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	<title>stato &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il rituale servile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/15/il-rituale-servile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 12:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="alignleft size-large wp-image-113547" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-1024x682.jpg" alt="" width="696" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/children-8221325_1280.jpg 1280w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /></p>
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<p style="text-align: left;">Tempo fa dovevo recensire un libro dedicato a un sopravvissuto alla deportazione dal ghetto romano e alla Shoah. Lo presentavano al centro culturale annesso al Tempio Maggiore, lucente quel giorno più che mai, affacciato sul lungotevere. Un passo dopo i dispositivi di sicurezza sono stato accolto da sguardi interessati, intensi, anche cattivi, prima di tutto erano a casa loro, dicevano, e potevano seguirmi per tutto il percorso, anzi, almeno due di quegli sguardi, giovani, scuri, pressanti, si sono presi cura di me per tutto il tempo che sono stato lì a prendere appunti, quasi sentivo alla nuca il disappunto per non sapere le parole scritte. Solo dopo, alla fermata dell’autobus per tornare a casa, ho capito cosa volevano o sentivano quegli occhi: non li odiavo, neanche un po’, nemmeno nei fondi recessi, e questo veniva preso con estremo sospetto. Purtroppo da sempre sono uno che ha le cose scritte in faccia, ho pensato, si vede che hanno letto che odio la sopraffazione in maniera nevrotica, dei potenti sempre e prima di tutto, e l’impunità di chiunque, perfino la mia, fino allo schifo e alla pena la odio, e ci sto male poi da una vita per l’infamia di chi si crede vivo se straripa nell’ignoranza di sé e del mondo nel quale esiste o bene o male, quando si lascia abbindolare dalle formule e i rituali della vendetta infliggendo sofferenza, disgrazie e morte agli inermi, perpetrate senza scrupoli, quando abiura alla propria dignità e al suo ruolo intenso di vivente senza provare almeno uno scatto isterico di resistenza. Perché, dunque, non li odiavo?, questo dicevano quegli occhi, due avevo fatto a tempo a fissarli per un momento prima di uscire, un attimo solo perché non si insospettissero di più. Ma bastava, quell’attimo. Perché non li odiavo per niente quegli occhi, sebbene antipatici, se erano di chi si crede appartenente a coloro che stanno dando al mondo un esempio micidiale, forse esiziale? Di chi fa differenza tra le ossa dei morti per fame? Come tutti, quando crediamo di diventare più cattivi perché così bisogna fare, perché è giusto e necessario così ci dicono, e invece diventiamo solo più servi ancora; come uno che è caduto in una trappola e invita gli altri a venire avanti sperando che cadano anche loro, quegli occhi cercavano l’odio che non ci sarà mai e anzi lo pretendevano con arroganza. Io resto banale e non ci credo che uno Stato, qualsiasi esso sia, rappresenti una razza, un’etnia, peggio che mai un Dio o una religione, anzi nemmeno credo sia nel mio nome lo Stato, e finché vivo è sicuro almeno che nessuno riuscirà a farmici credere, nemmeno con la tortura di vedere occhi giovani accecati da un odio per procura, per delusione, per subdolo avvilimento dell’umanità. E che dopo, forse persino stavolta, diranno che non ne sapevano niente.</p>
<p><em>(NdR: la fotografia è di Hosny Salah, pixabay)</em></p>
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		<title>Popolo ed esperti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/07/27/popolo-ed-esperti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2022 05:31:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Cornelius Castoriadis</strong> <br /> Da "Contro l’economia: scritti (1949-1997)", raccolta di saggi a cura di Raffaele Alberto Ventura. Con una nota di lettura di Andrea Inglese.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Attualità di Castoriadis (una nota di lettura)</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>A cura di <strong>Raffaele Alberto Ventura</strong> è uscito quest’anno, per la Luiss University Press, una raccolta d’interventi e saggi di <strong>Cornelius Castoriadis</strong>, <strong><em>Contro l’economia: scritti (1949-1997)</em></strong>. Il curatore – che possiamo considerare un vecchio amico di Nazione Indiana – ben conosciuto grazie a un fortunato saggio del 2017 (<em>Teoria della classe disagiata</em>, minimum fax) e di altri usciti successivamente, ha realizzato un prezioso lavoro di selezione, raccolta, traduzione e introduzione di undici testi del filosofo (ed economista) greco e francofono Castoriadis. La casa editrice della Luiss si è già distinta per scelte editoriali importanti. Nel suo catalogo troviamo, ad esempio, saggi di Barbara Ehrenreich e Timothy Morton. In questo caso, la proposta va a colmare un grande vuoto. Castoriadis è senza dubbio una delle figure intellettuali più importanti del secondo Novecento in Europa, figura di militante-intellettuale, attivo prima in partiti di orientamento trotzkista e poi nel gruppo autonomo <em>Socialismo o barbarie</em>, ma anche di economista stipendiato dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), di psicanalista e di filosofo, docente dal 1980 all’EHESS (Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales) di Parigi. (Su NI, ad esempio, lo pubblicammo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/10/07/cattivi-maestri-cornelius-castoriadis/">qui</a> e ne abbiamo già parlato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/02/04/castoriadis-e-il-vocabolario-dellautonomia/">qui</a>). Più dei titoli e dell’ampiezza di interessi e competenze, è però decisivo il percorso intellettuale dell&#8217;autore, che lo porta ad attraversare e ad abbandonare il marxismo, senza rinunciare a sostenere un’idea radicale e rivoluzionaria di democrazia, ispirata in modo particolare – ma non esclusivamente – all’esperienza di Atene e dell’antica Grecia. I saggi raccolti da Ventura ritagliano la zona privilegiata della critica all’economia, che questo economista di professione non ha cessato di realizzare fuori e dentro le istituzioni internazionali. Ma in Castoriadis l’universo dell’economia è inseparabile da quello della società e delle “significazioni immaginarie” che quest’ultima – e qui parliamo soprattutto della società occidentale e capitalistica – attribuisce all’attività umana. Criticare l’economia significa non soltanto, in termini marxiani, rendere visibili dei rapporti di forza e delle configurazioni storiche determinate, ma scavare soprattutto all’interno di un sistema di credenze e significati sociali, attraverso cui la società legge e interpreta se stessa.</p>
<p>Il lungo saggio introduttivo di Ventura permette comunque di ricostruire la vicenda dell’intellettuale Castoriadis e lo sviluppo del suo pensiero, soprattutto per un pubblico come quello italiano poco attento alla sua opera. Per i pensatori moderati, si tratta di un pensiero sostanzialmente inservibile, in quanto non ha mai abbandonato un’attitudine radicale sia nella critica della tradizione occidentale sia nell’elaborazione di pratiche politiche contestatarie. Per la tradizione marxista, Castoriadis aveva ripudiato i “libri sacri” e soprattutto criticato senza alcuna remora le vicende storiche del marxismo-leninismo, a partire dalla burocratizzazione dell’Unione Sovietica. Infine, per gli estimatori della decostruzione, il nostro autore presentava una sobrietà di tono e una lucidità di sguardo, che mai rischiava di confondere testo ed extratesto, sublime filologia filosofica e attenzione alle congiunture storico-politiche. Oggi, Castoriadis fa parte di quegli autori difficilmente classificabili, come <strong>Günther Anders</strong> o <strong>Ivan Illich</strong>, che meritano più di altri un’assidua lettura, proprio in un momento come il nostro in cui gli ideali di emancipazione sembrano definitivamente compromessi assieme a quelli di progresso economico e tecnologico.</p>
<p>Il testo tratto dalla raccolta di saggi che con il curatore abbiamo deciso di pubblicare data del 1983. Già prima del 1989, Castoriadis aveva compreso che la società post-communista avrebbe vissuto a lungo insabbiata nella falsa alternativa tra tecnocrazia e populismo, dalla quale non siamo ancora usciti. (Le vicende del giorno italiane ce lo ricordano: o Draghi o la Meloni). L’uscita da questa alternativa Castoriadis la indica nella riconsiderazione del concetto di “democrazia”, così come, pur fragilmente, si è presentato alle origini della nostra tradizione. E da qui la riflessione sull’importanza e, nello stesso tempo, sui <em>limiti</em> che devono essere assegnati all’attività e alla parola degli <em>esperti</em>. Un tema questo fondamentale anche per altri autori. Si pensi al già citato Illich, presente in una raccolta di saggi pubblicata in Italia col titolo: <em>Esperti di troppo. Il paradosso delle professioni disabilitanti </em>(Erickson 2008); oppure a un altro autore importante, e anche lui di area libertaria, quale <strong>Paul K. Feyerabend</strong>. Ricordiamoci quel che scrive in <em>La scienza in una società libera</em> del 1978: «Gli specialisti, compresi i filosofi, possono naturalmente essere interpellati, si possono studiare le loro proposte, ma si deve riflettere con precisione per stabilire se tali proposte e le regole e i criteri che le hanno ispirate siano desiderabili e utilizzabili». Si tratta, in realtà, di generalizzare il principio della giuria popolare che già vige nel diritto: «La legge richiede l’interrogazione in contraddittorio di esperti e la valutazione di tale interrogatorio da parte dei giurati». Frasi che risuonano con altre, che si leggeranno nell’intervento di Castoriadis.</p>
<p>(È una lettura questa che consigliamo vivamente a tutti gli orgogliosi “esperti di qualcosa”, increduli che le loro competenze non arrivino a indirizzare verso le magnifiche sorti il gran numero d’incompetenti.)</p>
<p>*</p>
<p>POPOLO ED ESPERTI</p>
<p>di <strong>Cornelius Castoriadis</strong></p>
<p>[Questo testo, intitolato “Experts et citoyens”, è tratto dal seminario di Castoriadis all’EHESS poi pubblicato nel volume <em>Ce qui fait la Grèce. Tome 2. La Cité et les lois. Séminaires 1983-1984</em>, e precisamente dalla sessione del 20 aprile 1983. Il seminario affronta di petto un tema centrale per l&#8217;autore, ovvero la manifestazione concomitante nella <em>polis</em> greca del V secolo avanti Cristo dell&#8217;ideale democratico e della filosofia. R. A. V.]</p>
<p>Per chiarire il principio della democrazia diretta ho tentato di articolare, in opposizione alle concezioni e alle pratiche moderne, tre coppie concettuali che contrappongono tanto delle idee quanto delle realtà: popolo/rappresentanti; popolo/esperti; e popolo/Stato.</p>
<p>Per quanto riguarda la prima coppia, ho già detto che l’idea della rappresentanza è totalmente assente nella filosofia e nella pratica politiche dell’antica Grecia. Innanzitutto perché quando c’è un’elezione, nessuno parla degli eletti come dei “rappresentanti” – sono dei magistrati, il che è del tutto diverso – in quanto non rappresentano nessuno. E poi perché il principio dell’elezione era considerato aristocratico (come sappiamo bene dalla testimonianza di Erodoto per un periodo relativamente antico). Ho inoltre già ricordato che, ogni volta che nella storia moderna è emerso un vero movimento di autoistituzione, esso ha rievocato il principio della democrazia diretta: se ci sono dei delegati, questi non sono soltanto eletti ma revocabili in ogni momento.</p>
<p>Questa revocabilità esisteva già, <em>de facto</em> e <em>de jure</em>, nella democrazia ateniese: ogni magistrato poteva, nell’esercizio delle sue funzioni, in qualsiasi momento, essere contestato, per ragioni di fondo oppure di forma, ed eventualmente revocato. Come ogni disposizione legale, anche questa può portare ad abusi. È noto il più grave, di cui parleremo più avanti, ovvero il processo dei capi militari ateniesi che hanno vinto la battaglia delle Arginuse, nel 406, durante la guerra del Peloponneso. Al loro ritorno, i demagoghi li fecero condannare a morte dall’assemblea, senza rispettare la procedura, con il pretesto che non avevano fatto tutto il necessario per recuperare i cadaveri dei soldati e dei marinai caduti nella battaglia. Atto assolutamente mostruoso, come tanti altri non meno mostruosi che cominciarono a verificarsi poco dopo l’inizio di quella guerra. <em>Hybris</em>, crisi e fallimento della democrazia ateniese – e della democrazia in generale.</p>
<p>Revocabilità e assenza di rappresentanti non vuol dire, lo abbiamo già detto, assenza di qualsiasi leader. In una comunità politica la questione non è quella dell&#8217;esistenza o meno di leader bensì quella del rapporto tra i leader e la collettività: in che misura questa mantiene il suo controllo sull&#8217;individuo più o meno eccezionale, colui che sa giudicare più rapidamente e vedere più lontano? Ho già citato la celebre frase di Tucidide a proposito della democrazia di Pericle, che sarebbe stata tale solo a parole, e quindi inaccettabile per i Greci.</p>
<p>Questo ci porta alla seconda coppia oppositiva, quella tra popolo ed esperti. Secondo la concezione greca, nessuna categoria di persone può rivendicare una specifica competenza riguardo alla sfera politica.</p>
<p>Le decisioni vengono prese dall’<em>ecclesia</em> dopo aver ascoltato degli oratori, ed eventualmente anche delle persone che detengono un sapere specialistico in merito alla questione discussa. Ma il giudice in materia, ovvero l’esperto supremo, universale, è la comunità politica stessa. Vale a dire che non esistono esperti in politica. Quando si convoca la competenza dell’esperto, la <em>techne</em>, è sempre relativamente a un’attività specifica, riconosciuta come tale nel suo campo particolare. Platone ne parla nel <em>Protagora</em>, dove descrive correttamente sia il funzionamento effettivo della democrazia sia le idee presupposte da questo funzionamento. Gli Ateniesi ascolteranno molto volentieri il tecnico che gli spiegherà il modo migliore di costruire una cinta muraria, un tempio o una nave. Ma colui che osasse dire “Io sono un tecnico delle questioni di governo” verrebbe sommerso dalle risate.</p>
<p>C’è sicuramente una sfera nella quale gli Ateniesi riconoscerebbero una competenza tecnica, ed è l’arte della guerra. Eppure gli <em>stratègoi</em>, i capi militari, vengono <em>eletti</em>, come furono eletti i costruttori dell’Acropoli, come vengono eletti quelli che devono costruire le navi eccetera. In effetti gli <em>stratègoi</em> incaricati dalla <em>polis</em> di dirigere questa faccenda particolare che è la guerra sono dei tecnici, ma poiché questa faccenda è molto più importante delle altre, essi hanno un ruolo a parte rispetto a tutti gli altri magistrati ateniesi. È vero che nel V secolo nessuno può vantare un vero peso sulla politica cittadina senza essere eletto stratega, e Pericle sarà rieletto varie volte. Non significa che negli anni in cui non viene eletto la sua parola non vale niente, ma indubbiamente l’elezione alla carica è una via privilegiata all’esercizio dell’influenza politica. La situazione cambia però nel IV secolo, quando i retori e gli oratori, già influenti nell’assemblea, acquisiscono un peso politico preponderante; gli strateghi vengono ridotti a puri tecnici, nient’altro, e cessano di svolgere un ruolo politico per limitarsi alle loro specifiche funzioni. Per citarne qualcuno: Timoteo, Ificrate, Carete, Cabria… Mentre nel IV secolo erano gli individui eminenti ad aspirare alle cariche militari e generalmente finivano per esercitarle.</p>
