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	<title>Stefano Raimondi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Giancarlo Pontiggia e Stefano Raimondi: risorse contro tempo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/02/04/giancarlo-pontiggia-e-stefano-raimondi-risorse-contro-tempo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Feb 2022 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Matteo Bianchi</strong> <br />   "Tutto sembra quasi poter rivivere, in questi giorni di primo autunno, come se niente fosse cambiato, anche se sappiamo che non è così, e che non potremomai più essere come prima."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Matteo Bianchi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-95813" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/02/271911997_532002514537452_1596126547583443650_n.jpg" alt="" width="621" height="908" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">«Tutto sembra quasi poter rivivere, in questi giorni di primo autunno, come se niente fosse cambiato, anche se sappiamo che non è così, e che non potremo mai più essere come prima. Il senso di mortificazione che tanta parte di umanità ci ha inflitto nell’ultimo anno e mezzo, non potrà mai essere dimenticato». È stata una mail cristallina di Giancarlo Pontiggia, amara quanto intellettualmente onesta, a spingermi a cercare le risorse del silenzio nei versi inediti suoi e di Stefano Raimondi che ho proposto nel numero zero di “Laboratori critici. Rivista semestrale di poesia e percorsi letterari”, edita da <a href="https://www.samueleeditore.it/laboratori-critici-n-0/">Samuele Editore</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ci sono amici che ci hanno ripugnato con le loro sciocchezze; e altri che ci hanno fatto pena, come se ci fossimo trovati di fronte a degli sprovveduti – incalza il poeta – eppure non lo erano, e qualcuno di loro pareva persino possedere una testa. Evidentemente era tutto apparenza, buone maniere, una vernicetta di conoscenze a buon mercato che copriva una millenaria, cronica stupidità sociale, fatta di populismi e irrazionalismi assortiti. Forse la rivoluzione illuministica, nella quale abbiamo confidato, era solo un’illusione. O forse gli uomini non sono altro, nel loro complesso, che una razza fragile, accasciata, autolesionistica, volta più al male che al bene, duramente provata dal suo stesso vivere. Da un vivere troppo al di sopra delle loro reali possibilità. La nube della morte, che sempre ci tallona, oscura ogni nostra volontà, ogni nostro minimo pensiero». L’oblio sarebbe provvidenziale, anche perché «dopo tanto Novecento e tanta <em>Action Française</em>, dopo Mussolini, Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot, dopo innumerevoli pessime recite, la prossima stagione del mondo rischia di ripresentarsi con gli stessi lustrini di prima: molte parole d’ordine, molto <em>politically correct</em>, pensieroni di niente».</p>
<p style="text-align: justify;">La becera utopia che ci avrebbe voluto tutti proni a clichés abusati e a un progresso disumano pare sia appassita. Per non tornare sudditi di scelte politiche spesso illogiche, benché abili a camuffare errori di ogni genere, si dovrebbe rileggere il Leopardi de <em>La Ginestra</em>; sarebbe sufficiente per spazzare via qualsivoglia pseudo-certezza di cui ci si fosse paludati in precedenza, scordando la fragilità e la precarietà della condizione umana. Prendendo le mosse da un preciso assunto polemico – la contestazione nei confronti sia del «secolo superbo e sciocco» sia del suo orgoglio prometeico, vuoi del vacuo ottimismo provvidenziale – il canto si rivela capace di conferire alla cognizione dell’infelicità comune un senso agonistico nell’appello a una solidarietà rinnovata tra tutti gli esseri. Sotto la specie dell’umile ginestra si disegna così un atteggiamento nient’affatto pacificato e distaccato, ma anzi critico rispetto all’insignificanza dell’esistenza universale, sia alla necessità di una resilienza morale tramata finalmente di consapevolezza. Infatti come la ginestra con l’ostinato ricrescere del suo manto fiorito riconferma un amore alla vita traente e il suo significato dà consenso a un meccanicistico destino universale, così l’essere umano può trovare una via di autentica grandezza soltanto nella scoperta della “forza della debolezza”, ovvero nel convogliamento della coscienza di precarietà e miseria verso il superamento di ogni orgoglioso o rassegnato isolamento intellettuale in una «social catena»; in una sfida solidaristica – e non solitaria – proclamata in nome e a dispetto di qualunque mistificazione e banalizzazione religiosa o politico-sociale: «Libertà vai sognando, e servo a un tempo / vuoi di novo il pensiero, / sol per cui risorgemmo / dalla barbarie in parte, e per cui solo / si cresce in civiltà» (vv. 72-76).</p>
