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	<title>sudafrica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Assoluzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Oct 2013 06:30:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ di Gianluca Veltri Orfano di genitori terroristi che si batterono contro l’a­partheid, Sam Leroux è un ricercatore che riceve l’inca­rico di scrivere la biografia della celebre scrittrice Clare Wald. Per lui, che vive da anni a New York, è l’occasione per tornare in Sudafrica nei luoghi natali, e per incontrare la narratrice i cui libri [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/FLANERY_assoluzione1.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-46528" alt="FLANERY_assoluzione1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/FLANERY_assoluzione1.jpg" width="220" height="331" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/FLANERY_assoluzione1.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/FLANERY_assoluzione1-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" /></a> di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Orfano di genitori terroristi che si batterono contro l’a­partheid, Sam Leroux è un ricercatore che riceve l’inca­rico di scrivere la biografia della celebre scrittrice Clare Wald. Per lui, che vive da anni a New York, è l’occasione per tornare in Sudafrica nei luoghi natali, e per incontrare la narratrice i cui libri da ragazzo gli hanno fornito una mappa di se stesso. “<i>Ho cer­cato di scordare i motivi per cui sono partito, tutta la storia della mia vita che ho lasciato alle spalle, ma continua a tornare, come una malattia cronica</i>”.</p>
<p>Tra la vecchia scrittrice e il suo biografo c’è una vicenda irrisolta che rimbomba tra loro, un catalogo di rimorsi, come si scopre negli ambigui anfratti delle rispettive riflessioni. Nelle scatole narrative di cui si compone il romanzo <i>Assoluzione</i> di <b>Patrick Flanery </b>(Garzanti, 408 pag., trad. di Alba Bariffi), una si riempie del racconto di Sam, a Città del Capo (e poi a Johannesburg), i suoi incontri con la scon­trosa Clare, la scrittrice che lo riceve per i colloqui utili alla biografia: lei lo misura, quasi lo mettesse alla prova. Ripercorrendo i luoghi che lo videro bambino, Sam tenta di ridare volto ai genitori uccisi nel 1988 da un ordigno che forse avrebbero dovuto utilizza­re, davanti alla centrale di polizia di Città del Capo. <b></b></p>
<p>Un altro anfratto di questo romanzo polifonico è dato dal punto di vista in soggettiva di Clare, dalla ricostruzione dei fatti che l’hanno segnata durante il passato malato del suo Paese, e per i quali oggi chiede una “<i>assoluzione</i>” laica. La scrittrice è convinta di essere stata responsabile dell’assassinio della sorella Nora, sulla sponda politica opposta alla sua. Nora, con la quale i rapporti erano diffi­denti, scelse l’<i>establishment</i>, sposò un uomo di apparato. Clare era invece su una sponda liberal<i> </i>che strizzava l’occhio a movimenti radicali. Nora e il marito furono assassinati.</p>
<p>Un segmento centrale del romanzo è poi costituito dai diari della figlia di Clare, Laura: la catena che tiene stretti in un abbraccio muto la scrittrice e il ricercatore. Laura si diede alla lotta armata, conobbe i genitori di Sam, visse in clandestinità, poi sparì senza che di lei si sapesse più nulla. I quaderni, ultimo documento della sua vita, sono giunti fino alla madre. I taccuini di una donna brac­cata, quasi certamente morta dopo torture atroci, risultano il terzo punto di vista delle vicende, in queste vie dei canti che si intreccia­no e si contraddicono. “<i>Ci sono segreti che rimangono sepolti nella storia di questo paese</i>”.</p>
<p>Anche se il regime di segregazione razziale è terminato, anche se ha operato la “Commissione per la verità e la riconciliazione” (che non ha riabilitato Laura), la ricomposizione dei frammenti è tutt’altro che realizzata. Sia nella società, solcata da un senso di paranoica protezione e sospetto, sia nella ricostruzione delle vite singolari. Laura aveva scelto di porsi oltre le regole, perché le regole erano sbagliate. Ma anche lei stava dalla parte sbagliata. Clare sa di avere deluso la figlia, perché, pur condividendone i presupposti politi­ci di partenza, non le ha rivelato, quando ancora la storia poteva prendere un’altra piega, quanto fossero simili. Da vent’anni sogna l’agonia della figlia. Anche per questo, chiede oggi “<i>assoluzione”</i>.</p>
