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	<title>stiliana milkova &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Amicizia, ricerca, trauma: leggere Elena Ferrante nel contesto globale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jun 2021 12:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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					<description><![CDATA[L'opera dell'autrice che ha messo al centro l'amicizia femminile è stata anche veicolo di amicizia tra le studiose.
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, <strong>Stiliana Milkova</strong> e <strong>Kathrin Wehling-Giorgi</strong>, le curatrici del volume speciale <em>Elena Ferrante in A Global Context </em>...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-217x300.png" alt="" width="217" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-91393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-217x300.png 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-150x207.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-300x414.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-304x420.png 304w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg.png 510w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /> L&#8217;opera dell&#8217;autrice che ha messo al centro l&#8217;amicizia femminile è stata anche veicolo di amicizia tra le studiose.<br />
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, <strong>Stiliana Milkova</strong> e <strong>Kathrin Wehling-Giorgi</strong>, le curatrici del volume speciale <em>Elena Ferrante in A Global Context </em>della rivista <a href="https://www.press.jhu.edu/journals/mln/special-issues">MLN</a> dedicano l&#8217;introduzione al significato di questi legami.<br />
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, nel saggio in apertura del volume, mette poi in relazione la sua lettura della &#8220;global novel&#8221; di Ferrante con l&#8217;irrompere del trauma globale della pandemia. Grazie a &#8220;John Hopkins University Press&#8221; ne pubblichiamo un estratto. <em>(hj)</em><span id="more-91392"></span></p>
<p>Questo special issue in inglese è nato dall&#8217;intreccio delle nostre storie personali e professionali, all&#8217;incrocio di  diverse lingue materne e acquisite, patrie e formazioni disciplinari. Una studiosa italo-napoletana in Italia, una studiosa bulgara negli Stati Uniti e una studiosa tedesca nel Regno Unito &#8211;  noi tre  abbiamo trovato un terreno comune attraverso lo studio di Elena Ferrante e attraverso le pagine di un volume del 2016 della rivista accademica italiana Allegoria. Le nostre affiliazioni istituzionali sparse in tutto il mondo, le nostre identità nomadi a cavallo tra diversi paesi, regioni  e lingue e le nostre differenze culturali esemplificano in molti modi l’effetto globale della scrittura di Elena Ferrante.<br />
Questo effetto per noi è doppio. Grazie ad Elena Ferrante abbiamo stretto una forte amicizia basata sul profondo rispetto, sulla generosità d’animo e sull’affinità intellettuale. La nostra amicizia ha generato una svolta, o una metamorfosi, nelle traiettorie delle nostre ricerche già consolidate. Lo studio di Tolstoj e Dostoevskij, di T.S. Eliot e Montale, di Beckett e Gadda ha fatto posto ai contributi e alle intuizioni di un&#8217;autrice femminile e femminista, che sfida il canone accademico e letterario maschile radicato. Nonostante, e anzi, grazie alle nostre diverse identità nazionali, linguistiche e culturali, come studiose riconosciamo ed empatizziamo con l&#8217;emarginazione, la liminalità e la potente creatività delle donne rappresentate nei romanzi di Ferrante.<br />
La nostra amicizia è stata produttiva e gratificante in molti modi. Dopo aver organizzato un seminario di tre giorni alla convention dell’<em>American Comparative Literature Association</em> (ACLA – Utrecht, 2017), tre panel alla conferenza dell’<em>American Association for Italian Studies</em> (AAIS &#8211; Sorrento, 2018) e una conferenza internazionale all’Università di Durham (Inghilterra, 2019), siamo arrivate a questo numero speciale di <em>Modern Language Notes</em> dedicato a Elena Ferrante in un contesto globale. Nonostante abbiamo continuato a pubblicare individualmente su Ferrante, questa collaborazione a tre ha arricchito le nostre prospettive personali e generato in noi nuovi modi di vedere e interpretare l’immaginario e la letteratura.<br />
Mentre importanti contributi agli studi su Ferrante sono stati e continuano ad essere proposti anche da saggisti, questo volume include una polifonia di approcci e orientamenti che provengono esclusivamente da voci di studiose. Questa selezione non è stata in alcun modo programmatica, ma rispecchia la realtà attuale dei <em>Ferrante Studies</em>, che è per ora composta in maggioranza da donne.<br />
