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	<title>storia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’Autarchia è un piatto freddo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cibo]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Marco Garbin</strong><br />
L’intollerante ignora che un piatto come la polenta, oggi vessillo d’autarchia padana, è l’erede del tlaolli azteco e non esisterebbe senza il mais giunto dalle sponde del Messico delle Americhe]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_119651" aria-describedby="caption-attachment-119651" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119651" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat.jpg 1280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/05/buckwheat-1068x712.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-119651" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/u11116-8530157/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3356778">Margo Lipa</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3356778">Pixabay</a></figcaption></figure>
<p>di <strong class="gmail_sendername" dir="auto">Marco Garbin</strong></p>
<p>L’intollerante siede al tavolino di un’osteria a menu fisso, un tempio della &#8220;cucina tipica&#8221; dove il rito del pranzo si consuma tra il tintinnio metallico delle posate e il brusio denso di un’umanità in pausa. In quell&#8217;atmosfera sospesa, tra vapori di cucina e tovagliette di carta paglia, trova conforto nella rassicurante ripetitività di gesti e sapori che sanno di casa. Prima di ordinare, il suo monologo è un nomadismo logorroico: attraversa il calcio, lambisce i progetti per le ferie, si rifugia in un vaneggiare nostalgico sulla fanciullezza. Poi, inevitabilmente, la conversazione precipita sulla politica, o meglio, su quella sua proiezione deformata che è la percezione del corpo sociale.</p>
<p>È qui che l’intollerante indossa la corazza dell’araldo della cultura nazionale. Evoca spettri di &#8220;sostituzione etnica&#8221;, traccia confini netti tra un noi rassicurante e un loro invasore, suggerendo che l’identità sia un monolite d’arenaria minacciato da una marea estranea. Eppure, mentre si dilunga in queste esegesi del pregiudizio, arrivano i primi piatti e con essi la prova tangibile della sua miopia storica.</p>
<h2>La distorsione cognitiva</h2>
<p>La matematica, tuttavia, sbatte contro il muro di una percezione che nell’ultimo biennio si è fatta sempre più plumbea. Sebbene gli sbarchi siano crollati di oltre la metà rispetto ai picchi del 2023, assestandosi su numeri decisamente più contenuti, il senso di insicurezza degli italiani non accenna a diminuire. Al contrario, si registra un &#8220;paradosso della sicurezza&#8221; in cui sebbene la criminalità denunciata resti stabile sui livelli di diversi anni fa, una famiglia su quattro continua a percepire un rischio elevato nel proprio quartiere.</p>
<p>Siamo di fronte a una distorsione cognitiva sistemica e ciò si evince dal fatto che l’Italia resta tra i paesi UE con la più alta sovrastima della presenza straniera. Mentre la realtà ci dice che gli immigrati sono il 9,1% della popolazione, l&#8217;immaginario comune è spesso convinto di trovarsi di fronte a una quota tre volte superiore, rimanendo vittima di uno &#8220;scoraggiamento percettivo&#8221;, sentimento che trasforma il dato demografico in una minaccia esistenziale, senza considerare che quel 10% di cittadini rappresenta una risorsa preziosa per la tenuta del sistema economico e sociale, necessaria a compensare la fragilità demografica che l&#8217;Italia sta attraversando.</p>
<h2>Il cibo mette in crisi la concezione autarchica</h2>
<p>Ma è proprio il cibo, linguaggio ben più preciso di qualsiasi grafico, a svelare la fragilità di questa concezione autarchica e se la nazione disegna confini ordinati, la biografia di ciò che mangiamo li travolge.</p>
<p>L’identità nazionale è, per sua natura, un processo di commistione; l’uomo è un primate ramingo: ottantamila anni fa, un manipolo di Sapiens risalì l’Africa verso l’Eurasia in un percorso che li portò a essere “noi”.</p>
<p>Questa risalita dall’Africa non fu una marcia trionfale di una specie isolata, ma un lungo, caotico e fecondo corpo a corpo con l’alterità. Circa 45.000 anni fa, giungendo in una terra che oggi chiamiamo Europa, i Sapiens non trovarono un deserto, ma le comunità stanziali dei Neanderthal, coi quali abbiamo condiviso caverne, prede e, inevitabilmente, letti di pelliccia. Noi, europei sedicenti &#8220;puri&#8221;, siamo i figli di quel meticciato primordiale e portiamo nelle eliche del DNA il ricordo di quegli incontri, con un genoma contenente circa il 2% di DNA neandertaliano.</p>
<h2>Ibridazioni primordiali</h2>
<p>Siamo, nel midollo e nelle sinapsi, il prodotto di un’ibridazione primordiale e il sistema immunitario che ci difende dai patogeni, la pigmentazione della nostra pelle e persino la nostra capacità di adattarci ai climi rigidi sono i regali genetici di un<em> altro</em> che abbiamo assorbito.</p>
<p>Mentre alcuni Sapiens si mescolavano ai Neanderthal, altri volsero lo sguardo a Oriente, spingendosi nelle immensità dell’Asia centrale e del Sud-est asiatico e là, in un altrove geografico e genetico, l’incontro si ripeté con l’uomo di Denisova, un altro modo di essere umano. I Denisoviani si erano adattati a condizioni estreme, dalle alte quote ai climi tropicali e gli incroci con Sapiens permisero a quest’ultimo di integrare varianti genetiche fondamentali per la sopravvivenza in nuovi ecosistemi. Oggi, le popolazioni dell&#8217;Oceania e del Sud-est asiatico conservano fino al 5% di DNA denisoviano. Un esempio concreto di questa eredità è il gene EPAS1, presente nelle popolazioni tibetane: questa variante, derivata dai Denisoviani, permette al sangue di gestire bassi livelli di ossigeno, evitando le complicazioni cardiovascolari che colpiscono chi vive ad alta quota.</p>
<h2>Siamo un mosaico</h2>
<p>Queste scoperte confermano che l&#8217;evoluzione umana non è stata una linea retta, ma un processo di<em> introgressione genetica</em>, in cui abbiamo assorbito i tratti vantaggiosi di chi ci aveva preceduto in quegli ambienti, rendendo il concetto di &#8216;purezza&#8217; biologica scientificamente infondato.</p>
<p>Siamo dunque un mosaico a più tessere di quanto osassimo immaginare. Se i Neanderthal ci hanno donato la corazza immunitaria e la pelle adatta alle brume europee, i Denisoviani ci hanno consegnato la chiave per conquistare le vette e le isole remote. Non siamo una linea retta che parte dall’Africa, ma un fiume che, scorrendo, ha accolto affluenti diversi, torbidi e preziosi. Ogni pretesa di purezza si infrange contro la realtà di un genoma che è, in verità, un diario di viaggio scritto a più mani: siamo il risultato di un desiderio che non ha conosciuto frontiere, un’umanità che è diventata tale solo accettando di perdersi l’una nelle braccia dell’altra.</p>
<h2>Quante culture nella polenta</h2>
<p>Questa stessa dinamica di &#8216;meticciato&#8217; biologico trova un corrispettivo speculare e immediato nella cultura materiale, e in particolare in quella cucina che oggi brandiamo come vessillo di una presunta identità immutabile.</p>
<p>Mentre l’intollerante ripete slogan mediatici, gli viene servita la polenta e mentre addenta la sua forchettata, ignora di masticare secoli di rotte commerciali dove si scambiavano merci e cultura.</p>
<p>L’intollerante ignora altrettanto che un piatto come la polenta, oggi vessillo d’autarchia padana, è l’erede del <em>tlaolli</em> azteco e non esisterebbe senza il mais giunto dalle sponde del Messico delle Americhe; avrebbe potuto scegliere la pasta, che egli celebra come dogma nazionale, ma essa è il lascito della dominazione araba in Sicilia, figlia della <em>itriya</em>.</p>
<h2>Non esistono &#8220;piatti tricolore&#8221;</h2>
<p>Se analizziamo la genesi di altri dei nostri “piatti tricolore”, ci accorgiamo che la tradizione è un precipitato di scambi globali; ad esempio, la lasagna non avrebbe quella sua architettura opulenta senza la besciamella, un’eredità tecnica giunta a noi dalle corti di Francia, dove la salsa <em>Béchamel</em> venne codificata prima di diventare il legante essenziale delle nostre domeniche. O si guardi ai pizzoccheri della Valtellina che non esisterebbero senza il grano saraceno, una pianta che a dispetto del nome è giunta a noi attraverso le rotte commerciali dell’Est Europa e dell&#8217;Asia centrale portando con sé il sapore di steppe lontane.</p>
<p>Ma l’esempio più lampante della nostra “purezza contaminata” rimane il pomodoro, frutto giunto dalle Americhe che per secoli fu relegato al ruolo di curiosità botanica e guardato con sospetto per una presunta tossicità e utilizzato esclusivamente come pianta ornamentale per adornare giardini aristocratici. Ben lontana dall&#8217;estetica rubina delle varietà contemporanee, questa solanacea presentava caratteristiche morfologiche e cromatiche profondamente distanti dagli standard odierni. Privo del pigmento rosso del licopene, il frutto brillava di un giallo così intenso da essere celebrato dai naturalisti del Cinquecento come <em>Mala aurea</em>, un&#8217;immagine luminosa rimasta scolpita nel tempo che ha dato origine al nome con cui ancora oggi lo chiamiamo: il <em>pomo d’oro</em>, al secolo pomodoro.</p>
<p>La sua trasformazione nel cuore pulsante di piatti tanto cari all’Intollerante come la pizza o la pasta al sugo non fu immediata, ma frutto di un lungo processo di addomesticamento e integrazione culturale; senza questa importazione transoceanica, l’idea stessa di cucina italiana che difendiamo oggi sarebbe del tutto irriconoscibile e priva dei suoi elementi più identitari.</p>
<h2>L&#8217;illusione della purezza gastronomica</h2>
<p>La narrazione della &#8220;purezza&#8221; gastronomica crolla definitivamente davanti all&#8217;evidenza di un menù che è, a tutti gli effetti, un atlante geografico mascherato da ricettario della nonna. Il secondo piatto dell’intollerante, un classico baccalà con patate, incarna perfettamente questa globalizzazione ante-litteram e si tratta di un cortocircuito temporale e spaziale: da un lato il merluzzo nordico, conservato grazie alle tecniche di essiccazione ereditate dai navigatori vichinghi, dall&#8217;altro un tubero che fino al tramonto del Medioevo era confinato negli altipiani andini del Nuovo Mondo, due mondi che non avrebbero mai dovuto toccarsi si ritrovano oggi fusi in un’unica identità locale.</p>
<p>Il culmine dell’ironia si raggiunge però con il dolce, spesso considerato l&#8217;apice della maestria artigianale nazionale. Il goloso Intollerante ha ordinato un semplice tortino al cacao il quale, in realtà, si dimostra un’operazione di assemblaggio planetario: la sua farina proviene dalle prime domesticazioni della Mezzaluna Fertile in Medio Oriente, lo zucchero e le uova affondano le loro radici evolutive in Asia, mentre il cacao e la vaniglia sono i frutti sacri delle terre degli Indios. Spacciare questa miscela per una tradizione autoctona significa ignorare i secoli di rotte commerciali e scambi che hanno reso possibile la sua esistenza.</p>
<p>Infine, il rito conclusivo del caffè. accompagnato dalla immancabile pretesa che &#8220;come lo fanno qui nessuno mai&#8221;, chiude il cerchio del paradosso nel quale celebriamo come massima espressione del genio locale un infuso ricavato da una bacca che è un dono delle alture dell&#8217;Etiopia. La tazzina che l’intollerante si accinge a sorseggiare non è il simbolo di un&#8217;autarchia culturale ma l&#8217;ultima traccia di un lungo viaggio che dalle foreste africane è passato per i porti dello Yemen e di Venezia prima di diventare quotidianità.</p>
<p>Questa immagine dell’intollerante satollo è il compendio plastico di un’ironia storica che sfugge a chiunque invochi la purezza delle radici. Seduto su una sedia, un’eredità tecnica della civiltà egizia, allenta una cintura di foggia persiana dai propri pantaloni di lino, fibra che ha risalito il Nilo per vestire l&#8217;Europa antica. È l’estetica di un benessere che si crede autoctono e che invece è cucito addosso con fili provenienti da ogni coordinata del mondo conosciuto.</p>
<p>L&#8217;atto finale del pasto, l&#8217;ordinazione di un limoncello, suggella questo paradosso geografico. Quel liquore che oggi brandiamo come vessillo dell’autenticità mediterranea è, in realtà, il prodotto di un doppio sincretismo, tecnologico e botanico, nel quale da una parte vi è la distillazione perfezionata dai chimici arabi medievali per scopi medici e alchemici prima di diventare la base della nostra industria degli spirit e dall&#8217;altra c&#8217;è il limone stesso; tale frutto non è un ospite ancestrale delle nostre coste bensì un ibrido tra il cedro e l’arancia amara, forgiato nelle serre naturali dell&#8217;Asia sud-orientale e introdotto nel bacino del Mediterraneo dagli Arabi intorno al X secolo.</p>
<h2>&#8220;Buono da pensare&#8221;</h2>
<p>Come suggerirebbe Lévi-Strauss, il cibo non è solo &#8220;buono da mangiare&#8221; ma anche e soprattutto &#8220;buono da pensare&#8221; e in questo contesto aggiungerei “buono da riflettere”. Indipendentemente dalle costruzioni ideologiche che abitiamo, ciò che mangiamo ci restituisce un’immagine di noi stessi nuda e puntuale, spesso in rotta di collisione con le narrazioni che elaboriamo a tavolino. In questo senso, il piatto agisce come lo specchio in una sala prove: una superficie di verità che riflette, o per meglio dire corregge, i passi falsi della nostra percezione, mostrandoci dove la teoria della sedicente purezza inciampa nella pratica dell&#8217;assimilazione.</p>
<p>Ogni boccone diventa così una lezione di realismo che demolisce il mito dell&#8217;isolamento, mostrando che non esiste un &#8220;io&#8221; autarchico ma solo un organismo che evolve grazie alla sua capacità di incorporare l&#8217;esterno. La tavola è l’ultima frontiera dove l’evidenza del gusto e la necessità del nutrimento trionfano sulla cecità del pregiudizio, rivelando che il meticciato non è una scelta ideologica ma la condizione stessa della nostra esistenza.</p>
<p>In questo scenario, il cibo smette di essere un semplice sostentamento per farsi manifesto politico dove diviene irrefutabile araldo anti-suprematista. La tavola ci dimostra che l’incontro tra culture non è un rischio di contaminazione da scongiurare e si configura come motore possibile del progresso; se la cultura italiana è diventata un’eccellenza globale non è stato nonostante gli innesti esterni ma proprio grazie ad essi e senza il coraggio di accogliere il “diverso”, fosse esso un tubero andino o una tecnica di distillazione araba, la nostra identità sarebbe rimasta un paesaggio arido, privo di quei colori e sapori che oggi mostriamo al mondo con orgoglio.</p>
<h2>C&#8217;è evoluzione quando c&#8217;è contaminazione</h2>
<p>La storia della nostra cucina insegna che l&#8217;evoluzione avviene solo quando ci si contamina e che l&#8217;isolamento produce stagnazione, mentre lo scambio genera innovazione e accettare questa verità significa riconoscere che la nostra tradizione è, in realtà, il successo di un’integrazione riuscita e rifiutarla continuando a sostenere una purezza identitaria diviene un atto di autolesionismo culturale. Sedersi a tavola oggi significa allora celebrare l’inevitabilità del meticciato come unica via per la bellezza e la sopravvivenza di una civiltà.</p>
<p>Se Feuerbach diceva che siamo ciò che mangiamo, dovremmo ricordare che siamo anche ciò che abbiamo mangiato e che mangeremo perché la tradizione non è un approdo statico, ma un istante di equilibrio in un flusso perenne: essa rimane tale solo finché non si accorge di essere già mutata.</p>
<p>L&#8217;intollerante ora si alza da tavola e si dirige ai servizi, apre l&#8217;acqua e inizia a lavarsi le mani col sapone che, come ultimo smacco, è prodotto gallico.</p>
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		<title>Scampagnata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 12:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[lucia mancini]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Lucia Mancini</strong><br />
Stamane mi son dovuto alzare presto perché io e i miei amici abbiamo una scampagnata. Non è che è una cosa solo di sfizio, io e i miei amici ci siamo trovati questo mestiere qui]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_45277" aria-describedby="caption-attachment-45277" style="width: 2278px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" class="wp-image-45277 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01.jpg" alt="" width="2278" height="1279" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01.jpg 2278w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg 1024w" sizes="(max-width: 2278px) 100vw, 2278px" /><figcaption id="caption-attachment-45277" class="wp-caption-text">Foto: Archivio storico nazionale Cgil</figcaption></figure>
<p>di <strong>Lucia Mancini</strong></p>
<p>Stamane mi son dovuto alzare presto perché io e i miei amici abbiamo una scampagnata. Non è che è una cosa solo di sfizio, io e i miei amici ci siamo trovati questo mestiere qui e oggi c’abbiamo da accompagnare i villeggianti su per i monti che altrimenti quelli in mezzo ai nostri boschi e con questi paesini tutti uguali mica se la riescono a sbrogliare da soli. Ma non è solo un lavoro. I miei amici dicono che lo fanno per convinzione. Lo dico pure io, ma non lo so mica se è davvero così. Non sono il più sveglio della covata, lo so e non me ne faccio un cruccio. Nemmeno i miei sanno perché sono così, forse per colpa della caduta o della brutta febbre che ho avuto da fantino. Oppure così ci sono proprio nato e non ha senso cercare colpe. Comunque, se non era per i miei amici me ne starei in un canto della piazza a giocare coi tollini o a suonare l’organetto, invece ora ho un compito importante: suonare l’organetto alle scampagnate dei villeggianti.</p>
<p>Quando ci sono queste scampagnate, per prima cosa ci troviamo noi amici in piazza, non quella davanti casa mia, anche se è la più vicina al loro alloggio, ma quella vicino a casa di Lauretta, perché anche se è una femmina è lei il nostro capo. Non ce lo diciamo, però sappiamo tutti che è così.</p>
<p>Di solito sono sempre io il primo ad arrivare, invece stamane Lauretta è già giù. Anche se andiamo in montagna e ci sarà da camminare e da tribolare si è messa tutta precisa e ordinata, con la gonnellina nera e le calzine e la camicina bianca. Chissà come se la riduce quella camicina dopo la caccia. Non so se i vestiti se li lava lei e se glieli lava la su ma. La mia, dopo la prima scampagnata, si è messa a piangere e ha detto che quello scempio me lo dovevo sistemare da solo. Poi è scappata a chiudersi in camera. Io ero fuori al fontanile in strada e la sentivo urlare e singhiozzare dalla finestra aperta e francamente mi è sembrato un po’ esagerato per una camicia e un paio di calzoni. Ma visto che il babbo non c’è e le mie sorelle sono sposate, in casa siamo rimasti solo io e lei e per quieto vivere da allora ai miei cenci ci penso da me.</p>
<p>Ma perché sto parlando di cenci sporchi e dei problemi con la me ma? Il fatto è che io sono così, mi si attorcigliano i pensieri e perdo il filo.</p>
<p>Lauretta si è messa anche due fermagli sopra le orecchie per tenersi i capelli in ordine, li porta corti e un po’ gonfi, come le donnine del cinematografo. Ha pure la borsetta. Dentro ci porta un borsello, un fazzoletto ricamato e una scatola di fiammiferi. Lo so perché una volta me l’ha fatta tenere. Lauretta fuma, ma le sigarette non le ha: ha solo i fulminanti perché così può accendere la sigaretta agli altri e chiederne una in cambio. Non è un cambio molto vantaggioso, per gli altri dico, ma a lei riesce sempre. Se ci provassi io mi riderebbero in faccia. Ma tanto io non fumo, che quando c’ho provato mi sono sentito un rospo in gola. I miei amici hanno riso, ma non mi hanno preso in giro. Loro non mi chiamano infelice, idiota o mentecatto o con altre brutte parole come gli altri ragazzi. È per questo che a loro ci voglio bene e faccio tutto quello che mi dicono.</p>
<p>Lauretta è nervosa e batte il piedino sul selciato. Tiptiptip. Io ci dico solo buongiorno perché so che di prima mattina è inversa e oggi è davvero presto, manca un’ora all’alba. Anzi, no, secondo me è ancora più prima perché il cielo è nero nero. La me nonna diceva che il mattino c’ha l’oro in bocca, ma secondo me quello di Lauretta c’ha il fiele.</p>
<p>«Dove diavolo sono finiti gli altri?»</p>
<p>Io mi gonfio tutto perché Lauretta non mi parla spesso. È perché sono un po’ lento mentre lei è veloce.</p>
<p>«Arrivano, arrivano. Hanno fatto solo un po’ tardi.»</p>
<p>«Dovrebbero essere già qui» fa lei. Ma mi sa che stavolta non è arrabbiata, sembra preoccupata. Si morde pure una pellicina e lei non lo fa mai perché le mani delle donne non devono essere da contadina e non devono avere le unghie mangiate. Lo ha detto una volta e io me lo ricordo ancora perché sto attento quando parla lei. «Spero che i bastardi non li hanno presi.»</p>
<p>Ah, ecco perché è preoccupata. Lei sì che è intelligente, io non ci avevo punto pensato ai bastardi.</p>
<p>Ma i bastardi questa volta non c’entrano perché dall’angolo della piazza spuntano Otta’, Miglio e quel lungaccione di Durante. Portano tutti a tracolla uno schioppo per la caccia, mentre io a tracolla c’ho l’organetto.</p>
<p>Lauretta mi prende per il braccio e mi trascina dagli altri e mi ribolle il sangue, perché lei non mi tocca mai.</p>
<p>«Cecco è più affidabile di tutti voi messi insieme.» Si mette le mani sui fianchi e mi sembra ancora più carina. Un po’ perché così si vedono di più le puppe, un po’ perché mi ha fatto un complimento. Ma non ha tempo di rampognarli perché si rischia di fare ancora più tardi coi villeggianti, che quelli sono buoni e cari, ma sull’organizzazione non sentono ragioni. E così corriamo a rotta di collo e ci fermiamo solo all’angolo prima del loro alloggio così possiamo tirare il fiato e sistemarci perché noi ai villeggianti ci facciamo da guida e li aiutiamo, ma loro devono capire che siamo loro pari, che non scattiamo sull’attenti appena schioccano le dita. Per tutta la corsa sono rimasto un metro dietro a Lauretta, così con la gonnellina che saltellava ci ho guardato per tutto il tempo le cosce. Sarò pure lento, ma per certe cose sono furbo.</p>
<p>Lauretta apre la borsa e piglia uno specchietto. Ecco, prima mi sono dimenticato di dire che nella borsetta ci tiene pure quello. Comunque piglia lo specchietto e si mette il rossetto. Il rossetto non se l’era messo mai, quindi non ero tenuto a sapere che aveva pure quello. È buffa, sembra che si è sporcata con la pomarola, ma questo non lo dico perché mi sa che per lei invece è importante quel rossetto, che poi chissà dove l’ha trovato. Comunque quando si è rimessa in ordine ci passa in rassegna. Sistema la camicia di Miglio, il fazzoletto di Durante e poi si lecca una mano per abbassare il ciuffo di Otta’, che capelli così sgrendinati non ce li hanno nemmeno i bastardi. A me non sistema niente e un po’ mi dispiace, però non devo rimanerci male, significa che andavo già bene, no?</p>
<p>Ci fa cenno e svoltiamo l’angolo. Lauretta per prima. Otta’, Durante e Miglio dietro e io per ultimo. I villeggianti sono già tutti sulle camionette e ci urlano qualcosa. Certo che campano male questi, anche se stanno in villeggiatura sono sempre neri. Il capo dei villeggianti ci viene incontro e gesticola come un matto. Durante, che parla un po’ della loro lingua ed è diventato amico del loro cuoco che gli passa sottobanco qualche lattina di latte condensato e di carne, una volta mi ha detto che i villeggianti ci prendono in giro perché parliamo forte e gesticoliamo tanto con le mani. Mi ha fatto pensare a quella storia che raccontano i preti sulla trave e il ruscello, perché francamente come urlano e gesticolano questi qui io non ho visto mai nessuno dalle nostre parti.</p>
<p>Comunque Lauretta ci dice qualcosa, pure lei parla un po’ della loro lingua, ma questo non stupisce perché lei impara sempre tutto quello che c’è da sapere. E quello subito si calma. Sbuffa un po’, questo sì, però è tranquillo. Ci fa montare sul cassone delle camionette, insieme ai villeggianti. Io e Lauretta siamo insieme, uno di fronte all’altra. Durante e Miglio, che conoscono meglio la strada, sono saliti di fianco a due autisti mentre Otta’ è finito su un altro cassone. Poveretto: è da solo e non capisce niente, quindi può solo dormire o guardare il panorama. Non può nemmeno giocare a carte perché magari loro giocano con regole diverse e possono pensare che li vuole gabbare.</p>
<p>Partiamo. Le camionette tossicchiano e borbottano, mi ricordano il rumore del paiolo con la zuppa. Usciamo dalla città e cominciamo a salire su per i monti. Il cielo è scuro, ma le montagne cominciano ad avere un po’ di aureola quindi significa che l’alba si sta avvicinando.</p>
<p>Le strade sono messe male. Erano bruttine pure prima, però adesso con i botti di questi e i botti di quelli sono tutte un crepaccio e sul cassone ballonzoliamo come patate in un sacco. Era pure divertente se potevamo buttarci di qua e di là seguendo le curve o saltando quando la camionetta prendeva una buca. La prima volta che sono partito per una scampagnata facevo proprio così e continuavo a buttarmi contro il mio vicino che però non era tanto simpatico e mi ha subito urlato: «Capù». Aveva uno sguardo così arrabbiato che mi sono fatto piccolo piccolo e per tutto il viaggio me ne sono stato buono buono abbracciato al mio organetto. È stato a quel punto che mi sono accorto che sul cassone della camionetta i villeggianti stanno buoni buoni e fermi fermi, e mi è tornato in mente quello che ci dice sempre Lauretta: «Se non sapete cosa dovete fare, guardate gli altri». E in effetti funziona sempre.</p>