<p>La questione degli esperti e della competenza rimanda a un principio assolutamente evidente per i Greci, ripreso più e più volte e formulato nel modo più limpido da Platone: <em>nessun esperto è in grado di giudicare sé stesso, e il giudice più adatto per giudicarlo non è mai un altro esperto</em>. Si tratta di un principio che, come vedremo, crea un problema di coerenza nella filosofia platonica, mentre invece sorprendentemente Aristotele non lo cita. Il punto è che per Platone il criterio del buon esercizio della <em>techne</em> è evidentemente il suo prodotto, il suo risultato – l’albero si giudica dai frutti, come dice il Vangelo – e quindi il giudice della techne è l’utilizzatore del suo prodotto, non l’esperto. Il filosofo torna spesso su questo punto per lui evidente: non è il sellaio che giudica la bontà di una sella di cavallo, ma il cavaliere; non è l’armaiolo che giudica l’armatura ma l’oplita che parte in guerra. Evidente, questa prospettiva lo è soprattutto negli affari militari, come hanno potuto valutare gli americani in Vietnam. Si è molto parlato del celebre M16, il fucile militare difettoso che ha provocato molti morti tra i soldati che lo usavano. I vietcong, che saccheggiavano tutto quello che potevano dai cadaveri americani, financo le scarpe, non si azzardavano a prendere quei fucili, ben sapendo che s’inceppavano ogni due per tre lasciando al nemico il tempo di sparare. Sono state spedite migliaia di lettere dai soldati americani ai loro senatori, ma non sono servite a nulla: gli esperti avevano deciso che quel fucile era il migliore. Ma soltanto l’utilizzatore è il giudice adatto. E chi è l’utilizzatore di tutti quegli esperti che offrono delle <em>technai </em>alla polis? É naturalmente la polis stessa, la comunità dei cittadini. Se giudichiamo alcuni risultati, come l’Acropoli, la scelta non era poi male – è difficile dire che scegliere Fidia sia stato un errore.</p>
<p>Ma dicevo che questo concetto pone un problema nella filosofia politica di Platone. In effetti il suo intero progetto consiste nell’attribuire alla filosofia politica una <em>episteme</em> e una <em>techne</em> specifica: per lui il politico non è un esperto in senso strettamente tecnico, bensì un profondo conoscitore di quello che è giusto e sbagliato per la comunità. E allora dove sta qui il “giudizio degli utilizzatori”? Qui c’è una contraddizione, sulla quale bisognerà tornare.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a></p>
<p>Non è difficile contrapporre questa visione della competenza con quella che prevale tra i moderni. L’idea dominante, oggi, è che gli esperti debbano essere giudicati da altri esperti. Si tratta peraltro di uno dei fattori di espansione e di crescente irresponsabilità degli apparati burocratici gerarchici. L’immaginario della competenza dice: l’esperto <em>sa</em>, soltanto un altro esperto può giudicarlo o criticarlo. E questa idea va di pari passo con un’altra, che corrisponde alla pratica contemporanea e soprattutto all’immagine che questa vuole dare di sé stessa: che esistano degli esperti politici. Nessuno li chiama in questo modo, ma molti sedicenti politici oggi si presentano e vengono eletti in quanto specialisti dell’universale, tecnici della totalità. Va da sé che si ridicolizza l’idea stessa di democrazia con una simile contraddizione: giustificando il potere dei politici con la competenza politica che loro soli possiedono, si lascia alla popolazione – per definizione “non esperta” – la sola scelta tra diversi “esperti”. Questi uomini, per esempio i candidati a un’elezione, si accusano reciprocamente d’incompetenza, ognuno rivendicando la competenza propria e della propria squadra, per poi chiamare la popolazione a testimone: “Diteci chi è, tra noi due, il vero competente”.</p>
<p>Contraddizione davvero assurda, che tuttavia sta al cuore della sedicente democrazia moderna. L’idea che ci possano essere degli specialisti dell’universale, dei tecnici della totalità, è vuota e non ha alcun rapporto con la realtà. Questa pretesa è legata a un altro fenomeno caratteristico della modernità, la crescente divergenza tra le capacità che servono ad accedere al potere e quelle che servono a governare davvero. È una mia vecchia tesi: nella società moderna, in qualsiasi apparato burocratico-gerarchico, inclusi i partiti politici, l’individuo che vuole arrivare in cima deve salire i gradini della piramide burocratica; e questa ascesa diventerà presto, inevitabilmente, la sua unica preoccupazione. Ma l’ascesa dipende sempre meno dalla capacità di realizzare i compiti che gli sono stati attribuiti e sempre di più dalla pura e semplice capacità di arrampicarsi verso la cima. Le specie che sopravvivono sono le più adatte, insegna il darwinismo, ma dietro alla pura e semplice tautologia sta la vera domanda: <em>adatte a cosa?</em> Adatte a sopravvivere. Insomma gli individui che fanno carriera nell’apparato burocratico sono gli individui più capaci – ma capaci di cosa? Di salire. E come? Facendo ricorso, evidentemente, all’intero arsenale dell’arte intraburocratica delle cricche e dei clan, attraverso la trasformazione di tutte le finalità reali in obiettivi di conflitto tra cricche e clan. A questo punto la definizione stessa di quello che è o non è reale diventa una posta in gioco. Non c’è bisogno di arrivare agli estremi del totalitarismo: pensiamo al dibattito sull’esistenza o l’inesistenza di una crisi economica attualmente in Francia, sottaciuta fino a pochi mesi fa. L’opposizione diceva che non c’era, che era solo un’invenzione del Governo; mentre ora hanno cambiato idea. I loro avversari avrebbero fatto esattamente lo stesso.</p>
<p>Facciamo un altro esempio, questa volta americano. Reagan ha speso miliardi di dollari per un presunto riarmo americano. Il dibattito sembra a prima vista basato su dati obiettivi: qual è il fabbisogno di carri armati, di armi nucleari e convenzionali eccetera. Ma questi obiettivi apparentemente oggettivi vengono trasformati in semplici mezzi, per ogni clan –Governo, Pentagono, tecnici, industriali, Congresso, e così via –, al fine di far prevalere il proprio punto di vista. Vero è che, trattandosi di ordini e di dollari, tutto è perlomeno ancorato a qualcosa che possiamo ancora definire degli interessi materiali. Ma non è sempre così: il vero “interesse” fondamentale è quello della cricca o del clan burocratico, che deve oggi poter sventolare qualche bandiera in nome della quale pretendere di avere più diritto di governare rispetto agli altri. Le poste in gioco “oggettive” si trasformano in semplici strumenti di spartizione tra cricche e clan, e a questo servono gli “esperti”, a questo si riduce spesso la competenza nelle nostre società sedicenti democratiche.</p>
<p>Bisogna vedere che questa progressiva divergenza tra capacità di fare carriera e capacità di governare è un problema che si presenta sistematicamente in quasi tutti i regimi, e che non è assente nemmeno in un regime compiutamente democratico. Prendiamo l’esempio della monarchia assoluta: è raro che un monarca governi del tutto da solo, e infatti sono esistiti dei ministri capaci di lasciare il loro segno nella storia. Ma come si diventa ministro di un monarca assoluto? Per definizione, chi lo diventa non ha mai avuto occasione di dimostrare di essere il migliore per il posto che non ricopre ancora. Sia la realtà storica sia la semplice riflessione suggeriscono che per divenire ministro di un monarca assoluto bisogna piacere al monarca, saperlo manovrare. Si tratta, va detto, di una capacità che non tutti possiedono. La pura e semplice adulazione non basta sempre: ci vuole più delicatezza. Ma questa qualità non ha nulla a che vedere con l’arte di legiferare, amministrare, negoziare o fare la guerra. È tutt’altra cosa. Ma prendiamo il caso di un regime democratico, con o senza virgolette. Che cosa permetterà a qualcuno di affermarsi come leader in una democrazia? Questo dipende dal tipo di regime: se l’essenziale si svolge di fronte all’assemblea, come a Atene, il fatto di parlare bene, la retorica, sono indispensabili. Ma anche a Atene, e infinitamente di più in altri tipi di democrazia, ci vogliono ulteriori capacità molto particolari: sapersi fare degli amici, avere la memoria dei volti e dei nomi, eccellere nel gioco delle influenze. Se incontrate Tizio e che gli dite “Buongiorno, Caio”, sarà difficile salvarsi da una brutta figura, e questo potrebbe avere serie conseguenze. Insomma sono tante le qualità richieste per sedurre, manipolare pubblicamente e privatamente, influenzare, ma sono ben distinte da quelle che servono per formulare proposte politiche e governare realmente.</p>
<p>Questo problema, presente in ogni tipo di regime, è una delle fonti possibili della degenerazione della democrazia. È accaduto a Atene, dove a partire dalla guerra del Peloponneso la capacità oratoria inizia a degradarsi, diventando quella che Platone definisce un’adulazione del <em>demos</em>. I retori hanno fatto del demos un monarca assoluto di cui solleticano le inclinazioni, i suoi istinti più bassi dice lui. Il linguaggio, l’attitudine di Platone sono indubbiamente antidemocratiche, ma la sua diagnosi è corretta se la riferiamo alla fase di declino democratico. I demagoghi ateniesi durante la guerra del Peloponneso, ma anche gran parte degli oratori del IV secolo, sono persone capaci di persuadere, di far accettare alcune proposte grazie alla loro abilità oratoria, ma totalmente incapaci di governare: persone come Cleone, per esempio, non si interessano in nessun modo alle cose pubbliche, o se ne interessano soltanto nella misura in cui servono loro per accedere al potere. Tuttavia bisogna insistere sul fatto che il regime democratico, nel senso più forte del termine, è quello in cui diviene possibile affrontare il problema della divergenza tra capacità di fare carriera e capacità di governare. Innanzitutto perché l’accesso al potere non è ermeticamente separato dalla pratica del potere; e poi perché la capacità di governare non dipende da quello che un solo individuo è in grado di fare da solo per tre, cinque o sette anni, visto che le decisioni sono prese da una collettività le cui capacità politiche sono considerevolmente più importanti. Beninteso l’esempio di Atene serve qui per mostrare che anche questo può essere pervertito. Come dicevamo sopra, nessun regime è immune alla degenerazione, e nessuno può impedire all’umanità di suicidarsi.</p>
<p>Passiamo infine alla terza coppia di termini: il popolo e lo Stato. Ho già ripetuto che la polis greca non era uno Stato nel senso moderno del termine. Il termine “Stato” non esisteva in greco antico, e quando i Greci moderni hanno dovuto trovare una parola hanno sono ricorsi, in modo caratteristico, al termine <em>kratos</em>, che in greco antico indica la forza bruta. Il che è tutto sommato abbastanza comico: lo Stato greco moderno è la forza bruta greca moderna… Quanto al termine <em>politeia</em>, titolo greco del dialogo di Platone che chiamiamo <em>La Repubblica</em>, i tedeschi lo rendono con <em>Der Staat</em>. Il lettore che vive nella Germania di Federico il Grande, in quella di Bismarck, in quella di Hitler o persino in quella del cancelliere Kohl, è quindi condannato a non capire nulla di quello che vi legge. Ma anche il termine latino  , sebbene meno sbagliato, è tutt’altro che perfetto. Il termine <em>politeia</em> rimanda sia all’istituzione/costituzione politica sia al modo in cui le persone si organizzano per gestire i loro affari in generale e i loro affari comuni in particolare (questo indica il verbo <em>politeuesthai</em>). Che il trattato di Aristotele ritrovato alla fine dell’Ottocento e intitolato <em>Athenaion politeia</em> abbia potuto essere tradotto in quasi tutte le lingue come “La Costituzione di Atene” non fa assolutamente onore ai filologi, visto che a Aristotele non sarebbe mai venuto in mente di scrivere una “Costituzione di Atene”: ha scritto una “Costituzione degli Ateniesi”. Svista eclatante da parte di studiosi sicuramente molto eruditi, che pure non hanno colto l’essenziale, quello che invece Tucidide dice esplicitamente – “andres gar polis”, la polis sono le persone – e dà sempre per scontato. Non un’istituzione, non un meccanismo, e nemmeno un territorio, bensì gli uomini, il corpo dei cittadini.</p>
<p>Erodoto racconta che Temistocle, prima della battaglia di Salamina, fatica a imporre agli altri capi greci la sua tattica, che alla fine prevarrà e garantirà la vittoria. E a un certo punto dichiara: “Le nostre mogli e i nostri figli hanno abbandonato l’Attica e sono sull’isola di Salamina, le nostre navi sono là; siamo pronti a partire per andare a fondare Atene altrove”. Bisogna capire la portata di quello che afferma Temistocle. Per le città greche e per gli Ateniesi in particolare, il territorio della polis è sacro. Gli Ateniesi sono uno dei rari popoli greci che addirittura rivendica fieramente la propria origine autoctona. Tutti i miti e le leggende greci parlano di migrazioni, dell’ingresso in Grecia, e invece gli Ateniesi si considerano “nati dalla terra”; quale che sia la vera forza di questa credenza successivamente, essi credevano di essere legati alla terra da tempi immemorabili. E tuttavia Temistocle dice: “Siamo pronti a rifondare Atene altrove”. Vale a dire che c’è una componente territoriale nella definizione delle polis ma che non è il territorio che la definisce essenzialmente, perché a farlo è invece la collettività politica, il corpo dei cittadini. Insomma bisogna ribadire che l’idea di Stato inteso come istituzione distinta, separata dal corpo dei cittadini, sarebbe stata del tutto incomprensibile per un greco.</p>
<p>Qui sta un punto piuttosto difficile e bisogna fare ben attenzione. Gli Ateniesi in quanto comunità politica esistevano su un piano diverso dalla realtà concreta, empirica, rispetto a quella delle 8000 persone radunate in assemblea sulla Pnice in un giorno stabilito. Gli Ateniesi sanno, e agiscono di conseguenza, che esiste una comunità, una polis, che eccede qualsiasi assemblea particolare del <em>demos</em>. Diciamo che a un certo punto hanno firmato un trattato: ebbene cinquant’anni dopo continuano a onorarlo, perché questo impegna l’intera comunità. Come in tutte le società istituite, sussiste una distinzione tra gli Ateniesi astratti ed eterni, per così dire, e gli Ateniesi in carne e ossa che stanno sulla Pnice e prendono tale o talaltra decisione. La collettività istituita non s’identifica assolutamente con la somma empirica dei cittadini presenti fisicamente all’ecclesia, eppure non c’è trascendenza dello Stato, come si dirà all’epoca moderna, non c’è una separazione radicale tra la polis degli Ateniesi come entità politica e gli Ateniesi viventi in tale o talaltro momento. Lasciamo stare le astrazioni e tentiamo di concentrarci su questi fatti solo apparentemente contraddittori, come l’esempio di Temistocle che vuole rifondare la polis altrove, o il fatto che la polis onori impegni presi anche due secoli prima. Nessuna contraddizione qui, semmai delle sequenze di significazioni diverse da quelle che ci aspetteremmo di trovare.</p>