<p style="text-align: justify;">È stata la rilettura dell’<em>Enchiridion </em>di Epitteto, tradotto da Leopardi e riedito da Aragno con la sostanziosa introduzione di Giuseppe Raciti, a ispirare la poesia che segue di Pontiggia e che somiglia molto a una prosa lirica. Dai versi incalzanti, ma senza vincoli metrici, traspare quanto la cosiddetta “filosofia pratica”, ossia l’insieme di esigenze morali che gli antichi applicavano alla vita quotidiana, avesse convinto e coinvolto il poeta recanatese; quanto fosse di fondamento per lui un senso di giustizia che orientasse le azioni di ogni individuo tanto in società quanto in solitudine. Difatti «è stato un uomo giusto, e non lo sapeva». Non a caso, nel prontuario <em>Sette brevi lezioni sullo stoicismo</em> (Einaudi, 2021), John Sellars rammenta che secondo il suddetto <em>Manuale</em> gran parte della nostra infelicità «si deve semplicemente a un errore di classificazione», ossia al pensiero incessante di poter controllare fenomeni che esulano dal nostro controllo, incluso il nostro corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Appartandosi nella dimensione di un tempo interiorizzato e non più corrente, quasi parlasse da dietro le quinte di una scena teatrale, <em>Il custode</em> si rivolge al lettore descrivendo un uomo che fu grande e non solo in ciò che scrisse. L’autore lo ritrova nell’intimità di un pensiero felice, frutto di una sua fantasticheria, ma che in fondo avrebbe potuto essere in Leopardi, o almeno nel maestro Epitteto. Di fronte all’attualità sempre più ferina e vacua del dopo pandemia, a una realtà che ricama sui ruderi delle ideologie, ma ignora qualsiasi occorrenza amministrativa del marasma collettivo, e che sembra ricalcare lo sconforto di <em>A se stesso</em> – quel senso di impotenza, «(…) quel potere / maligno che di nascosto governa per il male di tutti» – Pontiggia immagina un altro mondo, parallelo al nostro, eppure affondato dentro il nostro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il custode</strong></p>
<p>DI GIANCARLO PONTIGGIA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non so più da quanto tempo mi è stato detto di custodire quest’anima.</p>
<p>È l’anima di un uomo che già da un bel po’ non vede il bene della luce.</p>
<p>Ma per quanto tempo ancora dovrò vegliarlo? E che cosa significa?</p>
<p>Chissà perché gli sono così care queste creature, se davvero gli sono poi così care.</p>
<p>C’è qualcosa di insano nel tener tanto a gente, che sa così poco della vita. Noi</p>
<p>non sappiamo niente di loro, né loro di noi, e per questo mi giunge strano che proprio io, tra i tanti, debba prendermi cura di uno di loro.</p>
<p>Di quest’uomo, so soltanto che è vissuto, molto tempo fa. Un tempo così lontano, da non aver più cognizione di quanto ne sia davvero passato.</p>
<p>Mi dicono che dovrò vegliare un’intera notte, una, ma così lunga, che mi sembra non debba passare mai.</p>
<p>Ma dov’è, lui, ora?</p>
<p>Schegge di esistenza mi perseguitano.</p>
<p>Lo vedo mentre è un bimbo, e piange, perché ha perduto la madre. Era tanto tempo fa.</p>
<p>Un’altra volta è felice, mentre tocca la zampa di un gatto.</p>
<p>Ma che ne so del tempo, a volte mi pare di impazzire</p>
<p>nel pensare il labirinto della sua mente, dove niente ha ordine, e tutto pare guerreggiare in un tumulto continuo,</p>
<p>mi prende un senso di capogiro a pensare a ciò che è, piango anch’io, a volte, mi pare</p>
<p>di essere lui, solo che lui ha smesso di avere pensieri, è sprofondato non so bene in cosa,</p>
<p>mentre io me ne sto qua, mi arrovello intorno alla sua sorte,</p>
<p>e mi dimentico della mia,</p>
<p>che forse fu grande, un tempo, e ora è niente. Forse non è successo per caso, forse</p>
<p>c’è un disegno in tutto questo, che mi sfugge. Forse non c’è nessun disegno, e non ho avuto alcuna consegna.</p>
<p>Mi chiedo: cosa ne sarà di lui?</p>
<p>È stato un uomo giusto, e non lo sapeva.</p>
<p>Forse è per questo che sono qui.</p>
<p>Ogni tanto mi chiedo che c’entri la mia sorte con la tua.</p>
<p>Ma senti o non senti? E se no, che ci faccio, qui, che ci sto a fare? Cos’è che sto vegliando? A volte ho la sensazione che sia tu a vegliare su di me, e che il mio tempo sia scaduto.</p>
<p><em>La felicità è una zampa di gatto</em>. Volevi intitolarlo così, il tuo libro, ma i tuoi fedeli scrissero <em>A se stesso</em>: pensavano che fosse troppo poco. Non sapevano</p>
<p>che era il tuo pensiero più profondo.</p>
<p>Se almeno sapessi com’è</p>
<p>una zampa di gatto, e cosa vuol dire carezzarla. Ma tu sì che lo sapevi: tu sì che eri felice, in quel momento. E io?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I «sovrumani silenzi» e la «profondissima quiete» di Leopardi accomunano le piccole creature cittadine che Stefano Raimondi passa in rassegna nel suo bestiario all’uscita di scena del custode di Pontiggia. L’<em>infinito</em> leopardiano preme sotto le parole dell’autore come un’ombra necessaria e già dal primo frammento lirico: le formiche insegnano a chi le osserva a raccogliere i ritagli delle voci care per poi stiparli nelle crepe del buio che ci avvolge in vista di cambiamenti radicali. La <em>crudeltà</em> della primavera di eliotiana memoria torna anche nel contesto urbano, nel minimo quotidiano del poeta milanese; poiché per creare spazio a nuove vite, <em>aprile</em> ne sacrifica altre inconsciamente, ciclicamente.</p>
