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		<title>Intervista a Simona Zecchi su &#8220;Pasolini: ordine eseguito&#8221; (Ponte alle Grazie, 2025)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/27/intervista-simona-zecchi-pasolini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2025 06:00:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Intervista a Simona Zecchi, autrice del libro "Pasolini: ordine eseguito", Ponte alle Grazie 2025.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="ltr">
<div style="text-align: left;"><strong>di Giuseppe Schillaci</strong></div>
<div><img loading="lazy" class="wp-image-117111 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-204x300.jpg" alt="" width="251" height="369" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-695x1024.jpg 695w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-768x1132.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-1042x1536.jpg 1042w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-1390x2048.jpg 1390w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-285x420.jpg 285w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-150x221.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-300x442.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-696x1026.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina-1068x1574.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/zecchi-pasolini_Copertina.jpg 1643w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" /></div>
<div style="text-align: left;"></div>
<div style="text-align: left;">
<div class="gmail_quote">
<div dir="ltr">
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<div dir="ltr">
<div><strong>1) &#8220;Pasolini: ordine eseguito&#8221;, dopo &#8220;Massacro di un poeta&#8221; (2015) e &#8220;L&#8217;inchiesta spezzata&#8221; (2020) chiude la tua personale trilogia sull&#8217;omicidio Pasolini; come nasce la tua &#8220;ossessione&#8221; per Pier Paolo Pasolini e la sua tragica uccisione ?</strong></div>
</div>
</div>
</div>
<div dir="ltr">
<div>
<div>La mia, più che una ossessione, è continua ricerca della verità, che certo probabilmente può diventare un&#8217;ossessione. Indagare quanto è accaduto a Pasolini e &#8220;indagare&#8221; Pasolini stesso diviene indagine sull&#8217;Italia di quegli anni che si pensa di conoscere in tutti i suoi aspetti&#8230; e invece emerge sempre qualche passaggio oscuro che ci sorprende e ci inquieta.</div>
</div>
</div>
<div dir="ltr">
<div>
<div dir="ltr">
<div><strong>2) Perché l&#8217;assassinio Pasolini resta ancora irrisolto? Quali &#8220;corde&#8221; italiane e internazionali toccava la sua voce critica e irriducibile ?</strong></div>
</div>
<div dir="ltr">
<div>Ci sono più motivi: chi vuole che il suo assassinio resti solo chiacchiere e interpretazioni ha dalla sua parte anche molta incompetenza e persone mosse solo dalla ricerca della vanità, invece che della verità: mettere un cappello sull&#8217;inchiesta è, a esempio, un aspetto di quest&#8217;ultima. E per farlo alcuni sono disposti anche a sacrificare il vero. C&#8217;è poi una parte della magistratura e della politica (non solo di destra) che fa di tutto affinché la verità non si mostri. Ci sono uomini storicamente di sinistra che potrebbero rivelare su questa vicenda cose importanti e non lo fanno, perché ammoniva Pasolini: &#8220;il coraggio intellettuale della veritàe la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia&#8221;.</div>
<div>Come scrivo in <em>Pasolini, ordine eseguito:</em> la verità storica, nessuno può impedirci di cercarla e via via&#8230; mattone su mattone, piccolo o grande che sia, ci stiamo riuscendo.</div>
</div>
<div>Le ragioni anche internazionali sottese al movente dell&#8217;omicidio, da me soprattutto esplorate ne <em>L&#8217;inchiesta spezzata,</em> concorrono a far sì che questa vicenda resti incartata in una verità monca e mistificata. E sono tutte ragioni che coinvolgono la strage di Piazza Fontana e la strategia della tensione, dove strutture americane hanno potuto guidare cellule eversive, lasciando loro  anche commettere azioni di sangue volte a destabilizzare il nostro Paese. A Pasolini era stato recapitato un dossier che, se approfondito, avrebbe fatto emergere questi aspetti. Nel 1975.</div>
<div dir="ltr">
<div><strong>3) Le tue inchieste si sono focalizzate sempre di più sul carteggio tra Pasolini e il terrorista neofascista Giovanni Ventura. Come la strategia della tensione entra nelle tue indagini e negli ultimi anni di vita di PPP ?</strong></div>
</div>
<div>Questi temi arrivano tra le mie mani, letteralmente esplodono, dal 2014, da quando cioè scopro l&#8217;esistenza del carteggio tra Pasolini e l&#8217;ex di Ordine Nuovo Ventura. La tesi del Capitolo 21 legata a <em>Petrolio</em> non mi ha mai convinta e in <i>Massacro di un poeta</i> prima di abbandonarla la esploro in tutti i suoi aspetti. Nell&#8217;ultimo libro chiudo un cerchio al riguardo. Dal momento in cui scopro i contenuti delle lettere, mi immergo (anche attraverso la lettura di lavori altrui che hanno per primi esplorato il tema, ma facendomi una mia idea) negli anni infiltrati e complessi della strategia della tensione e di tutto ciò che li ha preparati. Per questo poi rileggere gli ultimi articoli di Pasolini pubblicati sul Corriere della Sera, soprattutto quelli di un periodo specifico, dal marzo all&#8217;ottobre del &#8217;75, ha acquisito poi luce nuova. Ed è proprio la luce nuova quella che serve alla ricerca della verità.</div>
