<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>sud &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/sud/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 07 Jan 2026 16:21:56 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Del pisciare contro vento</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/31/del-pisciare-contro-vento/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/31/del-pisciare-contro-vento/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jan 2026 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Blowing in the wind]]></category>
		<category><![CDATA[contro vento]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=117945</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Nicola Fanizza</strong> <br /> A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna! Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-117946" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-1024x731.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-768x548.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-588x420.jpg 588w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-150x107.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-696x497.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-1068x763.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna! Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa. Da qui l&#8217;attenzione super-sorvegliata degli abitanti del mio Paese ai mutamenti del vento e, per estensione, anche al vento in politica.</p>
<p>Lì hanno davvero fiuto, arrivano sempre prima degli altri. Appena si accorgono che il vento sta cambiando direzione, diventano amplificatori di quel vento.</p>
<p>Tuttavia, per noi bambini negli anni Cinquanta andare sulla Rotonda a fare la pipì contro vento – sfidando le onde –, era comunque un piacere. Da qui – forse – la mia tendenza a collocarmi sempre contro il discorso canonizzato della polis, contro lo spirito del tempo.</p>
<p>Certo tutto ciò ha comportato parecchi raffreddori, tanto è vero che per sopravvivere mi sono trasferito a Milano, una città quasi senza vento. Ecco ciò che, a volte, mi manca del mio Paese è proprio il vento.</p>
<p>Da sempre il fantasma del vento, come mediatore del tempo, è apparso avvolto da un’aura di mistero. Solo i <em>Maestri del vento</em> sapevano individuare il fuoco da cui essi si originavano, possedevano le chiavi d’accesso al cielo, ne conoscevano la mappatura, e soprattutto conoscevano le diverse sfumature della Rosa dei Venti. Possedevano altresì la straordinaria capacità di fiutare e annusare i cambiamenti dal vento: ossia quando il vento stava per terminare il suo giro; o quando, sulla scorta delle prime avvisaglie, era possibile prefigurare a breve l’arrivo della pioggia, di una burrasca, di una forte mareggiata. In questi due ultimi casi si recavano presso le case dei pescatori invitandoli a non salpare l’ancora.</p>
<p>Il primo a parlarci del vento fu il mio nuovo maestro, quando – avevo otto nove anni – frequentavo la terza elementare. Ci raccontò una breve storia che vedeva il vento e il sole come protagonisti di una contesa, il cui oggetto era rappresentato dai vestiti di un contadino: la vittoria sarebbe andata a chi fra i due fosse riuscito a far sì che il contadino si spogliasse. Nel suo racconto il contadino, ricorrendo ai lacci e ai bottoni, era riuscito a resistere al vento, ma nulla poté fare quando fu chiamato a difendersi dai raggi del sole. Il corollario di questa storia era evidente: possiamo difenderci dal vento ma non dal sole.</p>
<p>Quello stesso anno appresi che col vento non si può scherzare, e soprattutto non lo si può sfidare. Ciò avvenne in occasione di un evento tragico che colpì la famiglia di un mio compagno di classe. Il papà di quest’ultimo e due suoi fratelli erano morti in seguito al naufragio della loro barca. La mia classe partecipò al funerale e dopo alcuni giorni venni a conoscenza, attraverso il racconto di mio padre, delle dinamiche che avevano portato alla loro morte. Insieme ad altri marinai, erano andati a pescare nello stesso braccio di mare. Avevano calato da poco le reti quando si accorsero che si stava alzando un vento fortissimo. Mentre gli altri pescatori, paventando il peggio, si erano rifugiati subito in un porticciolo lì vicino, il padre del mio compagno decise di sfidare il vento: perse, infatti, del tempo prezioso per recuperare le reti e così fu travolto insieme ai suoi due figli dalla violenza delle onde del mare.</p>
<p>Così col tempo imparai a temere e, insieme, ad amare il vento. Amavo soprattutto il maestrale. Quest’ultimo rendeva l’aria più fresca e respirabile, e per di più mi consentiva di pensare all’aria aperta. Ritenevo allora che non avrei mai potuto vivere senza sentire la sua carezza sulla pelle. Percepivo quel vento come se fosse un compagno d’avventura; come fosse un antico conoscente, familiare e, insieme, affascinante, che mi prendeva per mano, faceva volare le foglie e la polvere e per pochi istanti mi faceva dimenticare della gravità che mi teneva attaccato alla terra.</p>
<p>Che il vento possa diventare il viatico per entrare in trance estatica lo appresi da mio fratello. Asseriva che nel corso di una notte del mese di settembre era entrato in estasi e che in quell’occasione aveva avuto una visione straordinaria e per molti versi ineffabile. Allo stesso modo di Miranda, la protagonista del film di Peter Weir <em>Picnic ad Hanging Rock</em>, mio fratello si svegliò. Spinto dalla forza del vento che circolava nella nostra casa – le porte-finestre erano aperte –, usci dalla camera che condivideva con me per dirigersi in uno stato di trance verso il salotto. Si trattava di una stanza che conoscevamo appena, anche perché io e mio fratello non avevamo il permesso di entrarvi se non in rare occasioni, nei giorni di festa o quando si avevano degli ospiti. La porta era del resto quasi sempre chiusa, ma quella notte la trovò aperta. Sempre in quella «condizione alterata» di coscienza entrò nel salotto. Qui un attimo dopo l’emozione lo inchiodò sul posto. Gli sembrò di essere entrato in una stanza incantata. Gli scuri erano chiusi e le tende pesanti, di lino verde, tirate. La stanza era inondata da una strana luce color verde-oro<em>,</em> iridescente, irreale. Ebbe l’impressione di trovarsi in un altro mondo. Restò lì, sul tappeto, immobile, respirando a fatica, fino a quando sentì un brivido caldo nelle sue ossa: cadde a terra e si addormentò. Non ricordava quanto tempo dopo – un’ora o forse più –, il fresco del pavimento lo svegliò e ritornò a letto.</p>
<p>Mi disse che questo accadde una sola volta. La notte del giorno successivo tentò di nuovo di aprire quella porta; era chiusa. Asseriva, inoltre, che non aveva avuto alcun timore. Non aveva neppure il sentimento di commettere un <em>delizioso peccato</em>. Ciò che di quella notte lo aveva attirato era, il calore, la calma e la bellezza; era il salotto, con il divano e le poltrone di velluto verde, era il verde. Il tutto immerso in una luce verde oro. Tranne che a me non aveva mai raccontato a nessuno ciò che aveva percepito in quella stanza. D’altra parte, non avrebbe saputo cosa dire. Si trattava di un evento misterioso!</p>
<p>Alcuni anni dopo aggiunse che, nei momenti di sconforto o quando si era trovato a lottare con lunghe crisi di malinconia, aveva spesso cercato, inutilmente, il <em>viatico</em> che gli avrebbe consentito di entrare di nuovo in quello <em>stato di grazia</em>.</p>
<p>Per quanto mi riguarda, ho proseguito a pisciare contro vento, spesso in silenzio e a volte solo col pensiero. Cosa quest’ultima che avvenne quando avevo appena otto anni. All’inizio del nuovo anno scolastico conobbi il mio nuovo maestro. Proveniva da Matera, di statura regolare, tarchiato, aveva la testa molto grande e i capelli cortissimi. Quando, in occasione del primo appello, apprese che fra gli alunni della mia classe c’era il figlio del sindaco – quest’ultimo era stato inserito solo quell’anno nella classe! –, decise all’istante di designarlo come nuovo capoclasse.</p>
<p>Si trattava di un atto che non mi piacque, poiché tradiva il suo desiderio di ingraziarsi i potenti. Ciò nondimeno la sua si rivelò una scelta azzeccata. Il figlio dell’allora sindaco dimostrò per davvero di essere il più bravo della classe. Ma il mio maestro non poteva di certo saperlo.</p>
<p>Ciò che contribuì a turbare in quello stesso anno il mio animo non fu l’ombra del nuovo maestro, bensì la pusillanimità dell’arciprete. Il Concilio Vaticano II era di là da venire. Anche se mancavano pochi anni, il vento che avrebbe portato la Chiesa a prendere le distanze dal Medioevo nel mio Paese non si avvertiva affatto. Me ne accorsi a mie spese nel settembre del 1959. Poco prima che iniziasse il nuovo anno scolastico, cominciai a frequentare il catechismo presso la Chiesa matrice. Qui vennero creati due gruppi: i ragazzi appartenenti alle famiglie dei professionisti furono inseriti nel gruppo che fu affidato a un’anziana insegnante, che era sempre vestita di nero; i rimanenti – me compreso – furono affidati, invece, alle cure di una giovane catechista. Tuttavia, nel corso delle lezioni, scoprii con triste meraviglia che mentre al primo gruppo venivano dati in dono dei giornaletti colorati, viceversa il mio gruppo era costretto a imparare a memoria e in pillole i fondamenti della dottrina cristiana senza l’ausilio dell’apparato iconografico. Mi rivolsi pertanto alla mia maestra per poterli ottenere. Ma quest’ultima mi disse che i fascicoli erano riservati solo ai ragazzi dell’altro gruppo.</p>
<p>Quella disparità di trattamento mi apparve come un vero e proprio sopruso, come un’ingiustizia. E per di più avveniva col tacito assenso dell’arciprete. Che, benché fosse presente, probabilmente era <em>distratto.</em> La stessa Chiesa mi apparve ingiusta e decisi pertanto di non frequentare ulteriormente le lezioni di catechismo.</p>
<p>La mia indole ribelle, tuttavia, si manifestò tre anni dopo. Nel 1962, col mio ingresso nell’età dell’adolescenza, sperimentai dolorosamente l’ostilità di alcuni venti che non avevo mai conosciuto. Si trattava dei venti di guerra e del vento della modernizzazione. Il fuoco da cui essi si originavano non era reperibile nella natura, bensì in una cultura che legittimava la guerra e di una cultura che dissolveva i vincoli sociali e le relazioni degne. Una cultura che, tuttavia, non era mai appartenuta alla civiltà contadina.</p>
<p>In Italia spirava allora il vento della modernizzazione. Un vento che mirava proprio alla dissoluzione della civiltà contadina. Il dileggio del mondo rurale diventò una scheggia che si conficcò nelle mie carni. I miei compagni di classe, provenienti da famiglie facoltose, stigmatizzavano il lavoro manuale in generale e, in particolare, il lavoro del contadino. Da qui il <em>patèma</em> che investiva il mio animo ogni qualvolta – la domenica o durante le vacanze – mio padre mi portava in campagna a lavorare. Il ritorno a casa per me era un dramma: quando, al crepuscolo, il nostro carro trainato dalla mula entrava nelle strade del Paese, mi coprivo con un sacco per evitare che i miei compagni di classe scoprissero che ero figlio di contadini.</p>
<p>Di fatto, negli anni Sessanta, il mestiere del contadino era poco apprezzato e, insieme, poco remunerato. I lavoratori della terra si accorsero ben presto che la loro strada non passava per il Paese in cui erano nati e si trasferirono in massa nelle città del Nord.</p>
<p>Le ragazze a loro volta non volevano <em>sporcarsi le mani</em>. Preferivano gli impiegati, gli italo-americani, i marittimi, gli operai e giammai i figli dei contadini.</p>
<p>Come tutti i figli dei contadini, non ero capace di difendere il mio mondo, la sua cultura. La scuola di allora e, per molti versi, anche di oggi, era espressione della cultura <em>esclusivamente </em>– nel senso etimologico: che esclude – borghese.</p>
<p>La cultura borghese non è di per sé negativa, ma lo diventa quando esclude le altre. E quella scuola non era in alcun modo disposta a misurarsi con le <em>culture altre</em>: ossia non era capace di accogliere e di confrontarsi con la cultura dei contadini<em>. </em>Era una scuola incapace di riconoscere e valorizzare la capacità dei figli dei contadini di indicare gli alberi con i loro nomi, le loro conoscenze in merito all’irrigazione dei campi, alle diverse erbe, agli uccelli, e alle diverse colture, ecc.</p>
<p>Ciò spiega la loro disaffezione nei confronti di una scuola che li costringeva a vergognarsi delle loro origini, di una scuola che chiedeva loro di <em>integrarsi</em>: ossia di tradire la loro cultura contadina. In quella temperie totalitaria, mi sentivo svuotato dentro, perdevo, giorno dopo giorno, la mia linfa e il mio sangue, diventavo guscio. Io, come altri figli di contadini, rifiutai di integrarmi, e tuttavia non rinunciai agli studi.</p>
<p>Il 1962, con la Crisi dei missili a Cuba, fu anche l’anno in cui si evitò per poco una guerra nucleare e fu anche l’anno in cui ebbe inizio la guerra del Vietnam. Proprio quell’anno, per scongiurare la guerra, Bob Dylan compose <em>Blowin’ in the Wind</em>, una canzone pacifista che terminava così:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia</p>
<p>che troppa gente è morta?<br />
la risposta, amico mio, sta nel vento,<br />
la risposta sta nel vento».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono passati più di sessant’anni da quell’anno e quella speranza continua ad abitare nel vento. Intanto qui a Milano mi è capitato più volte di ripensare alla Rotonda sul mare del mio Paese. E in ognuna di quelle occasioni ho chiesto aiuto al vento per difendermi dalla malinconia!</p>
<p>(n.d.r.: foto di Daniele Muriano)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/31/del-pisciare-contro-vento/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quasi come un’egloga ( beh più o meno, insomma a voler essere precisi si poteva far di meglio, ma tant’è)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/12/04/quasi-come-unegloga-beh-piu-o-meno-insomma-a-voler-essere-precisi-si-poteva-far-di-meglio-ma-tante/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2024/12/04/quasi-come-unegloga-beh-piu-o-meno-insomma-a-voler-essere-precisi-si-poteva-far-di-meglio-ma-tante/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Dec 2024 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Egloga]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[racconti di Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=110499</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> Noi si è tutta brava e allegra gente di bosco e dove ci dicono di tagliare, noi si taglia; noi si porta sempre una simpatica ( e allegra) camicia a quadrettoni, che ci si slaccia allorché nella radura comincia a penetrare la luce del sole, dopo che qualche tronco è rovinato al suolo, e il clima si fa un po’ più caliente.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-110500" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Immagine-Sud-23-219x300.png" alt="" width="219" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Immagine-Sud-23-219x300.png 219w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Immagine-Sud-23-150x206.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Immagine-Sud-23-300x412.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Immagine-Sud-23-306x420.png 306w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/11/Immagine-Sud-23.png 438w" sizes="(max-width: 219px) 100vw, 219px" /></p>