<p>Raimondi riesce così a riprodurre nel lettore la sensazione spaesante di ignara colpevolezza, di spietatezza connaturata e inconsapevole dei bambini che uccidono le lucertole per gioco, per fare esperienza al mondo, quasi il giudizio morale fosse solo umano – e perfino troppo. Quasi aleggiasse sopra di loro l’aura di un San Giorgio ancora acerbo, ma già pronto a trafiggere le perversioni dei rettili, un San Giorgio alienato quanto la società contemporanea che ha snaturato i riti gettando nel dimenticatoio le proprie radici mitiche. D’altronde, i bestiari medievali erano sì fonte di stupore attraverso una concezione simbolica dell’esistenza – chi si fermerebbe ancora per la strada a stupirsi dei balzi di un merlo fuori stagione? – ma specialmente opere di carattere didattico allegorico che trasmettevano le virtù alla moltitudine analfabeta.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il bestiario delle stagioni</strong></p>
<p>DI STEFANO RAIMONDI</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>Era quella la voce che aspettava ogni volta, che il tutto gli si rivoltava contro, ogni volta che sentiva di urlarlo fuori il buio, quello che si assiepava come un confine, come un infinito. Sentiva la collaborazione del respiro impigliarsi nelle crepe, le stesse che le <strong>formiche</strong> usavano per stipare, nascondere, vivere gli inverni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II</strong></p>
<p>La <strong>lumaca</strong> era lenta più della sua bava e lentamente si scrutava, si guardava fin dentro i luccichii e si curava piano, piano come fa l’immobilità quando, c’è qualcuno che ti può scorgere, vedere: come quando dalla tana si smuovono le ghiaie, si aprono le spine e il mondo entra per chiamarti, scoprendoti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III</strong></p>
<p>Me lo dicevi al telefono: “Il mio corpo racconta ormai storie diverse da prima, dice cose che sembrano lontane e invece già si corrodono i contorni, si sfilacciano gli orli”. Me lo dicevi preparandoti come fa la <strong>cavalletta</strong> quando, se la vedi, s’immobilizza tutta e poi scatta sulle gambe accartocciate e sparisce. Me lo dicevi così il dolore come per non farti vedere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IV</strong></p>
<p>Anche il <strong>merlo</strong> sembrava aver confuso la sua primavera. Saltellava sospettoso sotto gli alberi stesi ancora come morti. Cercava i balconi scossi dalle tovaglie; cercava voci di pane cadute dagli avanzi del mondo e si proteggeva, dai fiori gonfi, tra le gemme ancora chiuse, ancora pronte per esplodere che gelavano, a poco a poco, senza accorgersi che era lì la primavera, lì sdraiata sulla terra nera intorno. La nostalgia lo confondeva…</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>V</strong></p>
<p>Non c’era che questo nel sogno, che questo nel silenzio: il tradire dei pensieri, uno ad uno, come se potessero sparire sempre o restare appesi, leggeri, come spellature. Erano come tagliati e poi ricrescevano sfrontati, come se dovessero finire male. Era notte!  La <strong>lucertola</strong> del pomeriggio si mangiava la coda che le ricresceva sempre, voracemente. Intanto i bambini la uccidevano in continuazione, spietatamente. Le fecero una tomba con le foglie e ogni volta si commuovevano ridendo. Era questo il giro, il girone, il patto: tutti lo sapevano. Ma lei moriva lo stesso, continuamente e non era ancora finita la primavera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Milano, 26 marzo 2018 – 18 ottobre 2021</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Esce L&#8217;Ulisse n.18. Poetiche per il XXI secolo.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2015 16:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;ULISSE n. 18. Poetiche per il XXI secolo. &#160; INDICE &#160; Editoriale, di Stefano Salvi &#160; IL DIBATTITO IDEE DI POETICA Fabiano Alborghetti Gian Maria Annovi Vincenzo Bagnoli Corrado Benigni Vito Bonito e  Marilena Renda Gherardo Bortolotti Alessandro Broggi Maria Grazia Calandrone Gabriel Del Sarto Giovanna Frene Vincenzo Frungillo Florinda Fusco Francesca Genti Massimo Gezzi Marco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-53613" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg" alt="Doug Aitken New opposition  II - 2001" width="384" height="333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001-300x260.jpg 300w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" /></a></p>
<p><a href="http://www.lietocolle.com/cms/wp-content/uploads/2014/03/ULISSE-182.pdf" target="_blank">L&#8217;ULISSE n. 18. Poetiche per il XXI secolo.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>INDICE</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Editoriale</strong>, di Stefano Salvi</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>IL DIBATTITO</strong></h3>
<h3></h3>
<p><em>IDEE DI POETICA</em></p>
<p>Fabiano Alborghetti</p>
<p>Gian Maria Annovi</p>
<p>Vincenzo Bagnoli<span id="more-53599"></span></p>
<p>Corrado Benigni</p>