<p>Sebbene sia vittima della storia, anche Sam ha la sua dose di rimozioni per cui chiedere clemenza. Il confronto tra lui e Clare è una partita verso la resa dei conti, nessuno dei due svela le parti più segrete di sé: eppure Sam ha abitato nei libri di Clare in cerca di indizi, allo scopo di trovare la chiave di un’infanzia martoriata; e Clare ha davanti quel bambino orfano e sa che anche a causa sua ha deluso la figlia scomparsa.</p>
<p>Senza speranza di perdono da parte dei morti, restano, in un ro­manzo ricco e brillante, le compensazioni della storia (ingannevo­le), le deformazioni e gli adattamenti della memoria, l’innocenza, le complicità.</p>
<p>(pubblicato su <em>Mucchio selvaggio</em> n. 711 – Ottobre 2013)</p>
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		<title>video arte #25 &#8211; william kentridge</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/08/24/video-arte-23/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Aug 2013 22:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[animazione]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[disegno]]></category>
		<category><![CDATA[sudafrica]]></category>
		<category><![CDATA[video arte]]></category>
		<category><![CDATA[videoarte]]></category>
		<category><![CDATA[william kentridge]]></category>
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					<description><![CDATA[William Kentridge, Automatic Writing, 2003. William Kentridge, Mine, 1991. William Kentridge, Felix in Exile, 1994.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="youtube-embed" data-video_id="OmvK7A84dlk"><iframe loading="lazy" title="Automatic Writing - William Kentridge" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/OmvK7A84dlk?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/William_Kentridge">William Kentridge</a>, <em>Automatic Writing</em>, 2003.</p>
<p><span id="more-45910"></span></p>
<p><iframe loading="lazy" title="Mine - William Kentridge" src="https://player.vimeo.com/video/66486337?dnt=1&amp;app_id=122963" width="600" height="480" frameborder="0" allow="autoplay; fullscreen; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>William Kentridge, <em>Mine</em>, 1991.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Felix in Exile - William Kentridge" src="https://player.vimeo.com/video/66485044?dnt=1&amp;app_id=122963" width="600" height="480" frameborder="0" allow="autoplay; fullscreen; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>William Kentridge, <em>Felix in Exile</em>, 1994.</p>
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		<title>Violenza e nuova violenza in Sudafrica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Benigni]]></category>
		<category><![CDATA[Il Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Moshekwa Langa]]></category>
		<category><![CDATA[sudafrica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Corrado Benigni  A un criminale non importa più se sei bianco o nero (e i criminali frutto della miseria, ora che non c’è più un regime di polizia, sono ovunque), ma quanto è gonfio il tuo portafoglio. Questa è la nuova faccia della criminalità in Sudafrica, uno dei Paesi più violenti al mondo, soprattutto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=43869" rel="attachment wp-att-43869"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-43869" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/langa-1024x768.jpg" alt="" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/langa-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/langa-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/langa.jpg 1280w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p style="text-align: right">di <strong>Corrado Benigni </strong></p>
