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	<title>Stefano D&#8217;Arrigo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Su &#8220;Scritture verticali. Pizzuto, D’Arrigo, Consolo, Bufalino&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2024 05:16:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[antonio pizzuto]]></category>
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		<category><![CDATA[Gualberto Alvino]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariano Baino</strong><br /> Riguarda la prosa di quattro grandi “irregolari” della letteratura italiana contemporanea questo studio di Gualberto Alvino: quattro autori «d’eccezionale competenza linguistica e consapevolezza estetica», i quali «lavorano al trivio fra prosa, poesia e speculazione lato sensu filosofica...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Gualberto Alvino, <em>Scritture verticali. Pizzuto, D’Arrigo, Consolo, Bufalino </em>prefazione di Pietro Trifone, Roma, Carocci 2024.</p>
<p>di <strong>Mariano Bàino</strong></p>
<p>Riguarda la prosa di quattro grandi “irregolari” della letteratura italiana contemporanea questo studio di Gualberto Alvino: quattro autori «d’eccezionale competenza linguistica e consapevolezza estetica», i quali «lavorano al trivio fra prosa, poesia e speculazione <em>lato sensu </em>filosofica, mirando alla rifondazione dell’arte narrativa in direzione antagonistica e di ricerca, ergo trasformando in capitale questione stilistica ogni minimo dettaglio del loro operare». Difficilmente si potrebbe dir meglio, a voler cingere in un unico cartiglio i nomi di Antonio Pizzuto, Stefano D’Arrigo, Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino. Certo, l’orizzonte oggidiano della scrittura, per semplicismo stilistico, per colluvie digitale, appare perlopiù disinteressato, se non proprio avverso, alla parola inquieta, non comune, e a combinazioni retoriche raffigurabili come letterarietà radicale. Nondimeno, Gualberto Alvino, che ha dalla sua una lunga fedeltà di stilcritico ai quattro scrittori siciliani, in <em>Scritture verticali </em>procede con forte inclinazione ad aggiornare e sviluppare l’ermeneutica testuale già affidata a saggi e articoli linguistico-stilistici, guidando il lettore alla genesi di complessi procedimenti onomaturgici, alle preziose materie laboratoriali emergenti da carteggi privati, in generale a potenti tensioni espressivistiche.</p>
<p>In apertura del volume, due studi sul lessico pizzutiano, il primo dei quali apre con una citazione da <em>Lessico e stile </em>dell’autore palermitano riguardante il neologismo «più temerario da lui forgiato»: «L’aggettivo […] mi è rimasto impresso dalla lettura di Tucidide, compiuta quarant’anni fa, e guizzatomi dentro come un ago inghiottito che torni alla luce dopo una circolazione innocua di decenni nelle viscere […]. <em>Lamprà</em>: che voce meravigliosa; quel rotacismo vi mobilita il lampo infondendovi arcana vibratilità. […] Nessun’altra voce direbbe, secondo me, altrettanto». Negando alla parola la mera funzione di tramite comunicativo, privilegiandone il lato ambiguo e sfingeo, l’autore di <em>Paginette </em>fonda la sua nozione di <em>narrare </em>in contrasto a <em>raccontare</em>, che è il campo del solo «fatterello», un «antico sistema» del ridurre, in cui i personaggi sono «documenti», mentre nel <em>narrare </em>essi sono «testimoni»; qui la rappresentazione «non è più offerta ab extra, come una planimetria sottoposta al lettore, ma scaturisce intuitivamente da ciò che legge, con una compartecipazione attiva, direbbe un tomista in contuizione». I principî compositivi di Pizzuto, come ognuno sa, hanno suscitato anche commenti dubbiosi, come in Cesare Segre e in altri, per l’ipotizzata propensione a un artificio insistito fino al punto di sottrarre la parola alla sua naturale circolazione, <em>tout court</em> al suo agire comunicativo. Ma il controverso dibattito intorno all’autore, da qualunque parte lo si voglia vedere, non rende meno benemerite le ricerche e le scoperte di Alvino, il cui scopo dichiarato — nell’inseguire l’«estro neologico» di Pizzuto e il suo tentativo «d’occupare uno spazio unico nel mondo, battezzando la cosa e transustanziandosi in essa» — è quello «di contribuire alla riapertura d’uno dei casi letterari più formidabili del secondo Novecento». In <em>Onomaturgia pizzutiana II </em>vengono in particolare esaminati gli scritti più tardivi: <em>Giunte e virgole </em>e <em>Spegnere le caldaie</em>, quest’ultimo dettato dall’ottantenne scrittore alla figlia poco prima di morire. Qui la decrittazione dell’«ordigno neologico» deve fare i conti con «un’evasività semantica e […] un’ambiguità figurale senza confronti nella storia dell’italiano letterario». La prospettiva è tale da dischiudersi a «innumerevoli fughe, nell’infinita circolarità». Fra primo e secondo scrutinio Alvino rileva 666 coniazioni originali. Qualche <em>specimen</em>: «Desertudine […]: ‘silenzio d. tosto banditi’. Da <em>deserto </em>secondo il rapporto <em>solo-solitudine</em>»; «Giambicardia […]: ‘riccioli, g., compatto magdeburgismo’. Da <em>giambo </em>e <em>cardìa. </em>‘Pulsazione cardiaca a ritmo giambico’»; «Verseggevoli […]: ‘notari v. in clausola’. Da <em>verseggiare</em> col suff. –<em>evole</em>. ‘Che si dilettano a scrivere versi’».</p>
<p>Al di là di una naturale, comprensibile <em>Familienähnlichkeit </em>tra i profili dei quattro autori, <em>Scritture verticali </em>rivolge il suo focus soprattutto all’arte personale di ognuno. Nel caso di D’Arrigo molto si evince dalle lettere indirizzate all’amico ragusano Cesare Zipelli lungo l’arco di quasi mezzo secolo, contraddistinte da «un’assoluta — e, si badi, affatto involontaria — negligenza estetica», con la superficie della carta insaziabilmente inondata dall’inchiostro, e con l’evidenza di una «rapidità esecutiva e un malgoverno linguistico poco meno che traumatizzanti» se riferiti a un autore divenuto per l’opinione invalsa «l’incarnazione stessa dell’amletismo e dell’incontentabilità». L’epistolario smentisce tali miti, ci dice di uno scrittore che lungo il ventennio che va dal primo abbozzo di <em>Horcynus Orca </em>alla pubblicazione mondadoriana nel 1975 ha lavorato saltuariamente e senza una precisa strategia di revisione, oppresso dalla sua malattia, la sindrome bipolare. Per Alvino questo è il <em>fil rouge </em>che attraversa, salvo trascurabili differenze formali, tanto il <em>modus epistolandi </em>quanto il romanzo. La parola, «risucchiata nel gorgo infinito della coazione a ripetere, si fa motore d’una sorta di borbottio paranoide, di mantra ipnotico privo di motivazione tematica, sicché la corrente diegetica vacilla, si smorza, cede alla libera fulgurazione associativa, sotto specie d’impetuosa proliferazione, di ingovernabile narcisismo verbale schiacciato in una pressoché totale intransitività». Il <em>furor linguisticus </em>darrighiano, nello scrutinio di <em>Scritture verticali, </em>trascina con sé «forme e costrutti ai confini della grammatica», «ripetizioni non funzionali a distanza ravvicinata», «filze di subordinate del medesimo tipo», soprattutto «relative e causali, come negli scritti dei semianalfabeti». L’insieme, nel contribuire alla formazione della lingua <em>orcinusa</em>, determina la scommessa di D’Arrigo: il conseguimento «di un valore e di una ‘verità estetica’ senza precedenti». Epperò, se di reale scarto dalla norma e di autentico sperimentalismo linguistico si può parlare circa <em>Horcynus Orca </em>è essenzialmente in virtù di un lavoro che resta al di qua di un confine rigidamente lessicale, restando gli svii di natura sintattica di modesta entità. Com’è scritto in un saggio degli anni Settanta del Novecento di Ignazio Baldelli, citato da Alvino, «il genio insistentemente deformante di D’Arrigo ha la sua più evidente manifestazione stilistica nel gusto derivativo ed etimologico: lungo tutta l’opera si svolge una festa sfrenata di denominali, di deverbali, di parasinteti verbali, di parole composte e ripetute». Centralità assoluta, nello scrittore messinese, e non solo in senso squisitamente onomaturgico, del profilo lessicale, dal quale sono escluse del tutto coniazioni riconducibili al greco, poche quelle che rinviano al latino, mentre prevalgono le basi concrete e dialettali. Dal glossario allegato al secondo studio su D’Arrigo, fra le 956 voci scrutinate vi sono 554 neologismi d’autore, fra cui: «<em>Abbranchiante</em> […]: ‘la membrana grisposa, a. e sditata delle manuncule’ Part. pres. d’un supposto *<em>abbranchiare</em>, da <em>branchia </em>col pref.