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	<title>studenti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La costruzione di una storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jun 2019 05:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Pubblico qui  l&#8217;introduzione a L&#8217;Officina del Racconto,un un progetto speciale nato per dare valore all’attività meritoria che viene fatta da insegnanti e intellettuali dentro le scuole, per stimolare la curiosità, la predisposizione alla lettura, la creatività dei ragazzi e mostrare che, nell’aridità schematica dei programmi scolastici, c’è lo spazio per iniziative potenti, coinvolgenti. La pubblicazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblico qui  l&#8217;introduzione a <em>L&#8217;Officina del Racconto,</em>un un progetto speciale nato per dare valore all’attività meritoria che viene fatta da insegnanti e intellettuali dentro le scuole, per stimolare la curiosità, la predisposizione alla lettura, la creatività dei ragazzi e mostrare che, nell’aridità schematica dei programmi scolastici, c’è lo spazio per iniziative potenti, coinvolgenti. La pubblicazione del libro serve non solo per darne contezza, ma anche per invitare a un’espansione di questo tipo di progetti.<br />
 &nbsp;</p>
<p>Gli autori sono più di centocinquanta: gli studenti che hanno preso parte a questa solida impresa; e otto capicantiere: <strong>Valerio Aiolli, Elisa Biagini, Enzo Fileno Carabba, Rino Garro, Emiliano Gucci, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Marco Vichi</strong>.</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Rino Garro</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
Procurati una penna, fogli bianchi formato A4, un taccuino: è tutto ciò che ti serve per il momento. Percorri il lungo corridoio prima di giungere all’ultima aula, non propriamente aula. Ha la porta a vetri zigrinati, chiusa. Vedi ombre caute lì dietro, le immagini, ingrandirsi come istrici in controluce. Poi però senti un chiacchiericcio e delle risate, e anche un urlo. Sono già arrivati, ti dici, e ti aspettano. Non sanno chi sei, o forse sì. È chiaro che devi essere un insegnante, ti vedono sempre in giro nei vari plessi dell’istituto con registri gialli e rossi, anche se non sanno cosa insegni, in quali classi. Esiti un momento prima di bussare; ti aggiusti il collo della camicia, con l’indice riporti in alto gli occhiali che ti scivolano continuamente lungo il naso. Tiri anche un bel respiro; accenni un sorriso. Paura, per caso? Certo che no, ti rispondi; dopo tutti questi anni. Però – ma non lo vuoi ammettere – sei nervoso. Sei sempre nervoso e impaziente quando si tratta di cominciare, di scoprire cosa sarà. Guardi l’ora sullo smartphone. Adesso sei pronto. Dai due colpi al vetro, entri.<br />
&nbsp;</p>
<p>Buongiorno, dici, good morning to you all. Ti rispondono in coro in italiano e in inglese e in francese, per scherzo; ma anche in ispanoamericano, lingua madre per diversi qui, così come lo sono il rumeno e l’albanese o l’ucraino. Alcuni si alzano seri; altri rimangono seduti a giochicchiare con gli astucci, a mettere via frettolosamente i telefonini di prossima generazione. C’è di colpo silenzio; un vuoto-pieno che sta a te governare con destrezza, comunque non oltre il tempo concesso ai timori di trasformarsi in sguardi annoiati, in risatine che penseresti di scherno. Li guardi uno a uno, ragazzi e ragazze del nuovo millennio, all’apparenza tutti uguali. Ti specchi nei loro occhi furbi e vorresti subito gettare la maschera, unirti a ciò che ti piacerebbe davvero fare se non avessi il ruolo che hai. Sebbene, in fondo, è proprio del tuo ruolo che ti devi spogliare, ma senza lasciarlo vedere.<br />
&nbsp;</p>
<p>Buongiorno, ripeti con faccia un po’ tirata, mentre rapidi sguardi percorrono la stanza che conosci bene: ampia il giusto, pulita, sufficientemente spoglia. Non è per supplice adesione alle politiche del Ministero se stai valutando che non potresti desiderare altro; il punto è che ne sei ultraconvinto, e lo vai pure a sbandierare sentendoti alquanto ridicolo – eccolo lì, guardatelo l’uomo che vive nelle caverne ai bordi della metropoli. Però di ciò non ti curi molto, a te piace proprio essere qui, adesso, in questo piccolo spazio strappato alla gravità del curricolo, per divertirti e conoscere e sentire raccontare, e certo raccontare anche tu.<br />
&nbsp;</p>
<p>Ti dici, e li scruti: io e loro, fogli e penne, al caldo ovattato e materno, lontani dalle guerre. Cos’altro vuoi? Cosa ti occorre per essere migliore? Hai un cervello ancora in salute, ti dici, e in mezzo al petto un muscolo sanguigno che non smette di pompare. Vuoi forse trapiantarci dei chip?<br />
&nbsp;</p>
<p>Sono pensieri che per fortuna confessi solo a te stesso, stupidi al punto da sgusciare all’improvviso per soccorrere il tuo senso di inadeguatezza. E mentre loro dispongono sul grande tavolo oblungo i libri di testo che scovano dagli zaini, tu a cosa pensi realmente? Ai tuoi professori, a te studente senza troppa voglia, al tempo che passa e all’invidia che provi? Non sei l’unico, credici, a dover dominare questi sentimenti; è umano e naturale, è la distanza abissale che separa l’istinto dall’azione depurata. Ma in questo preciso istante tu sei loro, sei dentro i loro spiriti, e hai il raro privilegio di restarvi a lungo, o per sempre. Ricordi bene i tuoi professori, no? E tuo padre, non ha ancora chiare le immagini e le voci dei suoi, belle o brutte che fossero?<br />
&nbsp;</p>
<p>Allora prof, dice qualcuno con il libro aperto, richiamandoti al presente. Da dove cominciamo? Li guardi – ora quasi composti tutt’intorno al tavolo – e rispondi che non servono libri per questo genere di lezione. Così distribuisci i fogli, e spieghi che invece vi tocca pensare alle cose più divertenti, inventare storie che dicono di voi, che conoscete bene, e siccome sono vere possono diventare di tutti. Ma, in verità, sono anche finte queste storie, e nessuno potrà dire che si tratti proprio di voi. Ci sono obiezioni e perplessità, e risolini malcelati. Non voglio stare in una storia, sbuffa uno; e nemmeno io, e poi come si fa – protestano – da dove si inizia? Per il momento, ribadisci, andiamo insieme a questa gita fuoriporta, vedremo cose e incontreremo gente, avremo caldo e avremo freddo, e saremo bravi se vedremo e sentiremo per davvero. Una biondina con le trecce e il mascara che sbava riempie il rettangolo bianco di scarabocchi, mentre un’altra prova a scorgervi il capolavoro. Altri, affondati in ruvidi berretti di lana, sembrano svogliati o partecipano in estatico silenzio. Bene, riprendi, ma lo dici più che altro a te stesso, per darti vigore, bene, allora si parte sul serio: qui e poi lì, lei e lui e l’altro, e un campo di fragole, e una scuola, e una fabbrica in rovina sullo sfondo. Adesso sgomiti e straparli, e chiedi i loro nomi, dove vivono, i loro hobby. Il racconto stenta a partire, questo ti è chiaro, ma rifletti sul fatto che è soltanto il primo incontro e che comunque ciò che importa è stare insieme, avere la pazienza del pescatore, vagabondare per strade secondarie e viottoli erbosi che infine possano ricondurre a voi, all’intrico dei diversi destini. Alla finestra, uno degli studenti sta sbadigliando da un po’, gli occhi chiusi e la bocca ben oltre gli orecchi. Che sonno stamattina, farfuglia, non mi sveglio più. Ecco, ecco la pazienza, urli a te stesso, proprio ciò che aspettavi. Li scuoti, anche letteralmente, quasi con violenza. Giorgia forza scrivi, scrivi, sì certo con la penna, <i>Che sonno stamattina, disse Giorgio, che sonno bestia, non voglio più svegliarmi!</i> Perché Giorgio?, si oppone qualcuno. E allora come, ribatte un altro, Marcantonio? Così, un po’ per volta, le teste si raddrizzano e convergono su Giorgia, la scrittrice. Ma questo Giorgio dove si trova, cominciano a dire, e com’è vestito? Ah, irrompe quello più tatuato di tutti, per me è solo un povero sfigato tatuato. Ma lo vedi, prof, adesso ti tocca moderare, far stabilire logiche, eradicare contraddizioni, far descrivere spazi e azioni e tutto il resto, però tu non avere l’aria d’intonare già il canto di vittoria. Guarda quei tre nell’angolo, per esempio, i capi chini e i sottovoce complici. Se ne fregano di te e dei compagni che al momento ti stanno attorno. Osservali di sottecchi, caro prof-capocantiere, e lasciali fare, vedrai che anche a loro verrà poi voglia di unirsi all’impresa magari per aggiungere una singola frase, un pensiero, per raccontare di loro che non sono loro. Questa cosa, riusciranno forse a dire con orgoglio alla fine della storia, questa cosa qua l’ho scritta io, l’abbiamo scritta noi.<br />
&nbsp;</p>
<p>Ti stai già perdendo in scenari dolciastri, quando il suono dell’ultima campana deflagra al pari di una bomba. Ti assordano urla di vittoria, queste sì, e alti canti di gioia, eppure ti è parso di cogliere anche il disappunto di qualcuno, è probabile però che ti sia sbagliato, o forse no. Comunque tutti rimettono le sedie al loro posto e lasciano in giusto ordine, prima di uscire. È faticoso, ti dici, è bello. E ti affiorano alle labbra i versi di uno dei tuoi poeti preferiti, che forse qui, adesso, appaiono come svolazzi fin troppo simbolici: <i>The child is father of the man</i>. Già, Il fanciullo è padre dell’uomo, dici, mentre se ne sfilano via. Chissà come sarebbero contenti. E se fosse l’inizio del prossimo racconto?</p>
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		<title>Un certo impressionismo: la scuola non è una setta di poeti estinti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2015 05:38:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giovanni De Feo Da qualche tempo gira sul web una lista di compiti delle vacanze di un professore di scienze umane, lista di vita che vanta istruzioni pittoresche come: Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte. Un paio di settimane [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong> Giovanni De Feo </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da qualche tempo gira sul web una lista di <a href="http://www.huffingtonpost.it/2015/06/08/compiti-vacanze-prof_n_7533582.html">compiti delle vacanze</a> di un professore di scienze umane, lista di vita che vanta istruzioni pittoresche come:<img loading="lazy" class="alignright wp-image-55467" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente.jpg" alt="AttimoFuggente" width="435" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente.jpg 575w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/AttimoFuggente-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p><em>Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un paio di settimane fa <a href="http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2015/06/23/scuola-insegnanti-esami">Christian Raimo ha scritto sull&#8217;Internazionale un articolo</a> che prende spunto da quella lista per demolire un certo ‘impressionismo didattico’ che l&#8217;autore percepisce come un serio pericolo per la scuola Italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Poster-boy di questa deriva sarebbe il professore Keating, quello che invogliava i sui allievi a lanciare il loro &#8216;barbarico Yawp&#8217; nel film <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> di Peter Weir. L&#8217;articolo di Raimo critica non solo quel film ma anche altri come Ovosodo di Virzì, di cui cita la scena degli esami. In quella scena, lo ricordiamo, uno storditissimo Gabriellini, interrogato dagli insegnanti di Italiano su Leopardi, replica parlando invece delle sue letture: libri di viaggio, fumetti, saggi, tutti evidentemente lontani anni luce dagli interessi dei professori.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Raimo questa scena sarebbe un esempio perfetto del soggettivismo didattico che dilaga nelle nostre scuole. Fornire liste di vita, magari libri e fumetti che nulla hanno a che fare con il programma da svolgere, e soprattutto smarcare il lavoro serio sul testo. Insegnanti preparati invece dovrebbero insegnare innanzitutto l’analisi testuale, magari secondo i dettami del New Criticism, che gli sceneggiatori de <em>L&#8217;attimo Fuggente </em>avevano preso in giro nella famosa scena dello &#8216;strappo dei libri&#8217;. Quella scena sarebbe diseducativa in quanto spingerebbe a tralasciare l&#8217;ermeneutica, vero fondamento dello studio. Citando Raimo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per fortuna però la scuola italiana aveva allora e ancora ha al centro della sua didattica l’analisi testuale; e lo studio delle discipline umanistiche – la storia, la filosofia, la storia dell’arte – si basa su diverse forme di ermeneutica. Interpretazione dell’immagine, interpretazione dei dati (…), metodo scientifico.</em></p>
<p>Chiarita la sua posizione mi chiedo: per quale ragione l&#8217;entusiasmo per la lettura dovrebbe andare a scapito del lavoro serio sui testi?</p>
<p style="text-align: justify;">Nella mia esperienza è vero propri<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-55469" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-300x225.jpg" alt="Motivazione_Mezzadri" width="360" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri-900x675.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Motivazione_Mezzadri.jpg 960w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" />o il contrario. Quando studiavo al DITALS, corso di didattica per insegnare Italiano agli stranieri, ci dicevano che l&#8217;insegnamento è composto da quattro fasi: <a href="http://www.vivereinitalia.eu/fei/wp-content/uploads/2013/02/Modelli-Operativi.pdf">motivazione,  globalità,  analisi,  sintesi e riflessione</a>. La prima di queste fasi è appunto la &#8216;motivazione&#8217;. Ovvero, la prima cosa che deve fare un insegnante è motivare lo studente a comunicare. E questo avviene innanzitutto con il desiderio di far compartecipi gli altri di un’emozione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, per lo studio della letteratura è lo stesso. Lo dirò in modo cristallino: non ci può essere studio se prima non si è stati emozionati dalla lettura. Certo, è una condizione necessaria e non sufficiente. Prima l&#8217;impressione emotiva, poi la raccolta di dati, poi la riflessione. Però non solo una non va a scapito dall&#8217;altra, uno è <em>fondamento</em> dell&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Va detta una cosa, io insegno letteratura in una scuola<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Baccellierato_Internazionale"> International Baccalaureat</a>. È una scuola internazionale che nello studio delle materie letterarie ha come modello proprio il <em>New Criticism</em> di cui parla Raimo. Gli esami di letteratura della IB si basano in larga misura sul <em>close reading</em> –un&#8217;analisi rigorosa e minuziosa del testo– ovvero il fondamento metodologico del <em><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/New_Criticism">New Criticism</a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Esempio: all&#8217;esame IB ci si trova davanti a una poesia che non si è mai letta, di cui non si conosce l&#8217;autore, e s<img loading="lazy" class="alignright wp-image-55471 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-300x300.jpg" alt="IBO" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/IBO.jpg 581w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />i deve commentarla. Il fatto è che, esaurito il bagaglio di tecnicismi, se lo studente la poesia non la legge con emozione, se non l’ha interiorizzata, come fa a parlarne? E a che serve poi? A fare la conta dei chiasmi?</p>