<p>Un po’ devo aver dormito perché adesso siamo molto più in alto, il cielo è rosa e ho il mento tutto sbavato. Lauretta scherza con il villeggiante vicino a lei. Ha le gambe un po’ allargate e ci vedo le mutandine. Al ritorno se le toglie e si allontana con uno dei villeggianti. Forse il fortunato di oggi è lui. Mi sa che i ragazzi ci piacciono biondi e col naso piccolo, ma chissà, magari quando i villeggianti se ne tornano a casa deve farsi andare bene i bruni col nasone. Una volta, dopo una scampagnata, l’ho vista con un villeggiante. Erano appoggiati alla camionetta e lui aveva i calzoni alle ginocchia. Lo sapevo che mi sa che me ne dovevo andare, però lei mi ha visto e non si è arrabbiata. Anzi, si è messa a guardarmi e a miagolare più forte e a quel punto mi sono toccato. Di solito cerco di resistere perché è peccato e la Madonnina piange, ma quella sera lì non ce l’ho proprio fatta. La notte mi sono sentito tanto in colpa che continuavo a girarmi nel letto e non riuscivo a dormire. La mattina, di buonora, sono andato a confessarmi. L’ho detto subito ed ero tutto preoccupato perché pensavo che don Martino s’arrabbiava. Ma don Martino è stato zitto. Io ho contato aspettando che mi sgridava, sono arrivato a quarantasei però non ho cominciato subito, quindi era di più. Invece lui mi ha chiesto: «E non devi dirmi altro?». Io ci ho pensato e ho detto di no, che la me ma non sapeva niente perché i vestiti della scampagnata me li lavo da solo, e che comunque ero molto dispiaciuto e non lo facevo più. Ed è stato a quel punto che don Martino si è arrabbiato. È uscito dal confessionale, mi ha tirato per un braccio che credevo che me lo staccava e mi ha buttato fuori dalla chiesa. Ha detto che, povero di spirito o no, lui lì dentro non mi ci voleva vedere mai più e che l’unico peccato della me ma era che non mi avvelenava la minestra, che Gesù Cristo l’avrebbe perdonata. Ci sono rimasto male, ma mica perché si è arrabbiato, lo sapevo che avevo fatto una cosa che non si fa e infatti ce l’avevo detto subito. Ci sono rimasto male perché non ha accettato le mie scuse e voleva farmi confessare altre colpe che però io non avevo, perché non avevo dato incomodo alla me ma. Comunque in chiesa non ci sono più tornato, anche se adesso don Martino non c’è più. Ci hanno sparato in testa una settimana fa, è morto in mezzo alla piazza. La testa ci è esplosa e quello che c’era dentro si è tutto streminato per terra. Io ho detto: «Sembra un cocomero spiaccicato». Ho copiato quello che aveva detto Miglio a una scampagnata, solo che quando l’ha detto lui tutti hanno riso, mentre quando l’ho detto io la me ma è scappata a casa e quelli che stavano portando via il corpo di don Martino mi hanno guardato male. Forse perché mi sono sbagliato e ho detto «spiaccicato» invece di «spappolato», che se dicevo «spappolato», come aveva detto Miglio, magari faceva ridere. Comunque sono stati tutti molto cattivi. Uno ha detto che gli idioti come me andrebbero affogati da piccoli, come si fa con i gatti. Un altro che il mio babbo, a sapermi così, moriva di crepacuore. Che poi anche lì, è difficile capirli. Prima tutti mi tiravano i sassi e mi prendevano in giro perché el me ba è al confine, mentre ora dicono solo «povero il tu babbo». Comunque ce l’ho raccontato ai miei amici e loro mi hanno detto di non preoccuparmi, che si prenderanno cura di me, ed è per questo a loro ci voglio così bene.</p>
<p>Mi sa che siamo vicini perché il monte col nome d’uccello è proprio qui, el me ba me ci provava a insegnarmi i monti ma io sono poco buono coi nomi, non mi ci vogliono rimanere nella testa. Anche questo fiumiciattolo lustro qua di sicuro el me ba me l’ha detto come si chiama. Per questo il maestro a scuola mi bacchettava le mani e mi mandava dietro la lavagna, mettendomi in capo il cappello d’asino. Anche con le persone c’ho lo stesso problema, devo vederle spesso e allora sì che i nomi me li ricordo. Come per i miei amici.</p>
<p>La nostra camionetta, quella di Miglio e quella di Otta’ si ferma, mentre quella dove c’è Durante a guidare l’autista prosegue insieme ad altre due. L’importante, quando si fanno queste scampagnate, è la panificazione, l’ho sentito dire a Lauretta. Bisogna che i villeggianti si fermino in due punti e poi piano piano si vengano incontro per trovarsi a mezza via, perché così i polli e i bastardi non possono scappare e la caccia è più grossa. Però ieri diceva che secondo lei di bastardi oggi ce ne toccano pochi, solo polli, perché di sicuro quelli hanno sentito la storia della santa e sono scappati. Devono avere l’orecchio fino questi bastardi perché sentono sempre storie che io non conosco. Comunque ha detto che noi e i villeggianti ci faremo andare bene quello che troviamo, e questa è una grande dimostrazione di saggezza. La me nonna me lo diceva sempre che si campa bene solo se ci si accontenta.</p>
<p>Smontiamo e ci raccogliamo all’inizio del paese. È un paese come ce ne sono tanti in queste montagne qua e infatti io non so proprio come facevano a sbrogliarsela da soli i villeggianti se non c’eravamo noi a indicarci la via. Be’, lo so che la via ce l’hanno indicata Otta’ e Durante, non voglio fare la parte di quello che si prende i meriti degli altri, ma come dice Lauretta noi siamo una cosa sola, come le dita di una mano, e quello che fa uno è come se lo avessero fatto gli altri, e se qualcuno fa qualcosa a uno di noi è come se l’avesse fatta a tutti. Noi siamo più di una famiglia, siamo amici. I parenti non si scelgono, gli amici sì.</p>
<p>I villeggianti scaricano l’attrezzatura, sono tutti bardati, chissà che caldo sentono. Quando siamo tutti pronti Lauretta mi fa un sorriso e con un gesto del capo mi incoraggia a partire. Eh sì perché questo è il mio momento e lei si è impegnata tanto a strappare il permesso al capo dei villeggianti, dice che è il nostro numero distintivo. E così io mi incammino per l’unica via del paese con tutti dietro e attacco a suonare l’organetto. Lauretta dice che così tutti capiscono che siamo noi e che cosa ci sta per succedere perché nessun altro ha un suonatore di organetto che accompagna le scampagnate. Dice che così cominciano a farsela sotto prima ancora di vedere gli schioppi. Capito? Il numero distintivo sono io, sono io che faccio capire che siamo noi! Non ero mai stato così importante per nessuno. E allora io do sempre il meglio quando suono. A dire la verità non è che mi costa tanta fatica, perché suonare è l’unica cosa che mi è sempre venuta, mi basta sentire una musica che subito la so rifare. Dipenda che c’ho l’orecchio soluto. El me ba se n’è accorto quando ero piccino ed è stato lui a comprarmi l’organetto. La me ma mi rinfaccia che lui non ha mangiato un mese per comprarmelo e che ora lo uso per sviolinare quelli che l’hanno mandato al confine, ma mica sono stati i miei amici a mandarlo via e mica suono un violino. Comunque nel silenzio del primo mattino con il cielo ancora rosa e il ruscello che cinguetta io attacco a suonare e la musica del mio organetto riempie il paese, rotolando contro i muri e rimbombando. Cominciano a sentirsi dei rumori che vengono dalle case, ma non è che capisco mai bene, perché sono concentrato a suonare e a camminare, perché ci manca che inciampo proprio sul più bello.</p>
<p>Il mio momento non dura mai tanto, però non so se è davvero così perché quando suono mi sembra che il tempo passa in fretta. Poi i villeggianti cominciano a fare baccano: prendono a calci le porte, entrano nelle case ed escono trascinando i polli per i capelli. E qui secondo me sono un po’ esagerati perché vabbè che i polli sono stupidi, però magari se ce lo chiedi gentilmente escono pure da soli. Ma forse loro ce l’hanno chiesto e quelli non ne hanno voluto sapere e allora i villeggianti sono stati costretti a fare così, io questo non lo so perché sto sempre fuori e faccio avanti e indietro coll’organetto. Qualche sparo c’è subito, ma pochi, mica come dopo. Comunque i botti fanno scappare gli uccelli e comincia il finimondo. La gente esce per strada e cerca di scappare, di andare nei boschi e su per i monti. Mi sa che aveva ragione Lauretta, sono quasi tutte donne e vecchi. E poi ci sono i fantini e gli storpi. Però non bisogna farsi ingannare perché magari non sono bastardi però sono loro amici. Qualche giorno fa i villeggianti avevano preso una ragazza. Non era una bastarda, ma credevano che sapeva qualcosa. Magari ci era amica o magari era una loro stufetta. Che poi anche i bastardi sono un po’ polli, che bisogno hanno di una stufetta ad agosto? Ma ora non devo perdere il filo, che mentre suono mi fa bene raccontarmi le storie. Insomma, i villeggianti avevano preso questa fanta e l’avevano portata al loro alloggio. Era pomeriggio e io e i miei amici eravamo lì fuori. Durante e Lauretta fumavano, Miglio e Otta’ no perché non erano riusciti a farsi offrire una sigaretta e per questo erano un po’ inversi. La ragazza era tutta altezzosa e quando ci ha visto ci ha sputato contro. Io ci sono rimasto male perché non la conoscevo, e che bisogno c’è di essere cattivi con qualcuno che non conosci? Miglio però si è messo a ridere e ci ha urlato dietro: «Brava, brava, mo ci pensano loro a farti la festa». I villeggianti l’hanno portata fuori che era quasi il tramonto e io me ne stavo giusto andando perché la me ma non mi fa mangiare se arrivo tardi. Lei era tutta disordinata e un po’ traballante, sembrava briaca. È mezzo inciampata e un villeggiante l’ha riacchiappata per un braccio, lei però ci ha dato uno schiaffo e sembrava che piangeva. A quel punto io ci ho urlato: «Guarda che mica erano tenuti a farti la festa!». Perché a un certo punto ai maleducati bisogna dirlo che sono maleducati. I miei amici si sono girati tutti verso di me e sono scoppiati a ridere, e hanno battuto forte forte le mani. Al che la fanta mi ha guardato e ha detto: «Tu sei quello che mi fa più schifo di tutti». E se n’è andata. E a me il dubbio che la conoscevo è venuto, perché altrimenti come faceva a dire così? Ma Lauretta mi ha detto che noi siamo famosi e ci conoscono tutti: «Noi siamo quelli dell’organetto». E allora io penso che el me ba sarà orgoglioso che il su figliolo è diventato famoso coll’organetto che ci ha regato lui.</p>
<p>Le donne corrono per strada, urlano ai bambini di nascondersi dove sanno. I proiettili fischiano. Sono sempre un gran casino queste cacce. Lo so che casino è una brutta parola e non la dovrei usare, però ogni tanto nella mia testa mi scappa. Io non so perché ci insegnano che ci sono le brutte parole che non vanno usate e quando andavo a confessarmi da don Martino e ci raccontavo delle brutte parole che mi dico nella testa lui non sembrava curarsene e voleva sapere di altri peccati che però non avevo fatto. Perché oltre alle parole brutte e a quella cosa di Lauretta che ora non voglio ridire perché altrimenti mi distraggo, io di altri peccati non ne ho mica sulla coscienza. Avrei voluto chiedercelo a don Martino, ma lui mi ha cacciato e adesso non c’è più.</p>
<p>Durante spara alla testa alle donne e Lauretta si arrabbia, dice che è meglio se prima di ucciderle si spara ai loro figlioli così quelle urlano e si disperano, che così è più divertente. I villeggianti hanno radunato una ventina di vecchi e storpi contro una parete e ci hanno montato davanti un treppiede. Grande macchina, quella! Con una sventagliata falcia tutti, quando vengono colpiti i corpi fanno una specie di balletto tipo burattini e rimangono in piedi finché il treppiede non smette di sputare proiettili, poi si afflosciano e finiscono per terra. Alla fine sono tutti così scomposti e mischiati che sembrano una brancata di rumenta. L’unica cosa che non mi piace del treppiede è il rumore. È troppo forte e dopo mi sembra di sentire tutto ovattato, ho paura che non mi fa bene all’orecchio soluto, che è l’unica cosa che ho. Ma Lauretta dice che il bello è proprio quello, e allora mi sa che sono storto io.</p>
<p>Miglio ha preso per la collottola una ragazza e la sta portando in casa, mi sa che ci vuole fare la festa. Io non lo so come fanno a sapere quando è il compleanno o lo nomastico delle ragazze per farci la festa, ma è per questo che non sono il più svelto della covata, ma non mi lamento: a me basta sapere che devo correre un metro dietro a Lauretta e che mi devo sedere davanti a lei sul cassone della camionetta.</p>
<p>Comincia a sentirsi odore di bruciato, mi sa che i villeggianti hanno portato pure lo sputafuoco. Ecco quello non mi piace per niente, mi fa paura. Però me lo tengo per me perché Lauretta dice che è saltante, e Miglio dice sempre che i polli hanno proprio l’odore dei polli.</p>
<p>Lauretta ha preso una donna che stringe in braccio uno fantino piccolo piccolo e viene verso di me. La donna cade in avanti e boccheggia, Lauretta si gira e questa volta si arrabbia proprio con Durante perché lui lo sapeva cosa voleva fare. Gli va contro a brutto muso e ci dà pure uno schiaffo. Durante dice a Lauretta che dovrebbe accontentarsi di ammazzarli, e Lauretta dice a Durante che così lui toglie tutto il divertimento. Che poteva essere il brindisi di quella sera, perché lei brinda sempre al pollo che ci dà più soddisfazione. Stanno litigando e a me non piace proprio perché noi siamo amici e gli amici si devono voler bene. Comunque Lauretta rivolta il corpo della donna, prende il fantino che è piccolo piccolo perché è ancora in fasce e dice qualcosa all’orecchio del fortunato di oggi. Quello ride. Lei allora lancia in aria il fantino e quello ci spara contro. Il bambino esplode come un uovo e cade a terra. Io non lo so come mi sento, e non mi piace quando succede così, mi sembra sbagliato. Ma io non ho fatto niente quindi posso stare tranquillo. E poi Lauretta sa quello che fa, e questi polli hanno aiutato i bastardi che hanno ucciso dei villeggianti e che vogliono cacciare il caro duca, soffrire l’ordine stituito, bruciare le chiese e far venire baffone. E non va mica bene. È per baffone che el me ba è al confine, se non c’era lui, el me ba rimaneva con me.</p>
<p>Comunque io continuo a fare su e giù per la via coll’organetto. Le mani cominciano a essere stanche, mi fanno male le dita, però non posso mollare mai. «Boia chi molla» dice il duca e lo diciamo anche noi amici. E perciò continuo con le quadriglie, i valzer e le porchette. Ogni tanto pure le canzoni che canta Otta’: <em>Baciami piccina</em>, <em>Maramao</em> e <em>Falcetta</em> <em>nera</em>. Quando proprio le dita sono pesanti pesanti vado coi ritmi lenti, quando poi mi sono riposato un po’ vado su quelli più veloci. Ai margini della via c’è una donna riversa a terra con un palo che ci attraversa la pancia. Si trascina e lascia una scia, mi ricorda una lumaca. Quando ero piccolo, dopo la pioggia, el me ba mi portava a raccoglierle, poi la me ma ce le cucinava. Andavamo pure nel bosco a raccogliere le castagne, novembre era il mese che si mangiava meglio e che si mangiava di più.</p>
<p>Stanno suonando le campane, non so perché. Però potrebbe essere la mia testa, quando sono molto stanco mi fa sentire cose che non ci sono. Però questa volta dovrebbe essere vero, perché nel campanile mi sembra di vedere il riflesso di qualcosa che si muove e che luccica. Bisogna stare attenti alle campane perché possono essere un segnale per i bastardi.</p>
<p>La strada è tutta un pasticcio, è sporca e scivolosa come il pavimento del mattatoio e c’è pure lo stesso odore. In alcuni punti devo trattenere il fiato perché ho lo stomaco debole e rischio di rovesciare. E non farei una bella figura a rovesciare davanti ai villeggianti e ai miei amici. Non voglio lamentarmi perché non è giusto lamentarti quando hai la fortuna di coprire un ruolo di responsabilità, però più passa il tempo e più diventa difficile. È una cosa che mi dimentico tutte le volte e poi me la ricordo solo quando mi ricapita: le dita pesanti, la strada scivolosa, il fiato da trattenere, far attenzione a non intralciare la caccia. Sono tante le cose che vanno tenute a mente e io mi stanco. E ora ci si mettono pure le mosche, arrivano a nuvole, io non so come fanno a essercene sempre così tante. Non so perché quando non si caccia non ce ne sono, e quando la caccia comincia e spunta il sangue arrivano e coprono il cielo e allora io mi chiedo dove stanno di solito.</p>
<p>Lauretta è con Miglio e il fortunato. Durante non c’è, si vede che ci sta lontano per non litigare. Tengono per le braccia una pregna. Deve mancare poco, perché cammina come quelle che stanno per sgravare, con le gambe larghe e i piedi d’infuori. Si dimena e chiede pietà per il bambino. Lauretta la tranquillizza, dice che glielo faranno vedere il bambino e che stasera brinderanno a loro. Avevo ragione: la camicina se l’è conciata da buttare. È tutta rossa e tutta bagnata, le sta appiccicata alla pelle e si vede il reggipetto. In alcuni punti il sangue ha cominciato a seccarsi ed è diventato marrone, ma a lei non sembra dispiacere per la camicia, forse le palanche che prende le usa per i vestiti e magari per il rossetto. Anche a me le avevano date, ma io non so che farci e allora dico ai miei amici di spartirsele. Perché quando le ho portate alla me ma lei è scoppiata a piangere. Ha ragione Miglio a dire che le donne son buone solo a piangere, lo dice quando Lauretta non c’è perché lei non è come le altre e non vuole offenderla. Comunque la me ma i soldi non li ha voluti, ha detto che i soldi sporchi di sangue in casa nostra non dovevano entrare. E allora io li ho controllati e ci ho detto: «Oh ma, non son mica sporchi questi soldi». E lei ha pianto ancora più forte e mi ha buttato fuori casa. Quella notte ho dormito in strada e mi è andata bene che cominciava già a fare caldo, perché altrimenti avrei patito il freddo. Potevo andare dai miei amici, che loro mi avrebbero ospitato, ma non volevo che loro poi parlavano con la me ma. Perché quando qualcuno mi tratta male loro poi ci vanno a parlare e dopo tutti mi lasciano in pace. Ma anche se la me ma qualche volta è cattiva, a me non mi va che la trattano male, e allora piuttosto soffro io. Perché la notte che el me ba l’hanno portato via, lui me l’ha detto che dovevo fare il bravo figliolo e voler bene alla mamma.</p>
<p>Mi sa che la scampagnata sta finendo, sono rimasti solo i villeggianti e uno di loro mi guarda e si passa il dito sotto la gola, da destra a sinistra. O da sinistra a destra, non lo so mai. Comunque quello è il segno che usano per dirmi che ho finito e che posso fermarmi. Mi metto l’organetto in spalla e vado a cercare i miei amici. C’ho le mani pesanti, le orecchie che fischiano, lo stomaco che brontola e mi fan male i pe. Risalgo la via per andare nella piazzetta che ho visto facendo su e giù e che sta più o meno a metà paese, secondo me sono tutti là. Mentre cammino vedo Otta’ che rivolta i corpi di quelli sparati dal treppiede per controllare le loro tasche, perché con la miseria che c’è è un peccato che i morti si tengano risorse che possono aiutare i vivi. Tanto a loro non servon più, no? E infatti Otta’ a un certo punto fischia e esulta perché ha trovato un bel po’ di tabacco.</p>
<p>Nella piazzetta ci sono tutti e Lauretta mi chiama e dice: «Cecco, Cecco vien a vedere!». E magari il fortunato stasera sono io. Mi avvicino e vedo che la pregna è seduta su una panca. Ha uno squarcio dalle puppe in giù e in braccio c’ha un groppo piccolo piccolo e coperto di sangue e io ci metto un po’ a capire che è il suo fantino. Ma non riesco a guardarli più di tanto perché Lauretta mi prende sottobraccio e riscendiamo alle camionette. Durante non c’è, magari si è offeso, lui ogni tanto si offende e per un po’ non si fa vedere, ma poi ritorna. Ritorna sempre. Lauretta fa passetti corti corti per non scivolare e si regge stretta stretta a me, ride e chiacchiera veloce che non riesco a starle dietro. Però quando mi dice «oggi sembravi proprio indiavolato con quell’organetto» lo sento bene e mi inorgoglisco tutto.</p>
<p>I villeggianti caricano le loro cose e alla fine montiamo sul pianale. Io sempre davanti a Lauretta. Lungo il viaggio però mi addormento. Quando mi sveglio è quasi notte, Lauretta sta baciando il fortunato di oggi, fanno degli schiocchi umidi. Lui le infila una mano sotto la gonna e avevo ragione: si è tolta le mutandine, ce le ha arrotolate a una caviglia, ma è quasi buio e non si vede niente. E penso che sono stupido, perché magari se stavo sveglio il fortunato di oggi ero io. Comunque va bene così, sono stanco ed è tardi. Quando arriviamo in città saluto tutti, i miei amici mi chiedono se voglio andare con loro all’osteria a bere un bicchiere di vino e brindare alla donna sbudellata, ma dico di no. Ho bisogno di dormire tanto e poi la me ma mi chiude fuori se arrivo tardi a casa. Loro non insistono perché sono buoni e sanno cosa è meglio per me. È questo che la me ma non capisce: loro non mi forzano mai a fare le cose, se faccio qualcosa è perché lo voglio fare.</p>
<p>Non ci metto tanto ad arrivare a casa perché non abito lontano dall’alloggio dei villeggianti, è più lontana la casa di Lauretta. Comunque quando arrivo trovo la me ma tutta precisa e ordinata con il vestito che ha messo per il matrimonio de la me sorella e con i capelli belli pettinati. Mi sorride e mi saluta felice e a me sembra di essere tornato a quando c’era el me ba e vorrei abbracciarla ma lei fa un passo indietro, io mi guardo e allora capisco che non voleva sporcarsi il vestito. «Vado subito a lavarli.» Ma lei mi dice di no, mi dice di buttare i vestiti nel fuoco e di andare di sopra, che mi ha messo il cambio buono sul letto. E io ci chiedo se è impazzita a bruciare i vestiti che le palanche non crescono mica sugli alberi. E lei mi dice che ci aveva dei risparmi e allora penso che ha ragione Miglio quando dice che alle donne non bisogna crederci perché la me ma diceva sempre che non avevamo gli occhi per piangere e invece i soldi c’erano. E allora lei mi dice che questa notte partiremo per un viaggio e che andremo dal babbo, e possiamo lasciare tutto che poi ci pensa lui a noi. E a me viene da piangere perché sono tanti anni che non vedo el me ba e pensavo pure che era morto e non volevo crederci perché faceva troppo male e ora sono felice e ho fatto bene a non crederci perché stanotte andiamo da lui. Corro a lavarmi e a vestirmi. La me ma mi ha fatto trovare la brocca e il catino e pure il cencio per asciugarmi e sul letto ho i calzoni buoni e la camicia del matrimonio della Piera. Mi lavo e mi vesto tutto preciso e vado in cucina. La me ma dice: «Prima mangiamo». Vedo che a capotavola ha messo la foto incorniciata del babbo. Io mi siedo e lei mi versa la minestra. La assaggio ed è buonissima, ha un sapore che non conosco. Ne ha fatta tantissima, non so da quanto tempo non ne preparava così tanta. Continua a versarmela e se la versa anche lei. «Che buona, con cos’è?» Lei si pulisce la bocca, guarda el ba e dice: «Stamane sono andata per erbi». Qualche volta ce l’ho accompagnata, ci chiedevo sempre di insegnarmi anche a me ma lei non ha voluto perché diceva che è niente scambiare un’erba per un’altra. Però mi faceva ripetere i nomi: borasna, cicerba, orecia d’asen, piscialetto, papavero, raponzolo, ortiga, margherite, pimpinela, crescione, radicchio, sciopeti… Sono tanto felice e ce lo dico alla mamma, perché voglio che io e lei andiamo d’accordo e ci dico pure questo. E lei mi guarda, è triste però sorride. Si asciuga gli occhi, ma mi sa che stavolta piange di felicità. Son strane le donne, piangono per piangere e piangono per ridere. E mi dice:</p>
<p>«Lo so, è colpa mia. Dal babbo dovevamo andarci prima». E lo penso anch’io che dal ba dovevamo andarci prima, ma io mica lo sapevo che nell’isola di confine potevamo andarci pure noi che sennò glielo dicevo io di andarci prima. «Lui mi voleva più bene di tutti» e quasi mi viene da piangere, ma non lo faccio perché tra poco lo rivedo. «Lo so» dice la me ma, «e di sicuro è contento che andiamo da lui, lo avrebbe fatto anche lui al mio posto.» Mangio finché non sono pieno pieno e rimango a chiacchierare con la me ma. Era tanto che non chiacchieravamo così. Da quando ho fatto amicizia con i miei amici lei era sempre inversa e da quando ho cominciato a suonare alle scampagnate non mi parlava più e ce lo dico. Lei però dice: «Non parlare di loro, non stasera. Parliamo del babbo». E allora continuiamo a parlare del ba finché non mi sento gli occhi pesanti pesanti e anche alla me ma deve essere venuto sonno perché sbadiglia pure lei. E dice: «Vai a riposarti figlio mio, quando ti svegli siamo dal babbo».</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Sebbene molte delle efferatezze qui descritte si siano effettivamente consumate nei paesini apuani lungo la Linea Gotica, questo racconto rimane un’opera di fantasia. Come pure di fantasia sono tutti i personaggi. Per approfondire l’argomento rimando al libro di Agnese Pini, </em>Un autunno d’agosto <em>(Chiarelettere, Milano 2023), che ricostruisce con umanità e precisione storica alcuni dei più tragici eccidi perpetrati dalle SS e dalla Brigate nere nella provincia di Massa Carrara [</em>NdA<em>].</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Abbasso l’avvenimento, viva Braudel (un programma su Radio 3)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/09/27/braudel-pantheon-programma-radio-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Sep 2025 12:59:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br /> È proprio quando la storia si fa più acuta, violenta, intollerabile che il ragionamento sulla storia fa (è costretto a fare) un salto di qualità, mosso da uno sforzo esistenziale di comprensione del mondo]]></description>
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<figure class="wp-block-image alignfull size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="544" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-1024x544.jpeg" alt="" class="wp-image-116095" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-1024x544.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-300x159.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-768x408.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-1536x816.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-2048x1088.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-150x80.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-696x370.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-1068x567.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-1920x1020.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Braudel-1-791x420.jpeg 791w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p>Per me (<em>imho</em>, si sarebbe scritto in un’altra epoca) tirare fuori una serie radiofonica su <strong>Fernand Braudel</strong>, di questi tempi, è un’idea non solo geniale ma molto utile. Lo sta facendo <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.raiplaysound.it/programmi/pantheon" target="_blank">RadioTre su Pantheon</a>, con una serie in quattro puntate (o podcast) ideata dalla <strong>Sisem – Società Italiana per la Storia dell’età moderna</strong> e curata dalla Commissione Comunicazione coordinata dalla storica <strong>Lisa Roscioni</strong>, che conduce anche in studio. <a href="https://www.raiplaysound.it/programmi/pantheon">Le puntate</a> si ascoltano ogni domenica, dal 21 settembre, dalle 18.00 alle 18.30, e si riascoltano al link.</p>