<p>A un criminale non importa più se sei bianco o nero (e i criminali frutto della miseria, ora che non c’è più un regime di polizia, sono ovunque), ma quanto è gonfio il tuo portafoglio. Questa è la nuova faccia della criminalità in Sudafrica, uno dei Paesi più violenti al mondo, soprattutto in questi anni che la “lotta” è finita, che il regime segregazionista è crollato. <span id="more-43866"></span>E la violenza non è più solo a Johannesburg &#8211; conosciuta da sempre come una delle città più pericolose del pianeta &#8211; ma anche nella splendida e raffinata Cape Town, lungo le sue strade scintillanti di negozi. Attraversando i quartieri residenziali della “mother city” (come la chiamano i locali), ancora a maggioranza bianca, sembra che la vita qui sia in stato d’assedio. La stragrande maggioranza delle ville è protetta da alte mura, sovrastate da filo spinato e, spesso, da recinzioni elettrificate. E quasi tutti i loro inquilini sono abbonati a un servizio di security privata, con guardie armate che, se allertate, ti piombano in casa ad armi spianate nel giro di pochi minuti. Un cartello verde appeso al cancello parla chiaro: “Armed reaction”.<br />
La criminalità è uno dei maggiori problemi oggi del Sudafrica, dove nella sola Johannesburg ogni giorno sono commessi in media 17 omicidi. Protagonisti di atti di violenza sono soprattutto ragazzini e adolescenti, <em>tsotsi</em>, come vengono chiamati nel gergo del ghetto, giovanissimi che dalle periferie delle <em>township</em> si spingono fino al centro delle città, dove i furti e le rapine sono più “redditizi”. Si muovono sempre in gruppo, ai bordi delle strade, lungo i marciapiedi, vestiti di stracci e sghignazzanti; sotto le magliette nascondono coltelli e pistole, che ogni tanto si intravedono. Sono loro le vittime “ingenue” di un contesto dove non si sente il peso di una coscienza e di una dignità perché mancano le fonti a cui ispirarsi. Questi ragazzini allo sbando, senza occupazione, costretti a vivere di espedienti, arrivano quasi sempre da un passato difficile di povertà assoluta e di abbandoni, molti di loro sono orfani di genitori morti troppo presto di AIDS (prima causa di decesso in Sudafrica), dunque costretti già da bambini a fare i conti con la durezza della vita, una vita che ai loro occhi, forse, sembra svuotata di ogni possibile valore. Chi non ha niente da perdere non conosce la paura, chi ha un passato da dimenticare non ha ragioni per difenderlo, come spiega la guida che mi accompagna lungo le strade di Langa, la <em>township</em> più vecchia e grande di Città del Capo, dove la popolazione nera (quasi 50 mila individui) è stata segregata per decenni, con il divieto di entrare in città se non esibendo un apposito visto. Langa assomiglia poco a Soweto, la più famosa<em> township</em> di Johannesburg, dove accanto a baracche di lamiera (rifugio dei più sfortunati) ci sono i lussuosi palazzi dei nuovi ricchi e dove si trovano anche cliniche private, scuole e asili di alta qualità. Langa è perlopiù costituita da baraccopoli quasi sempre prive di strutture sanitarie, acqua potabile e collegamenti elettrici. Qui la popolazione nera vive ancora adesso pressoché nelle stesse condizioni di arretratezza dai tempi dell&#8217;<em>apartheid</em>. Da quasi vent’anni agli abitanti delle <em>township</em> è stata promessa un’esistenza decente, ma nulla è cambiato. Anzi, la crescita economica non solo non ha colmato, ma ha approfondito le disparità tra gruppi sociali, lasciando i poveri ancora di più nella miseria. Così la frustrazione diventa un terreno fertile per la violenza e la criminalità è quindi un modo come un altro per uscire da situazioni di povertà. Da un recente studio del governo sudafricano su giovani criminali è emerso che la maggior parte di loro non era cosciente di avere commesso qualcosa di riprovevole. E questo forse è il dato più allarmante: il crimine vissuto come un fatto normale, un modo come un altro per procurarsi da vivere, a cui si aggiunge un clima di impunità diffuso: la maggior parte dei reati rimane senza colpevole.<br />
Sono spesso i turisti a subire aggressioni. Qualche giorno prima della mia partenza da Cape Town un viaggiatore italiano è stato vittima di una rapina da parte di una banda di teppistelli, come ci ha raccontato lo stesso sfortunato protagonista: «Sono andato a uno sportello per fare un prelievo e quando mi sono voltato mi sono ritrovato strattonato da un gruppo di ragazzini. Ho cercato di impedire che mi rubassero la tracolla che tenevo in mano, ma nel trattenerla uno di loro mi ha sferrato una coltellata sull&#8217;avambraccio. Risultato: lacerazione dei tendini». La polizia – che negli ultimi anni, soprattutto in occasione del campionato del mondo di calcio del 2010 si è arricchita di 60mila nuovi agenti– cerca di proteggere gli stranieri dalle aggressioni, spesso scortandoli almeno nei luoghi più frequentati della città, allontanando in modo anche brutale, quasi come fossero animali, tutti coloro che cercano di avvicinarsi a loro, anche se a volte si tratta di poveri e innocui mendicanti in cerca solo di qualche monetina.<br />