<p style="text-align: justify;">Scopriamo le carte. Io sarei un epigone di Keating, ovvero uno di quelli che è diventato insegnante anche grazie a quel film. Vi dirò di più, <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> è il film che faccio vedere ogni anno, all&#8217;inizio del biennio finale della IB. Significa forse che salgo sulla cattedra e prescrivo marcette? In effetti dopo aver visto in classe il film lo faccio a pezzi. &#8220;Guardate&#8221; dico ai miei ragazzi &#8220;che lo studio non sarà tutto così, ci sarà da sgobbare, e sul serio&#8221;. Ma: non nego loro che lo studio della letteratura sarà fatto anche di lanci senza paracadute nei libri, di letture voraci e passione. Ovvio che il lavoro non è tutto lì, ovvio che si parlerà di critica, ovvio che si lavorerà sui testi, la IB ce lo richiede.</p>
<p style="text-align: justify;">Però come potrebbero i ragazzi dirmi qualcosa sui libri che leggiamo in classe se prima quelli non li entusiasmano? La scuola dell&#8217;obbligo non è l&#8217;Università e non può essere solo un laboratorio per specialisti. I ragazzi non hanno scelto di studiare letteratura più di quanto abbiano scelto di alzarsi alle sette tutte le mattine. Non che in quell’obbligo ci sia qualcosa di sbagliato, ma qui sta la difficoltà di un insegnante di liceo rispetto a un professore universitario. Che ogni giorno i suoi allievi avranno sempre la stessa domanda negli occhi. <em>Prof, perché dobbiamo studiare questa roba</em>? E la risposta è sempre diversa ma alla fine è sempre la stessa: perché questa roba parla di te.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si nega affatto la critica e il <em>close reading; </em>ma tutto parte da qui, dall&#8217;entusiasmo e dall&#8217; emozione<em> </em>che una poesia e o un romanzo suscitano in noi. L&#8217;articolo dell&#8217;Internazionale sostiene che una certa tendenza soggettivista rischia di rovinare la scuola Italiana. Bene, posso dire che se la scuola Italiana si sente minacciata da una lista di compiti delle vacanze forse c’è qualcosa che non va? A me pare che nel nostro paese al scuola sia per la maggior parte nelle mani dei tetri agelasti del film Ovosodo, insegnanti che difficilmente mettono in discussione le loro scelte e che mai si sognerebbero rispondere alla domanda negli occhi dei loro studenti: <em>Prof, ma perché?</em></p>
<p>Attenzione, si sta dando per scontato che la scuola Italiana vada protetta così com&#8217;era e com&#8217;è. Allora vi chiedo: perché in Italia <a href="http://www.istat.it/it/archivio/145294">i dati di lettura</a> sono bassissimi da anni? I dati Istat parlano del 7% della popolazione che legge più di un libro l’anno. Perché si legge così poco? Davvero l’insegnamento della letteratura nelle scuole non c’entra niente? Davvero la scuola così com&#8217;è va bene?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non so, a me pare che i Keating Italiani siano così rari che i loro compiti facciano poi notizia sui giornali. La verità è che l&#8217;apprendimento è un processo troppo complesso per esporlo tutto in un film di due ore. Chi insegna lo sa, lo studio è fatto anche di lavori ripetitivi che servono a strutturare le capacità logiche del pensiero. Nel film di Weir non ci sono, chiaro. Ma lo scopo del regista sembrava piuttosto quello di centrare il cuore dell&#8217;insegnamento della letteratura, che è poi quello dare agli studenti gli strumenti per leggere se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa a me sembra una verità semplice ma non banale. Non è banale perché i mezzi per ottenere tale conoscenza sono molteplici e contraddittori, e possono rivolgersi molto facilmente contro l&#8217;insegnante e persino contro lo studente, come dimostra il finale stesso del film<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-55472" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-300x217.jpg" alt="Ecce_Bombo" width="350" height="253" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/Ecce_Bombo.jpg 500w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />. Però <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> è esemplare in questo, perché parla della &#8216;motivazione&#8217; come il cuore pulsante dell&#8217;insegnamento delle scienze umane. Un fatto piuttosto banale in didattica delle lingue straniere, ma che a quanto vedo qui fa ancora scalpore. Forse perché prenderlo su serio costringerebbe a rimettere in discussione troppe premesse?</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente credo che prendere Keating alla lettera salendo sui banchi sia un po&#8217; patetico. Al contrario ritengo che il film di Weir nel suo complesso sia ancora oggi una straordinaria fonte di ispirazione. Lo è perché lo studente ideale non è quello ligio che fa bene i temi, bensì chi legge per conto suo, trasversalmente, mai sazio, entusiasmando se stesso e gli altri. Il vero modello de <em>L&#8217;Attimo Fuggente</em> non è Keating, sono i suoi studenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiuderò con una considerazione e una provocazione. Conoscete il titolo originale del film? È <em>Dead Poet Society</em>, dove <em>society</em> starebbe per &#8216;club&#8217;. Nel film è il nome del gruppo di studenti che si riunisce in una grotta e legge poesie fino all&#8217;estasi. Bene, la mia considerazione è che come insegnante io mi auguro studenti così, che leggano e facciano poesia in modi non tradizionali, e usino il loro senso critico su tutto lo scibile, purché li appassioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco la provocazione. A me sembra che la scuola che si sta cercando di proteggere sia proprio una &#8216;setta di poeti estinti&#8217;. Se lo studio della letteratura nella scuola Italiana non cambierà resterà ciò che è sempre stato, un mattone di ‘dati’ che, se non fosse per l&#8217;intraprendenza personale di certi insegnanti, non comunicherebbe altro che noia. Col risultato che a estinguersi non saranno i poeti: ma i lettori.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una cosa che torna ciclicamente sui ragazzi fin dai tempi di Flaubert</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/01/19/una-cosa-che-torna-ciclicamente-sui-ragazzi-fin-dai-tempi-di-flaubert-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Jan 2013 07:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gustave Flaubert Una mattina di dicembre, nel recarsi alle lezioni di procedura, gli parve che in rue Saint-Jacques ci fosse più animazione del solito. Gli studenti uscivano a precipizio dai caffè, o, si chiamavano, di casa in casa, dalle finestre aperte. I bottegai sul marciapiede si guardavano intorno con aria preoccupata; le imposte si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gustave Flaubert</strong></p>
<figure id="attachment_44667" aria-describedby="caption-attachment-44667" style="width: 804px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/19/una-cosa-che-torna-ciclicamente-sui-ragazzi-fin-dai-tempi-di-flaubert-2/jesus-madrinan-fotografia-1-tratta-dalla-serie-la-escena-2/" rel="attachment wp-att-44667"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44667" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Jesús-Madriñán-fotografia-1-tratta-dalla-serie-la-escena1.jpg" alt="" width="804" height="625" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Jesús-Madriñán-fotografia-1-tratta-dalla-serie-la-escena1.jpg 804w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Jesús-Madriñán-fotografia-1-tratta-dalla-serie-la-escena1-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Jesús-Madriñán-fotografia-1-tratta-dalla-serie-la-escena1-96x74.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Jesús-Madriñán-fotografia-1-tratta-dalla-serie-la-escena1-38x29.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Jesús-Madriñán-fotografia-1-tratta-dalla-serie-la-escena1-276x215.jpg 276w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Jesús-Madriñán-fotografia-1-tratta-dalla-serie-la-escena1-128x99.jpg 128w" sizes="(max-width: 804px) 100vw, 804px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44667" class="wp-caption-text">Jesús Madriñán, fotografia tratta dalla serie &#8220;La escena&#8221;.</figcaption></figure>
<p>Una mattina di dicembre, nel recarsi alle lezioni di procedura, gli parve che in rue Saint-Jacques ci fosse più animazione del solito. Gli studenti uscivano a precipizio dai caffè, o, si chiamavano, di casa in casa, dalle finestre aperte. I bottegai sul marciapiede si guardavano intorno con aria preoccupata; le imposte si chiudevano, e, quando arrivò in rue Soufflot, notò un grande assembramento intorno al Panthéon.<br />
Alcuni giovani, in drappelli diseguali dai cinque ai dodici, procedevano tenendosi a braccetto e s&#8217;avvicinavano ai gruppi più considerevoli che stazionavano qua e là. In fondo alla piazza, contro i cancelli, uomini in blusa arringavano, mentre le guardie municipali, tricorno sulle orecchie e mani dietro la schiena, vagavano lungo i muri, facendo risuonare il lastricato sotto i loro pesanti stivali. Avevano tutti un&#8217;espressione misteriosa, stupita, come se trattenessero un&#8217;interrogazione a fior di labbra; evidentemente si stava aspettando qualcosa.<br />
Frédéric si trovava vicino a un giovanotto biondo, dal volto distinto, con baffi e pizzetto come un gentiluomo dell&#8217;epoca di Luigi XIII. Domandò a lui la causa del subbuglio.<br />
«Non ne so nulla» ribatté l&#8217;altro «e neppure loro! Oggi si usa così! Che razza di commedia!»<br />
E scoppiò a ridere.<br />
Le petizioni per la riforma elettorale, che si facevano firmare presso la guardia nazionale, assieme alla proposta di legge Humann sulla revisione delle liste di leva, e anche altri avvenimenti, provocavano da sei mesi inspiegabili adunanze di folla; e anzi, si rinnovavano così sovente che i giornali non ne parlavano più.<br />
«Manca di linea e di colore» continuò il vicino di Frédéric. «Opino, messere, che abbiamo degenerato! Ai bei tempi di Luigi decimo primo, e addirittura di Benjamin Constant, serpeggiava più ribellione tra gli studenti. Io li trovo pacifici come agnellini, sciocchi come rape, e idonei a fare il droghiere, santo Dio ! E questa la chiamano Gioventù studentesca»</p>
<p>[da <em>L&#8217;educazione sentimentale</em>, di Gustave Flaubert, Oscar Mondadori, pp. 71-72, traduzione di Giuseppe Pallavicini Caffarelli]</p>
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		<title>Lo Spettacolo della violenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 16:31:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli. movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli “Roberto ti scrivo perchè ti stimo ma questa volta ti sbagli. I numeri e le immagini mi sembrano chiare e non equivocabili, la logica dei buoni e dei cattivi questa volta regge poco.” E’ stato uno dei commenti di dissenso in calce alla lettera di Saviano sul sito di Repubblica. Questo movimento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>“Roberto ti scrivo perchè ti stimo ma questa volta ti sbagli. I numeri e le immagini mi sembrano chiare e non equivocabili, la logica dei buoni e dei cattivi questa volta regge poco.” E’ stato uno dei commenti di dissenso in calce alla lettera di Saviano sul sito di Repubblica. Questo movimento no  ci sta a farsi dividere in buoni e cattivi. Saviano – a cui riconosco, come persona e come scrittore, grandi meriti, e l’ho scritto più di una volta – stavolta ha mancato il colpo, e lo ha mancato parecchio. E&#8217; interessante fare entrare in risonanza questa sua presa di posizione con la precedente, da cui personalmente mi sento ancor più distante, sulla sua incondizionata dichiarazione di solidarietà allo Stato di Israele e al suo governo resa pubblica durante la manifestazione organizzata nientedimeno che da Fiamma Nirenstein. Si era dimenticato, nell&#8217;elogiare l&#8217;avanzata legislazione sui diritti civili di quello Stato, che tale illuminata politica poggia esattamente su un apartheid che lo stesso pratica quotidianamente. E che pratica con un quoziente di violenza che dovrebbe essere inaccettabile per qualsiasi persona che abbia a cuore il senso della parola “democrazia” (ma già lo annotava Blanqui 160 anni fa:  “democrazia” è una parola che tutto contiene e nulla vuol dire, una parola-baule diciamo,  troppo pieno, dunque un significante vuoto).<span id="more-37587"></span> Perché un intellettuale così impegnato a reclamare la libertà di un popolo condanna con questa virulenza le forme di contestazione violenta che vengono da una generazione che si sente oppressa e senza prospettive, laddove invece accetta e giustifica la violenza immane di una grande macchina statale? Nella camera iperbarica in cui è costretto a vivere, mi pare che Saviano abbia smarrito il senso della realtà, e rovesciato la prospettiva. Non credo, e l&#8217;ho già scritto, che questo fosse già inscritto nel suo percorso ab initio (ho trovato e continuo a trovare semplicistica e fuori fuoco l&#8217;analisi di Dal Lago). Mi pare piuttosto che su questo Saviano di oggi si scontino gli effetti visibili della produzione di irrealtà della grande macchina mediatica: Saviano, reso icona spettacolare, separato <em>de facto</em> dalla realtà (ciò che lo ha reso quel che è, ché la forza di <em>Gomorra </em>stava proprio nell&#8217;addentrarsi nelle pieghe oscure del reale), non può che vivere il reale “di riflesso” &#8211; e in questo reale è compreso egli stesso, che tende perciò ad assumere i contorni e gli attributi della sua Immagine, facendosene copia conforme. Detournando Debord (peraltro, anch&#8217;egli, tra i feticci culturali di Saviano), potremmo dire che stiamo assistendo al suo “divenire immagine”.</p>
