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		<title>Working underclass heroes</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 May 2014 06:30:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Da buon dietrologo, quando cadde il muro di Berlino mica ci avevo creduto. D’altronde non ci avevano detto che lo sbarco sulla luna non era mai avvenuto, che era tutta una finzione della propaganda yankee? Non sapevo bene cosa volessero inculcarmi con quelle immagini girate in chissà quali studios hollywoodiani che mostravano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/lavavetri.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-48099" alt="lavavetri" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/lavavetri.jpg" width="452" height="258" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/lavavetri.jpg 452w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/lavavetri-300x171.jpg 300w" sizes="(max-width: 452px) 100vw, 452px" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Da buon dietrologo, quando cadde il muro di Berlino mica ci avevo creduto. D’altronde non ci avevano detto che lo sbarco sulla luna non era mai avvenuto, che era tutta una finzione della propaganda yankee? Non sapevo bene cosa volessero inculcarmi con quelle immagini girate in chissà quali <i>studios</i> hollywoodiani che mostravano gente festante che ballava sui resti del muro, ma di certo da qualche parte c’era la fregatura. Il mondo così come l’avevo conosciuto era bello, chiaro, statico. La fine delle ideologie era di certo una bugia propagandistica del capitalismo ormai al tramonto. Poi li vidi, ai semafori, circa vent’anni fa. I polacchi.</p>
<p>Mai visto un polacco prima, escluso Wojtyla, ovvio. Che fosse a Roma o a Milano, appena scattava un semaforo rosso i polacchi si fiondavano sui parabrezza delle macchine in coda e, armati d’acqua saponata e tergicristalli, le strigliavano per bene. Il muro era caduto per davvero, allora. Gli abitanti dell’ex blocco sovietico esistevano, non erano una fantasia dell’immaginario collettivo. Abbattuta la rassicurante cortina di ferro iniziarono a tracimare per tutta Europa. Ma non chiedevano la carità, macché. I polacchi, presi dal sacro fuoco del capitalismo occidentale, si convertirono in un batter di ciglia da collettivisti a imprenditori. In Germania tutti idraulici. Qui da noi lavavetri. Non mi stupisce, sono cattolici, e alla faccia di Max Weber siamo stati proprio noi cattolici a inventare il capitalismo. Ce lo ricorda Carlo Cipolla, nel suo <i>Allegro ma non troppo</i>: siamo stati noi italiani, nel medioevo, a ideare le cambiali, la partita doppia, le banche. Poi i re inglesi e francesi non pagarono i loro debiti e allora ci siamo buttati nell’arte, altrimenti chissà dov’eravamo oggi!</p>
<p>La logica di scambio dei polacchi non era quindi una novità per noi. Niente a che vedere con l’accattonaggio. Si tratta di rilasciare un servizio e riceverne il giusto compenso: potere contrattuale e libero mercato. Ho un cugino che al paese, in meridione, fa il posteggiatore abusivo. Lavoro non ne trova, mi dice, e di rubare non ne ha voglia. Preferisce fare qualcosa di onesto. Rilascia un servizio. Economia informale? Finanza creativa? È un servizio di guardianeria personalizzato. Lo so, ora voi maligni potreste pensare: e cosa succede se non lo pagano? Che brutta cosa la dietrologia, fate come me, che ne sono uscito e che ora credo nelle progressive sorti dell’economia globalizzata.</p>
<p>I polacchi poi ad un certo punto sparirono e per le strade arrivarono bosniaci, albanesi, slavi, rom. Levantini creativi, proprio come noi, mostravano la spugna intrisa d’acqua lurida e tutti preferivano pagare pur di evitare il trattamento. Economia liquida, la chiama qualcuno.</p>