<p>L’allegro crepitio delle motoseghe di noi allegri boscaioli della Val Barzotta ( international googlemaps: near the Nowhere Valley) risuona allegramente pei tratturi, pei bronchi, tra gli alberi centenari, le cui cime nessun vento scote mai, nell’allegro casotto del cacciatore, per le pendici delle convalli; talvolta esso si fa allegra marcetta, poi diventa un sussurrio soffocato che persuade al sonno, poi s’impenna in urlo come di benna incazzata. Noi si è tutta brava e allegra gente di bosco e dove ci dicono di tagliare, noi si taglia; noi si porta sempre una simpatica ( e allegra) camicia a quadrettoni, che ci si slaccia allorché nella radura comincia a penetrare la luce del sole, dopo che qualche tronco è rovinato al suolo, e il clima si fa un po’ più caliente. Infatti l’allegra musica, come nei vecchi lp allorchè la puntina finiva la traccia e si alzava, si stempera in fruscio e poi si sospende del tutto e allora noi si grida allegramente “Attenti che per l’aria si muove, ma poi va giù” e segue il frastuono della tombola.<br />
C’è da dire che immettere un raggio di sole, dove prima c’era la penombra, mette sempre un po’ d’allegria, sicché noi boscaioli della Val Barzotta si è tutti gente allegra. Quando al mezzogiorno  si fa un po’ di ricreazione per desinare, ci si distende allegramente lì all’ombra e si consuma la colazione del cestino, la gamella con il minestrone, talvolta un sorso di vino dalla fiaschetta, e una fetta di pane con la formaggella. Poi, finito di mangiare, c’è un attimo di silenzio in cui si possono ascoltare i suoni della natura e/o quelli della digestione, in cui non si parla in quanto non c’è nulla da aggiungere al fatto che si sta bene all’aria aperta e sana, satolli e ristorati dalla pausa, logico dunque che noi si sia gente allegra. Io poi in particolare non solo sono il caposquadra qui e l’unico con il contratto a tempo indeterminato, sicché non me andrò mai, ma da quando sto con Rosamaria tutte le cose hanno più senso, non credevo più che avrei mai incontrato la persona giusta come Rosamaria perché ormai il capo si brizzolava e dalla testina del rasoio elettrico al mattino si soffiavano via solo peli grigi. Da quando c’è Rosamaria lavoro con più entusiasmo, i cibi hanno più sapore come neanche dopo aver smesso di fumare e se sono stanco, mi ristoro con il pensiero che a casa m’attende Rosamaria ( talvolta il cigolio dell’albero che sta per cascare sembra che mormori ‘Rosamaria, Rosamaria’ e l’eco dalle zone disboscate ripeta e amplifichi l’amato nome). Felicità tardiva d’un uomo che, credo, l’ha molto meritata.<br />
Zanini no. Zanini lui gli scade il contratto perché è a tempo determinato e quindi, come vuole la natura delle cose, lui adesso finisce il lavoro oggi ed è concessa un po’ di malinconia quando una cosa finisce, sebbene contrasti con l’allegria intrinseca della nostra attività, ma Zanini la mette giù veramente dura con il farsi tutte queste menate su dove andrà, dove guadagnerà il da mangiare e quelle cose non allegre così. Io cerco di mostrargli la bellezza del creato, del vivere nell’istante, del respirare quest’aria pura che magari gli toccherà pure a lui di scendere giù in città ( ma no! La gente se ne va anche dalla città. E allora si può sapere dove vanno?). Così gli dico di non preoccuparsi che al limite potrà andare in Val Cazzotta, ma lui replica che l’hanno disboscata l’anno scorso, allora gli faccio presente la Val Comellina, ma pare che quest’anno con i fondi europei green dell’agenda duemila e qualcosa l’abbiano messa in sicurezza spianando tutti quei noiosi alberi, gli ricordo la Val Chiria, e qui mi fa irritare perché secondo lui essendo un parco naturale non c’è da lavorare, come se anche in un parco non ci fosse bisogno di tirare giù alberi, sicuramente ci sarà qualcosa nella Val Lozza, ma lui non crede. Starei per dirgli che dovrà ingegnarsi, magari lasciare la motosega per il più vile decespugliatore, ma so che offesa sia questa per un uomo del nostro mestiere e mi taccio. Quel che più mi urta di questo pessimismo della volontà, ancorché scusabile per la poca amabilità del frangente, è che presuppone che non ci siano infinite valli da disboscare, che le valli finiscano insomma a un certo punto, ed è proprio questa la caratteristica dei non meritevoli, di attribuire al mondo i caratteri della loro limitatezza.<br />
Zanini sospira e poi mi fa “Ma chi fu colui che ti diede questa pingue allegria presente?” e io “Non è stato un uomo, ma un sistema: la meritocrazia” e lui sospira di nuovo e sta in silenzio come se ora vedesse con chiarezza il nodo che lo ritiene di qua dal nodo meritocratico che gli è stato esposto. Vorrei dirgli di ascoltare gli uccellini che ciangottano allegramente, ma si odono solo in lontananza perché c’è da dire che abbiamo fatto una bella spianata lì dove siamo e a vedere i risultati del proprio lavoro mi mette allegria. Vedo che le ombre s’allungano e che viene la sera, la nostra giornata è terminata, mi spiace che vadi così mogio  che Zanini era un buon diavolo. E se non avesse mormorato, o quanto meno se io non l’avessi inteso, “Quando le valli da disboscare saranno finite, anche tu potrai capire sulla tua pelle questa mia sera finale”, lo avrei invitato a fermarsi a cena da noi, che per stasera Rosamaria prepara la polenta con il capriolo e al limite avrebbe potuto dormire da noi, così che domani avrebbe potuto viaggiare riposato.</p>
<p>(questo racconto è apparso sul numero 23 di <em>Sud. Rivista europea</em>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2024/12/04/quasi-come-unegloga-beh-piu-o-meno-insomma-a-voler-essere-precisi-si-poteva-far-di-meglio-ma-tante/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Storia con crocefissione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/12/24/storia-con-crocefissione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Dec 2019 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Bellini]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa conemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=81940</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Prima molta penombra, e un movimento di telecamera esitante, come a tastoni, tra sagome più nere e chiarori. Poi la lenta panoramica sul quadro illuminato da luce naturale –una delle crocefissioni di Bellini, la più nuda e atroce – perché è un documentario d’avventura, ma anche protestatario, e quindi la telecamera si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Prima molta penombra, e un movimento di telecamera esitante, come a tastoni, tra sagome più nere e chiarori. Poi la lenta panoramica sul quadro illuminato da luce naturale –una delle crocefissioni di Bellini, la più nuda e atroce – perché è un documentario d’avventura, ma anche protestatario, e quindi la telecamera si muove ora secondo l’asse decumano con cautela, mentre la voce off procede nella concitata spiegazione, usando questi esatti termini: <span id="more-81940"></span>“È questo che vogliono, tenermi sotto, tenermi dentro a tutti i costi, con le elezioni, sparano enormi e lunghe campagne elettorali da ogni luogo, soprattutto dagli Stati Uniti, ma ci sono poi le commissioni europee, e molte campagne referendarie, nazionali e locali, queste vengono introdotte a dosi variabili, ma con rifornimenti costanti sulla lunga durata, poi le guerre, quelle di devastazione civile, ne preparano sempre di nuove, e le sparano dal Medio Oriente, come minimo, e poi ci sono le offerte giornaliere, perché da noi offrono quasi tutto, ma amicalmente stavolta, dal quartiere, dal lattaio, e soprattutto mi tengono dentro con le connessioni, che ogni giorno sono più facili e numerose, e vanno accudite, perché più le connessioni sono capillari, ma salde come gomene navali, più l’indignazione e l’allegria possono circolare, più la nausea e lo scherzetto vanno e vengono, esattamente come accade a tanta materia molecolare, che se ne va e se ne viene, e noi siamo tenuti a dirlo, quanto il mondo è sporco, o quanto un cespuglio è bello, siamo tutti responsabili, nel groviglio delle connessioni, nel fronteggiare il nuovo presidente statunitense, o il nuovo scandalo vaticano, o la nuova moda sessuale dei ceti medi, fronteggiamo responsabili, con indignazione o sorriso, e tutto deve andare dentro, nelle terminazioni confessionali, connettive, ogni cosa che sale o scende, nel nostro organismo, siamo in quest’amplificazione frastornante, sotto una valanga di elezioni, di democrazia da risanare, dentro una complicazione di umori, positivi e negativi, nell’arco di pochi secondi, e sono registrati, registrabili, duplicati, partiti per tornare, ce li ritroviamo addosso, ma io metto la testa fuori, per davvero, io metto la testa fuori grazie a Giovanni Bellini, ho anche le mie armi, faccio il mio terrorismo, se mi tenete sotto, alzo la testa a colpi di legno dipinto, fottetevi per bene, perché sarò io a fottervi stavolta, la testa completamente fuori, nel silenzio più assoluto e desolato, niente misticherie, solo un pezzo di legno con sopra il colore, siete patetici, con le vostre connessioni pulseggianti, ho il mio scudo, una crocefissione, usate la legislazione d’emergenza se ci riuscite.” Alla fine, quando il monologo si spegne, sembra una crocefissione lunare. Proprio nel momento del più completo e mortale silenzio, con appena percepibile un ronzio di vecchia bobina, la crocefissione non ha più niente di terrestre, come fosse ambientata non sul Golgota ma sui monti Leibniz, presso il polo sud della Luna, in una glaciale, polverosa, desolazione extraterrestre.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo racconto è uscito nell&#8217;ultimo numero di &#8220;Sud&#8221;]</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>NApolinaire Sud: Luigi Cinque + Jean-Charles Vegliante</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/17/napolinaire-sud-luigi-cinque-jean-charles-vegliante/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/17/napolinaire-sud-luigi-cinque-jean-charles-vegliante/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Feb 2019 09:20:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Apollinaire]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Charles Vegliante]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Cinque]]></category>
		<category><![CDATA[Napolinaire]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=77822</guid>

					<description><![CDATA[Composizione di Luigi Cinque Kostro, Ungà, e bisbidis di Jean Charles Vegliante Quivi babbuini, Romei, peregrini, Giudei, saracini, Vedrai capitare. (Immanu’el ben Shelomoh, Bisbidis, post 1313) Quale, ammesso che ci debba proprio essere, il vero luogo della poesia? A parte quello mentale, delle “chiare, fresche et dolci acque” liriche (tra l’altro, probabili onde di un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.56.23.png" alt="" width="903" height="761" class="aligncenter size-full wp-image-77836" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.56.23.png 903w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.56.23-300x253.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.56.23-768x647.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.56.23-250x211.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.56.23-200x169.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.56.23-160x135.png 160w" sizes="(max-width: 903px) 100vw, 903px" /></p>
<p><strong>Composizione </strong><br />
di <strong>Luigi Cinque</strong></p>
<p><span id="more-77822"></span></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="wp-image-77838 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.56.51-1.png" alt="" width="808" height="503" /></strong></p>
<p><strong>Kostro, Ungà, e bisbidis</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Jean Charles Vegliante</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Quivi babbuini,</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Romei, peregrini,</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Giudei, saracini,</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Vedrai capitare.</em></p>
<p>(Immanu’el ben Shelomoh, <em>Bisbidis</em>, post 1313)</p>
<p>Quale, ammesso che ci debba proprio essere, il vero luogo della poesia? A parte quello mentale, delle “chiare, fresche et dolci acque” liriche (tra l’altro, probabili onde di un fiumiciattolo straniero, La Sorgue) da sempre straniato, e in realtà di “gnessulógo” reale financo nel piccolo paese del neologico scrivente (Zanzotto): ciò sia dato per scontato. Ab origine. E scontiamo pure, da subito, il nostro contemporaneo generico “non-luogo” di oggi, stazioni aeroporti empori centri commerciali e altri spazi inabitabili – salvo per chi ci sia di già in transito, in attesa, in latitanza più o meno nomade, va da sé. Addirittura banale, ormai, basti vedere tutto il folto sottobosco di pseudo-eredi del grande Ungà italofrancese: pullulanti. Da dimora a controra. Tra questi due estremi, pur sempre vigenti, comincia forse con Marino – il “miglior fabbro” barocco checché se ne dica, “le chevalier Marin” insomma, capace di farsi finanziare dal re di Francia i ben 40984 versi dell’indigeribile <em>Adone</em> (hai detto niente) –, comincia dunque, una volta conciato il Concini e ridimensionata – si direbbe oggi – l’influenza eccessiva della “grossa banchiera” Maria de’ Medici, comincia e tuttora continua il grande dispatrio (termine</p>
<figure id="attachment_77839" aria-describedby="caption-attachment-77839" style="width: 449px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-77839" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Palimpseste_Traduire-en-autobus.png" alt="" width="449" height="340" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Palimpseste_Traduire-en-autobus.png 658w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Palimpseste_Traduire-en-autobus-300x228.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Palimpseste_Traduire-en-autobus-250x190.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Palimpseste_Traduire-en-autobus-200x152.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Palimpseste_Traduire-en-autobus-160x121.png 160w" sizes="(max-width: 449px) 100vw, 449px" /><figcaption id="caption-attachment-77839" class="wp-caption-text">Palimpseste_Traduire en autobus (Jean-Charles Vegliante)</figcaption></figure>
<p>opportunamente coniato da Meneghello in Gran Bretagna qualche secolo dopo) e la soluzione definitiva del legame con la terra matria, nella poesia post: fino a quella del Carnevali, della Rosselli, di Portante con la sua “<em>étrange langue</em>”, dell’amico Forlani… e di quanti cercano di cavarsela, dove il dente batte, anzi la lingua langue. Zac, fine dell’appartenenza. Diremmo quasi col pericolo (secondario) della volgarmoda, quasi. E allora, oggi, bisognerebbe essere invece apollinamente quasi “indifferenti al fatto di non esser moderni” (Roland Barthes, 1977).</p>