<h3>Il programma</h3>



<p>Pantheon (leggo e parafraso dal <a href="https://www.lasisem.it/2025/09/20/care-socie-e-cari-soci/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sito della Sisem</a>) è un <strong>viaggio nel tempo attraverso la vita e le opere di Braudel</strong>, lo storico che ha cambiato il nostro modo di guardare al passato: dalla prigionia durante la Seconda guerra mondiale fino alla grande avventura intellettuale de <em>Il Mediterraneo</em> e della trilogia <em>Civiltà e capitalismo</em>. Il progetto racconta un uomo che trasforma la storia in un orizzonte di “lunghe durate”, di spazi e tempi intrecciati. Italia, Mediterraneo, Europa e mondo diventano così un unico palcoscenico in una narrazione che intreccia biografia e scrittura, pensiero e vita, restituendo la forza visionaria di un grande maestro del Novecento. La prima puntata è già andata in onda. Il percorso proposto dalla trasmissione ripercorre i nodi centrali del pensiero braudeliano: l’elaborazione della nozione di <strong>tempi della storia</strong>, l’idea di <strong>lunga durata</strong> come chiave interpretativa delle trasformazioni sociali, il superamento della mera <em>histoire événementielle</em>, il dialogo tra storia e scienze sociali e il ruolo della scuola delle <strong>Annales</strong>.</p>



<h3>Perché geniale e utile?</h3>



<p>Beh, il superamento della storia evenemenziale, <strong>la messa in mora della dittatura dell’evento</strong> è sempre geniale. Se ci pensiamo, un’intera scuola storiografica, sotto la guida di Braudel, provò a frantumare il sedicente caposaldo della storia. Eresia pura. Ma quanto è utile e fondamentale oggi, per chiunque di noi, non solo gli storici di professione, riscoprire ed esercitare la critica dell’evento?, oggi che mai come in passato siamo sopraffatti da una piena di eventi e notizie (a volte false, a volte vere) che ci rincorrono anche quando non le cerchiamo, che ci appaiono sui nostri schermi digitali e SM, che ci torturano e immalinconiscono?</p>



<p>La risposta mi sembra scontata. Stiamo vivendo e morendo in un clima di guerra, di massacro, di dittatori e nuovi fascismi. Esercitare la disciplina della spiegazione, la ricerca delle <strong>cause profonde</strong>, non dimenticare che siamo immersi in una storia lunga non orfana di un futuro è una forma di emancipazione dalla <strong>schiavitù intrinsecamente politica della notizia</strong> (vera o falsa, sbandierata o occultata), oltre che dell&#8217;evento. Dal dominio della violenza e della guerra. È un’opportunità di essere liberi, non controllati. Immagino che autrici e curatrici di questo programma braudeliano lo abbiano pensato, scegliendo di comunicare ora proprio questo: uno storico e la sua lotta contro l’evento.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-1024x857.png" alt="" class="wp-image-116093" width="512" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-1024x857.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-300x251.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-768x643.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-1536x1285.png 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-150x126.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-696x582.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-1068x894.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon-502x420.png 502w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/Pantheon.png 1776w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure></div>



<h3>La rivolta di Braudel contro l&#8217;evento</h3>



<p>Attraversiamo tempi di guerra e un tentativo in atto di genocidio a Gaza. Un intero sistema democratico, gli Stati Uniti d’America, collassa e si coagula attorno a un presidente dittatore. Forze neofasciste e post-fasciste avanzano nei principali Paesi europei. Eventi senza spiegazione? Emergenze senza ritegno?</p>



<p><strong>Non è assolutamente casuale che, in Fernand Braudel, la rivolta contro l’evento fosse scoppiata durante la Seconda guerra mondiale</strong>.</p>



<p>Come <strong>spiega</strong> <strong>Lisa</strong> <strong>Roscioni</strong> in un passaggio della prima puntata (lo sintetizzo):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-default"><p>… Poi Braudel si arruola, scoppia la guerra, siamo nel 1939. Pochi mesi dopo, nel giugno del 1940, viene fatto prigioniero nei Vosgi, durante la drammatica ritirata dell&#8217;esercito francese incalzato dalle truppe naziste. Viene quindi deportato in Germania, a Lubecca, in un campo per prigionieri politici dove resta fino alla fine della guerra. (&#8230;) Il tenente Braudel trova il modo per reagire. Si mette a studiare, a leggere, a scrivere. &#8220;Ho bisogno di sognare una vita, un mondo migliore&#8221;, scrive alla moglie. Ma la guerra incalza. Le notizie filtrano attraverso le radio clandestine, attraverso i giornali, che naturalmente sono giornali tedeschi, giornali nemici. Alcune buone, come ad esempio lo sbarco americano in Normandia nel giugno del 1944. Alcune meno buone, se non drammatiche, che ogni volta angosciano e allontanano la possibilità, la speranza di un&#8217;imminente sconfitta tedesca. Lo scontro tra realtà e propaganda, tipico di una guerra, è molto forte. Proprio in quel momento Braudel ha una sorta di rivelazione. Di fatto concepisce un nuovo modo di guardare al passato.</p></blockquote>



<p style="font-size:25px">“Tutti quegli avvenimenti &#8211; ricorda Braudel &#8211; che la radio e i giornali nemici ci scaricavano addosso, dovevo superarli, respingerli, negarli, dovevo gridare <em>Abbasso l&#8217;avvenimento</em>. Avevo bisogno di credere che la storia e il destino si scrivessero a un livello più profondo”.</p>