<div id="_mcePaste">Dovremmo perciò lasciarci lo Spettacolo alle spalle, e tornare alla realtà. E la realtà pare essere quella di una piazza che non “si” tiene più. Di un&#8217;intera generazione che non si tiene più, che non ci sta a essere incasellata, gestita, indirizzata, disciplinata. La disciplina che gli hanno scritto sui corpi gli sta stretta: perché aprendo gli occhi al mondo si rende conto che è questo mondo ad andargli stretto. Si scuote, allora, quel che si deve scuotere, comprese la fantasmizzazioni rivoluzionarie che le generazioni precedenti vorrebbero proiettargli addosso con le usurate categorie del politico del Novecento. Quando qui siamo, davvero, “oltre il Novecento”. Nulla a che fare con gli anni Settanta, dove il movimento aveva una fortissima identità ideologica e una fortissima prospettiva politica. Qui c’è una moltitudine polimorfa, dove il discorso pubblico prende letteralmente corpo a partire da urgenze e istanze esistenziali e da considerazioni materialistiche (gli effetti selvaggi del precariato sui propri fratelli e sorelle, se non quando sui propri genitori), oltre che da un totalitarismo, quello sì, ideologico da cui chi è nato nell’era del berlusconismo e non conosce altra dimensione pubblica si trova soffocato. Siamo in presenza di una generazione che sta forgiando, finalmente, il suo linguaggio nuovo, le sue nuove categorie: etiche, esistenziali, politiche.</div>
<div id="_mcePaste">Ogni logica binaria, a questa moltitudine, sta stretta. <em>Al di là dei buoni e dei cattiv</em>i, ricorda qualcosa? Si contemplano – ed è una contemplazione attiva – differenti modi d&#8217;essere e resistere e creare. E&#8217; ciò che chiamo “incompossibilità dei mezzi” (ma certo, anche questo potrebbe essere l&#8217;abbaglio di uno che appartiene a un&#8217;altra generazione). Si possono e si devono praticare varie forme di lotta, ognuno a suo modo, ognuno secondo la propria posizione, secondo la propria etica (ché l&#8217;etica è un fatto di posizione, è una mappa geografica). E quelle forme naturalmente saranno anche incompatibili tra loro, ma non si disconoscono, non si rifiutano e si scomunicano vicendevolmente. In quanto si è consapevoli che si sta guardando nella stessa direzione, e l&#8217;importante è intensificare il flusso delle cose.</div>
<div id="_mcePaste">E allora anche la questione violenza/non violenza non può che essere una questione stantia. Tutta chiusa entro quella logica binaria di un altro tempo. Questi ragazzi capiscono bene che c&#8217;è una violenza di sistema che viene spacciata per “innocente”, quando invece è il culmine possibile della violenza. E&#8217; l&#8217;ideologia della non-violenza planetaria, che occulta il massimo quoziente di violenza mai dispiegato nella storia mondiale. Per essere non-violenti davvero, allora, occorre riconoscere anche la verità di quella violenza che scaturisce &#8216;naturalmente&#8217; (ovvero, necessariamente) dalla storia. Altrimenti, la non-violenza non è altro che la morale degli schiavi.</div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; per questo che di fronte allo spettacolo ideologico della violenza che, con un singolare rovesciamento di soggetto e predicato, si spaccia per non violenza (e che promette di mantenere il mondo “pacificato”), viene naturale rivendicare la violenza possibile e, nel medesimo movimento, il valore della non violenza: si tratta di togliere ai gesti il velo dell&#8217;ideologia, e rivendicarli come puri gesti. (La pura violenza di Benjamin che non è mezzo in vista di un fine, ma ‘medio puro’, violenza che puramente agisce e manifesta: violenza che non rifonda un potere, ma che ne esibisce la finzione). Del resto – e questo anche nel vecchio mondo – la non-violenza non è pacifismo, rimozione del conflitto: piuttosto, essa è gestione del conflitto, ciò che può implicare doverlo far emergere laddove esso venga occultato. E questo mi sembra il caso presente (eternamente presente). Il nazareno, com&#8217;è noto, un giorno s&#8217;incazzò ed entrò nel tempio a distruggere le proprietà private dei mercanti.</div>
<div id="_mcePaste">Tutto questo è, semplicemente, “naturale”. C’è solo da comprendere (<em>Nec ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere</em>…). Comprendere la rabbia che monta, segno innocente. Come i fiumi che esondano per la cementificazione, mi si consenta la metafora: in tal caso non si dice che la Terra sbaglia. C’è solo da capire dove abbiamo sbagliato “noi”.</div>
<div id="_mcePaste">[pubblicato sul manifesto il 21/12/2010]</div>
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		<title>La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo [scuola/5]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 10:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Tutti hanno idee sulla scuola e sui professori. È qualcosa di più feroce del mondiale di calcio. Dove in un batter d’occhio tutti sono in grado di poter effettuare, in una partita a eliminazione diretta, cambi migliori dell’uomo con la cravatta in panchina. Io so perché. L’esperienza scolastica è l’unica esperienza sociale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="aligncenter" title="maestrina" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/maestra.jpg" alt="" width="396" height="477" /></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong>
</p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p>Tutti hanno idee sulla scuola e sui professori.</p>
<p>È qualcosa di più feroce del mondiale di calcio. Dove in un batter d’occhio tutti sono in grado di poter effettuare, in una partita a eliminazione diretta, cambi migliori dell’uomo con la cravatta in panchina. Io so perché. L’esperienza scolastica è l’unica esperienza sociale condivisa da ogni cittadino italiano o no. Tutti almeno una volta, tra i sei e i diciotto anni, sono andati a scuola. La scuola quindi non è di destra, non è di sinistra, non è di centro e nemmeno federalista. L&#8217;unico colore della scuola è il verde formica dei banchi. Perché fino a prova contraria si va a scuola per imparare. La prima prova contraria viene dai rapporti OCSE PISA che collocano i nostri quindicenni al trentatreesimo posto per competenze di lettura e al trentottesimo posto per competenze matematiche. La seconda, dalle percentuali bulgare di studenti rimandati nelle ultime estati in latino e matematica, senza citare poi le statistiche occulte, che pure ogni docente può stilare, sui rimandati in disegno tecnico e storia dell’arte. Le indagini statistiche non sono la verità. Sono come le stelle per i romani. <em>Inclinant non necessitant</em>. Anche se, in questo caso, inclinant verso il baratro. La terza prova contraria è la precarizzazione della figura del docente che si infrange contro la continuità didattica, che per quanto non esistano certezze, è un valore quasi assoluto.<br />
<span id="more-10599"></span><br />
Anche il ministro della pubblica istruzione è andato a scuola. L’oggettività di aver condiviso almeno una esperienza con tutti i connazionali non autorizza tuttavia il ministro della pubblica istruzione, chiunque egli sia, a strutturare proposte di miglioramento della scuola che siano di mero senso comune.</p>
<p>Io sono certa che nessun docente, più o meno precario, che possa dirsi tale, riesca a scagliarsi contro una riforma nella quale galleggiano indistintamente, come la storiella sul porto di Palermo, proposte coerenti e sagge e proposte infide e deleterie. La riforma della scuola è ancora così vaga e varia che il peggior risultato è lasciare indifferenti, silenti, i professori di ruolo e (s)mobilitare i precari. Di rendere evidente, in questa scissione, il suo non essere esattamente una riforma a scopo culturale quanto piuttosto una manovra a sfondo finanziario. Tuttavia, io sono certa che nessun docente, che possa dirsi tale riesca a serrare le fila insieme a un sindacato che osteggia qualsiasi cosa tranne l&#8217;assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, che inibisce l&#8217;introduzione di un criterio meritocratico di selezione del corpo docente. Io ne sono certa perchè mi sono vista chiedere delucidazioni a colleghi che stavano a scuola da più tempo di me o che ne sapevano di più su un argomento specifico. Perché ho visto colleghi domandarmi su questioni sulle quali mi ero dimostrata più ferrata. Io ne sono certa perchè chi sta a scuola sa più degli altri che non si smette mai di imparare. E che quindi i professori dei professori o i professori più bravi vanno pagati perchè insegnino. Ma non domani. Già ieri. Tutto questo, anche al costo infernale, di dover ridimensionare il corpo docente. Quindi al costo della mia cattedra.</p>
<p>Il gioco insomma è quello della torre. Solo che nessuno cade e nessuno muore. Non subito almeno. La domanda suona Che colore ha la tua scuola?. Io rimango interdetta, guardo lo strapiombo e penso che se sotto ci fosse il mare il gioco della torre sarebbe una attrazione turistica. Come tutto in questo paese. Poi alzo gli occhi e, qualsiasi cosa io abbia risposto nel millenovecentonovantasei, gli effetti, le mancanze, i danni al tessuto connettivo e produttivo del paese sono evidenti solo adesso. conosco la risposta. Se la scuola avesse un colore sarebbe il verde formica dei banchi. Perché fino a prova contraria a scuola ci si va per imparare.</p>
<p>Io ho finito la scuola superiore il tre luglio del millenovecentonovantasei. Avevo una gonna aragosta a trapezio, una polo color crema e forse un paio di sandali. Dietro una fila di banchi stretti, uno accanto all’altro eppure irregolari, stavano il presidente e i commissari esterni. A fianco a me la mia professoressa di matematica, membro interno di quell’anno. Le mie materie orali erano italiano e fisica. Fuori dalla finestra del mio piccolo liceo di provincia c’era il mare di luglio, con i primi bagnanti senza ombrellone e i teli stesi, a insabbiarsi le cosce o a sotterrarsi i piedi. Non faceva caldo e c’era il vento. Il mare mi è sembrato un lago per tutta l’interrogazione tanto era silenzioso.</p>
<p>La prima volta che sono entrata in un’aula scolastica per una supplenza annuale è stato il duemilasei. Esattamente dieci anni dopo. Dieci anni in cui mi sono laureata in matematica, concluso un dottorato quadriennale e abilitata all’insegnamento. Dieci anni in cui non sono mai uscita dalla scuola in senso stretto. Quella dove si va per imparare fino a prova contraria. L’esperienza in classe è stata scioccante. I miei studenti di quinto anno non avevano il bagaglio linguistico dei miei diciotto anni, non avevano il mio (allora scarno) bagaglio di conoscenze matematiche, non erano di certo molto più stupidi o molto più intelligenti di quanto lo fossi io, non avevano nemmeno il mio livello di semplice scolarizzazione. Si parla uno alla volta, i cellulari in classe si tengono spenti, non si mangia in aula, non si beve in aula, non si dorme in aula, non si picchia il compagno. Non in generale, almeno quando il professore ti guarda. E giacché non è più scuola dell’obbligo se non si è interessati si resta a casa o si va a lavorare.</p>
<p>Quando è suonata la campanella mi sono chiesta cosa fosse successo alla scuola in dieci anni. E dopo due anni di insegnamento l’idea che mi sono fatta è che, non avendo la scuola nessun colore o vessillo politico, tenere una posizione di una ideologia qualsiavolgia, fosse pure quella del <em>Kalos kai Agathos</em>, è una iattura, che perciò le cattive riforme, in quanto approssimazioni, sono meglio di nessuna riforma, che i sindacati hanno abdicato a qualsiasi reale possibilità di interlocuzione tra corpo docente precario e (cattive) riforme disinteressandosi alla qualità dell&#8217;insegnamento per concentrarsi sulla quantità delle immissioni in ruolo disponibili anno per anno, che l’infamia italiana dove un laureato medio, al primo impiego, percepisce un compenso mensile di mille euro con contratti dai tre ai sei mesi, ha tinto d&#8217;oro le cattedre scolastiche e persone, che mai avrebbero considerato l’insegnamento come un mestiere decente, si sono riversate nelle scuole di specializzazione per assicurarsi uno stipendio di milleduecento euro al mese, permessi per malattia o senza assegni, diritto alla disoccupazione con e senza requisiti ridotti, vacanze di Natale e Pasqua assicurate, orari umani. Insegnare a scuola, di questi tempi, è diventato quasi uno scopo di lucro e questo la dice lunga sullo stato effettivo del paese. Insegnare a scuola è diventato l&#8217;ultimo brandello di posto statale da prendere a ogni costo in un paese con un mercato del lavoro flessibile ma lavoratori immobili.</p>
<p>Lo scorso anno è apparso su <em>La Repubblica</em> un articolo di Citati sullo stipendio dei professori e dei maestri. Era pieno di osservazioni accurate scritte benissimo e argomentate meglio. La proposta era raddoppiare lo stipendio ai docenti perché, a oggi, costituiscono una specie di sottoproletariato. Mi ha stupito molto che un intellettuale di quella risma, un letterato raffinato e tutto il resto abbia avuto l’esigenza di parlare di soldi, della borghesia torinese che non si preoccupava che gli educatori dei loro figli venissero pagati meno dei loro autisti, della convinzione che questa indifferenza implicasse la coscienza che i professori non appartenevano a nessuna classe sociale. Io sospetto che Citati quando scrive elite intellettuale parli di persone ben pagate. Come se l&#8217;elite intellettuale fosse una conseguenza e quasi non si fosse accorto che i professori, al primo incarico, sono meglio pagati dei ricercatori universitari, degli ingegneri e degli architetti al primo impiego. Pare che le elite vadano scomparendo. In effetti però se gli intellettuali parlano di soldi i professori di scuola sono il sottoproletariato.</p>
<p>All’inizio di questo settembre Citati è ancora intervenuto, sempre da <em>La Repubblica</em>, sull&#8217;esigenza di aumentare lo stipendio ai professori per consentire loro di comprare almeno i giornali, dunque di tenersi informati, e buoni libri da leggere e un golf nuovo di tanto in tanto per apparire rispettabili. Lo so che la tesi di Citati, pur con qualcosa di classista, è giusta. Ma l&#8217;implicazione del golf non mi convince in nessuno dei due interventi. Anche se amo molto golf.</p>
<p><strong>La mano sulla scuola è la mano che governa il mondo</strong></p>
<p>Signor Ministro della Pubblica Istruzione,<br />
anzi signora. Le scrivo perché sono una docente precario che non si fida né dei giornali né dei sindacati e che per qualsiasi cosa consulta la sezione comunicati stampa sul sito del suo ministero. Solo di prima mano. Le parole girano per l’aria e prendono strane pieghe. Che poi a toglierle ci si impiega tempo. Lei mi dirà che il tempo, per me che insegno a scuola, non è un problema, e io le rispondo che non è esattamente così perché in questa scuola di oggi ci sono le riunioni per materie, i corsi di aggiornamento obbligatori, i corsi di recupero in itinere, gli sportelli didattici, i programmi pomeridiani che sono stati finanziati e quindi bisogna farli così gli studenti maturano crediti scolastici, i consigli di classe, i collegi dei docenti, e due volte all&#8217;anno il ricevimento genitori. Pensi a me che quest’anno ho avuto le mie diciotto ore frontali spezzettate in tre scuole e moltiplichi per tre le righe sopra. Lungi da me volerle insegnare le moltiplicazioni ma converrà, che, a seconda dell&#8217;editor di testo che possiede, le righe sopra arriverebbero a sei o a nove e anche solo a leggerle, senza interessarsi di cosa significhino, ci si impiegherebbe un poco.</p>