<p>A fare certi lavori occorre sapersi specializzare, è una cosa seria. Mica si tratta di starsene sul sagrato di una chiesa con la mano tesa. È roba del passato. Il capitalismo richiede creatività. Giro in metropolitana e vedo rappresentazioni degne del miglior teatro dell’assurdo (una volta un tizio con un gilet catarifrangente voleva farmi credere di aver appena trovato un cucciolo smarrito. L’ho rivisto per giorni, sulle varie linee, sempre con lo stesso gilet e lo stesso cucciolo in mano, lesto a raccogliere denaro), oppure ho assistito a cantanti degni di un <em>talent show</em> televisivo, microfono in mano e miniamplificatore nello zaino, espettorare il loro virtuosismo tonsillare. Alcuni sono proprio bravi, fa piacere contribuire allo sviluppo del loro talento già alle sette del mattino. Magari indirizzandoli nella carrozza successiva.</p>
<p>E poi, diciamocelo, la tecnologia piuttosto che venirci incontro sembra respingerci. Siete in macchina, fuori fa freddo, avete una banconota sgualcita da venti euro. Perché non usufruire di un giovane bengalese che si prende il freddo e si arrovella per voi al self service, provando a fare benzina al posto vostro? Non merita un contributo il suo efficiente servizio personalizzato?</p>
<p>Il mercato dei servizi alla persona è attento, creativo, sa riconoscere i bisogni. Pensiamo alle file di turisti o agli “esclusi digitali” che di fronte ai dispositivi che erogano biglietti ferroviari si comportano come stessero contemplando un polittico bizantino. Alla stazione Centrale di Milano ci sono giovani senegalesi pronti a dare una mano, nel caso. Ho visto fare la stessa cosa per i biglietti del tram. Ovunque c’è necessità, qualcuno risponde. E non parliamo di fastidio o di molestia, per piacere. Non sono forse più fastidiosi i dipendenti delle aziende pubbliche che non sono mai in ufficio perché occupati da infinite pause caffè? Non sono forse più molesti i <i>call center</i> dei gestori telefonici o quelli che ti chiamano cercano di venderti qualunque cosa, da un’assicurazione sulla vita a intere damigiane di olio d’oliva? Non sono ai limiti dello stalkeraggio gli agenti immobiliari che suonano alla porta di casa chiedendoti informazioni sui vicini?</p>
<p>Vediamola in un altro modo, allora. Viviamo in una società del terziario avanzato, non credo mancherà molto alla creazione di corsi di aggiornamento, di scuole di apprendimento. Basterà mettere i nomi dei corsi in inglese e il pudore un po’ peloso che ancora resiste in noi sparirà all’istante: <i>helper digital divide</i>, <i>oil costumer care</i>, <i>rail ticket dispenser</i>, <i>itinerant singer</i>, <i>street washer cars</i>… Finiamola di parlare di accattonaggio, povertà, marginalità! Sono semplicemente lavori del nuovo millennio. Quello che ci tocca vivere.</p>
<p>(<em>pubblicato su</em> IoDonna,  <em>il 3 maggio 2014</em>)</p>
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		<title>Zero maggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2013 09:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[Alfonso Rossi]]></category>
		<category><![CDATA[classe operaia]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Alfonso abitava al sesto piano della torre a stella dove vivevo anch’io da ragazzo, a Quarto Oggiaro. Era un operaio dell’Alfa Romeo; si divertiva a raccontarmi di quando era partito da Napoli neppure ventenne e appena sceso alla stazione Centrale di Milano guardandosi attorno si disse, convinto: “questa è la mia città”. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45515" alt="PrimoMaggio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio.jpg" width="543" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio.jpg 543w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/PrimoMaggio-300x135.jpg 300w" sizes="(max-width: 543px) 100vw, 543px" /></a></p>
<p>di <a href="http://doppiozero.com/materiali/speciali/primo-maggio-la-classe-operaia-e-andata-pensione"><strong>Gianni Biondillo</strong></a></p>