<em>a(d) – </em>illativo. ‘Simile a una branchia’. Ma anche da <em>abbrancare </em>‘afferrare’, ‘ghermire’»; «<em>Orcinato</em> […]: “il suo essere orcinuso aveva pigliato la via dell’aceto degenerando in o., dall’essere la Morte e passare per immortale all’essere un mortale, a essere un morto”. Part. pass. d’un supposto *<em>orcinare</em>, dall’agg. lat. <em>orcinus </em>‘dell’averno’, ‘dei morti’»; «<em>Pomponellaro</em> […]: “in gran pomponella, s’ammassarono là, […] quelle pomponellare s’allontanarono”. Dal sic. <em>pumpinella </em>‘sfottò’ col suff. &#8211;<em>aro </em>di mestiere».</p>
<p>Nelle pagine di <em>Scritture verticali </em>dedicate all’arte della parola di Vincenzo Consolo si incontra, per sottolinearne la furia combinatoria, l’immagine dell’«olla podrida», antica pietanza della cucina spagnola, a dire di un calderone dove cuociono i più svariati ingredienti. In effetti, nei testi esaminati, da <em>La ferita dell’aprile </em>al <em>Sorriso dell’ignoto marinaio</em>, fino a <em>L’olivo e l’olivastro</em>, «l’amministrazione della cosa linguistica» mette in moto «sperimentalismo convulso», «esuberanza dell’elemento retorico», mescolio di codici, «esaltazione del livello fonosimbolico». Un’olla podrida che ribolle di tensioni discordanti ed esposte al rischio del feticismo lessicale, dell’acrobatismo sintattico. «Un itinerario — annota Alvino — discontinuo e talora eclatantemente contraddittorio, tenendo fermo che scrittori come Consolo — pur tutt’altro che inappuntabili […] da ogni rispetto — costituiscono una risorsa preziosa e vitale per la prosa letteraria italiana». Nell’espressivismo consoliano, «cruento ed estremistico», spicca per originalità il particolare valore dato alla metrica, con la preminenza dell’endecasillabo, in solitario o in gruppo. Gli eventi fonetici si arricchiscono di rime e quasi-rime, di assillabazioni, risonanze allitterative, fin quasi a «un’adorazione estenuata del significante». Il comparto lessicale mostra una notevole vivacità, sia in sede onomaturgica che dialettale, con l’uso di parole antiche o desuete, di neoformazioni d’autore, e soprattutto di rielaborazioni di vocaboli dialettali. Le coniazioni originali computate sono 57, con alta frequenza di univerbazioni, composizioni e forme pre- e suffissali, mentre arrivano a 184 i dialettalismi. Fra questi, «<em>Calasìa</em> […]: ‘Bellezza’, ‘non improbabile grecismo’, ‘si tratta sicuramente di una parola del lessico familiare dello scrittore», che non ha riscontri lessicografici siciliani né calabresi; «<em>Cuffiesco</em> […]: “torture, angeliche muffoliche cuffiesche”. Da <em>cuffìa del silenzio</em>, ‘antico strumento di tortura’»; «<em>Incastronare</em> […]: “sciortivano gli acini o cocci per fare, infilando o incastronando con l’oro e con l’argento, paternostri”. <em>Incastonare + incastrare</em>».</p>
<p>Nell’«universo monologico, unilingue, graniticamente atemporale» dell’opera di Gesualdo Bufalino — qui esaminata non solo attraverso <em>Diceria dell’untore</em>, ma anche ripercorrendo i testi poetici, gli scritti saggistici e gli elzeviri — Alvino riconosce «lo statuto d’una scrittura duttile, densa, sorprendentemente viva e vitale, capace di contrastare la dilagante mediocrità espressiva» e di offrire all’esegeta, più di ogni altra, ricchi stimoli critici. «Comparata al modulo ordinario, è certo che la lingua di Bufalino si connota per una insaziata ricerca d’inattualità, una fuga dal presente posta in essere mediante vistosi sovvertimenti topologici affatto incomprensibili fuori dell’istanza ritmica, tale intendendo non già l’edificante laccatura d’una sonorità additiva e tutta esteriore, ma signoria della misura sull’impulso, equilibrio architettonico e tonale, desiderio di rifondazione d’una civiltà letteraria». È Bufalino stesso, in <em>Essere o riessere</em>, a suggerire per le sue pagine una lettura musicale, «un’attenzione al ritmo, alle andature melodiche […] ai campi metaforici, alla prosodia nascosta nei meandri del periodo». Circa il lessico, tra recuperi di varianti arcaiche e ricerca di fascinose sonorità, spicca il comparto neologico, con i suoi 120 neologismi d’autore. Fra le formazioni avverbiali: «<em>Annakareninamente</em> […]: “finita poi suicida, a., sotto le ruote di un treno”. Da <em>Anna Karenina</em>, protagonista dell’omonimo romanzo tolstojano». Nel settore delle formazioni <em>pre- </em>e suffissali: «<em>Irraggiunto</em> […]: “libri amati e irraggiunti”. Da <em>raggiunto </em>col pref. <em>in-</em> negativo». Fra le procedure univerbizzanti: «<em>Madreterna</em> […]: “Scadendo […] dal suo trono di m.”».</p>
<p>Il percorso seguito da Alvino, buonissimo esempio di consapevolezza metodologica e di indagine linguistica, è provvisto di una qualità che a buon diritto lo rende imprescindibile nello studio dei quattro autori siciliani.</p>
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		<title>Moshe Kahn: come ho tradotto Horcynus Orca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Sep 2016 05:30:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Horcynus Orca]]></category>
		<category><![CDATA[Moshe Kahn]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano D'Arrigo]]></category>
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					<description><![CDATA[testo raccolto da Davide Orecchio *** Moshe Kahn è il letterato e traduttore che per primo ha portato Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo in un’altra lingua. Nella sua carriera ha tradotto in tedesco, oltre a D’Arrigo, autori come Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Roberto Calasso, Luigi Malerba, Beppe Fenoglio, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Andrea [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>testo raccolto da Davide Orecchio</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-64518" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/horcynus-196x300.jpg" alt="horcynus" width="250" height="383" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/horcynus-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/horcynus-768x1176.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/horcynus-669x1024.jpg 669w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/horcynus.jpg 771w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /><strong>***</strong> Moshe Kahn è il letterato e traduttore che per primo ha portato <em>Horcynus Orca</em> di Stefano D’Arrigo in un’altra lingua. Nella sua carriera ha tradotto in tedesco, oltre a D’Arrigo, autori come Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Roberto Calasso, Luigi Malerba, Beppe Fenoglio, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri. Il lavoro su D’Arrigo ha una lunga storia: prima di approdare alla Fischer Verlag (<strong><a href="http://www.fischerverlage.de/buch/horcynus_orca/9783100153371" target="_blank">il romanzo è stato pubblicato nel 2015</a></strong>) Kahn ha lavorato a lungo sul testo, sin dagli anni Ottanta, confrontandosi prima con D’Arrigo, poi con altri intellettuali che, come leggerete sotto, l’hanno accompagnato nella decifrazione e resa per la lingua tedesca. Un lavoro durato più di trent’anni, in emula simmetria al tempo che si prese D’Arrigo per creare <em>Horcynus Orca</em>.</p>
