaurisce nemmeno quanto è possibile dire di questo personaggio<strong> ( 12)</strong>, ma non lo è per la nostra posizione di lettori. Ciò che ci riguarda non è il fatto che venga attribuito a un personaggio dantesco un nuovo valore o sfumatura, cosa accaduta  nel corso dei secoli già molte volte, ma che condividiamo con Molloy questo nuovo Sordello  perfettamente confondibile con Belacqua. Non importa che le note delle nostre edizioni della <em>Divina Commedia</em> riportino ancora la corretta spiegazione dei due personaggi, che il filologo la possa recuperare per noi, che lo stesso Beckett la conosca,  la nostra sensibilità  è già in accordo con Molloy, la sua confusione potrebbe essere la nostra.</p>
<p>Da questo Sordello all’altro, quello di prima, non si può più tornare perché siamo assolutamente moderni.</p>
<p>NOTE</p>
<p>1: S.Beckett <em>Molloy</em>, Paris, Minuit, 1994, p.12</p>
<p><strong>2</strong>: : cfr. A. Tagliaferri  <em>Introduzione</em> a S.Beckett <em>Trilogia</em>, Torino, Einaudi,1996, pag.XX</p>
<p><strong>3</strong>: cfr.D.Caselli <em>Beckett’s Dante</em>, Manchester university press, Manchester e New York, 2005, cap.II</p>
<p><strong>4</strong>: cfr. M.Robinson <em>From Purgatory to Inferno</em> p.10 in Journal of Beckett’s studies 5, 1979</p>
<p><strong>5</strong>: cfr. <em>Purgatorio </em>VI vv. 61-75 e nel successivo canto lo stesso Sordello sarà solerte anfitrione dei due poeti nella valletta dei principi.</p>
<p><strong>6</strong>: cfr. <em>Purgatorio</em> IV vv.97-135</p>
<p>7<strong>:</strong>  è pressochè inutile citare la mole di studi relativi a questa interpretazione dantesca della figura del trovatore di Goito, che è altro dalla sua figura storica, ma questa tradizione è lunga e ancora attiva nel <em>Baldus</em> folenghiano, sia pure probabilmente nella forma dell’omaggio al genius loci, visto che Cipada è parte del contado di Mantova.</p>
<p><strong>8</strong>: S.Beckett <em>Malone meurt,  </em>Paris Minuit<em>,</em>1995, p.188</p>
<p><strong>9</strong>: : Tagliaferri ricorda che nella trilogia personaggi e situazioni di opere diverse vanno lette come completantisi tra loro; analogamente D. Caselli op.cit. p.135.</p>
<p><strong>10</strong>: G.B. Conte <em>L’autore nascosto. Un’interpretazione del Satyricon</em>, Bologna, il Mulino, 1997, nel quale testo si afferma che dietro il narratore omodiegetico del Satyicon ossia Encolpio, l’autore articola la propria voce senza esprimere direttamente commenti sulla vicenda, eppure facendo emergere il suo punto di vista.</p>
<p><strong>11</strong>: E’ Peter Sloterdijk che dà questa definizione dell’umanesimo, riprendendola da Jean Paul in <em>Regeln fűr den Menschenpark</em> in FAZ 9 ottobre 1999.</p>
<p><strong>12</strong>: cfr. D.Caselli op.cit</p>
<p>( <em>questo testo è apparso in versione leggermente diversa su <strong>Puntocritico2 </strong>nel marzo 2013, </em>g.m.)</p>
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