<div dir="ltr">
<div><strong>4) Petrolio, l&#8217;ultimo romanzo pubblicato postumo nel 1992, è stato letto da molti come una sorta di scatola nera dell&#8217;omicidio Pasolini. Quali elementi di verità ci sono realmente in quell&#8217;opera incompiuta per capire le ragioni della morte di Pasolini ?</strong></div>
</div>
<div>Come  ho anticipato nella risposta precedente, oggi posso dirlo  &#8211; e con più forza -: Petrolio non è affatto la scatola nera per capire l&#8217;omicidio. Capisco che vado contro corrente, capisco che ancora resiste la suggestione letteraria, ma diceva Pasolini &#8220;un autore quando è disinteressato e appassionato è una contestazione vivente&#8221; e in questo mi riconosco. Fare inchiesta non è fare letteratura e non è la letteratura che spiega le cose. Può aiutare ad entrare nell&#8217;anima di queste, solo dopo che i segreti sono svelati, questo sì. C&#8217;è però un punto fondamentale per leggere con le lenti filologiche dell&#8217;inchiesta quel magma importante che è comunque <i>Petrolio</i>: la redazione del romanzo sui temi delle stragi accompagnano Pasolini solo dalla fine del 74  in poi; prima l&#8217;autore si concentra sulla perversione del potere, il tema del doppio con la contrapposizione ma anche lo scambio (altro tema quello dello scambio tra vittime e dei carnefici, caro al regista e all&#8217;autore) tra Cefis e Mattei, l&#8217;omologazione culturale e politica.</div>
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<div class="gmail_quote" dir="auto">
<div dir="ltr">
<div>
<div>Ho esplorato <em>Petrolio</em> ne <em>L&#8217;inchiesta spezzata</em> soprattutto per questa seconda parte più  riferita  alle stragi, come a esempio l&#8217;Appunto riguardante una festa data da una nobildonna rivelatore di molte cose se letto con davanti le lettere tra Ventura e Pasolini e il dossier che ricostruisco; e vi è il protagonista di un altro Appunto, una vera persona esistita, che intervisto e che mi rivela il ruolo spia di un giornalista inglese, probabile fonte di Pasolini legato alla strage di Piazza Fontana. Dalla fine del &#8217;74 in poi, così come nei suoi articoli, Pasolini si concentra &#8211; e quella diviene la sua ossessione &#8211; sulle stragi della strategia della tensione e sugli uomini Dc (&#8221; i Nixon italiani&#8221;) che meritano un processo. E c&#8217;è anche da sottolineare, come da Pasolini stesso comunicato in interviste varie, che <em>Petrolio</em> avrebbe visto la luce soltanto da lì a 5-6 anni. E non si uccide uno scrittore, un giornalista, un poeta quando ancora non ha le prove (&#8220;Io so&#8221;) o per qualcosa che ancora non è stato reso pubblico, ma per qualcosa che avrebbe potuto sconquassare il sistema del Palazzo (al contrario le tesi su Cefis come mandante per l&#8217;omicidio di Mattei erano note da anni). E cosa avrebbe potuto creare un terremoto nel 1975 e in quelle ultime settimane? Le prove del coinvolgimento politico ed economico nella destabilizzazione a suon di bombe.  La scatola nera resta quella aperta sulle verità ricevute dallo scrittore da uno dei maggiori personaggi coinvolti in quella strategia della tensione, come accenno prima in <em>Massacro di un Poeta</em>, poi esploro ne <em>L&#8217;Inchiesta spezzata</em>&#8230;  e come infine chiarisco oggi in <em>Pasolini, ordine eseguito</em>. Per quelle verità anche Dario Bellezza poeta e segretario di Pasolini ha rischiato la morte.</div>
</div>
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</div>
<div dir="ltr">
<div style="text-align: left;"><strong><span style="color: #333333;">5) Cosa l&#8217;Italia ha voluto omettere e dimenticare di questa &#8220;storia sbagliata&#8221; ?</span></strong></div>
</div>
<div style="text-align: left;"><span style="color: #333333;">   Quello che l&#8217;Italia ha fatto con questa storia nera in tutti i sensi è stato quello di cancellare le evidenze di una verità pericolosa e scomoda (il Sid considerava Pasolini &#8220;pericoloso per le istituzioni&#8221; cit Maletti alla sottoscritta) e sostituirle con una storia sbagliata prima (quella tra <i>froci</i>) e depistata poi (l&#8217;Appunto 21) trascinando con sé, per quanto riguarda quest&#8217;ultima, anche chi è ed era in buona fede. E&#8217; la &#8220;tinta&#8221;, per citare sempre Pasolini, con la quale si è voluto ammantare e tombare tutto. </span></div>
<div style="text-align: left;"></div>
<div style="text-align: left;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</div>
