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	<title>Stefano Cucchi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Per Rosaria e Roberto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2014 17:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Minacciosità mafiosa (quasi) accidentale di un avvocato Un tempo ormai lontano ci fu una celebre sentenza che certificò un “malore attivo” quale causa del volo accidentale fuori dalla finestra di un ferroviere anarchico mentre lo stavano interrogando alla questura di Milano. Pochi giorni orsono un’altra sentenza controversa non decretava – per fortuna &#8211; che il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Minacciosità mafiosa (quasi) accidentale di un avvocato</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg" alt="La legge" width="457" height="260" class="alignnone size-full wp-image-49705" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg 457w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge-300x170.jpg 300w" sizes="(max-width: 457px) 100vw, 457px" /></a></p>
<p>Un tempo ormai lontano ci fu una celebre sentenza che certificò un “malore attivo” quale causa del volo accidentale fuori dalla finestra di un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Pinelli">ferroviere anarchico </a>mentre lo stavano interrogando alla questura di Milano.<br />
Pochi giorni orsono un’altra sentenza controversa non decretava – per fortuna &#8211; che il malcapitato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/01/tutti-assolti-allora-stefano-e-vivo/">Stefano Cucchi</a> era deceduto per autolesionismo e proprio rifiuto a alimentarsi, bensì mandava tutti assolti perché non ci sarebbero state prove sufficienti per stabilire le responsabilità personali dei tanti coimputati nella sua morte.<br />
La sentenza di ieri per certi versi forse somiglia più a quella sul caso Pinelli. Contiene aspetti così stridenti non solo con il temibile buonsenso ma anche con la logica più elementare da farla apparire molto meno tragica di quella ma imparentata da un sentore di assurdo.<span id="more-49704"></span><br />
Il tribunale di Napoli ha condannato “per minacce aggravate dalla finalità mafiosa” il difensore dei Casalesi Michele Santonastaso e al tempo stesso ha prosciolto “per non aver commesso il fatto”  i boss Antonio Iovine e Francesco Bidognetti (il primo diventato collaboratore di giustizia).<br />
Il verdetto, a prima vista, cozza contro l’uso comune dell’italiano e di tante altre lingue dove l’incarico a un avvocato si dice “mandato” e colui che glielo conferisce cade sotto la definizione di “mandante”: «Nel linguaggio giur., relativamente al contratto di mandato, il soggetto che dà all’altro (<em>mandatario</em>) l’incarico di compiere uno o più atti giuridici nel suo interesse.» (Treccani)<br />
Insomma, la sentenza sembra affermare che nel 2008 durante l’appello dello Spartacus, quando fu letto il documento contenente <em>minacce aggravate dalla finalità mafiosa</em> contro Rosaria Capacchione e Roberto Saviano (i magistrati Federico Cafiero de Raho e Raffaele Cantone figurano come parti lese in un processo a Roma), l’avvocato Santonastaso abbia pensato tutto da solo: prima di includere quella lettera intimidatoria nell’istanza di remissione, poi farla firmare ai suoi mandanti e infine darne pubblica lettura in un’aula del tribunale di Napoli. L’aggravante della finalità mafiosa, confermata dalla sua condanna, scaturirebbe dunque dalla semplice circostanza che (vedi Treccani) il difensore abbia agito nell’interesse di soggetti che erano senz’altro all’apice di un’organizzazione criminale. Forse l’accaduto andrebbe quindi interpretato come un eccesso di zelo professionale nei confronti dei mandanti che abbia trascinato il legale in <em>finalità mafiose</em>. Perché secondo la sentenza di ieri è invece stabilito che i due boss Bidognetti e Iovine <em>non hanno commesso il fatto</em>. Non hanno preparato il testo dell’istanza di remissione (ossia la richiesta di spostare il processo a Roma), anche se includeva una <em>lettera</em> firmata da entrambi, e non l’hanno indubitabilmente letta in aula. Potrebbero, secondo il giudice, averla firmata come un qualsiasi documento burocratico, molto distratti, senza accorgersi che contenesse delle minacce o senza rendersi conto che, visto che risultavano pronunciate a nome di due capi camorra, potessero venire giudicate <em>aggravate da finalità mafiose</em>. Questo s’induce dal fatto che le loro firme autentiche siano state ritenute prova a tal punto insufficiente da non mandarli assolti per insufficienza di prove bensì con formula piena. Ieri due cittadini condannati all’ergastolo come mandanti di moltissimi omicidi e una strage sono stati dunque scagionati come mandanti di un loro rappresentante di fronte alla legge dello Stato. Ma forse supporre o pretendere che chi si assume la responsabilità di decidere chi bisogna ammazzare stia anche a controllare ogni mossa che s’inventa il suo avvocato, sembra davvero troppo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg" alt="Rosaria Roberto" width="620" height="334" class="aligncenter size-full wp-image-49706" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto-300x161.jpg 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></p>
<p>Nazione Indiana è il luogo dove <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=roberto+saviano">Roberto Saviano</a> ha mosso i suoi primi passi e anche il luogo dove <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=Rosaria+capacchione">Rosaria Capacchione</a> ha transitato con un’ospitalità assidua e familiare, spesso mediata dal suo amico e compaesano Francesco Forlani. Questo commento è quindi anche il nostro modo per dire che siamo vicini a Rosaria e Roberto che, tutti e due, avrebbero volentieri fatto a meno delle <em>minacce aggravate da finalità mafiosa</em> e degli anni di vita sotto scorta che gli sono valsi: purtroppo ragionevolmente, come in ogni caso stabilisce la sentenza emessa ieri a Napoli.</p>