In questo spirito, l&#8217;amicizia femminile può essere una pratica innovativa e potente quando è adottata per includere e promuovere la voce delle altre. Questo numero speciale sintetizza diverse traiettorie accademiche individuali e collettive riunendo studiose di tutto il mondo. Questa lente diversificata e interdisciplinare fa già di per sé emergere la dimensione cosmopolita e transnazionale della scrittura di Ferrante. Tutte le autrici di questo numero si sono avvalse di un’estesa conoscenza delle loro discipline e dell’area di studi su Ferrante sia in inglese sia in italiano, e le citazioni dalla scrittrice sono sempre in entrambe le lingue.<br />
Quando si parla di Ferrante, siamo consapevoli del fatto che la sua scrittura e il suo anonimato non sono stati solo oggetto di grande entusiasmo ma anche di forte resistenza e intolleranza. Quando leggiamo o riflettiamo sulla sua opera, siamo sempre in relazione con il suo appello alle miriadi di esistenze femminili, alla loro capacità di lavorare in modo creativo attraverso il trauma della frantumaglia e della smarginatura. Ecco perché i discorsi più approfonditi e visionari su Ferrante sono stati articolati da voci ibride, capaci di conciliare esperienza vissuta e ricerca scientifica; voci che in alcune parti del nostro mondo accademico globale sono emarginate. E come queste voci, l’eredità dell&#8217;autrice è ibrida e trasversale. Ferrante è già un classico del nostro immaginario globale contemporaneo, e come tale possiede una straordinaria capacità inclusiva.<br />
<em>Elena Ferrante in a Global Context</em> apre con un saggio teorico programmatico di Tiziana de Rogatis, che fornisce la  cornice per inquadrare le opere di Ferrante in una prospettiva globale. Nella prima sezione &#8211; <em>Global Framework</em> &#8211; Emanuela Caffè studia la quadrilogia come una narrazione traumatica, ampliando la definizione e l&#8217;eziologia del trauma stesso. Stiliana Milkova mostra come Ferrante riveda il tropo postmoderno del labirinto, mentre Rebecca Walker discute la poetica globale della frattura in Ferrante e legge Lila ed Elena come soggetti frammentati. Enrica Ferrara utilizza la lente del realismo agenziale per definire i soggetti postumani di Ferrante. Nella seconda sezione &#8211; <em>Global Network</em> &#8211; i saggi di Katrin Wehling-Giorgi, Rossella di Rosa, Serena Todesco e Olivia Santovetti accostano i romanzi di Ferrante a quelli di scrittrici e scrittori contemporanei come Alice Sebold, Margaret Atwood, Slavenka Drakulić e Karl Ove Knausgård, creando così una mappa del nostro immaginario contemporaneo interconnesso. Nella terza e ultima sezione &#8211; Global Media &#8211;  gli articoli di Elisa Gambaro e Francesca di Bari, insieme all&#8217;intervista alla drammaturga e attrice Chiara Lagani, esaminano la rinascita transmediale globale della quadrilogia nella serie tv e nel teatro sperimentale.<br />
Siamo grate ad Ann Goldstein per il suo tempo e il suo talento; a Chiara Lagani per la sua visione innovativa e per averci permesso di utilizzare immagini (incluso quella di copertina) della performance teatrale della sua compagnia; all&#8217;editor di MLN Laura di Bianco per aver accolto con entusiasmo il nostro progetto e averlo portato a compimento; agli assistenti editoriali Sam Zawacki e Victor Xavier Zarour Zarzar per il loro aiuto esperto; a Evie Elliott per la sua elegante traduzione; a tutte coloro che hanno contribuito a questo numero per aver perseverato con i loro saggi in un momento difficile e spaventoso; e alle nostre famiglie per il loro incrollabile sostegno al nostro lavoro intellettuale e creativo.</p>
<p> <img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8.jpeg" alt="" width="275" height="183" class="aligncenter size-full wp-image-91401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8.jpeg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8-150x100.jpeg 150w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" />                   </p>
<p><em><strong>Prospettive globali, trauma e global novel.<br />
La poetica di Ferrante tra storytelling, realismo perturbante e smarginatura</strong></em></p>
<p>di <strong>Tiziana de Rogatis</strong></p>
<p>Questo mio saggio, pubblicato in lingua inglese, si articola in quattro sezioni. Nella prima &#8211; che qui presento ai  lettori di Nazione indiana in lingua italiana &#8211; individuerò brevemente il nesso tra la globalizzazione, il trauma e alcuni tratti delle scritture del trauma &#8211; come il global novel &#8211;  ed esaminerò determinati aspetti di quello che è destinato a imporsi come l’evento traumatico dell’inizio del nuovo millennio, vale a dire la pandemia da coronavirus, e i suoi contraccolpi sul concetto stesso di globalizzazione. Nella seconda introdurrò brevemente i tratti salienti dell’immaginario globalizzato quali emergono in relazione al global novel e ad altri generi di scrittura. Nella terza individuerò alcuni tratti specifici del global novel, del suo “traumatic realism” (Foster) e del suo “planetary realism” (Ganguly). Nella quarta parte, infine, definirò i tratti globali della poetica di Ferrante, mettendoli in relazione con quanto detto nelle parti precedenti. </p>