<p>Cotale poesia moderna però c’è, o ci fa. E nasce forse, volendo schematizzare al massimo, dall’incrocio alquanto innaturale, all’inizio del “secol breve”, tra <em>mal di vivere</em> pascoliano e <em>allegria</em> – ma altrettanto innovativa sul piano metrico – del figlio di Apollo, o comunque teoforo apollino Kostro Apollinaire. E si sarà notato come, nelle due espressioni scelte, intendevo adombrare l’ombra portata, la “<em>ombre aveugle</em>” de <em>L’émigrant de Landor Road</em> (“je ne reviendrai jamais…”), proiettata però molto più in là, e dopo, sul caro Ungaretti e obliquamente su Montale. Non vorrei scomodare la terza ombra – ché tre piedi ci vogliono sempre, come minimo, per reggersi da soli – esattamente coetanea dell’egiziano lucchese (di sei mesi più giovane per l’esattezza), Thomas Stearns Eliot, futuro premio Nobel; come Montale il senatore (“e Ungaretti fa all’amore”) del resto. I conti tornano. Senza scomodare Apelle (figlio d’Apollo, ecc.) per il momento. Comunque vadano le stelle, buone o cattive, ci si innalza dalle stalle, assai decisamente, salvo poi a soccombere – ma quanto indebolito già l’omo dal grande primo macello mondiale – alla prima invasione del virus H1N1 e congestione polmonare. Virus post-pallottola. Già. Come molti sanno, credo, Ungaretti non fece in tempo a visitarlo vivo e rimase fortemente scosso dal rapido susseguirsi di segni oscuri (folle parigine sfilano al grido di “À mort Guillaume!” – alludendo certo al Kaiser Guglielmo II, ma “l’equivoco del grido era atrocissimo” –, mentre appena tre anni prima si era suicidato l’amico libanese “marcel”, Mohammed Sceab). Lo stesso Ungà doveva fare a Parigi la vita dell’immigrato postbellico, collaborando tra l’altro al quotidiano di Luigi Campolonghi <em>Don Quichotte</em> e anelando, come già il suo Kostro, naturalizzato solo nel 1916, alla “patria ideale”, vista ancora come “pays innocent” (<em>La Guerre &#8211; Une poésie</em>, suo primo libro “in proprio” a tutti gli effetti, francese). Beati loro! Fantasma forse della lingua lattante, lingua tra i denti di latte – qualcosa come il <em>petèl</em>, ma i “denti di latte” sono stati pure di Majorino – con nìole bianche, nàiva di panna e nâ rinnovata (come in Audiberti), e giù nüvie genovesi, eterne nüvie che van a-o mâ… che <em>va al mare</em>, donca. Già sparita. <em>Sic transit</em> ecc. e insomma <em>lingua che dal latte si scompagni</em> (Leopardi). I luoghi, se così vogliamo dire, si spostano o svaniscono o sbiadiscono, comuni. Referente <em>cosmos</em> indifferente neutrale. Solo il dolore rimane. E infatti, “Je demeure”, con tanto di <em>Je</em> declamava Apollinaire nella straordinaria <em>Pont Mirabeau</em>, poesia di cui si ha una versione con la sua voce leggermente in falsetto, stridula a volte, commovente in un omone qual era lui, quasi “uno dei barbari imperatori di Roma educati da Seneca” (G. Ungaretti, 1919). Sic bisbiglia bisbidis. Almeno fino al ’22, al ’33 (eh sì, magia dei numeri: controllate le date, che son quelle).</p>
<figure id="attachment_77840" aria-describedby="caption-attachment-77840" style="width: 499px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class=" wp-image-77840" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Référent_Lécorce-des-platanes-2018.jpg" alt="" width="499" height="374" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Référent_Lécorce-des-platanes-2018.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Référent_Lécorce-des-platanes-2018-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Référent_Lécorce-des-platanes-2018-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Référent_Lécorce-des-platanes-2018-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Référent_Lécorce-des-platanes-2018-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Référent_Lécorce-des-platanes-2018-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Référent_Lécorce-des-platanes-2018-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /><figcaption id="caption-attachment-77840" class="wp-caption-text">Référent_Lécorce-des-platanes ( Jean-Charles Vegliante )</figcaption></figure>
<p>C’è un bisbidis infernale, tra Soffici Picasso Marinetti Salmon Modigliani Max Jacob De Chirico Cendrars Savinio Eliot Ungaretti Rilke o Billy, nella Parigi di quell’epoca. E, qualche anno dopo Joyce, Magnelli, Ezra Pound, Stravinsky, tanti altri (compreso Rommarico neapolitanus – in partibus)… e già allora, “des émigrants tendaient vers le port leurs mains lasses” (<em>L’émigrant de Landor Road</em>) mentre su un altro pianeta – o forse <em>anywhere out of the world</em> – un tale Dino Campana senza saperlo aggiunge un tassello transnazionale-provinciale al bailamme parigino: “ma ringhiano feroci gli italiani” (<em>Buenos Aires</em>). In attesa di desistere, davanti agli attacchi via etere (le onde radio Edison, come più tardi Amelia Rosselli davanti a quelle della CIA). Piccolo paese mondo, di nuovo. E siamo giunti così ai più stabili quattro piedi, ormai. <em>Le tour est joué</em>. Al tavolino per il libro (facciamolo: Apollinaire, Ungaretti, Eliot, Campana). O, come avrebbe detto ancora Ungaretti, di lì a poco: al <em>nuovo classico</em>, o “classico moderno”. E l’ossimoro incide più dei due rami della coppia, come non ha capito la critica ufficiale, attenta al dito (anzi qui ai due diti) e non all’oggetto additato (la luna vaga della metrica nuova). Se si vogliono prendere in considerazione i tempi lunghi della cultura, forse veniva a chiudersi allora il periodo iniziato con <em>Une saison en enfer</em> (1873) e la circolante “Lettre du Voyant” (a Paul Demeny). Periodo tragico se non fosse stato comico. Per chi non c’è dentro, s’intende (lontani da Verdun, allora, e oggi da Aleppo). Chissà se l’Apollinaire come <em>nom de plume</em> del neapolitanus non sia stato forgiato invece, a ripensarci, su Apollyon il distruttore (dall’antico greco <em>apóllumi</em> “distruggere”), fosca divinità vicina all’Abaddôn ebraico? Fumo e cenere. Ma già con <em>Vers et prose</em> del 1906, probabilmente una certa quiete prevale; voluta ma non pacificata; ma se andate oggi in cerca di informazioni “apollini” basilari sulla rete, vedrete pure (in un corpo più grande, là, mi raccomando) che: <em>La page </em><strong>Wikipédia</strong> [su Apollinaire] <em>est inaccessible aux modifications : &#8220;Cette page est l&#8217;objet de vandalismes répétés ; et/ou Cette page subit une guerre d&#8217;édition&#8221;…</em> Ancora. Di nuovo. Sempre. La guerra non finisce di finire, a quanto pare. Meglio comunque chiudere con il “classico moderno” – ossia versi liberati, citazionismo e arcitesto, scelte mistilingui, confusione dei generi… –; sì, meglio del ritorno all’ordine (così dissero) e del conformismo di forme e di opinioni, anche “social”. Ovviamente “social”. Oltrepassato e assimilato il Bisbidis degli inizi eroici o ingenui, eccome. Per quanto mi riguarda, <em>se licito m’è</em>, là in qualche modo ero e sto ancora. E quindi chiudo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(alla “Nouvelle Athènes&#8221;, giugno 2018)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/17/napolinaire-sud-luigi-cinque-jean-charles-vegliante/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>NApolinaire Sud n°18- Editoriale + Pasquale Panella</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/02/14/napolinaire-sud-n18-pasquale-panella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Feb 2019 07:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Pedrazzini]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Guillaume Apollinaire]]></category>
		<category><![CDATA[Napolinaire]]></category>
		<category><![CDATA[Nunziatella]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=77820</guid>

					<description><![CDATA[Editoriale effeffe   Diciotto   18 Novembre. Una data importante per noi ex allievi della Nunziatella. Anniversario della nascita del Real Collegio, anno 1787, che anno dopo anno vede nel cuore della città di Napoli, in questo giorno, schiere di ex-allievi, famiglie, cittadini che hanno a cuore quella che è insieme una istituzione e un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class=" wp-image-77825" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cover-181-copie-2-716x1024.jpg" alt="" width="412" height="589" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cover-181-copie-2-716x1024.jpg 716w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cover-181-copie-2-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cover-181-copie-2-768x1098.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cover-181-copie-2-250x357.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cover-181-copie-2-200x286.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cover-181-copie-2-160x229.jpg 160w" sizes="(max-width: 412px) 100vw, 412px" /></p>
<p><strong>Editoriale effeffe</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Diciotto</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>18 Novembre. Una data importante per noi ex allievi della Nunziatella. Anniversario della nascita del Real Collegio, anno 1787, che anno dopo anno vede nel cuore della città di Napoli, in questo giorno, schiere di ex-allievi, famiglie, cittadini che hanno a cuore quella che è insieme una istituzione e un vanto di un tempo oltre il tempo e di uno spazio che corre ben oltre le mura del Rosso Maniero che domina da Montedidio la città. Novembre è un mese importante per noi di Sud. La data di nascita del primo numero della rivista diretta da Pasquale Prunas, è il 15 novembre 1945 con il sottotitolo di &#8220;Quindicinale di letteratura ed arte&#8221;, lo stesso che abbiamo conservato insieme al logo disegnato dal suo direttore che nel suo editoriale avverte che la rivista sarà &#8220;contro ogni classificazione, numerazione, sezionamento, contro ogni politica suddivisione del sentimento, contro ogni barriera doganale&#8221;. <em>Contro</em>, è la parola che ripete Pasquale Prunas per ben tre volte, con una foga che quasi ci pare di sentirglielo dire. Contro vuol dire schierarsi, prendere posizione e difenderla, anche a costo della propria vita, anche pagando il prezzo di una sconfitta per quanto inevitabile, nonostante ogni ragionevole dubbio di riuscire nell’impresa. Novembre è un mese importante per l’arte intesa come avanguardia. Il 9 novembre 1918 Guillaume Apollinaire moriva stroncato dalla febbre spagnola pochi anni dopo essere stato ferito gravemente sul fronte il 17 marzo del 1916. Come viene magnificamente ricordato nel testo scritto da Laurence Campa, curatrice presso Gallimard dell’opera del poeta e autrice di quella che viene considerata come la migliore biografia di Apollinaire in circolazione, “<em>Guardare il mondo con gli occhi di Apollinaire, vuol dire tenere d’occhio “le belle cose nuove” e accoglierne la loro epifania. Vuol dire cercare delle meraviglie.” </em>Ci sono tempi in cui indugiare su di esse, farsene allo stesso tempo testimoni e beneficiari, conservatori e custodi, non potrà che significare essere inevitabilmente contro . Contro parole d’ordine urlate in ogni angolo d’Europa e che intimano, invece, separazione, barriere, classificazioni. Il valore dell’amicizia è fondamentale nella grande avventura delle avanguardie, avventura che vale la pena ricordarlo si è sempre fondata sulla vita delle riviste, sulle vite di chi ha sempre creduto all’arte e alla letteratura come a una missione oltre ogni ragionevole calcolo, al di là di tutte le ambizioni personali. Come ai tantissimi e spesso rimasti ignoti poeti caduti sul fronte di quella terribile guerra. E abbiamo voluto rendere omaggio anche ai nostri <em>brothers in arms</em> d’oltralpe, a Lakis Proguidis direttore dell’<em>Atelier du Roman</em>, rivista internazionale e al nostro fianco sin dal numero zero della nuova serie di Sud e che festeggia i suoi venticinque anni di vita in questi nostri stessi giorni. Allo stesso modo va letta la pagina che vede celebrato l’amore di due nostre storiche firme, l’americano Roger Salloch e Yvonne Baby, immortalati da Henri Cartier-Bresson perché significa per noi soffermarci sul meraviglioso. Ma qual è il misterioso legame che unisce il grande poeta francese al Rosso Maniero? Alla nostra città dell’origine? Da qualche anno con il presidente Giuseppe Catenacci, ci confrontavamo su fonti probabili d’appartenenza del padre del poeta alla nostra valorosa per quanto irregolare schiera degli ex allievi. Il punto di partenza era stato una bellissima mostra allestita al Musée de l’Orangerie: <em>Apollinaire : lo sguardo del poeta</em>. Tra le varie opere e fotografie presenti a quella magnifica mostra, una aveva catturato la mia attenzione, quella in cui si fa riferimento al <em>pére militaire napolitain inconnu</em>. Conoscendo la sensibilità degli ex allievi alle belle donne una campanella d’allarme è risuonata in me e così immediatamente con Il Presidente Catenacci ci siamo messi alla ricerca del nostro piccolo tesoro storiografico. Tra l’altro l’ex allievo Renato Benintendi, pubblicava su <em>Loro di Napoli</em> sempre nello stesso periodo una nota stringata ma estremamente precisa.</p>
<p>Così è nato il titolo <em>Napolinaire</em> (in origine con due elle ma poi come suggerito da Jean- Charles Vegliante corretto nella versione attuale) <em>un mot valise</em> che ci rendeva possibile il viaggio che pagina dopo pagina i nostri lettori faranno. Per la prima volta alcuni testi saranno leggibili nella lingua originale perché volevamo rendere visibile la dimensione internazionale del nostro progetto oltre che dei nostri lettori. Ultima annotazione. Al principio della nostra corrispondenza Lawrence Campa, da vera studiosa ci suggeriva di indicare al lettore che l’identità del padre del poeta rimaneva a tutt’oggi non provata e che la pista da noi battuta sembrava appartenere più alla leggenda che alla realtà storica. Ecco perché lasceremo ai nostri lettori la possibilità di scegliere, tra la realtà e l’immaginazione, sapendo pur tuttavia come quest’ultima possa in maniera quasi involontaria produrre delle vere e proprie meraviglie, speriamo, come questo numero diciotto che graficamente porta la stessa firma, quella di Marco De Luca e il gesto generoso della sezione estera degli ex allievi. Buona lettura. Segue il magnifico testo di Pasquale Panella scritto per noi.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-77826" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.34.41.png" alt="" width="450" height="668" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.34.41.png 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.34.41-202x300.png 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.34.41-250x371.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.34.41-200x297.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Capture-d’écran-2019-02-09-à-11.34.41-160x238.png 160w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Pasquale Panella</strong><br />
<em>QUESTA POESIA NON È</em></p>
<p>Questa poesia è un calligramma ossia<br />
una poesia in forma di poesia<br />
È il gatto Jago, è la cana Musa,<br />
così ritratti a mente con le lettere<br />
Si vede che hanno i baffi? Sì, si vede</p>
<p>Sono i suoi capelli, le parole,<br />
le frasi che le scendono sul collo,<br />
le ciocche e i riccioli delle cì, delle esse,<br />
anche le doppie punte delle doppie lettere<br />
Di chi? Si vede: i suoi di Lei<br />
(diciamo Lou)<br />
E le sue labbra, tutte<br />
È il sole della O in corpo<br />
grande grande, coi raggi delle frasi<br />
tutt’intorno, che non significano niente<br />
finalmente, o cose terra terra, dal sole<br />
sopra questa terra, cose come:<br />
io sono la frase luminosa, io sono<br />
la frase accecante, io sono la frase<br />
calda calda, io sono la frase della foto<br />
sintesi clorofilliana (e questa raggiunge<br />
le frasi a forma di foglia a pagina aperta,<br />
perché si chiama pagina la faccia della foglia)</p>