<p>Le scrivo perché all&#8217;inizio di questo anno scolastico avverto un poco di stanchezza che, le assicuro, non è una sensazione che mi accompagna nel mio lavoro. Io penso che insegnare sia il mestiere più bello del mondo. Si rimane per sempre giovani, si affilano i concetti fino a farne stuzzicadenti con i quali impedire alle stupidaggini di addensarsi in carie, ci si confronta con persone il cui cruccio quotidiano medio è capire quanto elastico delle mutande lasciar sporgere dalla cintola dei pantaloni. Non è un giudizio, mi creda, è una meraviglia. Insegnare alle scuole superiori, e forse anche alle scuole medie, e all&#8217;università e alle elementari, e ai corsi di formazione aggiungerà lei, è il mestiere migliore del mondo perché l&#8217;ambiente lavorativo è quasi sempre spensierato. Io non sono un docente da Capitano mio capitano, sono uno che entra in classe il primo giorno di scuola con un test di ingresso tarato sui contenuti minimi dell&#8217;anno o del ciclo scolastico precedente, segna l’orario di inizio sulla lavagna e quello di consegna, si appoggia alla cattedra, incrocia le mani sul petto e guarda gli studenti ingobbirsi tra i banchi per crucciarsi o sorridere ma comunque confrontarsi con qualcosa che non è scontato, non è imprevisto ma nemmeno programmato, e che comunque, è una piccola sfida. O un ostacolo. O una pozzanghera nella quale battere i piedi, giocare a interpretare Narciso o da saltare per proseguire il cammino.</p>
<p>Mi perdoni se mi dilungo ma non so quando mi ricapiterà di avere un pomeriggio da dedicarle, qui ogni anno si cambia cattedra e classe e bisogna studiare tutto da capo. Non per imparare le cose, o non solo, non si spaventi, ma per capire come insegnarle, quale concetto viene un attimo prima di un altro e quale invece va taciuto e costruito piano piano. Non è che una persona che insegna si spaventi di studiare, assolutamente no, solo cerca di canalizzare le energie, ripartire il tempo, e farlo fruttare. Lei signor Ministro, anzi signora, così concentrata sulle migliorie doverose da apportare a questa scuola saprà pure che l&#8217;impatto che ha un docente di scuola superiore su uno studente non ce l&#8217;avrà più nessuno. Lei lo sa che certi colleghi rimangono in una classe per duecento ore l’anno?. Lei ricorda signor Ministro, anzi signora, che nemmeno un corso universitario annuale di qualche anno fa ammontava a duecento ore?. Lei immagina con tutti gli strumenti per lavorare, numero di persone congruo, laboratori, biblioteche e cineteche accessibili, preparazione solida ed etica, cosa potrebbe fare un professore in duecento ore?.</p>
<p>Ma non le scrivo per questo, lo so che ne è a conoscenza e che per questo ci vuole pagare di più.</p>
<p>Ci sono molte cose che nella sua riforma prossima ventura mi piacciono e molte altre che non capisco. Ma non voglio scriverle una lettera di elogi perciò le indicherò solo ciò che non mi convince. Per esempio, secondo me, meno professori vuol dire pure classi più numerose. Visto che lei dichiara di voler ascoltare i consigli di chiunque, il mio primo consiglio in questa lettera è di entrare in un&#8217;aula e cercare di tenere l’attenzione di trenta ragazzi per venti minuti. Ci vuole fatica e mestiere. Se fossero trentacinque ci vorrebbe un miracolo e come notava Saramago ne <em>Il Vangelo secondo Gesù</em>, <em>Il miracolo non è una cosa tanto buona se bisogna piegare la ragione intima delle cose per renderle migliori</em>. Io mi rendo conto, signor Ministro, anzi signora, che giustappunto la scuola non ha bisogno di miracoli ma di ritrovare la ragione intima delle cose. Tipo che ci si va per imparare.<br />
Io la ammiro molto signor Ministro, anzi signora, quando dice cha la scuola deve essere prima di tutto per gli studenti. Ma mi segua, come è possibile fare una scuola per gli studenti senza professori? Qualcuno, signor Ministro, anzi signora, vuole prendersi la briga di insegnare, di fare questo benedetto e vilipeso mestiere?. Come può esistere una scuola per gli studenti senza i professori?.</p>
<p>Non si può, glielo assicuro io, poi sarebbe assurda, noiosa, sarebbe come una partita a tennis senza la rete. Senza nessun interesse, e nemmeno un imprevisto, e nemmeno il necessario confronto che c&#8217;è tra gli studenti e un docente che non va loro a genio. Nessuno avrebbe più l&#8217;opportunità di imparare nonostante.</p>
<p>Quindi i professori sono necessari alla scuola come i piloni in cemento ai ponti, siamo d&#8217;accordo. Il preside è necessario, gli amministrativi sono fondamentali, i bidelli, e mi perdonino quelli che lavorano, non sempre e gli studenti sono linfa. Che cosa dobbiamo tagliare allora?. Per rispondere a questa domanda, bisogna avere il cuore puro signor Ministro, anzi signora, bisogna osservare che meno professori e meno amministrativi è giusto se però ci sono meno studenti. Non parlo della scuola dell’obbligo, dell’alfabetizzazione ottima che il nostro paese è stato in rado di offrire fino a quindici anni fa. Parlo del triennio delle scuole superiori. Lei lo saprà meglio di me che a scuola si iscrivono persone che per vero non hanno nessun interesse per lo studio. Si iscrivono a scuola con il concetto che chi studia fa una vita migliore. Ovviamente se lo chiede a me che sono crocifissa ai libri, già adesso, senza l’auspicato raddoppio dello stipendio, le dico che è ovvio che chi studia ha una vita migliore ma è una mia opinione, non una verità di stato. Mentre è verità di stato che molte persone che non hanno terminato gli studi lavorano nelle trafile industriali e hanno termini pensionistici pari a quelli dei professori, o degli impiegati, ed è chiaro che questo è un assurdo perché esistono, a non volersi coprire dietro a un dito, lavori più logoranti di altri. Perché tutti si iscrivono a scuola anche quando non è più per legge. Per curiosità mi dirà lei. E io, che ho la curiosità come motore primo della mia piccola vita, le dirò che non è così, non tutti gli studenti sono curiosi, molti studenti arrivano per prendere il pezzo di carta. Dicono proprio, con una certa baldanza, Io voglio prendermi il pezzo di carta perché altrimenti qui non si può nemmeno andare a pulire i cessi. Mi perdoni la parola cesso, ce pure è italiano, ma ha un suono violento, ma dicono proprio questo. E io ho insegnato sia al nord che al sud signor Ministro anzi signora. Che cosa voglio dire?.<br />
Che se la situazione scolastica è grama, è colpa degli studenti? No, no signor Ministro anzi signora, gli studenti sono la parte migliore della scuola, voglio solo dire che bisogna orientare le persone, riproporre una cultura del lavoro e dello studio come lavoro. Come tutti gli altri.</p>
<p>Voglio dire che la scuola è subissata di persone che aumentano il numero degli studenti senza essere studenti. È come se aumentassero il quorum di tutti quei sondaggi sulla qualità senza tenere conto che qualcuno alle domande non risponde proprio, segna una x qualsivoglia. Come per passatempo.<br />
Lo ripeto signor Ministro, anzi signora, che lei pensasse che io ritenga colpevoli gli studenti dei mali della scuola. No, non signor Ministro anzi signora, ribadisco, io adoro gli studenti. Anche quelli che mentre parlo sorridono alle finestre o parlottano dietro le miei spalle con i compagni di banco o scrivono sul quaderno sotto al testo dell&#8217;esercizio, Io conquisterò il mondo.</p>
<p>Se il mio fosse un mestiere di contenzione li terrei lì per conoscerli per catechizzarli per dirgli che leggere e sapere salva la vita. E ovviamente sarebbe sbagliato perché ognuno di noi ha una vita diversa. La mia signor Ministro, anzi signora, è diversa dalla sua.</p>
<p>Ma torno in me e le scrivo chiaramente che il male della scuola è esser stata identificata come un luogo in cui, intanto, puoi guardarti intorno e scegliere. Che è anche vero fino a un certo punto. Ma poi? Perché non c’è nessun orientamento serio sulle possibilità di lavoro al di fuori del pezzo di carta? Perché nessuno dice a chiare lettere che chi studia non è una persona migliore di chi non studia, o diversa, ma fa semplicemente un altro lavoro?.</p>
<p>Nessuno signor ministro, anzi Signora, e poi da quando gli atenei hanno cominciato a farsi pubblicità come la cocacola, non potendo vantare per altro la medesima tenacia mercantile, si leggono cose del tipo studia qui e ti assicuri un podio nella vita. Questo è solo l’unico che ho visto, ma nemmeno il peggiore, il sottotesto di tutti è chi studia è migliore.</p>
<p>Che sinceramente signor Ministro, anzi signora, è veramente una stupidaggine enorme come il ministero dell&#8217;istruzione!.</p>
<p>Se ci fosse un orientamento precoce e non ideologico, se ci fosse un sistema pensionistico che permettesse a certe categorie di lavoratori d’altoforno di andare in pensione con venti o venticinque anni di lavoro, e di recuperare quindi, con un poco d&#8217;aria, la consunzione di quei lustri, se ci fosse qualcuno che dicesse, ma più chiaramente di quanto immagini, che certi operai specializzati percepiscono stipendi favolosi, che cere sarte si intendono di questioni di lanacaprina assai meglio di valenti filosofi, se qualcuno, lo stato, le signor Ministro anzi signora, togliesse questa aura mistica allo studio, le classi di secondaria sarebbero assai men numerose e lei potrebbe tagliare i professori allora sì sovrabbondanti e passare a una istruzione migliore. Una istruzione che corteggi pure a conoscenza delle cose. Ma cominciare a tagliare i professori, senza aver detto chiaramente che cose è e per chi è la scuola, cioè per coloro che la scelgono come lavoro,è forse azzardato.<br />
Lei ha ragione ma è fuori tempo signor Ministro, come possiamo fare?</p>
<p>Queste riflessioni sono uscite, in versione appena modificata, su Nuovi Argomenti  [#44, V serie] <em>Concordia Nazionale</em> attualmente in libreria. Il primo articolo di Pietro Citati, <em>Raddoppiamo lo stipendio ai professori</em>, si trova <a href="http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2007-cinque/raddoppiare-stipendi/raddoppiare-stipendi.html">qui</a>.</p>
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		<title>La Gelmini spiegata da mia figlia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 12:03:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
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					<description><![CDATA[[questo articolo è stato pubblicato oggi sulle pagine milanesi di Repubblica, in riferimento alla manifestazione contro la legge Gelmini tenuta ieri a Milano.] di Gianni Biondillo I figli bisognerebbe ascoltarli. Sempre. La mia più grande ha otto anni e fa la terza elementare. L&#8217;altro giorno, guardando il telegiornale, mi ha chiesto cosa fosse maestro prevalente. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/gelmini.jpg"/></p>
<p>[<em>questo articolo è stato pubblicato oggi sulle pagine milanesi di</em> Repubblica<em>, in riferimento alla manifestazione contro la legge Gelmini tenuta ieri a Milano</em>.]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>I figli bisognerebbe ascoltarli. Sempre. La mia più grande ha otto anni e fa la terza elementare. L&#8217;altro giorno, guardando il telegiornale, mi ha chiesto cosa fosse maestro prevalente. Gliel&#8217;ho spiegato. Lei non ha apprezzato affatto: “ma che brutto! Non mi piace avere una sola maestra, e se poi è una antipatica o non è brava? Sai che noia!” Quando poi mi ha chiesto delle classi differenziate si è persino indignata: “vuoi dire che non potrò stare con i miei compagni che non sono italiani? Ma perché, che male hanno fatto?”<br />
<span id="more-10323"></span><br />
Il governo italiano non ascolta i nostri figli. Non ascolta nessuno, in realtà. È convinto che le almeno centomila persone che ieri hanno sfilato per il centro cittadino siano tutte manipolate ad arte dalla sinistra, come una massa di pecore al macello. Peccato che le solite truppe cammellate della sinistra, con bandiere rosse al seguito, non si siano viste in Piazza del Duomo. Peccato che il livello di istruzione dei partecipanti alla manifestazione era assai alto (studenti, insegnati, professori) e pensare che quella gente sia “facilmente manipolabile” è insultare la loro preparazione culturale. Peccato che molti dei genitori che hanno partecipato alla manifestazione li conosco personalmente e a suo tempo votarono convintamente Berlusconi.</p>
<p>Perché qui ci si nasconde dietro un dito: le mie figlie vanno in una scuola pubblica, il plesso scolastico di Piazza Bacone, in un quartiere che alle politiche ha votato a destra. Quegli stessi genitori hanno da mesi aperto una mailing-list dove ci si aggiorna costantemente sul decreto Gelmini, sui tagli alle università, sul futuro dei loro figli. Nessuno mai ha parlato di politica in quelle email, nessuno mai ha accennato a partiti o a schieramenti. Tutti, semplicemente, stanno ragionando da mesi su cosa fare. Quando lo scorso anno il comune di Milano aprì uno sportello pubblico proprio all&#8217;interno dell&#8217;area scolastica, un gruppo di mamme, preoccupate per la sicurezza dei loro figli, bloccò il traffico per giorni, fino a far chiudere quell&#8217;insensato ufficio dove chiunque poteva entrare, senza sorveglianza, negli spazi dedicati all&#8217;infanzia. Non era una manifestazione di sinistra o di destra, quella.</p>
<p>La nostra politica dovrebbe smetterla di credersi l&#8217;ago della bilancia della società. Qui ci sono problemi contingenti che travalicano gli schieramenti parlamentari. Qui, ieri, in piazza del Duomo, quella che si è vista sfilare è la famosa –  e data per defunta da anni – “società civile”. Che è fatta di persone qualunque, che è fatta di genitori, di studenti, di insegnati, prima che di elettori. Che non capisce come sia possibile che sull&#8217;unica parte del sistema scolastico nazionale che davvero funziona &#8211; la scuola elementare &#8211; quella che ci invidiano persino all&#8217;estero, dove si forgiano i cittadini del futuro, dove i bambini imparano da subito la convivenza fra diverse culture, proprio lì, la mannaia insensata dei tagli cadrà inesorabile. Perché la scuola elementare di mia figlia, scuola pubblica che non ha una lira e che chiede di continuo l&#8217;intervento generoso dei genitori per portare avanti tutte le iniziative, è, non ostante ciò, una scuola che funziona. E funziona bene, con insegnati preparati e motivati, studenti volenterosi e genitori che di tasca loro hanno acquistato già da anni il grembiulino ai loro figli. Quindi smettiamola con questi paraventi mediatici. Non offendete la nostra intelligenza di genitori, e ditecelo, una buona volta, che volete fare a pezzi la scuola pubblica, probabilmente in nome di quella privata, dove ci state giocoforza obbligando a mandare i nostri figli.</p>