<p><strong>Prima sezione: Scrivere dall’interno del trauma</strong><br />
Questo saggio nasce a cavallo tra due diverse epoche della globalizzazione: prima e dopo l’emergenza coronavirus. Ho discusso una sua prima forma a Durham, in qualità di keynote speaker del convegno Elena Ferrante in a Global Context, il 7 giugno 2019, e ho poi rielaborato quel testo per la sua pubblicazione tra aprile e maggio 2020, durante il lungo periodo di lockdown globale necessario per contenere la diffusione del virus. Nel pieno quindi della tragedia che ha segnato l’Italia, dove mi trovavo, e il mondo. Nel corso di questa rielaborazione, mi sono stupita nel constatare quanto molti romanzi della contemporaneità cui facevo riferimento nel mio intervento, e tra questi la quadrilogia di Ferrante, avessero intercettato l’età del trauma che la pandemia ci ha pienamente svelato. In particolare, il global novel ha messo al centro della percezione il nesso tra le storie individuali, la Storia pubblica e il “traumatic realism” (Foster), che emerge come a “tendency to redefine experience, individual and historical, in terms of trauma” (Foster). I protagonisti del global novel sono infatti personaggi finzionali dotati di una coerenza e di una intensità tali da rendere per il lettore immediatamente percepibili e urgenti le emergenze contemporanee dell’ecologia o del terrorismo o delle violenze e diseguaglianze di genere che si intrecciano nei plot e modellano di volta in volta i loro destini. E tuttavia, nonostante questa capacità critica e profetica delle opere con cui dialogavo, i giorni del lockdown sono stati per me anche giorni di delusione nei confronti della letteratura. In quei giorni, un senso oscuro di tradimento mi ha portato spesso a sentire come debole il potere dello storytelling, di cui pure parlo a lungo in queste pagine. A poco a poco, ho capito però che dietro il tradimento si celava un’emozione più complessa. Come molti, in quel periodo, avevo paura di allontanarmi dalla realtà, di svincolarmi da essa, di abbandonarmi alla scoperta di un mondo finzionale. Magari un mondo narrativo non meno arduo e terribile di quello reale, ma alternativo ad esso. Interrogandomi su questa mia ansia, ho capito che – come molti insonni di quella lunga fase di isolamento &#8211; non potevo permettermi di perdere di vista il mondo circostante.  Sentendomi assediata da un senso imminente e diffuso di pericolo, mi legavo strettamente alla realtà perché avevo paura di perderla, di perdere cioè la mia capacità di decifrarla nel momento in cui essa si era fatta, all’improvviso &#8211; una fredda domenica di fine febbraio (all’annuncio sui media di una presenza incontestabile del contagio in Italia) &#8211; talmente spaventosa da diventare effettivamente imprevista, insondabile, incomprensibile. Questa mia ansia era appunto il trauma (o meglio, uno dei suoi tanti sintomi).<br />
Come sottolinea Laplanche, il trauma psichico invera il suo significato etimologico di ‘ferita’ in due tempi: prima l’io vive l’“implantation of something coming from outside” e solo dopo si avvia “the internal reviviscence of this memory” (Laplanche). L’evento traumatico – sottolinea Caruth – “is its future” (Caruth): si costituisce e si struttura progressivamente nel momento in cui il tessuto circostante della vita psichica e sociale non può metabolizzarlo e integrarlo nel proprio funzionamento preesistente. La sigla Post Traumatic Stress Disorder (PTSD), coniata da The American Psychiatric Association nel 1980, sottolinea ulteriormente questo nucleo di temporalità postuma e slogata che è il motore del trauma. Prende forma quindi uno scenario all’interno del quale il trauma ritorna continuamente come “deferred action” (Freud): fantasma, spettro, sopravvivenza assillante che orienta i passaggi successivi di un’esistenza o di una comunità sulla traccia nascosta dell’evento originario, spingendola a rivivere costantemente su di sé o sugli altri innumerevoli sintomi e varianti di quella paura, impotenza, coercizione, disorientamento. In modo analogo, come vedremo nella quarta parte di questo mio saggio, anche le scritture che &#8211; come la quadrilogia di Ferrante &#8211; mettono in scena il trauma mimano sul piano formale i funzionamenti del trauma, modellando analoghe strutture labirintiche e slogate (Nadal-Calvo).<br />