Così, girando per le vie di Cape Town, mi chiedo: «Ma l’<em>apartheid</em> può davvero dirsi finito in Sudafrica? E quel “lungo cammino verso la libertà” (per citare il titolo della bellissima autobiografia di Nelson Mandela), che avrebbe dovuto portare il popolo nero verso la conquista della dignità umana, si è compiuto?» Certo il processo di “normalizzazione” è complesso e richiederà ancora molti anni. Tuttavia visitando questo Paese, dai grandi centri ai piccoli villaggi del Nord, si ha l’impressione che questo cammino sia ancora solo all’inizio, nonostante siano passati più di due decenni dalla liberazione di Mandela e dall’abolizione delle leggi razziali. Una minoranza di persone di colore ha potuto arricchirsi andando a far compagnia all&#8217;élite bianca, che ancora detiene il potere politico ed economico, mentre il paese registra un tasso del 40 per cento di disoccupazione. Ai neri che hanno il “privilegio” di lavorare è affidata la manovalanza, le mansioni più dure e umili. Non è difficile rendersene conto anche solo entrando in qualsiasi negozio di Città del Capo: ovunque vengo accolto dal sorriso di una ragazza di colore, ma all’angolo, seduta in disparte, fa capolino la poco sorridente padrona bianca dell’esercizio, che a mala pena mi saluta. Così anche nei ristoranti e negli alberghi, quasi tutto il personale è nero. Sì, è vero che la popolazione del Sudafrica è composta per il solo 30 per cento di bianchi, ma per il popolo nero sembra ancora molto difficile affrancarsi dalla propria posizione di sudditanza. Tutto questo non fa che alimentare il clima di rabbia e di violenza che attraversa il Paese. L’uccisione, lo scorso agosto, di 34 minatori per mano della polizia durante una manifestazione sindacale &#8211; le cui immagini hanno fatto il giro del mondo e che il Sudafrica difficilmente dimenticherà &#8211; è da ricondursi a questo clima generale di tensione, dove l’uso della forza pare essere ancora l’unica lingua. La causa della violenza &#8211; come hanno scritto alcuni giornali nazionali &#8211; va rintracciata anche nelle condizioni in cui vivono i minatori: molti di loro risiedono in agglomerati approntati ai margini delle miniere, altri in ostelli di fortuna. Fra di loro vige un senso di precarietà e di frammentazione: la violenza restituisce loro almeno l&#8217;illusione di uno spirito di unione e di solidarietà. I fatti di cronaca, tuttavia, rivelano anche l&#8217;altra faccia della nuova ondata di violenza, che è sempre più spesso a carattere xenofobo e che produce vittime proprio tra gli immigrati. I minatori uccisi infatti provenivano quasi tutti da stati confinanti, come il Mozambico e lo Zimbabwe. In Sudafrica gli immigrati, stimati in 5 milioni, costituiscono il dieci percento della popolazione circa. Giunti a diverse ondate perché attratti dalle maggiori prospettive economiche o per sfuggire a realtà disastrate, come quella dello Zimbabwe, sono impiegati nei lavori più umili e pericolosi. Anche se i problemi economici degli ultimi anni, come il declino proprio del settore minerario, gli alti tassi di disoccupazione e l&#8217;inflazione crescente, hanno ridotto i margini di crescita, suscitando il malcontento dei locali. Da qui a percepire gli immigrati come dei “ruba lavoro” e dei criminali, il passo è stato breve.<br />
Il processo di riconciliazione del Paese, che la TRC (<em>Truth and Reconciliation Commission</em>, guidata dall&#8217;arcivescovo Desmond Tutu, Nobel per la pace) ha solo apparentemente risolto, gestendo in maniera relativamente pacifica il passaggio di consegne tra il regime dell’apartheid e quello della maggioranza nera, pare purtroppo ancora lungo. Le difficoltà di riconciliazione riguardano non solo i rapporti interraziali, senz&#8217;altro i più frequenti, ma anche quelli tra i sessi (il 30 per cento delle donne sudafricane ha dichiarato di essere stata stuprata almeno una volta nella vita), tra le generazioni e tra le classi sociali. E forse, come ha indicato il Nobel J.M Coetzee nel suo capolavoro “Vergogna”, occorre cercare altrove – in un ritrovato senso di dignità umana e di rispetto per l&#8217;altro – la possibilità di ricominciare.<br />