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		<title>&#8220;Tutti assolti? Allora Stefano è vivo!&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Nov 2014 16:08:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 31 ottobre 2014 la Corte d&#8217;Appello di Roma ha assolto per insufficienza di prove tutti gli imputati – medici, infermieri e agenti di polizia – del processo per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre del 2009 nel reparto protetto dell&#8217;Ospedale Sandro Pertini, sei giorni dopo il suo arresto. In primo grado nel 2013 erano stati condannati cinque medici su sei per omicidio colposo, ma ora la giustizia ha assolto anche loro. La famiglia Cucchi ha annunciato che farà ricorso alla Corte Suprema di Cassazione e farà causa al Ministero della Giustizia.<br />
<span id="more-49487"></span></p>
<p><center><iframe loading="lazy" src="//www.youtube.com/embed/52jSgr7BzIc?rel=0" width="640" height="360" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></center></p>
<p align="center">⇨ <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/148_Stefano_mostri_dell%27inerzia" target="_blank"><strong> 148 Stefano mostri dell’inerzia [2011]</strong></a><br />
di <strong>Maurizio Cartolano</strong></p>
<p align="center">[ <em>mostri dell&#8217;ingiustizia</em> &#8211; 2014 ]</p>
<p style="text-align: right;" align="right">&#8220;<em>prova a guardare, prova a coprirti gli occhi.</em>&#8221;<br />
da <em>Tiresia</em> di <strong>Giuliano Mesa</strong></p>
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		<title>Forze di quale ordine?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jan 2014 05:06:56 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/morte-Stefano-Cucchi.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/morte-Stefano-Cucchi-300x187.jpg" alt="morte Stefano Cucchi" width="300" height="187" class="alignleft size-medium wp-image-47304" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/morte-Stefano-Cucchi-300x187.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/morte-Stefano-Cucchi-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/morte-Stefano-Cucchi-163x103.jpg 163w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/morte-Stefano-Cucchi.jpg 738w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Non lo faccio ormai quasi più, perché mi dico “tanto lo so già”, ma l’altra sera ho ceduto perché ho mangiato tardi per via di certi fagioli, e allora ho guardato «presa diretta» sul terzo canale della nostra tv di stato e per l’appunto «morti di stato» era il titolo della puntata: i bravi Riccardo Jacona e Giulia Bosetti raccontano con partecipato distacco e buona professionalità le tristi vicende, è il caso di dirlo, di Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Riccardo Rasman e Stefano Brunetti. Tutti cittadini italiani sui quali le forze dell’ordine hanno infierito selvaggiamente senza ragione alcuna, anche perché nessuna ragione ci può essere per il tipo di trattamento che a questi cittadini è stato riservato. La maggior parte di questi cittadini sono morti in seguito al trattamento, gli altri sono rimasti invalidi per tutta la vita. In qualche caso gli autori sono stati processati e condannati, di solito a pene abbastanza miti, per omicidio colposo e mai di più, talvolta mitissime tanto che alcuni tra i poliziotti assassini non hanno scontato un solo giorno di carcere e anzi sono stati mantenuti in servizio, e spesso promossi.<br />
Se volete i dettagli potete guardare in rete, ad esempio <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Cinema-Televisione-e-Media/2014/1/6/PRESADIRETTA-Anticipazioni-puntata-morti-di-Stato-i-casi-di-Gabriele-Sandri-Stefano-Cucchi-e-i-sopravvissuti-/456729/">qua</a>, ma le cose che non capisco e su cui vorrei che tutti fossero un po’ più sensibili sono schematicamente le seguenti:</p>
<p>1. Quale molla spinge questi uomini (e, talvolta, donne) delle forze dell’ordine, che così si chiamano perché appunto sono delegati da tutti noi a far rispettare l’ordine democratico in una nazione dove, almeno di nome e in parte anche di fatto, un tale ordine esiste ed è regolato da leggi, quale brama di piccolo potere li spinge a esercitare la loro piccola ma spesso letale violenza su altri cittadini ?</p>
<p>2. Perché con quasi uniforme regolarità, il corpo di appartenenza, Polizia di Stato o Carabinieri, è omertosamente connivente, minimizza, copre, mai riconosce, mai si scusa anche dopo sentenze chiarissime passate in Cassazione, anzi promuove i colpevoli, ufficialmente riconosciuti tali? </p>
<p>In taluni casi, attenzione, la verità viene a galla, malgrado i rapporti ufficiali che dunque si rivelano platealmente falsi, grazie alle benedette telecamere di sorveglianza, che, sì, ci sorvegliano ormai in ogni istante della nostra vita pubblica, ma talvolta fanno il loro mestiere di documentare una realtà incontrovertibile a favore della giustizia. Sono passate nella trasmissione di Jacona alcune immagini di queste telecamere, e io vorrei che tutti le vedessero: non c’è scusante per l’aggressione gratuita del forte contro il debole, aggravata dal fatto che il forte in questi casi rappresenta la legge e l’ordine. L’unica scusante, pardon, spiegazione, è da psicopatologi.</p>
<p>Chi mi conosce immaginerà che sono particolarmente sensibile a questo tema, dato che nel 1971 un gruppo di poliziotti armati ― questore di Milano, per chi non ricorda, era Marcello Guida, ex-uomo di fiducia di Mussolini, che ricoprì, negli ultimi anni del ventennio, l&#8217;incarico di direttore del confino politico di Ventotene, e anche lui rimasto bellamente in servizio con una posizione di prestigio ― si avventò su di me con manganelli, rompendomi una mano, visto che per fortuna mi riparavo con questa la testa; fui poi, abbastanza ironicamente, denunciato per “resistenza aggravata”.</p>
