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	<title>stefano biolchini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’oblio è sempre un male?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[oblio]]></category>
		<category><![CDATA[stefano biolchini]]></category>
		<category><![CDATA[verità]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Matteo Bianchi </strong>  <br /> Il passato che ossessiona il presente, o meglio, un passato irrisolto che continua a tornare, a bruciare la realtà dei posteri come una brace sepolta ingiustamente. È soltanto una delle chiavi con cui accedere a Virginia nel cassetto (Caffèorchidea, 2024), l’esordio narrativo di Stefano Biolchini.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Matteo Bianchi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-112109 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/Copertina-Virginia_estesa-1024x569.png" alt="" width="594" height="321" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>La memoria tra forma di riscatto e condanna perpetua:</em><em> Virginia e la verità nel cassetto di Stefano Biolchini</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il passato che ossessiona il presente, o meglio, un passato irrisolto che continua a tornare, a bruciare la realtà dei posteri come una brace sepolta ingiustamente. È soltanto una delle chiavi con cui accedere a <em>Virginia nel cassetto</em> (Caffèorchidea, 2024), l’esordio narrativo di Stefano Biolchini. Il romanzo segue la vicenda di Andrea Corsini, un giovane sardo benestante, che deve confrontarsi con il suicidio improvviso del padre. La prospettiva tragica dell’evento, benché il rapporto tra i due fosse connotato da un spesso silenzio emotivo, da subito spinge il protagonista a smuovere le radici della sua famiglia, intraprendendo un viaggio tra Parigi, Roma, Cagliari e Milano nel tentativo di dissiparne le ombre e, soprattutto, di ricostruire la vicenda di Virginia, una sua lontana parente la cui memoria è stata volutamente cancellata. Virginia Corsini era una donna emancipata che, nella Sardegna del Ventennio fascista, sfidò le convenzioni sociali sino a rendersi scomoda, ma di più, scandalosa per chi portava il suo medesimo cognome. La sua esistenza fu segnata dalla relazione tormentata con Dante Valdemontis, un rampollo dell’alta società che l’aveva sedotta per poi abbandonarla dopo aver appreso che era incinta. Nonostante la promessa amorosa che si erano scambiati, il ragazzo la infranse rifiutando ogni responsabilità sul nascituro.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ricerche di Andrea alimentano una storia dentro la storia, una struttura a “mise en abyme” che a ricordi alterna segreti. E il ritmo del racconto si fa più martellante con lui che tenta di dare voce a Virginia attraverso un romanzo, in modo da riscattarla: un dispositivo narrativo tipico della produzione di Gide, che in <em>Les Faux-Monnayeurs</em> argomentava su livelli sovrapposti. D’altronde, memoria e oblio sono gli impulsi opposti che si intrecciano e si sfidano costantemente, sia nella narrazione sia nel quotidiano dei personaggi di Biolchini. Ma la scrittura si rivela una condanna e Andrea perde persino il sonno, tanto da sentirsi trascinato a fondo: la memoria, da strumento nobilitante di verità, assume un peso psicologico che rende simbiotico il suo rapporto con Virginia. L’approccio introspettivo e il tentativo di fermare sul foglio il volto di lei che scolora, sono strumenti proustiani, così «il suo profumo confuso nell’aria di un cassetto che nessuno apriva più» e gli odori tenui che si percepiscono unicamente in determinati stati d’animo.</p>
<p style="text-align: justify;">«Dante Valdemontis giaceva ai suoi piedi, il corpo contorto, la bocca socchiusa come in un ultimo, inutile tentativo di parola. Virginia respirava a fatica, il coltello ancora stretto nella mano. Il sangue le macchiava le dita, si insinuava tra le linee del palmo, caldo e appiccicoso. L’aveva fatto. Non c’era più ritorno». Disperata e umiliata dall’abbandono dell’amato del quale si fidava, Virginia decise di vendicarsi e ucciderlo, decretando con un gesto estremo il punto di non ritorno: l’omicidio è il fulcro della sua tragedia esistenziale, che da vittima di un sistema oppressivo la tramuta in colpevole agli occhi del suo contesto di appartenenza. Un gesto che, al contempo, realizza un atto di ribellione contro le regole patriarcali subite e traccia il suo destino da esiliata. Dopo il delitto fu costretta alla fuga, trovando rifugio in Francia, a Parigi, dove iniziò una nuova vita sotto una nuova identità. Eppure le conseguenze non tardarono a manifestarsi: il delitto non solo distrusse il suo futuro sull’isola natale, ma divenne il movente per cui i suoi cari la rinnegarono in toto. Suo fratello, per proteggere l’onore dei Corsini dall’onta, impose su di lei il silenzio assoluto, tanto da ridurre Virginia alla stregua di «un’eco spenta», di un <em>fantasma</em> che aleggiava nel buio.