<p>Alfonso abitava al sesto piano della torre a stella dove vivevo anch’io da ragazzo, a Quarto Oggiaro. Era un operaio dell’Alfa Romeo; si divertiva a raccontarmi di quando era partito da Napoli neppure ventenne e appena sceso alla stazione Centrale di Milano guardandosi attorno si disse, convinto: “questa è la mia città”. Trovò quasi subito lavoro in fabbrica. Il suo caporeparto gli parlava in dialetto milanese e si incazzava se Alfonso (Rossi, un cognome che pare già un luogo comune) faticava a comprenderlo. Per <em>par condicio</em> lui replicava in napoletano, finché, nel tempo, trovarono nell’italiano la lingua franca per comunicare e lavorare al meglio, tutti assieme. All’inizio non conosceva nessuno, ma fra colleghi di reparto, sezioni di partito, riunioni sindacali, nel volgere di poco tempo si sentì già completamente integrato. Qualche mese dopo la sua partenza, la madre dal paese, piangendo di nostalgia al telefono, gli implorò di ritornare a casa. “No &#8211; fu la sua risposta &#8211; non torno. Qui mi chiamano ‘signor Rossi’, mi danno del lei e rispettano il mio lavoro”. Era uscito dal suo mondo pre-moderno, familista, aveva preso coscienza, sapeva d’appartenere ad una classe in sé e per sé. Erano gli anni Sessanta, gli anni in cui nacqui io, figlio di due immigrati meridionali, sottoproletari e semianalfabeti, che il massimo che potevano augurare al loro figlio era un lavoro come quello di Alfonso, aspirazione autentica di emancipazione sociale a portata di mano. Essere operai, quando ero bambino, era una nota di vanto, era sentirsi parte di una élite, nel cuore di una avanguardia che guardava verso il sol dell’avvenire con fiducia e impegno.</p>
<p>Ad Alfonso piaceva suonare la chitarra. Lo conobbi così, studiando assieme a lui i primi rudimenti dello strumento, io ragazzino, lui uomo fatto. Tornava dal lavoro, smetteva la tuta, una doccia e poi si suonava assieme. E si parlava. Mi spiegò che un proletario deve leggere sia <em>Il Manifesto</em> che <em>il Corriere della Sera</em>, ché quello che pensano i padroni dobbiamo sempre conoscerlo. Mi insegnò la moralità del lavoro, Alfonso. Compresi davvero il significato del primo articolo della nostra Costituzione: una Repubblica fondata sul lavoro. Sulla dignità del lavoro, a voler precisare. I lavoratori erano investiti di doveri onerosi &#8211; nei confronti dell’impresa, della famiglia, della nazione &#8211; ma erano anche portatori di diritti, inalienabili, conquistati negli anni dai padri, dai fratelli. C’era un giorno per ricordarcelo: il giorno della festa dei lavoratori.</p>
<p>Ricordo le feste del Primo Maggio della mia infanzia. Ricordo il silenzio delle strade vuote, le vetrine abbassate come a Natale, i mezzi pubblici che restavano nel chiuso dei depositi. Ricordo le manifestazioni in centro città, affollate processioni sacre del laicismo proletario. Roba del secolo, del millennio scorso. Le fabbriche hanno chiuso, buona parte dei capannoni dismessi sono stati abbattuti, le aree liberate si sono trasformate in preziose occasioni per eccitare la famelica speculazione immobiliare, il mercato privato ha ridisegnato le città indifferente ai temi sociali, senza una politica pubblica che abbia saputo governare la trasformazione. La classe operaia, dagli anni Ottanta in poi, non è andata in paradiso. È andata in pensione.</p>
<p>Il Primo Maggio sembra ormai solo il giorno di un evento musicale da seguire alla televisione, senza capire esattamente cosa si celebri, in una società polverizzata, indebolita, antisolidale. Oggi &#8211; ironia della sorte &#8211; si festeggia il giorno dei lavoratori lavorando; in un circolo antropofago autolesionista s’è secolarizzata la sacralità del lavoro per oggettiva perdita della classe clericale, che teneva vivo il culto. Il proletariato, e la sua vitalità di soggetto sociale, è <em>desaparecido</em>. Ciò che resta, e accresce le fila sempre più, è un sottoproletariato straccione e sperduto, troppo simile a quello della mia infanzia, che si barcamena in un mondo del lavoro precarizzato e ferino, che non ha più voglia di festeggiare, perché non possiede nulla, perché è fatto di schiavi senza diritti, nuda vita alla mercé di negrieri finanziari, loro sì davvero internazionalizzati. Il rosseggiare che si vede all’orizzonte non è il sol dell’avvenire, è il tramonto del sogno collettivo.</p>
<p>Temo il buio a venire, temo il gelo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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