Ed è quindi dal trauma che voglio partire. Rivedere quanto avevo già scritto in questo saggio dalla prospettiva della nuova era storica che il coronavirus ha portato ad emersione significa avere la consapevolezza che non sto solo scrivendo sul trauma ma sto scrivendo dall’interno di un trauma, privato e collettivo. Questa cornice del trauma sta ridefinendo infatti sotto i nostri occhi, nelle ore e nei giorni che passano, le categorie storiche e i concetti che discuto in questo saggio. È importante quindi cercare di focalizzare in questa prima parte introduttiva la metamorfosi in atto intorno alla categoria di globalizzazione, in particolare. Come infinite rifrazioni sempre identiche e tuttavia variate nella quantità e nella qualità, abbiamo visto molte nazioni ripetere gli stessi errori, ispirare nei propri cittadini analoghe rimozioni e dissociazioni dalla realtà, lamentare le stesse carenze di personale medico e strumenti primari di cura. Questo fenomeno cumulativo assomma in sé tanti passaggi dell’epidemia e della sua diffusione, resi traumatici non tanto o non solo dalla gravità dell’evento originario, ma anche e soprattutto dal fatto che come ha sottolineato Arundhati Roy, le conseguenze concrete del trauma si ingigantiscono nel momento in cui le nostre menti si rifutano di “acknowledge the rupture”. Ma – continua Arundathi Roy – “the rupture exists” (Roy). Sarebbe banale dire che la “rupture” del trauma svela lati oscuri della globalizzazione, finora non rilevabili. Al contrario, il trauma svela un trauma retrostante e antecedente. Il trauma del trauma è scoprire che le società globalizzate possono diffondere un virus a velocità inusitata. Il virus si è potuto tramutare in pandemia e ha potuto causare così tante morti  perché la classe politica e l’immaginario collettivo globale sono stai incapaci di comprendere il trauma essenziale della globalizzazione: il suo costituirsi – con una intensità mai sperimentata prima nella storia umana &#8211; come rete e meccanismo di interdipendenza geopolitica che lega non solo i destini di individui lontani e diversi tra loro ma anche l’umano e il non umano (il paziente zero di Wuhan e il pipistrello, per esempio), tutti i viventi e l’ambiente. Il trauma del trauma è fare i conti con il fatto che le società globalizzate neoliberiste aumentano le riserve degli istituti bancari erodendo inversamente le riserve del welfare e dunque anche della sanità pubblica, in molte nazioni impreparata quindi a gestire l’evento (Hartford). Il trauma del trauma è scoprire che il fondamento delle società globalizzate neoliberiste è la delocalizzazione della produzione di qualunque tipo di prodotti. Da un giorno all’altro (e tuttavia di nazione in nazione in tempi diversi, a seconda del calendario della pandemia), il trauma invisibile della globalizzazione si è incarnato quindi nella vulnerabilità globale più diffusa e tangibile di questa emergenza: quella di essere privati non tanto di un baluardo della tecnologia e della scienza (un vaccino o un farmaco immediatamente risolutivi) ma  degli strumenti sanitari più elementari per combattere il virus, quelli che qualunque modernità preglobalizzata avrebbe garantito. Mascherine, disinfettanti, reagenti chimici per l’analisi dei tamponi (Ramonet).</p>
<p>(de Rogatis, Tiziana. &#8220;Global Perspectives, Trauma, and the Global Novel: Ferrante’s Poetics between Storytelling, Uncanny Realism, and Dissolving Margins.&#8221; MLN 136:1 (2021), 6-9. © 2021 Johns Hopkins University Press.  Reprinted with permission of Johns Hopkins University Press.)</p>
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		<title>Reading Natalia Ginzburg</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/13/reading-natalia-ginzburg/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Mar 2021 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
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		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[[La rivista &#8220;Reading in Translation&#8221; ha dedicato un numero speciale a Natalia Ginzburg, a cura di Stiliana Milkova. Con grande piacere pubblico l&#8217;introduzione e l&#8217;indice del numero. a.r.] Editor&#8217;s Introduction Stiliana Milkova &#160; Natalia Ginzburg (1916-1991) was an Italian writer, translator, playwright, and essayist. She worked as an editor at Italy’s premier publishing house Einaudi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-88777 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-300x204.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-768x522.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-1024x696.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-250x170.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-200x136.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa-160x109.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/In-questa-casa.jpg 1303w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></em><small>[La rivista &#8220;<a href="https://readingintranslation.com/" target="_blank" rel="noopener">Reading in Translation</a>&#8221; ha dedicato un numero speciale a Natalia Ginzburg, a cura di Stiliana Milkova. Con grande piacere pubblico l&#8217;introduzione e l&#8217;indice del numero. a.r.]</small><em><br />
</em></p>