<figure id="attachment_77827" aria-describedby="caption-attachment-77827" style="width: 388px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-77827" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/andrea-pedrazzini-disegni-del-penultimo-26-2011-953x1024.jpg" alt="" width="388" height="416" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/andrea-pedrazzini-disegni-del-penultimo-26-2011-953x1024.jpg 953w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/andrea-pedrazzini-disegni-del-penultimo-26-2011-279x300.jpg 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/andrea-pedrazzini-disegni-del-penultimo-26-2011-768x825.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/andrea-pedrazzini-disegni-del-penultimo-26-2011-250x269.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/andrea-pedrazzini-disegni-del-penultimo-26-2011-200x215.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/andrea-pedrazzini-disegni-del-penultimo-26-2011-160x172.jpg 160w" sizes="(max-width: 388px) 100vw, 388px" /><figcaption id="caption-attachment-77827" class="wp-caption-text">Immagine di copertina e per editoriale di Andrea Pedrazzini</figcaption></figure>
<p>Perché, l’ho sempre detto, non vorrei essere<br />
letto ma guardato, visto,<br />
non io in persona ma io pagina, io scritto,<br />
oppure anch’io, però che faccio un fischio,<br />
che m’esce pieno d’effe e i e u dalla bocca<br />
(le congiunzioni stanno dentro il fischio),<br />
e per gambe ho due frasi articolate,<br />
e per piede ho un piede classico,<br />
tarso, metatarso, arsi, tesi,<br />
manciate di sillabe ossee<br />
lanciate come dadi<br />
Ci si diverte, sì, ci<br />
si diverte a far<br />
passi poetici<br />
Ma sì, queste parole se ne vanno<br />
(ma sì che si può dire, sì, dillo:)<br />
come le rondinelle in volo<br />
vanno, e il filo della frase<br />
oscilla abbandonato<br />
come un tratto di<br />
frazione, ottima<br />
in aritmetica<br />
se poi vuoi<br />
fare due<br />
conti</p>
<p>Questa poesia è un calligramma ossia<br />
una poesia in forma di poesia<br />
così ti rendi conto che la parola non è<br />
che scritta (la parola scritta)<br />
Ti sei mai reso conto, tu, di questo:<br />
che la parola è scritta?<br />
E questo basta perché la carta canti?</p>
<p>Ora, Guglie’, tu dici: i calligrammi<br />
per convincere l’occhio a accettare<br />
una visione totale della parola scritta<br />
(ossia ch’essa non sia soltanto scritta)<br />
Ma questo da che ti viene? Dillo<br />
Dall’insopportazione di accettare<br />
che la parola porti in carico tutt’altro:<br />
pesi parziali, però pesanti più della visione<br />
totale che, in quanto tale, è appunto<br />
apparizione leggerissima di cose<br />
come in sogno, soprannaturali,<br />
sopra per leggerezza, ecco perché sopra<br />
Ti viene dalla sofferenza, questa:<br />
che la parola, carico e carretta in un tutt’uno,<br />
porti al mercato il suo significato<br />
e addirittura l’interpretazione<br />
costringendo l’utente a un lavorìo<br />
da scaricatore, sottopagato, anzi pagato<br />
niente, con dissennato sciupio<br />
di forza lavoro in pluslavorìo<br />
e con esiti, tra l’altro, assai fallati<br />
a danno e scapito e ammaccature<br />
dei pezzi della macchina poetica</p>
<p>Allora è giusto fare i fiorellini,<br />
le rondini, il gatto coi baffetti,<br />
il cavallino, un ritratto<br />
con le guance bianche,<br />
un liofante, una cravatta<br />
sul petto della pagina,<br />
la pioggia e l’orologio,<br />
il mandolino, il garofano e il bambù,<br />
e il cuore trafitto dalla freccia, sì,<br />
sulla corteccia dell’albero a parole,<br />
che sono tutte rondini, poi, quelle parole,<br />
storni, tordi, mosche, moschini,<br />
corvi, cornacchie, passeri, colombi,<br />
api melense, le pungenti vespe<br />
E allora se ne volino<br />
se tu batti le mani alla poesia<br />
Ma sì, se ne voli la parola scritta<br />
poi che è stata messa in riga,<br />
forzata a lavorare sul binario<br />
unico del rigo, ma sì, evada,<br />
se ne vada in evasione</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-77828" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/colombe.jpg" alt="" width="289" height="557" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/colombe.jpg 289w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/colombe-156x300.jpg 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/colombe-250x482.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/colombe-200x385.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/colombe-160x308.jpg 160w" sizes="(max-width: 289px) 100vw, 289px" /><br />
E se ne voli<br />
per un battito di ciglia pure il mare<br />
(o in un altro battito<br />
tenendo gli occhi chiusi, ti ritorni)</p>
<p>Infatti me ne sto<br />
(stavo ma me ne sto)<br />
sullo scoglio a Sorrento<br />
nemmeno diciottenne, me ne sto<br />
tra noi fiocinatori in costume storico<br />
ossia lo slip del mare punto e basta,<br />
col sole che è pungente sugli arpioni<br />
In queste condizioni parlare di poesia,<br />
che cosa molle sarebbe, nemmeno la medusa<br />
morta a riva. I versi? Ma che versi?<br />
La murena a bocca aperta, quella sì.<br />
I tentacoli del polpo, altro che versi,<br />
la spigola invincibile, la seppia<br />
che di notte è luminosa<br />
e ’a fess’ ’e sòrete</p>
<p>O scorrettezza, sta’ accorta<br />
a non correggerti col tempo</p>
<p>Ma che bellezza, quando scrivere<br />
era solo immaginario, quando<br />
undicimila tonni vergavano il mare<br />
come versi, crescendo a nuoto,<br />
sodi, penetranti dentro il Golfo</p>
<p>Poi si diventa fessi appresso ai versi<br />
sulla carta: le parole scritte dai terrestri<br />
(ma i tonni hanno più corpo e pinne<br />
e guizzo e una tremante morte)<br />
Perché dico questo? Perché ho in mente<br />
i poeti corretti, i poeti correnti, i poeti<br />
serali a passeggio in Corso d’Opera,<br />
insomma, i poeti che, m’è parso di capire,<br />
colano sulla pagina, sì, essi colano<br />
E poi non so chi siano, ma chi sono?<br />
Poeta è chi ti dà del poeta, perché non sa<br />
chi sei, se lo sapesse non s’azzarderebbe</p>
<p>Iscritta nel Vesuvio, ho visto da Sorrento<br />
la tua testa a pera, o Apollinapoli, come<br />
nello specchio dei tuoi versi estroversi,<br />
usciti fuor di segno (socievoli, espansivi,<br />
tonni, forse?, e le forme poetiche, forse,<br />
sono formazioni migratorie?, dirette<br />
alla tonnara sanguinaria di chi legge?)<br />
e la fiamma rovesciata del tuo cuore<br />
e i re che muoiono sulla corona scritta<br />
e, gira gira, rinascono nel cuore dei poeti<br />
E che vuol dire? Questo: che i re rinascono<br />
nel cuore dei poeti, più chiaro di così<br />
si muore anche da re, fiocinando<br />
in un tutt’uno un re, un poeta e un cuore,<br />
bel colpo, bella mossa, e nello specchio<br />
tu sei chiuso vivo e vero come gli angeli<br />
immaginati e non come riflesso umano<br />
Anche questo vuol dire esattamente<br />
quel che è detto, come è vero<br />
che con ‘surrealista’ tu intendevi<br />
‘sopra detta’ l’opera, tu la volevi<br />
surrealizzare ovvero ‘sopra-dire’,<br />
sovrapponendo alla parola scritta<br />
un tuo disegno, inteso anche come<br />
macchinazione, un macchinario scenico<br />
a parole, perché scrivere (e figuriamoci<br />
scrivere da poeta) è cosa fantasiosa, sì,<br />
ma la parola scritta è un limite reale,<br />
così tu illimitasti la parola in vignetta<br />
ingenua, in costellazione di lettere<br />
nel profondo spazio bianco della pagina<br />
(non sopra e basta ma nella pagina<br />
ossia in un sopra-ovunque come se essa<br />
non fosse più piattamente piana),<br />
in un disegno (che come quello<br />
composto dalle stelle è un’illusione umana)<br />
fatto di parole e sfatto dalle stesse<br />
che, dirompenti dal rigo, espansive,<br />
chissà dove poi vanno a non più dire</p>
<p>E come scrisse Aragon? (E quel che è scritto<img loading="lazy" class="alignright wp-image-77829" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Foto-di-Picasso-ad-Apollinaire.jpg" alt="" width="332" height="414" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Foto-di-Picasso-ad-Apollinaire-250x313.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Foto-di-Picasso-ad-Apollinaire-160x201.jpg 160w" sizes="(max-width: 332px) 100vw, 332px" /><br />
può essere letto al contrario<br />
anche per dritto). Scrisse che tu conoscevi<br />
la volgarità turbativa che al meglio<br />
si esprime nelle vignette delle cartoline<br />
rispetto alle quali la sincerità e la vita<br />
fanno le loro pessime figure<br />
E c’è da decidere chi ci rimette:<br />
se le vignette o la sincerità e la vita<br />
(chi legge decida in quale verso legge il verso)<br />
Insomma, se non c’è un disegno,<br />
c’è forse, nella vita, un disegnino,<br />
un calligramma candido sul bianco<br />
della pagina, il più sincero segno<br />
(perché ingenuo, quindi rivoltoso)<br />
di una sfacciata sfiducia nella parola<br />
scritta se non è scritta come fosse un gioco,<br />
perché se non è un gioco è solo scritta,<br />
stampata come un calco macchinoso,<br />
un pezzo della macchina poetica,<br />
e poesia significa produrre, e se appartiene<br />
a un mondo è al mondo della produzione<br />
che appartiene, basta saperlo, basta<br />
sapere che anch’essa produce i suoi fumi<br />
e le scorie soffocanti dell’umano,<br />
senza poi fare troppo i sensibili e i contriti<br />
e i suscettibili al destino dell’umanità,<br />
che è palesemente solo uno:</p>
<p>l’onesta distruzione di sé stessa<br />
(e sarà l’unica onestà di cui è capace)<br />
anche ridendo del piagnisteo conservatore<br />
di chi oppone il suo lamento all’estinzione<br />
E che sarà mai? Un calligramma sarà<br />
Il verso che si allontana dal suo rigo,<br />
tutta la poesia in un disegnino, verso<br />
un destino espansivo che è lo stesso<br />
della cipria sotto uno starnuto,<br />
della farina sotto una manata,<br />
della polvere di stelle assai cantata:<br />
la polverizzazione nello spazio</p>
<p>Per farcela una volta, la volta buona,<img loading="lazy" class="alignright wp-image-77830" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/apollinaire-8.jpg" alt="" width="423" height="577" /><br />
a non diventare merce citabile<br />
né materiale da interpretazione<br />
ma (guarda che ti dico) verso d’amore,<br />
divertimento e amenità per gli occhi,<br />
goduria e bellezza, il piacere,<br />
nel quale noi sfoghiamo la certezza<br />
che dopo il godimento c’è estinzione<br />
Hai voglia a fare, voglia, sì, voglia<br />
a dire, hai voglia, hai quella voglia<br />
di sparire</p>
<p>Ché basta col pensare di pensare,<br />
parlare di parlare, scrivere di scrivere<br />
Il gatto coi baffetti sta lì (questo<br />
è il significato) per abbandonare<br />
la pagina senza nemmeno dover scrivere<br />
con che rumore, perché non fa rumore<br />
(come si dice?, si dice: felpato, felpato<br />
il suo pensiero, felpato il suo parlare,<br />
o recondita armonia dell’aggettivo<br />
che, sotto sotto e accanto accanto,<br />
più del sostantivo rende, esso, l’idea:<br />
ti sei mai reso conto che l’aggettivo<br />
rende ideale la parola, non più cosa?),<br />
le rondini taglienti la taglieranno, la pagina<br />
(senza stare a cercare un sinonimo del taglio)<br />
e il rumore dello strappo è sì un garrito,<br />
le vocali del cavallo sono zoccolate<br />
sempre più lontane dalla pagina,<br />
il liofante aspirerà con la proboscide<br />
la pagina e sé stesso, e il ritratto di Lou<br />
è soltanto un invito, un manifesto<br />
delle nuove regole del testo, svanente<br />
casomai lei si facesse viva col suo viso,<br />
in carne e ossa, non soltanto annuncio<br />
ossia in tournée in una lontananza assai da te,<br />
e io mi slaccio la cravatta dal petto<br />
della pagina, la pioggia ha raggiunto<br />
il taglio basso e scola come le poesie<br />
dei poeti, appunto, e l’orologio segna<br />
la sua unica ultima ora, il mandolino<br />
coglie l’ultimo tremito della mano<br />
che lo suona, il garofano sfoga gli ultimi<br />
suoi petali, e nel bambù passa l’ultimo<br />
ritmo cavo come l’ultima corsa della metro,<br />
e questo è il momento del finale, il momento,<br />
non dico di quale tempo, se dell’anno, del mese,<br />
della settimana, del giorno, qui non è più<br />
questione di racconto, e questa poesia non è,<br />
è il momento e basta, questo, qui, il momento<br />
in cui ti dico: fai di me, fai di me, fai<br />
(invece di far io la poesia, fai tu di me, foutu)<br />
E quel che voglio è quello che vuoi farmi,<br />
fuor di significato ma in pieno senso, o Lou</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;enigma delle norie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/01/06/lenigma-delle-norie/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2016/01/06/lenigma-delle-norie/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2016 06:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[noria]]></category>
		<category><![CDATA[piccole apocalissi]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=59061</guid>

					<description><![CDATA[di Nicola Fanizza ( la fotografia proviene dall&#8217;archivio della casa editrice Adda di Bari) Guglielmo si era levato a tempo debito. Doveva andare nella stalla, distante circa dieci metri dalla sua piccola casa di campagna, per governare Martino, un cavallo che aveva il pelo rosso come il fez dei bersaglieri. Sua madre – Rosina –, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/foto-noria.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-59062" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/foto-noria.jpg" alt="foto noria" width="262" height="193" /></a></p>
<p><em>( la fotografia proviene dall&#8217;archivio della casa editrice Adda di Bari)</em></p>
<p>Guglielmo si era levato a tempo debito. Doveva andare nella stalla, distante circa dieci metri dalla sua piccola casa di campagna, per governare Martino, un cavallo che aveva il <em>pelo rosso</em> come il fez dei bersaglieri. Sua madre – Rosina –, la sera precedente, gli aveva dato la consegna di adacquare le piante dei pomodori. Erano passati diversi giorni dall’ultima innaffiatura. Faceva molto caldo. La salsedine, dardeggiata dal sole di Ferragosto, si era rappresa quell’anno persino sugli acini dell’uva che si trovava nella «cavata». Si trattava della parte più bassa del podere, che era situato a meno di trecento metri dal mare. La scelta di piantare la vigna in quel luogo non era stata casuale. Lì, infatti, i vitigni potevano fiorire senza che i germogli fossero bruciati dal vento che veniva dal mare.</p>
<p>Dopo aver dato da mangiare a Martino, gli mise il collare, gli bendò gli occhi, lo legò alla noria (<em>a ngéegne</em>) e, infine, si mise a innaffiare. Mentre era intento al suo lavoro, il <em>cigolio </em>molto particolare della <em>noria stimolò l’attenzione di </em>alcuni soldati inglesi che pattugliavano la costa. Questi ultimi si avvicinarono alla noria, manifestando il loro vivo dissenso nei confronti della pratica di bendare gli animali. Ordinarono, pertanto, a Guglielmo – con le parole e, insieme, con i gesti – di togliere dalla testa del suo cavallo la benda che gli copriva gli occhi. Per loro gli abitanti del Paese delle Norie erano dei barbari che «maltrattavano» gli animali.</p>