<p>Vito Bonito e  Marilena Renda</p>
<p>Gherardo Bortolotti</p>
<p>Alessandro Broggi</p>
<p>Maria Grazia Calandrone</p>
<p>Gabriel Del Sarto</p>
<p>Giovanna Frene</p>
<p>Vincenzo Frungillo</p>
<p>Florinda Fusco</p>
<p>Francesca Genti</p>
<p>Massimo Gezzi</p>
<p>Marco Giovenale</p>
<p>Mariangela Guatteri</p>
<p>Andrea Inglese</p>
<p>Giulio Marzaioli</p>
<p>Guido Mazzoni</p>
<p>Renata Morresi</p>
<p>Vincenzo Ostuni</p>
<p>Gilda Policastro</p>
<p>Laura Pugno</p>
<p>Stefano Raimondi</p>
<p>Andrea Raos</p>
<p>Stefano Salvi</p>
<p>Luigi Socci</p>
<p>Italo Testa</p>
<p>Mary Barbara Tolusso</p>
<p>Giovanni Turra</p>
<p>Michele Zaffarano</p>
<h2><em> </em></h2>
<p><em>NUOVI CRITICI SUL NOVECENTO</em></p>
<p>Vittorio Sereni</p>
<p>di Mattia Coppo</p>
<p>Attilio Bertolucci</p>
<p>di Giacomo Morbiato</p>
<p>Franco Fortini</p>
<p>di Filippo Grendene</p>
<p>Corrado Costa</p>
<p>di Riccardo Donati</p>
<p>Anni Novanta. Individui e fluidità</p>
<p>di Maria Borio</p>
<p>Poesia e ispirazione</p>
<p>di Raoul Bruni</p>
<p>Poetiche dell’informale</p>
<p>di Filippo Milani</p>
<p>Poetiche della relazione</p>
<p>di Jacopo Grosser</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>FUOCHI TEORICI</em></p>
<p>Domande ingenue</p>
<p>di Jean-Marie Gleize</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>POETICHE DEL ROMANZO</em></p>
<p>Le idee letterarie degli anni Zero</p>
<p>di Morena Marsilio e Emanuele Zinato</p>
<p>Walter Siti</p>
<p>di Gian Luca Picconi</p>
<p>Don DeLillo</p>
<p>di Federico Francucci</p>
<p><em> </em><em> </em></p>
<p><strong>LETTURE</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Mariasole Ariot</p>
<p>Daniele Bellomi</p>
<p>Alessandra Cava</p>
<p>Claudia Crocco</p>
<p>Francesca Fiorletta</p>
<p>Franca Mancinelli</p>
<p>Luciano Mazziotta</p>
<p>Manuel Micaletto</p>
<p>Fabio Orecchini</p>
<p>Giulia Rusconi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I TRADOTTI </em></p>
<p>Thomas James</p>
<p>tradotto da Damiano Abeni</p>
<p>Óskar Árni Óskarsson</p>
<p>tradotto da Silvia Cosimini</p>
<p>Dieter Roth</p>
<p>tradotto da Ulisse Dogà</p>
<p>Thomas Sleigh</p>
<p>tradotto da Luigi Ballerini</p>
<p>Eva Christine Zeller</p>
<p>tradotta da Daniele Vecchiato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Una prima presentazione della monografia, che vedrà presenti Vincenzo Bagnoli, Vito Bonito, Alessandro Broggi, Mariangela Guatteri, Morena Marsilio, Luciano Mazziotta, Italo Testa ed Emanuele Zinato, si terrà venerdì 8 maggio alle 19.00 presso l&#8217;Atelier Sì, in via San Vitale 69, a Bologna)</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Otto poesie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/01/22/otto-poesie-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jan 2013 23:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[nuova poetica]]></category>
		<category><![CDATA[per restare fedeli]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Raimondi]]></category>
		<category><![CDATA[transeuropa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Raimondi Da &#8220;Per restare fedeli&#8221; (Transeuropa-Nuova poetica, 2013) [4 marzo 2003] Hai ragione tu: bisogna onorare la gioia. E allora stammi vicino, così fino alla penombra, al buco rosso del passaggio colato via, per terra vicino al mare. Tra poco saranno le sirene a darci corde, tappi di cera paura. Da una città [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/22/otto-poesie-3/stefano-raimondi-per-restare-fedeli-transeuropa-2013-3/" rel="attachment wp-att-44672"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-44672" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Stefano-Raimondi-Per-Restare-Fedeli-Transeuropa-20132-192x300.jpg" width="192" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Stefano-Raimondi-Per-Restare-Fedeli-Transeuropa-20132-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Stefano-Raimondi-Per-Restare-Fedeli-Transeuropa-20132-61x96.jpg 61w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Stefano-Raimondi-Per-Restare-Fedeli-Transeuropa-20132-24x38.jpg 24w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Stefano-Raimondi-Per-Restare-Fedeli-Transeuropa-20132-137x215.jpg 137w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Stefano-Raimondi-Per-Restare-Fedeli-Transeuropa-20132-82x128.jpg 82w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Stefano-Raimondi-Per-Restare-Fedeli-Transeuropa-20132.jpg 382w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" /></a></p>
<p style="text-align: right">di <strong>Stefano Raimondi</strong></p>
<p><strong><br />
</strong>Da<strong> &#8220;Per restare fedeli&#8221;</strong> (Transeuropa-Nuova poetica, 2013)</p>
<p>[4 marzo 2003]</p>
<h6 style="text-align: right" align="right">Hai ragione tu:<br />
bisogna onorare la gioia.</h6>
<p>E allora stammi vicino, così<br />
fino alla penombra, al buco rosso<br />
del passaggio colato via, per terra<br />
vicino al mare. Tra poco saranno<br />
le sirene a darci corde, tappi di cera<br />
paura. Da una città all’altra si inizierà<br />
a morire per caso. L’acqua la prenderemo<br />