<p>Nonostante il prezzo elevato (58 euro) l’<em>Horcynus</em> tedesco, uscito inizialmente con una tiratura di duemila copie, è arrivato a venderne in un anno quasi diecimila: «9.577, anche grazie a una prima critica entusiasta, quasi delirante, alla radio (di 22 minuti!)», precisa lo stesso Moshe Kahn. «Il libro ha ricevuto critiche molto favorevoli, non ne avevo mai viste tante in vita mia – prosegue Kahn –. Ho letto circa cento recensioni, e neanche una negativa. È stato lodato D’Arrigo come un’autentica rivelazione della letteratura europea del XX secolo, è stato elogiato il mio testo come un monumento di ricchezze linguistiche e musicali non ritenute più possibili al giorno d’oggi, ma questo è tutto dovuto all’ispirazione di D’Arrigo».</p>
<p>L’<em>Horcynus Orca</em> di D’Arrigo e Kahn ha vinto tre premi nel 2015: il Premio Italo-Tedesco 2015 dei rispettivi ministri degli Affari esteri per la migliore traduzione dall’italiano; il Premio Jane Scatcherd della Fondazione Ledig-Rowohlt per il coraggio linguistico; il Premio Paul Celan per la straordinaria applicazione di un tedesco ricco e inventivo. Un modo migliore per celebrare il romanzo, a quarant’anni dalla sua pubblicazione, non poteva esserci. Adesso si attendono nuove traduzioni: in francese, spagnolo, inglese. Ma restiamo al caso tedesco. Vediamo com’è andata, nella ricostruzione dello stesso Moshe Kahn. <strong>***</strong></p>
<p><strong>Mi si era rivelata la grandezza e l’unicità di questo romanzo</strong><br />
Un caro amico, Donato Sanminiatelli, mi aveva parlato dell’<em>Horcynus Orca </em>già nel 1975, poco dopo la sua pubblicazione, e mi aveva raccomandato caldamente di leggerlo. Ma lo trovai ancora troppo difficile e complesso per la mia conoscenza della lingua italiana che, comunque, all’epoca era già piuttosto vasta. Solo verso la tarda primavera del 1979, quando ormai mi ero trasferito da Roma in campagna a Anticoli-Corrado, in provincia di Roma, e Sanminiatelli era morto da poco, decisi di riprendere la lettura del romanzo – considerandola una specie di sua eredità – e mi dedicai a questa lettura per ben tre anni intensi, durante i quali mi si rivelò la grandezza e unicità di questo romanzo gigante, non solo nell’ambito della letteratura italiana.</p>
<p>Terminata la lettura volli conoscere quest’autore così radicalmente diverso dagli altri, perché mi interessava sapere com’è fatto uno scrittore capace di produrre un libro di tale portata, un’opera che per me segnava una nuova epoca della narrazione. L’ufficio della Mondadori a Roma m’aveva chiesto di presentarmi da loro perché mi potessero dare tutte le indicazioni necessarie. In questa occasione mi domandarono pieni d’ammirazione se avessi letto veramente <em>Horcynus Orca</em> fino in fondo. Io confermai, un po’ confuso dalla domanda alquanto bizzarra, e la segretaria si congratulò con me dicendo: «Beato lei, io ho smesso a pagina 17».</p>
<blockquote class="alignleft"><p><em>D’Arrigo insisteva<br />
</em><em>sulla musicalità del linguaggio </em></p></blockquote>
<p>A Roma incontrai D’Arrigo, che mi accolse con un calore del tutto sorprendente per me. Ero abituato a intellettuali distanti e superbi. Lui, invece, niente di tutto questo: era immediato, caloroso, molto comunicativo. In seguito tornai a trovarlo molte volte, mi parlò della sua vita, del suo nuovo romanzo (<em>Cima delle nobildonne</em>), sul quale stava ancora lavorando, degli artisti e pittori che aveva conosciuto. Ma soprattutto parlammo molto di come tradurre il linguaggio unico di <em>Horcynus Orca, </em>in vista di una possibile edizione in tedesco. D’Arrigo insisteva sulla musicalità del linguaggio e mi raccomandava di non attaccarmi fanaticamente al senso filologico di una determinata parola, ma di produrre sempre una musicalità analoga in tedesco, anche a costo di allontanarmi dalla precisione filologica. Ma mi raccomandava pure con insistenza di non tradire mai il senso della frase e del racconto, di non tradire mai il pensiero. Sotto la sua guida ho sviluppato poco a poco un preciso concetto della funzione della traduzione in genere, ossia che le due colonne maestre di una traduzione sono la libertà e la responsabilità dal e verso il testo e il suo autore – due princìpi fondamentali per tutto il mio lavoro di traduttore.</p>
<p><strong>Una pausa lunga vent’anni</strong><br />
Avevo realizzato le prime cinquanta o sessanta pagine – parte dell’<em>incipit</em> del romanzo, parte dell’episodio di Ciccina Circè –, la mia idea era di interessare le due case editrici tedesche più idonee a una tale impresa, cioè la Suhrkamp/Insel e la Hanser. Siamo nel 1982.</p>
<p>Anche Leonardo Mondadori venne a conoscenza del mio interesse e del mio impegno, e mi propose uno stipendio mensile per la durata della traduzione, così da convincere gli editori tedeschi. Ma poco dopo sopraggiunsero profondi cambiamenti all’interno della Mondadori, col risultato che Leonardo lasciò il suo posto e fondò la casa editrice <em>Leonardo</em>. E mentre questo succedeva, gli editori tedeschi decidevano di non accogliere la mia proposta: uno sosteneva che il rischio era troppo grande, dato che D’Arrigo era completamente sconosciuto fuori dall’Italia e il romanzo era troppo voluminoso; l’altro faceva riferimento alle critiche negative apparse all’epoca della pubblicazione in Italia, con nessun accenno a quelle positive che invece abbondavano, e poi scritte da persone di valore. A quel punto il mio progetto si fermò per ben ventitré anni, quando…</p>
<p><strong>L’incontro con un nuovo editore</strong><br />
… quando, nel 2005, incontrai l’editore svizzero Egon Ammann, che mi offrì l’occasione di parlargli di questo romanzo e del suo autore. Dopo alcuni mesi di riflessioni, di consultazioni e di calcoli Ammann mi fece sapere che ci saremmo «imbarcati insieme in quest’impresa avventurosa». Concluse un contratto con la Rizzoli [che nel 2003 ha pubblicato una nuova edizione italiana di <em>Horcynus</em>, ndr.], e io nell’ottobre 2006 ho potuto riprendere il mio lento lavoro di traduzione, trasformazione, assimilazione, acquisizione al tedesco.</p>
<p>Ammann e sua moglie erano i fondatori e gestori della Ammann Verlag, una piccola casa editrice di Zurigo, ma molto prestigiosa. Da sempre lui e la potente S. Fischer Verlag facevano grandi progetti insieme, Ammann le edizioni <em>hardcover</em>, S. Fischer le edizioni tascabili. Nel 2010 lo stato di salute di Ammann si è aggravato a tal punto da costringerlo a chiudere bottega. Io all’epoca ero nel pieno della traduzione e ho temuto il peggio per il mio lavoro. Ma Ammann mi ha tranquillizzato assicurandomi che il progetto <em>Horcynus </em>sarebbe passato direttamente alla S. Fischer Verlag. Ammann, invece, avrebbe continuato ad affiancarmi nel ruolo di editor. E così è stato.</p>
<p><strong>Tradurre <em>Horcynus</em> come se fosse un testo greco</strong><br />
La traduzione procedeva molto lentamente, a volte con belle trovate, ma più spesso con gravissimi dubbi sulla tonalità che stavo cercando di dare al testo tedesco. Intanto D’Arrigo non c’era più, perciò non potevo rivolgermi a lui per chiedere delucidazioni o ottenere incoraggiamenti. Perciò il mio lavoro procedeva a tentoni.</p>