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		<title>Avviso agli studenti / 3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 07:30:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[denaro]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
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		<category><![CDATA[Raoul Vaneigem]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[di Raoul Vaneigem SMILITARIZZARE L&#8217;INSEGNAMENTO Lo spirito da caserma ha regnato sovrano nelle scuole. Vi si marciava la passo, ubbidendo agli ordini dei sorveglianti ai quali non mancavano che l&#8217;uniforme e i galloni. La configurazione dell&#8217;edificio obbediva alla legge dell&#8217;angolo retto e della struttura rettilinea. Così l&#8217;architettura si impegnava a sorvegliare le trasgressioni con la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
<h2>SMILITARIZZARE L&#8217;INSEGNAMENTO</h2>
<div></div>
<p><span></p>
<p align="justify">Lo spirito da caserma ha regnato sovrano nelle scuole. Vi si marciava la passo, ubbidendo agli ordini dei sorveglianti ai quali non mancavano che l&#8217;uniforme e i galloni. La configurazione dell&#8217;edificio obbediva alla legge dell&#8217;angolo retto e della struttura rettilinea. Così l&#8217;architettura si impegnava a sorvegliare le trasgressioni con la rettitudine di un&#8217;austerità spartana.</p>
<p></span></p>
<p>Fin negli anni sessanta, l&#8217;istituzione educativa rimase impastata delle virtù guerriere che prescrivevano di andare a morire alle frontiere piuttosto che dedicarsi ai piaceri dell&#8217;amore e della felicità.<span id="more-10256"></span></p>
<p> </p>
<p>Una tale ingiunzione cadrebbe oggi nel ridicolo ma, a dispetto della mutazione cominciata nel maggio &#8217;68 e del discredito nel quale è caduto l&#8217;esercito di un&#8217;Europa senza conflitti (ad eccezione di qualche guerra locale in cui disdegna di intervenire), sarebbe eccessivo pretendere che sia caduta in desuetudine la tradizione dell&#8217;ingiunzione vociferata, dell&#8217;insulto abbaiato, dell&#8217;ordine senza replica e dell&#8217;insubordinazione che ne è la risposta appropriata. <!--more--></p>
<p>L&#8217;autorità quasi assoluta di cui è investito il maestro serve piuttosto all&#8217;espressione di comportamenti nevrotici che alla diffusione di un sapere. La legge del più forte non ha mai fatto dell&#8217;intelligenza altro che una delle armi della stupidità. Molti arricciano il naso, sicuramente, per il fatto di non avere che il diritto di tacere. Ma finchè una comunità di interessi non situerà al centro del sapere le inclinazioni, i dubbi, i tormenti, i problemi che ciascuno risente giorno dopo giorno &#8211; cioè quel che forma la parte più importante della sua vita -, non vi sarà che l&#8217;obitorio e il disprezzo per trasmettere dei messaggi il cui senso non ci riguarda veramente in quanto esseri di desiderio.</p>
<p>&#8220;Prima lavora, ti divertirai in seguito&#8221; ha sempre espresso l&#8217;assurdità di una società che ingiungeva di rinunciare a vivere per meglio consacrarsi a una fatica che distruggeva la vita e non lasciava ai piaceri che i colori della morte.</p>
<p>Ci vuole tutta la stupidità dei pedagoghi specializzati per stupirsi che tanti sforzi e fatiche inflitti agli scolari portino a risultati così mediocri. Che cosa aspettarsi quando il cuore è assente? Charles Fourier, nel corso di un&#8217;insurrezione, osservando con quale cura e quale ardore gli agitatori disselciavano i sanpietrini di una strada e alzavano una barricata in qualche ora, notava che per la stessa opera ci sarebbero voluti tre giorni di lavoro ad una squadra di sterratori agli ordini di un padrone. I salariati non avrebbero trovato altro interesse nella faccenda che la paga, mentre la passione della libertà animava gli insorti. Solo il piacere di essere sé e di appartenersi darebbe al sapere quell&#8217;attrazione passionale che giustifica lo sforzo senza ricorrere alla costrizione.</p>
<p>Perché diventare ciò che si è esige la più intransigente delle risoluzioni. Ci vuole costanza e ostinazione. Se non vogliamo rassegnarci a consumare delle conoscenze che ci ridurranno al miserabile stato di consumatori, non possiamo ignorare che, per uscire dall&#8217;imbroglio in cui si è impantanata la società del passato, dovremo prendere l&#8217;iniziativa di una spinta nel senso opposto. Ma come? Vi si vede pronti a battervi e a schiacciare gli altri per ottenere un impiego ed esitereste ad investire le vostre energie in una vita che sarà tutto l&#8217;impiego che farete di voi stessi?</p>
<p>Noi non vogliamo essere i migliori, noi vogliamo che il meglio della vita ci appartenga, secondo quel principio di inaccessibile perfezione che abolisce l&#8217;insoddisfazione in nome dell&#8217;insaziabilità.</p>
<h2><strong>FARE DELLA SCUOLA UN CENTRO DI CREAZIONE DI VITA, NON L&#8217;ANTICAMERA DI UNA SOCIETA&#8217; PARASSITARIA E MERCANTILE</strong></h2>
<div></div>
<p><span></p>
<p align="justify">Nel dicembre 1991 la Commissione europea ha pubblicato un memorandum sull&#8217;insegnamento superiore. Vi si raccomandava alle università di comportarsi come imprese sottoposte alle regole concorrenziali del mercato. Lo stesso documento auspicava che gli studenti fossero trattati come dei clienti, incitati non ad apprendere ma a consumare.</p>
<p>I corsi diventavano così dei prodotti, i termini &#8220;studenti&#8221;, &#8220;studi&#8221;, lasciavano il posto ad espressioni più appropriate al nuovo orientamento: &#8220;capitale umano&#8221;, &#8220;mercato del lavoro&#8221;.</p>
<p>Nel settembre 1993 la stessa Commissione recidiva con un <em>Libro verde sulla dimensione europea dell&#8217;educazione</em>. Vi si precisa che, sin dalla scuola materna, bisogna formare delle &#8220;risorse umane per i bisogni esclusivi dell&#8217;industria&#8221; e favorire &#8220;una maggiore adattabilità di comportamento in maniera da rispondere alla domanda del mercato della manodopera&#8221;.</p>
<p>Ecco come lo zoom insudiciato del presente proietta come futuro radioso la forza esaurita del passato!</p>
<p>Una volta eliminato quel che sussisteva di mediocremente redditizio nella scuola di ieri &#8211; il latino, il greco, Shakespeare e compagnia -, gli studenti avranno finalmente il privilegio di accedere ai gesti che salvano: equilibrare la bilancia dei mercati producendo dell&#8217;inutile e consumando della merda.</p>
<p>L&#8217;operazione è sulla buona strada perché per quanto si dicano diversi, i governi aderiscono all&#8217;unaminità al principio: &#8220;L&#8217;impresa deve essere impostata sulla formazione e la formazione sui bisogni dell&#8217;impresa.&#8221;</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">Delle nuove leve per gestire il fallimento</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Non è inutile precisare, per aiutare alla comprensione della nostra epoca, attraverso quale processo lo sviluppo del capitalismo sia sfociato in una crisi planetaria che è la crisi dell&#8217;economia nel suo funzionamento totalitario.</p>
<p>Ciò che ha dominato, dall&#8217;inizio del XIX secolo, l&#8217;insieme dei comportamenti individuali e collettivi, è stata la necessità di produrre. Organizzare la produzione tramite il lavoro intellettuale e il lavoro manuale esigeva un metodo direttivo, una mentalità autoritaria, se non dispotica. Erano i tempi della conquista militare dei mercati. I paesi industrializzati depredavano senza scrupoli le risorse delle nuove colonie.</p>
<p>Quando il proletariato iniziò a coordinare le sue rivendicazioni, subì, a dispetto della sua spontaneità libertaria, l&#8217;influenza autocratica che la preminenza del settore produttivo esercitava sui costumi. Sindacati e partiti operai si danno una struttura burocratica che avrebbe finito per ostacolare le masse laboriose con il pretesto di emanciparle.</p>
<p>Il potere rosso si stabilisce tanto più facilmente perché riesce a strappare alla classe sfruttatrice porzioni dei benifici, tradotte in aumenti salariali, miglioramenti del tempo lavorativo (la giornata di otto ore, le ferie pagate), vantaggi sociali, (sussidio di disoccupazione, mutua).</p>
<p>Gli anni &#8217;20 e &#8217;30 spingono al suo stadio supremo la centralizzazione della produzione. Il passaggio del capitalismo privato al capitalismo di Stato avviene brutalmente in Italia, in Germania, in Russia, dove la dittatura di un partito unico &#8211; fascista, nazista, stalinista &#8211; impone la statalizzazione dei mezzi di produzione.</p>
<p>Nei paesi in cui la tradizione liberale ha salvaguardato una democrazia formale, la concenrazione monopolistica che attribuisce allo Stato una vocazione padronale si compie in modo più lento, sornione, meno violento.</p>
<p>E&#8217; negli Stati Uniti che si manifesta per la prima volta un nuovo orientamento economico, votato ad uno sviluppo che trasformerà sensibilmente le mentalità e i costumi: l&#8217;incitamento al consumo infatti diventa più forte della necessità di produrre.</p>
<p>A partire dal 1945 il piano Marshall, destinato ufficialmente ad aiutare l&#8217;Europa devastata dalla guerra, apre la via alla società dei consumi, identificata ad una società del benessere.</p>
<p>L&#8217;obbligo di produrre a qualunque prezzo cede il posto ad un&#8217;impresa addobbata con gli ornamenti della seduzione, sotto la quale si nasconde nei fatti un nuovo imperativo prioritario: consumare. Consumare qualunque cosa, ma consumare.</p>
<p>Si assiste allora ad un&#8217;evoluzione sorprendente: un edonismo da supermercato e una democrazia da self-service, propagando l&#8217;illuzione dei piaceri e della libera scelta riescono a minare &#8211; in modo più sicuro di quanto lo avrebbero sperato gli anarchici del passato &#8211; i sacrosanti valori patriarcali, autoritari, militari e religiosi che un&#8217;economia dominata dagli imperativi della produzione aveva privilegiato.</p>
<p>Si misura meglio oggi quanto la colonizzazione delle masse lavoratrici, attraverso l&#8217;incitamento pressante a consumare una felicità secondo i propri gusti, abbia rallentato la stretta dell&#8217;economia sulle colonie d&#8217;oltremare e abbia favorito il successo delle lotte di decolonizzazione.</p>
<p>Se la libertà degli scambi e la loro indispensabile espansione hanno contribuito alla fine della maggior parte dei regimi dittatoriali e al crollo della cittadella comunista, hanno svelato assai rapidamente i limiti del benessere consumabile.</p>
<p>Frustrati da una felicità che non coincideva propriamente con l&#8217;inflazione di gadgets inutili e di prodotti adulterati, a partire dal 1968, i consumatori hanno preso coscienza della nuova alienazione di cui erano fatti oggetto. Lavorare per un salario che si investe nell&#8217;acquisto di merci di un valore d&#8217;uso aleatorio, suggerisce meno lo stato di beatitudine che l&#8217;impressione spiacevole di essere manipolati secondo le esigenze del mercato. Coloro che subivano l&#8217;officina e l&#8217;ufficio durante la giornata ne uscivano solo per entrare nelle fabbriche meno coercitive ma più menzognere del consumabile.</p>
<p>I falsi bisogni prevalendo su quelli veri, questo &#8220;gadget qualunque&#8221; che bisognava comprare ha finito per generare a sua volta una produzione sempre più aberrante di servizi parassitari, orditi intorno al cittadino con il compito di rassicurarlo, inquadrarlo, consigliarlo, sostenerlo, guidarlo, in breve di inglobarlo in una sollecitudine che lo assimila a poco a poco a un handicappato.</p>
<p> </p>
<p>Si sono visti così i settori prioritari sacrificati a vantaggio del settore terziario, che vende la prorpia complessità burocratica sotto forma di aiuti e portezioni. L&#8217;agricoltura di qualità è stata schiacciata dalle lobbies dell&#8217;agroalimentare che producono in eccesso surrogati di cereali, carni e verdure. L&#8217;arte di abitare è stata sepolta sotto il grigiore, la noia e la criminalità del cemento che assicura le entrare dei gruppu di affari.</p>
<p>Per quanto riguarda la scuola, essa è chiamata a servire da riserva per gli studenti d&#8217;élite ai quali è promessa una bella carriera nell&#8217;inutilità luvrativa e nelle mafie finanziarie. Il circolo è chiuso: studiare per trovare un impiego, per quanto aberrante sia, si è riallacciato con l&#8217;ingiunzione di consumare nel solo interesse di una macchina economica che si blocca da tutte le parti in Occidente &#8211; anche se gli specialisti ci annunciano ogni anno la sua trionfale ripresa.</p>
<p>Ci impantaniamo nelle paludi di una burocrazia parassitaria e mafiosa in cui il denaro si accumula e circola in circuito chiuso anziché investirsi nella fabbricazione di prodotti di qualità, utili al miglioramento della vita e del suo ambiente.</p>
<p>Il denaro è ciò che manca di meno, contrariamente a quello che vi rispondono i vostri deputati, ma l&#8217;insegnamento non è un settore redditizio.</p>
<p>Esiste tuttavia un&#8217;alternativa all&#8217;economia di deperimento e al suo impossibile rilancio. Allontanandosi dal fossato che si scava sempre di più tra gli interessi della merce e l&#8217;interesse di ciò che vive, l&#8217;alternativa propone di riconvertire al servizio dell&#8217;umano una tecnologia che l&#8217;imperialismo luvrativo ha disumanizzato, fino a farne &#8211; nel caso della fissione nucleare e della sperimentazione genetica &#8211; delle temibili nocività. Essa esige di accordare la priorità alla qualità della vita e a quelle attività di base che l&#8217;assurdità del capitalismo arcaico condanna precisamente a cadere a pezzi sotto i colpi di continue restrizioni di bilancio: l&#8217;abitazione, l&#8217;alimentazione, i trasporti, l&#8217;abbigliamento, la salute, l&#8217;educazione e la cultura.</p>
<p>Una mutazione si mette in moto sotto i nostri occhi. Il neocapitalismo si prepara a ricostruire con profitto ciò che il vecchio ha rovinato. A dispetto delle resistenze del passato, le energie naturali finiranno per sostituirsi ai mezzi di produzione inquinanti e devastanti.</p>
<p>Come la rivoluzione industriale ha suscitato, dall&#8217;inizio del XIX secolo, un numero considerevole di inventori e di innovazioni &#8211; elettricità, gas, macchina a vapore, telecomunicazioni, trasporti rapidi -, così la nostra epoca esprime una domanda di nuove creazioni che prenderanno il posto di ciò che oggi serve la vita solo minacciandola: il petrolio, il nucleare, l&#8217;industria farmaceutica, la chimica inquinante, la biologia sperimentale&#8230; e la pletora di servizi parassitari dove prolifera la burocrazia.</p>
<p> </p>
<div><strong></strong></div>