finché ci basta, finché la sete la riconosceremo<br />
ancora, dagli occhi e dalle labbra, nei baci.</p>
<p style="text-align: center">&#8211;</p>
<p style="text-align: left">[19 marzo 2003]</p>
<p>La guerra e l’abbandono stanno facendo opere.<br />
Quali riconoscere?<br />
Si tengono lontani i bambini dai confini:<br />
fanno paura ai sogni, alle trincee bruciate<br />
ai sì. Ci sono vicende umane che partono<br />
da qui, storie che sanno cosa prevedere.<br />
Fanno trincee i bambini: le fanno con gli stracci<br />
e le tengono, le lavano come ci fossero<br />
solo madri da coprire.</p>
<p style="text-align: center">&#8211;</p>
<p>[26 marzo 2003]</p>
<p>Ci sono giorni dove correre è<br />
l’unico modo per salvarsi<br />
altri dove è l’immobilità<br />
e l’aria spessa del rifugio<br />
a farci stare fermi con gli occhi<br />
dentro a un cuore puntato<br />
dalle sirene, per la notte.<br />
Poche cose vicino dicono<br />
l’angolo dove ci si siede ad aspettare<br />
lo stesso che potrebbe non farci<br />
vedere più da nessuno.<br />
Si tengono a galla i topi:<br />
uno sull’altro passano da qui.<br />
Vedessi, amore, come sono fieri.<br />
Hanno la tragedia negli occhi: quella<br />
delle fogne perlustrate durante i matrimoni<br />
che saziano le macchine e i futuri.</p>
<p>«Siediti qui» mi dice un bambino<br />
«i miei giochi li ho tolti ieri dal cesto.<br />
La mamma mi dice che presto<br />
finirà tutto.»</p>
<p>Non ho saputo nulla dopo lo scoppio<br />
dopo che mi ha lasciato con la sua trottola<br />
che gli girava ancora tra le mani.</p>
<p style="text-align: center">&#8211;</p>
<h6 align="right">Lo spettacolo più raccapricciante lo riservano le corsie<br />
dei piani superiori.</h6>
<p>Si dissanguano le luci tolte<br />
dalle lampade, dalle cucine,<br />
dai vetri tramortiti per ricordare<br />
la calma, il conto, gli anniversari<br />
le date livellate dai compleanni.<br />
Sono queste le trasparenti discariche<br />
che frantumano carezze e angeli: facce<br />
sbalordite e insonni, scalmanate e piante.</p>
<p>Le bacinelle d’acqua vibrano<br />
come placente piene, come<br />
un baccano d’ossa che pregano<br />
che vogliono cordoglio.</p>
<p style="text-align: center">&#8211;</p>
<h6 align="right">Un vecchio con un braccio fasciato tossisce insistentemente […].</h6>
<p>Stiamo vicino come in un mattatoio.<br />
L’amore lo facciamo da qui dove<br />
i sessi sono esposti sugli uncini.<br />
Ogni massacro ha la sua pulizia.</p>
<p style="text-align: center">&#8211;</p>
<h6 align="right">I continui bombardamenti tengono la maggior parte della gente<br />
chiusa in casa. Uscire è sempre un rischio anche se nemmeno il<br />
tetto di casa è più sicuro.</h6>
<p>[4 aprile 2003]</p>
<p>È il mattino che fa incoscienti e sani.</p>
<p>C’è una dolcezza sotto questo tetto<br />
che non sa dell’abbandono, neppure<br />
tra la spellatura, i disastri.<br />
Si sentono i rumori, fuori<br />
che circondano, che continuano a cadere<br />
e il nostro buio vicino continua a costruire.<br />
Chi abiterà per primo la stanza, tu o io?<br />
È la paura e la grazia di una tenda<br />
– spostata vicino alle macerie, vicino<br />
a chi cerca qualcosa, qualcuno con le mani<br />
tagliate, bendate – a scavare.</p>
<p style="text-align: center">&#8211;</p>
<h6 align="right">Non si riesce a seppellirli tutti, i morti stivati dentro camion<br />
frigo. I saccheggiatori non risparmiano gli ospedali, le case e<br />
i musei. Rapine, linciaggi.</h6>
<p>Pensavamo di essere unici, indivisibili<br />
e per sempre. Invece siamo qui trascinati<br />
portati a braccia, schiaffeggiati.<br />
Non ti riconosco più amore.<br />
Non ho paragoni da farti vedere, né ricordi<br />
uncinati di bene da sollevare a bandiera.<br />
Siamo preziosi per poco respiro, per poco<br />
fiato risparmiato piano.<br />
Mi hai lasciato nell’antro del buio<br />
per non accompagnarmi più. Fino a qui<br />
sapevamo il nostro nome intero.</p>
<p style="text-align: center">&#8211;</p>
<p><em>Tutto verrà riconosciuto per amore<br />
</em><em>o per quello strano respiro sporto<br />
</em><em>fino alla fine del nulla impigliato<br />
</em><em>nelle trincee, tenuto in serbo<br />
</em><em>per non morire</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Stefano Raimondi a Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 06:39:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Raimondi]]></category>
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					<description><![CDATA[LIBRERIA la FELTRINELLI di Via Manzoni, 12 &#8211; Milano 31 marzo &#8211; ore 18.00 Interni con finestre di Stefano Raimondi ……………………… MILANO IN POESIA Il motivo dell’esilio percorre interamente Interni con finestre (La Vita Felice) di Stefano Raimondi: esilio nel cuore dei luoghi amati, sulle scale di casa, tra le pareti di una stanza abitata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>LIBRERIA la FELTRINELLI<br />
di Via Manzoni, 12 &#8211; <strong>Milano</strong><br />
<strong>31 marzo</strong> &#8211; ore <strong>18.00</strong></p>
<p><em>Interni con finestre</em><br />
di<br />