<p><em>Editor&#8217;s Introduction</em></p>
<p><strong>Stiliana Milkova</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>Natalia Ginzburg (1916-1991) was an Italian writer, translator, playwright, and essayist. She worked as an editor at Italy’s premier publishing house Einaudi, alongside authors such as Cesare Pavese and Italo Calvino. She was at the center of Italy’s flourishing post-war cultural industry, and in 1963 her novel <em>Family Lexicon </em>won the most prestigious Italian prize for literature, the <em>Premio Strega. </em>Her works include novels, collections of short stories and essays, plays, and literary criticism. She translated Flaubert and Proust.</p>
<p>Her life was difficult, but she sublimated hardship into superb writing. She grew up in Turin, the fifth child of the renowned Jewish professor Giuseppe Levi and his Catholic wife Lidia Tanzi. Natalia lived through the horrors of fascist Italy and the anti-racial laws. In 1940 she accompanied her husband, the anti-fascist political activist and the co-founder of Einaudi Leone Ginzburg on his internal exile. And in 1944, shortly after she followed him to Rome with their three children, Leone was tortured and murdered in a Roman prison. They had been married for six years.</p>
<p>She established herself as one of the most revered 20<sup>th</sup>-century writers, crafting a lucid, dispassionate voice that narrates war, exile, abandonment, disillusionment, resignation, apathy, and death through the intimate—and often oblique—perspectives of marginalized figures. She weaves autobiography, fiction, and non-fiction into new literary forms that defy the borders of genre. Today, thirty years after her death, her writing is more relevant than ever, as the geopolitics of war and violence and the hypervisibility of suffering, death, and disease are reshaping both literature and our relationship with reality.</p>
<p>This special issue “Reading Natalia Ginzburg” responds to the renewed interest in her writing in the Anglophone world and posits that Ginzburg’s texts capture many of our own struggles today. As Katrin Wehling-Giorgi comments it in her contribution:</p>
<blockquote class="wp-block-quote is-style-default"><p>Re-reading her works in the midst of this devastating pandemic, I can newly relate to the rawness that stands out amidst the everyday in her writings, to the acute presence of trauma in the face of personal and collective hardship, and to the material constraints of family commitments in the intellectual and practical life of women that she relates so compellingly.</p></blockquote>
<p>Or, as Natalia Ginzburg puts it in her essay “Silence,” and as the global Covid-19 pandemic has shown, “Today, as never before, the fates of men are so intimately linked to one another that a disaster for one is a disaster for everybody.”</p>
<p>“Reading Natalia Ginzburg” introduces the general reader to Ginzburg’s life and writing; it explores the texts, voices, bodies, and spaces that define her style and subject matter; and highlights the work of her translators. It constructs an accessible scaffolding with multiple points of view and multiple points of entry.</p>
<p>Part I, <strong><em>“The Examined Life: Natalia Ginzburg’s Life and Works,”</em></strong> outlines the framework for approaching Ginzburg’s biography and literary production. Lynne Sharon Schwartz’s preface to her translation of Ginzburg’s collection of essays <em>A Place to Live</em> presents Ginzburg the essayist<em>.</em> The contributions that follow—by Andrew Martino and Chloe Garcia Roberts—dwell on Ginzburg’s essays and the lessons they teach us. Jeanne Bonner discusses the paradoxes of Ginzburg’s narratives and their representation of loneliness and loss. Concluding this part are two significant pieces: an excerpt from Sandra Petrignani’s recent biography of Natalia Ginzburg, <em>La corsara</em>, in Minna Zallman Proctor’s translation—an excerpt that depicts Natalia’s life around the time she met and married Leone; and an interview with Sandra Petrignani herself.</p>
<p>Part II, <strong><em>“A Poetics of the Real: Natalia Ginzburg’s Voices, Bodies, and Spaces,”</em></strong> explores in more depth Ginzburg’s unique style. Katrin Wehling-Giorgi discusses the forging of Ginzburg’s female voice out of real and existential exile, both as a Jew and as a woman operating in what was still a deeply patriarchal culture. Serena Todesco listens attentively to Natalia’s recorded voice whose aural presence lends a key to reading her works, offering an insight into her inner world and poetics, and constituting a means of resistance. Enrica Maria Ferrara’s contribution sheds light on Ginzburg’s representation of queer identity in the novella <em>Valentino</em> and argues for the text’s intersectional feminism <em>avant la lettre. </em>Italo Calvino’s essay “Natalia Ginzburg or the Possibilities of the Bourgeois Novel,” appearing in English for the first time, articulates crucial components of Ginzburg’s singular style. In the closing essay Roberto Carretta maps and then meditates on the topography underpinning Ginzburg’s gaze—Turin’s real and metaphysical cityscape.</p>