<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<p align="justify">La fine del lavoro forzato inaugura l&#8217;era della creatività</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p align="justify"> </p>
<p>Il lavoro è una creazione abortita. Il genio creatore dell&#8217;uomo si è trovato preso in trappola in un sistema che l&#8217;ha condnnato a produrre potere e profitto, non lasciando altro sfogo al suo rigoglio che l&#8217;arte e il sogno.</p>
<p>Ora, questo lavoro di sfruttamento della natura, cos&#8217; spesso esaltato come la potenza prometeica che trasforma il mondo, ci consegna oggi il suo bilancio definitivo: una sopravvivenza confortevole le cui risorse ed il cui cuore si consumano nel circolo vizioso del profitto.</p>
<p>Come potrebbe un lavoro cos&#8217; inutile e così nocivo alla vita non esaurirsi a sua volta? Ieri procurava l&#8217;automobile e la televisione, al prezzo dell&#8217;aria inquinata e dei palliativi di una vita assente. Oggi resta solo un salvagente aleatorio di una società paralizzata dall&#8217;inflazione burocratica, dove niente è più garantito, né il salario, né la casa, né i prodotti naturali, né le risorse energetiche, né le conquiste sociali.</p>
<p>In un&#8217;atmosfera resa oppressiva dalla rarefazione degli affari, la diminuzione del lavoro è evidentemente sentita come una maledizione. La disoccupazione è un lavoro svuotato. Una stessa rassegnazione vi fa attendere un&#8217;elemosina come il lavoratore attende il suo salario dedicandosi ad un&#8217;occupazione che lo annoia (anche se ormai giudica imprudente confessarlo).</p>
<p>Mentre tutto va alla malora sul fulo di una disperazione ispirata dall&#8217;autodistruzione planetaria economicamente programmata, un mondo è là, lasciato all&#8217;abbandono, un mondo che bisogna restaurare, spogliare delle sue nocività e ricostruire per il nostro benessere, come se, spezzandosi, lo specchio delle illusioni consumistiche avesse messo la felicità alla nostra portata, dopo averne mostrato il falso riflesso.</p>
<p>Diminuire il tempo di lavoro per meglio distribuirlo? Sia pure. Ma in quale prospettiva e con quale coscienza? Se l&#8217;obbiettivo dell&#8217;operazione è, per i più, aumentare la produzione di beni e di servizi utili al mercato e non alla vita., in cambio di un salario che ne pagherà il consumo crescente, allora il vecchio capitalismo non avrà fatto altro che recuperare a suo profitto ciò che finge di abbandonare al profitto di tutti.</p>
<p>Al contrario, se la stessa pratica ubbidisce alle sollecitazioni di un neocapitalismo che cerca nell&#8217;investimento ecologico un&#8217;arma contro l&#8217;immobilismo di un padronato senza immaginazione, mancherà soltanto una resa di coscienza perché il salario garantito e il tempo di lavoro ridotto aprano a ciascuno il campo di una libera creazione e la libertà di ritrovarsi ed essere infine se stessi.</p>
<p>Perché, a dispetto dell&#8217;occultazione che intrattengono intorno ad essa le burocrazie della corruzione e le mafie affariste, esiste una domanda economico-sociale che va controcorrente rispetto alle grida di soccorso del disastro ordinario. Essa reclama un ambiente che migliori la qualità della vita, una produzione senza oppressione né inquinamento, dei rapporti autenticamente umani, la fine della dittatura che la redditività esercitt sulla vita. Sta a voi &#8211; e alla nuova scuola che inventerete &#8211; impedire che la creatività, obiettivamente stimolata dalla promessa di impieghi di utilità pubblica, si inrappoli nell&#8217;alienazione economica, tagliandosi fuori dalla creazione di sé.</p>
<p>Se vi dimenticate di ciò che siete e in quale vita volete essere, non sperate in un altro destino che quello di una merce buona da buttare appena superata la cassa.</p>
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<p align="justify">Privilegiare la qualità</p>
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<p align="justify"> </p>
<p>A forza di obbedire al criterio della quantità, la corsa al profitto scade nell&#8217;assurdità della sovrapproduzione. Produrre molto aumentava ieri il plusvalore dei padroni, che non esitavanop a distruggere le eccedenze di caffé, di carne, di grano per impedire un abbassamento dei pressi sul mercato.</p>
<p>Lo sviluppo del consumo, toccando un più vasto settore della popolazione, ha permesso di assorbire in una certa misura una cescente quantità di merci concepite piuttosto a scopo di guadagno che per il loro uso pratico. La qualità di un prodotto è stata considerata con tanta più disinvoltura in quanto non era questa a determinare il livello delle vendite, ma la menzogna pubblicitaria di cui era rivestita per sedurre il cliente. Ma a forza di lavare sempre più bianco anche la menzogna finisce per logorarsi. Offesa dall&#8217;eccesso di disprezzo, la clientela ha finito per recalcitrare. Si è mostrata critica, ha rifiutata di ingoiare ciecamente quello che il cucchiaino dello slogan gli infilava ad ogni momento negli occhi, in bocca, nelle orecchie, in testa.</p>
<p>Molti hanno dunque deciso di non lasciarsi più consumare da un&#8217;economia che se ne infischia della loro salute e della loro intelligenza. Esigendo la qualità di ciò che viene loro proposto, scoprono o riscoprono la loro qualità di esseri, la loro specificità di individui lucidi, che era stata occultata da quella riduzione allo stato gregario provocata e intrattenuta dalla propaganda consumistica.</p>
<p>Ma, mentre gli organismi di difesa dei consumatori organizzano il boicottaggio dei prodotti snaturati da un&#8217;agricoltura che inonda il mercato di cereali forzati, di ortaggi concimati, di carni provenienti da animali martirizzati in allevamenti-lager, sembra che nelle scuole ci si rassegni a vedere la cultura avviarsi sulla stessa strada della peggiore agricoltura.</p>
<p>Se gli uomini politici nutrissero nei riguardi dell&#8217;educazione le buone intenzioni che proclamano a ogni piè sospinto, non dovrebbero mettere in opera tutto per garantire la qualità? Tarderebbero forse a decretare le due misure che determinano la condizione <em>sine qua non</em> di un apprendimento umano: aumentare il numero di insegnanti e diminuire il numero di allievi per calsse, in modo che ciascuno sia trattato secondo la sua specificità e non nell&#8217;anonimato di una folla?</p>
<p>Ma, apparentemente, l&#8217;interesse ha per loro una connotazione più economica che semplicemente umana. Se i governi privilegiano l&#8217;allevamento intensivo di studenti consumabili sul mercato, allora i principi di una sana gestione prescrivono di stivare nello spazio scolastico più piccolo la quantità minima di teste, modellabili dal minimo personale possibile. La logica è pefetta e nessuna società protettrice degli animali insorgerà contro il consumo forzato di conoscenze sottoposte alla legge della domanda e dell&#8217;offerta, né contro gli usi da mercanti di cavalli che regnano sulla fiera del lavoro.</p>
<p>Rassegnatevi dunque al partito preso della stupidità che implica lo stato gregario, perché per educare una classe di trenta allievi non vedo che la sferza o l&#8217;astuzia.</p>
<p>Ma non invocate l&#8217;impossibilità materiale di promuovere un insegnamento personalizzato. Gli sviluppi delle tecniche audiovisive non potrebbero permettere ad un grande numero di studenti di ricevere individualmente ciò che un tempo apparteneva al maestro di ripetere fino a memorizzazione (ortografia, grammatica elementare, vocabolario, formule chimiche, teoremi, solfeggio, declinazioni&#8230;)? Oppure di verificare come in un gioco il grado i assimilazione e di comprensione?</p>
<p>Così liberato di un&#8217;occupazione ingrata e meccanica, l&#8217;educatore non avrebbe più che da dedicarsi all&#8217;essenziale del suo compito: assicurare la qualità delle informazioni globalmente ricevute, aiutare alla formazione di individui autonomi, dare il meglio del suo sapere e della sua esperienza aiutando ciascuno a leggersi e a leggere il mondo.</p>
<p>Informazione al massimo numero di soggetti possibili, formazione per piccoli gruppi. Al centro di una vasta rete di irrigazione che dreni verso ogni allievo la molteplicità delle conoscenze, l&#8217;educatore avrà finalmente la libertà di diventare ciò che ha sempre sognato di essere: il rivelatore di una cretività di cui non vi è nessuno che non possieda la chiave, per quanto nascosta essa sia sotto il peso delle passate costrizioni.</p>
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]]></content:encoded>
					
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		<title>Avviso agli studenti / 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 15:01:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
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		<category><![CDATA[Raoul Vaneigem]]></category>
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					<description><![CDATA[(In occasione della lotta degli studenti contro la riforma Gelmini, pubblico, in quattro puntate, il testo integrale del bellissimo, fondamentale testo di Raoul Vaneigem Avviso agli studenti, nella traduzione di Sergio Ghirardi. Perché questa lotta possa essere solo essere l&#8217;inizio di una vera riforma). di Raoul Vaneigem L’essere umano deve potere tutto, e non dovere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(In occasione della lotta degli studenti contro la riforma Gelmini, pubblico, in quattro puntate, il testo integrale del bellissimo, fondamentale testo di Raoul Vaneigem</em> Avviso agli studenti<em>, nella traduzione di Sergio Ghirardi. Perché questa lotta possa essere solo essere l&#8217;inizio di una vera riforma).</em></p>
<p>di <strong>Raoul Vaneigem</strong></p>
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<p><span><em></p>
<p style="text-align: right;">L’essere umano deve potere tutto, e non dovere niente.</p>
<p style="text-align: right;">Non c’erano che poche cose, in effetti, di cui non si credeva capace.</p>
<p style="text-align: right;">Non contava che tutto quello che faceva gli riuscisse: spesso non gli riusciva.</p>
<p style="text-align: right;">Ma lo poteva lo stesso.</p>
<p style="text-align: right;">
<div><strong></strong></div>
<p> </p>
<p> 
</p>
<p style="text-align: right;">Georg Groddeck</p>
<p style="text-align: justify;"> <br />
La scuola è stata, con la famiglia, la fabbrica, la caserma e accessoriamente l&#8217;ospedale e la prigione, il passaggio ineluttabile in cui la società mercantile piegava a suo vantaggio il destino degli esseri che si dicono umani.</p>
<p>Il governo che essa esercitava su nature ancora appassionate delle libertà dell&#8217;infanzia l’apparentava, infatti, a quei luoghi poco propizi alla realizzazione e alla felicità che furono &#8211; e che restano in diversa misura &#8211; il recinto familiare, l&#8217;officina o l&#8217;ufficio, l&#8217;istituzione militare, la clinica, le carceri.<span id="more-10242"></span></p>
<p>La scuola ha forse perso il carattere ributtante che presentava nel XIX e XX secolo, quando rompeva gli spiriti e i corpi alle dure realtà del rendimento e della servitù, facendosi gloria di educare per dovere, autorità e austerità, non per piacere e per passione? Niente è meno certo, e non si potrà negare che sotto l&#8217;apparente sollecitudine della modernità, numerosi arcaismi continuano a scandire la vita di studentesse e studenti.</p>
<p>L&#8217;impresa scolastica non ha forse obbedito fino ad oggi a una preoccupazione dominante: migliorare le tecniche di ammaestramento affinché l&#8217;animale sia redditizio?</p>
<p>Nessun ragazzo supera la soglia di una scuola senza esporsi al rischio di perdersi: voglio dire di perdere questa vita esuberante, avida di conoscenze e di meraviglie, che sarebbe così esaltante nutrire, invece di sterilizzarla e farla disperare con il noioso lavoro del sapere astratto. Che terribile constatazione quegli sguardi così brillanti di colpo sbiaditi!</p>
<p>Ecco quattro muri. lì consenso generale decide che, con ipocriti riguardi, vi saremo imprigionati, costretti, colpevolizzati, giudicati, onorati, puniti, umiliati, etichettati, manipolati, vezzeggiati, violentati, consolati, trattati come aborti che questuano aiuto e assistenza. Di che cosa vi lamentate? obbietteranno gli autori di leggi e decreti. Non è forse il modo migliore di iniziare i novellini alle regole immutabili che reggono il mondo e l&#8217;esistenza? Senza dubbio. Ma perché i giovani dovrebbero ancora accontentarsi di una società senza gioia e senza avvenire, che gli stessi adulti sopportano ormai rassegnati, con un&#8217;acrimonia e un malessere crescenti?</p>
<p><strong>Una scuola dove la vita si annoia insegna solo la barbarie</strong></p>
<p>Il mondo è cambiato più in trent’anni che in tremila. Mai &#8211; perlomeno nell&#8217;Europa occidentale &#8211; la sensibilità dei ragazzi ha tanto deviato dai vecchi istinti predatori che fecero dell&#8217;animale umano la più feroce e la più distruttrice delle specie terrestri.</p>
<p>Eppure, l&#8217;intelligenza resta fossilizzata, quasi impotente a percepire la mutazione che si opera sotto i nostri occhi. Una mutazione paragonabile all&#8217;invenzione dell&#8217;utensile, che produsse un tempo il lavoro di sfruttamento della natura e generò una società composta di padroni e di schiavi. Una mutazione in cui si rivela la vera specificità umana: non la produzione di una sopravvivenza sottomessa agli imperativi di un&#8217;economia lucrativa, ma la creazione di un ambiente favorevole a una vita più intensa e più ricca.</p>
<p>Il nostro sistema educativo si inorgoglisce a ragione di aver risposto con efficacia alle esigenze di una società patriacale un tempo onnipotente, tenendo conto di un solo dettaglio: che una tale gloria è al contempo ripugnante e superata.</p>
<p>Su cosa poggiava il potere patriarcale, la tirannia del padre, la potenza del maschio? Su una struttura gerarchica, il culto del capo, il disprezzo della donna, la devastazione della natura, lo stupro e la violenza oppressiva. Questo potere, la storia lo abbandona ormai in uno stato di avanzata decomposizione: nella comunità europea, i regimi dittatoriali sono scomparsi, l&#8217;esercito e la polizia virano all&#8217;assistenza sociale, lo Stato si dissolve nelle acque torbide degli affari e l&#8217;assolutismo paternalistico non è altro che un ricordo di marionette.</p>
<p>Bisogna davvero coltivare la stupidità con una prolissità ministeriale per non revocare immediatamente un insegnamento che il passato impasta ancora con i lieviti ignobili del dispotismo, del lavoro forzato, della disciplina militare e di quell&#8217;astrazione, la cui etimologia &#8211; abstrahere, tirar fuori da -esprime bene l&#8217;esilio da sè, la separazione dalla vita.</p>
