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	<title>Stelle ossee &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;ombra della neve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2020 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Orazio Labbate]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orazio Labbate &#160; Nevicava da due notti. Il gelo aveva sommerso i pali della luce interrompendo la corrente in tutto il quartiere. La gente rimaneva in casa come in attesa di un mistero. Il mio vicino di tanto in tanto mostrava un occhio attraverso la tenda, come a spiare un omicidio. La neve aveva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Klavdij-Sluban.jpg" alt="" width="1000" height="1200" class="alignleft size-full wp-image-85902" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Orazio Labbate</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Nevicava da due notti. Il gelo aveva sommerso i pali della luce interrompendo la corrente in tutto il quartiere. La gente rimaneva in casa come in attesa di un mistero. Il mio vicino di tanto in tanto mostrava un occhio attraverso la tenda, come a spiare un omicidio. La neve aveva sommerso la mia auto, riuscivo a vederne, dalla finestra della cucina, solo alcune parti. Nel cofano c’è un cadavere. L’ho messo lì dentro un giorno fa. Non ho il coraggio di riscoprirlo. Mi limito a studiarne solo i piedi, ritti come la base di una croce. Non so cosa farne. Gettarlo in un vallone? Abbandonarlo in una discarica? Non sono una persona decisa, è da tutta la vita che sono ridotto a succhiare il coraggio altrui. Prima quello di mia madre(ora seppellita nel cimitero di questa città), poi quello di mia moglie che è fuggita con il suo amante. Mi è rimasto da succhiare tutto me stesso. Mi servo della mia ombra come unica fonte di forza. Quando sto seduto alla poltrona la guardo allungarsi sopra la tv, procreo l’atmosfera adatta avvicinando due lampade come se si reggessero a vicenda. Nel momento del sonno, invece, metto l’abatjour sdraiata sul comodino così da ammirarne l’ombra che dorme anch’essa. Non appena so dove si ferma allora la fisso con tutta la concentrazione, e la inserisco dentro di me. Una volta che mi attraversa ho la potenza di tutte le cose sconosciute. Vi spiego… Tutti noi facciamo caso alle ombre, tuttavia nessuno sa che queste hanno una loro vita. Io, invece, ne sono convinto! La loro vita è mistica. Riescono a regalarti, solo se conosciute, una prima sensazione di ciò che proveremo nell’aldilà. È una droga, quindi, cibarsi d’ombre. Eppure era da tre giorni che la mia ombra non bastava al mio spirito. Così, prima che iniziasse a nevicare, vagai tutta la notte in cerca di un’ombra più potente. Nonostante avessi percorso con l’auto le strade deserte, e avessi ammirato ombre bellissime, come quelle dei negozi, dei cani randagi, dei semafori, dei lampioni, non trovai quella giusta. Allora mi diressi verso il bosco. Ricordo che le stelle mi facevano paura. Credo che rilascino più ombre loro sulla terra, che tutta la terra stessa nella propria galassia. Nonostante ciò, non posso rubare l’ombra a Dio… Arrivato nel bosco, ansioso cominciai la mia ricerca. La luna piena permetteva alle ombre di uscire dai loro corpi. Le ombre dei tronchi però erano troppo spente e immobili. Le ombre delle piante, troppo sottili e deboli. Le ombre degli animali, troppo istintive, come gli animali stessi. Non erano quelle giuste per il mio scopo. Allora percorsi un sentiero che portava ad un ruscello. Lì scorsi una meravigliosa ombra appoggiata ad una roccia, ne vedevo la schiena e i piedi ritti come una croce che si scioglieva nell’acqua. Era l’ombra di una donna. Dormiva con la schiena rilassata. L’ombra era potentissima. Me ne innamorai a prima vista. Incominciai a mangiare l’ombra con grande foga. Ero con le mani poggiate alla corteccia di un abete, a cento metri dalla donna. Dovevo