<p>Part III, <strong><em>“The Words Become New: Translators on Ginzburg / Ginzburg on Translation,”</em></strong> foregrounds the role of translators in making Ginzburg’s works accessible in the Anglophone world. In analyzing <em>Voices in the Evening</em>, Eric Gudas makes a compelling argument for the novel’s urgent re-translation. Minna Zallman Proctor reflects on translating Ginzburg’s novel <em>Caro Michele </em>while Jenny McPhee converses with Eric Gudas about translating Ginzburg’s humor and eccentricity in <em>Family Lexicon. </em>Natalia Ginzburg was a translator herself and thus Part III concludes with her remarkable translation manifesto published in English for the first time—her translator’s note to <em>Madame Bovary. </em>Minna Zallman Proctor’s skillful translation of Ginzburg on translation displays Ginzburg’s skills as an essayist and brings us back full circle to Part I.</p>
<p>The three parts of “Reading Natalia Ginzburg” that I have outlined here are in fact interconnected, each illuminating aspects of the other two, presenting a view at once panoramic and up-close.</p>
<p>This special issue would not have come into existence had it not been for Eric Gudas’s astute eye and profound knowledge of Natalia Ginzburg’s works. I am grateful to all the contributors for their time, immense expertise, and enthusiasm. “Reading Natalia Ginzburg” gives space to voices that are diverse and deep, moved by respect and passion.</p>
<p class="has-text-align-right">Stiliana Milkova, Editor</p>
</div>
</div>
<p><span id="more-88618"></span></p>
<hr class="wp-block-separator" />
<p class="has-medium-font-size"><strong><em>Part I. “The Examined Life”: Natalia Ginzburg’s Life and Works</em></strong></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/preface-to-natalia-ginzburgs-a-place-to-live-by-lynne-sharon-schwartz/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Preface” to Natalia Ginzburg’s <em>A Place to Live</em> by Lynne Sharon Schwartz</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/a-world-filled-with-echoes-on-natalia-ginzburgs-the-little-virtues/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“A World Filled with Echoes: on Natalia Ginzburg’s <em>The Little Virtues</em>” by Andrew Martino</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/walking-with-natalia-on-reading-winter-in-the-abruzzi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Walking with Natalia: On Reading ‘Winter in Abruzzi’” by Chloe Garcia Roberts</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/putting-a-brave-face-on-loneliness-and-loss-natalia-ginzburgs-family-and-borghesia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Putting a Brave Face on Loneliness and Loss: Natalia Ginzburg’s <em>Family</em> and <em>Borghesia</em>” by Jeanne Bonner</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/historys-inexorable-demands-an-excerpt-from-sandra-petrignanis-la-corsara-translated-from-italian-by-minna-zallman-proctor/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“History’s Inexorable Demands”: An Excerpt from Sandra Petrignani’s <em>La corsara, </em>translated from Italian by Minna Zallman Proctor</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/on-female-genius-a-conversation-with-italian-writer-and-ginzburg-biographer-sandra-petrignani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“On Female Genius: A Conversation with Italian Writer and Ginzburg Biographer Sandra Petrignani,” translated from Italian by Stiliana Milkova and Serena Todesco</a></p>
<hr class="wp-block-separator" />
<p class="has-medium-font-size"><strong><em>Part II. “A Poetics of the Real”: Ginzburg’s Voices, Bodies, and Spaces</em></strong></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/forging-the-female-voice-out-of-the-ruins-of-history-reading-natalia-ginzburg/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Forging the Female Voice Out of the Ruins of History: Reading Natalia Ginzburg” by Katrin Wehling-Giorgi</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/natalia-ginzburgs-speech-acts-the-female-voice-as-a-form-of-resistance/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Natalia Ginzburg’s Speech Acts: The Female Voice as a Form of Resistance” by Serena Todesco</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/queering-family-roles-and-gender-norms-in-natalia-ginzburgs-valentino/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Queering Family Roles and Gender Norms in Natalia Ginzburg’s <em>Valentino</em>”by Enrica Maria Ferrara</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/italo-calvino-natalia-ginzburg-or-the-possibilities-of-the-bourgeois-novel-translated-by-stiliana-milkova-and-eric-gudas/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Natalia Ginzburg or the Possibilities of the Bourgeois Novel” by Italo Calvino, translated from Italian by Stiliana Milkova and Eric Gudas</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/the-light-of-turin-natalia-ginzburgs-cityscape/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“The Light of Turin: Natalia Ginzburg’s Cityscape” by Roberto Carretta, translated from Italian by Stiliana Milkova</a></p>