<p>Ed è ben vero che il constatare come nulla sia cambiato da questo punto di vista mi provoca una feroce rabbia; e mi chiedo quale sia la strada per cambiare questo modo di essere che così malamente caratterizza il nostro paese: le forze preposte dallo stato, cioè da noi tutti, a mantenere l’ordine diventano in alcune occasioni i nostri nemici, o meglio noi diventiamo i loro nemici, sui quali sfogare aggressività e frustrazioni. E non è, in casi come questi, minimamente rilevante la famosa invettiva di Pasolini sui poliziotti “figli di poveri”, che oltretutto va letta fino in fondo, ad esempio <a href="https://www.facebook.com/notes/servizio-pubblico/su-pasolini-ed-i-poliziotti-figli-di-poveri/407047119310267">qui</a>.</p>
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		<title>mi cercarono l&#8217;anima a forza di botte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Apr 2010 08:00:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Saverio Fattori Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. In molte città italiane vennero affissi cartelli con queste parole. Le parole di De André accompagnano la fine di Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli acquedotti di Roma il 15 ottobre del 2009 per venti grammi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/nonmiucciselamorte.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-32998" title="cover_nonmiucciselamorte.qxp:Layout 1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/nonmiucciselamorte-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/nonmiucciselamorte-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/nonmiucciselamorte.jpg 300w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /></a></p>
<p>di <strong>Saverio Fattori</strong></p>
<p><em>Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte</em>. In molte città italiane vennero affissi cartelli con queste parole. Le parole di De André accompagnano la fine di Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli acquedotti di Roma il 15 ottobre del 2009 per venti grammi di hashish e mai più reso alla famiglia. E mai titolo poté essere così folgorante. <em>Stefano Cucchi assassinato dallo Stato</em>. Il cartello chiudeva con questa frase.<br />
<span id="more-32997"></span><br />
Le immagini del corpo dopo il supplizio per qualche giorno sono state visibili su alcuni giornali e telegiornali. Forse hanno turbato la debilitata coscienza dell&#8217;italiano lobotomizzato da anni devastati e vili. Forse lo hanno solo infastidito, avrà indugiato qualche secondo come quando si arriva sulla scena di un incidente automobilistico fresco, prima di virare con il telecomando su un telequiz con le domande facili e i concorrenti ritardati mentali. Le tumefazioni tondeggianti attorno agli occhi, la pupilla schizzata fuori dalle palpebre, le fratture alla spina dorsale, quella magrezza estrema, trentasette chili, davvero rimaneva solo l&#8217;anima da far saltar fuori e da sputare come il nocciolo di una ciliegia. Le ossa sovraesposte, il viola pesante, tutto ci parla della bestialità della natura umana, di cadaveri scheletrici ammonticchiati, di filo spinato, di fatti lontani che bussano di nuovo alla porta, di intolleranza isterica e folle. Le facce dei torturatori, come sottolinea Cristiano Armati nel breve ma illuminate saggio che chiude questa grafic novel, non le vedremo mai.</p>
<p>Luca Moretti (fondatore della rivista <em>TerraNullius</em> e autore di <em>Cani da rapina</em>, uscito per Purple Press) si è occupato dei testi e delle pagine introduttive, Toni Bruno (illustratore, ha lavorato per la Newton Compton e per L&#8217;Unità, pubblicato fumetti per Coniglio Editore) dei disegni, il risultato è crudo, importante per la qualità e per l&#8217;importanza del tema. Queste pagine sono necessarie, mettono rabbia e lasciano una pena infinita per la famiglia, persone che credevano nelle istituzioni, fiduciosi verso gli uomini dello Stato. La madre Rita, il padre Giovanni e la sorella Ilaria non avevano ragione di dubitare che il figlio fosse in mani se non misericordiose, almeno non così pesanti. Stefano aveva qualche problema di tossicodipendenza, ma lavorava nello studio di geometra e da qualche tempo frequentava anche una palestra, la vita non ha sempre un happy end facile, qualche inciampo ci può stare prima della luce piena, la condanna sarebbe stata certa, reato colto in flagranza, ma lieve, avrebbe dovuto essere un ultimo ammonimento, nulla di definitivo e tragico, la famiglia Cucchi avrebbe aspettato Stefano e nulla era perduto. Solo la morte è per sempre. Stefano ha subito pestaggi in carcere, da chi l&#8217;anima gliela ha davvero cercato solo per gioco e per noia.</p>
<p>All&#8217;ospedale Sandro Pertini (un nome che stride in questi tempi maledetti di restaurazione e di tentazioni autoritarie) non gli lasciavano vedere il figlio ricoverato, occorreva una firma del giudice in quanto detenuto. Sono ore di stallo, la posizione dei medici non è chiara, c’è quantomeno imbarazzo. Prendono tempo. Comunque tornate, deve arrivare l’autorizzazione. E non vi preoccupate, il ragazzo è tranquillo. Ma Stefano giace e tira gli ultimi stenti come un novello Sergio Citti giovinetto di Mamma Roma. O addirittura in ospedale arriva morto.</p>