<p><strong>È una svolta fondamentale</strong>.</p>



<p>È proprio quando la storia si fa più acuta, violenta, intollerabile che il ragionamento sulla storia fa (è costretto a fare) un salto di qualità, mosso da uno <strong>sforzo esistenziale di comprensione</strong> del mondo. Penso che questo programma ce lo voglia spiegare.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Storie di donne e Resistenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/22/le-donne-della-resistenza-del-ponente-ligure/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 May 2025 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Daniela Cassini]]></category>
		<category><![CDATA[Fusta Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriella Badano]]></category>
		<category><![CDATA[ISRECIM]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[ponente]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Sarah Clarke Loiacono]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Daniela Cassini, Gabriella Badano e Sarah Clarke Loiacono</strong> <br /> Il percorso del racconto pubblico della partecipazione delle donne alla Resistenza non è stato facile né immediato dopo la Liberazione, anzi. Solo dagli anni ’60 e più ancora dagli anni ’70, si impone lo studio sul ruolo delle donne durante la lotta partigiana e la sanguinosa guerra civile italiana.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniela Cassini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-113630 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/COP-PROTAGONISTE-frontale-771x1024.jpg" alt="" width="350" height="465" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/COP-PROTAGONISTE-frontale-771x1024.jpg 771w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/COP-PROTAGONISTE-frontale-226x300.jpg 226w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/COP-PROTAGONISTE-frontale-768x1020.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/COP-PROTAGONISTE-frontale-150x199.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/COP-PROTAGONISTE-frontale-300x398.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/COP-PROTAGONISTE-frontale-696x924.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/COP-PROTAGONISTE-frontale-316x420.jpg 316w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/COP-PROTAGONISTE-frontale.jpg 1068w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p><em>quella che segue è l&#8217;introduzione, a cura delle autrici Daniela Cassini, Gabriella Badano e Sarah Clarke Loiacono, al loro volume &#8220;<a href="https://fustaeditore.it/shopping/le-memorie/690-protagoniste.html">PROTAGONISTE &#8211; Storie di donne e Resistenza nel Ponente ligure</a>&#8220;, recentemente edito da Fusta Editore</em></p>
<p>di <strong>Daniela Cassini</strong>, <strong>Gabriella Badano </strong>e <strong>Sarah Clarke Loiacono</strong></p>
<p>Dall’Archivio Storico dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Imperia (ISRECIM) affiorano storie straordinarie di fatti e di persone che costituiscono la Storia di questo angolo di Paese, il Ponente ligure, in un periodo particolare e determinante quale la Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza, che è stato raccontato in alcune opere fondamentali tra cui la <em>Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria).</em></p>
<p>E molte altre ne possiamo annoverare, di valenti studiosi e studiose locali, opere che hanno costituito le fonti di questo nostro lavoro, insieme alla raccolta di testimonianze dirette.</p>
<p>Questo è un libro di passione, non pretende di essere esaustivo, ma è un percorso dentro la memoria locale per riprendere il filo di ideali, sentimenti, esperienze e aspettative che interessano ancora, per «orientarsi nella modernità confusa e smarrita», come dice Lidia Menapace. Continuare a ricordare e raccontare vite per sconfiggere il silenzio e l’oblio, per dare nuova voce a protagonisti e protagoniste che, nell’oscuro della quotidianità del loro tempo e poi di archivi polverosi e spesso inaccessibili, ancora parlano a questo nostro tempo attraverso “ricordi comuni” che ci restituiscono in modo potente vicende poco conosciute, ma significative.</p>
<p>Come scrive Carlo Greppi nel suo <em>storie che non fanno la Storia </em>«nulla come la storia con la S maiuscola ci può distogliere dalla sua utilità. La storia politico-diplomatica &#8211; in genere, la storia del potere -, la storia economico-sociale e la storia del pensiero o delle idee sono di immenso interesse, ma sono l’architrave su cui, è bene ricordarselo, si innestano le vite delle persone. Che sono in parte inafferrabili, incostanti, contraddittorie – tutti tratti che le rendono uniche. E in questa complessità e unicità, chiunque si può immedesimare.» Ognuna di queste vite racconta di una scelta fatta, che ne rappresenta la particolare unicità. Nel nostro caso, storie di donne “uniche”.</p>
<p>Per quella che è stata definita la “Resistenza taciuta”, il percorso del racconto pubblico della partecipazione delle donne alla Resistenza non è stato facile né immediato dopo la Liberazione, anzi. Solo dagli anni ’60 e più ancora dagli anni ’70, si impone lo studio sul ruolo delle donne durante la lotta partigiana e la sanguinosa guerra civile italiana.</p>
<p>Quegli studi nel corso degli anni rappresentano un patrimonio di intelligenza e di impegno che è il nostro corredo, significativi “nell’insieme”, memorie che colmano una lacuna, facendo emergere la partecipazione attiva delle donne alla Resistenza, come scrive Bianca Guidetti Serra nel suo <em>Compagne</em>, una prima narrazione corale di donne resistenti dell’area torinese. Esperienze, ruoli e responsabilità diversi nell’impegno militante, anche “vissuti” diversi, ma l’inizio di una «autobiografia politica di ciascuna» che con il tempo diventa collettiva. Questi sono stati gli intenti che hanno mosso alcune ricercatrici in quegli stessi anni ’70 a raccogliere interviste ad alcune partigiane della nostra Provincia, nell’ambito di una collaborazione con ISRECIM (1976) e di cui in questo lavoro diamo conto.</p>
<p>Lidia Menapace ribadisce nel suo racconto <em>Io partigiana, la mia Resistenza </em>«una questione non risolta nella Resistenza e nella sua storiografia è quella del riconoscimento del ruolo delle donne. Non si è ancora chiusa e definita, credo anche perché non ci fu un solo modo di essere resistenti nemmeno per gli uomini: anche tra noi donne ci furono quelle più politicizzate, quelle che seguivano mariti fidanzati fratelli, quelle che cercavano di essere emancipate fino a portare armi e quelle che pensavano a una presenza come cittadine di pieno diritto.» Senza dimenticare (e Lidia Menapace non lo fa) «l’imbarazzo e i giudizi della dirigenza resistenziale» all’indomani della Liberazione rispetto alla visibilità delle donne partigiane.</p>
<p>Un emblema di questa presenza concreta costituita da donne, tra vita vissuta e letteratura,  viene da Joyce Lussu nel suo libro di ricordi <em>Fronti e Frontiere, </em>in cui narra la Resistenza in fuga e la lunga clandestinità sua e del compagno Emilio e dove titola ciascun capitolo del  racconto con un nome di donna di quelle incontrate nel suo faticoso percorso, un segno di riconoscenza e riconoscibilità: «Pure io lascio, in cima a ogni capitolo, questi nomi che mi sono cari, non come titolo, ma come dedica; e questo intero libro dedico a mia madre, che a sessantacinque anni ha saputo affrontare il carcere fascista e il confino, con semplicità.»</p>
<p>Ora ci troviamo davanti un importante complesso – sicuramente non ancora completato &#8211; di storie di donne di diversa provenienza, con differenze socio-culturali ed economiche, di cui è difficile paragonare le condizioni di vita, partigiane di città e partigiane di campagna. A partire da chi sceglie consapevolmente  la via della lotta antifascista, magari sostenuta da studi, da una famiglia o un  contesto impegnati, la partecipazione femminile si allarga anche in modo sotterraneo e non organizzato, mossa «da un conflitto che si combatte nelle quotidiane sofferenze della vita, giorno per giorno; donne anonime, non colte, lontane dalla partecipazione attiva nella politica, vittime della fame, di altri disagi o violenze che subiscono passivamente  le sofferenti ricadute della guerra totale, fatta di rastrellamenti, bombardamenti, stragi e stupri di massa.» E continua Michela Ponzani in <em>Guerra alle donne</em>: «Il fatto che la guerra sia vissuta attraversando simultaneamente tutte queste esperienze impedisce una sistematizzazione schematica e classificante della complessità delle vicende delle protagoniste, eterogenee, molteplici e compenetranti.» Tutte allo stesso modo pagarono un prezzo molto alto in termini morali e fisici, dalle conseguenze personali molto pesanti. E tutte furono protagoniste anche di una sorta di «guerra privata», per la liberazione di sé stesse.</p>
<p>Si è accesa  così, tardivamente, la luce sulla Resistenza vera delle donne, quella reale e vissuta, non ridotta a immagine stereotipata, rappresentando nella sua essenza una radice di lotte recenti: «Un’appassionante avventura storiografica e insieme, per le protagoniste, una faccenda molto personale. Perché trovare la propria voce, talvolta, è una questione di vita o di morte» chiosa Benedetta Tobagi in<em> La Resistenza delle donne</em>.</p>
<p>Come vedremo, per molte è stato raccontare a voce o scrivere, anche sul finire della vita. Un lavoro di scavo e di svelamento che merita ancora di essere proseguito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per fortuna l’Archivio dell’ISRECIM è luogo aperto e accogliente ed è stata forte la tentazione di far venire a galla ancora storie di vita che costituiscono una fotografia al femminile del nostro Ponente ligure, incorniciata tra le figure più alte della Resistenza italiana, apparentemente distante nel tempo, ma sempre viva e pulsante, fatta di mille intrecci che ancora ci coinvolgono. Per questo abbiamo pensato a questo libro come ad un “album di famiglia” dell’epoca fatto di scritture ed immagini, un doveroso e sentito riconoscimento alle donne resistenti della Provincia. Un lavoro di tessitura tra ricerche su testi e documenti e testimonianze dirette, tenuto insieme da fili comuni, nuove conoscenze, conferme.</p>
<p>Ecco allora emergere la realtà del Gruppi di Difesa della Donna in Provincia di Imperia, la storia delle sorelle Evelina e Giuliana Cristel, la loro attività resistenziale a Sanremo e la deportazione; la rete fondamentale di tante donne per la sopravvivenza nelle zone contadine dell’entroterra ponentino con le loro rievocazioni; i ruoli decisivi di staffette, infermiere, ostetriche, partigiane combattenti, nella mappa e nell’organizzazione interna della quotidianità della lotta partigiana; la storia sorprendente dell’ebrea tedesca Dora Kellner e la sua pensione sanremese Villa Verde, crocevia e rifugio di esiliati; l’amicizia partigiana di Alba Galleano e Lina Meiffret con i racconti inediti di quest’ultima e infine il diario di una bambina nella Resistenza dei genitori a Ventimiglia, come risulta dai documenti conservati nell’Archivio privato Giacometti-Loiacono.</p>
<p>Il racconto di un’altra Resistenza, complessa e multiforme!</p>
<p>LE AUTRICI</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Charming men. La storia degli Smiths</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/03/03/charming-men-la-storia-degli-smiths/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[CharmingMen]]></category>
		<category><![CDATA[Dorian Gray]]></category>
		<category><![CDATA[Fernando Rennis]]></category>
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		<category><![CDATA[The Smiths]]></category>
		<category><![CDATA[wilde]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Martina Panzavolta </strong>  <br /> Nella narrazione degli Smiths, la cornice storica è fondamentale: non solo mostra alle lettrici e ai lettori la realtà messa in musica nei brani, ma soprattutto ricorda che l’espressione artistica può essere uno strumento di critica che contribuisce a muovere il presente e dare speranze]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di <strong>Martina Panzavolta</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="536" height="765" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men.jpg" alt="" class="wp-image-111630" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men-300x428.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men-294x420.jpg 294w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>Il nome “Smiths” abbraccia la coesistenza di violenza e delicatezza, evoca la nostalgia del passato come critica al presente, ma anche l’immagine di un mazzo di fiori – per la precisione, un mazzo di gladioli – che fuoriescono dalla tasca posteriore dei jeans e che roteano in aria per venire gettati sul palco. La band inglese, formata da&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Morrissey">Morrissey</a>&nbsp;(voce),&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Johnny_Marr">Johnny Marr</a>&nbsp;(chitarra),&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Andy_Rourke">Andy Rourke</a>&nbsp;(basso) e&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mike_Joyce">Mike Joyce</a>&nbsp;(batteria), ha respirato per soli cinque anni e quattro album, ma è stata fatale per un’intera generazione. L’«aspetto realistico» dei loro brani è stato certamente l’ingrediente – insolitamente – segreto del successo: gli Smiths hanno infatti saputo radicarsi a una dimensione profondamente quotidiana, in grado di raccontare qualcosa vicino a chi ascolta, pur senza rinunciare a disseminare i propri brani di citazioni raffinate, o meglio, <em>rifinite</em> da un <em>wit</em> e da uno <em>charme</em> alla Oscar Wilde (cfr. Rennis 2024, p. 295). Del resto, non stupirebbe se «We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars» (“siamo tutti nella grondaia, ma alcuni di noi guardano le stelle”, Wilde 1892, p. 88) rientrasse fra le strofe dei loro testi, omaggiando esplicitamente la saggezza estetica dello scrittore inglese. A ragione, quindi, l’affiliazione artistica degli Smiths a Oscar Wilde è stata colta e sottolineata da Fernando Rennis, che ha posto la sopracitata espressione in apertura al suo libro dedicato alla storia della band.</p>



<p><em>Charming men. La storia degli Smiths</em>, edito da Nottetempo nel settembre del 2024, non è semplicemente un percorso fra gli album e i testi degli Smiths, ma un intreccio di materiale storico e musicale in cui, oltre alle telecamere puntate sulla band, si fa “zapping” sul calderone incandescente degli anni Ottanta. In un certo senso, si può dire che, nel libro di Rennis, gli Smiths siano circondati da co-protagonisti e comparse: una menzione speciale va di certo a Margareth Thatcher, seguita dal trionfo del liberismo, dalla paura del nucleare della Guerra Fredda e dal dilagante disordine sociale a livello mondiale, in cui trovano voce i gruppi underground giovanili e le droghe a buon mercato. Nella narrazione degli Smiths, la cornice storica è fondamentale: non solo mostra alle lettrici e ai lettori la realtà messa in musica nei brani, ma soprattutto ricorda che l’espressione artistica può essere uno strumento di critica che contribuisce a muovere il presente e dare speranze – tutti aspetti che troppo spesso vengono tralasciati.</p>



<p>Fernando Rennis ha una penna piuttosto allenata all’intreccio fra musica e politica; fra i suoi testi sul tema, si possono menzionare <em>Politics. La musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit</em>&nbsp;(2018) e&nbsp;<em>Patriots. La musica italiana da Berlusconi al sovranismo</em>&nbsp;(2019); il suo penultimo libro è invece&nbsp;<em>Un glorioso fallimento. L’eterno presente della Factory Records</em>&nbsp;(2022). Sulla linea delle sue ricerche storico-politiche, Rennis dà avvio alla narrazione degli Smiths a partire da un <em>flashforward</em>: una seduta del Parlamento britannico. «<em>Miserable Lie,</em> <em>I Don’t Owe You Anithing</em> o <em>Heaven Knows I’m Miserable Now</em>: quali di queste canzoni avrebbero cantato i poveri studenti se il governo avesse portato a casa il voto sull’aumento delle tasse universitarie?» (Rennis 2024, p. 15). Kerry McCarthy lo chiese nel 2010 al primo ministro David Cameron, il quale rispose che «non gli avrebbero cantato di certo <em>This Charming Man</em>» (<em>ibidem</em>).</p>



<p>Le canzoni degli Smiths non avevano certo bisogno di essere menzionate a una camera parlamentare per divenire politiche: fin dai primi concerti, la band era solita invitare il pubblico a salire sul palco per prenderselo, già dimostrando che i riflettori del loro successo dovevano essere puntati sul quotidiano protagonista dei loro testi (cfr. <em>ivi</em>, p. 21). Agli Smiths non importava di dire o non dire qualcosa fuori posto, si trattava, piuttosto, di non fare qualcosa di omologato o senziente solo perché doveva essere fatto. Del resto, come diceva bene Wilde, «quando i critici non sono d’accordo fra di loro, l’artista allora è d’accordo con se stesso» (Wilde 1891, p. 7). Su questo, tutti i membri della band erano <em>hand in glove</em>, che in inglese significa “complici”, e camminavano letteralmente “mano nel guanto”; non a caso l’espressione è stata il titolo del loro primo brano di successo (Rennis 2024, p. 62).</p>



<p>Il loro essere alternativi non era semplicemente una moda, ma una postura vigile e critica: negli anni del thatcherismo, le arti che non avevano ambizioni industriali erano fuori dai giochi. Per questo, come sottolinea a più riprese Rennis, firmare per la Rough Trade, un’etichetta indipendente britannica, e scegliere di rimanerci anche nell’anno di maggior successo, fu un atto di protesta consapevole nei confronti delle grandi case discografiche che seguivano le linee guida di Thatcher relativamente ai valori di individualismo e liberismo. Al contrario, gli Smiths volevano un “lavoro etico”, coerente rispetto a ciò che mettevano in musica: «un sacco di soldi, se fatto bene» (p. 84). Del resto, la denuncia della pedofilia e della corruzione inglese non era affatto qualcosa da canticchiare con la leggerezza degli Wham!, l’altro volto della musica britannica: lo “Charming Man” che il duo pop impersonava era superficiale e finto, quello degli Smiths era tanto reale quanto erotico e pedofilo, come gran parte della borghesia inglese mascherata da gente per bene. Del resto, gli Smiths avevano a cuore la ricerca della “verità”, quella che riguarda l’umano e i suoi i sentimenti, e che molto spesso viene messa a tacere, soffocata dall’indifferenza e dall’alienazione. Per questo, come sottolinea Rennis, i veri «pugni in faccia» per il pubblico sono stati <em>Please, Please, Please, Let Me Get What I Want</em> e <em>How Soon is Now</em> (1884): due brani che ricordano la fragilità delle speranze e che, nonostante ciò, difendono il bisogno di sentirsi amati in un mondo che ci rende sempre più soli (<em>ivi</em>, pp. 144-145).</p>



<p>Questa “ricerca della verità”, per così dire, non aveva nulla di intellettuale: per gli Smiths, doveva prendere i cuori «dalla gente normale che vive con te» (<em>ivi</em>, p. 178), che è disposta a riaprire le ferite cicatrizzate dalla invulnerabilità apatica, per ricucirle, non senza dolore, nella speranza della rigenerazione di comunità più consapevoli e, di conseguenza più critiche e attive. La musica, per gli Smiths, doveva quindi puntare a e accendere un senso di frustrazione positivo nei confronti delle violenze subite; d’altronde, questo è stato dichiaratamente l’intento primario di <em>Meat is Murder</em> (1985), il secondo album degli Smiths che cantava in maniera assordante il senso di insoddisfazione.</p>



<p>Del resto, gli Smiths hanno partecipato attivamente, e non solo con i loro brani, ai movimenti di sinistra. Di fatto, sono saliti più volte – anche se non sempre al completo – sul palco del Red Wedge, un collettivo di musicisti che voleva appoggiare le politiche del&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Labour_Party_(UK)">Partito Laburista</a>&nbsp;in vista delle&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/1987_United_Kingdom_general_election">elezioni generali del 1987</a>, nella speranza di estromettere il&nbsp;governo&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Conservative_Party_(UK)">conservatore di&nbsp;</a><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Margaret_Thatcher">Thatcher</a> (<em>ivi</em>, p. 203). Le loro canzoni dovevano raccogliere le voci del presente, non imbrattarle di finta felicità; a tal proposito, Morrissey e Marr raccontano che, davanti allo schermo della tv, mentre ascoltavano gli Wham! cantare <em>I’m your man</em> lo stesso giorno in cui Chernobyl è esplosa, hanno sbraitato: «che cazzo c’entra questo con la vita delle persone?» (p. 211). Il brano <em>Panic</em> (1986) fu il risultato di queste riflessioni.</p>



<p>Nella narrazione di Rennis è interessante anche il racconto della ricezione italiana della band. Per fornire un esempio si può citare Pier Vittorio Tondelli, lo scrittore camp per eccellenza degli anni Ottanta e Novanta, il quale affermava che gli Smiths avevano un fascino invidiabile: i testi di quel «geniaccio» di Morrissey riuscivano a tenere insieme quell’«immaginario ambiguo in cui piacere e dolore sono intrinsecamente uniti» (cfr. Tondelli 1985, pp. 123-125; citato in Rennis 2024, p. 182). Del resto, tale intreccio si trova all’apice della sua altezza nell’esplicita unione di amore e morte in un brano di <em>The Queen is dead</em>, l’ultimo pubblicato con la Rough Trade, il cui titolo è <em>There Is a Light That Never Goes Out</em>.</p>