<div><strong>Simona Zecchi</strong>, giornalista d’inchiesta, scrive su testate nazionali come Il Fatto Quotidiano, L’Espresso e Il Venerdì di Repubblica. Ha indagato anche sul caso Moro di cui ha scritto La Criminalità servente nel Caso Moro (La nave di Teseo, 2018). Ha indagato sulle stragi di mafia degli anni &#8217;90. Ha vinto i premi Marco Nozza X edizione (2016) e Javier Valdez (2019). <a href="https://www.agenziaedelweiss.com/simona-zecchi/">https://www.agenziaedelweiss.com/simona-zecchi/</a></div>
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		<title>Barbari in Campidoglio: cronaca di una telecronaca</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/08/barbari-in-campidoglio-cronaca-di-una-telecronaca/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2021 16:45:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[6 dicembre 2021]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese &#160; Proprio un afroamericano ci aveva insegnato che non avremmo visto la rivoluzione in TV (Gil Scott Heron), ma un colpo di stato magari sì. Se poi il colpo di stato riguarda niente popò di meno che gli Stati Uniti d’America, che di colpi di stato se ne intendono parecchio, soprattutto nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-87805 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/1648810-assalto-al-congresso-usa-c-un-morto-campidoglio-sgomberato-pelosi-avanti-c.jpg" alt="" width="635" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/1648810-assalto-al-congresso-usa-c-un-morto-campidoglio-sgomberato-pelosi-avanti-c.jpg 835w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/1648810-assalto-al-congresso-usa-c-un-morto-campidoglio-sgomberato-pelosi-avanti-c-300x157.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/1648810-assalto-al-congresso-usa-c-un-morto-campidoglio-sgomberato-pelosi-avanti-c-768x401.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/1648810-assalto-al-congresso-usa-c-un-morto-campidoglio-sgomberato-pelosi-avanti-c-250x131.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/1648810-assalto-al-congresso-usa-c-un-morto-campidoglio-sgomberato-pelosi-avanti-c-200x104.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/1648810-assalto-al-congresso-usa-c-un-morto-campidoglio-sgomberato-pelosi-avanti-c-160x84.jpg 160w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Proprio un afroamericano ci aveva insegnato che non avremmo visto la rivoluzione in TV (Gil Scott Heron), ma un colpo di stato magari sì. Se poi il colpo di stato riguarda niente popò di meno che gli Stati Uniti d’America, che di colpi di stato se ne intendono parecchio, soprattutto nel caso in cui avvengano fuori dalle loro frontiere, allora vale proprio la pena di restare incollati davanti alla TV come sono rimasto io la sera del 6 gennaio. Non vorrei sembrare cinico, anche perché sono morte ben cinque persone durante l’assalto dei trumpisti al Campidoglio.<span id="more-87799"></span> (Dei quattro manifestanti deceduti, una donna è stata uccisa da un proiettile esploso da un poliziotto all’interno del palazzo, un’altra è morta schiacciata dalla folla o in seguito a uno svenimento, il terzo per un infarto e il quarto per un ictus. L’unica vittima tra le forze dell’ordine, è morta dopo essere stata colpita dal lancio di oggetti contundenti.) Bisogna, però, essere fedeli non solo al carattere politico e sociale degli avvenimenti, ma anche a quello estetico. E quando ci si trova seduti davanti a uno schermo, per guardare l’inatteso che accade, commentato e filmato in diretta, in tale frangente dell’informazione-spettacolo le considerazioni estetiche non possono essere del tutto azzerate.</p>
<p>Innanzitutto, ho rivissuto l’esperienza di quando guardavo più giovane i mondiali di calcio, senza sapermi decidere su quale canale sintonizzarmi per seguire la medesima diretta, resa eventualmente più gustosa dal talento di un particolare commentatore. La sera del 6 gennaio saltavo da un canale all’altro, passando in rassegna tutte le trasmissioni televisive d’informazione che il mio operatore mi rende disponibili. La scelta era sufficientemente varia, includendo quattro o cinque canali francesi, i principali canali Rai, Euronews e poi, ovviamente, BBC, CNN e persino Al Jazeera. Di questi tempi, come molti, rifuggo il responsabile aggiornamento sui fatti d’attualità, preferendo al tormentone pandemia-vaccini-maschere-confinamento l’evasione rincretinente offerta da un bel film di vampiri o supereroi Marvel. In ogni caso, la presa, in stile vagamente bolscevico, del Campidoglio statunitense, sede del Parlamento federale della più prepotente e ammirata democrazia capitalistica del mondo, centoquattro anni dopo quella del Palazzo d’Inverno, meritava uno strappo alla regola. Ad entrambi i palazzi, per altro, bisogna riconoscere il <em>physique du rôle</em>, quello d’Inverno è in stile neobarocco (barocco russo o elisabettiano), ma c’è il solito zampino di un architetto italiano, Bartolomeo Rastrelli. Quello di Washington, invece, è un bel mastodonte neoclassico, perfetto per albergare, dietro la sua marmorea e imponente bianchezza, i più tenebrosi intrallazzi del potere pluto-tecnocratico. E anche in questo caso non manca l’affresco di Costantino Brumidi, nato a Roma da padre greco e madre italiana, considerato il Michelangelo del Capitol grazie alla sua <em>Apoteosi di George Washington</em>, che dal soffitto del cupolone sovrasta la rotonda. (C’è da dire che, dopo secoli di Signorie e Papati, gli artisti italiani sapevano come si lusinga, a colpi di pennello o di scalinate, un Principe.)</p>