<p>Finalmente agonizza quella società in cui si entrava vivi solo per imparare a morire. La vita riprende i suoi diritti timidamente come se, per la prima volta nella storia, essa si ispirasse ad un&#8217;eterna primavera anziché mortificarsi di un inverno senza fine.</p>
<p>Odiosa ieri, la scuola oggi è soltanto ridicola. Essa funzionava implacabilmente secondo i meccanismi di un ordine che si credeva immutabile. La sua perfezione meccanica tetanizzava l&#8217;esuberanza, la curiosità, la generosità degli adolescenti per meglio integrarli nei cassetti di un armadio che l&#8217;usura del lavoro trasformava a poco a poco in bara. Il potere delle cose usciva vincitore sul desiderio degli esseri.</p>
<p>La logica di un&#8217;economia allora fiorente era irrefrenabile, come lo sgranarsi delle ore della sopravvivenza che suonano con costanza a raccolta verso la morte. La potenza dei pregiudizi, la forza d&#8217;inerzia, la rassegnazione abitudinaria esercitavano così comunemente la loro presa sull&#8217;insieme dei cittadini che ad eccezione di qualche renitente, amante dell&#8217;indipendenza, la maggior parte delle persone trovava il proprio tornaconto nella miserabile speranza di una promozione sociale e di una carriera garantita fino alla pensione.</p>
<p>Non mancavano dunque delle eccellenti ragioni per spingere il ragazzo sulla retta via della convenienza, perché rimettersi ciecamente all&#8217;autorità professorale offriva all&#8217;impetratore gli allori di una ricompensa suprema: la certezza di un lavoro e di un salario.</p>
<p>I pedagoghi dissertavano sul fallimento scolastico senza preoccuparsi dello scacchiere su cui si tramava l&#8217;esistenza quotidiana, giocata ad ogni passo nell&#8217;angoscia del merito e del demerito, della perdita e del profitto, dell&#8217;onore e del disonore. Una costernante banalità regnava nelle idee e nei comportamenti: c&#8217;erano i forti e i deboli, i ricchi e i poveri, i furbi e gli imbecilli, i fortunati e gli sfortunati.</p>
<p>Certo la prospettiva di dover passare la propria vita in una fabbrica o in un ufficio a guadagnare il denaro del mese non era atta ad esaltare i sogni di felicità e di armonia che l&#8217;infanzia nutriva, Essa produceva in serie degli adulti insoddisfatti, frustrati di un destino che avrebbero desiderato più generoso. Delusi e istruiti dalle lezioni dell&#8217;amarezza non trovavano, nella maggior parte dei casi, altra scappatoia al loro risentimento che dispute assurde, sostenute dalle migliori ragioni del mondo. I conflitti religiosi, politici, ideologici procuravano loro l&#8217;alibi di una Causa &#8211; come dicevano pomposamente &#8211; che nascondeva loro di fatto la triste violenza del male di sopravvivere di cui soffrivano. Così la loro esistenza scorreva nell&#8217;ombra ghiacciata di una vita assente. Ma quando l&#8217;aria è ammorbata, gli appestati dettano legge. Per inumani che fossero i principi dispotici che reggevano l&#8217;insegnamento e inculcavano ai ragazzi le sanguinose vanità dell&#8217;età adulta -quelli che Jean Vigo beffeggia nel suo film Zero in condotta -, partecipavano della coerenza di un sistema preponderante, rispondevano alle ingiunzioni di una società che non si riconosceva altro motore principale se non il potere e il profitto.</p>
<p>Ma oramai, anche se l&#8217;educazione si ostina ad obbedire agli stessi moventi, la coerenza è scomparsa: c&#8217;è sempre meno da, guadagnare e sempre più vita sprecata a raschiare gli avanzi.</p>
<p>L&#8217;insopportabile predominanza degli interessi finanziari sul desiderio di vivere non riesce più a ingannare. Il tintinnio quotidiano dell&#8217;esca del guadagno risuona assurdamente nella misura in cui il denaro si svaluta, che un fallimento comune livella capitalismo di Stato e capitalismo privato, e che scivolano verso la fogna del passato i valori patriarcali del padrone e dello schiavo, le ideologie di destra e di sinistra, il collettivismo e il liberalismo, tutto ciò che si è edificato sullo stupro della natura terrestre e della natura umana in nome della sacrosanta merce.</p>
<p>Un nuovo stile sta nascendo, dissimulato soltanto dall&#8217;ombra di un colosso i cui piedi di argilla hanno già ceduto. La scuola rimane confinata nella penombra del vecchio mondo che sprofonda.</p>
<p>Bisogna distruggerla? Domanda doppiamente assurda.</p>
<p>Prima di tutto perché è già distrutta. Sempre meno interessati da ciò che insegnano e studiano &#8211; e soprattutto dalla maniera di istruire e istruirsi &#8211; professori e allievi non sono forse indaffarati a far colare a picco insieme il vecchio piroscafo pedagogico che fa acqua da tutte le parti?</p>
<p>La noia genera la violenza, la bruttezza degli edifici incita al vandalismo, le costruzioni moderne, cementate dal disprezzo degli impresari immobiliari, si screpolano, crollano, prendono fuoco, secondo l&#8217;usura programmata dei loro materiali di paccottiglia.</p>
<p>In secondo luogo, perché l&#8217;istinto di annientamento si iscrive nella logica di morte di una società mercantile la cui necessità lucrativa esaurisce la parte viva degli esseri e delle cose, la degrada, la inquina, la uccide. Accentuare la rovina non dà profitti solo agli avvoltoi dell&#8217;immobiliare, agli ideologi della paura e della sicurezza, ai partiti dell&#8217;odio, dell&#8217;esclusione, dell&#8217;ignoranza, dà anche garanzie a quell&#8217;immobilismo che non cessa di cambiare abiti nuovi e maschera la sua nullità dietro a riforme tanto spettacolari quanto effimere.</p>
<p>La scuola è al centro di una zona di turbolenza dove gli anni giovanili rovinano nella tetraggine, dove la nevrosi coniugata dell&#8217;insegnante e dell&#8217;insegnato imprime il suo movimento al bilanciere della rassegnazione e della rivolta, della frustrazione e della rabbia. Essa è anche il luogo privilegiato di una rinascita. Porta in gestazione la coscienza che è al centro della nostra epoca: assicurare la priorità di ciò che vive sull&#8217;economia di sopravvivenza.</p>
<p>Essa detiene la chiave dei sogni in una società senza sogno: la risoluzione di cancellare la noia sotto il rigoglio di un paesaggio in cui la volontà di essere felici bandirà le fabbriche inquinanti, l&#8217;agricoltura intensiva, le prigioni di ogni genere, i laboratori di affari sospetti, i depositi di prodotti sofisticati, e quelle cattedre di verità politiche, burocratiche, ecclesiastiche che chiamano lo spirito a meccanizzare il corpo e lo condannano a claudicare nell&#8217;inumano.</p>
<p>Stimolato dalle speranze della Rivoluzione, Saint-Just scriveva: &#8220;La felicità è un&#8217;idea nuova in Europa.&#8221; Ci sono voluti due secoli perché l&#8217;idea, cedendo al desiderio, esigesse la sua realizzazione individuale e collettiva.</p>
<p>Ormai, ogni bambino, ogni adolescente, ogni adulto si trova all&#8217;incrocio di una scelta: sfinirsi in un mondo sfinito dalla logica della redditività ad ogni costo, o creare la propria vita creando un ambiente che ne assicuri la pienezza e l&#8217;armonia. Perché l&#8217;esistenza quotidiana non può essere confusa più a lungo con questa sopravvivenza adattativa a cui l’hanno ridotta gli uomini che producono la merce e dalla quale sono prodotti.</p>
<p>Noi non vogliamo più una scuola in cui si impara a sopravvivere disimparando a vivere. La maggior parte degli uomini non sono stati altro che animali spiritualizzati, capaci di promuovere una tecnologia al servizio dei loro interessi predatori ma incapaci di affinare umanamente la vita e raggiungere così la propria specificità di uomo, di donna, di fanciullo. Al termine di una corsa frenetica verso il profitto, i topi in tuta e in giacca e cravatta scoprono che non resta più che una misera porzione del formaggio terrestre che hanno rosicchiato da ogni lato. Dovranno progredire nel deperimento, o operare una mutazione che li renderà umani.</p>
<p>E&#8217; tempo che il <em>memento vivere</em> prenda il posto del <em>memento mori</em> che bollava le conoscenze sotto il pretesto che niente è mai acquisito.</p>
<p>Ci siamo lasciati troppo a lungo persuadere che non c&#8217;era da attendere altro dalla sorte comune che la decadenza e la morte. É una visione da vegliardi prematuri, da golden boys caduti in senilità precoce perché hanno preferito il denaro all&#8217;infanzia. Che questi fantasmi di un presente coniugato al passato cessino di occultare la volontà di vivere che cerca in ciascuno di noi la via della sua sovranità!</p>
<p>Per spezzare l&#8217;oppressione, la miseria, lo sfruttamento, non basta più una sovversione avvelenata dai valori morti che essa combatte. É venuta l&#8217;ora di scommettere sulla passione incomprimibile di ciò che è vivo, dell&#8217;amore, della conoscenza, dell&#8217;avventura che chiunque abbia deciso di crearsi secondo la sua &#8220;linea di cuore&#8221; inaugura ad ogni istante.</p>
<p>La società nuova comincia dove comincia l&#8217;apprendistato di una vita onnipresente. Una vita da percepire e da comprendere nel minerale, nel vegetale, nell&#8217;animale, regni da cui l&#8217;uomo deriva e che porta in sé con tanta incoscienza e disprezzo. Ma anche una vita fondata sulla creatività, non sul lavoro; sull&#8217;autenticità, non sull&#8217;apparire; sull&#8217;esuberanza dei desideri, non sui meccanismi di rimozione e di sfogo. Una vita spogliata della paura, dell&#8217;obbligo, del senso di colpa, dello scambio, della dipendenza. Perché essa coniuga inseparabilmente la coscienza e il godimento di sé e del mondo.</p>
<p>Una donna che ha la sfortuna di abitare un paese incancrenito dalla barbarie e dall&#8217;oscurantismo scriveva: &#8220;In Algeria si insegna al bambino a lavare un morto, io voglio insegnargli i gesti dell&#8217;amore.&#8221; Senza scadere in tanta morbosità, il nostro insegnamento, sotto la sua apparente eleganza, troppo spesso, non è stato che un abbigliamento dei morti. Si tratta ora di ritrovare fin nelle formulazioni del sapere i gesti dell&#8217;amore: la chiave della conoscenza è la chiave della libertà dove l&#8217;affetto è offerto senza riserve.</p>
<p>Che l&#8217;infanzia sia caduta nella trappola di una scuola che ha ucciso il meraviglioso invece di esaltarlo indica abbastanza in quale urgenza si trovi l&#8217;insegnamento, se non vuole cadere in seguito nella barbarie della noia, di creare un mondo di cui sia permesso meravigliarsi.</p>
<p>Guardatevi tuttavia dall&#8217;attendere aiuto o panacea da qualche salvatore supremo. Sarebbe vano, sicuramente, accordare credito a un governo, a una fazione politica, accozzaglia di gente preoccupata di sostenere prima di tutto l&#8217;interesse del loro potere vacillante; e nemmeno a tribuni e maitres à penser, personaggi massmediatici che moltiplicano la loro immagine per scongiurare la nullità che riflette lo specchio della loro esistenza quotidiana. Ma sarebbe soprattutto andare contro se stessi, inginocchiarsi come un questuante, un assistito, un inferiore, mentre l&#8217;educazione deve avere per scopo l&#8217;autonomia, l&#8217;indipendenza, la creazione di sé, senza la quale non vi è vero aiuto reciproco, autentica solidarietà, collettività senza oppressione.</p>
<p>Una società che non ha altra risposta alla miseria che il clientelismo, la carità e l&#8217;arte di arrangiarsi è una società mafiosa. Mettere la scuola sotto il segno della competizione, incitare alla corruzione, che è la morale degli affari.</p>
<p>La sola assistenza degna di un essere umano è quella di cui ha bisogno per muoversi con i propri mezzi. Se la scuola non insegna a battersi per la volontà di vivere e non per la volontà di potenza, essa condannerà intere generazioni alla rassegnazione, alla servitù e alla rivolta suicida. Rovescerà in soffio di morte e di barbarie ciò che ciascuno possiede in sé di più vivo e di più umano.</p>
<p>Io non immagino altro progetto educativo che quello di formarsi nell&#8217;amore e nella conoscenza di ciò che è vivo. Al di fuori di una scuola della vita dove la vita si trova e si cerca senza fine &#8211; dall&#8217;arte di amare fino alle matematiche speculative &#8211; non vi è che la noia e il peso morto di un passato totalitano.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Note:</p>
<p>* Nel testo <em>école buissonnière. Faire l&#8217;école buissonière</em> significa marinare la scuola, ma nel contesto significa una struttura di apprendimento senza rigidità, aperta alla vita.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p></em></span></p>
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		<title>Voglio chiamarvi Signori perché Ragazzi mi ha stufato [scuola/4]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 05:00:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[mosse]]></category>
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					<description><![CDATA[Vorrei morire a questa età Vorrei star fermo mentre il mondo va Ho quindici anni BAUSTELLE, Charlie fa il surf di Chiara Valerio Io non vi vedo e non vi sento. Certe volte quando cammino per i corridoi controllo di non avere le orecchie piene d’ovatta e i paraocchi. Non parlo delle chiacchiere intorno ai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-9878" title="foto20di20classe20terza20elementare20anno201948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/foto20di20classe20terza20elementare20anno201948-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em></em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Vorrei morire a questa età<br />
Vorrei star fermo mentre il mondo va<br />
Ho quindici anni</em><br />
BAUSTELLE, <em>Charlie fa il surf</em></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Io non vi vedo e non vi sento. Certe volte quando cammino per i corridoi controllo di non avere le orecchie piene d’ovatta e i paraocchi. Non parlo delle chiacchiere intorno ai distributori di snack o dei gruppi variopinti che, al cambio dell’ora, si assiepano agli infissi delle porte. E nemmeno delle spinte nei bagni o dei calci in palestra. Io parlo della voce. E dei pugni. Forse ci state bene, forse io non capisco, forse è l’ennesimo intervallo passato in aula a discutere mentre fuori c’è il sole. La voce di chi viene considerato un numero, i pugni in tasca di chi, a ben guardare, conta solo come valore statistico anche se non lo è nemmeno per un attimo, nemmeno al censimento. Dovreste farvi sentire, assordare o spaccare tutto.<br />
Sì l’ho detto, non guardatemi a quel modo. Ho detto proprio spaccare.<br />
<span id="more-9876"></span><br />
Un poco mi conoscete, io non sono una donna violenta, anzi, pure con voi che usate i banchi come cuscini da baruffa, penso sempre che le parole risolvono perché spiegano. E quindi parlo e basta. Eppure mi arrabbio a vedervi così inermi, così imbracati nella vostra spensieratezza da diventare la carne da macello del sistema. La benzina sottocosto rispetto al mercato del carburante.<br />
Sì l’ho detto, non fate quelle facce. Ho parlato proprio di mercato.</p>