<p>Un altro aspetto del problema del rapporto tra popolo e Stato è che non esiste un apparato di Stato separato dalla comunità politica e che la domina. Ne abbiamo già parlato e ci torneremo: a Atene esiste beninteso un apparato tecnico-amministrativo o tecnico-esecutivo piuttosto sviluppato, in particolare nel V e IV secolo. Sappiamo che sfrutta ampiamente gli schiavi: sono loro che gestiscono la contabilità e il tesoro pubblico, loro che si occupano degli archivi cittadini. Malgrado la loro condizione. Si pensi anche al ruolo dei liberti alla corte degli imperatori romani o di certi eunuchi presso gli imperatori cinesi. Non è il caso di Atene: gli schiavi pubblici sono effettivamente soltanto degli ingranaggi della macchina amministrativa, quale che sia l’importanza delle faccende di cui si occupano. Sono beninteso posti sotto la supervisione di cittadini magistrati, generalmente tirati a sorte. Non esiste insomma una burocrazia permanente o un apparato di Stato, che poi è la stessa cosa. Questa non separazione del potere rispetto alla comunità si manifesta anche nella <em>euthuna</em>, l’obbligo per ogni magistrato di rendere conto delle sue attività davanti a un corpo speciale, come la <em>Boule</em> nel periodo classico e per le magistrature più importanti. Tutti questi aspetti definiscono la <em>metoché</em>, ovvero la partecipazione della collettività al potere. Aristotele definiva il cittadino come colui che <em>metechei</em>, ovvero partecipa all’<em>arché</em>, al potere.</p>
<p>A questo punto si pone la questione di capire che cosa garantisce l’unità di questa comunità politica. Che cosa intendiamo con unità? Fin dove si spinge? Si tratta di una questione fondamentale dal punto di vista del pensiero politico, in generale del tutto negletta. Nel caso delle città greche, il corpo politico riceve l’unità, se così si può dire, come riceve la propria esistenza, a un livello che potremmo chiamare prepolitico. Non dico “naturale”, perché si tratta comunque di un livello sociale, ma prepolitico. Qui, da un punto di vista logico-trascendentale – la questione <em>quid juris</em>, non la questione <em>quid facti</em> – nel momento in cui inizia un processo di autoistituzione o di reistituzione, la comunità che si autoistituisce in un certo senso riceve sé stessa dal proprio passato, con tutto quello che il passato porta e comporta. Da un punto di vista non storico-cronologico ma logico, o se vogliamo verticale, si potrebbero fare delle analogie con la questione, tipicamente moderna, della società civile che si oppone non tanto allo Stato – come nella visione di Hegel e di Marx – quando alla società politica. Da principio abbiamo una realtà data: delle persone che vivono su un territorio determinato, divise in famiglie, in villaggi, in città, con tali usi e costumi, un modo di produzione, ovviamente, una religione eccetera. Si potrebbe dire che, dal punto di vista dell’istituzione politica, tutto questo è, in un certo senso, un materiale. Ma solo in un certo senso. Questa realtà data è prepolitica non in senso cronologico, visto che permane, ma in senso logico appunto. Permane tranne, per l’appunto, in una società che avrebbe pienamente realizzato il totalitarismo, ma questo riteniamo (sperando di non essere mai smentiti) che sia irrealizzabile per definizione: una società orwelliana come in <em>1984</em>, dove lo Stato si arroga il diritto di controllare Winston Smith persino quando va in bagno o fa l’amore con sua moglie. Vorrei in ogni caso attirare l’attenzione su questo elemento importante: il dato prepolitico è in un certo senso materiale della realtà politica; ma in un altro senso, essenziale, è qualcos’altro, ovvero la vita concreta delle persone. Non possiamo approfondire ulteriormente la questione, ma la tendenza a trattare tutto questo unicamente come un materiale è uno dei problemi principali della filosofia politica – e non soltanto della filosofia politica. Facciamo un esempio un po’ estremo: per i Khmer rossi, l&#8217;appartenenza degli individui a una famiglia e il fatto di avere un patronimico erano un puro materiale che poteva essere plasmato in funzione degli obiettivi politici dello Stato; si sono dunque separate le famiglie, imposti nuovi nomi alle persone, sradicato e deportato eccetera. Si dirà che questa non è filosofia politica ma totalitarismo. Si può discutere sul fatto che il totalitarismo sia una forma di filosofia politica, ma di certo è una forma di politica.</p>
<p>Esiste dunque una vita prepolitica, che in parte è estranea al punto di vista dell’istituzione politica. Determinare quale sia questa parte è in sé un problema enorme, che dipende precisamente dalla posizione politica di ognuno. Prendiamo l’esempio della società civile nel senso che gli è stato dato alla fine del Settecento, ovvero essenzialmente la sfera economica. Per gli uni, sarà considerata come non pertinente, ovvero estranea alla sfera politica, o comunque non trasformabile; mentre per altri – i socialisti, i marxisti – sarà invece considerata come decisiva. Quello che conta oggi per noi consiste nell’osservare in che modo il movimento di reistituzione si pone rispetto alla sfera prepolitica in senso astratto, logico, non cronologico del termine.</p>
<p>La storica riforma di Clistene (508/507) ci offre un esempio estremamente incisivo, e un ricco spunto di riflessione, su quali possono essere i rapporti tra la sfera politica e il dato prepolitico con cui il movimento istituente si confronta. Clistene appartiene a un’importante famiglia, gli Alcmeonidi, ma dopo la disfatta dei Pisistratidi e del regime oligarchico che è seguito per qualche anno, a spingere la sua ascesa è stato soprattutto il movimento del <em>demos</em> mirato a stabilire un potere della collettività. Questa presentava all’epoca delle divisioni che abbiamo definito prepolitiche, perlomeno dal punto di vista del movimento di reistituzione.  Gli Ateniesi sono divisi, come ogni città ionica, in quattro <em>phulai</em> (tribù) tradizionali; ma lo sono inoltre in funzione dei conflitti politici che si sono sviluppati ben prima di Pisistrato e che sono continuati anche dopo la caduta dei Pisistratidi. Le fazioni che ne sono risultate hanno un radicamento geografico ma anche, per così dire, socioeconomico: per semplificare potremmo dire che esistono un “partito” contadino, uno urbano e uno marinaro. Clistene, che vale qui come simbolo e nome di un più ampio processo politico, rinuncia a quel punto alla divisione in quattro tribù e ne crea dieci nuove, che sono a loro volta divise in tre trittie, distribuendo le magistrature in modo uguale tra le tribù (ci saranno dunque, per esempio, dieci strateghi). Ogni tribù è composta da un terzo contadino, uno urbano e uno marinaro, e quindi in nessuna predomina uno di questi tre terzi. Questo ci mostra che per instaurare l’unità della comunità politica è stato necessario spezzare alcune divisioni tradizionali: non si tratta di distruggere o di sterminare, nessuno viene mandato nei gulag, ma di mettere da parte certi elementi, perché la vita politica si svolge altrove. La nuova Atene non è una coalizione di gruppi sociali – contadini, marinai, cittadini (ovvero artigiani e commercianti). Non è nemmeno un conglomerato che raduna questi gruppi artificialmente. In ognuna delle trittie viene conservata l’organizzazione di base in demi – villaggi o più precisamente municipalità – che sono in un certo senso delle unità prepolitiche. Le antiche tribù ioniche conservano alcune funzioni religiose. Insomma l’elemento prepolitico passa in secondo piano ma non viene dissolto. La comunità politica è un’unità che si articola, non può far altro che articolarsi: non ci troviamo di fronte a una massa in cui qualcuno sta in rapporto diretto con il potere; eppure gli elementi preesistenti, senza essere soppressi, si stemperano di fronte alla nuova unità. Per avere una vera democrazia, è necessario che l’accesso a ogni magistratura sia uguale per ogni segmento di popolazione, ma questi segmenti non sono più “naturali” bensì definiti in vista del funzionamento politico. La Rivoluzione francese, che da questo punto di vista è andata oltre tutti gli altri, ha fatto cose simili: pensiamo a come le antiche province sono state sostituite dai dipartimenti eccetera, nel suo movimento di reistituzione della società. Diciamo subito che troppo spesso questa riorganizzazione del dato prepolitico in funzione di considerazioni politiche è in un certo modo troppo razionale, troppo astratta e perciò stesso inadeguata, se non oppressiva per la società. Ma nel caso della riforma di Clistene, assistiamo alla creazione di uno spazio politico che si articola su segmentazioni prepolitiche senza farsi determinare o asservire da loro.</p>
<p>Fatte queste precisazioni sulla questione dell’unità della comunità politica, vorrei commentare ancora due importanti disposizioni che mostrano in modo eminente lo “spirito delle leggi” dell’Atene clisteniana – e senza nemmeno citare quelle contro la tirannide. Innanzitutto l’ostracismo (il termine viene da <em>ostrakon</em>, la tessera di ceramica impiegata per votare). Questa disposizione, che inizia probabilmente a essere applicata attorno all’anno 487, permette all’assemblea, sotto certe condizioni, di condannare un cittadino a un esilio di dieci anni, senza che tuttavia costui perda né i diritti civici né i beni, e senza un connotato disonorante per colui che la subisce. La proposta deve rispettare certe specifiche forme e la decisione presa da almeno seimila cittadini, anche se i testi non chiariscono se si tratta di un quorum o del numero di voti a favore richiesti. A essere chiaro, invece, è che non si tratta di una misura che si poteva prendere alla leggera: per quanto sia complesso interpretare dai testi la vera natura dell’ostracismo, secondo gran parte degli autori questo riguardava soprattutto quegli individui di cui si poteva temere che inseguissero qualche forma di potere personale o potessero instaurare una tirannide. Eppure nel caso di Aristide, ostracizzato nel 482, due anni prima della grande invasione di Serse, come anche in quello di Cimone vent’anni dopo, non sembra esserci nessun rischio di tirannide. Preferisco dunque dare un’altra interpretazione, anch’essa molto antica: quando l’antagonismo politico raggiunge una soglia troppo elevata, magari cristallizzandosi su due persone che incarnano due campi opposti, e l’unità del corpo politico è minacciata, si cerca di rimediare allontanando per un decennio il rappresentante di uno dei due campi. Nel 482, per esempio, effettivamente sussiste un antagonismo tra il partito di Temistocle (più democratico in un certo senso, partigiano di una certa politica militare nei confronti dei Persiani, della creazione di un potere marittimo e della costruzione di una flotta importante) e quello di Aristide (portavoce di una tendenza più conservatrice e rurale). Due anni dopo la sua condanna, d’altronde, Aristide riceverà l’amnistia, perché le differenze si erano stemperate di fronte al comune nemico. Non bisogna dimenticare che i Greci in generale, e gli Ateniesi in particolare, avevano serie ragioni di cercare di limitare l’intensità dell’antagonismo e del conflitto politico nella città, per via della loro naturale inclinazione verso la divisione e il conflitto interno in tutte le sue forme: dissensi, guerre civili, ed eventualmente massacri.</p>
<p>Ma la disposizione più sorprendente da questo punto di vista, soprattutto per una sensibilità moderna, è quella che Aristotele segnala nella <em>Politica </em>(1330a20), di cui vi ho già parlato. Quando bisogna prendere una decisione su un conflitto con una città confinante, i cittadini che abitano vicino alla frontiera sono esclusi dalla deliberazione. Questo perché ovviamente rischiano di preoccuparsi dei rischi che pesano sui loro campi, raccolti bruciati e ulivi tagliati, invece che dell’interesse generale della polis: insomma perché non sono in grado di pronunciarsi in quanto cittadini. La decisione comune riguarda la comunità e porta sul generale, e se ci sono persone alle quali non è possibile chiedere di far astrazione della loro particolarità, essi non dovranno partecipare al voto. È evidente la differenza radicale tra questa concezione della politica e del corpo politico e quella contemporanea, secondo cui la politica non è altro, de facto e de jure, che una specie di insaccato composto da tanti interessi particolari. Si parla di bene comune ma in realtà si pensa a come mediare tra gli interessi dei lavoratori e quelli delle aziende, degli insegnanti e degli allievi, dei malati e degli studenti di medicina, dei ministri della salute e di quelli dell’educazione, dei partiti socialisti e di quelli comunisti, o dei centristi e dei gollisti, dei viticoltori e degli utenti di autobus… Questa è la politica oggi. Nulla di più lontano rispetto all’idea antica secondo cui è necessario tenersi a distanza, per quanto possibile, da tutti gli interessi particolari.</p>
<p>Va da sé che questo non è mai del tutto possibile, o meglio che questo è tanto più difficile quanto la società è divisa tra gruppi d’interesse. Vorrei tornare qui ad Hannah Arendt, che diceva che nella politica greca antica c’è una cancellazione di quello che lei chiama il “sociale”, e che questo principio dovrebbe essere generalizzato. Credo che abbia torto, perché nella concezione greca della politica (direi in ogni concezione della politica degna di questo nome), la politica riguarda la generalità, e la comunità non può permettere che le decisioni siano adottate in funzione di interessi particolari, settoriali. Si può dunque dire, assieme a Arendt, che bisogna escludere l’economico e il sociale dalla sfera del politico; oppure si può dire, come faccio io (ed è completamente diverso), che per evitare ogni interferenza degli interessi sulla sfera politica bisogna trasformare la materia sociale in modo tale che queste divisioni d’interessi non possano più determinare l’essenza del gioco politico. È sbagliato scivolare logicamente dall’idea giustissima che la politica non coincide con la sfera degli interessi (o precisamente non coincide con la sfera degli interessi biologici), all’idea che si debba escludere dalla politica il sociale e l’economico. Perché significa ignorare che dal momento in cui la divisione degli interessi assume una grande importanza in una società – come avviene inevitabilmente non appena ci si allontana dalle società arcaiche – diventa utopistico immaginare una sfera politica che funzioni autonomamente dalla sfera sociale ed economica. Questo problema – intravisto e rapidamente occultato, su cui inciampano sia la Rivoluzione francese che la Costituzione americana – è anche, in un certo senso, quello di Tocqueville. La relativa uguaglianza sociale che ravvisava in America era secondo lui la <em>condizione</em> stessa del gioco democratico, e proprio nella tendenza generale <em>verso</em> l’uguaglianza delle condizioni vedeva il segno caratteristico della modernità. Ma la questione economica e sociale non viene di fatto presa in considerazione dal primo movimento istituente nelle colonie del New England. Arendt se ne rallegra, come se questo non fosse precisamente uno dei fattori determinanti di quell’evoluzione della società americana che lei stessa deplora. Per Tocqueville la questione è diversa, anche perché scriveva negli anni 1835-’40 (il suo viaggio è del 1831-’32), ma anche tenendo conto di questo bisogna riconoscere che il suo sguardo è stranamente selettivo, perché la differenziazione economica è già fortemente presente e ha già un’influenza sul funzionamento delle istituzioni. La questione, quale si pone per noi oggi, è questa: fino a dove deve andare, fino a dove può andare, e a che prezzo forse, la trasformazione della materia socioeconomica, se vogliamo che un autogoverno della società sia possibile? A ogni modo il sociale, nel senso limitato dato da Arendt al termine (che non è né il senso classico né quello che gli do io), la sfera economico-sociale se vogliamo, non può essere abbandonato con il pretesto che la politica non ha nulla a che vedere con gli interessi particolari.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> [Castoriadis dedica un seminario a Platone nel 1986, ora in C. Castoriadis, <em>Sur</em> Le Politique <em>de Platon</em>, Seuil, Paris 1999]</p>