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante il suo viaggio fisico e interiore, Andrea scopre il legame profondo tra lei e suo padre: «Nelle sue lettere ho trovato le parole che non mi ha mai detto. Parole per Virginia, parole per se stesso. Parole che non erano mai per me». I due si erano incontrati e si scrivevano reciprocamente, mantenendo un filo di comunicazione celato che nessuno conosceva. Tuttavia, suo padre non aveva osato reintegrarla nella discendenza, soggiacendo all’imposizione della damnatio memoriae. Non a caso, la dimenticanza forzata che riguarda Virginia si rivolge alla tradizione francese dell’esclusione: Flaubert con <em>Madame Bovary</em> e Zola con<em> Thérèse Raquin</em> si sono focalizzati su chi veniva relegato ai margini a causa delle convenzioni e del moralismo borghese. Inoltre l’utilizzo di una lingua ibrida, che mescola francese, italiano e sardo, richiama lo stile barocco e stratificato di Céline, che in <em>Voyage au bout de la nuit</em> impugnava il linguaggio per esprimere straniamento e alienazione.</p>
<p style="text-align: justify;">«Parigi non era solo la città dove mio padre tornava per ritrovare stesso, era anche il rifugio di Virginia. Camminavo tra le strade del Marais sapendo che lei le aveva percorse prima di me. Rue Saint-Antoine, l’ombra della chiesa di Saint-Paul, la luce riflessa nei vetri opachi dei bistrot». Stefano Biolchini non sbrodola e non sbava, bensì lavora su un lessico nutrito con un’attenzione a tratti maniacale per i dettagli e la nomenclatura degli oggetti (fotografie, lettere, vecchi appartamenti), che ricorda la precisione scultorea di Patrick Modiano nel descrivere scene e atmosfere, quasi la parola possa arrestare il corso del tempo. Andrea non si limita a essere un testimone della storia familiare, bensì intende riscriverla per darle un senso, grazie alla funzione inverante della letteratura. Un aspetto che ricalca ulteriormente le opere di Modiano, potendo dunque definire <em>Virginia nel cassetto</em> una saga familiare atipica, poiché combina elementi classici del genere (eredità e vincoli generazionali), a uno svolgimento più lirico e frammentato. E si avvicina alle saghe contemporanee che spezzano la linearità della narrazione, basti pensare a <em>La famiglia Karnowski</em> di Singer, nella quale il passato non è solo esposto passivamente, ma rivissuto attraverso una dimensione onirica e riflessiva dovuta alla crisi personale del protagonista. Il linguaggio giunge così a costruire (e a distruggere) le identità, come una riflessione meta-testuale o un calembour alla maniera del Perec de <em>La Vie mode d’emploi</em>. <em>Parigi, o cara</em>, titolo memorabile di un capitolo, sublima la Cité a spazio riservato all’intimità, per quanto labirintico e spesso oscuro, popolato da reminiscenze, cimeli e misteri mai del tutto risolti: Andrea si rifugia nell’appartamento del padre suicida per ritrovarsi ripercorrendo i passi di chi è venuta prima. Non è da tralasciare che lo stesso Biolchini abbia confermato nella flânerie <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/isola-silenzio-brulicante-caos-parigino-AFlikbcD"><em>Isola del silenzio nel brulicante caos parigino</em></a>, un’affinità personale con questi luoghi, possedendo da anni un pied-à-terre nel Marais.</p>
<p style="text-align: justify;">«Scrivere di Virginia era come cercare di trattenere l’acqua tra le dita. Ogni parola che mettevo su carta sembrava restituirle un pezzo della sua vita, ma nello stesso tempo la rendeva ancora più sfuggente. Forse la mia famiglia aveva ragione: forse ci sono storie che dovrebbero restare sepolte. Eppure, come si può davvero cancellare qualcuno che è esistito?» Se nella Ville Lumierè Andrea combatte per riportare alla luce il lascito immateriale di Virginia, disseppellire un vissuto porta con sé traumi indigesti e pagine di dolore; un passato doloroso che la famiglia Corsini aveva ripudiato, negandolo pubblicamente, che il protagonista affronta senza riserve per riuscire ad accettarlo. E al lettore non resta che un interrogativo inquietante: l’oblio è sempre un male?