<p>A D’Arrigo si sostituì Stefano Lanuzza, un suo conterraneo, un uomo molto dotto e colto che abita e insegna a Firenze: ha scritto un saggio dal titolo <em>Scill’e Cariddi – Luoghi di “Horcynus Orca”</em>, pubblicato nel 1985, che D’Arrigo aveva molto apprezzato. Quando, dopo anni di lavoro, arrivavo a un punto di totale esaurimento, quando non trovavo più la mia strada all’interno dei periodi sintattici di D’Arrigo, era lui, Stefano Lanuzza, che mi salvava in continuazione e mi rimetteva sulla giusta strada.</p>
<blockquote class="alignleft"><p><em>Improvvisamente mi è stato chiaro<br />
che il siciliano porta con sé un&#8217;eredità greca</em></p></blockquote>
<p>In una di queste occasioni ho cominciato a riflettere sull’idioma siciliano, sulla sua storia e sul suo sviluppo nei secoli e millenni. E improvvisamente mi è stato chiaro che il siciliano porta con sé una eredità greca non indifferente. Quando me ne sono reso conto, ho cominciato a tradurre l’<em>Horcynus </em>come se fosse un testo greco, senza più trovare difficoltà nei grovigli sintattici quando si presentavano. È stata come una carica di ossigeno per il mio testo. E così ho portato avanti il lavoro. Ovviamente più tardi, in fase di revisione, ho dovuto adattare i vecchi strati della traduzione alle nuove conquiste linguistiche.</p>
<p>La comparatista Isabella Horn ha scritto un saggio su come e con quali tecniche ho trasformato il testo italiano in tedesco (consultare Google!). Qui osserva che, nonostante certe libertà, ho mantenuto alla perfezione lo spirito e il ritmo darrighiano del linguaggio e della narrazione.</p>
<p>Eppure, a lavoro concluso, non ero ancora contento, c’erano molte pagine da riconsiderare, alcune anche da riscrivere, certe espressioni non mi sembravano riflettere sufficientemente l’intenzione di D’Arrigo. Quindi mi sono messo per due anni a ritoccare, e per ben nove volte, l’intera traduzione.</p>
<p><strong>Quasi dieci riscritture </strong><br />
All’inizio di settembre 2014 avevo rielaborato la nona versione, ma per un ennesimo scrupolo volevo dare un’ultima, veramente ultima occhiata a tutto il testo. Passò a trovarmi Ammann. Mentre gli preparavo un espresso mi chiese cosa stavo facendo in quel periodo. Gli risposi che mi preparavo a revisionare l’<em>Horcynus</em> per la decima volta, giusto per essere sicuro che fosse tutto a posto prima della consegna all’editore. A quel punto Ammann mi abbracciò e disse con calma che dovevo preparare una valigetta col necessario. Quando gli chiesi perché, mi rispose con un largo sorriso che era giunto il momento di ricoverarmi in un reparto psichiatrico: «Nove versioni sono al limite ancora accettabili, ma dieci fanno un caso patologico».</p>
<p><strong>Il rilancio del romanzo in Italia, e altrove</strong><br />
Sono stato a Cagliari alla fine di febbraio 2016. Sono entrato nella libreria più importante della città. Ho chiesto notizie dell’<em>Horcynus </em>e il libraio mi ha detto che, stranamente, le richieste da parte dei lettori erano aumentate dopo anni di oblio. Non so se sia dovuto al successo in Germania, ma so che alcuni giornali e riviste italiani ne avevano scritto e forse avranno creato un’eco che ha influito. Sarebbe augurabile. Vediamo cosa avverrà quando, alla fine del 2017, verrà pubblicata la versione francese del romanzo, curata da Monique Baccelli e Antonio Werli; e poi tra qualche anno anche quella spagnola curata da Miguel Angel Cuevas, e quella americana curata da Stephen Sartarelli. Forse allora gli italiani capiranno che <em>Horcynus Orca </em>è un monumento della loro cultura, e ne saranno fieri.</p>
<p><strong>La Germania conquistata da un’opera del sud. Un’altra Europa è possibile</strong><br />
Sono del parere che non solo un’altra Europa sarebbe possibile, ma addirittura un altro mondo, se solo la cultura fosse portata sempre al centro dell’attenzione di tutti i popoli e se questi fossero più potenti dei politici che formano una casta dannosa, poco affidabile e di bassa cultura. I soli campi che, dopo tutto, non conoscono frontiere, nazionalismi, odio religioso o razzismo sono quelli della cultura, dell’arte, della scienza: cioè il meglio dell’umanità. Quindi: più cultura significa più comprensione e rispetto e più pace. Ma la cultura ha pochi sostenitori tra coloro che hanno il potere di decidere sul suo finanziamento. Loro, purtroppo, calcolano il «rendimento» e l’«utile» non secondo criteri genericamente sociali, ma in base a categorie prevalentemente economiche. In questo senso la cultura non ha un futuro roseo, perché richiede per forza degli investimenti in modo che il beneficio perduri per secoli e millenni e renda grande una civilizzazione, cosa che i politici d’oggi non sono neanche lontanamente in grado di fare e tanto meno di capire.</p>
<p><strong>Chi è Moshe Kahn</strong><br />
Sono nato nel gennaio 1942 da genitori che da due generazioni non erano più ebrei, ma che i nazisti hanno considerato ebrei lo stesso; fuggirono in Svizzera, dove sono cresciuto e dove ho frequentato il liceo classico. Poi, da adolescente, mi sono convertito alla religione dei padri, sotto la guida del rabbino Robert Raphael Geiss, un allievo di Franz Rosenzweig; seguirono studi in orientalistica antica, filosofia e giudaistica. Dopo gli studi mi sono occupato di teatro lirico e di prosa in qualità di aiuto regista. Nel 1966 sono venuto a Roma per starci per sempre; dopo alcuni anni di pratica teatrale e televisiva, mi sono ritirato «dalle scene» per dedicarmi alla traduzione (assieme a Marcella Bagnasco) della prima grande scelta di poesie di Paul Celan in italiano, per la quale Celan ci aveva scelto personalmente tra tutti gli altri che si cimentavano; la raccolta venne pubblicata nella collana <em>Lo Specchio</em>, ma sparì dopo l’ultima ristampa, perché Mondadori non volle farsi concorrenza all’interno dopo la pubblicazione delle poesie di Celan curate da Giuseppe Bevilacqua. Comunque, ricevetti una breve lettera di Eugenio Montale nel 1977, scritta di suo pugno, con la quale si complimentava con noi per la bellezza del nostro lavoro che per lui rappresentava «l’incontro poetico più importante degli ultimi trent’anni» della sua vita.</p>
<p>Da allora mi sono dedicato alla traduzione in tedesco di grandi autori italiani, tra i quali Andrea Camilleri, Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Roberto Calasso, Luigi Malerba, Fenoglio – per nominare solo alcuni – fino all’<em>Horcynus Orca </em>di Stefano D’Arrigo, in tutto circa cento titoli. L’ultimo, ma non ancora pubblicato, sono i <em>Racconti</em> di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nella nuova edizione critica della Feltrinelli, curata da Nicoletta Polo e Gioacchino Lanza Tomasi. In futuro pubblicherò ancora due mie traduzioni: le poesie di Stefano D’Arrigo dal titolo <em>Codice siciliano</em> e il romanzo <em>Cima delle nobildonne</em>. Poi più niente. Mi dedicherò esclusivamente alla pubblicazione di libretti lirici di opere del Settecento (Mozart) e dell’Ottocento prevalentemente italiano, in versione <em>Text Score</em> – un sistema di «partiture dei testi» da me inventato e sviluppato per tutti coloro che non possiedono un’acuta nozione musicale, ma molta passione per l’arte della lirica –. Le partiture saranno disponibili sulla app <em>Operafans of Text Score Systems</em>.</p>