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		<title>I fantasmi del futuro  (Teatro Rossi Aperto)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-88097" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/unnamed.jpg" alt="" width="512" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/unnamed.jpg 512w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/unnamed-300x230.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/unnamed-250x191.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/unnamed-200x153.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/unnamed-160x123.jpg 160w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il demanio, per me che vengo da un posto di mare, è la spiaggia ceduta in concessione a uno stabilimento balneare. Il dizionario mi spiega che in quella parola straniera non devo sentire riecheggiare il domaine delle vigne di Bourgogne, ma lo Stato e il bene comune. Mi si dice, con un misto di cinismo e buona coscienza, che il demanio è “il complesso dei beni appartenenti allo stato e destinati all&#8217;uso diretto o indiretto dei cittadini”. Naturalmente, a difesa di un complesso di beni, lo Stato ha istituito un’apposita Agenzia. Da qualche giorno questa saggia Agenzia del Demanio ha messo lucchetti nuovi al Teatro Rossi sito in Pisa, per proteggerlo però dal libero uso dei suddetti cittadini che per otto anni l’avevano autogestito. Il 27 settembre del 2012, un gruppo piuttosto vivace di studenti, intermittenti dello spettacolo, precari della scuola e dell’università, insieme a diversi abitanti del quartiere, avevano inteso solo “riaccendere i riflettori” su un luogo magnifico e perduto. Alcuni di loro venivano dalla lotta contro la riforma Gelmini, altri erano ispirati dall’occupazione del Teatro Valle, avvenuta nell’estate precedente, altri ancora volevano solo manifestare l’assurdità di tenere serrato un posto di cui forse si poteva fare buon uso senza attendere chissà quali interventi del Comune, della Regione o dello Stato. Con tutta evidenza (e c’era da aspettarselo), il Demanio non pensa, quando sostiene che chiudere il Teatro sia necessario per ripristinare la legalità: non è mai accaduto niente di illegale in quel posto. Né gli riesce di pensare quando dice di voler realizzare un restauro filologico da sei milioni di euro.</p>
<p style="text-align: justify;">Indipendentemente dal fattore economico, solo un automa ottuso può immaginare che sia possibile e che abbia senso riportare il Teatro Rossi a com’era nel 1771, quando è stato costruito. Meglio allora farci un deposito di biciclette, come non ha esitato a fare il Comune per molti anni, o pensare di smembrarlo e di usare il retropalco per gli uffici e la mensa della Cassa di Risparmio. Se avessero pensato anche solo un istante, anche solo per errore, i funzionari dell’Agenzia del Demanio avrebbero visto che la soluzione al problema del Teatro Rossi era già sotto gli occhi di tutti. Sarebbe stato sufficiente non dico sostenere, ma almeno non ostacolare coloro che dal 2012 hanno riaperto il teatro. Al Teatro Rossi Aperto, in questi anni, è accaduto tutto ciò che di buono poteva accadere in uno spazio libero come quello. Ci sono state permanenze di artisti, concerti classici e moderni, spettacoli di prosa, set cinematografici, eventi poetici, mostre fotografiche, conferenze di letteratura e filosofia, assemblee di quartiere, feste domenicali. L’ingresso si è trasformato spesso in aula studio e la saletta accanto ha ospitato persino una radio. Ricordo un illustre professore che ha tenuto avvinghiato alle sedie scomode del foyer un centinaio di persone, leggendo e commentando gli idilli leopardiani. Io stesso, una sera, devo essermi affacciato da un palchetto per condividere con un pubblico avvolto in volenterose coperte rosse <em>Al mondo</em> di Zanzotto e <em>La ragazza Carla</em> di Pagliarani.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisognava confondere le acque, attraversare gli spazi che separano i saperi, alternare le pratiche, far cozzare l’aulico e il prosaico, pulire i corridoi recitando un Amleto di meno, custodire gli stucchi come fossero istallazioni postindustriali. Certo, i grandi spazi di un palco senza quinte, nonché i palchetti dei piani alti e la galleria sono sempre stati frequentati con una certa riluttanza. Erano disabitati e trascurati da troppi anni per non destare il rispetto e il timore di chi tornasse ad avvicinarli. Dovevano essere abitati da molti fantasmi. Ma una volta volati via gli uccelli che per decenni ne hanno misurato gli spazi aerei, accanto a quelli del passato si erano fatti vivi anche i fantasmi del futuro. Frequentavano il freddo di quel luogo, con gli strati di tempo che custodiva, immaginando che quel teatro non era ormai più soltanto la sua antica scena, ma doveva anche restare un deposito di biciclette, un passage tra le aule universitarie di Palazzo Ricci e i ritrovi in Piazza Dante, un’eco di Carovane e Cavalieri, un capannone in disuso riadattato a teatro moderno. Le immagini del suo futuro, proiettate per otto anni in quell’antro profondo di cui la città di Pisa aveva dimenticato persino l’esistenza, sono diventate la stagione presente e viva del Teatro Rossi Aperto. Le ritroverete al loro posto, a raccontare l’insuperabile stupidità dello Stato, ma anche la gioia con cui è ancora possibile costruire un luogo comune.</p>
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		<title>da &#8220;Utopie Letali&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2014 07:30:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Da quando, più di tre anni fa, è iniziata l&#8217;avventura di &#8220;alfabeta2&#8221;, ho cominciato a seguire il lavoro di Carlo Formenti, e mi è parso ben presto insostituibile all&#8217;interno della costellazione teorica dell&#8217;anticapitalismo di sinistra. Insostituibile, innanzitutto, per la sua capacità di criticare parole d&#8217;ordine che in questi anni hanno facilmente attecchito tra le file [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Da quando, più di tre anni fa, è iniziata l&#8217;avventura di &#8220;alfabeta2&#8221;, ho cominciato a seguire il lavoro di Carlo Formenti, e mi è parso ben presto insostituibile all&#8217;interno della costellazione teorica dell&#8217;anticapitalismo di sinistra. Insostituibile, innanzitutto, per la sua capacità di criticare parole d&#8217;ordine che in questi anni hanno facilmente attecchito tra le file della pur dispersa sinistra radicale. Parole d&#8217;ordine spesso elaborate in laboratori universitari e poi date per buone dai movimenti. In questo suo libro appena uscito, di cui pubblichiamo le conclusioni, è possibile anche leggere la parte propositiva della sua riflessione. a. i.]<span id="more-47749"></span></em></p>
<p>di <strong>Carlo Formenti</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><em>Conclusioni<b><br />
</b></em></p>
<p>Se un libro è riuscito a spiegare al lettore le idee che l’autore desiderava trasmettergli, non dovrebbero servire conclusioni: queste spetterebbero al lettore, piuttosto che all’autore (che si presume abbia già detto tutto ciò che voleva dire). Se non c’è riuscito, le conclusioni non potranno ovviare al fallimento. Ma le conclusioni sono un rito editoriale cui nessuno può sottrarsi, perciò, pur arrendendomi alla tradizione, cercherò di tributarle un omaggio limitato. Perciò le pagine che seguono, per la gioia del lettore che ha già affrontato un lungo percorso, saranno le più sintetiche possibili. In questo lavoro, il dibattito teorico e la descrizione dei fatti sociali, politici ed economici sono strettamente intrecciati. Per facilitare quest’ultimo passaggio proverò tuttavia ad esporli separatamente.</p>
<p>Sul piano teorico il libro espone quattro tesi. La prima (capitoli I e II) afferma che la crisi in corso è sintomo di un irreversibile mutamento del modello di accumulazione capitalistica. Tale processo comporta, oltre ai processi di finanziarizzazione e globalizzazione, già analizzati da una serie di autori, un radicale cambiamento dei rapporti di forza fra le cassi sociali che si esprime: 1) nello smisurato arricchimento dei già ricchi e nel progressivo immiserimento dei già poveri e delle classi medie, le quali facevano in precedenza da cuscinetto fra base e vertice sociali; 2) nello smantellamento dello stato sociale, accompagnato da estese privatizzazioni e dalla trasformazione in servizi commerciali di una quota crescente di attività che prima rientravano nelle sfere delle relazioni private, famigliari e comunitarie; 3) nella frammentazione del proletariato dei Paesi occidentali e nella parallela crescita di grandi masse proletarie nei Paesi in via di sviluppo; 4) in una evoluzione dei sistemi politici che segna il divorzio fra mercato e democrazia: gli stati nazione &#8211; privati di quote importanti della loro sovranità, trasferite ad agenzie internazionali, megaimprese private, aggregati politici regionali, ecc. – si trasformano in regimi postdemocratici incaricati di gestire gli interessi locali del capitale globale.</p>
<p>La seconda tesi (capitoli III, IV, V, VI) rovescia il paradigma – caro a postoperaisti, teorici dell’economia della conoscenza, cantori della Rete come ambiente di una “economia del dono”, profeti del lavoro autonomo, ecc. – secondo cui i <i>knowledge workers</i> rappresenterebbero una sorta di avanguardia economica, sociale, politica e culturale destinata a guidare la transizione quasi indolore verso una civiltà postcapitalista. A questa visione viene contrapposta l’idea secondo cui questo strato, dopo le due crisi che hanno squassato il primo decennio del 2000, si è spaccato in due componenti, la prima delle quali è stata integrata/cooptata nella stanza dei bottoni, mentre la seconda è precipitata nel proletariato dove, tuttavia, non rappresenta l’avanguardia bensì il fianco molle della classe, quello più esposto all’offensiva nemica. Viceversa, analizzando la composizione di classe a livello planetario, emergono nuove forze – la classe operaia dei Brics, le masse indigene e contadine dell’America Latina, i lavoratori precari del terziario arretrato negli Stati Uniti e in Europa, i migranti che si  spostano a milioni in tutto il mondo, ecc. – che incarnano una controtendenza verso la concentrazione di enormi energie antagoniste al sistema capitalistico.</p>
<p>La terza tesi (capitoli VII, VIII, IX) riapre il dibattito sull’organizzazione politica. Trent’anni (1980 – 2010) di esperienze politiche caratterizzate dai “nuovi movimenti” – femminismo, ambientalismo, pacifismo, No Global, fino alle più recenti insorgenze di Primavera Araba, Occupy Wall Street e Indignati – dimostrano che la rinuncia alla centralità del soggetto di classe e la sua sostituzione con identità di genere, culturali, di status, ecc., hanno determinato il crollo della capacità delle sinistre &#8211; radicali e non &#8211; di contrastare l’attacco del capitale. Spontaneismo (si presume che i movimenti si auto organizzino e debbano respingere le interferenze esterne), culturalismo (si ripudia la collocazione produttiva come criterio identitario) , “orizzontalismo”, (caro a neoanarchici, postoperaisti e movimenti “incantati” da Internet) hanno provocato l’incapacità dei movimenti di coordinarsi, sedimentare memoria delle proprie esperienze, adottare obiettivi, programmi e forme organizzative comuni. Inoltre questo miscuglio di ideologie antigerarchiche, antistataliste, antiautoritarie, orientate alla rivendicazione di diritti individuali/personali (esito della lunga deriva postsessantottina) sono contigue ai valori della cultura liberale, se non addirittura liberista (è il caso delle idee anarcocapitaliste che prevalgono in molte culture cyber). È chiaro che non si viene a capo di questa regressione riproponendo il modello novecentesco del partito di classe; ma tanto meno se ne viene a capo assecondando il rifiuto di ogni organizzazione politica strutturata – che ironicamente genera conventicole guidate da piccoli leader carismatici. È possibile recuperare l’idea del partito come espressione di interessi di una parte sociale contro la mistificazione di un presunto “interesse generale”, in un’epoca in cui la parte è esplosa in pezzi? Sì, se si riparte dai pezzi senza chiedere loro di rinunciare alla propria specificità, se si immagina, cioè, un modello federativo che riunisca identità differenti – andando oltre l’obsoleta distinzione fra partiti, sindacati, movimenti, associazioni, ecc. – ma convergenti su un programma di opposizione antagonista.</p>
<p>La quarta tesi (capitolo X) &#8211;  conseguenza logica delle precedenti &#8211; afferma la necessità di tornare a riflettere sul concetto di transizione. Contro le nuove teorie del crollo che predicano che il comunismo è immanente al nuovo modo di produrre, per cui basterebbe che la gente se ne accorgesse per mandare in pensione il capitalismo; contro il mito (femminista e non solo) secondo cui la rivoluzione si fa “partendo da sé”, modificando la psicologia e l’antropologia personali, piuttosto che attaccando direttamente  i rapporti economici e politici di dominio;  contro l’idea che si possa arrivare a cambiare il mondo attraverso una lunga marcia dei diritti; contro le utopie “benecomuniste” che pensano si possa cancellare con un tratto di penna “costituente” millenni di diritto pubblico e privato, si sostiene che partito e stato vanno riprogettati come strumenti della transizione al postcapitalismo, e che, a questo fine, rivisitare le teorie gramsciane sul “farsi stato” e sull’egemonia delle classi subalterne è assai più utile delle chiacchiere sul “potere costituente”  delle moltitudini.</p>