</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>La libreria del latinista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2015 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[stefano biolchini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Biolchini Anche quel sabato uguale a tutti gli altri Adele aveva per prima cosa riassettato con precisione millimetrica il rullo degli scontrini nel registratore di cassa. Lo faceva con grazia quasi materna, lei che non aveva figli, facendo slittare le dita fino a sentire appena un roco click. Si era poi aggiustata i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY">di <strong>Stefano Biolchini</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Anche quel sabato uguale a tutti gli altri Adele aveva per prima cosa riassettato con precisione millimetrica il rullo degli scontrini nel registratore di cassa. Lo faceva con grazia quasi materna, lei che non aveva figli, facendo slittare le dita fino a sentire appena un roco click. Si era poi aggiustata i capelli che le si erano abbarbicati fin sopra gli occhiali con una infastidita smorfia meccanica che coinvolgeva la mano e anche i più piccoli muscoli della faccia, per poi riallineare, una dipresso all’altra per colore ed altezze, le penne sul banco. Scivolando da dietro allo sgabello di legno aveva afferrato il piumino che faceva di lei la vestale consueta di tutti quei libri. Passava e ripassava sminuzzando in poltiglia invisibile i granelli impercettibili ai clienti, ma non al suo occhio attento, che si erano accumulati durante la settimana. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Appena un sabato prima aveva fatto le stesse cose tra i ripiani di saggistica e sui volumi incellofanati di narrativa come sui tavoli che scorrevano quasi incessanti dall’ingresso alla parete maestra, con le novità del mese impilate in bella mostra e con i più venduti che si allungavano in cattedrali gotiche facendo d’angoli acuti equilibri inaspettati che appena il soffio di una carezza o, peggio, lo sbadato sfiorare di una borsa o di un’anca maldestra, avrebbero reso in fragore di crollo. E fu il piumino agitato a rovesciare dal fondo di un ripiano appena in aggetto una lente che sbattendo prima su un volume e poi sul pavimento di vecchi ottagoni a scacchiera si scheggiò appena su un lato. Adele fu lesta a raccoglierla, e con fastidio l’occhio fissò sconsolato la minuscola abrasione che aveva ferito quel cerchio trasparente.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;">“<span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">La lente del professore” disse innalzando la voce in solitaria fino agli acuti, “l’avevamo tanto cercata, e con quanta cortesia mi si era raccomandato”.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Le venne in mente che non lo vedeva da mesi, mentre il suo cervello si alambiccava sui perché e sui per come non la avessero trovata allora, e come avesse potuto resistere così a lungo alle sue attenzioni serrate e costanti. Quasi rimproverandosi, ne fu infastidita per aver così tanto mancato al suo imperativo d’ordine e pulizia che le rendeva in fondo tutto più stancante, e dio sa quanto se ne lamentava, eppure così rassicurante. Così pensava, quando le tornò alla mente che il professore abitava anche lui nella via San Vittore, appena dall’altro capo. Era stata Pina la portinaia che una volta, vedendolo passare davanti all’ingresso mentre lucidava gli ottoni, le aveva raccontato della moglie, quella signora così raffinata con i guanti all’uncinetto e il cappello e le spille di draghi e serpenti, che era una delle Visconti, proprietaria di gran lignaggio dell’antico palazzo con lo stemma consunto sbeccato e illeggibile appena sopra il portone di legno laccato di verde lucente.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;">”<span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Quella sì che è una vera signora” aveva detto la vecchia Pina “e io che dal mio oblò le vedo tutte sfilare, me ne intendo di signore raffinate dopo quarant’anni di portineria” aveva poi aggiunto accrescendo la propria autostima.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Glielo doveva. Con lei poi era stato sempre molto gentile, e i cinquanta euro di mancia a Natale il professore e gran latinista non li faceva mancare mai, sicuri come il giorno e la notte. Era forse il miglior cliente della libreria, non aveva dubbio. E poi ne era curiosa: sarà stato male, pensava, non volendo neppure badare al peggio che le passava per la mente. “Lo avrebbe saputo” si consolò, “no, forse era solo partito”. “Ma poi per dove e senza passare in libreria per i nuovi arrivi” questo poi le risultava così strano! E la moglie che tanto le piaceva, non la vedeva da molto, pensò.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Subito si risolse.