<p>Quante balle in questa storia, le balle di sempre, le assurdità reiterate perché come mantra impazziti possano intontire un popolo senza coscienza. Quel corpo devastato da una caduta dalle scale (tesi ribadita dal Ministro Alfano)? Dalla tossicodipendenza? Dall’Aids? Dalla anoressia (by Ministro Carlo Giovanardi)? I soliti nonsense classici che ricorrono in questi casi, menzogne che solo un popolo connivente può digerire. Nemmeno la retorica delle “Mele marce” è insufficiente giustificazione, nemmeno viene evocata. Il corpo e il viso martoriati di Stefano Cucchi urlano giustizia. Non sarà facile. Le parole di Carlo Giovanardi in un’intervista rilasciata a Maria Giovanna Maglie su <em>Libero</em> sono rivoltanti. Indegne di un paese civile maturo e laico. Non le riporterò con nessun “copia incolla”, non ce la faccio, il tasto destro del mouse si rifiuta, il senso etico del mio mouse è superiore a quello di un ministro qualunque del nostro governo. Sono parole ripugnanti e in antitesi con quel cattolicesimo di posa con cui questa gente si riempie la bocca. Prendono tranci di religiosità come fossero a un bancone di un bar all’ora dell’aperitivo, prendono quello che gli conviene al momento e lasciano la parte migliore. Si ingolfano, sono voraci.<br />
Poi ci vomitano addosso.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/non_mi_uccise_la_morte.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-32999" title="non_mi_uccise_la_morte" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/non_mi_uccise_la_morte-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/non_mi_uccise_la_morte-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/non_mi_uccise_la_morte.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>L. Moretti e T. Bruno, <em>Non mi uccise la morte</em>, Castelvecchi (2010), pp.110, 12 euro.</strong></p>
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		<title>Errore di sistema</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/10/errore-di-sistema/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 12:20:52 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[alessandro busi]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[omicidi di stato]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Busi La settimana scorsa parlavo con F., un detenuto della redazione di Ristretti Orizzonti con un importante curriculum carcerario alle spalle. Gli chiedevo un parere sulla storia di Stefano Cucchi e lui, lapidariamente, mi ha guardato e mi ha detto: Cosa c’è da dire Ale? In carcere queste cose sono normali. Infatti, io [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Busi</strong></p>
<p>La settimana scorsa parlavo con F., un detenuto della redazione di Ristretti Orizzonti con un importante curriculum carcerario alle spalle. Gli chiedevo un parere sulla storia di Stefano Cucchi e lui, lapidariamente, mi ha guardato e mi ha detto:<br />
<em>Cosa c’è da dire Ale? In carcere queste cose sono normali. Infatti, io non capisco tutta questa attenzione da fuori, ‘sto giro.</em></p>
<p><strong>1</strong><br />
Il risultato dell’autopsia di Stefano Cucchi è stato questo: sangue nel suo stomaco e nella vescica, un vasto edema cerebrale, ecchimosi sul volto, traumi plurimi e due vertebre rotte (la terza lombare e la sacrale).<br />
Ora, ciò che succede in questi giorni, è che giustamente la famiglia vuole sapere la verità di quanto accaduto a Stefano. Chi gli ha fatto queste lesioni, perché, perché nessuno li ha informati, perché gli hanno proibito di vederlo in quei giorni…La famiglia chiede tutto questo, perché è disumano quanto è stato fatto a lui e a loro, quindi vogliono sapere chi sono i responsabili. Ovviamente, anche la società civile si mobilita di fronte a questo fatto. I giornalisti si indignano, i politici si impegnano a fare interrogazioni parlamentari e la gente si costerna: si costerna, s’indigna, s’impegna, poi… A questo punto, quindi, la macchina è partita e procede per un percorso che, personalmente, trovo prevedibile e divisibile in due blocchi, in due fasi.<span id="more-26153"></span><br />
Per ora siamo nella prima fase, quella della difesa, quella della negazione ad oltranza, anche di fronte all’evidenza. Per ora, siamo nella fase in cui lo Stato – uso il termine Stato per prenderla larga e non dare responsabilità personali a nessuno – si comporta come un marito violento: che sbadata che è la mia signora, è caduta dalle scale di nuovo. Infatti, nemmeno a farlo apposta, la prima risposta su come Stefano si sia procurato quelle lesioni è stata: “è caduto”. Che io dico, se devi inventare un alibi su una violenza, almeno usa la fantasia, non usare sempre quello solito, che poi, ovviamente, vieni stanato subito, ma come mi spiegavano alcuni detenuti la settimana scorsa, la caduta è un’antica usanza anche in ambito penitenziario. E poi forse è meglio così, almeno non si fa fatica a capire che è una copertura e si può passare alla seconda fase.<br />
La seconda fase è una fase strana. È una fase che tenta di accontentare un po’ tutti, nel panorama politico. In genere funziona così. Una volta che si è capito che la moglie non è caduta, ma che è il marito che l’ha picchiata, allora succede che il sistema mariti allontana il colpevole e ne prende le distanze. In genere, quindi, alla faccia dei numeri statistici che magari affermano che questo tipo di eventi sono molto comuni, si procede ad una salvaguardia del sistema dicendo che, che ne so? <em>La famiglia è sacra, è buona, è bella, è bene, ma le mele marce, i mostri, i devianti…si annidano anche nelle migliori situazioni</em>. Questo processo, chiaramente, porta alla condanna della persona specifica che, da questo momento, non fa più parte del gruppo buoni, ma entra di diritto a fare parte della categoria malvagi.<br />
