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	<title>Stefano Chiodi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Prese su Rembrandt</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jul 2014 06:00:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <b>Andrea Inglese</b> <br />
<em>L’unica cosa certa è il color del cielo.</em>
La faccenda del colore del cielo andrebbe risolta subito, in modo pragmatico e sportivo, perché è evidente che il cielo sempre è colorato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/nellocchio.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-48381" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/nellocchio.jpg" alt="nell'occhio" width="96" height="127" /></a> [Questo testo è contenuto in </em>Nell&#8217;occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all&#8217;immagine,<em> a cura di <strong>Clotilde Bertoni</strong>, <strong>Massimo Fusillo</strong>, <strong>Gianluigi Simonetti</strong> e con postfazione di Stefano Chiodi. Il volume, appena uscito per Donzelli, è costituito da ventisette immagini lette da: Roberto Andò, Franco Buffoni Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Elio De Capitani, Giorgio Fontana, Gabriele Frasca, Nadia Fusini, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Valerio Magrelli, Guido Mazzoni, Enzo Moscato, Tommaso Pincio, Vincenzo Pirrotta, Laura Pugno, ricci/forte, Alessandra Sarchi, Walter Siti, Domenico Starnone, Federico Tiezzi, Emanuele Trevi.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>L’unica cosa certa è il color del cielo</em>. <span id="more-48380"></span><br />
La faccenda del colore del cielo andrebbe risolta subito, in modo pragmatico e sportivo, perché è evidente che il cielo sempre è colorato e che anche questo pezzo di cielo ha il suo colore, un colore ben pittorico, tutto d’artificio, ma realmente e materialmente accudito, coltivato, e spalmato su tela da Rembrandt Harmenszoon van Rijin per un certo numero di giorni alcuni secoli fa. E dirimere quel colore, nel suo pulsante aleggiare, è un grave, difficoltoso passo: è un blu, certo, semmai un azzurro, comunque un avvallamento cromatico in cui appaiono e dispaiono, sopravanzandosi per poi affondare, dei moti di blu cadetto, di blu reale, di cobalto, di blu ceruleo, d’azzurro sporco, forse dell’indaco elettrico, fremiti di celeste opaco, aspro, ma nulla è meno sicuro, unanime, archiviabile di quel colore: se ne è perso irrimediabilmente il campione.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Ratto-di-Proserpina.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-48382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Ratto-di-Proserpina.jpg" alt="Ratto di Proserpina" width="554" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Ratto-di-Proserpina.jpg 554w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Ratto-di-Proserpina-277x300.jpg 277w" sizes="(max-width: 554px) 100vw, 554px" /></a></p>
<p><em>La scappatoia celeste.</em><br />
Bisogna poggiare ogni speranza su questa zona irrorata benignamente. Questo lo si capisce subito, in mezzo a tanto spavento, al grosso disastro di sotto, è sopra, nell’area buona, che bisogna posare lo sguardo, anzi lo sguardo è riposato grazie alla zona, è lì che spontaneamente posa, si carica e rinvigorisce, come sfuggito ad una trappola, ad uno spreco energetico inaudito. Nessuno spettatore vuole impegnarsi sulla scena terrestre, con quel moto sghembo e sinuoso di salita diagonale di figure umane, e precipizio animale verso il vertice basso e destro. L’esplosione, con il suo calice nero fumo, non può colmare l’immagine: qualcosa dall’interno resiste, una zona liberata, sgombra, perfettamente pulita, riparata, intonsa. Una via di fuga: radura non per atterrare, ma per districarsi da terra, prendere slancio, sorvolare. Punto di fuga, ma anche d’ancoraggio, mozzo di ogni organo rotante: l’asse fermo intorno a cui la ruota dell’universo gira, si sfrangia, disgrega nello sfumato. (Dentro il semicerchio, azzurramente, tutto è calmo, e assodato, anche se per interna dislocazione, per circuito continuo di particelle finissime. C’è un vibrato intrinseco a quello spalancamento, un vibrato sottile, sfuggente, appena percepibile, che nell’insieme mostra una compatta trasparenza, una liquidità ariosa, e fa diversione al rovinoso svolgimento che gli è sotteso.)</p>