<p>Guglielmo cercò di far capire a quei soldati che la bendatura di Martino era comunque necessaria, poiché quest’ultimo, girando con gli occhi aperti intorno al <em>tamburo di Vitruvio</em>, di lì a poco sarebbe svenuto. Disse loro – mimando la vertigine – che la «capa gira» <em>anche </em>ai cavalli! Nondimeno gli Inglesi furono irremovibili. Di fatto, nei tre anni che restarono nel Paese delle Norie, mostrarono in diverse occasioni di amare più gli animali che gli uomini.</p>
<p>Quei soldati non avevano mai sentito parlare delle norie<em>, </em>né avevano mai avuto occasione di vederne una da vicino. Si trattava di un sistema di secchi di rame o di legno inseriti in un nastro a catena che ruotava mediante una puleggia, a trazione animale (di solito cavallo, asino o mula): i secchi si riempivano di acqua in fondo al pozzo e, allorquando giungevano sull’apice della ruota*, rovesciavano il loro contenuto in una piattaforma che era collegata a sua volta a una cisterna (<em>u palemmidde</em>).</p>
<p>Appena i soldati andarono via, Guglielmo riprese il suo lavoro. Mentre rifletteva sulla «sensibilità» degli Inglesi, sentì provenire dalla sua casa l’eco del canto di sua madre. Quest’ultima aveva studiato canto, ma aveva dovuto smettere. Aveva una voce bellissima e per questo la invitavano in Chiesa per cantare l’<em>Ave Maria</em> di Gounod.</p>
<p>Erano passati quasi nove anni dalla morte di suo marito. Dopo quel tagico evento Giovanni – il maggiore dei figli – era stato costretto ad abbandonare gli studi e si era dedicato al lavoro nei campi per far fronte alle esigenze della famiglia. Guglielmo e Isabella, che erano più piccoli, avevano continuato, invece, a studiare. Tuttavia, nella tarda estate del 1941, anche Guglielmo aveva dovuto smettere di studiare. Suo fratello era andato in guerra ed era toccato a lui prendere il suo posto in campagna.</p>
<p>Quando Guglielmo, terminato il lavoro, tornò a casa e informò Isabella e sua madre in merito di ciò che gli era accaduto, quest’ultima gli disse che anche lui quando era piccolo non sopportava che si bendassero gli occhi a Martino e che si metteva persino a piangere per costringere suo padre a rimuovere la bendatura dagli occhi del cavallo.</p>
<p>Guglielmo cascò dalle nuvole. Non si ricordava affatto di quell’episodio e disse che lo aveva, comunque, rimosso. La cancellazione di quell’episodio dalla sua memoria, tuttavia, preoccupò un po’ sua madre e la indusse a chiedere a Guglielmo se aveva riposto nell’oblio anche la sua infantile paura nei confronti dei pozzi. Guglielmo asserì che ne aveva un vivido ricordo e che aveva ancora davanti ai suoi occhi il <em>fuoco</em> da cui si era originata. I vicini di casa gli avevano detto che quando si avvicinava a un pozzo poteva uscire il diavolo (<em>u gagh</em>ê<em>ure</em>) e trascinalo giù. Prima di scoperchiarlo, pertanto, doveva segnarsi di croce. Il sottosuolo era sede del <em>maligno,</em> dell’oscuro, con tutte le varianti che tale credenza poteva generare.</p>
<p>Guglielmo aggiunse che alcuni anni dopo, grazie allo studio del pensiero illuminista, si era messo alle spalle il fardello di quelle superstizioni. L’occasione per dimostrare che non aveva paura del diavolo si era presentata alcuni anni dopo, allorquando la catena della noria si era spezzata, precipitando insieme ai secchi in fondo al pozzo. Si era offerto volontario per recuperarla ed era sceso, tramite una fune, senza alcun timore nelle viscere della terra.</p>
<p>Quella sera, Guglielmo non riuscì a dormire. Gli vennero in mente gli eventi del suo passato più o meno recente. Si trattava delle <em>piccole apocalissi</em> che avevano reso meno opaca e monotona la sua vita. Ricordò in particolare la lezione del professore di storia, in cui aveva raccontato agli studenti il seguente aneddoto relativo alla vita di Cristoforo Colombo:</p>
<p>«Nel 1491, il navigatore genovese si era recato a Cordova per incontrare la regina Elisabetta la Cattolica. Ma aveva dovuto aspettare più di una settimana prima di essere ricevuto. La regina, infatti, da quando era giunta in Andalusia non riusciva più a dormire. Ciò che le toglieva il sonno era proprio il cigolio della noria che alimentava i giardini dell’Alcàzar. E pertanto ordinò che venisse distrutta. Non è un caso – aveva asserito il professore – che la parola “noria” derivava proprio dal cigolio molto particolare prodotto dalla ruota».</p>
<p>Per Guglielmo quel suono lento e tenue era simile a quello di un organo melanconico. La noria aveva la straordinaria capacità di diffondere nelle campagne intorno un suono rassicurante e, nel contempo, inquietante. L’immagine circolare del tempo di cui la noria era il simbolo non riusciva a neutralizzare del tutto lo spettro della morte. Quel suono gli appariva, infatti, come un vero e proprio <em>pianto di morte</em>. Da qui la necessità di vincere la morte, da qui la necessità di mettersi in gioco, di mettersi a girare come fanno i bambini, come i bambini che, però, girano con gli occhi aperti e non hanno paura della vertigine.</p>
<p>Quel suono era connaturato al paesaggio ancestrale di cui era la manifestazione uditiva indissolubile. Era un suono che era destinato, comunque, a scomparire, poiché già negli anni Trenta le norie cominciavano a essere sostituite con le prime motopompe elettriche. Di lì a poco tempo, la meccanizzazione del lavoro agricolo avrebbe introdotto nuovi rumori nei silenzi delle campagne, dove prima echeggiavano, insieme al cigolio delle norie, solo i gridi dei contadini o i loro canti.</p>
<p>D’altra parte, nessuno riusciva a dare risposte esaustive alle sue domande. Quando erano arrivate le prime norie nel suo Paese? Chi le aveva portate? Perché le norie erano presenti per lo più nel territorio rivierasco del suo Paese ed erano quasi del tutto assenti nelle altre riviere?</p>
<p>Il giorno dopo, Guglielmo smise di pensare al suo passato e rivolse la sua attenzione alla sua condizione presente e cominciò a prefigurare anche il suo futuro. Si era reso conto che non riusciva a vivere <em>solo</em> della sua vita, sentiva l’esigenza di ascoltare gli altri. E, per di più, si trovava a vivere in uno spazio sociale in cui erano quasi del tutto assenti le relazioni degne.</p>
<p>Avvertiva l’esigenza di andare via. Cominciò a pensare alla sua vita sul mare e chissà forse viaggiando, avrebbe creato nuove situazioni esistenziali e avrebbe trovato anche l’occasione per risolvere l’<em>enigma </em>delle norie<em>.</em></p>
<p>La vita in campagna continuava nella sua monotonia. Benedetto, un vecchio marinaio che possedeva un piccolo fondo contiguo a quello della sua famiglia, gli ripeteva sempre la stessa filastrocca: «Ho visto mio nonno per diversi anni zappare in questo fondo per tirare via le pietre; in seguito, ho visto mio padre per trent’anni zappare in questo fondo per tirare via le pietre; e, infine, sono più di quarant’anni che anch’io zappo in questo fondo per tirare via le pietre. Ebbene Guglielmo, sono convinto che le <em>pietre crescono</em>!».</p>
<p>Per converso, Andrea era il solo contadino capace di ravvivare l’ambiente con le sue feste. Ballerino e giocatore, viveva una vita allegra e spensierata, una vita fatta di banchetti e di balli che teneva spesso nella sua casa di campagna. Terminata la guerra, aveva organizzato una grande festa per l’arrivo dagli USA di suo fratello Vito con la moglie americana. I bambini si aspettavano di vederla vestita come una pellerossa, ma, pur rimanendo delusi, erano rimasti comunque incantati dal fascino della bella signora.</p>
<p>Intanto, Giovanni nel dicembre nel 1944 si era fatto vivo con una lettera, in cui diceva che era stato fatto prigioniero e che si trovava in Inghilterra. Guglielmo non poteva abbandonare sua madre e sua sorella fino al ritorno a casa di suo fratello. Nell’attesa, si sottopose alle visite mediche per ottenere il libretto di navigazione.</p>
<p>Verso la fine del 1946, gli Inglesi liberarono tutti i prigionieri e suo fratello ritornò a casa. Subito dopo, Guglielmo riuscì a trovare un imbarco come mozzo su un motopeschereccio e, finalmente, partì per il Levante!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* La ruota verticale che stazionava sull’imboccatura del pozzo era collegata, mediate una trave di ferro, lunga circa sei metri, a un&#8217;altra ruota sempre verticale (vedi immagine), collegata, mediante denti di ferro a un tamburo orizzontale – il «tamburo» di Vitruvio! –, da cui si originava un’asta di legno alla quale veniva legato il cavallo.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/01/06/lenigma-delle-norie/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Anteprima Sud. 23 novembre 1980</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/11/23/anteprima-sud-23-novembre-1980/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2015/11/23/anteprima-sud-23-novembre-1980/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Nov 2015 17:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Beniamino Servino]]></category>
		<category><![CDATA[Giusi Marchetta]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Di Vilio]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<category><![CDATA[Terremoto 1980]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=58367</guid>

					<description><![CDATA[L’Ottanta di Giusi Marchetta L’ultima volta che sono tornata a Caserta, è venuto pure lui per conoscere mamma. È stato bravo: ha bevuto il caffè e ha detto che era buono, si è tenuto il gatto addosso e ha fatto finta di niente quando lei mi ha fatto notare che gli restano pochi capelli. Alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-58369" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n.jpg" alt="10155215_10203065195984944_333311279_n" width="960" height="694" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10155215_10203065195984944_333311279_n-900x651.jpg 900w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Ottanta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di </em><strong>Giusi Marchetta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’ultima volta che sono tornata a Caserta, è venuto pure lui per conoscere mamma. È stato bravo: ha bevuto il caffè e ha detto che era buono, si è tenuto il gatto addosso e ha fatto finta di niente quando lei mi ha fatto notare che gli restano pochi capelli. Alla fine della visita è sceso in cortile a fumare e a lasciarci un po’ da sole per dirci le cose che davanti a lui non avremmo detto.</p>
<p style="text-align: justify;">Più tardi l’ho trovato sulla panchina di fronte a fissare il palazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">– E quella?</p>
<p style="text-align: justify;">È una crepa sottile, un lungo ghirigoro che rompe la monotonia rossa della facciata.</p>
<p style="text-align: justify;">– L’Ottanta – dico e basta. Sono trentacinque anni che sento questa risposta e non c’è mai stato bisogno di aggiungere altro. Fa sì con la testa. Ha capito.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensa al terremoto, ai morti sepolti sotto le proprie case. Lo pensa perché non sa niente di Carmela e non sa che tutto è crollato per colpa sua.</p>
<p style="text-align: justify;">Abitava nel nostro palazzo, al piano di sotto, con la madre e un padre che quando Carmela era molto piccola avevamo visto salire su un’ambulanza e che non era più tornato. Sapevamo che era vivo perché la moglie andava a trovarlo in clinica una volta a settimana, lasciando la figlia a chiunque si offrisse di tenerla, ma di che malattia si trattasse a noi bambini non era dato saperlo. Del resto ci sembrava normale e perfino giusto. Molti di noi già avevano già capito che il mondo degli adulti era molto simile al teatro della parrocchia: dietro le quinte Calabrò era il salumiere che se capitava bestemmiava con trasporto; quando usciva sul palco con la tonaca di don Bosco gli cambiava pure la voce.</p>
<p style="text-align: justify;">In compenso conoscevamo molto bene lo spazio tra le panchine del cortile e il campo giochi, quel morso di terra invaso dalle erbacce dove i ragazzi buttavano le cartelle per fare le porte e giocare a pallone. Passavamo interi pomeriggi sedute sui marciapiedi grigi tra le palazzine: inventavamo storie o vendevamo paccottiglia ai passanti. Qualcuna portava le sue bambole, a qualcun’altra non era permesso e dovevamo darci appuntamento sotto il suo balcone a un’ora precisa per darle la possibilità di mostrarci da lontano l’ultimo acquisto. Qualche volta non andavamo per non darle soddisfazione. Eravamo tranquille, buone, educate tranne quando smettevamo di esserlo. Sempre meglio dei maschi, comunque.</p>
<p style="text-align: justify;">I miei genitori si erano sposati a diciott’anni e io ero arrivata poco dopo, troppo poco agli occhi di chiunque. Li avevano perdonati, però, perché erano innamorati e bellissimi con occhi nocciola e capelli neri e folti come criniere. Col passare degli anni i vicini perdevano il lavoro, avevano figli da allattare o mantenere, cominciavano a tenersi la barba o la pancia, si sformavano in viso e sui fianchi. I miei no.</p>
<p style="text-align: justify;">Mio padre andava al lavoro fischiando. Gli piaceva l’edicola e l’odore dei giornali appena stampati. Quando passavo a trovarlo mi dava la settimana enigmistica da portare subito a casa; era appena arrivata, non ce l’aveva ancora nessuno, diceva e mi faceva pure l’occhiolino, ma io lo sapevo che anche quello era per lei. L’amavamo moltissimo tutti e due, ma era naturale, un sentimento dovuto: nessuna donna delle palazzine era come Caterina.</p>
<p style="text-align: justify;">All’uscita di scuola, le altre madri mi fermavano per chiedermi sorridendo della bella ragazza che mi aspettava al cancello. Era mia sorella grande? La raggiungevo di corsa, ci allontanavamo insieme, mi sentivo il loro sguardo sulla schiena che ci seguiva, serio.</p>
<p style="text-align: justify;">Carmela, invece, la odiava. Aveva solo un anno più di me, ma già sapeva mescolare la perfidia ai gesti quotidiani in piccole dosi per renderli abbastanza amari da sopportare senza che sconfinassero in un’aperta ostilità. Quando Caterina passava per le scale, rimaneva seduta con il libro tra le mani, come se fosse stato impossibile interrompersi per farsi da parte. Se la incontravamo dal fruttivendolo, cercava di incrociare il mio sguardo poi increspava le labbra, baciando il nulla. Accanto a me Caterina scherzava con Michele per farsi mettere più odori nella busta.</p>
<p style="text-align: justify;">C’era in quell’ostilità e in quelle smorfie un’accusa non detta e che neanche capivo. Qualcosa che aveva a che fare coi tacchi di Caterina o l’attenzione che il mondo le riservava.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo anche pomeriggi di pace, certo, quando giocavamo in cortile unendo i nostri pochi giocattoli. Allora mi sembrava quasi che fossimo amiche. Altre volte mia madre attraversava in fretta il cortile inseguendo qualche incombenza; Carmela aspettava che si allontanasse, poi prendeva la sua unica Barbie, le allargava le gambe, la faceva ondeggiare in una camminata oscena.</p>
<p style="text-align: justify;">– Chi sono? – chiedeva. Le altre ridevano.</p>
<p style="text-align: justify;"> Stavamo in due classi diverse, ma pure la scuola mi doveva tradire.</p>