<strong>Stefano Raimondi</strong><br />
………………………<br />
MILANO IN POESIA<br />
Il motivo dell’esilio percorre interamente Interni con finestre (La<br />
Vita Felice) di Stefano Raimondi: esilio nel cuore dei luoghi amati,<br />
sulle scale di casa, tra le pareti di una stanza abitata da sempre. Le<br />
sue poesie, con l’urgenza di chi non trova più dimora, narrano una<br />
Milano mai vista prima: minacciosa e giuridica, costellata di allarmi<br />
e di posti di blocco, percorsa dal cerchio infinito dei viali che ci riportano<br />
sempre allo stesso, drammatico inizio.<br />
All’incontro insieme<br />
all’autore intervengono i poeti <strong>Mario Santagostini</strong> e <strong>Italo Testa</strong>.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>da &#8220;Interni con finestre&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/01/12/da-interni-con-finestre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 07:37:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Interni con finestre]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Raimondi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Raimondi Pareti Ci sono giorni che a raccontarli non basta, storie che non si sentono più, storture che s’imparano piano. E lo so da qui, da questo angolo imparato a memoria a malapena ieri. * L’hanno trovata con gli occhiali abbassati sul naso e un libro tra le mani: era mattina. Non si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/raimondi.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-28596" title="raimondi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/raimondi.jpg" alt="" width="200" height="295" /></a></p>
<p>di <strong>Stefano Raimondi</strong></p>
<p><strong>Pareti</strong></p>
<p><em>Ci sono giorni che a raccontarli non basta, storie che non si sentono più, storture che s’imparano piano. E lo so da qui, da questo angolo imparato a memoria a malapena ieri.<br />
</em></p>
<p>*<br />
L’hanno trovata con gli occhiali abbassati sul naso e un libro tra le mani: era mattina. Non si è mai saputo quale fosse l’ultima parola che le sia piaciuta tanto. C’era una grotta intorno che poi sembrava un’ombra, un suono, un sogno. Un segno nerofumo appiccicato in fondo alla parete. Una scintilla scappata da una pietra focaia.</p>
<p><span id="more-28593"></span></p>
<p>*<br />
Entrare nelle caverne, nelle facce come uno sguardo da fiammifero e proseguire. Diventare, noi, più bui del buio, fino a illuminarlo, come fanno alcune ombre, che frugano, dal basso in alto, un rasoterra voltato dalla parte del chiaro.</p>
<p>*</p>
<p><em>Da qui l’ho pensata l’illusione: quel qualcosa che possa continuare sempre e per sempre. Da qui, da questa cerchia magra di polmoni e d’occhi puntata  verso il niente: proprio come i tetti visti da lontano quando sembrano tutti uniti e non è vero. L’ho pensata, davvero, da qui, ma solo da qui e una volta soltanto, lo giuro!<br />
</em></p>
<p>*</p>
<p>Ci sono viaggi che iniziano per niente, come morsi di randagi, come assaggi di voglie sperdute da trovare, come terra e radice insieme da portare addosso come fossero carezze di qualcuno che non faresti mai in  tempo a ringraziare, se ti guardasse negli occhi veramente. Gli occhiali da sole riflettono paradisi, posti dove restare per un po’ confusi, come quelle macchioline che non si spostano mai, dalle lenti e le pulisci e restano salde. Apri la bocca, aliti, dai fiato ed ecco l’anima, l’immagine pulita, il posto.</p>
<p>*<br />
Ci sono volte che le parole non creano, ma chiamano: fanno un mondo che basta. Sapeva che l’avrebbe tradito e poi ucciso. La finestra sapeva della luce già molto prima dell’ombra, del portacenere, della credenza semiaperta, delle bottiglie rovesciate. Stando qui si poteva vedere tutto, dentro come fuori, in una sola visione, anche dopo un sogno solo, un colpo. Il sangue sarebbe stato lavato subito dopo, da chi si fosse salvato in tempo. La luce rimaneva accesa sulla scena, il buio passava nelle altre stanze. Fuori faceva giorno sulle vie che riprendevano il loro giro come per bastarsi.</p>
<p>*<br />
Sono qui tutte le vertebre, tutto l’orizzontale starsene sdraiati come strati sui lenzuoli. Si fanno leggeri gli assassini, fuggono di fronte a chi tace, con tutti gli occhi sbarrati dal colpo. <em>Sentiamoci ancora</em>, avevi detto, standotene in piedi. <em>Sentiamoci finché non mi possa sdraiare ancora e diventare pelle e contorno: orlo</em>. Sono forse così gli affronti, i destini:  le parole dette per le promesse.</p>
<p>*</p>
<p style="padding-left: 150px;">I muri di una stanza prima o poi  parlano: tengono, raccontano e dopo testimoniano.</p>
<p><em>Ero a conoscenza dei fatti. Da qui sapevo tutto. Lasciavo che la stanza facesse il resto e le cose il loro corso. Poi ha messo giornali dappertutto. Ha asciugato ciò che poteva e ha pianto. Ha fatto in fretta. L’altro pezzo di cuore batteva vicino allo stipite di destra e nessuno ci aveva mai messo le mani dentro, prima di entrare. Sì nessuno l’aveva mai pregato così.  Si dice che le preghiere inizino da dentro.</em><br />
Non è vero!</p>
<p>*</p>