<p>Questi due templi del potere si prestano magnificamente a essere illordati da plebe sgangherata, da canagliume in armi, con forconi, banderuole, stivalacci, bragoni incrostati, panini alla provola e alle melanzane sott&#8217;olio. Non c’è vera insurrezione popolare senza l’effetto: barbone a cena dal Principe di Monaco, o elefante nella cristalleria. Inoltre, come già accadde centoquattro anni fa a Pietrogrado, anche stavolta si entra facile, nel Campidoglio intendo. Nel Palazzo d’Inverno, dopo qualche colpo di cannone sulla facciata, i bolscevichi ebbero soprattutto problemi a orientarsi in quel dedalo di stanze vuote. L’altra sera c’era soprattutto l’ostacolo dei vetri alle finestre: ma gli scudi delle timide forze dell’ordine sono stati prontamente utilizzati per risolvere il problema. Grazie al cielo non mancano mai gli estintori, e anche le impalcature di metallo, per inscenare arrampicamenti eroici e arringare le folle. Se poi nessuno viene ascoltato nel bailamme generale, c’è sempre un teleobiettivo della CNN che si occupa degli urlatori solitari.</p>
<p>Nonostante io mancassi di pop-corn e birre fresche, non ho certo osato alzarmi dal divano, anche perché le immagini erano non solo sorprendenti ed eccitanti, ma anche gravissime. Più galvanizzati di me erano comunque i giornalisti. Non stavano letteralmente nella pelle. Anche loro bisogna capirli. Hanno passato quasi un anno in una sorta di tunnel monotematico a carattere sanitario, che certamente riscuote tormentata e nauseata attenzione, però avere sottomano il colpo di stato non in Costa D’Avorio, non in Venezuela, non in Ucraina, ma proprio negli Stati Uniti d’America, non può che ridare speranza anche al conduttore di talk-show più cinico e disincantato. All’inizio, i loro inviati speciali se ne stavano bene a distanza dalle gradinate dove accadeva il finimondo, ma poi non hanno resistito. Con le loro diligenti mascherine, mentre gruppetti di poliziotti antisommossa cominciavano a fare qualche scorribanda, appoggiati dal lancio di lacrimogeni, i cronisti sono andati a piazzare il microfono sotto il naso degli energumeni trampisti, e questi con fare arrendevole si sono messi di buzzo buono a urlare i loro slogan di elettori defraudati, guardando dritto nell’obiettivo. Poi qualcosa dev’essere andato storto, perché si sono visti altri energumeni pigliare a calci costosissime apparecchiature televisive. Un vero peccato, perché la sintonia tra giornalisti e terroristi era stata per un bel pezzo perfetta, e ne godevano tutti i telespettatori mondiali, costretti a casa con moglie o con marito per via del coprifuoco. Bisogna infatti sottolineare anche questo fatto non secondario: si segue con più attenzione un colpo di stato a Washington, quando non si è al pub con gli amici a sbronzarsi o non ci si può fare una canna di gruppo sul lungotevere o sul lungosenna.</p>
<p>Anche se i conduttori televisivi gongolavano, si capiva bene che stava accadendo qualcosa di molto grave e drammatico. Anzi, erano gli stessi commentatori che, di tanto in tanto, smettevano i panni del radiocronista calcistico sudamericano, per assumere quello di un coro della tragedia attica, e qui l’eloquenza raggiungeva apici di rara intensità. Tutti si chiedevano naturalmente dove fosse finita la variopinta legione di poliziotti di quartiere, municipali, statali e federali, accompagnata dalle forze speciali e dalla guardia nazionale, oltreché da qualche mezzo blindato dell’esercito che si vede sia nella sequenza finale dei<em> Blues Brothers</em> sia nelle più sguarnite manifestazioni di cortile di <em>Black Lives Matter</em>. Ma in effetti di poliziotti, a parte quelli bonaccioni del Campidoglio, non ne circolavano un granché. Per buona parte della serata, ho pensato che ciò fosse la conseguenza di un piano mefistofelicamente architettato dal tremendo Trump, poi mia moglie mi ha instillato una versione complottistica più coerente. Quale modo migliore di sbarazzarsi di lui, bruciarlo politicamente anche presso il proprio partito, se non quello di aprire le porte del Congresso e le aule venerande degli eletti al circo barnum degli elettori trumpisti, fresatori in pensione della Virginia o agricoltori dell’Arkansas? Se fossi un complottista pro-Trump mi chiederei quanto i monumentali svarioni realizzati nell’organizzazione della sicurezza non siano stati <em>anche</em> frutto di qualche giudizioso calcolo. Molti opinionisti, inclusi quelli specializzati nelle questioni più arcane della sicurezza interna, hanno sollevato l’argomento del “fattore sorpresa”. In effetti, pare che nessuno abbia avvisato con almeno due settimane d’anticipo i vertici della polizia, dell’amministrazione municipale e dei servizi segreti, dell&#8217;intenzione di assaltare la sede nel Congresso. Un’ennesima dimostrazione, questa, del dilettantismo che spesso alligna tra le forze insurrezionali.</p>