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Alla chiusura di colazione avrebbe abbassato la claire, rinunciando a mangiare composta sul tavolino del retrobottega le polpette che aveva portato da casa, e il professore avrebbe così riavuto la lente del suo monocolo d’oro.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;">“<span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Peccato solo per quella piccola fêlée”. Lo diceva tra sé e sé, nominandola in francese, per paura di accrescerla, la vigliacca rovinosa appena sul bordo, quasi a renderla leggera nella parola e quindi impercettibile. “Che peccato davvero”, rimuginava.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Alle 12 e trenta in punto chiuse il negozio e si avviò. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"> <span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Il passo veloce e la lente ben sistemata in un fazzoletto di lino con la A ricamata da sua madre e i lembi ripiegati all’indietro giusto a lasciare l’iniziale in vista. Il palazzo doveva essere quello, lo intravedeva appena oltre il Museo e la piazza che si era lasciata sulla destra. Era agitata al pensiero di quella casa di gran signori. L’avrebbero fatta entrare? si domandò preoccupata e con lo sguardo trasognato. Ancora pochi passi e il grande portone le era davanti. Spalancato. Lo riconobbe subito, anche se per la polvere, che subito rilevò, non luceva. Anzi, là tutto, fin dai muri sbrecciati con i vasi di sterpi ingiallite, le appariva fané e in abbandono.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Il citofono d’ottone riportava pochi numeri e poi per esteso, giù in basso l’Alonso d’Attorre Visconti. Si consolò, eccolo il professor Alonso d’Attorre, ripeté contenta movendo la testa come sempre faceva con la fanciullesca goffaggine di signorina attempata.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Entrò in cerca della portineria, ma non c’era nessuno. Chiamò il concierge. Nessuno. Si guardò intorno alzando gli occhi ai capitelli delle colonne dell’atrio che si apriva alla corte. Tutto brillava di ruggine spenta dove le ragnatele facevano un manto. Sulla destra una scala, piccola con l’accesso in cimasa sormontato da decori in rilievo di fiori scolpiti e da tempo appassiti. Si fece avanti fino ai gradini dove si apriva un ingresso. La targhetta ossidata diceva Alonso d’Attorre. Non si capiva subito ma era così. Un moto d&#8217;orgoglio per la scelta azzeccata la rese contenta. Fece per suonare e sfiorandola appena la porta si aperse. Si ritrasse, ne ebbe paura. Sentì allora un fioco gemito come di dolore, provenire dall’interno. Si fece coraggio, si mosse in avanti ed entrò. Il rantolo proseguiva, l’odore era pungente, anzi fetido. Si strinse sul naso il foulard che portava sempre annodato da un lato per celare le rughe sul collo, e appena tremante chiamo’: “professor d’Attorre, sta bene, sono io, Adele, la libraia”. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Le veniva da vomitare per l’odore nauseante che penetrava fin dentro ai polmoni. Il rantolo proseguiva oltre l’ingresso buio. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Fece due passi fino alla porta con la grande cimasa. E lì vide un muro. Di libri su libri. Accatastati in pile sconnesse, stretti forte d’inutili abbracci, era scempio di Seneca, Cesare, Lucrezio, Aulo Gellio e Plutarco e Sallustio. I giornali e i romanzi e i tascabili marcivano tra i compendi e gli studi di critica antica e di filologia. Arrivavano quegli inutili tomi ingialliti fino al soffitto riempiendo la stanza accecata di luce e di aria. Uno spreco inaudito, anni e anni di studi e ricerche e pubblicazioni a suo nome svaniti in un macero autopunitivo d’incuria e di odio e rancore. E nel mentre, arrampicatasi sulla scala a pioli adagiata su quella montagna di volumi impazziti, lo vide.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Immobilizzato e dolorante, stava li rannicchiato, il tempo sospeso nella carta che si appallottolava di escrementi e pipì, il volto smagrito e sofferente. “I miei libri, voglio morire di libri soffocato da inutili parole d’inchiostro. A cosa mi valsero? Cui bono?” diceva, ripetendosi in una cantilena di strazi, guardandola smarrito.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Adele si fece coraggio, la nausea appena respinta alla bocca. Il plafond incombente con il lampadario sommerso dagli accumuli e l’odore acre di pagine marcite e di muffe mortifere non lasciavano spazio al respiro. Le carte e i frontespizi ammassati in decomposizione sormontavano ogni cosa. Effluvi di parole in vortice dai caratteri trasudavano da ogni dove, li percepiva anche lei, li vedeva perfino, opprimenti e invasivi. Mostri marini di nero seppiato facevano capo tra le pagine insieme a foto sbiadite e a capilettera violenti, inseguiti da esclamativi di lame assassine.