Ora, se questo processo succede ogni volta che un qualunque gruppo sociale si vede sotto un possibile attacco, nel momento in cui il gruppo in questione ha un’identità forte, la quale identità, in più, si basa sul fatto che la sua stessa presenza nella società è l’emblema del bene contro il male, allora questa reazione di rifiuto del deviante deve essere ancora più forte, perché il deviante andrebbe a minare l’esistenza stessa del sistema interessato. </p>
<p><strong>2</strong><br />
Secondo Piero Bocchiaro, autore de <em>La psicologia del male</em>, il male, ovvero quel qualcosa che arreca danno e dolore ad un’altra persona, non viene fatto da soggetti geneticamente cattivi, ma è il frutto della situazione. La visione dicotomica bene-male, perciò, non è utilizzata per capire la realtà sociale che ci circonda, ma per far sì che noi che ci inscriviamo nella categoria dei buoni, non percepiamo alcuna vicinanza con quella dei cattivi, ai quali affibbiamo caratteristiche psichiche e talvolta addirittura fisiche,  strutturalmente differenti dalle nostre. In questo modo, quindi, il sistema sociale non viene mai messo in discussione, perché la causa prima per cui certe persone compiono atti malvagi, è da ricercare nella malvagità genetica delle persone in questione.<br />
A sostegno della propria tesi, Bocchiaro porta vari esempi. Uno di questi è il noto Esperimento carcerario di Stanford di Philip Zimbardo. In questo esperimento, Zimbardo aveva preso un gruppo di studenti universitari e li aveva divisi, tramite il lancio di una monetina, in guardie e detenuti, utilizzando come prigione gli interrati dell’università. Bene, dopo soli tre giorni, molti carcerieri avevano iniziato ad avere comportamenti sadici verso i carcerati (i detenuti venivano svegliati nelle ore notturne per le perquisizioni, talvolta gli veniva impedito di utilizzare i servizi igienici, poi erano costretti a cantare, ridere a comando, insultarsi, fare Frankenstein, pulire il bordo del water a mani nude, lustrare gli stivali delle guardie…), tanto che l’esperimento fu interrotto con nove giorni di anticipo.</p>
<p>Da questo esperimento, quindi, si può vedere che: primo, tutti potremmo comportarci in modo cattivo in una determinata situazione; secondo, è il sistema stesso, basato sulla presenza di carcerieri e carcerati, quindi su categorie spersonalizzanti e rapporti di forza a dir poco impari, che genera comportamenti di sadismo, di violenza e di rivalsa dei primi verso i secondi. Bisogna poi pensare, che questa appartenenza categoriale, nella quotidianità, è molto rinforzata rispetto alla situazione sperimentale, grazie la presenza di alcuni piccoli importanti particolari. In carcere, per esempio, gli agenti perdono i propri nomi e cognomi, e diventano, o “collega”, quando parlano tra parigrado, oppure “appuntato”/“agente”, quando sono i detenuti che devono richiamare la loro attenzione. Questo modus operandi, ovviamente, viene giustificato con ragioni di sicurezza e privacy per gli agenti stessi, ma è innegabile che porti anche all’annullamento della persona come singolo, in favore della sua totale aderenza al gruppo di appartenenza, con le conseguenze che abbiamo visto prima.<br />
Con questo, chiaramente, non voglio dire che tutti gli agenti, in quanto tali, facciano violenza su tutti i detenuti, ma semplicemente che il sistema carcere inserisce gli uni quanto gli altri, in una gabbia di rapporti di forza nella quale entrambi rimangono reclusi.</p>
<p><strong>3</strong><br />
Il risultato dell’autopsia di Stefano Cucchi lascia pensare ampiamente che sia stato vittima di un pestaggio, a dir poco violento. Il fatto che sia stato impedito ai parenti di vederlo e di parlargli, porta a pensare inoltre, anche che lui avrebbe potuto dire qualcosa a riguardo, quindi, che fosse meglio non farli incontrare, per coprire.<br />
Ora come ora, però, queste sono tutte ipotesi, perché siamo ancora nella fase delle indagini, delle interrogazioni parlamentari e, riprendendo la metafora iniziale, della moglie caduta dalle scale. Questa fase, però, prima o poi finirà. Personalmente, non so se il sistema Stato sarà abbastanza forte da difendere l’ipotesi dell’incidente, oppure se si passerà alla fase due. Ciò che posso anticipare con una certa sicurezza, invece, è che comunque giustizia non ci sarebbe. Presumibilmente, infatti, ci sarebbe un processo dalla durata infinita, seguito dall’esclusione dal gruppo dei buoni degli agenti coinvolti, i quali, magari, verrebbero poi messi in un qualche ufficio a fare timbri a centinaia di chilometri di distanza dall’accaduto.</p>
<p>Detto tutto questo, però, giustizia non ci sarebbe.<br />
Giustizia non ci sarebbe perché, nel frattempo, il sistema carcere sarebbe ancora lì, intaccato ed intoccabile, senza che nessuno si interroghi su come sia questo stesso sistema a produrre certi risultati. Anzi, probabilmente, molti che adesso si sbracciano per il disumano trattamento che gli agenti potrebbero aver avuto verso Stefano, non vedrebbe male gli stessi agenti diventare carcerati, quindi diventare dei possibili Stefano. Sì, perché quanto è accaduto a Stefano Cucchi, come mi aveva detto F., non è un qualcosa di anomalo, ma, dico io, è solo ed esclusivamente un errore di sistema. Uno di quelli che in informatica, si chiamano bug: un errore di scrittura, all’interno di un vocabolario e di una sintassi già consolidata.<br />
Fondamentalmente, questo bug si articola su due punti:</p>
<p>• primo: la scelta. In carcere ci sono, dai dati ufficiali del “dossier suicidi” di Ristretti Orizzonti, due omicidi accertati,  e sottolineo accertati, all’anno, su centocinquanta morti  di media. Ora, quando si uccide una persona, bisogna stare bene attenti a chi si uccide. Se si uccide una persona in vista, un vip, si va sui giornali. Se si lascia morire di fame un clandestino senza famiglia, si può riuscire a tenerlo nascosto anche alla propria moglie. Detto questo, bisogna pensare che Stefano Cucchi, ovvero un normalissimo ragazzo di trent’anni con alle spalle una famiglia, è una sorta di vip, se lo si rapporta con il quadro sociale rappresentato nelle carceri. Per questa ragione, la “scelta” è stata sbagliata, perché in questo caso la vittima, non era il maghrebino, o il nigeriano di turno che, in quanto clandestino e senza documenti, non pone nemmeno il problema di avvertire la famiglia, ma era un ragazzo con una rete sociale normale alle spalle;</p>