<p><em>Il primo punto è la dichiarazione dell’azzurro.</em> <br />
Come si debba, in quale circostanza, per quali vie retoriche, da quali gole, dentro quali aule sterilizzate, scientificamente in attrezzo, con spettroscopio fungibile, dichiarare il lembo, il manufatto, il quid dell’azzurro, nel suo intimo vibrare in fermezza e liberazione. Fin da subito, è ciò che salta negli occhi: la lucentezza torva dell’azzurro, quel cobalto-turchino, quel celeste strano, felice ma gelido, tagliente ed elastico. Questo schermo irradiante, incorniciato dal buio forestale, dalle fronde svettanti di una quercia, è sotto gli occhi di tutti: bisogna verbalizzarlo, metterlo nell’armatura logica della proposizione sensata, placando l’inquietudine cognitiva, lo scetticismo scozzese. Il vedente sia spinto senza ambagi alla dichiarazione: <em>blue now!</em> O a qualcosa di altrettanto atomico, protocollare, pianamente fenomenologico. Da qui, da questa piatta enormità, da questo elementare approdo al colore, alla sua tessitura, composizione, densità, accelerazione, da questo semplice paravento di evidenze pittoriche dovrà procedere tutto: risalendo poi, oltre lo svolgimento della pittura olandese protestante e repubblicana, fino ai grandi schemi statistici, storico-sociologici, iconografici della pittura mondiale, come grande sforzo nei secoli di stemperatura, impasto, sfregamento lento e minuto di pigmenti per il conseguimento di<em> questo</em> lembo di azzurro elementare, o di blu rasserenante, a intervallare i grandi e convulsi movimenti dell’umanità, tra le porpore guerresche e gli ori dei trionfi. L’occasionale testimone, passato per questa sala della Gemäldegalerie, non del tutto ignaro dell’opera di Rembrandt, qui verrà comunque irretito: sbattendo palpebre, strabuzzando occhi, meditando senza costrutto, lui pure, per primo, si sentirà spinto a dare dichiarazione del colore, di quel colore atonale, zona-cuscinetto, pace residua ma inestirpabile. Anche lui vorrà sciogliere lo stregamento retinico: e con formula dichiarativa, ossia adamitica e perenne, dettagliare famiglia materia e anima del colore acquamarina torbida, confinante cobalto, o fosco-azzurro, psicotico-celeste, della indistruttibile salvezza.</p>
<p><em>Ma quel lembo di cielo</em>, l’1/3 di quiete celeste in un 2/3 di cupo scatenamento terreno, non è semplicemente un disequilibrio, un’oasi che sorvoli il nerume tragico della storia, non è la pura antitesi che infilza la spada dell’eternità dentro il corpo disgregato del consesso umano, in via di spopolamento ed estinzione per la lupesca, universale, reciproca razzia; quell’azzurro è solo la parte alta, il viso, l’espressione benigna e ipocrita di quel più generale mostro, di cui la scena del rapimento, con la panoplia di donzelle al seguito e di eroina dominata dal predatore, non è che l’ala buia e fetida. Questo è il sospetto dopo una più globale raccolta d’indizi: mettendosi a distanza, cercando di trarre dal confuso insieme di masse un’articolazione interna e necessaria, una meccanica solidale che sovraintenda al tutto. Il tronco di cono dell’umana miseria, appena travestita da fantocci pagani, da mitologie ormai fumettistiche, s’innalza progressivamente, ampliando nel contempo la sua base boschiva e ferina, di querce, cocchieri e cavalli pazzi, e impilando vittime e rapitori grazie al risucchio dell’oblò-cobalto, all’occhio calmo del ciclone, al vuoto magnetico che tira dall’alto, e l’ascesa è litigiosa, con carnefici che strappano al mondo fragili corpi da violare, in un gioco di massacro costante, rotatorio e verticale  .</p>