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		<title>Omaggio a Horcynus Orca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jul 2016 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Horcynus Orca]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano D'Arrigo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio “C’era un uomo coi capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, quindi dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-62918" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/horcynus.jpg" alt="horcynus" width="1200" height="674" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/horcynus.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/horcynus-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/horcynus-768x431.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/horcynus-1024x575.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p><em>“</em><em>C’</em><em>era un uomo coi capelli rossi, che non aveva n</em><em>é </em><em>occhi n</em><em>é </em><em>orecchie. Non aveva neppure i capelli, quindi dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perch</em><em>é </em><em>non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva n</em><em>é </em><em>braccia n</em><em>é </em><em>gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non c</em><em>’</em><em>era nulla! Insomma, non sappiamo nemmeno di chi stiamo parlando. Meglio non parlare di lui mai più”. – </em><strong>Daniil Charms</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molti anni fa. Pochi anni fa. Conoscevo uno scrittore italiano.</p>
<p>Se non fosse stato italiano, lo scrittore che io conoscevo, potrei dire della sua altezza media, dei suoi capelli soffici e neri, della sua lieve miopia. E che portava gli occhiali di John Lennon: rotondi, dorati, sottili. E che indossava felpe di cotone e pantaloni larghi. E giacche di velluto. E che mangiava kebab. E che non era interessato alle cose attuali della vita, alla cronaca, ai fatti e ai misfatti. E che amava i libri. E che cercava la vita nei libri.</p>
<p>Molti anni fa. Pochi anni fa. Conoscevo quindi anche un lettore. E se fosse stato solo un lettore, colui che io conoscevo, potrei dire della sua grandezza. Aristocratica. Perché molti anni fa, pochi anni fa, oggi: ciascun lettore che è solo un lettore, che non vuol essere altro, ha una grandezza. Aristocratica. Una libertà. Una completezza. Ed è raro. Ed è pregiato.</p>
<p>Ma lui, che io conoscevo, non era solo un lettore, era anche uno scrittore, era solo uno scrittore italiano e dunque dovrò dire che non era né alto né basso né di altezza media. Che non aveva capelli. Che non aveva occhi né occhiali. Che era nudo. Che non vestiva alcun abito. Che non mangiava. Che non beveva. Che era invisibile. Che nessuno aspettava la sua scrittura: non per un giorno, non per un mese, non per vent’anni. Che a nessuno interessavano le sue correzioni, i suoi progressi, le prime stesure, le seconde stesure. Che nessun editore gli versava anticipi e attendeva consegne da lui.</p>
<p>Non per un giorno, non per un mese, non per vent’anni.</p>
<p>Molti anni fa, pochi anni fa, oggi, nel nostro tempo questo scrittore italiano non aveva le mani per digitare sui tasti e non arrivava all’altezza del tavolo e, privo di un corpo, non poteva sedere, accendere, guardare, correggere, moltiplicare le pagine, mettere al mondo capitoli, diventare nonno di paragrafi, zio delle digressioni, bisnonno di indici e ringraziamenti.</p>
<p>Non per un giorno, non per un mese, non per vent’anni.</p>
<p>Ma c’era la casa. Lo scrittore per sua fortuna aveva una casa. Piena di libri, questa era davvero la casa ideale per un lettore, e per lo scrittore. I libri erano migliaia ed erano creature che si offrivano come in un parco di giochi (<em>sali sulla mia giostra</em>), o come in un quartiere a luci rosse (<em>scegli me, vieni a divertirti</em>). La casa era la madre dei libri, o forse la ruffiana, e li conosceva tutti e nella casa lo scrittore non era invisibile. Nella casa lo scrittore aveva gli occhi, gli occhiali, l’altezza media, le mani per scrivere, le dita per accendere il computer, la forza di mettere al mondo capitoli, diventare nonno di paragrafi, zio delle digressioni, bisnonno di indici e ringraziamenti.</p>
<p>E aveva i libri.</p>
<p>Alcuni li portò lo scrittore. Altri già erano nella casa, i più misteriosi: perché erano vecchi, più vecchi dello scrittore, perché erano nati prima di lui e avevano polvere, odore antico, un colore giallo di fossile, benda di mummia. Lo scrittore, che abitava la casa da sempre, si fidava di lei, la notte si addormentava sereno dentro di lei, non temeva spettri né fantasmi e nessuna imboscata nei corridoi fitti di scaffali e volumi. Ogni tanto prendeva un libro, lo leggeva e qualcosa di lui cambiava. Questa era la scrittura del mondo. E il mondo entrava nello scrittore.</p>
<p>Ma lui cercava una voce. Molti anni fa. Pochi anni fa. Prima ancora che io lo conoscessi. Lo scrittore era stato giovane. E aveva iniziato a cercare una voce. Questa voce, pensava lo scrittore, un giorno verrà fuori e sarà solo mia, inconfondibile, forse roca, forse acuta, ad alcuni piacerà, ad altri farà schifo, ma sarà pur sempre la mia voce e io non sarò più invisibile. Nel frattempo lui esercitava la voce. Perché aveva i libri per esercitarsi.</p>
<p>Lesse Carver e iniziò a scrivere frasi brevi per racconti concisi. Lesse Proust e per imitarlo si perse in un proprio <em>journal intime</em> di periodi incatenati. Erano solo stagioni della sua scrittura. Mentre cercava una voce. Esercitava lo stile. Non sapeva chi fosse. Rubava agli altri lo stile. Si infilava in un ventriloquio di stile. Erano solo stagioni. Molti anni fa. Pochi anni fa. Della sua scrittura. Lo scrittore ne usciva sempre. Lasciava Proust alle spalle. Lasciava Carver alle spalle. E andava avanti.</p>
<p>Finché da uno scaffale, una notte, tirò giù un libro.</p>
<p>E tutto, all’improvviso, cambiò<sup><a href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup><strong>1</strong></sup></a></sup>.</p>
<p>La copertina del libro era una cornice di blu. Il libro era enorme. Il libro contava più di mille pagine. Eppure lui non si scoraggiò, decise di leggerlo, aprì la prima pagina e il sole tramontò quattro volte sulla sua lettura e alla fine del quarto giorno e della quarta notte lo scrittore italiano che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, era diventato un marinaio, anzi un nocchiero, e viaggiava nel paese delle Femmine, e solcava i mari dello scill’e cariddi e il sole lo aveva raggiunto</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«COL SUO FREDDO RIFLESSO DI MORTE. DALLE ISOLE, E OLTRE, DA GIBILTERRA, LA SUA LUCE RASENTE AL MARE APPRODAVA UN’ULTIMA VOLTA A QUELLA RIVA, SENZA PIÙ PESO NÉ FULGORE, E PIGLIAVA A SALIRE, OSCURANDO PER LA SPIAGGIA E LA PLAIA: DIETRO, FRA IMPROVVISE SERPENTINE, BIANCHE E ROSSE, DI FIAMMA, SI FACEVA VIAVIA L’OMBRA, COME SE GLI ULTIMI RAGGI SI CONSUMASSERO DA SOLI IN UN GUIZZO, RIDUCENDOSI IN CENERE E CARBONELLA, CONFUSI AI GRANELLI DI SABBIA».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>E lui leggeva, viveva, s’inoltrava nel viaggio, arrivò persino a «nuotare un bel pezzo fra tenebre e trasparenze azzurrastre, andando e venendo in giro fra gli scogli sabbiosi (…) in un silenzio senza schiume». Nuotava «il nuotare del pesce che nuota nel verso del pelo marino». Però lo scrittore, che adesso era un lettore, e che abitava una lingua potente, «gira gira, non si ritrovava, qualcosa gli sfuggiva sempre e questo qualcosa gli pareva di averlo sempre alle spalle e gli pareva per questo di inseguire se stesso».</p>