<p>Tuttavia, contemporaneamente a brani definiti sempre più “traboccanti di fascino” (cfr. <em>ivi</em>, p. 226), per la band andavano acuendosi diverse crepe. Anche se nelle esibizioni sembravano ancora affiatati, nel 1986 l’intesa inaugurata dall’Hand in Glove si era ormai incrinata. Di fatto, come ripete più di una volta Rennis, gli Smiths non erano un gruppo di amici che poi ha deciso di mettersi a fare musica, ma quattro individualità che si sono trovate a parlare dell’Inghilterra e del mondo al momento giusto, e non più del tempo che per loro è stato giusto. Innanzitutto, nel 1986 avevano rotto gli accordi con la loro etichetta indipendente e avevano firmato per la EMI, una major, che di certo non rispettava l’idea etica di lavoro che si erano prefissati. Di più, Morrissey e Marr, non avevano più le stesse idee in merito al materiale musicale: se Marr voleva sperimentare ed era curioso delle nuove tecnologie in campo artistico, Morrissey non voleva abbandonare il “linguaggio naturale” della musica («Nature is a language, can’t you read?», “La natura è un linguaggio, non riesci a leggerlo?”, Ask, 1986). Così, nell’estate del 1987, Marr dichiarò la sua definitiva uscita, spiegando: «Non nego che ci fossero certi problemi all’interno della band […] Ma la ragione principale per cui me ne sono andato è semplicemente che ci sono cose che voglio fare, musicalmente, che non hanno spazio negli Smiths» (<em>ivi</em>, p. 265). Del resto, anche Morrissey, da parte sua, si era definito «preparato» alla dipartita del collega (<em>ivi</em>, p. 267). Molti articoli, come ricorda Rennis, hanno dichiarato che è stata la fine della band inglese più originale degli ultimi anni.</p>



<p>Negli anni successivi non c’è stata nessuna reunion: come spiega Rennis, anche questo fa parte «del loro charme, anzi del loro mito: cinque anni di attività, quattro album e un comunissimo cognome inglese che li incastra per sempre in un’insormontabile giovinezza» (ivi, p. 280). Per le lettrici e i lettori di Rennis, gli Smiths saranno legati anche a un’instancabile speranza legata all’avvenire musicale: l’arte può trovare ancora la sua voce. Loro lo hanno dimostrato: proprio mentre Margareth Thatcher affermava “there is no alternative”, riferendosi al capitalismo e alla globalizzazione, gli Smiths cantavano «Why do I give valuable time / To people who don&#8217;t care if I live or die?» (“Perché do tempo prezioso / A persone a cui non importa se vivo o muoio?”, <em>Heaven Knows I’m Miserable Now</em>, 1984).</p>



<p><strong>Bibliografia</strong></p>



<p>Tondelli, P. V. (1985), <em>Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta</em>, Bompiani, Milano 2001.</p>



<p>Wilde, O. (1891), <em>Il ritratto di Dorian Gray</em>, trad. it. di L. Cecchini, Mondadori, Milano 2020.</p>



<p>Wilde, O. (1892), <em>Il ventaglio di Lady Windermere, </em>trad. it. diC. Dondo, Garzanti, Milano 2010.</p>
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		<title>Apologia di Maurizio Blondet</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/02/26/apologia-di-maurizio-blondet/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Feb 2025 09:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Apologia]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Cherchi]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Blondet]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[umberto eco]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Cesare Cherchi</strong> <br />
Cos’è un complotto? Come si distingue tra complotto e Storia? Negli ultimi anni, con l’avanzare del fronte della crisi epistemica le domande han ricevute molte risposte, tutte egualmente deludenti. E se il problema fosse proprio la ricerca di un criterio di demarcazione? ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Cesare Cherchi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-111871 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/41SZ7AqwF7L.jpg" alt="" width="287" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/41SZ7AqwF7L.jpg 287w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/41SZ7AqwF7L-172x300.jpg 172w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/41SZ7AqwF7L-150x261.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/41SZ7AqwF7L-241x420.jpg 241w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cos’è un complotto? Come si distingue tra complotto e Storia? Negli ultimi anni, con l’avanzare del fronte della crisi epistemica le domande han ricevute molte risposte, tutte egualmente deludenti. E se il problema fosse proprio la ricerca di un criterio di demarcazione? Il filosofo <strong>Cesare Cherchi</strong> propone un cambio di prospettiva: il problema del complotto non si risolve con una definizione – in realtà solo propedeutica all’eradicazione –, bensì riconoscendo l’impotenza di ogni progetto di igiene del dibattito pubblico. E nel farlo sceglie volutamente una delle &#8220;scottature&#8221; più indifendibili: l&#8217;opera di Maurizio Blondet.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Apologia di Maurizio Blondet</strong></p>
<p>Fino a non troppo tempo fa “complotto” era una parola come altre, si sarebbe potuto usare “macchinazione,” “intrigo” e ottenere un effetto pressoché identico, da qualche decina d’anni tuttavia non è così. Un complotto (con accessorie storpiature gutturali che hanno avuto una certa fortuna tra il 2010 e il 2020; “gomblotto,” “comblotto” et similia [<a href="https://www.slengo.it/define/gomblotto">Cosa significa gomblotto?</a>]) è sì una cospirazione, ma una cospirazione falsa. Non solo, l’estensione semantica della parola sembra essersi spostata dalla realtà al mondo delle idee. Dicendo che qualcosa è un “complotto” non evochiamo una serie di fatti, veri o falsi che siano, quanto piuttosto l’attitudine di chi vi crede; il complotto è una perversione che ammorba la mente di qualche debole, dire che qualcuno crede a un complotto – o meglio “ai complotti” come una sorta di unica costellazione – tipicamente dice poco del complotto in questione e molto di quel qualcuno. Ma non è stato sempre così.</p>
<p>Negli anni ‘80 Umberto Eco parlava di complotti con un interesse che non era totalmente semiotico e che richiedeva ancora delle analisi materiali – che invece sarebbero state superflue parlando di terra piatta decenni dopo nella “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” (Bompiani 2013). E ancora, negli anni ‘90 Carlo Ginzburg, nell’introduzione de “Il giudice e lo storico” (Einaudi 1991, ed. Quodlibet 2020) si chiedeva quando fosse legittimo nel ricostruire il passato ricorrere a un complotto. Oggi la discussione non potrebbe aver luogo, perlomeno non utilizzando la stessa parola, un complotto vero suonerebbe con un che di paradossale.</p>
<p>Tutto questo pensavo mentre avevo davanti, in una libreria dell’usato, i tre volumi di “Complotti” di Maurizio Blondet (Il Minotauro, 1996, 1996, 1997). A che punto della parabola usciva questo libro, quanto paradossale o ironico doveva apparirne il titolo? Domande delle quali, per ragioni anagrafiche, non mi era chiara la risposta. Ancora nell’immediato dopo guerra, si parlava di “Complotto dei Medici” senza secondi significati, qualche anno fa – nel pieno del isteria di Qanon – usciva invece “Complotti!” di Leonardo Bianchi (minimum fax, 2021), una compilazione sociologico-dileggiatoria delle teorie del complotto più strampalate.</p>
<p>In particolare mi era di grande interesse l’autore, Maurizio Blondet. Di lui era molto noto – si direbbe cult, se la parola non avesse perduto di significato – presso i bibliofili italiani “Gli Adelphi della dissoluzione” (Ares, 1994) che suggeriva piani luciferini dietro il programma editoriale delle edizioni Adelphi. Un mio amico mi aveva persino raccontato di aver cenato ad una tavola con Blondet una volta, questi gli avrebbe rivelato che l’induismo non esisteva, ed era una creazione escogitata per contrastare il cristianesimo.</p>
<p><strong>Complotti I</strong></p>
<p>Le mie intenzioni erano crudeli e ingenue; non mi aspettavo nulla di preciso, ma ho acquistato immediatamente tutti e tre i volumi con una certa attitudine sardonica, che si compiace nel trovare gusto nelle cose più false e lontane. Le aspettative venivano in qualche modo confermate dalla copertina del primo volume. “Complotti. I fili invisibili del mondo. I – Stati Uniti, Gran Bretagna” su cui capeggia un ragno che tesse la sua tela. Tuttavia già la seconda di copertina mi sorprende:</p>
<p>“Può la complottistica assurgere a dignità scientifica? Può diventare una disciplina congetturale, superando la barriera della pura fantasia o della dietrologia?”</p>
<p>Le promesse di una trattazione scientifica sono curiose, soprattutto perché paiono in contraddizione con la quarta: “Il lato oscuro della storia contemporanea, un mosaico di misteri che nessuno ha mai analizzato,” che non lascia intravedere slanci teoretici. Ad ogni modo dalle prime pagine si intuisce abbastanza rapidamente che la seconda, con tutta probabilità apocrifa, verrà disattesa. Dopo una brevissima definizione di complotto (“ciò che chiamiamo “Complotto” <em>faute de mieux</em>, prendendo a prestito l’espressione usata per screditare il fenomeno che scandagliamo è, prima che un “Progetto” – una “Cultura”, una visione del mondo. Che si è formata negli ultimi tre secoli, s’è nutrita di filosofie oligarchiche e messianismi iniziatici” p. 8) libro si apre con una suggestiva descrizione del viaggio del Battello Britannia in Italia nel 1992, quando nei primi giorni di Giugno i maggiori depositari del potere amministrativo ed economico italiano salirono a bordo apparentemente per rendere omaggio alla Regina, in realtà per essere introdotti nei precetti di una non meglio specificata dottrina. La pagina dopo – con un colpo di scena a cui Blondet nel corso dell’opera ci abituerà – inizia con il racconto, storicamente più che accettabile, della dismissione dei manicomi. Viene alla mente l’incipit della “Storia della Follia nell’età classica” in cui Foucault raccontava la dismissione dei grandi lazzaretti francesi per farne, appunto, dei manicomi. Nella ripresa di Blondet non ci si concentra però sugli edifici ma sulla vita libera dei ricoverati. Qualcuno di ingenuo potrebbe pensare che fosse stato un gesto umanitario – naturale conseguenza di migliori pratiche psichiatriche – al massimo ben propiziato dal relativo risparmio economico. Invece subito la tela blondetiana si tesse, individua una genealogia di biologi abolizionisti-eugenetisti; la dimissione dalla sicurezza degli istituti di cura è propedeutica allo sterminio dei più deboli. Non è ben chiaro come, ma la tecnica di Blondet deve molto alla confusione. I fatti che riporta sono quasi sempre veri, e se sono falsi sono sicuro siano errori fatti in buona fede. Dunque non si può dire faccia disinformazione. Piuttosto, una volta presentati, i fatti vengono raggruppati artificiosamente e accompagnati da commenti oscuri che lasciano sempre presagire qualcosa di ignoto e sinistro.</p>
<p>E a proposito di giustapposizioni; cosa c’entra tutto ciò con il viaggio del Britannia? Qui si introduce uno dei maggiori temi della trilogia: Blondet ha un interesse quasi maniacale per il ruolo nefasto dell’Impero Inglese nella Storia – ma non nel senso che ci potremmo aspettare. In questo caso in particolare Malthus-Darwin-Huxley sono espressione di una rete coloniale animata da una vasto programma di eugenetica implementato attraverso il potere economico britannico. Nondimeno, ancora una volta non è ben chiaro quale siano le mire di questa setta eugenetista, in cui sembrano confluire tutta la moderna genetica e psichiatria.</p>
<p>Questo pare essere una caratteristica ricorrente, forse anche giustificata dall’introduzione metodologica di sorta citata sopra. Vedremo però che questa attitudine non verrà sempre mantenuta e le premesse non sempre attese.</p>
<p>Il complottismo contemporaneo ci ha mal abituato, i soliti complottisti che abbiamo al giorno d’oggi, Stefania Maurizzi o Paolo Barnard per far nomi, seguono una linea frustra. Quello che fanno è una scoria della controinformazione della guerra fredda. I complotti sono tipicamente filo-americani (e per America si intende ogni forza economica e finanziari globale) dunque ci sono trame pittoresche (come il comune di Vicenza che viene consegnato ogni quattro anni al PD da misteriosi armeggi dell’esercito americano), le rivoluzioni colorate, i biolaboratori in Donbass, Putin che combatte i poteri forti. Moncherini di una controcultura filosovietica a cui molti si appoggiano per comodità, come i villici costruivano baracche nelle basiliche romane in rovina durante il basso Medioevo.</p>
<p>Blondet ha invece qualcosa di diverso, non ritroviamo subito i soliti riferimenti; gli americani cattivi e italiani brava gente (una sorta di perversione autoriferita del buon selvaggio). Il complottismo più bieco poi raramente si spinge indietro, Blondet invece si muove continuamente avanti e indietro dall’alto Medioevo fino ai giorni nostri. Il complotto non è un’arma impropria (spesso sovrapposto alla disinformazione) o strumento di quel centro di potere o quell’altro che cerca di vendere “cambiamenti di prospettiva” (intendere dal punto di vista orientale quello che vediamo da un punto di vista europeo o viceversa), è piuttosto un modo nuovo, totale, di intendere la Storia (più simile <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Zecharia_Sitchin">Zecharia Sitchin</a> che a Giulietto Chiesa).</p>
<p>Nei capitoli successivi l’ampio respiro che Blondet aveva fatto intravedere all’inizio pare però spegnersi e ci perdiamo in interminabili liste di congressi, scienziati e casi di cronaca che collegano il progetto MK-Ultra, Charles Manson, Aleister Crowley, l’LSD e virus dell’HIV (con l’HIV Blondet crea una sorta di caccia al tesoro; dissemina tutti e tre i volumi di sporadiche connessioni di istituzioni o persone alla ricerca sull’HIV con le solite connotazioni sinistre, ma senza mai dire niente al riguardo).</p>
<p>Finalmente però il campo ritorna ad aprirsi e si identifica quello che se non è un nemico è il nemico “il fabianesimo,” un movimento politico che incarna le mire Britanniche e il progetto dell’Ordine Mondiale. Conseguentemente scopriamo – con una certa sorpresa se siamo abituati ai crassi complotti filosovietici che vanno per la maggiore in Italia – che gli americani, in quanto ribelli agli inglesi, sono nella Storia motore del Bene, anzi i neocon raeganiani sono sì il nemico (almeno questo è un <em>topos</em> familiare) ma solo in quanto sovietizzatori dell’originario spirito rivoluzionario americano (p. 56). Il primo volume si chiude così, con un elogio dell’America delle origini:</p>
<p>“Sta infatti giungendo il tempo, temo, di rimpiangere l’America capitalista che ci vinse nella Seconda guerra mondiale. Perché per tre secoli la spinta primordiale dell’America capitalista non è stato l’edonismo […]. No: la sua molla originaria stava in una sovrabbondanza di forze vitali un […] coraggio costruttivo che chi conosce l’America ritrova, non del tutto esaurito, ancor oggi.” (p. 58)</p>
<p>Ma da dove deriva questo ruolo dell&#8217;Inghilterra, dal fabianesimo e – incontriamo per la prima volta uno dei punti centrali – dell’israelitismo inglese? Sono tutte domande lasciate in sospeso, con la speranza vengano risposte dal secondo volume.</p>
<p><strong>Complotti II</strong></p>
<p>Complotti I ci aveva lasciato con molte domande e vedendo il secondo volume viene da chiedersi se fosse stato progettato già durante la stesura del primo dato che questo si chiama “Complotti II. I fili invisibili del mondo. Europa Russia.” Il numerale viene spostato dal sottotitolo al titolo. In copertina stavolta compre una riproduzione di “Nemesi” di Dürer. Blondet, da grande narratore, inizia sempre dal particolare.</p>
<p>Addentrandoci nei dettagli della nascita dell’Unione Europea si scopre che il ‘68 è stato ideato e implementato dall’esterno (da forze atlantiche e europeiste) per piegare De Gaulle che all’Unione e al suo sgherro, Jean Monnet, si era da sempre opposto; una cortesia curiosa dal momento che tutti gli altri oppositori (tedeschi) erano stati molto più semplicemente fatti saltare in aria.</p>
<p>Dalla Germania si passa poi alla Russia parlando della quale – a parte alcune considerazioni economiche traballanti, ma meno folli del solito – ci sono passi bellissimi sullo spirito Russo e Stalin, che se fossero scritte in un italiano più stentato non sfigurerebbero tra i lavori dei nostri esperti di “geopolitica.”</p>
<p>Fin’ora c’erano stati suggerimenti a riguardo – vanno considerati tali le strane considerazioni dal tono heideggeriano sul popolo ebraico (“solo due popoli possono ‘generare l’Anticristo,’ la Russia e gli Ebrei, e sono precisamente quelli che possono sconfiggerlo, perché solo chi sa <em>coagulare</em> sa anche <em>solvere.</em>” p. 87), ma nel capitolo XIII arriva il primo grande afflato che sembra essere inequivocabilmente antisemita (vedremo dopo che l’antisemitismo, per Blondet, è una categoria riduttiva). Si fa la storia dell’Unione Sovietica e per ogni evento si cerca un ebreo, il più prominente possibile (Gelfand, Bronstein-Trotskij etc.) e lo si elegge a “vera mente” dentro a ogni nefandezza.</p>
<p>Il X capitolo è centrale per lo sviluppo di tutta la serie ed è oltretutto scritto in una prosa di rara bellezza che val la pena riportare (quasi) per intero:</p>
<p>“Le scoperte geografiche del Cinquecento spostarono i traffici sull’Atlantico; nel Mediterraneo divenuto un lago, solo Venezia si resse per secoli in un fastoso tramonto, che fu una squisita, lunghissima corruzione. Mentre le navi portoghesi, spagnole e britanniche conquistavano imperi del Nuovo Mondo, il Leone di San Marco sventolava nell’esiguo spazio dell’Adriatico le cui vele – incapaci di andar a bolina – dovevano ancora, come ai tempi di Roma, chiedere aiuto ai remi. Sappiamo che un’oligarchia chiusa e intrigante regnava su quell’arretratezza e su quello splendore.”</p>
<p>“Ma ignoriamo che quell’oligarchia poté essere definita un “impero invisibile”: un modello in cui personaggi senza volto, nella City o a Wall Street hanno identificato il prototipo di ogni potere <em>elitario</em> e <em>segreto </em>che pretenda di dominare il mondo con leve invisibili. […]”</p>
<p>“Dietro e a sostegno delle sue reti commerciali, la Serenissima seppe creare un sistema di informazioni riservate , di influenze politiche e di legami basati sul credito finanziario e sulla conoscenza di quello che avveniva nei luoghi più lontani […].”</p>
<p>“La nostra baluginante conoscenza dei fatti c’indurrebbe a credere che quella rete antica sia da secoli strappata, inoperante. Invece qualche filo di quella rete compare insospettatamente ai giorni nostri. Ci piacerebbe ricostruire, ad esempio, per quali segreti passaggi alcuni membri della famiglia dei Caboti (o Cabotti), passati nei secoli dall’Inghilterra alla Nuova Inghilterra e stabilitisi a Boston, abbiano dato origine a una dinastia dell’<em>Establishment</em> americano più chiuso e più stretto: i Cabot Lodge. […]” (p. 93 e sgg.)</p>
<p>con questi tratti metafisici, quasi sacrali o Borgesiani, Blondet finalmente ci introduce nel cuore della sua ideologia; c’è un unico filone, che scorre sotterraneo come un fiume carsico, per riemergere per i rapidi momenti in cui il nostro riesce ad individuarlo e presentarcelo:</p>
<p>“Per esempio, si può scoprire che nella pietà cristiana che Venezia ostentava nelle sue chiese e conventi, covarono umori gnostici e scismatici di origine orientale. Non sappiamo molto dell’umanista e benedettino Paolo Giustiniani, d’alta famiglia veneziana e amico del nobilissimo Gasparo Contarini, vescovo di Cividade dopo il 1536; tranne che la sua mistica cristiana doveva molto (troppo) ai monaci del Monte Athos, la cui ortodossia negava ferocemente quel passo del credo romano il quale asserisce che lo spirito santo “procede dal padre e dal figlio” (<em>filioque procedit</em>). La negazione del <em>filioque</em> tipica della chiesa greco ortodossa e di quella slava che ha il suo centro a Mosca, se non rinnega, almeno <em>svaluta</em> l’Incarnazione. Come conseguenza, acutizza l’antitesi tra il corpo e lo spirito. Sul piano dell’azione umana, chi nega il <em>filioque</em> tende a vedere il mondo di quaggiù come un’illusione desolata e non come un’occasione di bene; la sua azione sarà guidata da questo pessimismo segreto. Egli non crederà al progresso dell’uomo attingibile attraverso le opere. Il risultato finale sarà una tendenza morbosa all’immobilismo che giungerà fino al rifiuto del progresso tecnico e, in politica, all’idea che il mondo debba essere governato da pochi, scettici saggi. L’oligarchia contro la democrazia. Così fu Venezia. Così fu Bisanzio. Così fu (ed è) Mosca, “Terza Roma”: immobili e arretrate, eppure sottili e colte; dedite alla segretezza e al potere autocratico.</p>
<p>Fin dal basso medioevo, dunque, si accompagna alla fede cristiana una parte eretica che non crede nell&#8217;opera dell&#8217;uomo sulla terra, ma vede il mondo terreno con indifferenza, una vuota eternità priva di valore.</p>
<p>Coloro che non credono che Cristo sia venuto a redimere la nostra vita terrena, che non si sia mai fatto carne. Chi non crede che Dio si sia fatto uomo crede anche che la vita terrena sia priva di valore, questa accidia ha creato un’ideologia, diffusasi per secoli nelle classi dominanti, secondo cui non può esservi progresso per l’uomo, e l’umanità vada governata come si governa un gregge, mantenendo l’ordine e aspettando la fine dei tempi, se mai ci sarà.</p>
<p>È questo che rende il popolo ebraico un tanto saldo alleato della “nomenklatura.” È un disegno di cui in onestà non posso che ammirare la bellezza letteraria, è tutto quello che Dan Brown avrebbe voluto scrivere se solo avesse avuto l’acutezza di spirito necessaria per farlo.</p>
<p>Le pagine finali regalano alcune rivelazioni. I fondaci veneziani che controllavano le granaglie si son estesi fino ai giorni d’oggi, da Caboti di Venezia ai Cabot di Chicago, attraverso Leopold Luis-Dreyfus (trisavolo di Julia Louis-Dreyfus) impedendo ai cittadini americani di consumare le loro granaglie, tanto che “l’americano medio spese due miliardi di dollari in più nel solo ‘73, come diretta conseguenza degli aiuti all&#8217;URSS” (p. 118) dimostrando una capacità di spesa (o un tasso di inflazione) che per l’epoca non avrei sospettato. Nel capitolo finale scopriamo invece che Licio Gelli sarebbe stato coinvolto nell’omicidio di Olof Palme (si direbbe come esecutore, ma come sempre ci sono solo allusioni).</p>
<p><strong>Complotti III</strong></p>
<p>Il terzo libro è forse il più deludente, non ha una struttura integrata con gli altri due, e verrebbe il sospetto che sia stato pubblicato in seguito al successo dei primi due (la mia copia di Complotti I è la sesta edizione nel solo 1996, l’anno di uscita). Scopriamo che il ‘68 come venne creato (vedi Complotti II) così venne spento (sempre da Licio Gelli). A quanto pare dall’analisi dei titoli dell’Economist si leggono <em>fatwe</em> contro Salvo Lima e Aldo Moro, poi regolarmente uccisi (non è chiaro se i titoli servissero a comunicare la volontà omicida ai sicari o a pubblicizzare il mandante). Ci si perde in una serie di teorie apparentemente slegate tra loro, sarà quindi sufficiente fare un riassunto delle più notevoli: la farmacologia ha dimenticato la sacralità della manipolazione della natura ed è diventata una pratica in scivolamento sempre più rapido verso Satana, Tangentopoli fu un’operazione americana per liberarsi dei politici cattolici (ultimo baluardo contro lo gnosticismo orientale). Giorgio Napolitano fu un agente della finanza internazionale per neutralizzare l’anticapitalismo del PCI, così come l’Ulivo. A pagina 75 vengono nominati di passaggio, per la prima e ultima volta, gli Illuminati, senza dare nessuna spiegazione.</p>
<p>Gli ultimi due capitoli, delle considerazioni sulle nuove fascinazioni proto-cristiane dei cattolici (ordinati e non) e un <em>report</em> sul processo della Corte Internazionale dell’Aja a Dusan Tadic (sulla scia di “Heichmann in Jerusalem”) sembrano delle aggiunte posteriori. Il tono sinistro si perde completamente e rimangono solo due pezzi giornalistici, peraltro molto belli, che hanno – incredibilmente – un tono tra il conciliante e l’ottimista. Il mondo quindi non è condannato.</p>
<p>C’è, però, un grande assente in questa storia dei complotti: il Vaticano. Col Vaticano, viste le istituzioni segrete e misteriose, e la longevità e l’ambiguità dei loro fini, i complotti sono naturali se solo si ha la necessaria fantasia. Tuttavia in Blondet la Chiesa Cattolica non viene mai nominata. Questo perché – in uno slancio di fede e di ingenuità che è curioso ritrovare in questo gran maestro delle trame e dei segreti – la Chiesa Cattolica opera la volontà di Dio in Terra, dunque è infallibile agente del Bene, da secoli unico argine allo gnosticismo élitista.</p>
<p>Diceva Nelson Goodman che una fallacia logica è tale solo nella misura in cui ha la medesima forma di un argomento corretto, difatti se non assomigliasse a nessun ragionamento corretto non sarebbe una fallacia ma solo un nonsenso o un errore marchiano. Ma se qualcosa ha la stessa forma di un argomento valido allora è un argomento valido. Dunque le fallacie paiono non esistere.</p>
<p>Per Blondet vale la stessa cosa. Rispondendo all’appello della seconda di copertina del primo libro potremmo usare lo stesso principio per determinare cosa sia un complotto, un complotto è qualcosa che ha la stessa forma di una teoria storica ma non lo è, ma siamo sicuri che si possa avere la forma di un lavoro di Storia senza essere Storia? Che sia falsa e scriteriata non è abbastanza per una teoria per essere un detta complotto. Edward Gibbon e Jacob Burkhardt sono pieni di falsità e romanticismi, ma rimangono storici.</p>
<p>Dobbiamo forse arrenderci al fatto che Blondet sia uno storico tanto quanto Robert Darnton o Jacques Le Goff? Ovviamente no, in Blondet c’è qualcosa di diverso e assurdo. Ma in cosa consiste questa assurdità?</p>
<p>Le connessioni labili e tendenziose tra persone o enti in Complotti non sono peggiori di quelle che tesse ogni settimana Report (in cui, non a caso, lavorava Paolo Barnard). Il controllo dei media da parte delle élites che descrive Blondet è addirittura più plausibile e sfumato di quello che si trova in <em>Manufacturing Consent </em>di Chomsky e Herman. Le letture storiche contorte che si trovano nei libri sono in fondo molto più documentate e ragionevoli delle perversioni storiche e storiografiche della classe giornalistica italiana che troppo spesso arrivano (con inspiegabile successo) in libreria, da Gianpaolo Pansa in giù. Ciò non ostante tra questi l’unico <em>paria</em> complottista rimane Blondet.</p>
<p>Di tutti i peccati di cui si macchia Blondet si sono macchiati beniamini del “ceto medio riflessivo” (per usare un’espressione cara alla politologia italiana) in misura pari e talvolta maggiore, ma li accuseremmo al massimo di essere pessimi storici o pessimi giornalisti, ma non complottisti. Perché?</p>
<p>La spiegazione che mi sono dato è che in loro riconosciamo una parte politica, alla quale siamo pronti a dare ragione o torto; “Per forza gli argomenti di Tizio sono falsi e strampalati, come farebbe altrimenti a sostenere il Male?” “Quello che dice Caio è solo un’approssimazione, ma è nel giusto nel sostenere il Bene!”</p>
<p>Blondet è diverso non perché usi metodi diversi, ma perché non ha nessuno dalla sua parte, se ci fosse un giornale anti-manicheista o anti-càtaro con i suoi lettori forse avrebbe anche lui la sua schiera di sostenitori “moderati” e senza la stagnola in testa, ma questi giornali non esistono, e dunque nemmeno c’è nessuno disposto ad avallare le sue debolezze quanto altri sono pronti ad assecondare quelle di Travaglio, Ranucci o Belpietro.</p>
<p>Blondet non è peggiore di tutti questi, anzi ha una delle prose italiane migliori che abbia letto – specialmente per un giornalista. Blondet però è unico ed è anche da solo; così, disorientato, il lettore finisce per vederne tutte le storture che volentieri ignorava per combattere un nemico.</p>
<p>Dunque, cosa fare? Dobbiamo lasciarci andare in un deliquio scettico? Riconoscere che non esiste la Storia e non esistono i Complotti ma solo delle cose che siamo pronti a riconoscere vere? Non penso che sia necessario, dopotutto abbiano negato che esista una legge di demarcazione tra Storia e Complottistica, ma esistono pur sempre la buona e la cattiva Storia. Piuttosto, ogni volta che scopriremo qualcosa (un articolo, un libro, un post, una pagina Wikipedia) che ci da ragione, basterebbe chiedersi “Che cosa ne penserei se non <em>volessi</em> crederci?” Può sembrare una soluzione deludente, ma dopotutto “Libertà non è altro che l’inventario delle proprie catene.”</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Macerata,</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Giovedì 23 Gennaio 2025</strong></p>
<p><strong>Cesare Cherchi</strong> (Macerata, 1997) insegna alla facoltà di Filosofia dell’Università Carolina di Praga dove sta conseguendo il suo dottorato. Si occupa di logiche doxastiche, metafisica e semantica. Nel tempo che rimane si dedica agli scacchi e a ricerche biblio-teratologiche.</p>
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		<title>Entravo nella città di Roma, l&#8217;otto settembre del quarantatré</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/09/08/8-settembre-1943-roma-resistenza-racconto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Sep 2023 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfredo orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Davide Orecchio</strong><br /> E così mi ritrovai condannato da me stesso a raccontare una storia piena di  biografemi e date cubitali. Quell’8 (e 9) settembre 1943 a Roma fu uno dei pochi episodi che mi raccontò mio padre, sempre avaro riguardo al proprio passato]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-104749" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/tevere-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p>{<em>Dieci anni fa, proprio su questo sito, pubblicai <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/24/il-25-aprile-di-mio-padre/">un pezzo tra invenzione e ricostruzione dedicato al 25 aprile di mio padre</a>. Lavoravo da tempo sulla vita della persona dalla quale provengo, vita che, tra adesione al fascismo, riscatto nella Resistenza e nel comunismo, conoscevo molto poco. Avevo pubblicato un racconto-biografia infedele su di lui nella mia prima raccolta edita, e stavo proseguendo il lavoro. Inaspettatamente, mia sorella lesse e apprezzò quel pezzo su NI (c’è anche un suo commento in calce) e pochi giorni dopo depositò a casa mia l’intero Nachlass paterno di lettere, manoscritti, diari ecc. Segno di fiducia, immagino, in un possibile mio amore verso nostro padre al quale, fino a quel pezzo su NI, mia sorella non aveva forse troppo creduto. Amore che avrebbe potuto generare una capacità di rispetto nel ricostruire la storia. </em></p>