<p><em>Siamo qui riuniti, siamo tutti, siamo quasi al completo</em>, un gran buon numero, siamo solidamente assisi, non solo intenditori, siamo nel consesso, strettamente integrati e uniti, con uno splendido sforzo intellettuale, siamo in una dimensione intelligente, ognuno elettivamente affine all’altro, siamo qui non per vederlo, o per dichiarare il lembo dell’1/3, se sia cromaticamente grigiazzurro o blu snervato, come uno spettatore fuori scena, un passante sorpreso dal temporale della pittura olandese. Noi siamo assembleari, saldi nella nostra fredda visione, ogni nostro minuto è un tempo non di vita, di passiva vita animale, ma di attiva deliberazione, noi deliberatamente ci attiviamo, siamo qui nell’intendimento del quadro, globalmente incluso nel nostro intelligere, siamo professori, non da ieri e non da oggi, siamo in tanti, ben collegati, i dipartimenti permettono la circolazione fluida, i saperi sono i nostri, integrati e duttili, affinché si possa fare il salto, lo faremo assieme, stringendoci, afferrati per le mani, le braccia sulle altrui spalle, come in preparazione di una mischia nel gioco della palla ovale, noi dallo spirito allenato, muscolare, dobbiamo non fallire, quello che si vede nel quadro è anche quello che ci blocca, che tenta di rallentarci, è l’ipnotismo di Rembrandt, tutto un cinico e suadente maneggio di figure, a partire dal movimento trainante, di estrazione e getto verso l’alto, obliquo, e dal movimento trionfale, dorato, in sfrecciamento orizzontale, tutto riflessi di cocchio, e lo smottamento dei cavalli quasi completamente intubati nella tenebra, impastati nella notte che si estende sul lato destro dalla base al vertice, e le terribili fauci vegetali, dentate, spinose, sul lato opposto, che tutto paiono reggere come un perno… Nessuno di noi è qui, pagato e formato, lungamente tratto alla più rara intelligenza, per rimettersi a questo, per chinare il capo, tutti assorbiti, invasi dal raggio pittorico. Al contrario, forti della nostra assemblea, agitando le braccia solennemente, noi aboliamo la pittura: cominciamo solennemente a dirlo: il nostro discorso intendente, intenditore, la nostra perizia, è tutto quanto resta, la quintessenza, il cristallo verbale e grafico, della pittura, è del combusto che si tratta, di quanto è stato abolito, abbruciato, negato dalla fiamma vivida della nostra professorale ostinazione: la pittura-residuo, il mucchietto fragile di cenere, e la nostra glossa che lo circonda e innalza.</p>
<p><em>Bisognerebbe verbalizzare infine l’episodio</em>, quello storico-giornalistico, l’<em>affaire</em> Proserpina: semplificando tutto, cavando fuori dalle valve umide e fuligginose del paesaggio, da questa sorta di antro-radura, il bandolo criminale: lo stupratore e la vittima, estrapolando dalla scena stregata, maledicente in sussurri boschivi, il fior-fiore dell’azione umana, isolato infine con occhio vescovile, sociologico, il parapiglia miserabile dei personaggi, desolidarizzato il mucchio, frazionata la mischia: il bruto, ammascellato e baffo-barbuto, virilmente ottuso, ostinato nella sua fissa libidica, inflessibile nella presa, vene gonfie del braccio, lo sguardo giaguarescamente vuoto, inintelligente, puntato senza scopo verso l’alto, mentre è sotto, in discendimento che dovrebbe mirare, questo dio-mascalzone digrigna persino i denti, con un sciccoso tappeto sulle spalle, e ben saldo sul suo cocchio stile hell’s angel, con cofano sapientemente lavorato ultimo grido: qui è il locomotore, la sua carrozzeria rutilante, con il muso terrifico, a disperare anche lo spettatore più intraprendente. Non sono i cavalli schizoidi, non è la bestialità del baffone a determinare la paralisi, l’assoluto abbandono di ogni residua rivolta morale, è proprio il muso leonino, azzannante, della biga a neutralizzare il possibile ricorso umanitario. Ma non per loro, non per lei, che completamente pallida, già resa morta di rabbia e paura, gli arpiona una guancia, ficcando fin dove può (all’osso) le unghie, mentre l’altra mano preme per ottenere spinta uguale e contraria, e nella sua veste infitte, come cascatrici rodate, le damigelle al traino, con un volto paffuto e serioso di bambine, <em>stuntwomen</em> determinate e implacabili, che Plutone ritroverà fracassate fin nell’ultimo cerchio dell’Ade.</p>