<p>Insomma era pieno di dubbi, ma senza il tempo di coltivarli perché già gli appariva l’orcaferone che intitolava il libro di polvere dalla cornice di blu, e questo «animalone» affiorò proprio tra lo scill’e cariddi che lui andava leggendo, e aveva una «piagona sdilabbrata» il cui fetore raddoppiava nel sole e lui, lo scrittore che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, fece il gesto di turarsi il naso mentre la bestia enorme, terribile «andava sfilando» «da mare a mare e nella gran solitudine dello scill’e cariddi, attorno alla sua mole gigantesca, attorno alla sua sagoma tenebrosa e rabbrividente» e «sembrava spirare un alone di spaventevole fatalità, come di essere fantastico e irraggiungibile» e lo scrittore – ormai un lettore – pensò – nella lingua che lo possedeva tutto, con le parole esatte del libro che diventavano anche sue proprie, anzi era lui che apparteneva a quelle parole – di assistere a «un essere dell’altromondo, per il quale vita e morte facevano una cosa sola, e lui aveva, contempo, tutte e due le cose insieme e nessuna delle due», e ascoltò poi «il fischio o sibilo, sgraziatissimo» dell’orcaferone che nel suo «massimo nuoto» gli passava accanto (a lui, allo scrittore che io conoscevo) e sfiatava, spruzzava, pigliava l’acqua «sfacciatamente». E si spaventò di quello che lesse e di quello che vide.</p>
<p>Al quinto giorno interruppe il libro. Si alzò dal letto. Accese il computer. Provò a scrivere ma non trovò più la sua voce. Trovò invece un pupazzo parlante. Il pupazzo parlava la lingua di Horcynus. Il pupazzo era lui. Legava i vocaboli in nuove parole. Lessicava in dialetto. Non faceva che nominare fere e femminote, e pellisquadre e femminotari, naviscuola porpose e uomini insoldatati e vermiditerra. E vedeva solo lo Stretto, e le isole, e l’isola grande, e i delfini feroci, e il più grande dei pesci, e non aveva più nomi se non quelli nominati da Horcynus, e non aveva più verbi se non quelli coniugati da Horcynus. E di nuovo si spaventò. Anche ai pupazzi capita di spaventarsi. Avrebbe potuto fare l’inchino come un gatto di legno. E, come un orsetto di pezza, avrebbe potuto, fino all’esaurirsi delle sue batterie, cantilenare il verdone che, «si sa, è lui il vero pellesquadra, lui è lo sguardo di nome e di fatto, lui è l’origine, pelle per squadrare, rasposa come la cartavetrata».</p>
<p>Allora spense il computer. Pupazzo horcynusorcizzato. Scrittore di una scrittura d’altri. Immaginatore di fantasie in prestito. Creatore di creature già create. Pensò: faccio ancora in tempo a salvarmi? E già correva al libro dalla cornice blu. E lo prendeva. E apriva un ripostiglio di cappotti e coperte. E ci seppelliva il libro di Horcynus. E chiudeva il ripostiglio. E chiudeva la stanza dov’era il ripostiglio. E andava lontano, nella casa, nel punto più distante dal ripostiglio. E pensava: forse mi sono salvato, adesso riprendo a parlare e vediamo se sono ancora un pupazzo.</p>
<p>Molti anni fa. Pochi anni. Lo scrittore che io conoscevo parlò e gli tornarono in bocca fere e femminote, e pellisquadre e femminotari, naviscuola porpose e uomini insoldatati e vermiditerra.</p>
<p>E gli tornò in bocca l’animalone.</p>
<p>Allora era finito. Era posseduto. Non aveva più la sua voce. Moriva la speranza di trovare una voce.</p>
<p>Moriva la speranza.</p>
<p>Ma da uno scaffale, a quel punto, cadde un libro. Questo volume s’intitolava <em>Una storia di amore e di tenebra</em>, ed era dell’israeliano Amos Oz. Il libro cadendo si aprì su una pagina. Lo scrittore che io conoscevo raccolse il libro e lesse la pagina, dove il padre di Oz (studioso di polvere, navigatore di tomi e biblioteche) raccontava questa storiella: “Se rubi la tua sapienza da un libro solo sei un ladro letterario. Un plagiatore. Ma se rubi a piene mani da cinque libri, non sei più un ladro bensì uno studioso, e se poi ti industri a saccheggiare da ben cinquanta libri, allora assurgi al grado di luminare”.</p>
<p>Adesso ho capito – esclamò lo scrittore rivolgendosi alla casa –, hai fatto cadere questo libro per mostrarmi la cura. Posso guarire da Horcynus solo con un altro libro e poi con un altro e un altro ancora. Centinaia di libri mi guariranno da Horcynus. Questo consiglia il padre di Amos Oz. Ma da dove iniziare? Io sto soffrendo. Cosa mi indichi?</p>
<p>E da un altro scaffale cadde un secondo libro. E lo scrittore che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, si precipitò a raccoglierlo e subito lesse e si ritrovò in una squadra che ‘era giunta ai piedi dell’ultimo pendio’ e vide che Johnny sospirava ‘al calvario che esso comportava: era così plasmato di fango lievitante che la superficie ne pulsava tutta. L’argilla bulicante aveva pochissimi, quasi ironici cespi di erba fradicia’. Attorno non c’era mare, non c’erano mostri marini, né fere né animaloni. C’era giusto Johnny con la sua squadra, Johnny che ‘prese ad inerpicarsi sui ginocchi, ancorandosi al fango con la mano libera; s’inerpicò e ricadde. Così gli uomini’, così lo scrittore che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, ‘l’angoscia strappando loro bestemmie ed insulti. In una scivolata si perdeva in un lampo quel che era costato minuti di penosa ascesa. Il ricadente precipitava su quello che saliva speranzoso, ed entrambi crollavano al fondo in un abbraccio di disperazione ed ingiurie’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Al fianco dello scrittore che io conoscevo ‘JOHNNY GIACEVA A MEZZA COSTA, ANSANTE E PAZZAMENTE ASSETATO, IN QUELL’ORGIA D’ACQUA; ATTRAVERSO LE MANICHE IL FANGO GLI SI ERA INSINUATO FINO ALLE ASCELLE. SI VOLTÒ A GUARDARE DALLA PARTE DEL NEMICO; FRA UNA FASCIA DI VAPORI VIDE L’AVANGUARDIA FASCISTA A MEZZO CHILOMETRO (…) ALLORA SBATTÉ PIÙ SU LA MITRAGLIATRICE, COME UN TRAGUARDO EMBEDDED NEL FANGO, LA RAGGIUNSE SALENDO SUL VENTRE, LA RISBATTÉ PIÙ SU ED ANCORA LA RAGGIUNSE, FINCHÉ EMERSE, UNA STATUA DI FANGO, SUL CIGLIONE’.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molti anni fa. Pochi anni fa. Conoscevo uno scrittore. Che si rivolse al partigiano Johnny e gli disse: io qui, su questa altura, sono felice al tuo fianco. Adoro la tua lingua di foresti, valli e macchioni. Adoro la tua browning. Il tuo fango. I tuoi altipiani. Partigiano Johnny. Qui ci sono solo fascisti. Uccidiamo fascisti. Questa è vita. Questa è lettura. Forse sono guarito. Guarda laggiù verso il campo nemico: se tutti dormono, possiamo attaccare, e possiamo vincere. Raggiungeremo il campo passando per il lago che l’affianca. Non hai visto quel lago? Non c’è nelle tue pagine? Vieni con me. Il lago esiste. Immergiamoci. Nessuno ci vede. Il nemico dorme. Saranno poche bracciate. L’acqua non è fredda. L’acqua è calma. L’acqua ci è amica.</p>
<p>Ma molti anni fa, pochi anni fa, lo scrittore che io conoscevo si sbagliava su tutto. Si sbagliava sull’acqua. Si sbagliava su Horcynus. Perché nell’acqua di quel lago, mentre il partigiano Johnny spariva, mentre lo scrittore avanzava in un nuoto sottomarino, all’improvviso, ancora una volta, riassommò l’orcaferone, persino nell’acqua dolce, «aggallando come d’abitudine, veniva ormai da dire, simile a un isolotto lavico in ebollizione, che raffreddandosi si mostrava ribellato, qua e là, da macchie di filamenti bianchi, striato d’argentature, di tenebrosi luccichii».</p>
<p>E mentre lo scrittore che io conoscevo lo seguiva in silenzio, attentissimo, «e lui si metteva a sfiatare l’acqua imbarcata, impalmandosi la testa con lo zampillo», molti anni fa, pochi anni fa, lo scrittore, «come non si potesse trattenere», come se gli venisse proprio dal cuore, gridò all’animalone: «anima pia, animona generosa e pia», sono ancora il tuo pupazzo, sono ancora prigioniero di Horcynus.</p>