<p>• secondo: la morte. Come abbiamo visto nel brevissimo accenno all’esperimento di Zimbardo, è insito nel sistema carcere il sadismo dei carcerieri verso i carcerati. È un po’ come succede da piccoli, quando ci si diverte a torturare le formiche, o le lucertole. Nel momento in cui si apprende che si ha un potere immenso su quell’altro essere, si prova piacere ad esercitarlo. Viene naturale. In più, oltre alla situazione sterile proposta da Zimbardo, bisogna pensare che il nostro sistema carcere si compone di turni di guardia lunghissimi, agenti sempre sotto personale, detenuti ben oltre il numero regolamentare . Chiaramente, questo mix di elementi, non può fare altro che creare una pentola a pressione gonfia, che sfiata come riesce. E allora su chi sfogarsi? Su chi è sotto, sulle formiche. Ma quali sono le formiche dei carcerieri? I carcerati. Questo è ciò che porta alla situazione assurda della detenzione – attese di ore per fare una doccia, telefonate che, se di diritto sono una volta a settimana, diventano per grazia ricevuta, una volta ogni tanto… – ma questo è anche l’humus nel quale, esagerando, può nascere l’omicidio di Stefano Cucchi. Perché magari era uno che aveva rotto un po’ le palle, o magari era il solito tossico che bisogna fargli capire come funziona il carcere appena entra.</p>
<p>Quindi, uscendo dalla schematica, sono questi elementi che hanno generato il bug Cucchi: il fatto di aver esagerato con la persona sbagliata.<br />
Per questo, sono convinto che anche se si passasse in fase due e anche se succedesse che, per assurdo, ad un paio di agenti venissero dati vent’anni di carcere, non ci sarebbe giustizia, ma solo l’addizione di altri due potenziali Stefano Cucchi, perché è il sistema che ha generato quella morte, non solo le peculiarità di chi vi ha partecipato.<br />
Allora, io penso che se è legittima e va appoggiata l’azione legale della famiglia, questa non può essere sufficiente a livello di società civile.<br />
In questo secondo livello, infatti, io credo che una giustizia ci sarebbe se si iniziasse a riflettere su quanto sia deleterio il carcere, sia per i detenuti, sia per gli agenti, e sulle sue possibili alternative. Credo che giustizia ci sarebbe se si abbandonasse, a livello politico, il giustizialismo che contraddistingue entrambe le parti rappresentate in parlamento, dove l’unica lingua che si sa parlare è quella della pena. Credo che giustizia ci sarebbe, se si abbandonasse la visione manichea bene-male, nella quale ci assolviamo da un male che consideriamo come altro da noi, ma si iniziasse, di fronte ad ogni reato, ad interrogarsi sulla cultura, sul contesto e sulla situazione nelle quali il reato stesso si è generato, nelle quali ha preso forma e che tutti, chi più, chi meno, abbiamo co-costruito.<br />
Personalmente, quindi, credo che queste sarebbero le vie per far avere giustizia a Stefano Cucchi, perché, se si vuole veramente che la sua morte non sia stato solo un inutile errore di scrittura del programma, non si può fare altro che partire da qui, per tentare di modificare il programma stesso.</p>
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		<title>Nessuna pietà per i corpi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 05:00:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Adriano Prosperi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Fontana Fra il 16 e il 22 ottobre scorsi, il corpo di Stefano Cucchi scompare. La sua identità è sempre intatta — 31 anni, arrestato la notte del 15 ottobre per possesso di stupefacenti — ma la vista del suo corpo è negata alla famiglia e a chiunque altro. Il padre, la madre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giorgiofontana.com/index.php?option=com_content&#038;task=view&#038;id=223&#038;Itemid=1">Giorgio Fontana</a></strong></p>
<p>Fra il 16 e il 22 ottobre scorsi, il corpo di Stefano Cucchi scompare. La sua identità è sempre intatta — 31 anni, arrestato la notte del 15 ottobre per possesso di stupefacenti — ma la vista del suo corpo è negata alla famiglia e a chiunque altro. Il padre, la madre e la sorella lo vedono per l&#8217;ultima volta in Tribunale, il 16 ottobre, alle nove di mattina. Notano già le ecchimosi sul volto. Di lì in poi, scompare. Il 22 ottobre viene recapitata ai parenti la notizia da parte dell&#8217;ospedale Regina Coeli: Stefano Cucchi è morto.<br />
Lui diceva di essere &#8220;caduto dalle scale&#8221;. La procura di Roma indaga per omicidio preterintenzionale da parte di chi l&#8217;ha avuto in custodia e, verosimilmente, l&#8217;ha ammazzato di botte.<br />
Le <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/quanto-costano-le-fotografie-di-stefano-cucchi/">foto</a> — e ha ragione Adriano Sofri quando dice che nessuno può permettersi di parlare di Cucchi senza averle viste — sono <a href="http://www.cnrmedia.com/notizia/newsid/6267/il-caso-di-stefano-cucchi-morto-per-una-caduta-in-carcere-ecco-le-foto-mostrate-dalla-famiglia.aspx">qui</a>. E sono agghiaccianti.</p>
<p>Quanto alla verità sull&#8217;accaduto, non resta che attendere l&#8217;esito delle indagini. Ma sull&#8217;implausibilità di tesi insabbiatrici, basta già leggere <a href="http://roma.repubblica.it/dettaglio/manconi:-lesioni-e-traumi-sul-corpo-di-cucchi/1762917">questo articolo</a>.<br />