avvicinarmi per assaporarla, meglio, faccia a faccia. Mi mossi lento, e così fece pure la mia ombra, dietro di me, che mi seguiva e non se ne andava. Via via si gonfiava. Fu talmente grande da soffocare la donna, io invece ammazzai quest’ultima, a mani nude. A occhi chiusi. Non gemeva. Non gridava. Lo accettò senza emettere nulla. Lontano qualcuno applaudì. Sentivo che alcune case stavano perdendo la corrente perché la neve stava arrivando. E, intanto, mi dicevo: “Non posso lasciare un’ombra bellissima nel corpo di una donna bellissima, soprattutto in vita, perché prima o poi mi abbandonerebbe”. Tutti mi lasciano da solo! Raccolsi il cadavere della donna coprendole il volto con un sacco nero. Pesavano tanto, lei e l’ombra. I piedi le strisciavano. I piedi avevano l’ombra ritta come una croce. Ogni dieci secondi mi giravo per paura che corresse via nelle profondità del bosco. Sentivo così tanta pace. Mi dissi: “Dio sarebbe fiero di me. Amo così tanto al punto di ammazzare l’ombra del mio nuovo amore”. Un gufo mi guardava da un ramo. Il suo sguardo mi pedinava. Aveva gli occhi gialli. Ho paura dei gufi da quando ho capito che hanno l’ombra a punta per via delle orecchie. Penso ce l’abbia così pure il diavolo. La bocca della donna perdeva saliva che scintillava nel pietrisco. Affannato raggiunsi l’auto. Aprii il cofano con il pulsante sulla chiave di accensione. Con il braccio destro adagiai il corpo sulla tappezzeria sporca all’interno del cofano. Entrai in macchina. Cadde la prima neve dell’anno. Il vento ne portò lentamente un’abbondanza. Accesi l’auto. I fari fendevano la neve. Nel sedile del passeggero era proiettata la mia ombra. Oltrepassai le strade. A occhi aperti vidi la montagna sopra la città addormentata. Il semaforo rosso mi costrinse a frenare. A occhi chiusi la neve fu nera. Accesi di nuovo la macchina non appena lampeggiò il verde. Superai i quartieri che stavano imbiancandosi. Vidi le finestre delle case, di colpo, spegnersi. La corrente abbandonava tutti i quartieri della città. La neve vorticava e si aggrappava ai cavi elettrici che emettevano scintille bianchissime. Non acceleravo. Sembrava trasportassi il feretro di mia madre. Raggiunsi casa mia. Premetti il pulsante perché si sollevasse la saracinesca del garage. Posteggiai l’auto nel garage. Inspirai tanta aria chiusa. Indugiai un minuto nel silenzio perché capissi cosa stava succedendo. Non lo compresi. Estrassi dal cofano il cadavere. Una volta arrivato in casa lo stesi nel mio letto matrimoniale. Presi di fretta tutte le lampade della camera da letto, le misi in fila, l’una accanto all’altra, ai lati del letto. Poi ne rubai altre dal soggiorno e le disposi davanti al letto. Quelle rimaste le posizionai, infine, dietro il letto, dopo averlo spostato due centimetri dal muro. Ottenni quell’ombra bellissima di cui godetti nel bosco! Per due giorni me ne cibai. Felice. Mi genuflettevo all’interno di tutte le dimensioni che l’ombra rifletteva. Mangiavo. Eppure dopo due giorni, d’un tratto ne fui sazio. L’ombra mi appariva dimagrita. Come senza più carne. Non seppi cosa farne. Quella cosa inutile! Quel corpo morto che dormiva nel mio letto! Mi faceva schifo. Non aveva più potenza. Frattanto nevicava, e non voleva smettere. La corrente non tornava.<br />
Ora, nella terza notte, dopo aver nascosto il corpo della donna nel cofano, non so cosa farne. Lo studio spaventato. I piedi sono sempre ritti come croci. Mi impressionano. E la maledetta corrente non riparte. Siedo di tanto in tanto sul divano dove la televisione è spenta. Da quella posizione guardo fuori e so che nevica ancora. Se ci fossero stati i lampioni avrei potuto vedere la neve. Adesso non vedo neppure questa. Mi alzo. Non mi rifletto nelle invetriate della finestra principale. “Il vicino giocherà ancora con la tenda, e si chiederà le mie stesse cose”, penso. Fisso la mia auto. È un’auto funebre. Ed io sono colui che ha ammazzato l’ombra e la sua donna. “Va bene. Il cadavere rimarrà nel cofano”, sibilo. Ritorno alla poltrona. L’ombra alle mie spalle è quella che mi farà più paura. Starà lì per sempre. La mia ombra. </p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*(racconto tratto da Stelle ossee (LiberAria) di prossima pubblicazione in autunno sul primo numero di “The Shoutflower” – rivista letteraria di Philadelphia &#8211; tradotto da Anne Milano Appel).</p>