<p>Molti anni fa. Pochi anni fa. Conoscevo uno scrittore. Che cercava una voce. Che perse la voce. Che si spaventò. Che lasciò il libro di Johnny. Che cadde sul pavimento della propria casa e le disse: non ha funzionato, sono perduto, tutto è perduto. Ma da un nuovo scaffale cadde un terzo libro, e poi ne cadde un quarto. E lo scrittore che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, si precipitò a raccoglierli e subito lesse e si ritrovò su un sentiero di nidi di ragno assieme a un bambino di nome Pin, e tutti e due, bambino e scrittore, camminavano &lt;&lt; nel gracidare delle rane &gt;&gt; che &lt;&lt; nasce da tutta l’ampia gola del cielo &gt;&gt;, e &lt;&lt; il mare è una grande spada luccicante nel fondo della notte &gt;&gt;. Camminano assieme &lt;&lt; per i campi coltivati a garofani e a calendule &gt;&gt;. Cercano di tenersi alti &lt;&lt; sul declivio delle colline, per passare sopra alla zona dei Comandi &gt;&gt;.</p>
<p>Poi scenderanno al fossato. Questi sono i loro luoghi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>&lt;&lt; FRA GRANDI SASSI BIANCHI E IL FRUSCIARE CARTACEO DELLE CANNE. IN FONDO ALLE POZZE DORMONO LE ANGUILLE, LUNGHE QUANTO UN BRACCIO UMANO, CHE A TOGLIERE L’ACQUA SI POSSONO ACCHIAPPARE CON LE MANI. (…) ECCO IL BEUDO, ECCO LA SCORCIATOIA CON I NIDI &gt;&gt;.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riconoscono le pietre. Dissotterrano una pistola. Poi, il bambino Pin e lo scrittore che io conoscevo, si addormentano. E al risveglio vedono &lt;&lt; i ritagli di cielo tra i rami del bosco, chiari che quasi fa male guardarli. È giorno, un giorno sereno e libero con canti d’uccelli &gt;&gt;.<br />
Sereno. Così si sentiva lo scrittore leggendo. Immerso in una scrittura rasserenante. Perspicua. Ragionevole. Non mostruosa. Rispettosa di lui. Una scrittura che non l’avrebbe mai potuto trasformare in pupazzo. Molti anni fa, pochi anni fa, lo scrittore che io conoscevo pensò che forse stava guarendo da Horcynus e prese l’altro libro e tutto andò sempre meglio intanto che lui viaggiava tra le città invisibili. Per un breve periodo visse a Sofronia, una città sottile che</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>&lt;&lt; SI COMPONE DI DUE MEZZE CITTÀ. IN UNA C’È IL GRANDE OTTOVOLANTE DALLE RIPIDE GOBBE, LA GIOSTRA CON LA RAGGIERA DI CATENE, LA RUOTA DELLE GABBIE GIREVOLI, IL POZZO DELLA MORTE COI MOTOCICLISTI A TESTA IN GIÙ, LA CUPOLA DEL CIRCO COL GRAPPOLO DEI TRAPEZI CHE PENDE IN MEZZO. L’ALTRA MEZZA CITTÀ È DI PIETRA E MARMO E CEMENTO, CON LA BANCA, GLI OPIFICI, I PALAZZI, IL MATTATOIO, LA SCUOLA E TUTTO IL RESTO. UNA DELLE MEZZE CITTÀ È FISSA, L’ALTRA È PROVVISORIA E QUANDO IL TEMPO DELLA SUA SOSTA È FINITO LA SCHIODANO, LA SMONTANO E LA PORTANO VIA, PER TRAPIANTARLA NEI TERRENI VAGHI D’UN’ALTRA MEZZA CITTÀ &gt;&gt;.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Proprio in questo intervallo lo scrittore che io conoscevo si stancò di Sofronia e decise di partire per Despina, &lt;&lt; città di confine tra due deserti &gt;&gt;, città che si raggiunge in due modi: &lt;&lt; per nave o per cammello &gt;&gt;, &lt;&lt; e si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare &gt;&gt;. Lo scrittore che io conoscevo, molti anni fa, pochi anni fa, decise di raggiungerla dal mare e, &lt;&lt; nella foschia della costa &gt;&gt;, dal ponte del veliero, già gli sembrava di scorgere la gobba di un cammello, ossia la città di Despina.</p>
<p>Ma si sbagliava. Si sbagliava sull’acqua. Si sbagliava su Horcynus.</p>
<p>Al suo fianco, molti anni fa, pochi anni fa, c’era un marinaio. Viaggiava con lui. Lo scrittore però non s’era accorto di lui. Solo adesso lo vedeva. Studiò il suo profilo, il naso d’aquila, i capelli di corvo, e poi gli chiese: tu sei Calvino? E quello rispose: sono io, mentre tu sei un illuso.</p>
<p>Perché?, domandò lo scrittore che io conoscevo.</p>
<p>Perché non posso aiutarti, rispose Calvino, e tu non puoi fuggire da Horcynus.</p>
<p>Che vuoi dire? Io sono sereno nella tua scrittura. Raggiungeremo Despina. E poi un’altra città. Già si vede la costa.</p>
<p>Non è la costa che vedi, lo corresse Calvino. Quella gobba laggiù, che affiora dal mare, non è la città. Guarda bene. Cos’è che vedi? Non vedi?</p>
<p>Molti anni fa, pochi anni fa, lo scrittore che io conoscevo guardò meglio la gobba che affiorava dal mare. E iniziò a piangere. Senza rimedio. Perché vide che non era la gobba di un cammello, né quella di una città. Invece era il dorso di un animale che «brancolava ancora cieco e sonnoso, oscuro e inavvertito come tutti i cataclismi nelle loro sotterranee origini, quando non se ne ha ancora segno e sono già sotto i nostri piedi. La sua immensa mole» apparve «affusolata» allo scrittore che io conoscevo mentre «saliva preceduta dall’alta pinna dorsale ad ascia, come un sommergibile dal suo periscopio, e salendo, dalle bocchette dello sfiatatoio sprigionava un sibilo come di fuoco che va per acqua, di lava di vulcano che erutta dagli abissi e raffreddandosi, forma un isolotto in superficie. E qui, alla superficie, dall’apertura occhiuta dietro la grande testa incorporata, rigettava acqua soffiando come una tromba marina».</p>
<p>Era di nuovo il pupazzo, lo scrittore che io conoscevo. E la nave affondava. E Calvino annegava.</p>
<p>E l’animalone nuotava «sempre dov’era rema morta, come se lo attirassero acque d’abisso, fredde e ferme, in cui appiccionarsi senza temere sconzo. Era l’Orca, quella che dà morte, mentre lei passa per immortale: lei, la Morte marina, sarebbe a dire la Morte, in una parola».</p>
<p>Dava morte anche a lui, allo scrittore che molti anni fa, pochi anni fa, cercò una voce, e poi cercò scampo, e non lo trovò, e pianse, e nuotò nel suo pianto, e poi si stancò, e annegò nel suo vasto mare di pianto.</p>
<p>Ma, di nuovo nella casa, trovò l’ossigeno che serve per sopravvivere. Adesso sveglio. Rincasato. Risorto. Sconfitto. Horcynusorcizzato. Rimproverò la casa: non mi hai aiutato. Si alzò da terra. Raccolse i libri. Li chiuse. Li ripose negli scaffali. Molti anni fa, pochi anni fa, lo scrittore che io conoscevo liberò il libro di Horcynus dal ripostiglio, poi disse alla casa: è evidente, il padre di Amos Oz il libro di Horcynus non lo conosceva. Il suo consiglio dunque non vale. Cento libri non nascondono il libro dell’orca. Io invece, che lo conosco, mi sottometto al libro dell’orca. Non fuggo più.</p>
<p>Che sia fatta la sua volontà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>***</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Le citazioni<br />
</em>Tra « … »: Stefano D’Arrigo, <em>Horcynus Orca</em>.<br />
Tra “ … ”: Amos Oz, <em>Una storia di amore e di tenebra</em>.<br />
Tra ‘ … ’: Beppe Fenoglio, <em>Il partigiano Johnny</em>.<br />
Tra &lt;&lt; … &gt;&gt;: Italo Calvino, <em>Il sentiero dei nidi di ragno</em>, <em>Le città invisibili</em>.</p>
<p><em>Nota<br />
</em><a href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> «Nei racconti si trova spesso questo “all’improvviso”. Gli autori hanno ragione: la vita è così piena di cose inaspettate». Anton Čechov, <em>La morte dell’impiegato</em>.</p>
<p><em>Questo testo è un intervento tenuto al convegno «Horcynus Orca. Il quarantennale», 9-10 ottobre 2015, Arcinazzo romano -Trevi nel Lazio. Successivamente è stato pubblicato su «Lo Straniero», Aprile 2016 – N. 190.</em></p>
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		<title>Il quarantennale di Horcynus Orca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2015 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Horcynus Orca]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano D'Arrigo]]></category>
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					<description><![CDATA[Oggi e domani, il 9 e 10 ottobre 2015, quindi proprio oggi e domani, mica per finta, ad Arcinazzo Romano e Trevi nel Lazio festeggiamo il quarantennale del più grande romanzo italiano di mare del Novecento: Horcynus Orca di Stefano D&#8217;Arrigo, che lo scrisse in parte (e a lungo, come si sa) tra quelle alture laziali. Al convegno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-56890" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/horcynus-208x300.jpeg" alt="horcynus" width="208" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/horcynus-208x300.jpeg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/horcynus.jpeg 221w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" /></p>