Tutto getta una luce orribile sulla presunta sicurezza in cui siamo avvolti, sul presunto grado di garanzia di una fetta delle forze dell&#8217;ordine, sulla cultura che ha informato tale fetta — e vi invito a leggere il bel <a href="http://www.marcomancassola.com/marco_mancassola_a_nord/2009/10/come-un-rene-sensibile-forze-dellordine-e-crisi-democratica.html">pezzo di Marco Mancassola</a> al riguardo.</p>
<p>Ma c&#8217;è dell&#8217;altro. <span id="more-25709"></span>In un commento apparso su &#8220;la Repubblica&#8221; di ieri 30 ottobre, Adriano Prosperi accenna a una nuova geografia del corpo nella presunta democrazia italiana di oggi. Prosperi parte da un assunto banale, uno di quei tanti luoghi comuni che sono diventati tristemente interessanti: &#8220;ciò che non passa in televisione non esiste&#8221;, e dunque &#8220;ciò che non si vede non esiste&#8221;. Il corpo di Stefano Cucchi è stato negato, non è stato visto e dunque per il sistema non è esistito. Chi gli ha fatto quello che gli ha fatto è stato libero di farlo — ignorando persino l&#8217;antichissimo diritto dell&#8217;<em>habeas corpus</em>. Ignorando ogni forma di rispetto basilare per la fisicità, per il dolore stesso.<br />
Prosperi contrappone a questo delitto l&#8217;idea della Pietà: la più straziante delle immagini cristiane, quella dove Gesù era innanzitutto la propria materia — era carne e sangue colma di sofferenza, che veniva offerta al credente come una sorta di memento mori. La forza di questa immagine e del suo equivalente laico, a giudizio di Prosperi, è stata erosa.<br />
Sono d&#8217;accordo, e da qui parto per la mia riflessione.</p>
<p>L&#8217;Italia berlusconiana (edificata con pazienza dall&#8217;inizio degli anni &#8217;80) è l&#8217;Italia della mercificazione del corpo. Se dovessimo rappresentarla, apparirebbe come una sfera lucida, brillante, intatta: la superficie di un sistema che non deve necessariamente funzionare, ma che deve sempre apparire come funzionante. La tragedia corporale di Cucchi è una delle tante ferite aperte su questa superficie.<br />
L&#8217;Italia berlusconiana è anche l&#8217;Italia del cortocircuito informativo. Il sovraccarico di parole e opinioni ha portato a un caos dove la verità non è solo più difficile da tracciare, ma è anche un valore secondario: tutti dicono tutto, ma il gancio che lega gli enunciati alla realtà non ha più molta importanza.</p>
<p>Ora, io credo che ci sia un legame profondo fra questi due aspetti. Credo che essi collimino in una sorta di singolarità: il punto terminale dove sia il corpo che la parola perdono senso — meglio: perdono dignità. L&#8217;eccesso di parainformazione fa da contraltare al silenzio e all&#8217;omertà: la moneta con cui il primo viene pagato. Si nega di continuo: non si risponde mai: non si sa. Qualsiasi fatto può essere accomodato da una teoria opportunamente modificata. Questa epoca fa suo il male che Popper diagnosticò al convenzionalismo: se vedo un corvo bianco dopo aver registrato mille corvi neri, allora basta dire che quello non è un corvo. E la superficie del sistema resta intatta.</p>
<p>Il silenzio sul corpo di Stefano Cucchi è l&#8217;ultimo, e per molti versi il più atroce, degli esempi di questo &#8220;silenzio nel chiasso&#8221;.</p>
<p>Abbiamo grande compassione per le anime e per le immagini. Siamo abituati a muoverci nell&#8217;infosfera, nell&#8217;uragano delle metafore, nelle lacrime e nelle testimonianze televisive di chi soffre. Ma la compassione — la pietà, appunto — per i corpi si sta allontanando dal nostro orizzonte, perché ad essi siamo meno abituati: la fisicità è innanzitutto stilizzazione, volgarizzazione. Non serve neanche fare appello alla retorica del &#8220;tutti belli, tutti felici&#8221; o dei volti da Grande Fratello. Basta scendere per strada e guardare. Proprio perché pochi guardano o sanno guardare.<br />
La stessa morte è dilazionata o messa in un ostensorio (penso al corpo di Eluana Englaro). La stessa violenza è lentamente ridotta a una parola — una parola qualunque, una parola che come ogni altra non serve a molto se non a creare fumo — oppure è occultata gelosamente nel silenzio, quando occorre. Quando non deve ledere la superficie del sistema.</p>
<p>Ma il corpo di Stefano Cucchi è uno squarcio che continua a porre domande, e non si placa. Rimane. Persiste. E noi gli dobbiamo una risposta.<br />
Perché il corpo di Stefano Cucchi è il corpo dell&#8217;uomo assassinato a Napoli e scansato dai passanti. È il corpo dei braccianti in nero morti di fame e stanchezza in Puglia o nell&#8217;hinterland milanese. È il corpo degli immigrati dalla Libia respinti al largo delle nostre coste. È il corpo del fratello del mio ex cantante Fabio, morto di overdose su un marciapiede di Milano, anni fa. È il corpo dei ragazzi gay picchiati a Roma. È il corpo degli uomini eritrei, profughi di guerra, che dormono ogni notte in piazza Oberdan da maggio. È il corpo dei ragazzi della Diaz. È il corpo degli stupri nelle strade attorno alla Centrale di Milano.<br />
Mentre tutto intorno esplode il caos di una massa che non percepisce più fisicità alcuna se non a malapena la propria, che gode solo se spinta a farlo, che sta perdendo una visione etica ed estetica della materia.</p>
<p>Nessuna pietà, oggi, per questi corpi.</p>