<p style="text-align: justify;">La maestra Anna ci aveva insegnato <em>La canzone del Piave</em>: la conoscevamo tutti a memoria. Carmela si ritrovava una voce bellissima perciò la usava spesso, nei corridoi, in cortile o per le scale, cantando ovunque del Piave o così mi sembrava, finché non ho capito che il motivo era quello ma non le parole.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Michele mormorava calmo e placido al passaggio</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di Caterina il 24 maggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Era stupido. Era irritante. Ed era autunno quindi non c’entrava niente.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure non lo raccontavo a casa perché di Carmela avevo paura. Non paura che mi picchiasse come capitava qualche volta con i ragazzi del rione quando pensavano che avessi due lire. Avevo paura per Caterina. A volte la sognavo che piangeva e mi chiedeva che voleva quella da lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Smisi di scendere in cortile. Bastava che mi vedesse sul balcone, però, che subito attaccava con la melodia senza parole e io sapevo che lo faceva perché tanto le parole ce le avrei messe io.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, una sera.</p>
<p style="text-align: justify;">Papà era a Macerata perché il nonno era caduto da una scala. Caterina aveva un che da fare, così, per non lasciarmi sola, mi ha spedito a casa di Carmela. Sua madre ci ha detto di finire i compiti e di fare le brave. Non è mai stato un problema per me.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre cercavo di concentrarmi, lei ha ricominciato. Non mi è più capitato di sentirmi formicolare le mani così tanto, di afferrare qualcuno con la stessa forza. Con Carmela è stato facile: aveva ancora il grembiule addosso e il colletto sporgeva. Le ho sbattuto la testa sul pavimento e lei mi ha stretto i polsi. Ci siamo fissate per un po’, rancorose, ansimanti.</p>
<p style="text-align: justify;">– Tua mamma è una zoccola.</p>
<p style="text-align: justify;">– E chi lo dice?</p>
<p style="text-align: justify;">Sua madre lo diceva.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo salite per le scale di nascosto. Un po’ di sangue le macchiava il mento perché nella lotta s’era morsa un labbro. Non mi dispiaceva. Ci siamo sedute sulla rampa che andava al piano di sopra, dietro al muro, abbiamo aspettato. Dopo poco si è aperta la nostra porta di casa e Michele è uscito come se niente fosse. Gli sono andata dietro sul pianerottolo ma lui non se n’è accorto. Non riuscivo a muovermi e non ci sono riuscita neppure quando la porta si è aperta e Caterina è comparsa e ha fatto un piccolo salto all’indietro. Ci siamo guardate.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora ho sentito Carmela, la sua voce trionfante.</p>
<p style="text-align: justify;">– Hai visto?</p>
<p style="text-align: justify;">Poi tutto ha cominciato a crollare.</p>
<p style="text-align: justify;"> Se mi chiedono dell’Ottanta dico che non ricordo ed è vero: ero piccola, non ricordo. So solo che per me è stata una domanda a dare il via a tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Hai visto che la tua famiglia va in pezzi?</p>
<p style="text-align: justify;">Ho visto.</p>
<p style="text-align: justify;">Decido adesso, su questa panchina, che a lui dirò di quando la mia paura più grande si è realizzata e ha crepato il palazzo. Gli dirò anche che non capivo allora, ma che adesso, passati i quaranta capisco.</p>
<p style="text-align: justify;">E gli racconterò di mia madre che ci ha tenute strette me e Carmela e ci ha salvato la vita. Gli racconterò quella notte passata in macchina noi due sole, delle scosse del mondo fuori e di quelle senza fine nel mio petto, della mano di lei sulla mia testa, di quando ha detto dormi e tutto ha smesso di crollare e io mi sono addormentata mentre Caterina vegliava sulla nostra casa e la teneva in piedi finché papà non fosse tornato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/marchetta-servino.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-58368" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/marchetta-servino-717x1024.jpg" alt="marchetta-servino" width="700" height="1000" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/marchetta-servino-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/marchetta-servino-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/marchetta-servino-900x1286.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2015/11/23/anteprima-sud-23-novembre-1980/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Anteprima Sud Anni Ottanta: Ingo Schulze</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/11/11/anteprima-sud-anni-ottanta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2015 13:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[ingo schulze]]></category>
		<category><![CDATA[Renata Prunas]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=57907</guid>

					<description><![CDATA[Sono molto lieto di condividere, in anteprima, con i lettori di Nazione Indiana il bellissimo testo di Ingo Schulze, magnificamente tradotto da Stefano Zangrando​, dedicato alla caduta del muro di Berlino e che si potrà leggere sul numero di Sud in uscita il 15 Novembre. A settant&#8217;anni dalla prima uscita della  storica rivista fondata da Pasquale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Sono molto lieto di condividere, in anteprima, con i lettori di Nazione Indiana il bellissimo testo di Ingo Schulze, magnificamente tradotto da Stefano Zangrando​, dedicato alla caduta del muro di Berlino e che si potrà leggere sul numero di Sud in uscita il 15 Novembre. A settant&#8217;anni dalla prima uscita della  storica rivista fondata da Pasquale Prunas e a cui parteciparono Anna Maria Ortese, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Gianni Scognamiglio e tanti altri giovanissimi intellettuali, il nostro numero extra sarà dedicato agli anni Ottanta e a Renata Prunas (ma non glielo abbiamo ancora detto)  che ci ha permesso di mantenere ben teso</em> le fil rouge<em> che ci unisce a quell&#8217;esperienza.</em> effeffe ps Le fotografie che accompagnano il testo sono di Rino Bianchi (sx) e Philippe Schlienger (dx). La mise en page è di Marco De Luca.</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-57910" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-1024x713.jpg" alt="Copia di Schermata 2015-11-04 alle 19.48.37" width="887" height="617" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-1024x713.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-900x627.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37.jpg 1208w" sizes="(max-width: 887px) 100vw, 887px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Viviamo di rimozione</strong> </em></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ingo Schulze</strong></p>
<p style="text-align: justify;">traduzione di Stefano Zangrando</p>
<p style="text-align: justify;">Dov’ero il 9 novembre 1989: è la domanda che mi fanno più spesso. Di regola chi me la pone assume un’espressione gioiosa, come se in quel modo procurasse un piacere anche a me. In questa data, infatti, si possono combinare felicemente, chiamandole in causa entrambe, la dimensione personale e quella storica. Quando io poi ammetto che quella sera d’autunno andai a letto presto e che perciò posso solo dire: «Quando mi svegliai, il muro non c’era più», la delusione è palpabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle domande ulteriori mi piace rispondere che il vero crollo del muro era già avvenuto con l’apertura dei confini ungheresi il 10 settembre. E che ovviamente il crollo del Muro di Berlino mi sorprese, certo, e ovviamente mi fece piacere, come potrebbe essere altrimenti? Tuttavia, quando di lì a poco vidi la gente in coda davanti all’«Ufficio circondariale della polizia popolare» per ottenere il timbro che autorizzava a visitare legalmente l’Ovest, mi preoccupai: se adesso vanno tutti nell’Ovest, chi verrà più alle nostre manifestazioni di piazza?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché sono diventato così recalcitrante a parlare del 9 novembre? Forse perché non ho nulla da raccontare? Perché nell’Ovest ci andai per la prima volta solo alla fine di novembre di quell’anno? O perché c’erano cose più importanti?</p>
<p style="text-align: justify;">Il crollo del Muro è senza dubbio una cesura storica. Nella memoria ufficiale esso copre e domina l’intero autunno 1989 e persino gli altri 9 novembre, quelli del 1938 e del 1918. Il crollo del Muro appare così chiaro e inequivocabile! Le persone si riversarono da Est a Ovest, dalla dittatura verso la libertà. E si sa bene in cosa sfociarono i cambiamenti. Sottinteso: doveva andare così. E ancora: così si è voluto.</p>
<p style="text-align: justify;">Per me il crollo del Muro fu un evento eclatante fra altri. E non ebbe niente, assolutamente niente a che fare con considerazioni di tipo nazionale. Un cammino comune, addirittura un’unificazione di Repubblica Democratica e Repubblica Federale? E come? Ridicolo!</p>
<p style="text-align: justify;">Preferirei di gran lunga che mi si chiedesse del 9 ottobre. Non soltanto perché in quel caso avrei qualcosa da raccontare. Ma già a questo punto bisogna spiegare: il 9 ottobre fu il giorno in cui forse si decise tutto, quel primo lunedì dopo il 40° anniversario della DDR (il 7 ottobre), quando gli ospiti di Stato se n’erano ormai andati e su Lipsia incombeva la minaccia di una «soluzione cinese». Nonostante i tentativi di intimidazione, 70.000 persone manifestarono per le strade del centro. Per la prima volta non c’erano agenti in uniforme a bloccare il percorso e far disperdere i dimostranti. E per la prima volta fu percorso per intero l’anello intorno al centro cittadino. Solo a partire dal 9 ottobre fu messo in pratica da entrambe le parti l’imperativo «Niente violenza!». Anche se a uno non venivano in mente le parole di Goethe – «Da qui e oggi comincia una nuova epoca della storia del mondo e voi potete dire di esserci stati» – tuttavia quella che si provava era una sensazione di questo tipo. Qualunque cosa fosse successa, avremmo potuto competere con il 17 giugno 1953.</p>
<p style="text-align: justify;">Già il lunedì 2 ottobre, quando i pochi striscioni erano ancora piccoli, così da poter essere arrotolati e portati sotto la giacca per poi passare di mano in mano sopra le teste, girava il motto <em>Visafrei bis Shanghai!</em>, «senza visto fino a Shanghai». Fin dall’inizio si trattava del mondo intero! E dell’ammissione del Neues Forum e dei nuovi partiti sulla scena politica, e dell’accesso ai media, e di libere elezioni, e soprattutto di democratizzare il proprio mondo. Il motto decisivo era: «Noi siamo il popolo!». Si trattava davvero di riprendersi in mano il paese. In fabbriche, scuole, università, in teatri e istituti si iniziò a eleggere in posizioni direttive coloro che godevano della fiducia della maggioranza. Era questa la vera rivoluzione. Chi ci avrebbe più fermato? Giorno dopo giorno la realizzazione di un «socialismo dal volto umano» sembrava sempre più inevitabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Delle manifestazioni di Lipsia, questo atto di sovranità, ci sono pochissime immagini, e queste poche sono scure, confuse e per nulla spettacolari. Proprio come le immagini della Tavola rotonda in Polonia o delle riforme in Ungheria. Le immagini dei rifugiati nelle ambasciate della Repubblica Federale o della gente che balla sul Muro, invece, le conoscono tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Passando oggi in automobile davanti al Museo Storico Tedesco di Berlino, si vede la copia di un manifesto assai tardo, che mostra i contorni delle due Germanie assieme allo slogan: «Noi siamo un popolo».</p>
<p style="text-align: justify;">Non ricordo con precisione quando questo motto, scritto in origine su un adesivo della CDU occidentale, sia penetrato nelle manifestazioni, ma fu nelle prime settimane dopo il crollo del Muro. L’espressione «<em>un</em> popolo» era fatta per revocare la dichiarazione di sovranità e con ciò la stessa rivoluzione. «Noi siamo <em>il</em> popolo» contro «Noi siamo <em>un</em> popolo». Non che uno abbia sostituito l’altro, fu invece una lotta fra i due per prevalere nelle manifestazioni. E il museo mostra il vincitore.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella settimana che precedette le elezioni del 18 marzo 1990, Helmut Kohl batté la Germania orientale in un’instancabile tournée elettorale. La sua mossa vincente fu quella di stringersi al cuore la CDU orientale, che era completamente caduta in discredito: se votate lei, votate me. Eccola, la traccia di melassa occidentale. Il suo successo fu strepitoso, la nostra sconfitta assoluta. 2,9% al Neues Forum, 48% all’alleanza elettorale messa in piedi da Kohl, di cui ben il 40,6% ai <em>Blockflöte </em>della CDU, ossia i «flauti dolci», com’erano chiamati i cosiddetti «partiti di blocco» o alleati del partito maggiore nella Repubblica Democratica. Adesso era chiaro in quale direzione si sarebbe andati. La maggioranza aveva deciso. Non era quello che avevo sempre voluto?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel febbraio 1990 avevo fondato con degli amici un foglio settimanale che accompagnasse la democratizzazione del Paese (ognuno al proprio posto). Scrivevamo ancora, con gran rombo di grancassa, che, se proprio non si fosse ottenuta un’autonomia, si sarebbe almeno giunti a un’unificazione dei due stati, e non all’adesione di uno all’altro. Sarebbe stata anche un’occasione per l’Ovest, che avrebbe così potuto riformare il proprio sistema. Ma anche questo rimase fuori discussione. Quel che aveva fatto l’Ovest era giusto, quel che aveva fatto l’Est era sbagliato. E da allora in poi si sarebbe fatto soltanto quel che era giusto. Potevamo star contenti di aver superato lo scoglio dell’unificazione monetaria senza dover dichiarare fallimento come tutte le grandi aziende della città di Altenburg. Un anno dopo il magnifico autunno, il nostro giornale lottava per la sopravvivenza. Invece di battermi per la democrazia o per il «diritto al lavoro» che si era estinto con l’adesione alla Repubblica federale, presto mi ritrovai a bazzicare soltanto nuovi mobilifici e concessionarie d’automobili. Dovevo infatti cercare di soppiantare la cosiddetta concorrenza, gli altri giornali e fogli commerciali che sgomitavano come noi per pubblicare annunci, e che avevano persino assunto la nostra segretaria e quindi possedevano il nostro portafoglio clienti, mentre noi sentivamo la mancanza sia dell’una che dell’altro. Li odiavo tutti, quei «concorrenti», perché puntavano a minare la nostra esistenza professionale, anzi la nostra esistenza <em>tout</em> <em>court</em> – come noi la loro. Nell’autunno 1989 avevo fatto esperienza di come rivendicazione e prassi potessero combinarsi. Si trattava, come ho detto, del volto umano della società, quindi della dignità di noi tutti, di un mondo migliore. Ma che aspetto aveva il mio volto, adesso? Deformato dalla rabbia? In preda al panico? Perplesso? Braccato? Quel che facevo giorno dopo giorno non era forse contrario a ciò che ritenevo buono e giusto? Mi ero mai contorto davanti a un funzionario come facevo adesso davanti al proprietario del più grande mobilificio della regione?</p>