<p>Come accennavo all’inizio di queste annotazioni conclusive, nel libro tesi teoriche e descrizioni dei fenomeni empirici sono intrecciate. Fanno eccezione il primo e il terzo Interludio: il primo è un elenco di crudi fatti – al limite della cronaca – per far capire al lettore quali effetti stiano producendo le mutazioni economiche e politiche che stiamo vivendo. Fame, miseria, perdita di dignità, riduzione in schiavitù, negazione dei più elementari diritti alla salute, all’istruzione, alla casa e a una vita decente sono destino comune di milioni e milioni di esseri umani, non solo nei Paesi che un tempo chiamavamo Terzo Mondo e oggi si sono conquistati i galloni di nazioni in via di sviluppo, ma anche nei paesi ricchi. Il terzo è a sua volta un repertorio di fatti che illustrano il processo di colonizzazione della Rete da parte di corporation e governi – processo che ha trasformato Internet da luogo (mitico) delle speranze di democrazia diretta, fine della scarsità, libero accesso alla conoscenza, economia del dono, trasparenza, controllo dal basso, ecc. nell’incubo di oggi, nel nuovo Panopticon che ha ispirato il film di Terry Gillian, “The Zero Theorem”, e nel regno della manipolazione di consumatori, utenti e cittadini da parte di un pugno di marchi monopolistici e dei politici al loro servizio.</p>
<p>Il secondo Interludio è un’eccezione di segno opposto, in quanto si tratta di un inciso teorico sull’attualità delle teorie di Marx, Lenin e Gramsci. Il che, assieme ad altre tesi esposte nel libro, mi varrà la duplice accusa di avere rinnegato le radici operaiste ed essermi convertito alla più classica delle ortodossie. Nella prima accusa c’è del vero: del discorso post o neo operaista, dal quale mi ero già allontanato in precedenti lavori, qui resta solo il riferimento alla categoria di composizione di classe, che considero irrinunciabile non solo per capire l’attuale realtà del capitalismo, ma anche per prendere atto del tramonto di un paradigma il cui contenuto di verità si fondava sulla contingenza storica dell’organizzazione fordista del lavoro. Non sono invece disposto ad avvallare il giudizio di “classicismo” neomarxista: è vero che in questo lavoro le idee di Marx, Gramsci e Lenin, hanno un peso tutt’altro che trascurabile, ma è anche vero che, per molti aspetti, le mie idee si distanziano da quelle dei maestri. Non credo, per esempio, che la fine del capitalismo sia un destino immanente alla logica di questo modo di produzione: penso che per farlo finire occorra un progetto rivoluzionario cosciente e organizzato; non credo che la civiltà (comunista o quel che sarà) che succederà a quella capitalista sarà scevra da contraddizioni: penso che i conflitti di genere, interculturali e altri resteranno anche se assumeranno forme diverse, in barba a ingenui ottimismi antropologici; non credo che il partito potrà mantenere le forme novecentesche: credo che dovrà assumere forme adeguate a organizzare/rappresentare un corpo di classe che si è fatto articolato e complesso; credo ancora che lo Stato borghese vada distrutto, ma non credo che lo Stato si estinguerà: penso che subirà radicali mutazioni a mano a mano che le classi subalterne riusciranno a farsi stato. Ci sono altre differenze, ma lascio al lettore, se ne avrà tempo e voglia, il compito di scoprirle.</p>
<p>°</p>
<p>[Carlo Formenti, <em>Utopie letali</em>, Jaca Book, Milano, 2013.]</p>
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		<title>Due letture del decennio sicuritario (Fassin e Matelly Mouhanna)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jun 2012 10:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Andrea Inglese e Simone Morgagni L’ossessione per la sicurezza in Francia non data certo della presidenza Sarkozy e nemmeno della sua zelante attività di ministro degli Interni all’epoca della presidenza Chirac, ma è senz’altro durante il decennio appena trascorso che il paese è diventato un vero e proprio laboratorio “sicuritario”. Sul piano della propaganda [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>Di <strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Simone Morgagni</strong></p>
<p><em>L’ossessione per la sicurezza in Francia non data certo della presidenza Sarkozy e nemmeno della sua zelante attività di ministro degli Interni all’epoca della presidenza Chirac, ma è senz’altro durante il decennio appena trascorso che il paese è diventato un vero e proprio laboratorio “sicuritario”. Sul piano della propaganda politica, l’enfasi sul tema della sicurezza ha permesso a Sarkozy non solo di strappare voti all’elettorato di estrema destra, ma anche di accentuare il proprio vantaggio sui socialisti. <span id="more-42726"></span>Questi ultimi, infatti, nonostante i ripetuti sforzi per seguire la destra sul suo terreno prediletto, sono rimasti sempre meno convincenti in materia di repressione e xenofobia. Per mantenere però il monopolio politico su un tema così fecondo, Sarkozy si è dovuto spendere in un continuo attivismo sul duplice fronte giuridico e poliziesco. A partire dalla “legge di orientamento e di programmazione per la sicurezza interna” (LOPSI I), da lui sostenuta come ministro degli Interni nell’agosto 2002, il sito <a href="http://owni.fr/">OWNI</a> censiva, nel gennaio 2011, 42 leggi in materia di sicurezza, una ogni due mesi e mezzo. A questa frenesia legislativa, Sarkozy, prendendo a modello Rudolph Giuliani, affiancava un “nuovo management della sicurezza”, costituito da continui e sbandierati controlli della “produttività” in materia di repressione del crimine. </em></p>
<p><em>Ora che il decennio “sicuritario” si chiude con la sconfitta politica di Sarkozy, ci si può chiedere come si siano nel frattempo modificate le pratiche delle forze dell’ordine all’interno della società francese. Da diversi anni, in Francia, le scienze sociali hanno contribuito ad esplorare il funzionamento delle istituzioni di polizia, notoriamente opache a studi indipendenti e analisi critiche. Abbiamo scelto di parlare di due tra i lavori più recenti e significativi, quello di Didier Fassin,</em> La force de l’ordre. Une antropologie de la police des quartiers <em>(Seuil, 2011), studioso di scienze sociali a Princeton e all’EHESS di Parigi, e quello di </em><em>Jean-Hugues Matelly e Christian Mouhanna</em><em>,</em> Police: des chiffres et des doutes. Regard critique sur les statistiques de la délinquance <em>(Editions Michalon, 2007), ufficiale di gendarmeria e sociologo il primo, ricercatore e specialista di questioni di polizia il secondo.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’interesse del libro di Fassin nasce dal fatto che, rispetto a un’ormai ricca letteratura francese sull’argomento, la sua è un’indagine di territorio, realizzata per osservazione diretta secondo i metodi dell’etnografia contemporanea. Questo non impedisce all’autore di utilizzare un’ampia documentazione di carattere statistico né gli preclude di sviluppare un quadro interpretativo ampio. Secondo Fassin, la polizia non può essere considerata come il mero strumento armato della classe dominante. Si tratta di un corpo intermedio tra potere politico e società, di cui va studiata la specifica cultura istituzionale e l’autonomia relativa. Ciò vale anche nel caso della polizia francese che, essendo una polizia di Stato, è gestita in modo centralizzato a livello nazionale e tende a dipendere dagli orientamenti ideologici provenienti dal Ministro degli Interni e dal Presidente della Repubblica.</p>
<p>Fassin ha seguito per 15 mesi (dal maggio 2005 al febbario 2006 e dal febbraio 2007 a giugno 2007) le ronde diurne e notturne della BAC, la Brigata Anti-Criminalità, un corpo speciale in abiti civili creato a metà degli anni Novanta con lo scopo specifico di reprimere la criminalità dei cosiddetti quartieri “sensibili”. La BAC costituisce un osservatorio privilegiato per cogliere gli effetti reali, e non più propagandistici, delle politiche contro l’insicurezza. In primo luogo, la BAC gode, all’interno della polizia, di una notevole autonomia, che favorisce comportamenti spesso illegali e in ogni caso estranei a qualsiasi deontologia istituzionale. I membri della BAC, reclutati tramite domanda volontaria e per cooptazione dei superiori, sono considerati i “duri” del mestiere, ossia impermeabili più di altri a controlli e sanzioni. In secondo luogo, essi intervengono laddove, secondo l’immaginario condiviso, il disordine e il crimine sono di casa: le periferie urbane povere, caratterizzate da una popolazione giovane e d’origine africana, seppure per lo più di nazionalità francese.</p>
<p>Fassin nel corso della sua narrazione mette progressivamente in scena la contraddizione che si situa al cuore del dispositivo sicuritario. Le forze dell’ordine si trovano innanzitutto a risolvere una difficile equazione: in un contesto di strutturale calo della criminalità, devono legittimare, di fronte al potere politico, un aumento di produttività nella repressione: ossia un numero maggiore di arresti e di risoluzione dei reati. Sul terreno concreto della BAC questo si traduce in un quotidiano scenario tragi-comico fatto per lo più di sconsolata inazione, di qualche convulso ma quasi sempre vano intervento a seguito di una segnalazione giustificata, e infine di ripetuti controlli d’identità, alla ricerca di un possibile consumatore d’hashish o di qualche immigrato clandestino da poter arrestare. L’aspetto comico riguarda l’inefficacia di tanto dispiego di uomini e mezzi a fronte di quelli che sono gli obiettivi espliciti delle forze dell’ordine, ossia furti, aggressioni, vandalismi. L’aspetto tragico riguarda, invece, l’obiettivo inconfessabile di tanto protagonismo, che non è quello di prevenire il crimine e mantenere l’ordine pubblico, ma piuttosto quello di rafforzare un <em>ordine sociale</em> strutturalmente ingiusto e discriminatorio. Gli agenti della BAC, ripetendo controlli d’identità e brutali perquisizioni nei confronti di adolescenti che ben conoscono, compiono una pedagogia della mortificazione, nel corso della quale – come scrive Fassin – “l’abitudine dell’umiliazione deve produrre l’habitus dell’umiliato”<strong>(1)</strong>.</p>
<p>Una parte importante del libro di Fassin è dedicata a questa fenomenologia dell’umiliazione, a cui gli uomini della BAC in particolare sottopongono i loro bersagli privilegiati, i giovani dei quartieri popolari d’origine africana. L’abuso poliziesco pubblicamente riconosciuto – dalle torture all’omicidio involontario –, pur producendo ogni anno in Francia un certo numero di vittime, non è che la punta dell’iceberg di una più banale e ordinaria violenza. Quest’ultima non è necessariamente riconducibile alla sua manifestazione fisica e può concretizzarsi come violazione della dignità della persona. Posto che questa violenza risponde a una specifica ma inammissibile funzione – ricordare ai cittadini di second’ordine qual è il loro posto di fronte allo Stato –, essa presenta tuttavia dei costi enormi per la società nel suo insieme. Scrive l’autore: “Inefficaci rispetto agli obiettivi, umilianti per gli abitanti, pericolose per i poliziotti e costose per le finanze pubbliche, queste pratiche hanno potuto svilupparsi in virtù del fatto che non sono state oggetto di una valutazione, come invece dovrebbe accadere per ogni azione pubblica”<strong>(2)</strong>.</p>
<p>Al di là del fumo negli occhi rappresentato dalla “politica delle cifre”, Fassin invita ricercatori, cittadini, forze dell’ordine e classe politica a riflettere su queste contraddizioni fondamentali, che sempre più difficilmente possono lasciar coesistere il mito repubblicano dell’integrazione e della legge uguale per tutti con le violazioni sistematiche dei diritti di una parte della popolazione.</p>
<p><em>Police: des chiffres et des doutes,</em> di Jean-Hugues Matelly e Christian Mouhanna, è un brillante lavoro di sociologia della polizia dall’interesse almeno duplice. Da un lato mostra i limiti della sola riduzione a risultati statistici del lavoro delle forze dell’ordine, individuando i rischi che tale riduzione comporta non solo a livello politico, ma anche per il funzionamento della stessa istituzione poliziesca. Dall’altro, espone il punto di vista critico verso la propria istituzione del comandante Matelly, nella sua doppia veste di gendarme<strong>(3)</strong> e ricercatore associato a un laboratorio del <em>Centro Nazionale della Ricerca Scientifica </em>(CNRS).</p>
<p>Quella che Matelly e Mouhanna sviluppano è una vera e propria critica della ragion statistica che non si limita all’uso che ne fa l’istituzione poliziesca, ma investe anche la pretesa degli organismi politici di monitorare e sviluppare le proprie azioni attraverso una valutazione che presenti i criteri formali dell’obiettività scientifica. Questo lavoro non si limita a criticare il ricorso quasi esclusivo allo strumento apparentemente più neutro offerto dalla scienza contemporanea: la logica statistica o, come più volte sostenuto in pubblico negli ultimi anni, le “cifre indiscutibili”. Una volta messo in dubbio il valore epistemologico assegnato al dato statistico, a essere intaccata è la rappresentazione stessa del fenomeno “crimine”, la cui conoscenza non può essere che parziale e dipendente dalla produzione stessa delle statistiche. La politica delle cifre, imposta con forza alle istituzioni poliziesche francesi dal 2002, sostituisce, infatti, alla statistica come strumento d’analisi e alla valutazione della qualità del servizio offerto ai cittadini una più becera ricerca di un risultato stabilito a priori. Il raggiungimento di quest’ultimo, inoltre, diventa condizione di ottenimento di finanziamenti e premi salariali di produttività nella più tipica logica liberista già applicata ad altri ambiti istituzionali.</p>
<p>Tuttavia, anche prescindendo dal dubbio valore rappresentativo che le statistiche di polizia hanno riguardo al fenomeno della criminalità, e dai molteplici errori, strategie e possibilità di manipolazione dei dati che gli autori identificano, la critica annidata in queste pagine riguarda sopratutto rapporti tra le sfere politica, poliziesca e pubblica. Non solo, infatti, si impedisce che l’azione delle forze dell’ordine sia valutata da un attore indipendente<strong></strong>, ma in una società ad alta complessità giuridica, dove i crimini potenziali sono quasi infiniti, nessuna efficace procedura di classificazione è messa in atto per migliorare il valore delle statistiche ottenute. Sola rimane la politica dell’annuncio, la dichiarazione volta a rassicurare l’opinione pubblica.</p>
<p>La ragion statistica decreta allora di per sé il successo o l’insuccesso governativo, fungendo, a seconda dei casi, da volano o da peso insostenibile per le carriere politiche. Ma, per i membri delle forze dell’ordine, essa può anche diventare causa di perdita di credibilità nella propria gerarchia e nel sistema politico.</p>