<p><em>Ma è sulla verticale sinistra, che tutto si gioca</em>: fuori dal melodramma e dalla cortina fumogena. Al suolo, un semicerchio vegetale, conciso, risponde all’ampio, alto, semicerchio celeste: non più sollievo, stavolta, ma enigma, di questa mezzaluna che rischiara, dal basso, dalla terra, e lo strisciare attorto dei cardi  e le anonime fogliacce carnose, come un’escrescenza anomala, prima di trapassare nel docile prato, costituito da pianticelle, steli, fiorellini minuti. Questa comparsa muta, di margine, richiederebbe tutto l’indugio, la magnanimità proustiana, affinché sia innalzata alla più nitida, scintillante, figurazione: tale da gettare ombra sull’intero resto, oblio sugli affari umani, squallidi e roboanti, sugli dei e i loro templi, sugli archi traiani e i droni della General Atomics.<br />
*</p>
<p>Rembrandt, <em>Ratto di Proserpina</em>, 1631</p>
<p>*</p>
<p>NOTE</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Feb 2011 09:35:32 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Stefano Chiodi</strong> ( da <a href="http://www.doppiozero.com">doppiozero</a>)</p>
<p>La mancata elaborazione della memoria coloniale è stata ed è una delle più vistose lacune della coscienza collettiva italiana. Non che siano mancate analisi e riflessioni sulle avventure africane del nostro paese tra la fine dell’Ottocento e gli anni quaranta del secolo scorso: da tempo ormai la storiografia ha denunciato le comode mitologie del colonialismo umbertino e fascista, la sua violenza, il suo rapace avventurismo, il suo razzismo. Ciò che è mancata è semmai un’elaborazione culturale comune sulle conseguenze di quella storia sulla nostra identità attuale, tanto più in un mondo globalizzato in cui il confronto tra culture è diventato un tema fondamentale e non eludibile.<span id="more-38283"></span> Come si è visto in questi anni nei confronti dell’immigrazione, l’atteggiamento ufficiale italiano nei confronti dei “diversi” oscilla tra paternalismo, indifferenza, ostilità, grettezza, prepotenza. Incapaci di fare i conti con la propria identità plurale, in se stessa diversificata, gli italiani si accontentano di volta in volta di fare la faccia feroce o di mostrarsi cinici ed opportunisti, sino a farsi umiliare dalle stravaganze dei despoti, come si è visto nelle visite romane del dittatore Gheddafi.</p>
<p>Un giovane artista, Patrizio Di Massimo, si è occupato di recente dell’eredità coloniale italiana, e della Libia in particolare, seguendo il filo delle sopravvivenze sparse sul suo territorio, dalle rovine romane alle costruzioni di epoca littoria. Nel 2009 ha realizzato un video, <em>Oae</em>, che è una delle pochissime opere d’arte contemporanea a fare direttamente i conti con questo nodo storico, politico e soprattutto culturale. Lo sguardo che l’artista getta sulla realtà libica è quello di un antropologo che interroga simultaneamente l’identità della cultura che visita e quella che porta con sé, mettendo alla prova i limiti della propria capacità di comprensione dell’altro. La Libia che il video ci mostra è uno spazio frammentario, discontinuo, cosparso di memorie antiche e recenti: è uno spazio anacronico, in cui si mescolano le vestigia delle passate colonizzazioni – romana, araba, italiana – e la storia si mostra, come ha scritto Walter Benjamin, in tutto quanto ha, fin dall’inizio, di inopportuno, di doloroso, di sbagliato. È anche uno spazio di immagini: fotografie e soprattutto documentari, filmati di propaganda e film che tentano l’ardua, e fallimentare, ricostruzione finzionale di un passato obliterato. Il video annoda questi momenti dispersi attraverso la classica metafora del viaggio: viaggio nel tempo e nello spazio, viaggio fuori e dentro di sé. Siamo così trasportati al confine del deserto, dove gli uomini, le case, le strade, le stesse rovine lasciano spazio al nulla indifferenziato: è qui che termina il viaggio, nella zona morta che segna il confine del tempo storico. È da qui che dobbiamo tornare indietro per poter ricostruire un presente non più immemore e falsamente innocente.</p>
<p>La tragica attualità della questione libica, della guerra civile che divampa in queste ore, dei massacri della popolazione, dell’indifferenza delle potenze internazionali, dà a questo lavoro una forza e un interesse davvero unici. È una di quelle rare circostanze in cui un’opera d&#8217;arte può davvero orientare la nostra percezione e rendere più acuto il nostro giudizio sui fatti. “I personaggi in questo film sono autentici e gli eventi basati su fatti storici” dice un cartello nel video. Per una volta forse non è solo retorica.</p>