<p>Ci sono case dove il rumore degli altri sale dai muri, dalle canne fumarie. Entra nel letto, invade la testa. Case dove la musica d’altri ha faccia crudele, denti forzuti, che trama dai vetri. E dentro una piazza di stanze si resta a tacere, per dirlo il silenzio, sperando che faccia rumore. <em>Ma la vita fa rumore</em> diceva il ragazzo del piano di sopra, regalandomi intensissimi attimi del suo tremare dentro qualcuno che gridava da fondamenta bellissime.</p>
<p>*<br />
Era da lì che scriveva le sue piccole storie, quelle che dicevano tutto: da uno sgombro cucina – un metro e mezzo per uno – sopra una piccola mensola di legno incastrata tra il calorifero e il davanzale. Guardava da lì un mondo di casamenti, giardini e grondaie, paesaggi e cortili, con la stessa luce meridiana esatta di ogni giorno che s’impuntava contro qualche muro: quello della mattina, del pomeriggio e della sera.  Ascoltava gli scoli dell’acqua, lo sbattere delle porte, le frasi di chi viveva lì vicino. Aspettava la sua storia più bella. Avrebbe compiuto gli anni il giorno dopo, voleva solo essere più sincero.</p>
<p>*<br />
Dicembre. Nessuno se ne accorse. Non avrebbe più visto né neve, né stelle comete. La paura scende come zucchero velato, lascia spazi vuoti: sagome di sangue con respiro. Sembrava fatto tutto di cielo il mondo, con le luminarie spezzate: una lucina sì e una lucina no si accendevano su niente, per nessuno, per caso.<em> È adesso che potrei morire</em> – mi dici stirandoti in un bacio. E fai finire, così, la scena di Natale, la notte, il buio dell’albero, il tuo capezzolo rovinato da un morso.</p>
<p>*<br />
C’era ancora silenzio nella via, nessuno avrebbe mai visto, né saputo niente di tutto quello che stava succedendo lì, se un fiore di plastica non fosse caduto dal balcone del primo piano, attirando l’attenzione sulla casa, nella finestra, nel riflesso dello specchio che gridava. Finiscono così i pudori, i segreti, le bugie storte dentro i muri, tra gli stipiti bianchi, sui cuscini.</p>
<p>*<br />
Una pelle così non l’avevo mai vista. Eczemata, tirata, buttata tutta verticalmente tra le case, come un’aria, nelle piazze, giù dalle finestre. Si spargeva, si riaccendeva. Faceva capo a ognuno. Stava preparandosi a un banchetto. Si stendeva, faceva spazio agli occhi, agli orifizi. Sognava di volare. Era lì da giorni dentro una carezza ad aspettare di farsi mano, pancia. Aveva un nome tatuato sulla lingua, un paesaggio infetto nel sangue. Era una bocca dentro l’altra. Reggeva come un femore, una frase.</p>
<p>*</p>
<p>Si redimono così le pareti: figliando e tacendo. Là dentro scomparve di tutto. Era una finestra tranquilla a vederla da qua. Macchie di sangue sullo zerbino hanno parlato tra loro, attirando attenzione. Si distruggevano piano, a furia di morsi. Era una bella famiglia, rispettata da tutti. Quando fu scardinata la porta, le mani staccate si davano ancora carezze tra loro, come potevano.</p>
<p>*<br />
Si sono trovate uova nella cassetta della posta stamani. Non era arrivato nulla a destinazione. La città covava la sua alba tranquilla. L’ovulazione era cominciata da tempo. Le arterie pulsavano veloci sangue nuovo dappertutto. I portoni preparavano l’ombra ai bambini.</p>
<p>*</p>
<p style="padding-left: 210px;">G. faceva anelli per tutti: fedi inascoltate.</p>
<p>«Togliere la luce al rettangolo del mondo, toglierla per pochi istanti e fare che diventi tutto meraviglioso e che potesse di nuovo esplodere nella stanza, tra qualcuno che conosci e ti vuole ancora bene e poi farlo diventare grande, lasciarlo andare ancora come un altro mondo che ti sappia come raccontare daccapo, lontano dal suo inizio. Sarebbe bello che ad accadere ci mettesse un attimo, senza disturbare nessuno, senza rumore: solo fiato.»<br />
C’erano altre cose scritte nel quaderno, dette per la prima volta. Ha lasciato tutto com’era e nessuno avvisato. Aveva un anello al dito, fatto con le sue mani, colorato di blu come le vene, lasciate lì vicino.</p>
<p>*<br />
Sembrano non servire a niente certe storie, certe parole conficcate piano. Si sentono da qui gli strappi e i piccoli centimetri di luce spostarsi sopra una finestra sporta sulla scena della scuola, del giardino, del cubo bianco con terrazza. Non cambia nulla da qui, neppure la strana visuale: quella mistura di fondali che reggono vittorie e fallimenti; quelle che portano sotto, vicino alla cantine, proprio come quando si giocava ai corpi stesi e nessun respiro veniva sprecato: buttato. Dall’altra parte c’era sempre chi guardava: spiava. Si accartocciavano, così, i giornaletti negli stipiti delle porte buie. Sarebbero restati lì per sempre. Era tutta una metafora di carne quella carta appiccicata con dentro tutti. Da lì partivano gli inferni e i paradisi, da lì nel buio: sotto la stessa via di sempre, da sempre.</p>
<p>*<br />
Alle volte il sole lo vedi dall’altra parte della casa, mentre il temporale è sempre più vicino alla facciata. È da lì che si misura il tempo per farcela o per restare al riparo da qualche parte.</p>
<p>*<br />