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		<title>Elegia e distacco: spiriti e corpi celesti nel firmamento di &#8220;Stelle Ossee&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Feb 2018 06:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Orazio Labbate]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Rino Garro]]></category>
		<category><![CDATA[Stelle ossee]]></category>
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					<description><![CDATA[di Rino Garro Orazio Labbate con Stelle Ossee, Liberaria, 2017, colpisce il cuore del lettore attraverso una serie di racconti che indaga le trame più profonde dell’essere umano: le accensioni paradossali e stranianti; le sospensioni dal reale; i vuoti dell’abbandono e i surreali desideri di colmarlo; la melanconia ossessiva fino allo scivolamento schizofrenico. Ma i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.liberaria.it/catalogo/stelle-ossee/" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-72702 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/stelle-ossee-222x300.jpg" alt="Orazio Labbate, Stelle Ossee, Liberaria 2017" width="222" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/stelle-ossee-222x300.jpg 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/stelle-ossee.jpg 600w" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" /></a></p>
<p>di <strong>Rino Garro</strong></p>
<p>Orazio Labbate con <em>Stelle Ossee</em>, <a href="http://www.liberaria.it/catalogo/stelle-ossee/" target="_blank" rel="noopener">Liberaria, 2017</a>, colpisce il cuore del lettore attraverso una serie di racconti che indaga le trame più profonde dell’essere umano: le accensioni paradossali e stranianti; le sospensioni dal reale; i vuoti dell’abbandono e i surreali desideri di colmarlo; la melanconia ossessiva fino allo scivolamento schizofrenico.<br />
<span id="more-72389"></span></p>
<p>Ma i caratteri che agiscono tra le pagine di questi racconti non sono uomini senza senno pronti a squartare e a scalcare chiunque capiti a tiro: sembrano piuttosto anime tenere, fragili, tutte introiettate in sé stesse, in un loro mondo interiore che non riescono più a contenere, che deborda e allaga al punto che si potrebbe perfino dubitare delle vicende che gli io narranti si dispongono a raccontare con così tanta dovizia e sfavillio di linguaggio. Per esempio in <em>Un innamorato nell’Apocalisse</em>, apparso in <em>Nuovi Argomenti</em> nel luglio del 2015, il bambino è morto di morte naturale e Nathalie è realmente fuggita di casa, o forse il dramma famigliare non è che la conseguenza di una progressiva perdita di senso del protagonista causata dal lungo isolamento nella neve e nel ghiaccio che circondano la sua abitazione nei boschi del Minnesota? E Horace e Malcom, i protagonisti di <em>Case incendiate</em>, che si dichiarano non piromani schiavi di un puro piacere incendiario bensì bruciatori di case “mossi dalla metempsicosi verso una casa: dall’estrazione dell’anima incassata didentro un’abitazione”, sono due amici d’infanzia resi orfani di entrambi i genitori dall’incendio della loro dimora, oppure, verosimilmente, Malcom non esiste, essendo egli la proiezione di una personalità disturbata che desidera ritornare “all’ontologia della prima casa bruciata”?</p>