<p>***<br />
<em>Un testo dell&#8217;autore in margine al suo video si trova <a href="http://www.doppiozero.com/materiali/tradizione/il-paesaggio-morale-italiano">qui</a>.</em></p>
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		<title>Nasce doppiozero</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 13:45:35 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.doppiozero.com/">doppiozero</a>: istruzioni per l&#8217;uso</em></p>
<p>Tutte le esperienze di produzione e informazione culturale si stanno ormai affacciando in rete e l’utopia di un sapere diffuso, accessibile a tutti, sembra non esser mai stata così vicina a realizzarsi. Un anno fa ci siamo messi intorno a un tavolo con quest’idea in testa: trovare un modo nuovo per produrre e pubblicare (nel senso di rendere pubblica) cultura in rete con uno sguardo più lungo e più lento, capace di interpretare la contemporaneità, di mostrarla come un campo dove non conta solo il libro, l’immagine o il personaggio del momento ma in cui risuona la memoria e germoglia il futuro. Stimolare riflessioni, discussioni, partecipazione: questi i nostri punti di partenza. E soprattutto, formulare nuove domande e cercare nuove risposte per sollevare la temperatura culturale del nostro paese, per cercare di capire chi siamo e dove andiamo.<br />
E così eccoci qui, con qualcosa che è allo stesso tempo un esperimento, un passo avanti e una prova: una versione beta, come si dice sul web. Che tradotto significa: ciò che vedete è solo una piccola parte di quello che abbiamo in mente.<br />
Continua a leggere su <em><a href="http://www.doppiozero.com/materiali/lettere/doppiozero-istruzioni-luso">doppiozero</a></em></p>
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		<title>Caso oggettivo</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 06:04:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Stefano Chiodi fonte Devono essere le tre o le quattro del pomeriggio. Un pomeriggio d’autunno inoltrato, o forse di un temperato inverno meridionale: l’anno è il 1941 o l’inizio del ‘42, il luogo una città imprecisata degli Stati Uniti, forse Washington. Il cielo è terso, il sole disegna lunghe ombre nette, come in una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Stefano Chiodi</strong></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/foto-1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-36831" title="foto 1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/foto-1.jpg" alt="" width="368" height="280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/foto-1.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/foto-1-300x228.jpg 300w" sizes="(max-width: 368px) 100vw, 368px" /></a></div>
<div style="text-align: center;"><em><a href="http://farm3.static.flickr.com/2217/2178389613_cfcf05596e_o.jpg">fonte</a></em></div>
<div>Devono essere le tre o le quattro del pomeriggio. Un pomeriggio d’autunno inoltrato, o forse di un temperato inverno meridionale: l’anno è il 1941 o l’inizio del ‘42, il luogo una città imprecisata degli Stati Uniti, forse Washington. Il cielo è terso, il sole disegna lunghe ombre nette, come in una giornata di tramontana. Un angolo di strada visto leggermente in diagonale, l’asfalto, poi il marciapiede con i bordi di pietra grigia, degli edifici; nel primo, a sinistra, dietro l’albero spoglio che proietta sui muri bianchi la sua silhouette, una bassa palazzina dalla facciata di pietra con pretese beaux-arts – cornici, mensole, finestre hung sash. Subito dopo, due storefront, uno dipinto di verde oliva, l’altro di rosso: “Laundry” sta scritto sul primo; “J. Maru ci Barber hop”, annuncia invece nella vetrina a fianco una scritta a caratteri dorati a rilievo cui mancano due lettere. <span id="more-36828"></span>Poi, una classica insegna di barbiere, un cilindro a fasce rosse bianche blu racchiuso tra due semisfere di metallo cromato. Di fianco, un edificio di mattoni rossi con tre