Sono le nostre  vie a impararci a memoria, le case a tenere il conto dei nostri anni, le scale che restano buie a domandare di noi e neppure le cantine se la sentono di tacere, quando non c’è più niente di nostro da nascondere. Abbiamo portato tutto, anche le porte, le finestre con pezzi di sole attaccati ai vetri. Ho il tuo respiro vicino alla finestra che spiffera la nostra storia a tutti. Ho messo lane arrotolate tra i telai, sotto l’inverno che esce nel cortile.</p>
<p>BILOCALE RISTRUTTURATO<br />
E SILENZIOSO VENDESI</p>
<p>Era scritto così l’annuncio: con un altro pezzo di  cuore.</p>
<p>(&#8230;)</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>CONTRAFFORTE</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/08/22/contrafforte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2009 05:18:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[contrafforte]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Raimondi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Raimondi Io ti conosco e non ti conosco insieme: tu vicino con me in altro e altro in me ancora da capire. I Ci sono giorni dove nascere porta luce, battesimi d’acqua: pazienze. Altri fanno rumore. Hanno tagli e attese: portano lontano. II Cerchiamoci negli spazi gialli della primavera nelle coordinate sbranate dal [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Raimondi</strong></p>
<p><em>Io ti conosco e non ti conosco insieme:<br />
tu vicino con me in altro<br />
e altro in me ancora da capire.</em></p>
<p>I</p>
<p>Ci sono giorni dove nascere porta luce, battesimi<br />
d’acqua: pazienze. Altri  fanno rumore. Hanno<br />
tagli e attese: portano lontano.  </p>
<p>II</p>
<p>Cerchiamoci negli spazi gialli della primavera<br />
nelle coordinate sbranate dal cuore.<br />
Cerchiamoci fin dove si può arrivare<br />
tu mano difficile, io muro appoggiato, di rovina.<br />
<span id="more-20459"></span></p>
<p>III</p>
<p>Lo dicevi così il futuro: partendo<br />
dal tuo vestito scuro, dal tuo<br />
bavero voltato male. Avevi luce<br />
inchiostrata nelle mani, come un contrabbando. </p>
<p>IV</p>
<p>Faceva rumore la tua voce, la tua<br />
solitudine inventata a memoria.<br />
Non c’era che questo interrompere<br />
di ore e di frasi a fare di noi<br />
un commando di poveri alleati<br />
tu ed io e comunque soli.</p>
<p>V</p>
<p>Non so che cosa hanno di nostro<br />
le parole, le frasi fatte per capirci.<br />
Forse tengono ancora la pazienza in serbo<br />
ancora quel loro modo di non capire<br />
il sì e il no stretto dentro le sentenze.</p>
<p>VI</p>
<p>Ma le condanne fanno davvero<br />
daccapo gli assassini?<br />
E tu rimani con la parola mezza fuori<br />
mezza dentro al cuore e non lo sai<br />
chi ti perdona dopo, chi<br />
ti sta davanti.</p>
<p>VII</p>
<p>Facciamo che riparta la stagione:<br />
le sue nuvole, i suoi oscuramenti.<br />
Lo saprò da qui – da questa parte rasoterra –<br />
da qui dove fa chiaro presto, da qui<br />
ora che tengo tutto in prospettiva<br />
che ho fatto tutto in tempo, per non morire.</p>
<p>VIII</p>
<p>E nella restituzione della carne faccio<br />
quaresime e timballi, mischio viola<br />
e ocra insieme, tagliandomi fin dove<br />
il silenzio s’impiglia con la noia<br />
tra le cose lasciate in pace<br />
e non per caso lasciate in dono.<br />
Che la memoria sia una sola benedizione<br />
un albero, una coccinella<br />
rossa sopra i polsi.</p>
<p>IX</p>
<p>&#8230;e come dirti ancora “tu”, dirti<br />
faccia, gambe, tronco, dirti<br />
figlio, padre; dirti male<br />
e bene insieme, dirti cosa fare<br />
ancora e a chi dare fiducia, dare<br />
queste parole messe in fila nell’appello<br />
messe tra le cose tolte dalle vene?</p>
<p>X</p>
<p>Continua la luce dalla casa piccola<br />
a spostare tutto per farti spazio, darti<br />
una mano per girarti dove<br />
ci sono io, dove ci sei tu qui<br />
su un fianco a respirare.</p>
<p>XI</p>
<p>Fammi posto, allora,  tra le dita, le carezze<br />
come una continuazione, una certezza<br />
come quando sopra un treno ci chiedono<br />
il biglietto e lo sai per certo che hai pagato<br />
che hai il posto, che vedi fuori e arrivi.</p>
<p>XII</p>
<p>È una luce sola che ci congiunge<br />
nella curva, nel salto, nello spazio<br />
di questo azzurro che ci tiene senza nomi<br />
senza voce, liberi, quieti, terribilmente sereni.</p>
<p>XIII</p>
<p>&#8230;e adesso dimmelo ancora dove<br />
diventare parola di marmo<br />
sostenere e respingere l’appoggio<br />
il minuto, l’infinito<br />
il <em>questo</em> e il <em>quello</em> della lontananza.<br />
Dimmelo in una notte se puoi<br />
con la gentilezza del semplice<br />
o con la furia di chi uccide per sempre<br />
senza sprechi, con pudore, nella circostanza<br />
di una confessione, nel silenzio bianco<br />
di una franchezza distinta e senza pentimento.</p>
<p><em>Si fanno così brevi le notti a volte. Lente<br />
come un bacio dato da chi è orto e<br />
coltello insieme, da chi presto<br />
verrà riconosciuto e diviso.</em></p>
<p>6 giugno 2009                                                           20 giugno 2009</p>
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