<p>Oggi e domani, il 9 e 10 ottobre 2015, quindi proprio oggi e domani, mica per finta, ad Arcinazzo Romano e Trevi nel Lazio festeggiamo il quarantennale del più grande romanzo italiano di mare del Novecento: <em>Horcynus Orca</em> di Stefano D&#8217;Arrigo, che lo scrisse in parte (e a lungo, come si sa) tra quelle alture laziali. Al convegno (<a href="http://horcynusorca40.wix.com/convegno" target="_blank">qui tutte le informazioni</a>) partecipano studiosi, poeti, scrittori, artisti tra i quali Moshe Kahn, autore della prima traduzione del romanzo: <a href="http://www.fischerverlage.de/buch/horcynus_orca/9783100153371" target="_blank">uscita quest&#8217;anno in Germania</a> per Fischer.</p>
<p><strong>Riprendo dal sito del convegno</strong>:<br />
«Quaranta anni fa veniva pubblicato <em>Horcynus Orca</em>, uno dei più grandi romanzi della letteratura europea del Novecento. Stefano D’Arrigo aveva cominciato a scriverlo nell’agosto del 1955, una prima stesura era già pronta alla fine dell’anno successivo, poi un’anticipazione di due capitoli sulla rivista “Il Menabò, diretta da Elio Vittorini. La pubblicazione dell’intera opera veniva annunciata come imminente già nel 1960, ma iniziava allora il lungo e travagliato lavoro di correzione delle bozze, di riscrittura del romanzo e di inserimento di lunghi inserti narrativi che sarebbe proseguito fino agli ultimi giorni del 1974, poche settimane prima della pubblicazione avvenuta nel febbraio del 1975, anche se l’elegante edizione mondadoriana reca la data di gennaio.</p>
<p>Il romanzo, lungo 1257 pagine nella prima edizione, racconta il ritorno del marinaio ‘Ndrja Cambrìa nel suo paese di pescatori sulla sponda siciliana dello Scilla e Cariddi e del suo tentativo fallito di restituire a una comunità devastata materialmente e moralmente dalla guerra la smarrita dignità di vita e di costumi. Il racconto di una “apocalisse culturale” commentò Walter Pedullà, “un cantare” lo definì Gianfranco Contini, un’opera che – notarono ammirati i suoi primi lettori &#8211; voleva riassumere e rielaborare tutte le letterature e i generi con l’obiettivo di arrivare al significato ultimo delle cose.</p>
<figure id="attachment_56927" aria-describedby="caption-attachment-56927" style="width: 260px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/convegno-horcynus.jpeg" target="_blank"><img loading="lazy" class="wp-image-56927" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/convegno-horcynus-168x300.jpeg" alt="Convegno horcynus" width="260" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/convegno-horcynus-168x300.jpeg 168w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/convegno-horcynus.jpeg 430w" sizes="(max-width: 260px) 100vw, 260px" /></a><figcaption id="caption-attachment-56927" class="wp-caption-text">Clicca sull&#8217;immagine</figcaption></figure>
<p>Una odissea della parola, “un’arcalamecca”, una “mille e una notte”, la scoperta di una lingua letteraria e popolare, mitica e concreta nello stesso tempo: classica, appunto. “Un monstrum espressivo”, come scrisse, sgomento, Niccolò Gallo, l’editor che, insieme con Walter Pedullà, ne accompagnò tutte le fasi creative senza riuscire a vederne la luce, per la prematura scomparsa. Un’opera intraducibile, si disse, ed è stato così per quaranta anni, fino a pochi mesi fa, quando il letterato poliglotta Moshe Kahn ha dato alle stampe la sua monumentale traduzione in tedesco, nel giudizio unanime un capolavoro a servizio di un capolavoro.</p>
<p>Il nostro convegno vuole ricordare il Quarantennale di <em>Horcynus</em> che non ha trovato posto nelle agende dei giornali, sempre così dense anche di ricorrenze inessenziali, e in grandi eventi celebrativi. Lo fa chiamando a parlarne alcuni degli studiosi più importanti, quelli che hanno sostenuto la battaglia, di cui Pedullà è stato il leader più autorevole e convinto, per collocare l’<em>Horcynus</em> nell’Olimpo delle grandi opere. Insieme con loro ci saranno Moshe Kahn, il traduttore dell’edizione tedesca (uscita per i prestigiosi tipi della Fischer), scrittori, poeti e musicisti».</p>
<p>{ Per i lettori di <em>Nazione Indiana</em>: un viaggio nell&#8217;<em>Horcynus</em> lo intraprese, undici anni fa, su questo sito, Alessandro Garigliano: <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2004/02/04/l%e2%80%99ultimo-nostos-di-ulisse-6/">questo il link al suo ultimo pezzo</a></strong> (il sesto di sei), da cui risalire agli altri. }</p>
<p><strong>Siriana Sgavicchia, che interverrà al convegno, promette:</strong></p>
<blockquote><p>«<em>Horcynus Orca</em> è un mito moderno, un racconto sulla divina mania della conoscenza. Stefano D’Arrigo, come l’Ulisse dantesco, sfida il limite, forza i confini del romanzo per andare «dentro, più dentro dove il mare è mare», per scoprire il mistero dell’inizio e della fine. Il protagonista del romanzo sale sulla groppa dell’orca, va incontro alle tenebre e si mette nella barca che è bara e arca insieme per raccontare la poesia del «visto con gli occhi della mente». La sperimentazione espressiva non è un ostacolo per il lettore di <em>Horcynus Orca</em> perché si accompagna all’emozione, in una ricerca visionaria e visiva che cambia la prospettiva della percezione come accade nell’innamoramento».</p></blockquote>
<p><strong>Primo Levi scrisse:</strong></p>
<blockquote><p>«Poi ti imbatti in <em>Horcynus Orca</em> e tutto salta: è un libro esuberante, crudele, viscerale e spagnolesco, dilata un gesto in dieci pagine, spesso va studiato e decodificato come un arcaico, eppure mi piace, non mi stanco di rileggerlo e ogni volta è nuovo. Lo sento internamente coerente, arte e non artificio; non poteva essere scritto che così. Mi fa pensare a una certa galleria che è stata scavata secoli fa, nella roccia, in Val Susa, da un uomo solo in dieci anni; o ad una lente con aberrazioni, ma di portentoso ingrandimento. Mi attira soprattutto perché D’Arrigo come Mann, Belli, Melville, Porta, Babel e Rabelais, ha saputo inventare un linguaggio, suo, non imitabile: uno strumento versatile, innovativo, e adatto al suo scopo».</p></blockquote>
<p>E adesso vi saluto. Vado a nuotare «il nuotare del pesce che nuota nel verso del pelo marino».</p>
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		<title>D&#8217;Arrigo, magari nella BUR?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/08/30/darrigo-magari-nella-bur/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Aug 2012 07:54:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Horcynus Orca]]></category>
		<category><![CDATA[rizzoli]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano D'Arrigo]]></category>
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					<description><![CDATA[Amici di Rizzoli, ristampate D&#8217;Arrigo? Potreste inserirlo nella BUR, collana &#8220;Scrittori contemporanei&#8221; (se vi avete pubblicato L&#8217;arcobaleno della gravità, si può fare anche questo!).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Amici di Rizzoli, ristampate D&#8217;Arrigo? Potreste inserirlo nella BUR, collana &#8220;Scrittori contemporanei&#8221; (se vi avete pubblicato <em>L&#8217;arcobaleno della gravità</em>, si può fare anche questo!).<br />
</strong><br />
<iframe loading="lazy" width="310" height="240" src="http://www.youtube.com/embed/WHdXwk8NJc4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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