<p><em>E così, come mi capita sovente, mi ritrovai condannato da me stesso a raccontare una storia. È una storia piena di biografemi e date cubitali, e certo l’8 settembre è una delle più importanti. Quell’8 (e 9) settembre 1943 a Roma propone uno dei pochi episodi che mi raccontò addirittura mio padre, sempre avaro e muto riguardo al proprio passato. Quindi ne ho potuto scrivere anche basandomi sulle sue memorie. In particolare le immagini di piazza Colonna, i gruppetti nella Galleria, un oscuro scrutarsi reciproco per capire chi sarebbe rimasto coi fascisti, chi sarebbe fuggito, chi andava a combattere con gli antifascisti. Mio padre, sottotenente dell&#8217;esercito, arrivava a Roma da tre campagne belliche, l’ultima in Sicilia, persa pochi giorni prima, era vivo per miracolo, era stanco e vecchio, aveva ventotto anni, ormai odiava il fascismo, insomma era pronto, come tanti insieme a lui, e lo attendeva l’unica guerra giusta che avrebbe combattuto, la Resistenza a Roma. La diagnosi del fascismo quale malattia politica era in lui ormai consolidata, ma potremmo immaginare l’8 settembre (e il periodo a seguire) come il momento nel quale mio padre, chirurgo e paziente, estirpò definitivamente il male da sé. Dall’onestà e accuratezza di questa operazione di defascistizzazione (di mio padre e di tutti gli italiani e le italiane come lui) sarebbe dipeso il futuro del nostro Paese. </em></p>



<p><em>Com’è andata a finire? Così così, mi sento di dire, visto che al governo, mentre scrivo, ci sono gli eredi della cultura politica fascista. È una storia ancora aperta, titolo appunto scelto nel romanzo che ho scritto per raccontarla; i brani che seguono vengono da lì, anche se formattati diversamente rispetto all’originale, sistemati in a capo come se fosse una poesia, più che altro per aiutare la lettura digitale. </em></p>



<p><em>Siamo a Roma, la mattina dell’8 settembre, e Pietro Migliorisi (alter ego di mio padre), aggirandosi per Prati, il quartiere delle caserme, ascolta una voce alla radio…</em>}</p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-text-align-center has-large-font-size"><em><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">∞ ∞ ∞</span></em></p>



<p>E ora troviamo un diario di guerra,<br />i giornali intimi maturano come la pastura nel campo, <br />piove la morte e per reazione loro crescono verdi, <br />sono erbe comuni, <br />coprono i teschi con le parole, <br />sommergono di frasi le canne mozze, <br />con le pagine asfissiano i calibri, <br />di solito raccontano sempre una storia:&nbsp;<br /></p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><em>Così mi sono salvato,</em><br /><em>ma dopo potevo morire, </em><br /><em>però mi sono salvato di nuovo, </em><br /><em>ma dopo volevano uccidermi, </em><br /><em>e ancora mi sono salvato</em>.</span></p></blockquote>



<h2>Cercavamo il sambuco, la pianta preziosa&#8230;</h2>



<p>&#8230;e troviamo il diario che dice <br />«sono un soldato italiano, disonorato», <br />ieri entravo nella città di Roma <br />e «avevo molte croci sul petto», <br />tornavo da una guerra «combattuta a ritroso», <br />era l’otto settembre del quarantatré, <br />i banchi di viale Angelico esponevano l’uva di Terracina, <br />grappoli d’oro agostani, acini enormi, <br />ne mangiai cinque per elemosina, <br />“una vera delizia”, <br />nessuno mi dava ancora la caccia, <br />ero vecchio, «sciupato e lordato», <br />avevo le chele disidratate, <br />ma ne ho compiuti appena ventotto <br />– dice il diario del bambino diacronico –, <br />allora sono giovane o vecchio?, <br />chiede Pietro alla guerra.</p>



<h2>Allora scopriamo la pianta preziosa&#8230;</h2>



<p>&#8230; ha la sigla di Pietro sulla prima pagina, <br />una scrittura minuscola di carbone, di lapis, <br />a volte non rettilinea, <br />simile alla parabola della bomba sganciata, <br />una corda stringe il diario di guerra che dice: <br />ero nel quartiere delle caserme, <br />camminavo al fianco degli accasamenti, <br />settembre aveva ereditato il caldo di agosto, <br />fuggivo dal Foro di M., <br />forse volevo raggiungere il Tevere <br />e poi, in centro, lo studio di un amico poeta, <br />ma a piazza dei Quiriti la radio di una trattoria, <br />dove mi ero fermato per un bicchiere d’acqua, <br />trasmetteva&nbsp;<em>Una strada nel bosco</em>, <br />che&nbsp;<em>è la strada del cuore</em>, <br />che non muore mai più, <br />e io sognavo quel nido semplice, <br />e volevo conoscere il nome <br />della strada nel bosco, <br />e mi fermavo più del dovuto, <br />poi la canzone finì <br />e attaccò una voce “cupa, metallica”, <br />quando il duca di Addis Abeba ci disse: </p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><em>Ora voi dovete cessare, </em><br /><em>quando il maresciallo Badoglio ci disse: </em><br /><em>ogni atto di ostilità.&nbsp;</em></span></p></blockquote>



<h2>La mongolfiera di M. dissipava il suo elio sull&#8217;Appennino&#8230;</h2>



<p>&#8230;un golem laconico regnava sul Vaticano, <br />riaprivano teatri e cinema, <br />al Quirino si aspettava&nbsp;<em>Un marito ideale</em>, <br />gli studenti preparavano gli esami di riparazione, <br />“le ragazze andavano in bicicletta”, <br />“i contadini” entravano nel rettilario di Roma <br />“su carretti trainati da muli e cavalli”, <br />poi l’Eiar trasmise la voce di un basilisco, <br />il duca di Addis Abeba proclamava la resa, <br />a piazza dei Quiriti Pietro ascoltava Badoglio <br />quando annunciò l’armistizio e disse: <br />ogni atto di ostilità <br />contro le forze angloamericane <br />deve cessare, <br />e disse: da parte delle forze italiane, <br />e disse: in ogni luogo, <br />e aggiunse: esse però reagiranno, <br />e disse: a eventuali attacchi, <br />e disse: da qualsiasi altra provenienza, <br />e nel rettilario pochi capirono bene l’antifona, <br />ma Pietro già pensava che&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><em><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Non è finita, </span><br /><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">non è finita, </span><br /><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">non è finita.</span></em></p></blockquote>



<h2>Ma era solo un «disco marziale» che gira&#8230;</h2>



<p>&#8230;e io ascoltavo una voce che ruota <br />– dice Pietro al diario –, <br />mentre Badoglio era già lontano da Roma, <br />e io arrossivo «fino alla cima dei miei capelli», <br />e ricordavo la donna «vecchissima, <br />nella piazzaforte di Dagahbur», <br />nella mia memoria dell’Africa <br />era rimasta la «vecchia matriarca», <br />e il rosso del suo cranio spaccato, <br />e il fucile del miliziano fascista, <br />e il «ciuffo bianco» della criniera dell’Africa, <br />e mentre il duca di Addis Abeba parlava, <br />e ci lasciava «nudi e crudi ai nazisti», <br />io provavo una «vergogna amara», <br />una «decrepitezza precoce», <br />mi sentivo «rotto e confuso, <br />pieno di collera che cerca <br />una sua direzione».</p>



<p>Ora la voce del duca finisce, <br />lascia le creature di Roma nella meraviglia, <br />dalle case delle iguane “straripa un brusio”, <br />dai negozi delle testuggini esce uno stupore, <br />per strada vanno lucertole ingenue e ottimiste <br />che “gridano gioiosamente alla pace”, <br />manticore terrificate scappano <br />verso i “capolinea dei mezzi pubblici”, <br />vogliono raggiungere genitori e figli, <br />e dalle soffitte e dalle cantine <br />i&nbsp;<em>Sillabari rossi</em>, <br />tornati dal loro esilio, <br />preparano i centauri all’attacco, <br />distribuiscono armi, e dicono: </p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><em>Presto combatteremo </em><br /><em>per la libertà e l’uguaglianza, </em><br /><em>subito uccideremo </em><br /><em>il vostro fascismo.</em></span></p></blockquote>