finestre allineate sotto un cornicione a motivi geometrici. Al piano terra, la vetrina di legno dipinto di verde e il tendone giallo ocra di un altro negozio, senza insegna; dietro i vetri sono state tirate delle pesanti cortine su cui da un lato getta ombra una vetrofania, “A. Peterman”. La luce intensa fa risaltare i dettagli più minuti, l’anello del saliscendi nella bottega del barbiere, la lampadina nuda che penzola sopra l’ingresso della lavanderia, la trama delle tendine ricamate nelle finestre, i rami stecchiti degli alberi e i tralci nudi di un rampicante sul muro bianco a sinistra. Proprio al centro, sul marciapiede, una donna di colore cammina seguita da un cane. Il passo è veloce, la fisionomia mossa, irriconoscibile, senza età; porta sulle spalle un soprabito, forse un cappotto di lana, color ruggine; sotto, si intravede una gonna con una fantasia dai toni marrone, ocra e bianco. I suoi calzini grigi spiccano sulle gambe nude, mentre le scarpe marroni di foggia maschile si muovono sulle lastre di cemento del marciapiede. Tutti i negozi sono chiusi. Non si vedono altre scritte, pubblicità, graffiti, il carico di segni che ogni città reca inevitabilmente con sé. Nulla, se non l’immobilità e il vuoto disabitato di uno strano pomeriggio, l’aria trasparente che si tinge di giallo, il senso di un’interruzione incombente che sembra proclamare l’inammissibilità di ogni cambiamento.</div>
<div id="_mcePaste">Abbiamo visto altre immagini immerse in quest’atmosfera sospesa e inconfondibile che da Giorgio de Chirico in poi si è chiamata metafisica. E lo scatto di Louise Rosskam, una fotografa attiva negli Stati Uniti dagli anni trenta agli anni sessanta del secolo scorso, fa pensare in effetti a molte altre immagini dipinte, ai molti diversi realismi, “magici” o “sociali”,  del Novecento, da Edward Hopper, riferimento obbligatorio, alle scene di strada tipiche di pittori e fotografi della Great Depression come Walker Evans, Ben Shan, Dorothea Lange e altri ancora, e anche a certe scene di film in cui la città fa da sfondo naturale a vagabondaggi ossessivi o liberatori, a fughe, inseguimenti angosciosi, appuntamenti fatali, misteri. Con la sua inquadratura intenzionalmente distanziata, le sue linee verticali perfettamente a piombo, la composizione regolare, l’immagine è poi un esempio eloquente di quella che gli studiosi chiamano “fotografia documentaria” proprio per la sua ricerca di imparzialità, per l’attenzione prestata agli elementi minori, anche in apparenza insignificanti, dello scenario sociale, per la sua fedeltà a una vocazione topografica ed etnologica. Queste erano del resto le esplicite richieste del committente della fotografia (in origine una grande diapositiva Kodachrome, formato 4 x 5 pollici), la Farm Security Administration o FSA, una delle istituzioni più tipiche del New Deal roosveltiano, impegnata in progetti di pubblica utilità nelle sterminate aree rurali del Sud e dell’Ovest americano. Era stato Roy Stryker, capo della Information Division della FSA tra il 1935 e il 1944, a ideare la celebre campagna fotografica destinata a documentare le condizioni di vita dei contadini poveri e più in generale il contesto materiale in cui trascorreva l’esistenza delle classi popolari: campi coltivati, miniere, strade, ponti, fattorie, case e strade, industrie, depositi, scali ferroviari, scuole, fiere, mercati, luoghi di ritrovo, e quindi, nel periodo della seconda guerra mondiale, stabilimenti e basi militari, fabbriche di armi, di aeroplani e navi. Una campagna da cui sarebbero derivate molte immagini memorabili e che grazie alla sua particolare combinazione di istanze politiche, sensibilità sociale e qualità estetica, costituisce uno snodo fondamentale nell’evoluzione del medium fotografico nella prima metà del Novecento.</div>
<div id="_mcePaste">Ma torniamo a quel pomeriggio d’autunno del 1941, quando Louise Rosskam puntava il suo obiettivo su una strada di periferia nel sud degli Stati Uniti. Nello stesso archivio, a qualche “numero” di distanza, ecco qualcosa di inatteso: un altro scatto, realizzato dalla stessa posizione e nelle identiche condizioni di luce, somigliante al punto che le due immagini possono essere sovrapposte con minimi scarti usando un semplice procedimento in un programma di photo editing.</div>