<p>Nella silloge si alternano alcune narrazioni dal respiro più ampio – sebbene anche qui l’intreccio rimanga ancorato al confronto essenzialmente duale – ad altre brevi e brevissime, fino al frammento da prosa d’arte. Scritti in epoche diverse, alcuni di questi pubblicati in rivista (<em>Nuovi Argomenti</em>, <em>Fuori Asse</em>, <em>Achab</em>, <em>Nazione Indiana</em>, <em>Il Primo Amore</em>, <em>Vicolo Cannery</em>), i racconti di <em>Stelle Ossee</em> risultano contigui e continui, e grazie ai topoi ricorrenti (le ambientazioni americane, il cimitero di Corsico, la melanconia profonda, la neve, il coniglio bianco, la mano destra, l’evento luttuoso) e ai personaggi visionari tendenti, tutti, alla ricerca di senso o di centro, s’intessono di trame finissime e riescono a formare un’opera unitaria. Dove il linguaggio, rammendatore al contempo potente e prezioso, appare in tutta la sua straniante luminescenza.</p>
<p><em>La Madonna verde</em> è uno dei pochi racconti nei quali il plot sembra prevalere sulla scrittura. Il lungo, doloroso viaggio di Vinny Butera nella pancia del transatlantico Rex verso la Madonna di Nuova York precede le ambientazioni americane, perfettamente riuscite, dove i personaggi vibrano di autentica sicilianità esportata e dove appare inatteso ma non del tutto incomprensibile l’epilogo della vicenda. Ma qui il linguaggio, seppure abilmente manipolato, indugia più del necessario in metafore e lirismo evocativo.</p>
<p>È in racconti come <em>L’asino di notte</em> che la scrittura di Labbate trova perfetta corrispondenza con il setting isolano e i temi e i valori di una tradizione arcaica e moresca: lo scurissimo orizzonte intinto di sanguigno può essere vinto soltanto dalla magia di un cielo da mille e una notte, dall’ anima cara del nonno che inizia il nipote alla morte e lo conduce per mano al mistero oltre di noi: “ci rendevamo conto di quanto fossimo oggetti genuflessi alla morte”. Così come in <em>Tempesta di stelle</em>, nel quale il protagonista piange da dieci anni la scomparsa della nonna Mariduzza: disperato, “oramai magro come uno scheletro a causa del bilìo”, cerca il di lei volto nelle pietre delle case, nel mare che si diceva è il letto ultimo delle nonne, nel “firmamento metà porpora metà stellato”. E qui il linguaggio lirico, evocativo, si intarsia di un vocabolario dialettale – minimi accenni – assolutamente necessario.</p>
<p>Nelle perle della raccolta (<em>Lavanderia slava</em>, <em>L’ombra della neve</em>, <em>Luce accesa</em>, <em>Passeggiata per la defunta</em>), le influenze del gotico americano via via si riducono all’osso per lasciare spazio a un linguaggio più misurato capace di creare atmosfere stranianti e ectoplasmatiche, dove l’ombra di Cortázar sembra allungarsi con cautela. Il corpo del tacchino di <em>Lavanderia slava</em>, “esecutato” dal macellaio e acquistato dal protagonista/mandante, è in qualche modo il corpo di Cristo venduto e comprato dai suoi aguzzini, e vani sono i tentativi del protagonista di lavare via dalla candida maglietta il sangue colato dalla bestia raschiata. E lo stesso angoscioso senso di colpa, di melanconia profonda, agita i protagonisti degli altri racconti alla ricerca del loro sé attraverso le ombre e gli spiriti dei dipartiti. E quando in <em>Luce accesa</em> l’io narrante rimane sorpreso dal buio, nella sua stanza, egli sembra di colpo catapultato in un’altra dimensione, onirica, ultraterrena, dove le camere si allungano, i letti non si trovano, gli sputi nel vuoto nero non cadono mai sul pavimento; dove egli però viene sfiorato dalle carezze dei defunti, dei nonni, di chi in vita lo ha amato. Una malinconia suggestiva ma opprimente, dalla quale bisogna liberarsi: così, salvifica, irrompe la luce accesa, la voce della sua ragazza che chiama dal bagno: “Amore, sono nella vasca. Vieni, ti sto aspettando”. Ma per tutti, in <em>Stelle Ossee</em>, questo confine è solo una linea sottolissima, probabilmente invisibile.</p>