<h2>Ora un insetto stecco si mimetizza&#8230;</h2>



<p>&#8230;tra le querce di Villa Torlonia <br />ed è l’<em>Enciclopedia del fascismo</em>, <br />ora scorgiamo le piastre degli alligatori, <br />le squame di vipere e idre, <br />crocchi di aspidi sibilano <br />su cosa si debba fare, <br />tutti sono nemici di tutti, <br />tra il vecchio e il nuovo nessuno si fida, <br />le lingue biforcute chiedono al nostro fascismo: <br />ma se tu muori, noi come vivremo?, <br />poi “si sciolgono i crocchi”, <br />e i rettili “corrono dietro agli autobus”, <br />e le strade sono deserte nell’oscurità, <br />e “le finestre si spengono” con disciplina, <br />e verso mezzanotte il rettilario ascolta <br />“un nutrito cannoneggiamento lontano” <br />e gli ululati del nuovo nemico <br />portati da un vento di Tuscia, <br />scesi dai Monti Cimini.</p>



<p>L’<em>Enciclopedia della guerra</em>&nbsp;ci mostra la battaglia al mattino, <br />il lupo nazista non è più l&#8217;alleato, <br />vediamo le bombe che lancia, i mortai, <br />il “fuoco violento” sull’Ostiense e sulla via Cassia, <br />su piazza Cola di Rienzo e piazza Cavour, <br />il nostro esercito non è più del nostro fascismo <br />ma non è di nessuno, <br />lo stato maggiore l’ha abbandonato di nuovo <br />e lui non sa a chi obbedire, <br />i cefalopodi vanno a combattere, <br />i cefalopodi non sanno come combattere, <br />ai mercati generali centinaia di salamandre e rane si fanno coraggio, <br />“strisciano lungo i muri”, <br />“si mescolano alle pattuglie” dei cefalopodi, degli astici, dei granciporri, <br />“soccorrono i combattenti feriti”, <br />e i lancieri coi granatieri resistono alla Piramide Cestia, <br />a Porta San Paolo, <br />leggiamo nell’<em>Enciclopedia della guerra</em>.&nbsp;</p>



<p>Nei palazzi di Roma “si bruciano le carte e gli archivi”, <br />mentre gli impiegati tornano a casa: <br />i criceti dai ministeri, <br />i castori dalle banche, <br />le talpe dalle assicurazioni, <br />e i funzionari di Palazzo Chigi <br />“appiccano il fuoco, attizzano fiamme”, <br />rinforzano a badilate i “bracieri” <br />di “cifrari, dispacci, minute” <br />che bruciano in un fumo che sale, <br />e il lupo nazista mitraglia <br />il “bivio della Laurentina” </p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><em>E le campane delle chiese </em><br /><em>suonano per il “vespro”.</em></span></p></blockquote>



<h2>Ora i&nbsp;<em>Sillabari rossi</em>&nbsp;convocano il popolo&#8230;</h2>



<p>&#8230;a piazza Colonna, <br />pubblicano un giornale e l’intitolano&nbsp;<br /><em>Il Lavoro italiano</em>, <br />Pietro ne prende una copia e ricorda <br />che quel foglio prima si chiamava&nbsp;<br /><em>Il Lavoro fascista</em>, <br />allora capisco che i&nbsp;<em>Sillabari</em>&nbsp;mi stanno ammonendo <br />– dice il suo diario di guerra – <br />e ci tengono a che io non sia più fascista, <br />per questo mi chiamano a piazza Colonna <br />insieme a «tutti gli italiani amanti dell’onestà», <br />e mi chiedono se ho «voglia di ringiovanire impugnando un’arma <br />per la libertà nazionale e repubblicana», <br />leggiamo nel diario di guerra <br />annotato nel quartiere delle caserme <br />con la fretta per sottotesto, con la paura.</p>



<p>E io non sono più fascista, <br />non sono fascista, <br />non sono fascista <br />– dice il diario di guerra –, <br />dovrò andare alla piazza e spiegarlo, <br />e sono esausto ma proverò <br />a ringiovanire, <br />e i&nbsp;<em>Sillabari</em>&nbsp;mi devono credere, <br />userò parole sincere, <br />dirò quello che è successo e chi sono, <br />e per piacere non voglio il lupo nazista, <br />per cortesia sentite i cannoni e le bombe?, <br />quelle bestie sono feroci, <br />vengono qui a divorarci, <br />davvero dobbiamo combattere ancora? </p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><em>Non è meglio </em><br /><em>morire, </em><br /><em>morire, </em><br /><em>morire?</em></span></p></blockquote>



<h2>Ma non ho diritto al riposo&#8230;</h2>



<p>&#8230;dice il diario di guerra –, <br />ora vado alla piazza e lo spiego, <br />ora “Roma è deserta”, <br />ma non è il “silenzio solito”, <br />c’è un “vuoto creato dalla paura”, <br />poi c’è chi si fa forza, <br />“su via Cola di Rienzo incontro” cefalopodi <br />“che vanno verso le mura in reparto” <br />contro il lupo nazista, <br />e testuggini e rane li “acclamano”, <br />e penso che “c’è uno sforzo da compiere”, <br />e «sul selciato di piazza Colonna» <br />mi ritrovo nei «drappelletti», <br />con «uomini di diversa immaginazione», <br />“non c’è molta gente, ma c’è una grande inquietudine”, <br />scoiattoli dalla fronte larga indossano <br />le loro tute operaie, <br />portano ghiande e cortecce, <br />camaleonti dagli occhi globosi <br />vengono con le camicie di cotone slacciate, <br />gli abiti lisi eleganti di intellettuali, <br />e dilatano e restringono le loro palpebre <br />di giornalisti, poeti, romanzieri e pittori, <br />e tutti circondiamo un camion <br />dal quale i&nbsp;<em>Sillabari</em> distribuiscono <br />«archibugi disusati e pistolettoni di modello antico», <br />e finalmente li vedo, <br />i&nbsp;<em>Sillabari</em>, <br />e loro vedono me, <br />e sento «gli occhi aperti dei morti su noi che viviamo», <br />e vedo la mia «gioventù riconquistata», <br />e inizia <br />la mia resistenza, <br />la mia resistenza, <br />la mia resistenza.</p>



<p>Pietro vede “carri di giovani scamiciati, che agitano bandiere”, <br />partire verso Porta San Paolo dov’è il lupo nazista, <br />poi “scoppiano due bombe” <br />e qualcuno grida che le ha gettate un fascista, <br />poi le creature di Roma aspettano il comizio dei&nbsp;<em>Sillabari</em>, <br />cince e martin pescatori si posano sulla colonna di Marco Aurelio, <br />polpi e cannolicchi fanno gruppo a piazza Colonna <br />nella vasca della fontana asciugata, <br />i cercopitechi si dondolano dai portici di Palazzo Wedekind, <br />motociclisti in divisa “attraversano rapidamente la piazza, <br />da largo Chigi imboccano il corso sparando”, <br />e Pietro dice al diario: sparano in aria, <br />ma noi scappiamo tutti nella Galleria. </p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><em><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">E fuggono i roditori coi camaleonti, </span></em><br /><em><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">e gli uccelli prendono il volo, </span></em><br /><em><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">e le scimmie si arrampicano </span></em><br /><em><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">fino alla statua di Paolo.</span></em></p></blockquote>



<h2>Poi il bambino diacronico&#8230;</h2>



<p>&#8230;sta “appiattito contro la saracinesca <br />di un negozio, abbassata” nella Galleria <br />– leggiamo nel diario di guerra – <br />e pensa&nbsp;<em>non è meglio morire, morire, morire?</em>, <br />poi si volta a destra e scorge un uomo <br />che sfila un’arma da sotto la giacca, <br />una “pistola enorme”, <br />e riconosce il Comunista nell’uomo, <br />non lo incontra da anni, <br />da quella riunione a Palazzo Braschi, <br />quando il Comunista era già comunista, <br />e il nostro fascismo lo sapeva bene, <br />e Pietro lo chiama, <br />e il Comunista lo vede e si scambiano un cenno.</p>



<p>Poi la sparatoria si ferma <br />e il Comunista mi indica di seguirlo <br />su per una scala <br />dietro la Camera dei deputati <br />– dice Pietro al diario –, <br />e gli vado dietro e mi porta <br />a una guardiola, <br />qui i&nbsp;<em>Sillabari rossi</em>&nbsp;“discutono animatamente, <br />chiedono ancora più armi” <br />e li circondano donnole e cani procioni, <br />istrici e topi muschiati, <br />“poi ce ne andiamo” <br />e camminiamo insieme <br />– dice Pietro al diario – <br />e il Comunista mi chiede <br />se sono ufficiale <br />e rispondo di sì, <br />poi mi chiede <br />se sono ancora fascista <br />e rispondo di no, <br />poi al ponte Umberto mi dice: <br />sei pronto? </p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><em>E ora inizia </em><br /><em>la mia resistenza, </em><br /><em>la mia resistenza, </em><br /><em>la mia resistenza.</em></span></p></blockquote>



<p class="has-text-align-center has-large-font-size"><em><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">∞ ∞ ∞</span></em></p>



<p class="has-regular-font-size">Da&nbsp;<em>Storia aperta</em>, Bompiani 2021, cap. X,&nbsp;<em>La città dei bambini (1943-1945)</em>, pp. 196-201.&nbsp;</p>



<p class="has-regular-font-size"><strong>Alfredo Orecchio</strong> fu partigiano nei Gruppi di azione patriottica, Brigate Garibaldi, organizzati a Roma dal Partito comunista italiano, dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944. Operò nel Gap della III zona (Flaminio, Parioli, Trieste, Salario) prima come responsabile militare (fino al 31 dicembre 1943), poi come gregario (cfr. Presidenza del Consiglio dei ministri, Commissione laziale per il riconoscimento della qualifica di partigiano e patriota, <em>Attestato di partigiano combattente di Alfredo Orecchio</em>, prot. n. 7091, Roma, 21 aprile 1949; Regio esercito italiano, <em>Stato di servizio nell’esercito, Alfredo Orecchio</em>; Mario Fiorentini,&nbsp;<em>Sette mesi di guerriglia urbana. La Resistenza dei GAP a Roma</em>, a cura di Massimo Sestili, Odradek, Roma 2015, pp. 98, 139).</p>



<h2>CITAZIONI</h2>



<p class="has-regular-font-size">Di Alfredo Orecchio, tra «…»: “Così ritrovammo la gioventù”,&nbsp;<em>Paese Sera</em>, 9 settembre 1953 (l’8 e il 9 settembre 1943: le parole di Badoglio, la manifestazione a piazza Colonna, la donna uccisa a Dagahbur).</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p><strong><span class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Tra “…”:</span></strong></p></blockquote>



<ul class="has-regular-font-size"><li>Fausto Coen, <em>Una vita tante vite</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004 p. 88 (l’uva di Terracina a viale Angelico).</li><li>Miriam Mafai, <em>Pane nero. Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale</em> (1987), Ediesse, Roma 2008, pp. 179 sgg. (ragazze in bicicletta, contadini in città).</li><li>Luciana Castellina, <em>La scoperta del mondo</em>, nottetempo, Roma 2011, p. 52 (8 settembre: dopo aver trasmesso la canzone <em>Una strada nel bosco</em>, l’Eiar annuncia l’armistizio).</li><li>Lorenzo D’Agostini e Roberto Forti (a cura di), <em>Il sole è sorto a Roma. Settembre 1943</em>, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Roma 1965, pp. 24-25 (la voce metallica di Badoglio e la reazione della popolazione romana), 39-40 (cannoneggiamenti tedeschi su via Cola di Rienzo e piazza Cavour), 44 sgg. (settembre 1943: la battaglia di Roma).</li><li>Giorgio Amendola, <em>Lettere a Milano 1939-1945</em>, Editori Riuniti, Roma 1973, pp. 159, 162-163, 166-167 (8 e 9 settembre 1943, la battaglia di Roma e il raduno di piazza Colonna).</li><li>Carla Capponi, <em>Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista</em>, il Saggiatore, Milano 2000, pp. 93 sgg. (la battaglia di Porta San Paolo).</li><li>M. Fiorentini, <em>Sette mesi di guerriglia urbana</em>, cit., p. 32 (scontri di Porta San Paolo).</li><li>Paolo Monelli, <em>Roma 1943</em> (1945), Einaudi, Torino 2012, pp. 197-217 (settembre 1943: la battaglia di Roma, gli archivi bruciati).</li><li>Carlo Trabucco, <em>La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell’occupazione tedesca</em> (1945), Borla, Torino 1954, pp. 11 sgg. (settembre 1943: la battaglia di Roma).</li><li>L’incontro tra Migliorisi e il Comunista nella Galleria Colonna durante la sparatoria del 9 settembre è ispirato alle <a href="https://davideorecchio.it/2019/04/25/pertini-chiedeva-le-armi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">memorie di Aldo Natoli, che nella Galleria vide Giaime Pintor estrarre una pistola e fare fuoco</a>, cfr. Giovanni Falaschi (a cura di), <em>Giaime Pintor e la sua generazione</em>, Manifestolibri, Roma 2005, pp. 323-324.</li></ul>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="87PIAe4KuS"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/24/il-25-aprile-di-mio-padre/">Il 25 aprile di mio padre</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Il 25 aprile di mio padre&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/24/il-25-aprile-di-mio-padre/embed/#?secret=87PIAe4KuS" data-secret="87PIAe4KuS" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p></p>
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		<title>Il paese delle persone integre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Sep 2022 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[AmnestyInternational]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mariasole Ariot</strong> <br /> È con un bianco e nero di un passato non ancora risolto, e che a più riprese riappare nella storia del paese, che il regista de "Il paese delle persone integre" (presentato il 4 settembre alla Mostra del Cinema di Venezia) apre il film documentario...]]></description>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="512" height="713" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Locandina.jpg" alt="" class="wp-image-99347" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Locandina.jpg 512w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Locandina-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Locandina-150x209.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Locandina-300x418.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Locandina-302x420.jpg 302w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure></div>



<p class="has-text-align-center">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>



<p>È con un bianco e nero di un passato non ancora risolto, e che a più riprese riappare nella storia del paese, che il regista de <em>Il paese delle persone integre</em> (presentato il 4 settembre alla Mostra del Cinema di Venezia) apre il film documentario che schiude una porta ad una storia sottratta alla narrazione dei media occidentali: la storia del Burkina Faso.</p>



<p>Un bianco e nero che non è solo scelta stilistica, ma scelta necessaria: dire il non detto, l’oscurato.</p>



<p><br />Christian Carmosino Mereu si reca nel paese l’ottobre 2014 per realizzare un documentario in collaborazione con l’Università Roma Tre, il 27 ottobre scoppiano le proteste di piazza di un popolo reduce da 27 anni di dittatura: Blaise Campaoré, l’uomo che nel 1987 ha portato alla morte del rivoluzionario Sankara in un colpo di stato sostenuto da Francia e Stati Uniti, ha indetto un referendum per una modifica costituzionale che gli permetterebbe di prolungare ulteriormente il mandato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="429" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/foto-numero-1-1024x429.jpg" alt="" class="wp-image-99341"/></figure>



<p>Carmosino decide di restare e partecipare all’insurrezione popolare. La telecamera si muove veloce nei sussulti, si inclina, un movimento accelerato e piegato come fosse un corpo in rivolta, e attraverso la fuga dagli spari, il regista e la camera sempre accesa entrano nei territori fisici e metaforici della lotta. Quattro giorni che non prevedono pausa e ritorno alla base, la notte sulle panchine, gli incontri.</p>



<p>Le grida dei giorni portano il ricordo della volontà di cambiamento di un passato mai dimenticato, un passato remoto ancora vivo nei ricordi di chi l’ha attraversato e di chi l’ha conosciuto per memoria collettiva. Gli anni di Sankara – lo stesso che ha ribattezzato la nazione dell’<em>Alto Volta </em>in <em>Le pays des hommes intègres</em>, Burkina Faso – tornano nei canti, nella ritmicità delle voci di protesta, motore che muove la spinta all’abolizione di un potere malato in ricordo di un’epoca, quella di Sankara, guidata da un governo di impronta socialista che spingeva per la rinascita del paese.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="429" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2-1024x429.jpg" alt="" class="wp-image-99342" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2-1024x429.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2-300x126.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2-768x322.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2-1536x644.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2-150x63.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2-696x292.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2-1068x447.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2-1920x804.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2-1003x420.jpg 1003w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Foto-2.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Il paese delle persone integre: un’integrità che vorrebbe essere lacerata dall’alto, ma che, nonostante la ferita,  continua nella direzione contraria alla resa.</p>



<p><br />Se il bianco e nero traccia e demarca il tragico e l’ombra dell’offesa e della violenza nei confronti dei manifestanti, il viraggio al colore accade quando Campaoré abbandona il paese e fugge in esilio.</p>



<p><br />Una parentesi di rinascita al grido di liberazione, la musica che apre ad una dimensione di sguardo che si volge al futuro.</p>



<p>I corpi, come la telecamera, sono adesso rivolti all’alto, si raddrizzano con fierezza, l’obiettivo partecipa alla danza. Dagli sguardi tesi delle prime scene, allo stato di gioia e speranza di un ottobre che segna una dichiarazione di resistenza e mutamento. &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="429" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae-1024x429.jpg" alt="" class="wp-image-99343" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae-1024x429.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae-300x126.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae-768x322.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae-1536x644.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae-150x63.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae-696x292.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae-1068x447.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae-1920x804.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae-1003x420.jpg 1003w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/raggae.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Restano le macerie nei luoghi del potere: là dove nelle strade assediate il frastuono delle cose viene ripulito dai manifestanti ne giorni seguenti, a segno di memoria i resti e i detriti (reali e simbolici) vengono lasciati a testimonianza nella sede del Parlamento.</p>



<p>Il regista riparte, torna in Italia.</p>



<p>Nel 2015, alla notizia di nuovi attacchi alla popolazione (un nuovo colpo di stato militare depone il potere dell’allora presidente in carica provvisoria) Carmosino riparte nell’immediato per un reportage televisivo. Ma è là, nuovamente in una terra che negli anni è diventa una seconda casa, che decide di rimanere, seguendo le tracce di quattro persone:</p>



<p>il musicista raggae <strong>Sam’sk LeJah</strong>, simbolo della contestazione nei confronti della dittatura e premiato da Amnesty International come Ambasciatore di coscienza, <strong>Assanata Ouedraogo</strong>, una giovane donna, madre, che il regista ha conosciuto nei giorni delle proteste del 2014 e di cui seguiremo i passi tra gli scorci del suo quotidiano, <strong>Ghost</strong>, operaio in miniera, <strong>Yiyé Consant Bazié</strong>, candidato alle elezioni e protagonista di campagne di informazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="429" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere-1024x429.jpg" alt="" class="wp-image-99344" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere-1024x429.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere-300x126.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere-768x322.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere-1536x644.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere-150x63.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere-696x292.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere-1068x447.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere-1920x804.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere-1003x420.jpg 1003w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/miniere.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>È così che il passaggio dalla visione esterna a quella più intimista che fa parlare l’altro si amplifica, un dialogo tra la parola che narra del regista &#8211; la voce fuori campo che accompagna il girato &#8211; e gli incontri in forma di visione o di voce dei tre uomini e della donna che ha scelto di seguire.</p>



<p>L’occhio del regista che osserva dal fuori si sposta in direzione dello sguardo altro, del dire attraverso la parola dei protagonisti.</p>



<p>Come ha dichiarato Carmosino: “Cambiare sguardo è un atto politico”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="429" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino-1024x429.jpg" alt="" class="wp-image-99345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino-1024x429.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino-300x126.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino-768x322.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino-1536x644.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino-150x63.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino-696x292.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino-1068x447.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino-1920x804.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino-1003x420.jpg 1003w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/Donna-Carmosino.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Se nella prima parte de <em>Il paese delle persone integre</em> è ricorrente l’uso del fermo immagine sul volto delle persone, intervallato da un nero di silenzio, nella seconda la macchina da presa procede nel suo fluire – pur mantenendo l’interpunzione con brevi pause di silenzio e schermo nero, quando una sospensione accade nel reale.</p>