<p>Consideriamo, a titolo esemplificativo, l’<em>Affaire Matelly</em>. Più volte ammonito dalla propria gerarchia in seguito alla pubblicazione, nella sua veste di ricercatore, di articoli critici verso la propria istituzione e, al tempo stesso, premiato e apprezzato per la chiarezza delle sue analisi, il comandante Matelly è stato accusato di essere venuto meno all’obbligo di riservatezza cui ogni militare è sottoposto e radiato in seguito alla pubblicazione di un articolo sulla riforma della Gendarmeria da lui cofirmato nel 2008 sul quotidiano online “Rue89”. Dopo forti, ma apparentemente inutili proteste provenienti sia dall’interno della Gendarmeria che dal mondo della ricerca, Matelly è stato reintegrato il 12 gennaio 2011 in seguito a una decisione del Consiglio di Stato che ha considerato la punizione sproporzionata rispetto alle accuse. Cionostante, il mancato esplicito riconoscimento del suo diritto di ricerca l’ha obbligato a sospendere la propria partecipazione alle attività del CNRS, non potendo, per via del proprio statuto, garantire l’indipendenza intellettuale che il ruolo di ricercatore richiede. Emerge così pubblicamente l’attrito esistente tra queste due componenti dello Stato. L’istituzione poliziesca, sottoposta alla forte pressione politica, ha applicato una politica di progressiva chiusura e, non potendo attaccare direttamente i risultati scientifici ottenuti da Matelly, non ha trovato altra via che punirlo ledendone in tal modo i diritti di cittadinanza e di espressione e scaricando in conclusione sul singolo il peso intero dello scontro istituzionale. Tuttavia, se in passato scontri di questo tipo erano più rari e risolti senza clamore, il cambiamento dei rapporti istituzionali e la tensione che li caratterizza a seguito della nuova cultura del risultato sembrano oggi renderli più aspri, più frequenti e, fortunatamente per l’opinione pubblica, potenzialmente più visibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p>1) Didier Fassin, <em>La force de l’ordre. Une anthropologie de la police des quartiers</em>, Seuil, Paris, 2011, p. 145.</p>
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<p>2) <em>Ibidem</em>, p. 329.</p>
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<div>
<p>3) La Gendarmeria francese, corpo militare controllato dal Ministero dell’Interno, è l’equivalente dei Carabinieri italiani, primariamente dedito al controllo del territorio rurale (quello cittadino essendo attribuito alla Polizia Nazionale).</p>
<p><em>[Questo articolo è apparso sul numero di giugno di &#8220;alfabeta2&#8221;]</em></p>
</div>
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<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<title>APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 05:00:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38458" title="flag" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg 912w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento. La crisi attuale di questa nostra Nazione, della quale festeggiamo ora il 150° compleanno, è sotto gli occhi (e la penna) di tutti. Ed è ormai chiaro che una sua rinascita, in continuità con i valori risorgimentali, gli stessi che hanno ispirato la liberazione dal fascismo, e dalla quale è nata la Costituzione, non potrà realizzarsi nel quadro della politica attuale. Né questa sinistra catalettica né questa destra adulterata (non sto negando le differenze tra destra e sinistra, non mi si fraintenda), sapranno proporre una qualsivoglia soluzione, senza un risveglio e il pungolo di una larga banda di cittadini, senza l’intervento trainante di individui che si battano per quegli stessi ideali dai quali è nato il nostro stato unitario e indipendente. Mi permetto insomma, dall’alto della mia abissale ingenuità di narratore (non ignara tuttavia di quanto è stato scritto nel corso di due secoli sul carattere degli italiani, e quindi scientemente velleitaria, ma alla luce di qualche recente sintomo forse anche realista), di vagheggiare un nuovo Risorgimento.</p>
<p>Gli attori principali di tale nuovo Risorgimento, che per comodità chiamo “noi”, saranno i seguenti:</p>
<p>1) le donne a cui ripugna l’avvilimento mercificato del corpo femminile propugnato dal Presidente del Consiglio e dai suoi seguaci, e che non intendono avallarlo in alcun modo; il loro Risorgimento consisterà nel rifiutarsi di assistere all’offesa quotidiana e rituale della loro dignità più intima, spegnendo la televisione al primo scosciamento o decerebramento vaginale, e impedendo ai loro congiunti e familiari di sesso maschile di fruirla; e naturalmente facendolo sapere, dispiegando per esempio alla finestra un drappo rosa: chi passerà capirà; sappiano far capire che questa loro lotta, beninteso estesa alle strade e ai luoghi di lavoro, è in difesa della loro libertà, anche appunto sessuale, di cittadine e di donne per nulla inibite;<span id="more-38422"></span></p>
<p>2) i cattolici scioccati dall’inscusabile amoralità e machiavellismo della Chiesa nei confronti di chi detiene il potere e ne abusa per loschi fini personali; questi credenti denuncino gli interventi e le pratiche agli antipodi dei valori fondamentali della religione in cui credono, e perpetrate nell’unico fine di fortificare il dominio temporale della Chiesa; consci che i patrioti del Risorgimento non erano anticattolici e antireligiosi (come viene ripetuto), ma anzi per la stragrande maggioranza cattolici liberali o democratici, lottino come hanno fatto i loro predecessori contro l’arroganza clericale e per il libero arbitrio di ogni cittadino (cattolico o non cattolico); senza dimenticare che la Chiesa ha demonizzato e avversato per decenni i valori di libertà che oggi riteniamo sacrosanti, forzino – nell’interesse il clero a non immischiarsi nella conduzione della Nazione laica, laica e variegata, alla quale appartengono;</p>
<p>3) gli insegnanti che reputano (lo hanno imparato studiando la storia), che il Risorgimento, con i suoi limiti (non maggiori di quelli dei vari percorsi verso le grandi democrazie), è stata una tappa fondamentale e bella della nostra storia, che ha permesso alla nostra nazione di costituirsi in Stato nazionale liberale, attutendo in tempi molto rapidi la macroscopica arretratezza sociale e economica, e aprendo la via alla libertà degli individui e all’uguaglianza di opportunità di cui godiamo ora, dopo l’intermezzo fascista; ma anche i presidi, e tutti quelli che lavorano nell’insegnamento e che ritengono che la scuola pubblica sia fondamentale per imparare a vivere assieme, e per creare uno zoccolo di valori e di comportamenti sociali condivisi, così come la coscienza di appartenere a una stessa comunità nazionale; tutte queste persone denuncino le interessate falsità che si dicono sul Risorgimento, e sappiano che siamo riconoscenti nei loro confronti: si battano giorno per giorno per denunciare e osteggiare il degrado delle scuole;</p>
<p>4) i magistrati, ma anche gli avvocati e tutti coloro che fanno andare la macchina certo perfettibile della giustizia, che ora con finalità pretestuose si sta cercando di piegare alle necessità di una casta corrotta, come era regola prima del Risorgimento; queste persone scioperino, paralizzino completamente i tribunali, prendendo però il tempo di spiegare ai loro concittadini (noi) perché lo fanno, evitando di ragionare e di inalberarsi come una casta opposta a un’altra casta; continuino a battersi con la coscienza e l’orgoglio di aver rappresentato negli ultimi anni il più efficace baluardo di resistenza della democrazia sorta sulla scia del Risorgimento (e dalla sua naturale appendice, la Resistenza);</p>
<p>5) i precari giovani e non più tanto giovani, asserviti e umiliati, e ricattati per anni con contratti offensivi per la loro dignità e negativi per lo stesso buon svolgimento delle mansioni per le quali sono assoldati; che non si battano solo per avere un posto fisso, il loro personale (e tombale) posto fisso, ma per un trattamento dignitoso, per avere reali opportunità future, per poter esprimere la loro intelligenza e le loro capacità e le loro speranze, per essere valutati in base ai loro meriti; osino denunciare i soprusi e i favoritismi e le meschinità, biasimino apertamente l’asservimento, senza paura di essere cacciati, senza timore di pagare personalmente, o di dover emigrare, e ricordandosi che i protagonisti del Risorgimento, ai quali dobbiamo la nostra libertà e la nostra uguaglianza, avevano la loro età, e si sono battuti per gli stessi fini;</p>
<p>6) il Presidente della nostra Repubblica: sia ben cosciente delle responsabilità eccezionali che si ritrova sulle spalle; insorga con tutti i poteri che gli dà il suo ruolo contro la riesumazione dei privilegi di casta e delle limitazioni della libertà individuale per le quali hanno lottato gli artefici (anche istituzionali) del Risorgimento; tenga ben presente che il rischio di incappare in situazioni di conflitto tra istituzioni è minore di quello di non essere più un riferimento morale e istituzionale per i cittadini italiani, e che lo Stato venga identificato, come avveniva prima del Risorgimento, come il giardino privato dei più ricchi e dei più forti (i quali non a caso sminuiscono e dileggiano il Risorgimento), perdendo ogni credibilità e ogni legittimità;</p>
<p>7) i giornalisti che per frequentazione dei media degli altri paesi democratici sono coscienti dell’umiliante sudditanza nel quale s’è cantonata la loro professione; queste persone si ribellino, denuncino le distorsioni e le pressioni, si battano, a costo di farsi licenziare e di bussare altrove, o di essere perseguitati, per dare un’informazione oggettiva e critica e non soggiogata al potere più indifferente al bene collettivo; non perdano di vista che in ogni stato democratico l’informazione rappresenta il più grande antidoto contro le ingiustizie e contro i soprusi dei potenti;</p>
<p>8) gli italiani di origine straniera che sono in Italia, i quali con il loro lavoro contribuiscono alla prosperità del paese, e che sono trattati come cittadini di secondo rango, vittime di scoperte politiche razziste, e additati come responsabili delle disfunzioni derivate del malgoverno; si battano per i diritti e l’uguaglianza che la Costituzione garantisce loro, siano fieri dell’energia e delle culture che apportano a un paese dimentico del proprio passato e ripiegato su se stesso, e sappiano che le loro aspirazioni all’uguaglianza e alla fratellanza, le stesse che hanno fondato il paese che è ora il loro, il nostro, saranno fondamentali per mantenerne viva la democrazia;</p>
<p>9) gli italiani dell’ignorata diaspora intellettuale (i musicisti, i pittori, i ballerini, tutti gli altri artisti, i matematici, gli altri uomini di scienza, gli universitari, i ricercatori, i tecnici, gli architetti…), diaspora che il crescente degrado ingrosserà ancora, ma anche della diaspora non intellettuale (tutti quelli che sono andati per trovare lavoro, per sentirsi più liberi e meglio); tutte queste persone non sottomesse, e consce della vivifica apertura internazionale nella quale è germinato il Risorgimento, trovino il modo di far sapere che ci sono, e che pur essendo scappate sono attaccate ai destini del loro paese, e intendono avere voce in capitolo: creino blog e gruppi sulla rete, scrivano ai giornali e ai partiti, tempestino di lettere i ministeri che avrebbero dovuto occuparsi di loro, denuncino ai media nazionali e esteri la situazione che li ha fatti fuggire, sconfessino le bugie dei governanti (e il dilettantismo storiografico antirisorgimentale), aiutino chi ne ha bisogno a trovare un rifugio temporaneo;</p>
<p>10) i cittadini che vivono nelle zone dove la criminalità organizzata detta legge o anche solo sta ora dilagando: sappiano che la loro libertà personale e la loro dignità, quelle stesse garanzie perseguite dal Risorgimento, dipendono dalla capacità dello stato nazionale di debellare le strutture violente che li soggiogano e umiliano; lottino contro la corruzione dei politici, sappiano che senza di loro la giustizia non può vincere; i cittadini che vivono dove politicanti ignari della storia (che falsificano a proprio uso e consumo) e dei valori risorgimentali predicano velleitarie e irrealistiche secessioni, denuncino le corrotte reti di dominio che questi hanno costruito, smascherino le menzogne (e l’odio razziale) che coprono l’inadeguatezza ad affrontare i veri problemi in un mondo globalizzato; tutte queste persone non dimentichino che la forza vincente del Risorgimento è stata quella di unire gli ideali di giustizia e fratellanza alle preoccupazioni economiche: da lì è venuta la relativa (rispetto alla situazione precedente) prosperità;</p>
<p>11) gli studiosi e i tecnici dell’ambiente e i semplici amanti della natura: dedichino una parte del loro tempo a osteggiare la rapace distruzione del paesaggio, denuncino le costruzioni abusive, si oppongano alle cementificazioni inutili e agli sfruttamenti irreversibili o anche solo, come molte associazioni già fanno, alla caccia di frodo; non dimentichino che il paesaggio è la nostra principale ricchezza, sappiano che la loro battaglia è per il bene di tutti, e che la riteniamo essenziale.</p>
<p><em>[una versione abbreviata di questo testo esce sul quotidiano &#8220;Trentino&#8221; del 17.03.11]</em></p>
<p><em><strong>[l&#8217;immagine: Mattia Paganelli (1985)]</strong><br />
</em></p>
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		<title>Il male maggiore, Saviano e i letterati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 05:18:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[anomalia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[numero 4]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Di Girolamo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Vi è un grande compiacimento quando due o più italiani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a parlare del proprio paese. “È tutto una merda” è divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale di “governo ladro”. Da sinistra viene detta in modo apocalittico, da destra in modo cinico. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un grande compiacimento quando due o più italiani, siano essi di destra o di sinistra, si trovano a parlare del proprio paese. “È tutto una merda” è divenuta una formula senza colore e altrettanto proverbiale di “governo ladro”. Da sinistra viene detta in modo apocalittico, da destra in modo cinico.</p>
<p>La catena del vizio, naturalmente, non compie salti: essa lega in una stessa vischiosa fratellanza chi ha eluso qualche fattura sino al rapinatore in armi, passando per corruttori e frodatori dal colletto bianco. Questo atteggiamento fornisce una straordinaria narrazione corale, compiutamente sottratta alla logica del divenire storico e immersa in un’eterna commedia delle basse passioni. In tale contesto ogni forma di analisi critica, che si voglia porre come preludio a un possibile cambiamento, giunge sempre tardi. Tutto è già stato, da tempo immemore, denunciato e denigrato; tutti i mali sono <em>risaputi</em>. Accade, poi, che certi mali siano talmente risaputi, da scivolare in una zona inerte della coscienza nazionale, dove galleggiano in una sorta di foschia definitiva, né compiutamente rimossi né inclusi una volta per tutte nella zona vigile.<span id="more-37478"></span></p>