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		<title>Quanto costano le fotografie di Stefano Cucchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 13:32:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino Può darsi che le foto di Stefano Cucchi da morto servano a dare a quel giovane la giustizia che non ha avuto da vivo. Quegli scatti atroci che annodano le viscere in un pugno stretto sotto la pelle dello stomaco hanno fatto il giro della Rete, dei quotidiani e delle televisioni. Come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/movie_pellicola-300x222.png" alt="movie_pellicola" title="movie_pellicola" width="300" height="222" class="alignleft size-medium wp-image-25704" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/movie_pellicola-300x222.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/movie_pellicola.png 586w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Può darsi che le foto di <strong>Stefano Cucchi</strong> da morto servano a dare a quel giovane la giustizia che non ha avuto da vivo. Quegli scatti atroci che annodano le viscere in un pugno stretto sotto la pelle dello stomaco hanno fatto il giro della Rete, dei quotidiani e delle televisioni. Come per l’omicidio di Neda, la giovane iraniana uccisa nel corso di una manifestazione contro il regime, quelle immagini hanno smosso sentimenti e coscienze, facendo alzare alte le grida di chi non riesce a guardarle senza un moto di pietà, o un sussulto di umanità, di dolore, un brivido di fronte a quelle ossa rotte, quella carne tumefatta.<br />
  Ma quelle foto (la loro diffusione pubblica) sono un errore, oltre che un orrore. E non è tanto il <em>contenuto </em>delle immagini a caricare di pericolo la pubblicazione di quegli scatti. Non siamo solamente al cospetto di una fotografia terribile che fa deviare gli occhi dallo schermo, o fa coprire gli occhi dei nostri figli qualora si trovassero a transitare nei dintorni mentre le stiamo guardando. Siamo in presenza di una modalità comunicativa che fa del “vedere tutto” un pericoloso precedente.<br />
<span id="more-25703"></span></p>
<p>In modo sacrosanto, sulla scia emotiva innescata da quelle immagini si stanno muovendo la magistratura e la politica, il giornalismo e la società civile. Quelle immagini sono diventate la benzina della coscienza, hanno innescato discussioni, richieste, appelli, voci che chiedono giustizia e verità. Ci hanno strappato dal pantano delle spallucce e dei “non posso farci nulla”. Ma quelle immagini (la loro diffusione pubblica) sono pericolose. Perché il pericolo che corriamo, volenti o nolenti, è quello di alzare un centimetro di più, ancora una volta, l’asticella che misura il livello della nostra sete di giustizia e verità. Di assumere, volenti o nolenti, una postura di lotta e di opposizione contro le bugie, gli insabbiamenti, le censure e le violenze del Potere che scatta solo quando sotto gli occhi ci vengono squadernati video e foto o audio. Rischiando, di fronte ai prossimi Stefano Cucchi, o alle prossime <strong>Neda</strong>, di voler vedere altrettanto, di voler vedere <em>ancora </em>(o addirittura <em>di più</em>). E non per morbosità o voyeurismo,  come fanno quelli che in autostrada rallentano per dare una sbirciatina al lenzuolo insanguinato sull’altro lato della carreggiata. Ma perché, così facendo, si rischia che &#8211; se qualcosa non ce la mostra youtube, o facebook, o una galleria di fotografie sui siti dei quotidiani – quella cosa <em>non </em>esiste, non ci (s)muove, non dà fiato alle nostre voci per chiedere giustizia e verità. Perché quando avremo visto tutto, non ci resterà più niente da vedere. Di <strong>Federico Aldrovandi </strong>abbiamo guardato una foto, un solo scatto col viso violaceo, la smorfia della morte sulla faccia. Di Neda, già qualcosa in più: il sangue che, proprio in quel momento, usciva a fiotti dalla bocca, dal naso, gli occhi che si spegnevano secondo dopo secondo. Del povero Stefano Cucchi abbiamo adesso un intero, spaventoso set <em>live </em>dall’obitorio, nella bara e avvolto nella <em>body bag</em> blu elettrico, sul tavolo dell’anatomopatologo e nella sala delle pompe funebri: immagini che fanno tremare le vene ai polsi.<br />
  L’esplosione di un afflato civile capace di aggregarsi efficacemente ormai solo attorno a <em>quello che si vede</em>, a quello che è misurabile pixel per pixel, scatto dopo scatto, ridimensiona pericolosamente il perimetro di un sacrosanto movimento assetato, in casi come questo, di giustizia e verità e onore da restituire a un corpo sfondato, abusato, vilipeso. Sommerse dalla ridondanza delle immagini, le parole rischiano di affogare, e non bastare più. Quando lo sdegno nasce dalla rappresentazione di una realtà dolorosa, diventano più tollerabili le realtà meno rappresentate, o non rappresentate per nulla. La coscienza morale è un congegno complicato. Per avere orrore di un orrore, rischia di non bastare più che quell’orrore esista. E non ci basta nemmeno vederla direttamente, una realtà orribile, perché arrivi a scuoterci; rischiamo di aver bisogno di osservarla mediata attraverso un occhio che non è il nostro occhio umano. Se la gravità morale fa sentire la sua forza attrattiva solo quando <em>ne abbiamo abbastanza</em>, precipitiamo a corpo morto verso cosa? Verso l’orrore in sé, o verso la consapevolezza che quell’orrore ci coglie impreparati ad ammetterlo?  Al cospetto dello Stefano Cucchi prossimo venturo, davanti al dolore di sua madre – <em>davanti al dolore degli altri</em>, direbbe Susan Sontag &#8211; in lacrime al telegiornale, che denuncia la morte inspiegabile di suo figlio, potremmo un giorno guardarci intorno, e non vedere nulla, se non il dolore nudo di una madre, e una denuncia alla Procura della Repubblica redatta in <em>Times new roman</em> da quella donna straziata. E senza il supporto di un audiovisivo qualsiasi, senza l’indignazione provocata da quelle povere mascelle sfasciate, da quelle arcate oculari tumefatte, da quella schiena fratturata, potremmo trovarci, quel giorno, a mormorare qualcosa di critico sulla giustizia italiana, o sulla violenza che ancora alligna in certi settori malati delle forze dell’ordine, sul fatto che ormai non c’è più giustizia, per poi tornare a sorvegliare la cottura degli spaghetti sul fuoco. </p>
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