<p>È stato, però, l’assenteismo totale di forze di polizia nella capitale, davanti al Campidoglio, il giorno in cui semplicemente si ratificava la contestata vittoria del nuovo presidente e si radunavano decine di migliaia di sostenitori del vecchio presidente, che ha cominciato a rendere la vicenda da melodrammatica ad assurda, da terrificante a surreale. Il senso estetico qui ha cominciato a divergere dalle reazioni politiche e morali, incentrate sul lamento e l’indignazione. A sabotare completamente l’effetto tragico, a rendere implausibile un finale dittatoriale a fosche tinte, nonostante i feriti e i cinque morti, sono state poi le sequenze video e le foto scattate all’interno del palazzo. Non è stata colpa solo di uno sconsiderato selfie che un poliziotto si è fatto con un insurrezionalista. È soprattutto il contrasto tra la visione carnevalesca e stralunata di quanto accadeva all’interno rispetto alla visione da film apocalittico degli eventi all’esterno che ha allentato inevitabilmente la tensione. Anche Biden ha dato ovviamente il suo contributo, con il suo intervento a caldo. Ogni volta che Biden prende la parola cala quella caratteristica atmosfera di sonnolenza da quattro e mezza di mattina, che in genere assopisce anche gli insonni più gravi.</p>
<p>Gli sceneggiatori di Hollywood ci avevano convinto che per conquistare il Campidoglio bisognava essere marziani, su immense piattaforme stellari, che sparano raggi fotonici sul cupolone. Oppure supercriminali volanti e giganteschi, che abbattono grattacieli con un pugno. O reduci dell&#8217;armata sovietica, con bombe nucleari a tracolla, se non eserciti islamisti guidati da mercenari armatissimi e spietati. Nessuno però aveva scommesso su una presa del palazzo in stile Marco Ferreri o <em>Brancaleone alle crociate</em>. Da assurdo, infatti, l’evento si è fatto vieppiù grottesco, quando si son viste le immagine delle masnade incolonnate nella rotonda, che s’incamminavano per le sfavillanti sale con il passo strascicato delle comitive tedesche o russe in visita a Firenze, e chi con la divisa da bucaniere, chi con la bandiera dei Confederati, chi con il cappellino alla David Crockett, chi con tutine sgargianti e lasche tipo il Gabibbo, chi infine con il volto colorato, indossando corna e pelliccia di bufalo. E tutti, ad un certo punto, estremamente combattuti tra farsi un selfie tra marmi e lampadari, sfuggire ai gas lacrimogeni o spaparanzarsi sugli scranni congressuali. Mai tenativo di putsch, insurrezione plebea, colpo di mano fascista, è stato più sbrindellato e variopinto. Questo di certo non lo rende più innocuo. (Il fascismo non lo è mai, nemmeno nelle sue forme più caricaturali.) Ci si aspettava qualcosa, però, di più hollywoodiano, di più virile e grandioso, di più sublime, rispetto al signore con un berrettino da baseball, jeans e scarpe da lavoro, seduto in un ufficio del Congresso, con i piedi sulla scrivania. Dobbiamo, insomma, riconoscere che l’azione politica estremamente minacciosa, di cui siamo stati testimoni e che si è svolta a Washington il 6 gennaio, si è presentata mescolando irrealtà ed efficacia, autolesionismo trasognato e rabbia idiota, bisogno di svago e delitto noncurante, martirio eroico e caduta dalle scale, selfie da pensionato in gita e celebrazione mediatica da nemico pubblico numero uno. Una lama d’irrealtà si è infilata nel cuore stesso delle più eclatanti realtà, con buona pace delle nostre discussioni letterarie sull’infinita rincorsa tra finzione e cronaca, tra immaginazione e dati di fatto.</p>
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		<title>Alcatraz Reunion</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/11/23/jewelle-gomez/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Nov 2020 06:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alcatraz Reunion]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Jewelle Gomez]]></category>
		<category><![CDATA[michela martini]]></category>
		<category><![CDATA[poesia americana]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti d'America]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jewelle Gomez, traduzione di Michela Martini per Dolores Has No Horses LeClaire Mia madre è una turista in visita da me come io da lei quando ero una bambina allevata da altri, sempre preoccupata che mi dimenticasse. Ora facciamo finta che mi abbia insegnato a leggere o andare in bicicletta; che mi aspettasse dalla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jewelle Gomez</strong>, traduzione di<strong> Michela Martini<br />
</strong></p>
<p style="padding-left: 120px;">per Dolores Has No Horses LeClaire</p>
<p>Mia madre è una turista in visita da me come io da lei<br />
quando ero una bambina allevata da altri,<br />
sempre preoccupata che mi dimenticasse.</p>
<p>Ora facciamo finta che mi abbia insegnato<br />