<p style="text-align: justify;">Parlare e scrivere di questo mi sembra necessario soprattutto perché, in seguito al 1989, sono sorte in tutto il mondo nuove condizioni che consideriamo ovvie, naturali, e che forgiano il nostro presente. E siccome le consideriamo naturali non ne parliamo più, le diamo per scontate, come se le cose non fossero mai state diverse. È naturale che debba esserci crescita (ormai perfino il fatturato stimato nel contrabbando di droga e sigarette viene conteggiato all’interno del PIL), è naturale che i ricavi nell’economia privata siano l’ultima ratio. Non conta ciò di cui vi è bisogno, ciò che rende possibile una sopravvivenza ecologica, economica, sociale ed etica. Se il 60% della devastazione ambientale causata dagli svizzeri avviene all’estero (e nel caso dei germanici non sarà molto diverso), questo significa che viviamo di rimozione nel vero senso della parola. Ormai è praticamente impossibile andare a far spese per una settimana senza commettere una qualche porcheria che, se ne fossimo immediatamente consapevoli, ci farebbe orrore. Solo le cifre virtuali e le entità dei capitali finanziari sono completamente inaudite, e quindi assurde. E benché abbiano perduto da un pezzo qualsivoglia copertura reale, l’imperativo del continuo incremento esponenziale che le contraddistingue continua a decidere delle buone e cattive sorti dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per molto tempo fui convinto di poter parlare con fiera convinzione goethiana del 1989 e delle sue conseguenze. Oggi però sento molto più affini l’incertezza e la confusione del giovane Fabrizio del Dongo, protagonista della <em>Certosa di Parma</em> di Stendhal, che aggirandosi sul campo di battaglia di Waterloo chiede: «Ho veramente partecipato a una battaglia?». Poiché solo oggi, un po’ alla volta, inizio a comprendere ciò che hanno provocato i mutamenti di allora.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tra Gramsci e Gogol: come Strati tentava di spiegare il Sud</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/09/11/tra-gramsci-e-gogol-come-strati-tentava-di-spiegare-il-sud/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2014/09/11/tra-gramsci-e-gogol-come-strati-tentava-di-spiegare-il-sud/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Sep 2014 05:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[domenico talia]]></category>
		<category><![CDATA[Gogol]]></category>
		<category><![CDATA[gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[saverio strati]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=48792</guid>

					<description><![CDATA[di Domenico Talia Se un narratore sceglie di usare la frase di un uomo politico come esergo del suo romanzo, il rischio di buttarla in politica va messo nel conto. Se il politico che ha scritto quella frase non è uno dei tanti ma è Antonio Gramsci, uno dei migliori che l’Italia ha saputo esprimere, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Domenico Talia</strong></p>
<p>Se un narratore sceglie di usare la frase di un uomo politico come esergo del suo romanzo, il rischio di buttarla in politica va messo nel conto. Se il politico che ha scritto quella frase non è uno dei tanti ma è Antonio Gramsci, uno dei migliori che l’Italia ha saputo esprimere, il rischio aumenta. Che Saverio Strati volesse raccontare una storia in cui la coscienza politica del protagonista fosse la stella polare da seguire, lo si può intuire dal titolo del romanzo, <em>È il Nostro Turno</em> (Mondadori Editore, 1975), e da quella citazione di Gramsci:</p>
<p><em>«Nessuna azione è possibile se la massa stessa non è convinta dei fini che vuole raggiungere e dei metodi che vuole applicare.»</em></p>
<p>Frase che gronda di quella coscienza di classe che ha riempito la storia del Novecento e che oggi sembra soltanto un ferro vecchio che nessuno vuole più usare. Eppure, nonostante le categorie del Novecento sembrano ormai servire a poco in questi tristi anni Duemila, in quel romanzo di Strati, le considerazioni di uno studentello di paese che leggeva Gramsci e che durante la metà del secolo scorso viveva e studiava in una città di provincia nel profondo Sud italiano potrebbero fornire suggerimenti utili a comprendere il nostro tempo.</p>
<p><em>«Sarebbe importante studiare questo fenomeno che si sta affermando in Italia: la divisione del territorio nazionale in aree di potere. Bisognerebbe avere la fantasia di un Gogol e scrivere un romanzo dal titolo: Anime Morte, Italia Anni Cinquanta.»</em></p>
<p>Erano questi i pensieri che Saverio Strati ha messo in bocca al giovane protagonista di <em>È il Nostro Turno</em>. Pensieri di un giovane proletario che sa bene che soltanto la scuola e lo studio lo potranno salvare dalla sua condizione di povero meridionale. Pensieri che mettono insieme Gramsci e Gogol e che ancora oggi potrebbero essere utili strumenti per comprendere le forme di potere e le anime morte dell’Italia degli anni Duemila.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Saverio Strati è scomparso a Firenze nell’aprile scorso, qualche mese prima di compiere novant’anni (era nato nell’agosto del 1924), dopo aver scritto molti romanzi e un grande numero di racconti. La sua è una vasta produzione letteraria che è fortemente intrecciata con la storia del Novecento del Mezzogiorno d’Italia e allo stesso tempo costituisce una sorgente permanente di riflessioni molto attente sulla condizione umana. Tra i tanti romanzi e raccolte di racconti che Saverio Strati ha scritto, <em>È il Nostro Turno</em> è un romanzo che ha ricevuto non molta attenzione da parte della critica, almeno non quell’attenzione che hanno avuto il romanzo che l’ha preceduto, <em>Noi Lazzaroni </em>(Mondadori Editore, 1972), e quello che lo ha seguito, <em>Il Selvaggio di Santa Venere </em>(Mondadori Editore, 1977), con il quale Strati vinse il premio Super Campiello nel 1977. Eppure questo romanzo, più di altri, racconta la parabola dello scrittore contadino e muratore che è stato Saverio Strati. La storia di un giovane del Sud che cerca, attraverso lo studio, un modo per superare le difficoltà di una condizione di povertà ed emarginazione comune alla gran parte delle popolazioni meridionali nel dopoguerra e durante la metà del Novecento. Il racconto è costruito intorno al tema della ricerca e del conseguimento di un titolo di studio da parte dei figli dei poveri contadini meridionali. Il titolo di studio come elemento di superamento dell’emarginazione e come strumento di riscatto per chi nella vita si è dovuto piegare ai voleri dei potenti e ha sempre “faticato” senza mai avere dal lavoro la giustizia sociale e il progresso cui aspirava.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>È il Nostro Turno</em> mantiene e rafforza la tradizione, già presente fin dai racconti de <em>La marchesina</em> (Mondadori Editore, 1956), di un autore che, come aveva scritto Mario La Cava, <em>«… vede sé come uno dei tanti personaggi della vita,…»</em>. In questo romanzo il protagonista è un giovane studente calabrese che racconta le sue avventure vissute in luoghi lontani dal suo piccolo paese, nei quali arriva spinto dalla necessità di ottenere un titolo di studio che potrà offrirgli un’esistenza diversa da quella dei suoi genitori e di tanti suoi paesani. A conferma degli aspetti autobiografici del romanzo, la storia si svolge tra Catanzaro, Reggio Calabria e Firenze. Luoghi in cui il protagonista vive per ragioni di studio, luoghi che nel racconto sono descritti con gli occhi di un figlio di contadini poveri che vive in un paese della Calabria interna e si sente inferiore in un mondo cittadino popolato da piccoli borghesi ipocriti e mediocri. La storia si sviluppa nella narrazione dei rapporti del protagonista con i suoi compagni di studi, con le persone conosciute nella sua vita da pensionante, con le prostitute e i poveri incontrati alla mensa cittadina, con le ragazze con cui intreccia piccoli amori mai perfettamente corrisposti, con donne più o meno mature con le quali i suoi primi rapporti sessuali sono quasi sempre furtivi e problematici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dietro tutte queste vicende, a volte misere, che si sviluppano quotidianamente in quel contesto cittadino, c’è l’essenza del romanzo che già il suo titolo rivela: la formazione di un giovane intellettuale meridionale che si interroga sul ruolo storico che lui e i giovani istruiti come lui dovrebbero avere nella costruzione di una società meridionale libera dagli antichi poteri che l’hanno costretta all’arretratezza, condannandola ad un miseria diffusa e al dominio dei corrotti. Strati e il suo personaggio si chiedono se non sia giunto il tempo (<em>il turno</em>) di una nuova classe di persone istruite e libere da condizionamenti che possa diventare la classe dirigente di un nuovo meridione. Lungo questa traccia si sviluppa il percorso della narrazione che, dietro le vicende quotidiane dei personaggi, affronta in maniera originale e profonda il rapporto tra le potenzialità dei giovani meridionali e il mancato sviluppo del Sud. È questa la ragione principale che rende questo romanzo di strettissima attualità, anche se sono trascorsi quarant’anni da quando Strati lo ha scritto e più di cinquanta dall’epoca in cui la storia è ambientata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infatti, insieme a un piano “interno” che fornisce una sorta di contributo ideologico-politico che esprime la necessità di acquisire una coscienza sociale generatrice di una nuova classe dirigente, il romanzo di Strati, contiene anche un piano “esterno” descrittivo che ha valore di memoria storica ed è costituito dal racconto dei luoghi e dei contesti sociali narrati, come, ad esempio, avviene nella prima parte del romanzo con le descrizioni dettagliate del paesaggio urbano e del contesto sociale di Catanzaro. Descrizioni che oggi rappresentano una singolare testimonianza sui luoghi e sulla vita di quella città nei decenni della metà del secolo scorso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il titolo, come abbiamo detto, indica in una forma evidente il significato delle vicende narrate e segue una tradizione presente in altri romanzi di Strati come <em>Mani Vuote</em> (Mondadori Editore, 1960) e <em>Noi Lazzaroni</em> i quali, come La Cava aveva notato in una sua recensione, sono titoli che indicano <em>«espressioni isolate che hanno una funzione orientativa nell’insieme dei motivi ispiratori di un’opera.»</em> La stessa funzione orientativa si scorge nell’esergo gramsciano del romanzo. E a confermare l’ispirazione gramsciana del piano ideologico-politico del romanzo c’è il suo carattere anti-borghese (<em>«che c’entro io in questo mondo di borghesi!»</em>) che spesso emerge nella narrazione e nelle tante frasi tramite le quali si richiama il ruolo degli intellettuali come soggetti che hanno il compito di <em>«studiare la realtà, minuziosamente, per essere in grado di cambiarla laddove sia necessario.» </em>Il protagonista del romanzo racconta esplicitamente di aver letto le <em>Lettere dal Carcere</em> di Gramsci e di averne tratto ragioni di riflessione. In un passo del romanzo è anche narrato un episodio in cui regala quel libro ad una sua compagna di studi che mostra di non apprezzarlo e questo atteggiamento superficiale della ragazza per lui è motivo di delusione. Volendo sottolineare gli aspetti autobiografici del romanzo si può notare che proprio nello stesso anno in cui Strati ha sostenuto per la prima volta l’esame per la licenza ginnasiale a Catanzaro, la casa editrice Einaudi ha pubblicato le <em>Lettere dal Carcere</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ispirazione gramsciana spinge il protagonista a meditare sulla condizione degli studenti figli di poveri contadini e lo conduce ad acquisire una coscienza del ruolo sociale che quelli come lui devono avere. Giovani studenti che non debbono accontentarsi di vivere una vita più agiata dei loro padri, ma devono assumere un ruolo di guida nella trasformazione sociale del Mezzogiorno:</p>
<p><em>«Non è più possibile che ci respingano ai margini … Non c’è scampo per i nostri avversari; questo è il nostro turno.»</em></p>
<p>Questa visione che il romanzo esprime ha ricevuto alcune critiche nel periodo successivo alla sua pubblicazione da chi ha ravvisato un approccio narrativo eccessivamente ideologico e troppo schierato politicamente per un romanzo che in alcuni passaggi contiene diverse invettive contro i mali della società meridionale e italiana che a taluni sono apparse quasi velleitarie. Eppure, a quarant’anni dalla sua pubblicazione, questo romanzo che non ha avuto la fortuna di altre opere di Strati, mantiene molti elementi di attualità soprattutto a causa delle condizioni di difficoltà in cui ancora oggi si trova il Sud, per l’estrema incertezza – accresciuta anche a causa della crisi – in cui vivono i giovani meridionali e per la persistente arretratezza sociale, di infrastrutture e di servizi che il Sud registra rispetto al resto del Paese. Il libro mostra tramite una narrazione realista anche l’incapacità e le pratiche corruttive non rare nella classe politica e i suoi dimostrati rapporti con la malavita. Tutti questi elementi, ancora oggi molto attuali, sono analizzati tramite le vicende e gli atteggiamenti dei personaggi e sono denunciati senza giustificazioni in questo romanzo “politico” che Strati ha scritto nel periodo che va dal 1973 al 1974.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È sufficiente citare alcuni brevi passaggi del libro per mostrarne l’attualità e l’analisi lucida di mali sociali purtroppo ancora oggi ben presenti nel Meridione d’Italia:</p>
<p><em>«Le forze vive che potrebbero curare i bubboni sono via, partono ogni giorno.  … e i governi e i politici al potere non si preoccupano minimamente di creare condizioni respirabili di vita.»</em></p>
<p>E ancora</p>
<p><em>«Se non si è conosciuti, negli ospedali, dicono si rischia di crepare.»</em></p>
<p>Momenti di sconforto in cui il protagonista mostra di avere perso ogni speranza sul futuro del suo mondo:</p>
<p><em>«Non ci ritornerò mai più al Sud. Il Sud è come una carcassa d’asino abbandonata agli elementi.»</em></p>
<p>Fino a considerazioni e domande che sembrano essere state scritte oggi e che dimostrano come le difficoltà del Mezzogiorno non siano poi così cambiate di molto rispetto a quelle che Strati denunciava:</p>
<p><em>«E il Sud, il Sud scadrà sempre di più? Ha superato ormai da tempo i limiti di ogni depressione. Più in basso non è possibile scendere. Ora che è arrivato al fondo, scatterà … o soggiacerà per sempre?»</em></p>
<p>Insomma, dopo mezzo secolo molte cose non sono cambiate e l’analisi lucida che Strati conduce si dimostra tuttora valida e lo è anche quando il giovane protagonista del suo romanzo riflette su se stesso e si scopre essere diventato uno dei tanti <em>«indifferenti consumatori», </em>uno di quelli che sarebbero dovuti essere classe dirigente ed invece sono <em>«diventati degli squallidi impiegati»</em>.Infine, un ultimo aspetto che testimonia l’attualità del romanzo sta negli accenni al nuovo ruolo della ‘ndrangheta che precedono l’analisi dettagliata che Strati ha condotto tramite una narrazione dall’interno, contenuta ne <em>Il Selvaggio di Santa Venere</em>. Accenni che rivelano come i rapporti tra malavita e politica erano ben presenti nella narrazione storicistica di Strati:</p>