<hr class="wp-block-separator" />
<p class="has-medium-font-size"><strong><em>Part III. “The Words Become New”: Translators on Ginzburg / Ginzburg on Translation </em> </strong></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/translating-natalia-ginzburgs-voice-that-says-i-in-the-twenty-first-century/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Translating Natalia Ginzburg’s ‘Voice That Says <em>I</em>’ in the Twenty-First Century” by Eric Gudas</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/on-humor-eccentricity-and-sound-in-family-lexicon-a-conversation-with-ginzburg-translator-jenny-mcphee/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“On Humor, Eccentricity, and Sound in <em>Family Lexicon</em>: A Conversation with Ginzburg Translator Jenny McPhee” by Eric Gudas and Jenny McPhee</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/i-translated-you-for-fun-about-caro-michele-and-natalia-ginzburg/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Dear Natalia: How I Translated <em>Caro Michele</em>” by Minna Zallman Proctor</a></p>
<p><a href="https://readingintranslation.com/2021/02/22/la-signora-bovary-translators-note-by-natalia-ginzburg-translated-by-minna-zallman-proctor/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“La Signora Bovary”—Translator’s Note by Natalia Ginzburg, translated from Italian by Minna Zallman Proctor</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Pacific Palisades&#8221;. Un testo al confine</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/09/pacific-palisades-un-testo-al-confine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Oct 2017 04:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baricco]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
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		<category><![CDATA[nicola tescari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[stiliana milkova]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stiliana Milkova Pacific Palisades, il nuovo libro di Dario Voltolini, è appena uscito da Einaudi. Pacific Palisades racconta una vita attraverso la mappa di una città. Per specificare, il suo è un testo autobiografico che colloca la propria storia sulla pianta topografica di Torino (la città natia dello scrittore) per poi espandere la prospettiva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-70165 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/einaudi_voltolini23628gra.jpg" alt="" width="250" height="369" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/einaudi_voltolini23628gra.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/einaudi_voltolini23628gra-203x300.jpg 203w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" />di <strong>Stiliana Milkova</strong></p>
<p><em>Pacific Palisades</em>, il nuovo libro di Dario Voltolini, è appena uscito da <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/dario-voltolini/pacific-palisades/978880623628" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Einaudi</a>. <em>Pacific Palisades </em>racconta una vita attraverso la mappa di una città. Per specificare, il suo è un testo autobiografico che colloca la propria storia sulla pianta topografica di Torino (la città natia dello scrittore) per poi espandere la prospettiva dell’io narrante e dunque anche quella del lettore fino a comprendere territori lontani e definitivamente stranieri e fare un giro dalla California a Tokyo. Quei territori geografici vengono descritti anche come territori limitrofi, posizionati al confine tra realtà cartografica e immaginazione, tra presente e passato – territori che sono innanzitutto dentro di noi, luoghi che generano la nostra identità e per questo anche plasmano le nostre esperienze. In questo modo l’ottica testuale si muove vertiginosamente dal dettaglio personale alla panoramica globale, si sposta da paesaggi urbani a paesaggi psichici. <span id="more-70159"></span>Il tema dominante di <em>Pacific Palisades </em>è il legame inestricabile tra geografia e genealogia, tra memorie (esperienze vissute o perfino inventate, desiderate) e luoghi (reali e immaginari, visibili e invisibili). L’incipit del libro, “Tiglio”, collega esplicitamente genealogia e geografia, nonché il generare del testo e la topografia torinese:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 2 giugno del 2015, Festa della Repubblica Italiana e giorno in cui,</p>