a leggere o andare in bicicletta;<br />
che mi aspettasse dalla porta<br />
quando rientravo da scuola o mi guardasse<br />
mentre mi vestivo per il primo ballo.</p>
<p>Ci comportiamo come se avessimo condiviso segreti<br />
quando ero adolescente, ansiosa allora<br />
che il mondo mi vedesse<br />
per quella che sono… una bambina separata<br />
dalla madre.</p>
<p>Mentre ci imbarchiamo sul traghetto<br />
non siamo esattamente estranee;<br />
ma neanche la piacevole evocazione<br />
di mondi vissuti l’uno accanto all’altro<br />
che si plasmano a vicenda.</p>
<p>Siamo due donne in età avanzata<br />
che comprano ricordi dal<br />
chiosco umido dei souvenir<br />
vicino alla passerella,<br />
facciamo fotografie che<br />
ci ricorderanno di come ci assomigliamo.</p>
<p>È un’esperienza fredda e perversa<br />
essere tra gente che non vede l’ora di<br />
sbirciare attraverso le sbarre della prigione e<br />
dare un’occhiata a una miseria trascorsa da tempo,<br />
a fantasmi di rabbia incessante e<br />
paura ingabbiata così vicini alle luci della città.</p>
<p>Solo quando tocchiamo terra la scintilla<br />
dei Wampanoag e degli Ioway riempie i suoi occhi<br />
come ha fatto con quelli di sua madre, come fa con me.</p>
<p>La polvere della prateria e le erbe marine dell’Atlantico<br />
abbracciano questo litorale scosceso –<br />
ostile e familiare;<br />
mappatura delle origini.</p>
<p>Gli altri ci passano accanto su per il sentiero verso<br />
il folclore del carcere. Noi andiamo in profondità, sotto<br />
le spesse mura fatiscenti dove<br />
la roccia incontra la roccia. Uno spazio sacro, non prigione.</p>
<p>Attraversiamo la distanza che ci separa<br />
in quel luogo duro, rubato –<br />
Ioway e Wampanoag incontrano<br />
Ohlone, Pomo, Yurok, Hupa, Shasta e<br />
Hopi, Modoc, Sioux, Paiute,<br />
Inuit, Chocktaw. Una nazione di nazioni,<br />
un leggero strascicare di piedi sulla pietra<br />
in una danza destinata<br />
a unirli tutti.</p>
<p>Sedute su una panchina alla fine ci diamo la mano<br />
come forse abbiamo fatto quando ero bambina.<br />
Tenendoci strette come se la pressione<br />
dei palmi possa permetterci<br />
di leggere nel nostro passato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;">for Dolores Has No Horses LeClaire</p>
<p>Mother is a tourist visiting me as I did her<br />
when I was a child being raised elsewhere,<br />
always worried she’d forget me.</p>
<p>Now we pretend she taught me<br />
how to read or ride a bicycle;<br />
that she waited by the door for me<br />
to arrive after school or watched me<br />
dress for my first dance.</p>
<p>We act as if we shared secrets<br />
when I was a teen, anxious then<br />
the world would see me<br />
for who I am… a child separate<br />
from a mother.</p>
<p>Boarding the ferry<br />
we are not exactly strangers;<br />
nor are we a fragrant recollection<br />
of worlds lived side by side<br />
giving shape to each other.</p>
<p>We are two aging women<br />
buying memories from<br />
the souvenir stand<br />
damp by the gangway,<br />
taking snapshots that will<br />
remind us how alike we are.</p>
<p>It’s a cold ride and perverse<br />
to be among those eager to<br />
peer through the prison bars and<br />
glimpse long-passed misery,<br />
the ghosts of anger pacing and<br />
fear caged so close to city lights.</p>
<p>Only when we land does the spark<br />
of Wampanoag and Ioway fill her eyes<br />
as it did with her mother, as it does with me.</p>
<p>Prairie dust and Atlantic sea grasses<br />
embrace this precipitous shoreline –<br />
harsh and familiar;<br />
mapping the beginnings.</p>
<p>Others stroll past us up the path toward<br />
prison lore. We go deep, beneath<br />
the thick, crumbling walls where<br />
rock meets rock. Sacred space, not prison.</p>
<p>We cross the distance between us<br />
on that hard, stolen place –<br />
Ioway and Wampanoag meeting<br />
Ohlone, Pomo, Yurok, Hupa, Shasta and<br />
Hopi, Modoc, Sioux, Paiute,<br />
Inuit, Chocktaw. A nation of nations,<br />
the soft shuffle of their feet on stone<br />
in a dance meant to<br />
bind all together.</p>
<p>Sitting on a bench finally we hold hands<br />
as we might have done when I was a child.<br />
Clinging tight as if the pressure<br />
of our palms will allow us to<br />
read each other’s pasts.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NdR: sul sito di <a href="http://www.jewellegomez.com/">Jewelle Gomez</a>, e <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Jewelle_Gomez">qui</a>, si possono trovare molte informazioni sull&#8217;autrice, poetessa/romanziera/critica e militante. Questa poesia, tradotta qui da Michela Martini, fa parte dell’installazione permanente della mostra sui nativi americani ad Alcatraz.</p>