<p><em>«La mafia infatti è diventata classe di potere e nell’amministrazione e nella scuola; classe di potere nei neonati governi regionali la cui funzione è pressoché nulla; è inutile, è di peso e d’intralcio; è covo di ruffiani, di mediocri, e sede di mafiosi»</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’insieme di tutti questi aspetti inseriscono questo romanzo nella traccia narrativa che Strati ha saputo costruire con le molte sue opere fondate sulla descrizione impietosa dei mali del Sud, raccontati tramite le vite dei suoi personaggi e per mezzo di un linguaggio spesso crudo e diretto, non mediato da alcuna diplomazia espressiva o da compromessi con le mode letterarie del suo tempo. Una lingua che è  formale, misurata, monocorde quando a parlare sono i piccolo borghesi che popolano il romanzo, mentre diventa forte, rude, a volte rabbiosa ed efficace quando esce dalla bocca delle persone del popolo, dei poveri che usano espressioni dialettali dirette e piene di significato. Le diverse costruzioni linguistiche sono uno degli strumenti con cui Strati riesce a esplicitare le differenze tra i gruppi sociali che descrive, esprimendo un chiaro punto di vista che la sua narrazione non vuole nascondere e che, seppure quando è diventata invettiva non ha ricevuto giudizi positivi, conferisce una caratteristica di verità e chiarezza alla sua opera letteraria.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2014/09/11/tra-gramsci-e-gogol-come-strati-tentava-di-spiegare-il-sud/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La zecca e la malacarne</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/05/02/la-zecca-e-la-malacarne/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2014/05/02/la-zecca-e-la-malacarne/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 May 2014 05:53:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dal Lago]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=48036</guid>

					<description><![CDATA[di Alessandro Dal Lago ( questa è la prefazione di Alessandro Dal Lago al romanzo di Pino Tripodi La zecca e la malacarne uscito per Milieu in questi giorni, g.m.) &#160; Il Sud è sempre possibile. Si può sempre diventare un Sud, remoto ed estraneo al mondo che conta, come hanno scoperto amaramente i cittadini [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Alessandro Dal Lago</strong></p>
<p><i>( questa è la prefazione di Alessandro Dal Lago al romanzo di Pino Tripodi <b>La zecca e la malacarne</b> uscito per Milieu in questi giorni, </i>g.m.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Sud è sempre possibile. Si può sempre diventare un Sud, remoto ed estraneo al mondo che conta, come hanno scoperto amaramente i cittadini greci, costretti dall’Europa (burocratica, legalitaria, spietata con i deboli) a pagare debiti che non hanno contratto e a essere governati dai politici che li hanno trascinati nel baratro per interesse e stupidità. Chi pensava che l’Europa fosse una madre generosa e ospitale, capace di accordare finlandesi e spagnoli, olandesi e italiani, francesi e tedeschi, danesi e greci, è servito. Dietro la maschera bonaria di Frau Merkel, Hollande e Renzi, per non parlare degli alti papaveri e burocrati europei che nessuno ha eletto, c’è la contabilità fredda e feroce degli interessi finanziari, cioè del capitale globale nella sua versione più immateriale e al tempo stesso più letale. Nessuno degli statisti citati ha mai avuto nulla da dire di significativo sulla bolla speculativa e sulla decina di banche americane, inglesi e tedesche che strozzano l’economia reale dei paesi indebitati. Ma sono prontissimi, al primo schiocco di dita delle agenzie di rating, a tagliare bilanci, salari e pensioni. Un sistema di riduzione dei bisogni umani sino all’osso, alla fame, alla mancanza di latte dei bambini greci, che tutti, nell’opinione pubblica che conta, accolgono con un’alzata di spalle, e nessuno osa chiamare criminale.</p>
<p>Ma noi in Italia, si sa, abbiamo il nostro Sud, che non assomiglia a nessun altro, in Europa. Un paradiso terrestre di palme, spiagge, isole e città incantevoli sotto il cielo sfolgorante – per i turisti che sbarcano da qualche volo low cost e riempiono campeggi, club e alberghi. Per chi ci vive da sempre, invece, le cose sono un po’ diverse. Nelle periferie, invisibili dalle autostrade, l’acqua sporca tracima dai canali di scolo e dalle fogne a cielo aperto. Dovunque spuntano viadotti che non portano da nessuna parte. Gli orrendi quartieri “residenziali”, progettati da architetti di grido (come lo Zen di Palermo, opera di Gregotti, o il Librino di Catania, progettato da Kenzo Tange), si degradano tra spaccio, miseria e disoccupazione. Nelle campagne, i nuovi schiavi (marocchini, senegalesi, rumeni e, di nuovo, italiani) si rompono la schiena per dieci Euro al giorno. I ragazzi studiano, ma poi, per non restare a ciondolare tra famiglia, bar e videogiochi, se la filano appena possono, al nord e ancora meglio in Germania o Inghilterra, dove la loro laurea non servirà a granché in una pizzeria.</p>
<p>E soprattutto, in almeno quattro regioni italiane, si può avvertire, se proprio non si è ciechi e sordi (e muti), la presenza di un potere, economico, politico e amministrativo, onnipresente, talvolta impalpabile e talvolta ingombrante come un’occupazione militare. Perché il posteggiatore abusivo, a cui voi date due Euro al giorno, ne consegna uno e cinquanta a un tizio che compare di sera, immancabilmente? Chi raccoglie i soldi dell’eroina e che fine fanno? Perché, in una città di media grandezza, in cui i turisti arrivano solo per sbaglio, apre un negozio, che nemmeno a Milano in via Montenapoleone si vede? Chi comprerà quel vestito da 2000 Euro, quelle scarpe da 800? Perché un ristorante, sempre vuoto, rimane aperto? E perché, se un paesotto è così tranquillo, sonnolento, pacifico, tra muri imbiancati a calce, bouganvillee  e ficus che ombreggiano la piazzetta, due o tre volte all’anno qualcuno si fa trovare ammazzato in un viottolo o su un marciapiede?</p>
<p>Immagini banali della mafia, certamente. Ma questa, come la camorra o la ndrangheta o la varie corone unite, vecchie e nuove, è banale come un’abitudine. Ma è un’abitudine cognitiva, comunicativa e politica che ha la strana caratteristica di scomparire dal nostro orizzonte, di scolorirsi e sfumare, quanto più se ne parla, quanto più è presente e oggetto di una retorica incessante. Come si dice nelle note iniziali di questo libro, il crimine organizzato è “un alibi che giustifica e assolve tutte le malattie degenerative degli uomini e della società del Sud”. Se il Sud è quello che è, economicamente marginale, privo di infrastrutture decenti, di imprese degne di questo nome, di centri direzionali pulsanti, di effervescenza sociale e politica – è inevitabilmente colpa delle mafie. Ora, ci sarà anche una piccola verità in questo, ma come è possibile che, dai tempi di Minghetti e poi di Sonnino, le mafie siano <i>sempre </i>responsabili dello storico ritardo del Sud e, di conseguenza, delle molte magagne italiane? Perché questa causa non è stata eliminata in  centocinquant’anni, visto che gli effetti ancora ci ammorbano? E chi avrebbe dovuto farlo? Chiunque comprende che qui non si è di fronte a una rimozione, ma, al contrario, a una sorta di risorsa argomentativa (tra il fatalismo e una colpevolizzazione del tutto superficiale), che permette di non cambiare mai nulla. Ma se è così, eccoci davanti a un’ideologia che, come tutte le ideologie di questo mondo, copre o almeno traveste degli interessi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo libro – romanzo nella forma di un ritorno al sud e della fondazione di un giornale immaginario – è anche un saggio, un discorso sulla mafia (la “zecca”) e l’ambiente in cui essa si forma e prospera (la “malacarne”) che non concede nulla allo stile delle pseudo-inchieste giornalistiche, più o meno romanzate, che da diversi anni pretendono di dirci l’ultima parola o verità sulla mafia (o la camorra), con il risultato di non farci sapere alcunché, ma di trasmetterci l’immagine assai confortante del giornalista o dello scrittore-eroe (“ecco finalmente qualcuno che rompe il velo di omertà!”). E nemmeno si troveranno qui  trame inestricabili che si sciolgono in una verità consolatoria, secondo quel modello assai modaiolo del thriller o del giallo, con cui la realtà complicata del mondo viene ridotta a monotona quête du Graal o a oggetto di nobile dovere professionale. Qui non si troveranno né eroici scrittori, né commissari di polizia democratici, né il nuovo folklore meridionale che fa da sfondo a qualsiasi rappresentazione letteraria o mediale del crimine organizzato. Come dice a un certo punto un personaggio di questo libro: “Ridurre la letteratura e il giornalismo e la letteratura italiana a una velina dei carabinieri è stato un grande affare ma ha recato non pochi danni alla verità e alla cultura. Ma agli scrittori che usano fare romanzi e saggi a suon di veline presto prevedo gli si seccheranno le mani.”</p>
<p>A ben vedere, il gran proliferare di commissari Montalbano, marescialli bonari e poliziotti dal volto umano – per non parlare di giudici integerrimi, giornalisti assetati di verità e simili dramatis personae di comune uso mediale – svolge una evidente funzione di rassicurazione agli occhi dell’opinione pubblica. Una schiera di figurine colorate che finiscono per rappresentare la società “buona” e “sana” contrapposta a quella dei malvagi mafiosi e camorristi. Si crea così una “narrazione” (la parola è frusta, ma il senso è proprio questo) che accompagna stabilmente le vicende del crimine organizzato e ne occulta la natura e il significato. In luogo di un sistema specifico, che si radica nella storia, ma è capace di evolversi e di succhiare altro sangue in tutta Europa (se non nel mondo), la mafia apparirà come una caratteristica “antropologica” della gente del Sud, il prodotto di una terra “maledetta”, se non di atavismi – luoghi  c comuni che spesso sfociano nell’orientalismo di casa nostra e nel razzismo vero e proprio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Raccontando, in quadri secchi e senza alcun compiacimento narrativo (ma con un linguaggio in cui si manifesta la profonda conoscenza di un modo di essere e dei suoi orizzonti), la vita quotidiana, l’evoluzione e le trasformazioni della mafia (e anche i tentativi di opposizione civile), Tripodi fa rivivere le trame di un’intera società e offre una riflessione in profondità su ciò che costituisce il fondamento del crimine organizzato. Non che in questo libro non ci sia un plot, una vicenda in cui, a metà tra la cronaca vera o verosimile e l’evocazione di emblemi, di figure caratteristiche, i personaggi agiscono, parlano e si confrontano fino allo scioglimento. Ma la storia di conflitti locali, modernizzazione criminale, vendette ecc. non esaurisce la narrazione, anche se la innerva. Consideriamo, per fare un esempio, l’intervista a uno dei personaggi principali, uno studente sopravvissuto a un agguato di mafia:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“La malacarne è un’organizzazione?</p>
<p>Non solo, fosse solo un’organizzazione si potrebbe distruggere con uno sputo d’asino.</p>
<p>Cos&#8217;è allora?</p>
<p>È una melma. Una pastetta infame nella quale le organizzazioni, le persone, le parole, le culture, gli atteggiamenti, i comportamenti si confondono tanto da rendersi indistinguibili. È una bestia che per nutrire se stessa fa deserto e infetta l’aria, l’acqua e il mare. È la merda che in una società giusta puzzerebbe come la merda e invece da noi luccica come l’oro. È l’insieme di tutti i vigliacchi, gli incapaci, i disonesti, gli ignoranti che pensano di diventare coraggiosi, abili, rispettabili, sapienti, profittando anche della più sporca briciola di potere. È l’interesse meschino che marcia calpestando la faccia di ciascuno di noi.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’interesse: ecco la parola chiave. Qui Pino Tripodi riporta il significato di qualsiasi organizzazione deviante alla sua natura profondamente sociale. Non sono il “retaggio” culturale, l’offerta di protezione, la latitanza dello stato ecc. che possono spiegare da soli l’anomalia del crimine organizzato. È l’insieme di modalità specifiche con cui gli interessi si organizzano su base locale, nazionale e globale in certi spazi geografici e sociali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“La zecca in ambienti diversi dalla malacarne non sopravvive. La malacarne, al contrario, anche in assenza della zecca, è capace di riprodursi generando per partenogenesi altre tipologie di parassiti che si specializzano nel suo habitat.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con ciò, la tradizionale visione delle mafie come eccezione (in fondo come mistero storico…) è capovolta. Quella che appare come una devianza è in realtà un’antropologia diffusa quanto l’economia di mercato. È l’ossessione per gli interessi, la ricerca spasmodica del profitto a ogni costo, che può, in determinate circostanze, dar vita a organizzazioni e sistemi parassitari, cioè criminali. Non si spiegherebbe altrimenti l’osmosi della zecca con la massoneria, nonché la contiguità con i servizi segreti e gli interessi occulti di ogni tempo e luogo (perché mai gli alleati consegnarono la Sicilia nelle mani dei mafiosi, dopo la liberazione dal fascismo, se non per stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di emancipazione sociale?).. Se vogliamo usare una parola che oggi sembra scomparsa dal lessico dominante, la malacarne non è che il capitalismo o, meglio, il suo spirito ubiquo – che non si rivela in etiche o atteggiamenti religiosi, ma nella sopraffazione quotidiana come strumento di guadagno.</p>
<p>Certo, nelle società in cui gli interessi sono istituzionalizzati, il tipico modo di procedere delle mafie non è accettabile. Dove comandano la finanza, le banche, le grandi burocrazie trans-nazionali e il capitale materiale e immateriale, dove il potere è gestito secondo forme apparentemente democratiche e condivise, le culture mafiose non possono avere un’evidenza pubblica. Le pseudo-regole dell’onore e del rispetto, con cui le mafie locali travestono la loro ferocia, vengono sostituire dalle procedure oggettive, “razionali” e anonime del mercato. Ma, al fondo, la realtà è la stessa. Ciò che accade nei consigli di amministrazione e nei retrobottega del potere economico e politico non è troppo diverso dalle riunioni di mafia o di camorra. La differenza principale sta nel fatto che i conflitti non vengono risolti con l’uso di fucili a canne mozze o con esplosioni spettacolari, ma ricorrendo alla diffamazione pubblica, alla rovina dei concorrenti, alle pugnalate simboliche alle spalle, all’emarginazione politica e, quando serve, a qualche discreta ammazzatina o suicidio apparente. La storia italiana, fin dai tempi di Giolitti, è un monotono susseguirsi di complotti, scalate finanziarie spericolate, corruzione di funzionari, tangenti e piani più o meno occulti per impedire qualsiasi cambiamento del sistema di potere. Spesso, in questo quadro, le mafie hanno partecipato e sono state incaricate di svolgere il lavoro più sporco. Ma pensare che siano solo loro responsabili di tutto ciò che è marcio e oscuro in questo paese sarebbe un errore capitale. Sarebbe, in poche parole, scambiare il sintomo con la causa.</p>
<p>Questo è un libro sulle mafie e sulla melma sociale in cui essere prosperano. Ma è anche un libro che parla di una società in cui l’interesse privato è ormai il solo criterio legittimo di giudizio e di valore. Insomma, parla di noi. E quindi, raccontando i normali delitti del nostro modo di vivere, richiama la necessità spasmodica di un’altra vita e di un’altra società.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2014/05/02/la-zecca-e-la-malacarne/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-08-03 21:20:14 by W3 Total Cache
-->