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">La vista le si annebbiava d’incubi repressi troppo a lungo, gli tese la mano, allungandosi sulla scala. E lui gliela strinse. “Professore sta male” disse soltanto mentre l’orrore le invadeva la schiena. E strano a dirsi, in quell’attimo, e per un attimo soltanto, lo amò, come non aveva mai amato nessuno. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;">“<span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">I miei libri, va bene” biascicava lui.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Non sapendo che fare, non riuscendo neppure a vederne la figura avvolta nei ritagli di pagine, ridiscese la scala per chiamare in aiuto.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"> “<span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Torno subito a lei professore” soltanto gli disse col groppo alla gola. E voltando lo sguardo, vide una luce fare lama fra gli angoli d’ombra della porta. Si protese curiosa, la testa in avanti oltre la stanza, ed era lì un catafalco, e distesa fra due candelieri accesi da una vecchia lampadina, una donna col volto nero imputridito e solo i guanti bianchi di pizzo, sulle mani rinsecchite di mummia incartapecorita, piegati in croce tenevano un libro adagiato sul petto. La signora, era morta da troppo e da quando? </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Almeno lei però era stata molto amata, pensò, e ne ebbe invidia financo. &#8220;Così altera nei lineamenti perlati, il professore non poteva lasciarla andar via così, elegante com’era seppur morta stecchita&#8221;.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Poi un capogiro insopportabile, con le gambe tremanti: le venne da svenire. Scappò via inorridita. La inseguivano i lamenti: “Fermate i miei libri, impazziti al galoppo, chiudete le porte, mi assalgono e ululano e graffiano e mordono. Lacrimano sangue, i maledetti. All’Auto da fè, favorite un cerino” perentorio ordinava agli allievi ex cathedra il docente che era. “Neppure il fuoco li farebbe arretrare” si rispondeva poi sconsolato con terribile voce in falsetto di indemoniato alla gogna. Il professore, dall’alto della sua tomba di carta, non aveva più requie: le mani al soffitto graffiavano, la voce gutturale impazzita.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Adele correva, al negozio e per strada. Urtò prima un paletto, la borsa le fece da scudo, e la sciarpa di seta, la sua preferita con le palme di cachemire nei toni più pallidi del verde e violetto, volò quasi foglia sul catrame terroso: un&#8217;auto l&#8217;annerì di polvere e gomma, trascinandola appresso smarrita.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Poi per quella giornata milanese fu tutto un rincorrersi di voci e sirene, e ambulanze e necrofori e parenti ignorati e ora anche i vicini di casa sbadati ed assenti e i curiosi. L’esimio latinista e cattedratico era ben noto, la signora dal blasone abbrunito ancora imponente, ammirata per echi di fama lontana.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1d1b11;"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Adele smarrita affannava tra scaffali e collane e volumi in prima edizione e best seller, stupita d’orrore. Poi le lacrime, a riempire gli occhi cerchiati d’azzurro e avvampati di sonno. Si mosse, frugò nella borsa, ridestandosi e aggiustando la gonna lunga fino al ginocchio. Era stanca, mentre dissolvenze di immagini morte in agguato e veloci in sequenza, le varcavano il capo già incredulo; ed era troppo per lei, e lo sapeva. Quanti fastidi e vergogna: sconsolata si reggeva la testa, con la polizia in attesa giusto appena all’ingresso della libreria; e pensava ai vicini irridenti, mentre la radio dalla centrale gracchiava parole incomprese. Immerse così nella borsetta la mano veloce a cercare il fazzoletto ricamato che s’avviluppa. Dentro soltanto i frantumi di una lente impossibile da ricomporre, come il tempo che segnava di macchie le sue mani di donna sfiorita e sola. Alla sera, non ebbe la forza di leggere neppure una riga fra le molte che avrebbe voluto e che sole le davano il conforto mancato nel grande letto sempre vuoto di bianco abbagliante. Preoccupata com’era, in quella assurda notte di un triste sabato d&#8217;abbandono ci pensava di continuo, senza mai riuscire a prendere sonno: ah il latinista, non ci fosse mai andata!</span></span></span></p>
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