<p>Michela Martini è nata a Genova e vive negli Stati Uniti, dove ha insegnato lingua, cultura e letteratura italiana presso la Indiana University, la Suffolk University e la University of California Santa Cruz. Ha co-fondato e diretto la Società Dante Alighieri di Santa Cruz in California e ha lavorato per la rivista «Chicago Quarterly Review». Le sue traduzioni in inglese di poesie e brani di Edoardo Sanguineti, Giorgio Caproni, Cristina Alziati, Gabriella Leto, Patrizia Valduga, Emanuele Trevi, Rossana Campo sono apparse su diverse riviste letterarie americane e nell’antologia curata da Geoff Brock <em>The FSG Book of Twentieth-Century Italian Poetry</em>. Per la rivista «Alfabeta2»ha tradotto il racconto di Scott Hutchins <em>L’evoluzione del desiderio</em> e per «Filigrane» e «Cenobio» raccolte di poesie di Ellen Bass.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>lo stato terrorista</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/08/13/lo-stato-terrorista/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Aug 2013 06:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Abu Ghraib]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaida]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Cermìs]]></category>
		<category><![CDATA[droni]]></category>
		<category><![CDATA[Edward Snowden]]></category>
		<category><![CDATA[george h w bush]]></category>
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		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani che cosa vada esattamente inteso con il termine terrorista può essere oggetto di discussione e di interpretazione; io proverò a dire, cautamente e minimalmente, che, se applicato a uno stato, l&#8217;aggettivo indica uno stato che, incurante di leggi interne ad altri singoli paesi e di convenzioni internazionalmente sottoscritte, eserciti un potere derivante [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<iframe loading="lazy" width="420" height="315" src="//www.youtube.com/embed/B5Zbnk4BMak?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>che cosa vada esattamente inteso con il termine <em>terrorista</em> può essere oggetto di discussione e di interpretazione; io proverò a dire, cautamente e minimalmente, che, se applicato a uno stato, l&#8217;aggettivo indica uno stato che, incurante di leggi interne ad altri singoli paesi e di convenzioni internazionalmente sottoscritte, eserciti un potere derivante soltanto dalla propria potenza militare con il preciso e unico fine di perseguire propri interessi nazionali, economici e politici, e proprie aspirazioni di conquista e di controllo di sempre più estese aree del pianeta. L’aspetto terrorista deriva ovviamente dal fatto che il resto del pianeta, data questa prassi, non si sente più protetto da leggi e convenzioni, e vive nel terrore di finire nel mirino dello stato supposto militarmente più potente. <span id="more-46169"></span><br />
Che questo sia di fondo il programma politico globale degli <strong>Stati Uniti d’America</strong> emerge, ce ne fosse bisogno, da una delle ultime dichiarazioni di Barack Obama, il Grande Presidente Democratico, nero sì, ma laureato alla Columbia University e alla Harvard Law School, che, come già ricordavo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/05/04/extra-legem-nulla-salus/">qui</a>, ha molto chiaramente decretato, in un suo caratteristico mix di improntitudine e delirio di onnipotenza:</p>
<blockquote><p>«<em>The cause of securing our country is not complete but tonight we are once again reminded that America can do whatever we set our mind to</em>.»</p></blockquote>
<p>Naturalmente questa dichiarazione, non certo nuova, è in perfetta continuità con tutta la storia dello stato, dai suoi inizi all’alba del XVII secolo in poi, a cominciare dallo spietato, efferato e sistematico sterminio delle popolazioni autoctone incontrate dai primi coloni nei territori dell’America del Nord.<br />
I successivi passi di questa prassi oggettivamente e soggettivamente terrorista sono troppo numerosi per stare in un breve riassunto. Ma giusto per rinfrescare la memoria a qualcuno che rimanga soltanto abbagliato dalle meraviglie tecnologiche del Grande Stato Democratico, cui si arriva dall’Europa passando sotto (o sopra) la Statua della Libertà, fatemi proporre questo simpatico florilegio:</p>
<p>11 settembre 1973: gli USA, attraverso i loro vari organi istituzionali ― presidente Richard Nixon ―, servizi segreti, ecc., organizzano un golpe militare in Cile contro un presidente democraticamente eletto, Salvador Allende, con le conseguenze che tutti sappiamo nei decenni successivi.</p>
<p>25 ottobre 1983: i <em>marines</em> degli USA ― presidente Ronald Reagan ― invadono lo stato autonomo dell’isola di Grenada ― operazione &#8220;Urgent Fury&#8221; ― rovesciando il governo appena salito al potere di Hudson Austin, nel timore che si riveli un’altra spina nel fianco, dopo Cuba. Invasione peraltro subito condannata dall&#8217;Onu (col solo voto contrario statunitense) come un attentato alla sovranità di Grenada ed una violazione del diritto internazionale.</p>