<p>Ora, se c’è una cosa che distingue le piaghe dell’Italia da quelle di altri paesi europei, nonostante il comune male degli attacchi allo stato sociale e della recrudescenza xenofoba e razzista, è senza dubbio la sua disponibilità ad ospitare sul proprio territorio quattro delle maggiori organizzazioni criminali di tipo mafioso del pianeta: cosa nostra, camorra, ’ndrangheta e sacra corona. Vale la pena di ricordare che, in fatto di crimine, non tutto il mondo è paese. Scrive Ugo Di Girolamo, in uno studio del 2009 sull’argomento: “Ciò che sappiamo è che il crimine organizzato è presente in tutte le moderne società industrializzate e non, ma il crimine mafioso, quello che si intreccia simbioticamente con i poteri pubblici, no! Nell’Europa occidentale è presente solo in Italia” <strong>(1)</strong>. Distinzione cruciale, in quanto rende conto della difficoltà di combattere un fenomeno che, nonostante una ricorrente percezione, non si caratterizza né in termini di antagonismo allo Stato (l’antistato) né in termini di sostituto perverso di esso. La condizione perché si dia un’organizzazione di tipo mafioso è una stabile simbiosi tra due soggetti distinti, criminali e uomini dello stato (politici e amministratori pubblici). La mafia prospera non <em>contro </em>o <em>al posto </em>dello Stato, ma <em>grazie</em> ad esso.</p>
<p>In un saggio sulla geopolitica del crimine organizzato<strong> (2)</strong>, il criminologo Jean-François Gayraud include le nostre mafie nel G. 9 delle mafie transnazionali, considerate nel rapporto annuale dell’ONU per il 2007, intitolato <em>State of the future</em>, come uno dei maggiori problemi del decennio a venire, assieme al riscaldamento climatico, al terrorismo, alla corruzione e alla disoccupazione. Di queste minacce globali, però, solo quella costituita dalle mafie continua a godere di una generale sottovalutazione, di una <em>distrazione</em> mediatica e politica che è, da sempre, il suo maggiore alleato.</p>
<p>Più di un secolo e mezzo di mafie in Italia dovrebbero, almeno su questo punto, averci immunizzato. Abbiamo compiuto il fondamentale passo verso la guarigione, ossia le mafie sono entrate definitivamente nella coscienza vigile del paese, palesandosi come il più endemico, peculiare e grave dei nostri mali nazionali? Di mafie ne stiamo finalmente parlando <em>troppo</em>? Sono diventate un argomento abusato, che ossessiona giornalmente gli editoriali dei nostri opinionisti? I talk-show sono stati invasi da esperti e studiosi, da magistrati e criminologi, che ogni giorno ridisegnano le geografie del crimine, tracciano le parabole dell’infiltrazione, fanno l’inventario delle connivenze istituzionali? I politici speculano sul cavallo di battaglia dell’antimafia, ingaggiando lo stato sul versante oltre che giudiziario e repressivo anche culturale, sostenendo ovunque associazioni e singoli, artisti e persone comuni, che si battono contro la mafia? La mafia è stata dunque – lei che teme lo spettacolo più di ogni altra cosa – posta sotto i riflettori in modo sistematico? Vi è, insomma, un fenomeno di ridondanza, che segna la fuoriuscita irreversibile dal cono d’ombra dell’elusione?</p>
<p>Se qualcosa di simile è accaduto, o sta accadendo nel nostro paese, allora la vicenda di Roberto Saviano è, attualmente, la più significativa. Molti sono gli studiosi della criminalità mafiosa, molti sono gli artisti, gli scrittori, i giornalisti, anche giovani, che si occupano con coraggio e intelligenza di criminalità mafiosa. Alcuni di essi, come Saviano, vivono sotto scorta. Ma una cosa è certa: Saviano ha realizzato un exploit senza precedenti. Ha destato un’attenzione nei confronti del crimine mafioso pari al livello di importanza e pericolosità che esso costituisce per il nostro e per gli altri paesi. E lo ha fatto grazie al successo realizzato dal suo libro e al ruolo che ha assunto, a livello internazionale, di giornalista e scrittore in grado di utilizzare efficacemente i vari media di massa (cinema, radio, tv, teatro). Saviano ha saputo parlare del fenomeno della criminalità mafiosa al di fuori dei contesti discorsivi che ne riducevano e limitavano inevitabilmente la percezione da parte dell’opinione pubblica, ossia al di fuori della cronaca locale, del dibattito politico regionale, dello studio specialistico, dell’opera letteraria. Forse esistono scrittori meno noti con più talento, ma sarebbe riduttivo ricondurre l’impatto di Saviano a meccanismi mediatici pensati a prescindere dalla specifica efficacia di denuncia e divulgazione delle sue parole.</p>
<p>Eppure proprio il caso di Saviano ha finito per costituire un rilevatore prezioso del diverso grado di consapevolezza che il paese ha del suo male maggiore. Mi limito qui a considerare le reazioni di due gruppi sociali ben distinti, quello dei politici e quello dei letterati. La classe politica di governo, attraverso il suo maggiore rappresentante, ossia il presidente del Consiglio, si è espressa in modo inequivocabile sulla popolarità della campagna antimafia di Saviano. Nel corso di una conferenza stampa il 16 aprile 2010, Berlusconi accusò fiction televisive come la <em>Piovra</em> e autori come Saviano di enfatizzare il fenomeno mafioso in Italia agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Non potendo più essere nella negazione pura e semplice (“la mafia non esiste”), il potere politico assume quelle che Di Girolamo chiama <em>responsabilità omissive</em>: “quando si sottovaluta il fenomeno mafioso ritenendolo un problema marginale della politica nazionale, di natura solo criminale e relativo ad alcune aree meridionali”. Naturalmente queste responsabilità non sono prerogativa dei soli politici del centrodestra, ma emergono ovunque l’insistenza della denuncia è screditata come eccessiva, e si richiede che venga <em>ridimensionata</em>, magari in nome dell’orgoglio napoletano o campano…</p>
<p>L’altro caso significativo è costituito dalla reazione dei <em>letterati</em><strong> (3)</strong>. Che in un paese di lettori riluttanti come il nostro, esistano ancora dei letterati, è in un certo senso merito di Saviano avercelo ricordato. <em>Gomorra</em> e il lavoro giornalistico successivo restituiscono centralità, nel dibattito pubblico, al fatto che milioni di cittadini italiani non siano ancora passati, nel XXI secolo, dall’arcaico “Stato dei favori” al moderno “Stato di diritto”. Questa circostanza, agli occhi dei letterati, è del tutto secondaria, in quanto i problemi importanti sono tutti e sempre di ordine esclusivamente letterario. Un letterato, d’altra parte, si distingue da uno scrittore proprio perché dimostra che il “mondo può attendere”, e che prima di tutto vengono le questioni del bello scrivere e del buon intreccio. Non si vuole qui riesumare l’opposizione solita tra “impegno” e “disimpegno”, ma riconoscere quanto sosteneva Fortini: “Non c’è lettura-scrittura, per degradata che sia, che non contenga, foss’anche in minima parte, un appello alla libertà-azione”. Se Saviano ha fatto di questo appello il motore della propria scrittura, ciò non toglie che anche l’opera letteraria meno immediata e accessibile custodisca in sé il medesimo sogno d’emancipazione e giustizia. Soltanto i letterati se ne dimenticano, vedendo come una minaccia il rapporto troppo stretto tra la scrittura e il mondo.</p>
<p>In un’epoca dove tanto si lamenta la marginalità della parola letteraria, Saviano, con i suoi libri e i suoi interventi, ha smosso montagne, strappando la mafia dalla zona anestetizzante del risaputo. I letterati, dal canto loro, si sono soprattutto dati da fare perché venga contrastata la comune opinione che <em>Gomorra </em>sia un’opera letteraria importante. Questo costituisce, per loro, il male maggiore della cultura italiana .</p>
<p>°</p>
<hr size="1" />1) Ugo Di Girolamo, <em>Mafie, politica, pubblica amministrazione. È possibile sradicare il fenomeno mafioso dall’Italia?</em>, Guida, 2009, p. 28.</p>
<p>2) Jean-François Gayraud, <em>Le Monde des mafias</em>, Odile Jacob, 2005 e 2008.</p>
<p>3) Una vecchia definizione ancora buona la si può trovare in Parise “Uno scrittore, un poeta, un artista, dando per scontato sia una persona colta (…) può essere o no un letterato. Se non lo è i suoi strumenti di conoscenza, di espressione, d’arte insomma, sono diretti, salgono direttamente dalla vita e quasi dalla vita del corpo (…). Se uno scrittore è un letterato, tutto, cose viste, esperienze dirette, vita insomma (…) passa attraverso il filtro della letteratura (…)”, in Goffredo Parise, <em>Opere</em>, vol. II, Mondadori, Milano 1989 e 2005, pp. 1434-1435. Quanto a Saviano, valgano le parole di Walter Siti: “Saviano non è un letterato, è un intellettuale: dalla propria esperienza di scrittura trae, e vuole trarre, indicazioni teoriche”, “Saviano e il potere della parola” in Roberto Saviano, <em>La parola contro la camorra</em>, Einaudi, Milano 2010, p. VII.</p>
<p><em>[Questo articolo è uscito sul numero di 4 (novembre) di &#8220;alfabeta2&#8221;]</em></p>
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		<title>sedizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gaspare Spatuzza]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[(ragionamenti post-Spatuzza) di Gianluca Cataldo Siamo un’agenzia che prepara eventi sociologici su base demografica. Al servizio di gruppi anarco-insurrezionalisti abbiamo dimostrato che la democrazia (o la forma corrente di Stato) è marcia e non funziona. Siamo cineasti disillusi dalla storia della politica e attribuiamo all’arte un valore che eccede i normali termini di spazio andando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>(ragionamenti post-<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gaspare_Spatuzza">Spatuzza</a>)</strong></p>
<p>di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>Siamo un’agenzia che prepara eventi sociologici su base demografica. Al servizio di gruppi anarco-insurrezionalisti abbiamo dimostrato che la democrazia (o la forma corrente di Stato) è marcia e non funziona.<br />
Siamo cineasti disillusi dalla storia della politica e attribuiamo all’arte un valore che eccede i normali termini di spazio andando oltre la quarta parete e disintegrando addirittura la quinta, parete di cui finora in pochi avevano intuito esistere addirittura una quinta bis e, forse e solo se alcune nostre teorie su dio dovessero rivelarsi corrette, una sesta. Per entrambe il nostro proposito è di abbatterle. E se questo dovesse portare alla fine dell’<em>evidenza</em> per come la conosciamo il nostro intento è proprio quello di far esplodere consapevolezze espandendo fino al capovolgimento i capisaldi mediatici del nostro mondo come crediamo di conoscerlo. <span id="more-27328"></span><br />
I giornali dissero di noi che siamo stati incoerenti con le nostre spiegazioni. La cosa ci scombussolò alquanto dal momento che le nostre spiegazioni, come piacque di etichettarle a quelli, non erano tali se non da un punto di vista, per così dire, discorsivo. Se a una domanda segue una risposta e una richiesta è soddisfatta da una spiegazione, il normale corso di una domanda surrettizia è un dubbio. Il vostro dubbio. Se noi vi chiedessimo “è vero?” dareste la stessa risposta che dareste a questa domanda? Il risultato cui siamo pervenuti è costringervi alla nostra risposta non curandoci minimamente della vostra convinzione. Noi siamo andati oltre la domanda e anzi ne abbiamo applicato il metodo alla nostra forma di rivoluzione autosufficiente, una ribellione che sembra bastare a sé stessa, che soddisfa noi e soltanto noi che siamo scienziati della reality e l’unica cosa che ci preme è di dimostrare la nostra tesi. Abbiamo scatenato una serie di reazioni controllate fin quanto possibile; abbiamo analizzato i dati cercando di arginare al massimo l’impressionante numero di variabili nelle vostre azioni e nell’immedesimazione, a volte esagerata, di attori raccattati nei più ascosi paesi dell’entroterra isolano. Abbiamo scelto una location straniata dal resto dell’evoluzione, e le abbiamo dato delle convinzioni che col tempo si sono stratificate in folklore quindi in storia recente e definitivamente in quotidianità. La meridionale accondiscendenza con la quale siamo stati accolti è storica (ma di una storia più ricca e remota) e caratteristica financo letteraria di nobiltà lascive e povertà fisiologica. Abbiamo proposto un’alternativa alla disoccupazione innescando un’implosione a orologeria di cui le nuove generazioni intuiscono appena la profondità e anzi sembrano non accorgersi della necessità del taglio, dell’inconfutabile occorrenza della ferita. Siamo stati revisionisti per esigenza ed è l’unica cosa di cui ci vergogniamo, abbiamo inventato una parte della storia d’Italia incuranti dell’infezione che avremmo propagato, in parte perché nostra intenzione, in parte, ripetiamo, per necessaria pattuizione. Non avevamo considerato la colpevolezza come motore immobile e l’irrefrenabile bisogno di sentirla parte integrante e causa suprema di giustificazione. La colpevolezza è stato il virus che ha scatenato la pandemia, prima su base locale poi, oltre la critica, a livello nazionale. L’ordine applicato quando abbiamo lasciato correre il nostro esperimento è stato repulsione, folklore, sottovalutazione, comprensione dei meccanismi intrinseci e, soprattutto, delle potenzialità politiche, sfruttamento, abitudine, tentativo di controllo, folklore di copertura, silenzio. I dizionari recano un significato della parola <em>omertà</em> tutto sommato neutro e gli unici tentativi di reazione sono provenuti da fortunate riforme giudiziarie. Non ci dispiace neanche avere, seppur implicitamente, causato la morte di molti uomini. E nessuno li esalti martiri d’Italia, sono <em>morti</em> naturalmente impossibilitati alle manette. Defunti nelle pieghe di un golpe meta-mediatico che non ha portato né porterà ad alcun capovolgimento politico né insurrezione civile che ci schiererebbe, non a torto, con la schiera dei colpevoli (anche se di una colpevolezza diversa da quella particolare declinazione dell’animo che ha permesso tutto questo). Non faremo nomi già noti né parleremo di particolari maggioranze triplicate in seno ai partiti. Non ci avvicineremo neanche lontanamente all’unica loggia che per prima è stata incuriosita e ammaliata dalla nostra creatura. Non parleremo neanche dell’unica forza mitigatrice che avevamo immaginato, dei giornalisti che hanno perso dimestichezza con il gioco di leve e fulcri e si sono visti travolti, a volte lasciandosi travolgere, da un’altra grande perversione italiana fattasi da sola stringendo le molte unte mani della nostra invenzione sociale. Dinanzi all’immensità delle conclusioni lasciamo tutte queste inezie, in parte risapute e inspiegabilmente neutre, in parte misconosciute. Teniamo soltanto a sottolineare che da tempo abbiamo abbandonato la regia di tutto questo causando pentimenti che non credevamo possibili e un parziale smascheramento delle nostre vittime fino alla dimostrazione della nostra tesi.<br />