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		<title>Dentro una bara</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 May 2017 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Orazio Labbate]]></category>
		<category><![CDATA[Stelle ossee]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orazio Labbate Il mio nome è Rufus Wright e sono il becchino di Oakdale da quasi vent’anni. Vivo sepolto in una bara da ormai sette mesi e aspetto di morire. È autunno e il tornado appena arrivato dalle coste dell’ovest mi ammazzerà nonostante la cassa sia in legno di quercia, l’imbottitura a sacco in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Orazio Labbate</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Baskerville Old Face,serif;"><span style="font-size: large;">Il mio nome è Rufus Wright e sono il becchino di Oakdale da quasi vent’anni. Vivo sepolto in una bara da ormai sette mesi e aspetto di morire. È autunno e il tornado appena arrivato dalle coste dell’ovest mi ammazzerà nonostante la cassa sia in legno di quercia, l’imbottitura a sacco in raso nero, il cuscino di seta porpora profumato di crisantemi, il cofano sia lavorato con tessuti di pregio. Discendo da una famiglia di necrofori che possiede da cent’anni la Franklin Wright &amp; Sons’ Funeral Home. Ho imparato l’arte del becchino sin da piccolo. Franklin, mio padre, mi ha insegnato a vestire i corpi freddi perché non</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Baskerville Old Face,serif;"><span style="font-size: large;"> avessi timore del contatto,</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Baskerville Old Face,serif;"><span style="font-size: large;"> a guardarli dritto negli occhi per sapere dove andranno nell’aldilà, a seppellirli nelle fosse per sconfiggere presto la paura del cimitero. Ricordo che alla fine di una di quelle lunghe giornate di apprendistato, quando ero già a letto, Franklin usava dirmi: “Rufus, ricorda che gli occhi di un cadavere ti fanno vedere l’anima del dipartito nell’aldilà”. Io gli rispondevo: “Padre, li guarderò tutti e nei tuoi scorgerò il Paradiso”. Mio padre era alto come gli angeli di pietra dei cimiteri, aveva il naso come il becco della maschera dei medici della peste. Il viso, scavato, possedeva ossa puntute. Mio padre era un serafino scheletrito. Franklin purtroppo è morto il giorno stesso in cui ho deciso di farmi seppellire. L’ho trovato di notte nell’agenzia funebre di famiglia. Le luci erano spente e stava disteso per terra con la bocca spalancata ai piedi di una bara aperta. La fiamma rossa dei lumini vibrava nel buio della stanza e l’ombra del coperchio della cassa era proiettata sul muro. Mi sono piegato e ho provato a guardare didentro gli occhi di Franklin, come mi ero promesso da ragazzo. Nelle orbite di mio padre c’era l’Inferno. In quell’istante pensai: “Eppure Franklin non era un uomo cattivo, amava addirittura i cani che dormivano davanti alle lapidi. Nutriva le bestie con gli scarti del macellaio McCulloch durante la veglia cimiteriale”, continuai inquieto, “forse tutti noi, Wright, siamo condannati a discendere agl’inferi poiché lavoriamo coi morti?”. Non volevo morire senza sapere cosa vaticinassero i miei occhi, con la paura di lasciare la mia famiglia esposta a un’eventuale immagine orribile di me nell’aldilà. Così chiesi ai miei due fratelli assistenti, Nathaniel e Mortimer, l’unica mia famiglia, di rinchiudermi in una bara insieme ad uno specchio di cortesia d’argento affinché possa rifletterci l’iride un secondo prima della mia morte e soffrire da solo della mia visione infernale qualora si fosse mostrata. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Baskerville Old Face,serif;"><span style="font-size: large;">Ci siamo subito occupati del cadavere di nostro padre in modo da essere liberi in vista della mia sepoltura. Abbiamo unto Franklin con del balsamo aromatico per preservarlo dalla putredine, l’abbiamo avvolto con un lenzuolo nero che utilizzava le prime notti di riposo come giovane guardiano del cimitero di Oakdale. Poi Nathaniel l’ha adagiato in una bara di frassino e Mortimer per ultimo ha posizionato la cassa nel cofano della Pilato Mercedes che ha guidato fino al cimitero. Ho aperto con difficoltà il cancello del cimitero con la chiave rugginosa che nonno Jedediah diede a mio padre e che Franklin affidò a me. Il cielo stellato veniva piano offuscato dai cumulonembi mentre il vento che vorticava veloce davanti ai mausolei annunciava un ciclone. Le stelle stavano per essere deglutite dalla tempesta. Io Nathaniel e Mortimer abbiamo caricato sulle spalle la bara e percorsi tutti i vicoli siamo arrivati nel mausoleo della nostra famiglia. La stanza all’interno era adornata di candele cerimoniali, l’involucro dei lumini, posizionati sul coperchio di marmo della tomba di nonno Jedediah, colorava il luogo di rosso melograno. I fiori rilasciavano un odore di polline invecchiato. Ho sollevato dalla bara, aiutato da Nathaniel, il corpo di Franklin e dolcemente l’abbiamo fatto riposare nella sua tomba. Mentre noi uscivamo dal mausoleo Mortimer si occupava di incassare bene la pietra tombale marmorea e di chiudere il cancelletto della stanza. Ultimate le incombenze sepolcrali ci siamo diretti nella camera obitoriale nella quale Franklin custodiva le nostre tre bare in vista di un ipotetico funerale. Una volta arrivati, Nathaniel mi chiese: “Rufus, vuoi che utilizziamo una di queste o ne vuoi una di frassino?”. “Nathaniel voglio quella di quercia al centro, con le imbottiture purpuree”. “Che tipo di chiodi preferisci: chiodi da carpentiere o chiodi da falegname?”, mi domandò Mortimer mentre apriva il cassetto degli attrezzi. “Chiodi di rame per falegname”. Intanto che loro lavoravano, io mi premuravo a rubare lo specchietto di cortesia d’argento di mamma che Franklin conservava nella The Hall’s Safe Co, la vecchia cassaforte di Cincinnati che nonno gli aveva regalato per il suo sessantesimo compleanno. Mamma si chiamava Rosemary ed è morta di cancro quattro anni fa. Franklin non si è più ripreso, passava il tempo in agenzia nello stanzino delle bare a guardare nello specchietto d’argento credendo di vederla alle sue spalle nell’atto di baciargli la testa. Mio padre ha smesso di non avere paura della morte quando Rosemary è morta. Aperta la cassaforte ho raccolto lo specchietto inserendolo nella tasca interna della mia giacca nera e ho preso anche una matita nera che ho conservato senza pensarci. Il mio riflesso era metà scuro metà illuminato. La candela rossa sul tavolo da lavoro accendeva la mia faccia. Nella camera obitoriale Nathaniel e Mortimer avevano finito di preparare e imbottire la bara. “Rufus, sei sicuro?”, disse Mortimer. “Sì. Sono pronto fratello.”. “Allora Rufus, adagiati nella cassa. Prendi questo rosario, questa manciata di semi di girasole per smorzare la fame e quest’accendino. Ci vediamo in Paradiso, Rufus, non preoccuparti. Ti vogliamo bene”. Mi sono sdraiato all’interno della bara con in mano lo specchietto d’argento di mamma. I cuscini e il velluto dei rivestimenti mi accarezzavano il collo, sentivo la morbidezza del poggiapiedi di seta. Nathaniel cominciava a rinchiudermi dentro, vedevo il coperchio che nascondeva alla mia vista il soffitto della camera mentre i chiodi penetravano agli angoli inferiori e superiori della bara. Poi il buio. Solo qualche rivolo di luce appannata penetrava da dei piccoli fori applicati da Mortimer sulla cassa perché di tanto in tanto respirassi. Sentivo oscillare la cassa come un neonato nella sua culla. Fuori cominciava a piovere e il vento cresceva di forza. L’acqua entrava leggermente dai buchi. La bara vibrava quando i tuoni suonavano in cielo. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Baskerville Old Face,serif;"><span style="font-size: large;">Poi ho sentito il tonfo del suolo e la bara nella sua fossa. Subito dopo grappoli di terriccio seguitavano a sbattere contro il coperchio come grandine e infine un massiccio botto sul coperchio dichiarava la fine della mia sepoltura segno che dell’argilla riposava sulla bara. Ero finalmente sotto terra. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Baskerville Old Face,serif;"><span style="font-size: large;">Come vi ho annunciato sono passati sette mesi da quel giorno e il mio ventre si fa scheletrico. Il mio cuore è una piccola bara. Vuole fuoriuscire ma è inchiodato e destinato presto a spegnersi sottoterra. Qui, per non impazzire, ho inventato il sole. Il sole che mi immagino quando muovo la fiamma dell’accendino verso il coperchio. Mi sento in una celletta abbandonata di un’abbazia vuota. Nei bisbigli del vento sento le ninna nanne che Rosemary mi sussurrava da bambino. Infastidito dai rumorini del legno della bara sollevo un occhio e sogno che la luna vuole entrare. Ah, la luna, qui sotto non esiste. </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Baskerville Old Face,serif;"><span style="font-size: large;">La mia camicia bianca, ai polsi è annerita</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Baskerville Old Face,serif;"><span style="font-size: large;">. E ho un unico grande ricordo, quello del soffitto della stanza obitoriale, dei miei fratelli che mi sotterrano, degli occhi infernali di mio padre. Nella bara l’aria cade sottile. Le mie labbra procedono a rattrappirsi e torco il polso perché le ossa si possano distendere. Il legno subisce la terra che grossa sfonda lentamente le assi bagnate. La mia schiena sprofonda. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: Baskerville Old Face,serif;"><span style="font-size: large;">Sto annegando nella terra bagnata”, penso. “Ti ho offeso Dio per meritarmi l’Inferno? Tale pena perché sono un becchino?”, urlo. Frattempo tremano particelle di legno. Il legno di quercia soffre i cedimenti delle stagioni passate. “Dove sei, Dio? Sei sottoterra?”, grido di nuovo. Pezzettini di terra si insinuarono nelle mie pupille e comincio a dibattermi nell’adagio triste tipico di un pesce in superficie. Mi manca l’aria. Il pesce dei Wright buttato in una bara. Dal di fuori arriva il boato del tornando autunnale che si abbatte contro le lapidi che perdono pietra e marmo. Mi chiedo con la voce ormai stanca: “Chissà dov’è finita Rosemary? È anche lei all’Inferno?”. Mi concentro sulle mie scarpe di cuoio, sento i muscoli ammalarsi in uno strappo. Perdo forza. Le scarpe di cuoio stritolano i miei piedi. I capelli ricadono davanti a me scomparendo nel fondo della bara. Tasto le profondità del terriccio penetrato adesso vicino ai miei fianchi. La fame m’ammazza. Sono finiti i semi di girasole da ormai tre mesi. Divoro insetti e cose alle quali ho strappato le ali. Prima di prendere lo specchietto passo questi ultimi secondi con gli occhi chiusi, mi invento le stelle che disegno con una matita sul legno della bara e creo divinità che stavolta mi daranno il Paradiso negli occhi, penso alla mia famiglia che spero avrà negli occhi il Paradiso. A mio padre che a breve rivedrò piangere nel buio dell’Inferno ma che non accarezzerà i cani del cimitero di Oakdale. Avvicino lo specchietto d’argento, i polsi tremano, le palpebre si stanno chiudendo, decido alla fine di non riflettermi. “Chi se ne importa dove andrò, in questa vita ho amato bare e uomini alla stessa maniera”, penso. Il tornado inizia a strappare le radici degli alberi sopra di me. Lascio lo specchietto d’argento tra le mie mani arrese come quelle di Cristo tra le braccia di Maria. Stringo lo specchietto e finalmente dico grazie all’ultimo respiro che mi è rimasto: “Dio, Franklin, Rosemary, Nathaniel, Mortimer. Vi voglio bene”. </span></span></span></p>
<ul>
<li>&#8220;Dentro una bara&#8221; fa parte della raccolta di recente pubblicazione &#8220;Stelle ossee&#8221; (LiberAria, 2017).</li>
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