<p>I toni sono questi. Urla, grida e carne da macello. Vi stanno comprando a etti e non fate niente. Se avessi abbastanza soldi vi comprerei io tutti quanti. Spererei in uno sconto grandi quantità, ma vi comprerei.<br />
Non sono neppure sicura che abbiate sentito parlare della riforma scolastica, che il coro di no, di stop, di fermi tutti, vi sia arrivato alle orecchie. Dovete averlo sentito nonostante le cuffie I Pod. Io ho un lettore mp3 che non è un I Pod e voi ancora non riuscite a crederci. Siamo a cavallo, abbiamo una di quelle esperienze che nella scuola-del-fare sembrano necessarie a imparare pure l’algebra simbolica! Ecco, guardate me e il mio lettore e pensate a me che guardo voi in balia di una riforma scolastica dove non si parla mai degli studenti. Mai, se non per dire che, nelle statistiche europee, sono trentatreesimi per competenze di lettura e trentottesimi per competenze matematiche. Siete! Così si parla di voi, siete questo ambo, e penso che sia il momento che qualcuno sprovvisto di schermo e antenna, ve lo dica.</p>
<p>E vi spieghi cosa significa. In fondo è anche il mio lavoro. Spiegarvi quello che da soli imparereste comunque ma con parole nuove e tempi richiesti differenti. Io non vi chiedo di imparare, lo fate già da soli e senza tanti apparati. Io vi chiedo di imparare una certa cosa in un certo tempo. Come voi mi pregate di passare all’I Pod entro l’estate.<br />
Cercherò di essere chiara una volta tanto e non come quando cerco di farvi capire perché i logaritmi hanno semplificato il calcolo delle potenze e delle radici. Nella scuola di oggi tagliare i docenti significa tenervi chiusi in un’aula come questa per quattro o cinque ore al giorno.<br />
Ecco, almeno le vacche nelle stalle fanno il latte e le pecore negli ovili brucano l’erba. E voi?<br />
Con le vostre gambe lunghe, i vostri telefoni cellulari sempre accesi, i vostri diari mondo e i quaderni più spessi di enciclopedie, le vostre curiosità che ogni tanto si risvegliano e cercano aria e vento, le vostre intolleranze posturali come potete rimanere tutto questo tempo in aule così anguste? O forse no. Ma come potete accettare taciti e silenziosi questa riforma senza farci giurare che con i soldi tagliati al corpo docente potenzieremo laboratori e strutture e progetti. Come potete? O sì?</p>
<p>Non serbatemi rancore se mi sono messa tra quelli che vi stanno rovinando. Io da sola non posso fare niente. Il mio niente peggiora la vostra situazione.</p>
<p>Non voglio fare il sollevatore, lo sapete che sono la donna più reazionaria del mondo, ci diamo del lei da quattro anni, non vi ho mai accompagnato in gita, alcuni dei vostri genitori pensano che io stia alla base dei vostri problemi di autostima.</p>
<p>Non voglio fare l’agitatore ma almeno, per una questione di geometria, di ordine, di senso e di misture di deodoranti che inibiscono il pensiero, non potete accettare di rimanere per quattro o cinque ore in quaranta in un’aula. E non venite a parlarmi dell’intervallo perché lo vedete che siete tutti qui a sentirmi parlare di quanto è brutto vedervi supini a qualsiasi vessazione.<br />
E non guardatemi come se fossi io la prima a vessarvi, non è così.</p>
<p>Voglio che facciate quello che a me non è riuscito da studente e che adesso mi riesce poco da docente. Voglio che vi prendiate quello che vi tocca.</p>
<p>Il diritto costituzionale a raggiungere i gradini più alti degli studi.</p>
<p>Ecco, vi dirò questo, prima o poi.<br />
Forse quando resterete in classe durante l’intervallo.</p>
<p>[Questo racconto è uscito ieri su <strong>Il Mese</strong> supplemento al numero 39 di <strong>Rassegna sindacale</strong>]</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>mezzogiorno di fuoco [scuola/2]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 11:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[ministro]]></category>
		<category><![CDATA[professori]]></category>
		<category><![CDATA[pubblica istruzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Vado convincendomi di essere molto più forte di quanto mai potessi credere, perché, a differenza di tutti, me la sono cavata con la semplice stanchezza. (…) lo spiritello che mi porta a cogliere il lato comico e caricaturale di tutte le scene era sempre attivo in me e mi ha mantenuto giocondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-9092" title="highnoongrace-kelly-gary-cooper2-721983" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/highnoongrace-kelly-gary-cooper2-721983-300x241.jpg" alt="" width="300" height="241" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Vado convincendomi di essere molto più forte di quanto mai potessi credere, perché, a differenza di tutti, me la sono cavata con la semplice stanchezza. (…)<br />
lo spiritello che mi porta a cogliere il lato comico e caricaturale di tutte le scene era sempre attivo in me e mi ha mantenuto giocondo nonostante tutto.</em><br />
A. GRAMSCI, ECCO USTICA, 9 XII, 926</p>
<p>Gen.mo sig. Ministro della Pubblica Istruzione,<br />
sono una docente di scuola secondaria e vorrei sottoporle una questione che potrebbe apparire oziosa. Se io insegnassi retorica invero lo sarebbe perché a sentirla raccontare ha tutto l’aspetto di un esercizio, o di un apologo, ma non lo è Signor Ministro o Dottor Ministro o chiunque lei sia causa repentini cambi di governo, no, no, non è retorica, è vita vissuta e sdegno ingoiato. Ieri l’altro ero in terza, una classe allegra e problematica e appena disinteressata alla mia disciplina, col gesso in mano e il modello maltusiano in bocca. Forse la definizione esotica, forse il sole che fendeva il pulviscolo disegnando il sol dell’avvenir, ma per la prima volta ho colto un barlume di diffusa curiosità nella giovane platea. Così mi sono infervorata e rabbonita confortandomi con A questo interesse seguirà un profitto e al profitto una soddisfazione e alla soddisfazione una voglia di averne ancora e alla voglia di averne ancora la possibilità di intendere e partorire il mondo attraverso lo studio.<br />
<span id="more-9062"></span><br />
E solo dal modello maltusiano! Che tra l’altro descrive l’andamento di una popolazione in un territorio che presenti risorse illimitate. Erbivori con erba infinita. Carnivori con carne infinita. Macchine da corsa senza bisogno di pit stop. Programmi scolastici da svolgere con studenti volenterosi e senza orario. Ovviamente Signor Ministro il modello maltusiano è una approssimazione ben rozza della realtà ma è spensierato e strafottente e in questa esatta misura è giovane. Forse alle orecchie degli studenti è arrivata l’eco di questa giovinezza e perciò mi scrutavano attenti e silenziosi. Curiosi Signor Ministro. </p>
<p>Io mi rendo conto che la curiosità non è una voce di bilancio e quindi non trova spazio nella gestione della nostra scuola, ma mi guardavano proprio curiosi e mi creda era una bella sensazione. Fatto sta che a un certo punto, appena prima che suonasse la campanella, qualcuno ha bussato alla porta. Io ho risposto Avanti, forse piccata, forse solo dispiaciuta che un pugno qualsiasi sul legno avesse rotto l’incantamento. La porta si è aperta e sono entrate due ragazze. Due ragazze qualsiasi Signor Ministro, con gli orecchini a stella e la felpa a righe orizzontali, le scarpe basse e i jeans avvitati intorno alle caviglie. Due ragazze qualsiasi e sorridenti, una riccia e una liscia. Come le sfogliate Signor Ministro. Una liscia e una riccia. Si sono fatte avanti e io arretrata per far spazio e anche curiosa di sapere dove volessero andare. La liscia mi ha domandato Può uscire una ragazza siamo nel gruppo di lavoro insieme, poi ha fatto un altro passo e additato il primo banco. Ha puntato il dito e detto Quella!.</p>
<p>Deve sapere Signor Ministro che oggigiorno l’autogestione si concorda con gli studenti dopo che gli studenti hanno stabilito tra loro quanti gruppi di lavoro formare e su cosa. Io che conosco tutti questi concordati ma tendo un poco a ignorarli, ma è un mio problema, ho risposto No. Forse ferma, forse cruda, forse senza aggettivi e esclamazioni. In questa scuola Manga, che ha da pure da leggersi al contrario, le esclamazioni e le onomatopee sono importanti. Ho replicato un No secco e aggiunto La prego esca, stavo spiegando e lei mi ha interrotto. Se fossi stata io al posto della studentessa, e mi creda, non sono molti anni che ho lasciato le superiori, avrei fatto un passo indietro e sarei uscita, forse turbata, forse mugugnando improperi ma sarei uscita. La liscia invece ha cominciato a polemizzare sul fatto che il gruppo di lavoro è importante, che me lo aveva chiesto, che era un suo diritto e altre derive democratiche del genere. Io allora per tagliar corto e sfruttare l’ultimo barlume di curiosità rimasta, anche se la rissa è un catalizzatore a qualsiasi latitudine d’età, di censo e di ruolo, ho afferrato la maniglia e compostamente chiuso la porta. Più per cavalleria e modo che per fretta. E già m’ero voltata verso i banchi, per riannodare il filo e il concetto, che sento la liscia pronunciare in corridoio e in tono sostenuto Questa poi è maleducazione!.<br />
Molto esclamativa Signor Ministro.</p>
<p>Maleducazione Signor Ministro, maleducazione! Ho riaperto la porta e domandato quali fossero il suo nome e la sua classe. Mi ha risposto di tre quarti, continuando a camminare, Elisa quarta elle, e io Bene Elisa quarta elle dopo mi accompagna in presidenza. Ho chiuso la porta e rinfoderato il gesso perché intanto la campanella era suonata e la mia ora finita e il modello maltusiano rimasto sospeso tra parole e funzioni esponenziali. Se infatti il mio compito si limitasse alla parola avrei potuto dirmi soddisfatta ma io devo introdurre modelli e i modelli chiamano simboli. Questo è. Ho afferrato i registri e sono uscita.</p>
<p>Signor Ministro, se lei fosse stato in quel corridoio con me si sarebbe rabbuiato molto di più di quando le presentano davanti agli occhi le proposte di tagli all’istruzione. La quarta elle stava tutta schierata intorno a Elisa. Sembrava Mezzogiorno di fuoco. Se questi studenti conoscessero qualcosa oltre alla loro personale e autoreferenziale visione del mondo intessuta di programmi televisivi a basso costo e largo consumo e gadget ipertecnologici e design io avrei potuto parlare e dire Lasciamo cadere i cinturoni e passiamo al saloon a discutere. E invece, pur tenendo uno sguardo fermo e vuoto di protervia, mentre passo nel mucchio tentando di non urtare la sensibilità e le spalle di nessuno, sento Elisa che mi chiede Allora ci andiamo in presidenza o no?.</p>
<p>Signor Ministro si rende conto che le derive democratiche sono pericolose e creano capetti e incertezza?. Elisa è un capetto e io la musa dell’incertezza. Mentre punto gli occhi su Elisa penso che il problema sta nel fatto che io sembro e mi comporto come una studentessa, che io con i miei jeans e le scarpe basse non ho un aspetto autorevole e peggio, peggio ancora Signor Ministro!, io penso che l’autorità sia deleteria nella gestione dei processi di conoscenza.<br />
A meno che uno non l’abbia avuta con l’onore delle armi. Mentre punto gli occhi negli occhi di Elisa e gioco a Mezzogiorno di fuoco io penso pure che dovrei entrare in quarta elle afferrare il registro e segnare una nota disciplinare. Ma non lo faccio perché Elisa non vuole una nota ma solo fare un giro in presidenza e io muoio dalla voglia di sentire la sua versione. Sempre la versione. Nemmeno fossimo in una perenne prova di latino. Così dico Andiamo e accelero. Mentre accelero mi innervosisco perché è tutto sbagliato. È tutto eccessivo. Che una donna adulta non condiscende ai capricci. Che certi No vanno pronunciati a voce alta. Quando entro in presidenza Elisa incrocia le braccia, lo farei io pure se non fossi oberata di registri libri e giacca a vento.</p>
<p>Espongo la questione cercando di mantenere toni neutri, mi aspetto da Elisa silenzio e dal preside manforte. E invece Elisa dice che l’ho spinta, usa il verbo spingere Signor Ministro, come se io le avessi messo le mani addosso, e al mio farglielo notare rincara con Mi ha buttata fuori.<br />
Io strabuzzo, le chiedo se gli studenti sono obbligati da qualche statuto a porre domande retoriche. Elisa non sa che cos’è una domanda retorica e non me lo chiede, e non lo sa perché continua imperterrita in una polemica che pretende ragione. Il preside cerca di calmare le acque e di rispondere al telefono che sono comunque due cose assai impegnative da fare contemporaneamente, non solo per me, e dice a Elisa di avere esagerato.</p>
<p>Io le chiedo Signor Ministro, ma una ragazza che utilizza a sproposito le parole può forse essere redarguita con il verbo esagerare?. Elisa non ha capito cosa significa esagerare, non ha capito dove e a che punto lo ha fatto. Elisa capisce giusto e sbagliato ragione e torto. Che gli studenti sono i clienti che hanno sempre ragione. Che le attività parascolastiche rimangono valide anche se l’istituzione scuola vacilla.</p>
<p>Elisa non ha capito e infatti io mi volto per andarmene e lei mi parla dietro mentre io cammino svelta svelta per non mettermi a urlare. E passare dalla parte del torto, da quella che ha i nervi a pezzi perché si alza ogni mattina alle cinque, e fa mille cose perché chi si ferma è perduto, ed è acida perché sta sempre sola e per non dire altro, e intransigente perché legge troppo, e se la prende a cuore perché è il primo anno di cattedra annuale. Meglio camminare svelta svelta. Il giorno dopo Elisa partecipa al gruppo di lavoro sulla violenza. Sulla violenza Signor Ministro!, e a me scappa da ridere ma lo faccio da sola e in silenzio e capisco che siamo diventati bravissimi a spostare i problemi molto oltre le aule, lì dove li trascinano i media, nelle strade delle metropoli, nel sud est asiatico, nella fame e nella pace nel mondo, nella guerra in medio oriente e negli incidenti sulle strade e non riusciamo a riportarli tra i banchi. Non riusciamo a tenere chiusa la porta dell’aula. Ma hai visto quanta scuola su YouTube? Chiusa, stagna. Nemmeno per un ora. Nemmeno per spiegare compiutamente che studiare aiuta a vivere, che capire serve a non essere mai soli, non riusciamo a fornire modelli che non siano definiti per negazione. Elisa partecipa a un gruppo sulla violenza e non suppone in sé atteggiamenti violentissimi e ottusi e faccendieri e io ho fallito due volte. Perché me ne sono accorta e non ho avuto parole per dirglielo.</p>
<p>Mi rendo conto che nemmeno la comunicazione tra studente e docente è una voce di bilancio e quindi non deve rientrare nelle mansioni della scuola odierna ma almeno è possibile istituire un corso di aggiornamento per guardiano diurno delle masse studentesche?. Perché solo un guardiano potrebbe corrispondere all’interlocutore che Elisa ha in testa, un professore non ha parole, solo immenso sconcerto. E adesso vado. Buone cose Signor Ministro.</p>
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