Il nostro non è un pentimento tardivo ma un vanto che ci sentiamo di fare nel momento di massimo splendore della nostra nuova evidenza, dell’esplosione di ogni verità nel centenario più falso della storia d’Italia. Ha resistito ai sindacati, alle occupazioni, ha dapprima oltrepassato l’oceano e garantito sbarchi e pace, poi è rientrata e ha attraversato lo stretto per tornarci attendendo cemento, è lentamente risalita accattivandosi simpatie via via più incuriosite, ha suscitato moti d’indignazione, esili lenzuola contra roboanti esplosioni, ha garantito voti, più voti di quanto si pensi e più trasversali di quanto si immagini, ha sorvolato sulla capitale insinuandosi lentamente, mutando come i virus più sofisticati e ha fatto tutto sulle sue ossute gambe con la sola supervisione di un gruppo di cineasti disillusi che da due generazioni osservano compiaciuti l’altra faccia d’Italia, quella biblica e vergognosa. È sopravissuta a chi non ne ha capito la grandezza e ha suscitato dubbi sulla sua tenuta ormai salda morendo miseramente nello sfidarla, incastonato nel nome di una via, nell’intitolazione di un centro di informazione di periferia.<br />
Potreste obiettare che non ha la forza per fare tutto ciò di cui diciamo essere responsabile. Ebbene, vi sbagliate: le abbiamo garantito una forza riflessa, la possibilità di essere un nucleo di concetti poco vaghi e di una concretezza di facile attuazione. Abbiamo stritolato l’essenza di corruzione, omicidio, estorsione, ricatto, spremendone le definizioni fino al sufficiente sentimento di paura che retro intende ognuno di questi delitti definiti “odiosi”. Paura e potere, laddove il potere si è pietrificato nella capacità di ingenerare altra paura. Ci siamo infatti compiaciuti nel vedere che le direttive unificatrici della nostra creatura sono migrate verso altre professioni, luoghi, proprio per la loro totale applicabilità al sistema Italia, una metastasi che abbiamo usato come frangiflutti di un’Europa che si avvia all’Alto Rappresentante previsto dal trattato di Lisbona.<br />
Adesso parlano tutti privi di una guida molto al di sopra dei servizi segreti, capace di manipolare anche le loro arguzie. E abbiamo deciso di parlare anche noi, l’Alta Guida che ha esaurito il suo compito nell’ora in cui viene a nascere il Figlio, il volto pulito e riciclato delle più bieche devianze che abbiamo generato. Col suo avvento, durato vent’anni, la nostra dimostrazione giunge alla sua realizzazione. Le ipotesi sono tesi: la nostra creatura, la Mafia, ha sedotto lo Stato dimostrando che la sua forma  corrente è marcia e corrotta.<br />
Noi abbiamo vinto, confidiamo ora nella Terza Repubblica nella speranza che non sia soltanto un numero ordinale.</p>
<p>*</p>
<p><small>Gianluca Cataldo è nato a Palermo nel 1984.<br />
&#8220;Mi sto laureando in legge presso l&#8217;università di Bologna con una tesi in sociologia del diritto sulla legge Basaglia e i ddl attualmente depositati in Parlamento, i quali cercano, in qualche modo, di aggirarla. Vivo a Bologna da quattro anni. Questo è il primo pensiero-racconto che una qualsiasi rivista pubblica.&#8221;</small></p>
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		<title>Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 04:58:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Amore criminale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese In millecinquecento battute ieri su Repubblica Enrico Deaglio ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i media avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro dibattito politico. In realtà, sia l&#8217;informazione che il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>In millecinquecento battute ieri su <em>Repubblica</em> <strong>Enrico Deaglio</strong> ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i<em> media</em> avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro <em>dibattito politico</em>. In realtà, sia l&#8217;informazione che il dibattito politico ha avuto tra i suoi pregevoli effetti di <em>cancellare</em> dalle nostre menti (o rendere <em>irrilevanti</em>) molti di quegli elementi che Deaglio ha raccolto in queste poche righe. </p>
<p>In altri termini, le millecinquecento battute di Deaglio sono quanto ci si dovrebbe aspettare da un serio e intelligente giornalismo politico, impegnato a informare l&#8217;opinione pubbliche su questioni della massima importanza per il destino del paese. Ci possono essere questioni più gravi, vitali e urgenti da discutere e chiarire che queste, questioni che coinvolgono nello stesso tempo la realtà politica, economica e criminale del paese?<br />
<span id="more-19488"></span><br />
Ieri, con il titolo “Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall&#8217;agenda”, appariva a pagina 8 di <em>Repubblica</em> l&#8217;articolo di Deaglio che, al suo interno, conteneva il brano cruciale. Mi sono preso la briga di ricopiarlo e di metterlo in rete, favorendo quanto possibile una ridondanza dell&#8217;informazione. </p>
<p>Un intervento simile, infatti, non ha solo il pregio di trattare notizie scomode, come quelle che sta affrontando <em>Repubblica</em> in questi giorni sul “patto” tra Cosa Nostra e Stato (1992-1994). Ma realizza anche quella indispensabile sintesi, che offre la possibilità di pervenire a un giudizio e a una deliberazione. Quella sintesi e <em>visione d&#8217;insieme</em> degli avvenimenti che l&#8217;intero sistema dell&#8217;informazione quotidianamente cancella, per calcolo politico (propaganda) o insipienza professionale (irresponsabilità). </p>
<p>Chiunque, in qualsiasi paese cosiddetto “civile”, avanzasse tali questioni in un ambito pubblico, tramite un quotidiano di importanza nazionale, dovrebbe scatenare un dibattito politico acceso e ad ampio raggio. Questi dovrebbero essere temi di cui discutere per mesi, dentro e fuori il parlamento. Ma in realtà dovremmo dire, questi sono i temi di cui si dovrebbe discutere <em>da anni</em>. E invece magicamente, appena essi emergono, spariscono poi con grandissima velocità dalle scene. Uomini di governo, uomini dell&#8217;opposizione, giornalisti, opinionisti, tutti riusciranno immediatamente a frantumare lo scenario, per agitare ognuno un suo frammento avulso, o per semplicemente far calare un altro paesaggio, più rassicurante o semplicemente più slegato dalla realtà politica e dalle sue responsabilità.</p>
<p>Da <em>Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall&#8217;agenda</em> di <strong>Enrico Deaglio</strong> [<em>La Repubblica</em>, 23 luglio 2009, p. 8]</p>
<p>&#8220;1) Cosa Nostra siciliana negli anni &#8217;70 è protagonista del più grande successo capitalistico italiano. Praticamente monopolista del mercato americano dell&#8217;eroina, la sua finanza invade l&#8217;economia italiana. 2) Per decenni protetta da Giulio Andreotti, subisce un pesante smacco dalla legge Rognoni La Torre (1982) che prevede la confisca dei suoi beni e, subito dopo dalle indagini del giudice Giovanni Falcone che trova in Tommaso Buscetta l&#8217;uomo che gli spiega tutto. 3) La Sicilia è il maggiore destinatario della spesa pubblica italiana. Le principali aziende del nord stringono patti diretti con Cosa Nostra per ottenere appalti.<br />
E, per quello che ho capito, andando nei particolari, Raul Gardini (1986) entra ufficialmente in borsa con la Calcestruzzi Spa al 50 per cento con la famiglia Buscemi di Palermo, emissaria di Riina. Silvio Berlusconi (anni 80-90) viene finanziato da Cosa Nostra nella costruzione delle sue televisioni e nel 1994, nella funestra prospettiva di un governo di sinistra in Italia, viene convinto da Cosa Nostra a metterci la faccia; la Confindustrai siciliana (inizio anni 90) firma un patto con Cosa Nostra per aggiudicarsi gli appalti miliardari della Sicilia, versando “un&#8217;addizionale Riina” di appena lo 0,80 per cento e si giunge al punto che al suo massimo esponente nell&#8217;isola viene scortato da uomini di Cosa Nostra. Il Pds (allora si chiamava così) è abbastanza afono, anche perché le cooperative di Ravenna che si aggiudicano, tramite la Calcestruzzi di Gardini, buoni lavori in Sicilia, lo finanziano.&#8221;</p>
<p>*</p>
<p>Ieri sera, dopo mesi che non vedevo la televisione, ho assistito a un inquietante programma di Rai Tre, una docu-fiction intitolata <em>Amore criminale</em>. Il programma era dedicato alla vicenda reale di una giovane donna perseguitata e infine assassinata dal suo marito tossico e violento. Alternava commenti della conduttrice, interviste dei genitori della vittima e degli avvocati, e ricostruzioni con attori e scenari verosimili. Mi chiedo come sia possibile che trasmissioni del genere siano trasmesse da una TV pubblica, da quella TV che dovrebbe dar voce ai giornalisti meno cinici e opportunisti, meno proni alle esigenze propagandistiche del governo. Mi chiedo come delle persone adeguatamente pagate possano lavorare per produrre qualcosa di così profondamente guasto, storto. Se un programma così è possibile, allora l&#8217;intera corporazione giornalistica vive in un regime d&#8217;irresponsabilità quasi totale. </p>
<p><em>Amore criminale</em> è un programma disgustoso non solo perché, banalmente, crea spettacolo a partire da un fatto di cronaca, mettendo in scena il sangue, la morte, il dolore, la ferocia, nella loro forma più bruta. Non solo perché le sue ricostruzioni infettano la comprensione della realtà, diffondendo ad ogni passo stereotipi del tutto irreali (lo stereotipo del tossico, del violento, della donna martire, ecc.). Non solo perché, in modo razzistico, mette i sottotitoli in italiano ai monologhi dei genitori reali della vittima, due persone senza istruzione, che parlano un italiano scorretto e con inserti dialettali, ma perfettamente comprensibile. Non solo perché mette in scena avvocati e pubblici ministeri e carabinieri che entrano completamente nelle forme del racconto così come è richiesto dal tipo di trasmissione, tutto incentrato sugli effetti emotivi e su una psicologia d&#8217;accatto. La cosa peggiore è ciò che <em>lateralmente</em> emerge dalla storia narrata, qualcosa che non è minimamente tematizzato dagli autori del documentario né dai testimoni reali della vicenda. Il fatto scandaloso che affiora – per sbaglio – dalla docu-fiction è che, in Italia, una donna, nonostante abbia denunciato il marito per lesioni, con tanto di espliciti referti medici, non riceve alcuna efficace protezione nei confronti del marito aggressore. Ciò che emerge e riempie d&#8217;indignazione è il fatto che risulti del tutto normale che un uomo possa continuare a minacciare e terrorizzare una donna, dopo essere stato da questa denunciato per un&#8217;aggressione violentissima e documentata presso i carabinieri. Ciò che dunque si ricava dalla docu-fiction è che, in un paese che non fa altro che cianciare dalla mattina alla sera di “sicurezza”, una donna massacrata di botte dal proprio marito sia dalle istituzioni in piena conoscenza di causa lasciata indifesa di fronte al suo aggressore, fino al tremendo epilogo dell&#8217;assassinio. E di questa notizia, che è l&#8217;unica notizia importante che avrebbe rilevanza pubblica, il docu-fiction non dice nulla, e neppure nessuno dei testimoni reali invitati a parlare, carabinieri e magistrati compresi. Questa trasmissione esemplifica la piena ignoranza, inconsapevolezza, e inciviltà del nostro paese, e in particolare del nostro sistema giornalistico.</p>
<p>È grazie anche al giornalismo dei docu-fiction come <em>Amori criminali</em>, che l&#8217;opinione pubblica è sollecitata ad una quotidiana <em>amnesia</em>, ed è grazie a questa amnesia sempre rinnovata, che &#8211; come diceva Deaglio &#8211; la classe politica può cancellare dall&#8217;agenda i capitoli più scandalosi e oscuri in cui è stata coinvolta, o di cui, comunque, dovrebbe occuparsi.</p>
<p>Che sia poi ancora una volta un&#8217;inchiesta giudiziaria a sollecitare il mondo politico, e a mostrare la sua inadeguatezza (l&#8217;inchiesta della Procura di Palermo dei pm Di Matteo e Ingroia sulla “trattativa”  tra Cosa nostra e lo Stato) non può sorprendere. Ha scritto lo storico del Mezzogiorno <strong>Salvatore Lupo</strong>:</p>
<p>“la contaminazione tra piano politico e piano giudiziario non deriva da manovre, né da strumentalizzazioni, né da particolari scelte interpretative di alcuno, ma dalla stessa evoluzione dei fatti: è stata la politica a spostarsi al di fuori ovvero al di sotto di se stessa, nella sfera d&#8217;azione della magistratura penale, in una situazione in cui l&#8217;illegalità (affaristica, terroristica, mafiosa) non è stata solo uno strumento del potere, quanto uno dei campi di esercizio del potere stesso. La nostra non è tanto (non è solo) una nazione più corrotta di altre, o più corrotta di quanto fosse prima – in età liberale, ad esempio; è una nazione nella quale alcune delle transazioni e degli avvenimenti fondamentali della vita collettiva si sono realizzati nell&#8217;illegalità e nella segretezza, in stanze sotterranee che indubitabilmente sono qui di vastità inusitata rispetto ad altre situazioni e ad altri tempi.” [da <em>Andreotti, la mafia, la storia d&#8217;Italia</em>, Roma, Donzelli, 1996, p. 26.]</p>
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		<title>No alla legge-tortura. Sì al testamento biologico. Tutti a Piazza Navona sabato 21 febbraio ore 15</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2009 16:00:53 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Appello di <strong>Lorenza Carlassare, Andrea Camilleri, Furio Colombo, Umberto Eco, Paolo Flores D&#8217;Arcais, Margherita Hack, Pancho Pardi, Stefano Rodotà:</strong></p>
<p>&#8220;<strong>La vita di ciascuno non appartiene al governo e non appartiene alla Chiesa. La vita appartiene solo a chi la vive.</strong> Il decreto legge di Berlusconi, trasformato in disegno di legge dopo che il presidente Napolitano, da custode della Costituzione, ha rifiutato di firmarlo, vuole sottrarre al cittadino il diritto sulla propria vita e consegnarlo alla volontà totalitaria dello Stato e della Chiesa. Rendendo coatta l’alimentazione e l’idratazione anche contro la volontà del paziente, impone per legge la tortura ad ogni malato terminale.<br />
Pur di imporre questa legge khomeinista, Berlusconi ha dichiarato che intende sovvertire la Costituzione repubblicana. E’arrivato ad oltraggiare una delle costituzioni più democratiche del mondo, la nostra, definendola “filosovietica”, mentre non perde occasioni per elogiare il suo “amico Putin”, ex-dirigente del Kgb. <strong>Al governo Berlusconi che ha ormai dichiarato guerra alla Costituzione repubblicana, è dovere democratico di ogni cittadino opporre un fermo “ora basta!”.</strong><br />
Per dire sì alla vita e no alla tortura, per dire sì alla Costituzione e no al progetto di dittatura oscurantista, per dire sì al Presidente che sostiene la Costituzione contro chi la viola, la svilisce, la insulta, chiediamo a tutti i democratici di auto-organizzarsi per una grande e <strong>pacifica manifestazione, senza bandiere di partito, solo con la passione e l’impegno civile di liberi cittadini, a Roma, a piazza Navona, sabato 21 febbraio alle ore 15.</strong>Passa parola, la democrazia dipende anche da te&#8221;.</p>
<p><strong>FIRMA L&#8217;APPELLO</strong>: http://www.micromega.net</p>
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