<div style="text-align: center;"><em><br />
</em></div>
<div>Questa seconda diapositiva, classificata dalla Library of Congress con la stessa didascalia dubitativa dell’altra (“Laundry, barbershop and store, Washington, D.C.?”) sembra essere stata scattata a prima vista dopo la prima, a distanza di una manciata di minuti, forse di mezz’ora a giudicare dalla maggiore inclinazione delle ombre. Il negozio sulla destra è ora aperto, il telone giallo è stato abbassato e attraverso le vetrine si può ora scorgere la mercanzia in vendita, abiti e biancheria femminile. Nell’ombra sotto il telone un uomo in piedi guarda verso l’obiettivo. È un bianco, ancora giovane; indossa una camicia grigia dal collo sbottonato e un paio di pantaloni blu; sta fumando la pipa. Sulla sinistra, parcheggiata lungo il marciapiede, si scorge ora un’automobile nera con sottili accenti rossi lungo la fiancata e intorno alle borchie cromate al centro della ruote; è una berlina Chevrolet model year 1940. Al centro, un po’ indietro rispetto alla posizione della passante della prima foto, cammina un ragazzo nero in slacks marroni e giubbino avana, i tratti resi indecifrabili dal movimento.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/foto-2-2.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-36833" title="foto 2 (2)" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/foto-2-2.jpg" alt="" width="368" height="286" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/foto-2-2.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/foto-2-2-300x232.jpg 300w" sizes="(max-width: 368px) 100vw, 368px" /></a></div>
<div style="text-align: center;"><a href="http://farm3.static.flickr.com/2176/2179179624_068d63eba6_o.jpg">fonte</a></div>
<div id="_mcePaste">Due scatti, un prima e un dopo separati dai pochi minuti in cui le due fotografie registrano impassibilmente il meccanismo ad orologeria delle aperture e delle chiusure, le pause, i passi, i movimenti minimi sotto il lento declinare della luce solare. Ma non è così. Queste fotografie non sono state scattate nello stesso giorno, e neppure nella stessa settimana, e certamente non in quest’ordine. A renderlo evidente sono dettagli a prima vista impercettibili che si scoprono solo scrutando da vicino le due diapositive. A sinistra, sul muro bianco dell’edificio a sinistra, molte foglie secche sono ancora attaccate alla pianta rampicante; la lavanderia ha un’insegna appesa sulla porta, un cartello metallico con un nome cinese, “Chung Wah Laundry”; la bottega del barbiere è chiusa da una controporta. Questi indizi puntano a un’unica conclusione: la seconda foto è stata scattata cronologicamente prima, non dopo l’altra. Più di qualche giorno certamente, forse due o tre settimane, necessarie al vento per far volar via le ultime foglie secche, e al proprietario della lavanderia per staccare il cartello e trasferire altrove la sua impresa. Ed ecco allora che le due immagini lasciano trasparire in filigrana un nuovo e inatteso enigma: perché Louise Rosskam ha ripreso per due volte questo particolare scorcio di città? È solo un caso? O c’è una relazione occulta tra i due scatti? Forse, dopo lo sviluppo della pellicola, il primo si era rivelato guastato dalla presenza sghemba dell’automobile della fotografa ed è stato ripetuto in nome di un’esigenza di integrità, di rigore formalista. O forse Louise si è trovata a passare per due volte nella stessa strada e dimenticando di averla già ripresa si è lasciata catturare di nuovo dalla sua particolare atmosfera. È possibile, certo. Ma forse c’è un’altra spiegazione, la possibilità che nell’immagine ripetuta affiori un significato latente, un sovrappiù di senso, una risonanza cripticamente poetica, non consapevole, non intenzionale, un’energia perturbante che si diffonde nell’atmosfera e penetra negli oggetti, negli edifici, nelle superfici colorate,nei pieni e nei vuoti, li imbeve e li rende all’improvviso estranei, confinati in una strana remotezza da cui quel per qualche motivo non possono più uscire. E forse il motore segreto di tutto questo è l’incontro, l’inciampo anzi in una casualità, in un hasard objectif, quel particolare “sincronismo” in cui André Breton scorgeva il segno di una possibile riconciliazione tra le finalità della natura e quelle dell’uomo, un’alleanza inattesa tra il desiderio e le forze del mondo reale, un appuntamento che è anche uno stato d’animo, il sigillo di un’affinità segreta tra inconscio e mondo e il punto senza dimensione da cui il meraviglioso sgorga nel quotidiano.</div>