<p>7-12 ottobre 1985: crisi di Sigonella, conseguente al dirottamento della motonave italiana “Achille Lauro”. Chi voglia un’adeguata cronistoria della vicenda può leggere <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_di_Sigonella">qui</a>. Tutta la vicenda è una continua testimonianza dell’arroganza, prepotenza e illegalità del comportamento delle forze USA presenti nell’area ― presidente ancora Ronald Reagan ―, cui solo una notevole fermezza, in quel caso, del governo italiano, Bettino Craxi regnante, pose un freno, qualsiasi siano state poi le ragioni che spinsero Craxi a tale atteggiamento.</p>
<p>20 dicembre 1989: invasione di Panama ― operazione &#8220;Just Cause&#8221; (sic!) ― ordinata dal presidente George  H. W. Bush contro il regime panamense di Manuel Antonio Noriega, certo non un immacolato angioletto, ma comunque capo di uno stato sovrano.</p>
<p>17 febbraio 2003: Abu Omar viene sequestrato a Milano, in pieno giorno, come risultato di un’operazione del tipo detto “extraordinary rendition” gestita da 25 agenti della CIA (vedi <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/03/23/extraordinary-rendition-il-caso-abu-omar/">qui</a> su questo stesso blog).<br />
La giustizia italiana ha perseguito il crimine, individuando almeno gli esecutori materiali dei quali ha chiesto l’estradizione, ovviamente negata dagli USA: ultimo episodio: l&#8217;ex capocentro Cia a Milano dell&#8217;epoca, Robert Seldon Lady su cui pende un mandato di cattura internazionale, viene catturato a Panama, l’Italia chiede l’estradizione, ma Panama rifiuta adducendo l’incompletezza della documentazione e mette felicemente il signor Lady su un aereo diretto nella sua patria; non vogliamo neppure immaginare le gentili pressioni esercitate dal governo USA su quello panamense.</p>
<p>2004: la denuncia degli orrori della prigione di Abu Ghraib, prigione centrale di Baghdad, dove le forze armate statunitensi si sono abbandonate a comportamenti autenticamente terroristici, indegni di qualsiasi convivenza civile. Del resto, in fatto di terrorismo nelle prigioni, gli USA non sono secondi a nessuno: si ricordi che l&#8217;attuale presidente aveva promesso di smantellare l&#8217;orrore di Guantanamo &#8212; in sé un capitolo a parte nell&#8217;articolato quadro del terrorismo di marca USA &#8211;, ma che, povero, &#8220;non c&#8217;è riuscito&#8221;.</p>
<p>2 maggio 2011: Osāma bin Lāden, amico storico di casa Bush per anni, ma poi caduto in disgrazia in quanto ritenuto capo di una organizzazione terroristica rivale, <em>Al-Qāʿida</em>, è stato ammazzato nel corso della cosiddetta operazione “Neptune Spear”, azione militare ovviamente al di fuori di qualsiasi legalità internazionale, si potrebbe così dire, tra opposti terrorismi. Ma su questo ho già appunto detto <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/05/04/extra-legem-nulla-salus/">qui</a>. </p>
<p>3 luglio 2013: gli USA fanno pressione sulla periferia dell’impero, in questo caso, Francia, Italia, Spagna e Portogallo, che prontamente scodinzolando ubbidiscono, affinché neghino diritto di sorvolo e rifornimento di carburante all’aereo che sta riportando in patria, da Mosca, il Presidente Evo Morales di uno stato sovrano, la Bolivia, per timore, rivelatosi del tutto infondato, che l’aereo trasporti un cittadino cui gli USA avevano testé annullato il passaporto, Edward Snowden, che finalmente aveva rivelato alcune delle pratiche illegali con le quali gli USA acquisiscono informazioni. Azione di vero terrorismo, diplomaticamente inaccettabile.</p>
<p>Inoltre:<br />
Gli Usa ritengono doveroso e legittimo avere basi proprie nei territori di altre nazioni, “alleate”, o meglio “suddite”. Sul suolo italiano vi sono almeno sette, probabilmente di più, basi USA. L’Italia quante basi ha in territorio USA? E una qualsiasi altra nazione “alleata”?<br />
In queste basi vale il diritto USA e la legge italiana non ha potere. Il 3 febbraio 1998 un aereo militare USA della base di Aviano trancia una fune della funivia del Cermìs e uccide 19 persone, tutti cittadini europei. Nessuno dei responsabili, tutti ben noti, è punito in Italia o, per quel che se ne sa, negli USA: leggete <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_del_Cermis ">qui</a> gli aspetti giudiziari del caso in Italia, che sono interessanti, compreso il giudizio finale della nostra Corte di Cassazione.<br />
Senza contare naturalmente l&#8217;uso arbitrario e dissennato del patrimonio naturale che in questi luoghi extraterritoriali viene loro permesso, vedi la più recente vicenda degli impianti MUOS in comune di Niscemi, dove pure il nostro governo, per tramite del presidente della regione Sicilia, scodinzolando si adegua, malgrado l&#8217;evidente e legittima ostilità della popolazione locale.</p>
<p>Sempre in tema di voli illegali, sembra ormai normale la pratica dei cosiddetti “droni”, aerei senza pilota che scorrazzano nei cieli di paesi amici o nemici e, a seconda dei casi, fotografano, controllano o bombardano, nemici reali o immaginari, militari o civili, non importa.</p>
<p>Sono stato un anno negli USA per motivi di studio e ricerca, poco più di 40 anni fa. Ho imparato fin d’allora che è un paese politicamente detestabile, come bene canta Giovanna Marini.</p>
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