<p>I primi fermi immagine catturano, quasi a presentazione e ad accenno delle tracce che verranno poi seguite, le persone che nell’evolversi dell’opera cinematografica prenderanno uno spazio esistenziale maggiorato di grado.</p>



<p><br />Nella seconda parte del film, alcuni scorci e rappresentazioni dell’attuale del paese riportano il regista (e lo spettatore) ad un passato personale – ma universalizzato – di fermento della parola politica e sociale: locande in cui giovani e anziani si accendono nella discussione di temi, questioni sociali, ideali che oggi, qui, vediamo crollare, disperdersi, sotterrati da un brusio superficiale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="429" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar-1024x429.jpg" alt="" class="wp-image-99346" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar-1024x429.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar-300x126.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar-768x322.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar-1536x644.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar-150x63.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar-696x292.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar-1068x447.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar-1920x804.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar-1003x420.jpg 1003w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/dibattiti-bar.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>E lo stesso fermento anima le riunioni politiche, nei ricordi della vita e delle conquiste e dei tentativi di apertura sociale, economica e politica di Sankara.</p>



<p>Uno popolo connotato dalla volontà della possibilità, del rovesciamento di un passato ancora presente. Nonostante la situazione tragica del paese, la povertà, le difficoltà del quotidiano e l’allerta costante, Carmosino ci mostra come il popolo dei burkinabé resti nell’acceso, non si chini passivamente all’offesa, in un noi collettivo che nel pronome plurale trova la sua forza.</p>



<p>Una dimensione radicalmente diversa da quella che oggi, nel paese da cui osserviamo, stiamo perdendo a favore di un individualismo spento, nell’accettazione passiva e impotente rispetto al cambiamento, o nella una forma di un crescendo rancoroso desertificante.&nbsp;</p>



<p><br />Se dal 2015 a oggi il Burkina Faso è diventato territorio di conquista da parte di Is e Al Qaeda e contingenti militari occidentali sono schierati nella regione, se un nuovo colpo di stato del 2022 ha portato nuovamente il regime militare al potere<em>, Il paese delle persone integre</em> ci parla allora non solo della condizione di quel territorio taciuto, ma parla anche&nbsp; a (di) un occidente che si sfalda nella storia, che dimentica e offusca con una patina di grigio &nbsp;ciò che sta accadendo nell’altrove, e in un <em>qui</em> in cui lo spirito di resistenza cede in direzione di cecità: quel non voler vedere che il film cerca di ribaltare.</p>



<p>Note:</p>



<p><em>Il Paese delle persone integre</em> è stato patrocinato da <strong>Amnesty International</strong>.</p>



<p>Christian Carmosino Mereu è un regista, produttore, docente e operator culturale attivo in Europa e in Africa da più di venticinque anni. È stato direttor artistico di festival e rassegne dedicate al cinema documentario, come [CINEMA.DOC], Doc/it Professional Award e Il Mese del Documentario, e dal 2022 è direttore artistico del Rome International Documentary Festival. Dal 2006 è responsabile tecnico del Centro di Produzione Audiovisivi dell’Università degli Studi Roma Tre, coordinatore del Master in Cinema Documentario.</p>



<p>Per la filmografia completa www.carmosino.com </p>
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		<title>La salvezza non viene dalla Storia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/03/08/guerra-in-ucraina-la-salvezza-non-viene-dalla-storia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Georgi Gospodinov]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Natascha Wodin]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Svetlana Aleksievič]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
È una guerra che si muove, e viene raccontata, come sotto dettato della storia. È inevitabile? Se lo è, siamo fregati, perché la fine è nota ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-left">di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-96850" width="1024" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/pace-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-default td_pull_quote td_pull_left" style="max-width:402px;margin-top:89px;margin-bottom:422px"><p><strong>ACHILLE</strong> <br />Meglio quel tempo che non c’era l’Ade. Allora andavamo tra boschi e torrenti e, lavato il sudore, eravamo ragazzi. Allora ogni gesto, ogni cenno era un gioco. Eravamo ricordo e nessuno sapeva. Avevamo del coraggio? Non so. Non importa. So che sul monte del centauro era l’estate, era l’inverno, era tutta la vita. Eravamo immortali.<br /><br /><strong>PATROCLO</strong> <br />Ma poi venne il peggio. Venne il rischio e la morte. E allora noi fummo guerrieri.<br /><br />[&#8230;]<br /><br /><strong>EDIPO</strong> <br />E la mia febbre è il mio destino – il timore, l’orrore perenne di compiere proprio la cosa saputa.</p><cite><strong>Cesare Pavese, <em>Dialoghi con Leucò</em></strong></cite></blockquote>



<p></p>



<p class="has-text-align-justify" style="font-size:19px">Io, figuriamoci, io, non so come né quando finirà questa terribile guerra, non ho idea di come alleviare le sofferenze che gli ucraini, invasi dai russi, patiscono, sono del tutto impotente, sono impotente persino di fronte alla fragilità di una signora ucraina che, al mio fianco, alla manifestazione per la pace di Roma, non smette di piangere, piange più forte delle parole pronunciate dal palco, più forte degli appelli al diritto e alla pace, più forte degli slogan contro Putin o contro la Nato, piange con tutta la forza che le offre il corpo, piange contro la guerra e contro la storia, eppure è inerme mentre un imbecille, col proprio smartphone, la fotografa.<br /><br />Ma un’idea, ed entriamo nella seconda settimana dall’aggressione di Putin, me la sto facendo, e voi penserete che è un&#8217;idea sbagliata ma io, anche se è un&#8217;idea sbagliata, preferisco non tenerla per me, perché riguarda le parole che usiamo, i concetti che adoperiamo, la Storia che invochiamo di continuo per illustrare moventi, modelli, comportamenti, la storia peggiore, quella barbarica del secolo che abbiamo alle spalle, la storia delle guerre totali che adesso interroghiamo per trovare risposte, o che evochiamo con la leggerezza di apprendisti stregoni. <br /><br />Putin, calpestando ogni principio di civiltà, diritto e buon senso, ha aggredito l’Ucraina. I soldati muoiono, i civili muoiono, muoiono i bambini sotto i mortai. E intanto, le parole che scandiscono azioni e interpretazioni emergono da un lessico troppo inquietante. Pare che molti vogliano rivivere il peggiore dei mondi di ieri, o che siano talmente spaventati dal suo ritorno da, senza accorgersi, già aprirgli le porte: con le parole. <br /><br />Putin ha detto di voler &#8220;denazificare&#8221; l’Ucraina, ha dichiarato guerra con questo slogan, precipitandoci nel 1945. Poi il &#8220;discorso&#8221; è proseguito. Titoli di giornali hanno evocato lo spettro di &#8220;un&#8217;altra Stalingrado” per l’assedio di Kiev, o il fallimento del &#8220;Blitzkrieg dei russi&#8221;. Analisti e storici hanno messo in guardia dal sottovalutare Putin, agitando analogie con l&#8217;Hitler degli anni Trenta, prima dell’epifania sterminatrice del Führer. Ma chi mai lo sottovaluta, Putin?, vorrei sapere, chi mai lo sottovaluta? <br /><br />Politici e persone comuni hanno motivato l&#8217;armamento dell&#8217;Ucraina, approvato dai principali Parlamenti europei, evocando la Resistenza e i partigiani della Seconda guerra mondiale. <br /><br />E poi, un po&#8217; di Churchill qui, un po&#8217; di Chamberlain lì&#8230; <br /><br />È una guerra che si muove, e viene raccontata, come sotto dettato della storia. La storia detta le analisi, le virtù alle quali ispirarsi, le accuse reciproche. &#8220;Sei tu il nazista&#8221;. &#8220;No, il nazista sei tu&#8221;. Nessun <em>villain</em> sembra credibile, se non indossa una casacca del secolo scorso. È inevitabile? Mi risponderete che sì, è inevitabile, perché c&#8217;è l&#8217;Europa di mezzo, continente conformato sul sedimento di guerre e di morte. <br /><br />Mi risponderete (e vi darò ragione) che, per capire il conflitto tra Russia e Ucraina, devi <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theguardian.com/books/2022/mar/06/five-of-the-best-books-about-russia-and-ukraine" target="_blank">interrogare la storia</a> che le accomuna e divide, dalla Rus&#8217; di Kiev all&#8217;impero degli zar, dalle carestie ucraine degli anni Venti alla collettivizzazione forzata di Stalin, dal crollo dell&#8217;impero sovietico a oggi. <br /><br />Mi risponderete che è una guerra tra eredi, una maledizione e non esistono altre parole per dirla. Ma, se queste parole sono inevitabili, vi rispondo io, allora siamo fregati, perché la fine è nota. <br /><br />Ecco, la mia idea è che, se continuiamo così, finirà molto male. Perché opereremo resurrezioni che solo i pazzi e i violenti desiderano. Riporteremo in vita il peggiore Frankenstein novecentesco. Accetteremo, agiremo e poi subiremo una storia di guerre che si vogliono ripetere. Allora si avvererà quanto scritto in quel libro bello e profetico, <em>Cronorifugio</em> di Georgi Gospodinov, e &#8211; mi ripeto &#8211; saremo tutti fregati. È esattamente il programma di Putin. Ma può essere il nostro?<br /><br />L&#8217;uso delle parole, l&#8217;uso della storia&#8230; Lo so che può apparire un tema irrilevante dinanzi ai massacri quotidiani, alla carneficina da Mariupol a Kiev, e se così vi sembra vi chiedo scusa, e chiedo perdono a chi sta soffrendo. Eppure non riesco a togliermi dalla testa che, se dici “Hitler”, un giorno avrai Hitler, e se dici &#8220;guerra mondiale&#8221;, un giorno l&#8217;avrai. <br /><br />Non è che dobbiamo dimenticare la storia, fare finta che non ci sia stata, ignorarla o lenirne il ricordo come un brutto incubo. Sarebbe un errore anche più grave, per carità. Ma non possiamo nemmeno riesumarla, individuandone presunti <em>pattern</em> che assomigliano a destini ineluttabili. Non possiamo parlare solo con le parole di ieri. Quelle sono parole di tenebra e di morte. Dobbiamo ostinatamente cercare qualcosa di nuovo, per la salvezza dell&#8217;Ucraina, per la pace in Ucraina e per tutti noi. La soluzione appunto, la pace, la difesa di nuovi princìpi, il diritto alla vita, il diritto a non essere aggrediti, l’abrogazione della guerra, la diplomazia dei negoziati, qualcosa che si incarni in nuove parole, perché forse può ancora nascere un mondo nuovo, forse possono finire le repliche in tragedia, non in farsa, del vecchio mondo.<br /><br />Guardate: la storia non insegna nulla a nessuno. Ma certo, se orienti le tue azioni nel presente, e le tue interpretazioni del presente, cercando ossessivamente modelli di comportamento nel passato, non sei tanto condannato per destino a ripetere la storia, quanto è tua intenzione precisa riviverla. È questo è troppo. Questo è il fallimento di un’umanità. Questo è colpevole.<br /><br />In tempi di guerra la storia può essere cattiva maestra. Può essere deposito radioattivo di crimini e di paura, zona oscura, sentimento del passato che induce a scelte sbagliate. È avvenuto spesso, nel corso di grandi crisi e fratture storiche, che i protagonisti guardassero indietro a eventi simili, angosciati dal timore di ripetere errori di altri, e, quasi senza accorgersene, proprio in ragione di questa angoscia e di questa ossessione, che cedessero a una pulsione di replica, e che quegli errori li ripetessero. <br /><br />La storia è piena di linee Maginot e di accuse di bonapartismo.<br /><br />Ma io non voglio che rinasca il mondo di ieri. Voglio un mondo nuovo che conosca la storia e, proprio per questo, se ne liberi.<br /><br />Ammette la grande scrittrice Svetlana Aleksievič in <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.corriere.it/politica/22_marzo_05/premio-nobel-svetlana-aleksievich-il-regime-sostenuto-russia-profonda-che-si-sente-umiliata-b1ce6158-9bfa-11ec-87e9-1676e8d33acb.shtml" target="_blank">una bella intervista al Corriere</a>: “I miei libri si ostinano a non voler diventare storia. (&#8230;) La Russia torna sui suoi passi, cammina facendo dei giri”. <br /><br />Come fai ad aggiustare un mondo in guerra che “cammina facendo dei giri”? Se potessi saperlo, se solo potessi, ma non lo so, non lo so. Ma comincerò per quanto posso dalle parole; forse sono armi meno spuntate di quanto si creda.<br /><br />Non riduciamoci di nuovo a schiavi del passato, una volta di troppo. Non pronunciamone le parole malate. Pretendiamo una storia nuova e diversa. La pace. La vita. E parole nuove per dirle.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-96852" width="1024" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/libri-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>Giovani al comando, rivoluzionari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Feb 2020 07:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Gioventù rivoluzionaria]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Gorgolini]]></category>
		<category><![CDATA[partito comunista italiano]]></category>
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		<category><![CDATA[Salerno editrice]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[storia contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Gorgolini (Pubblichiamo un estratto da Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale, di Luca Gorgolini. Salerno Editrice, pp. 296. In libreria dal 30 gennaio 2020) Nel corso del biennio «multiforme e multicolore», in cui si sovrapposero «spinte democratiche, rivoluzionarie e autoritarie», che precedette i due appuntamenti congressuali del gennaio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Gorgolini</strong></p>
<p><em>(Pubblichiamo un estratto da </em><a href="https://www.salernoeditrice.it/prodotto/gioventu-rivoluzionaria/" target="_blank" rel="noopener">Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale</a><em>, di Luca Gorgolini. Salerno Editrice, pp. 296. In libreria dal 30 gennaio 2020)</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-82831" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-219x300.jpg 219w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-768x1051.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-748x1024.jpg 748w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-250x342.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-200x274.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-160x219.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini.jpg 935w" sizes="(max-width: 219px) 100vw, 219px" /></p>
<p>Nel corso del biennio «multiforme e multicolore», in cui si sovrapposero «spinte democratiche, rivoluzionarie e autoritarie», che precedette i due appuntamenti congressuali del gennaio 1921, durante i quali vennero sancite la fondazione del Partito Comunista d’Italia e la trasformazione della Federazione giovanile socialista nella Federazione giovanile comunista, non prese forma alcuna rivoluzione e la stagione di lotte animata dalle classi popolari terminò con la sconfitta del movimento operaio e l’affermazione delle forze reazionarie.</p>
<p>Il Partito Socialista che nel marzo 1919 aveva approvato la propria adesione all’Internazionale comunista si trovò paralizzato, costretto tra gli attendismi dei riformisti, che continuavano a credere nella necessità di ottenere in Parlamento l’approvazione di un programma di riforme parziali che consentisse la trasformazione dell’Italia in una moderna democrazia, e i massimalisti che credevano nella possibilità di innescare un moto rivoluzionario ma non fornivano indicazioni chiare sui modi e sui tempi di attuazione dello stesso.</p>
<p>Per quel che riguarda la Federazione giovanile, con la conclusione del conflitto, essa si dimostrò capace di assumere un ruolo di guida nel processo di ricostruzione degli organismi del movimento internazionale, fortemente indebolito dalla stretta repressiva messa in atto dai governi nell’ultimo anno di guerra al fine di arginare le proteste che stavano minacciando ovunque la tenuta dei fronti interni: nel maggio del 1919 i dirigenti italiani rivolsero un appello ai giovani socialisti e proletari di tutti i paesi in cui si parlava di «armamento del popolo», «sciopero generale rivoluzionario», «dittatura proletaria»; a settembre Luigi Polano, segretario della Federazione italiana, venne nominato fiduciario dell’Internazionale per molti paesi, tra i quali la Francia, gli Stati uniti e la Spagna; a novembre egli partecipò al congresso di fondazione dell’Internazionale giovanile comunista che si tenne a Berlino, entrando a far parte del Comitato esecutivo. A quell’appuntamento il dirigente italiano si presentò forte di un’organizzazione che contava ormai 35.000 iscritti, seconda, tra le 14 federazioni nazionali rappresentate, solamente alla potente compagine russa e ai suoi 80.000 aderenti.</p>
<p>Sul versante delle dinamiche interne, le posizioni si cristallizzarono attorno a tre gruppi che si confrontarono per tutto il 1919: il gruppo astensionista (guidato dal bordighiano Giuseppe Berti), il gruppo ordinovista (rappresentato da Umberto Terracini) e il gruppo massimalista del segretario Polano che nella primavera del 1920 prese però le distanze da Serrati, leader dei massimalisti del PSI, il quale si era dichiarato convinto che in quel momento storico fossero venute meno in Italia le condizioni per portare a termine un moto rivoluzionario e che fosse necessario salvaguardare l’unità del partito, allontanando in questo modo la minaccia dell’espulsione dei riformisti. Al contrario, il Comitato centrale della Federazione credeva che fosse venuto il tempo di operare attivamente alla costruzione di un partito nuovo, rivoluzionario e su base comunista. Un percorso che subì un’accelerazione sotto la spinta delle decisioni assunte nel corso del II congresso dell’Internazionale comunista che si tenne a Mosca nel luglio agosto del 1920, durante il quale vennero approvate le 21 condizioni poste da Lenin e che i partiti socialisti avrebbero dovuto accogliere per aderire al Komintern. Il 20 ottobre a Milano il gruppo dei “comunisti puri” sottoscrisse il manifesto programma della propria frazione che prevedeva l’espulsione dei riformisti e l’«azione insurrezionale del proletariato» sia con mezzi legali che con mezzi illegali. A firmarlo furono Bombacci, Bordiga, Fortichiari, Gramsci, Misiano, Polano e Terracini.</p>
<p>Le indicazioni di Lenin avevano dunque favorito il superamento delle divisioni e tracciato un percorso comune su cui tutti si ritrovarono. Seguirono l’incontro di Imola (28-29 novembre 1920) e la riunione del Consiglio nazionale della FGSI (Genzano, 5 dicembre 1920) con cui il movimento giovanile dichiarava di aderire «incondizionatamente alla frazione comunista». Così a Livorno, nella seduta inaugurale (15 gennaio) del XVII Congresso nazionale del PSI, Secondino Tranquilli (alias Ignazio Silone), direttore dell’«Avanguardia», nel portare il saluto dei giovani invitò i congressisti «a bruciare il fantoccio dell’unità»; a seguire, il 21 gennaio, resi noti i dati della votazione delle mozioni che assegnarono la maggioranza ai comunisti unitari di Serrati, Luigi Polano prese la parola per comunicare che da quel momento la Federazione giovanile socialista dichiarava sciolto il proprio impegno di adesione al Partito Socialista siglato tredici anni prima, nel 1907.</p>
<p>Il passo decisivo era ormai compiuto. Nella stessa giornata la frazione comunista riunitasi al teatro San Marco diede vita al Partito Comunista d’Italia, il cui gruppo dirigente risultava composto quasi per intero dalla generazione di militanti che aveva svolto la prima parte del proprio tirocinio politico negli anni che andavano dalla guerra di Libia allo scoppio della Grande Guerra e che avevano spinto la Federazione giovanile lungo la strada del massimalismo rivoluzionario: tra gli altri Bordiga, Gramsci, Fortichiari, Grieco, Terracini. Il Partito Comunista Italiano nasceva presentando il profilo di un «partito di giovani»: l’età media dei componenti il Comitato centrale era di soli 36 anni.</p>
<p>Alcuni giorni più tardi, a Firenze (nella città dove nel 1903 si era costituita la Federazione nazionale giovanile socialista), i congressisti intervenuti all’VIII congresso della FIGS approvarono a larghissima maggioranza l’adesione al neonato PCd’I e la nuova denominazione del movimento che diventava: “Federazione giovanile comunista”. Nel suo gruppo dirigente, composto da giovani formatisi negli anni della guerra, comparivano alcune personalità destinate ad assumere un ruolo di primo piano nella storia del PCI, come nel caso di Luigi Longo e Pietro Secchia.</p>
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