<div id="_mcePaste">Ecco allora che queste due immagini, a prima vista così neutrali, così “trasparenti”, diventare all’improvviso due schermi sorprendentemente opachi, in cui si annidano un’attesa e una minaccia. Nel tempo trascorso è accaduto qualcosa, qualcosa di pertinente a quello spazio e a quel tempo, e insieme un incontro con un tempo e uno spazio diversi. Qualcosa che non ha a che fare con una simbologia privata o col ritorno inatteso di un ricordo, ma che al contrario possiamo reimmaginare e reinterpretare, in cui possiamo iscrivere la trama oscura e inconfondibile di un’allegoria. E nello spazio e nel tempo di Louise Rosskam, nello spazio e nel tempo di quella strada, di quella città, questo altro elusivo possiede un corpo e un nome precisi. Alle 7:51 di domenica 7 dicembre 1941 centinaia di aerei giapponesi decollati da portaerei in pieno Oceano Pacifico attaccano alle Hawaii la base americana di Pearl Harbor, causando ingenti distruzioni e trascinando gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. È una delle date simbolo della storia americana – “a date which will live in infamy” come disse Franklin D. Roosevelt –, un attacco a sorpresa rimasto profondamente impresso nella memoria collettiva e destinato a condizionare scelte politiche e militari sino al suo impensabile reenactment l’11 settembre 2001.</div>
<div id="_mcePaste">Una fotografia documentaria come inconcepibile allegoria del trauma di Pearl Harbor. Come simbolo nero dissimulato nei panni frusti del quotidiano, come pozzo che si spalanca al centro dell’immagine, come culla del caso oggettivo. Immaginiamo allora la prima fotografia scattata in un quieto pomeriggio di novembre, durante una delle sistematiche esplorazioni dei sobborghi di Washington compiute in quei mesi da Louise Rosskam a bordo della sua Chevrolet nera. E la seconda, con i suoi negozi chiusi, l’insegna rimossa, il senso di un subitaneo svuotamento, di una sospensione luttuosa e inspiegabile del ritmo quotidiano, come risultato invece di un trasalimento istintivo, di uno sgomento che si è trasmesso simultaneamente all’inconscio e alla città, incrinando la luce di un pomeriggio d’autunno, rarefacendo l’aria, scoprendo abissi tra le cose. Qualcosa si è spezzato tra la prima e la seconda fotografia, qualcosa ha lottato per raggiungere la superficie e alla fine l’ha conquistata. Louise è ferma, in piedi: vede due immagini, una di fronte agli occhi, l’altra nella memoria, la prima sovrapposta alla seconda. Percepisce una vibrazione, qualcosa di inatteso, di inquieto, che ha reso in un attimo estraneo uno scenario familiare. È la stessa strada? Cosa è cambiato? Tutto è come spento, e strappato via, immobile. Agisce d’istinto: poggia a terra il cavalletto sullo stesso tombino usato la prima volta, incastra le sue aste negli stessi fori sulla piastra di ferro. Sistema con pochi gesti la macchina, la carica, mette a fuoco, controlla l’esposizione, dà un’ultima occhiata: un angolo di strada visto leggermente in diagonale, l’asfalto, poi il marciapiede con i bordi di pietra grigia, degli edifici… Scatta. Sono le tre del pomeriggio di domenica 7 dicembre 1941: a migliaia di chilometri di distanza gli aerosiluranti giapponesi hanno appena terminato il loro raid su Pearl Harbor. Nel chiarore declinante del giorno dell’infamia, la lugubre ombra della devastazione si è allungata sino a una lontana città e l’ha fatta rabbrividire.</div>
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		<title>QUESTA E ALTRE PREISTORIE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 07:13:38 +0000</pubDate>
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