<p>nel 1932, nacque mio padre,</p>
<p>piazza Pitagora, a Torino, dopo il tramonto,</p>
<p>era satura del profumo dei tigli.</p>
<p>C’era una luna bella grassa in cielo,</p>
<p>ma gli angoli della piazza, il bar, i muri dei palazzi</p>
<p>erano bui.</p>
<p>Anche ore dopo, in un altro punto della città, corso Brescia</p>
<p>era gonfio del profumo che il tiglio rilascia nell’aria calda,</p>
<p>e così era in tutta la città in ogni ora senza vento</p>
<p>nei suoi viali inondati di fogliame</p>
<p>quando attraversi attento sebbene le strade siano deserte.</p>
<p>Anno dopo anno, la fioritura di questi alberi sembra far ricordare</p>
<p>scene passate,</p>
<p>ma è difficile fissarle e renderle certe, sono alla fine suggestioni</p>
<p>legate ai luoghi, ai viali, alla primavera in cui finiscono</p>
<p>le dannate scuole.</p>
<p>Puttane cinesi lavorano nel retro.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Pacific Palisades </em>cerca di fissare la dinamica di quelle “scene passate”, delle “suggestioni / legate ai luoghi” e di darle forma concreta, di verbalizzare (materializzare) il legame tra luoghi e soggettività. Il racconto di quel legame assume tratti sia autobiografici che cartografici: Voltolini rintraccia la propria storia familiare sulla mappa di Torino (quartieri, ponti, locali) seguendo i passi di genitori e parenti, vivi o morti, riflettendo sulle loro vite e ricostruendo le loro morti in una serie di incontri. Alcuni di quei incontri avvengono in posti precisamente geografici, “in un ristorante di pesce / sul 45° parallelo Nord / del nostro pianeta” ed altri in luoghi universalmente riconoscibili – fabbriche industriali, crocevia urbani, paesini al mare, bar. Una delle protagoniste raccontate da Voltolini, “la donna che va nei bar”, una zia dello scrittore, vaga per una città che può essere Torino o qualsiasi altra metropoli. Il lettore si trova a seguirla per strade e viali, incantato dal suo percorso, incuriosito dal suo spostarsi da bar in bar, dalla sua andatura scandita dai colori dei semafori, dai marciapiedi, dalle facciate dei palazzi, dalla luce che si trasforma man mano che la donna cammina. Spazio urbano e corpo umano si intrecciano nel produrre del testo ma anche nella ricostruzione del passato. All’interno del racconto della donna che va nei bar c’è anche la storia della zia stessa, la sorella del padre di Voltolini, e della tragica morte originaria dei vagabondaggi di lei. Il suo percorso per la città apre la strada a uno sguardo dentro un suo paesaggio interno, psichico.</p>
<p>In effetti il libro di Voltolini crea una sorta di album di famiglia che d’altronde diventa anche una mappa di territori dentro di noi, di luoghi e paesaggi ineffabili, invisibili, ciò che Voltolini definisce “il territorio dove continuamente si nasce”, “non tanto un confine quanto un parapetto, una ringhiera fragile”. E appunto questo concetto di un parapetto dentro di noi, una palizzata che esiste a prescindere, è al centro del libro. Anche il titolo deriva esattamente da lì. “Pacific Palisades” è il nome di un quartiere sudcaliforniano, vicino a Santa Monica, e in questo senso si riferisce a una realtà cartografica, a un topos concreto che viene menzionato nel testo come tale. Nonostante ciò l’io narrante porta l’idea pressoché ossimorica di “pacifiche palizzate” oltre il significato letterale ed esplora le implicazioni e manifestazioni dei nostri meccanismi difensivi costruiti per proteggerci dal dolore, dall’invecchiare, dalla morte. E nel raccontare appunto pareti e parapetti – le scene traumatiche del passato – Voltolini li trasforma in esperienze affettive, generative.</p>
<p><em>Pacific Palisades </em>è un testo ibrido che scivola tra generi e forme letterari, essendo simultaneamente una narrazione in versi (o una poesia in prosa?), una narrativa di viaggio sentimentale, un’autobiografia, e un saggio filosofico. La concretezza del linguaggio evocativo, la rima che pervade il testo ma a tratti, senza uno schema regolare, la persistenza di assonanze e consonanze, le immagini ricorrenti, assegnano al testo un passo scorrevole. E infatti l’andatura del testo viene animata da un ritmo innato che produce un effetto quasi da camminante. Il lettore cammina assieme all’io narrante, attraversa i territori della sua memoria, passa accanto alle sue pacifiche palizzate e girovaga per gli spazi urbani dell’immaginario voltoliniano.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><small><i>Pacific Palisades</i> va in scena al MACRO Testaccio &#8211; La pelanda di Roma, diretto e interpretato da Alessandro Baricco e con musiche di Nicola Tescari, dal 12 al 22 ottobre. Maggiori informazioni a <strong><a href="https://romaeuropa.net/festival-2017/pacific-palisades/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">questo link</a></strong>.</small></p>
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