Paese dalle mille contraddizioni e dagli infiniti contrasti, dove persino due oceani (l&#8217;Indiano e l&#8217;Atlantico) si scontrano e si annullano e che non a caso è anche chiamato lo “Stato arcobaleno”, il Sudafrica ha dimostrato più volte, nella propria storia, di essere capace di risollevarsi e di superare gli scontri e le differenze che lo attraversano, diventando una delle nazioni più sviluppate del pianeta. Perché come ha detto Nelson Mandela, l&#8217;unico uomo ad avere così tante strade e piazze a lui intitolate in vita: “La nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarci ogni volta che cadiamo”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Apparso, con il titolo &#8220;Le città sudafricane in mano alle gang giovanili&#8221;, su <em>Il Reportage </em>n. 12, ottobre-dicembre 2012]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Immagine: Installazione di Moshekwa Langa, &#8220;Temporal Distance (With Criminal Intent). You Will Find Us in the Best Places.&#8221; (1997-2009)]</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.20 &#8211; Mondiali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 08:00:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello “Il gigante è in ginocchio. Steso dal nervo sciatico, un dolore violento e improvviso, una scarica elettrica che parte dalla schiena e scende lungo la coscia. Gianluigi Buffon è fermo ai box, come una Ferrari che perde olio dal motore. Malinconico e arrabbiato” scriveva Alessandro Bocci sul Corriere della Sera del 16 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/lorenzo_buffon.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-35936 alignleft" title="lorenzo_buffon" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/lorenzo_buffon.jpg" alt="" width="140" height="184" /></a>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Il gigante è in ginocchio. Steso dal nervo sciatico, un dolore violento e improvviso, una scarica elettrica che parte dalla schiena e scende lungo la coscia. Gianluigi Buffon è fermo ai box, come una Ferrari che perde olio dal motore. Malinconico e arrabbiato” scriveva Alessandro Bocci sul <em>Corriere della Sera</em> del 16 giugno (p.48). Eh già, Buffon perde olio dal motore malgrado l’accurata manutenzione effettuata in tutti questi anni.</p>
<p>Il portiere della Juventus  sembra aver stimolato i cronisti inviati in Sudafrica alla ricerca di eroi: il <em>Mattino di Padova</em>, per esempio, scriveva  il 20 giugno, che “Gigi Buffon ha voluto riunire tutti i compagni per abbracciarli forte, uno a uno. «Non vengo perché ho dolore &#8211; ha confidato loro &#8211; ma lottate anche per me»”. Un saluto degno dei re spartani alle Termopili, dei gladiatori che entravano nel Colosseo, di Enrico Toti prima di andare a lanciare la stampella contro gli austriaci. Peccato che l’effetto retorico fosse un po’ rovinato dal seguito dell’articolo: “«Sono sicuro che farete una grande partita»” Certo, cos’era la difesa di Stalingrado dai nazisti in confronto alla sofferenza di dover guardare la partita in tv?</p>
<p>L’indisposizione di Buffon ha risvegliato un grande interesse qui a <em>Nazione Indiana</em>: ci sembrava  che la stampa italiana non avesse indagato a sufficienza su quel “male subdolo”, sul “dolore violento e improvviso” che ha colpito il bravo portiere. Possibile che la sciatica colpisca anche in giovane età? Buffon ha risposto in televisione a Ilaria D&#8217; Amico, nel corso di <em>Sky Mondiali Show</em>, citando il caso della compagna Alena Seredova: “Anche la gravidanza dà questi problemi, [il nervo] si infiamma a seconda di come si posiziona il bambino, ora non possiamo fare un&#8217; esegesi del nervo sciatico, però sono informazioni che servono”. Mmmmmmh, “ora non possiamo fare un&#8217; esegesi del nervo sciatico”, cosa mai vorrà dire?<br />
<span id="more-35934"></span><br />
La <em>Stampa</em> del 22 dava credito a un’altra versione, palesemente di fantasia: Buffon andrebbe presto sotto i ferri “per risolvere l’erna del disco”. Proprio così, “erna”, che ammesso voglia dire “ernia”, comunque con la sciatica c’entra poco. La nostra inchiesta ha invece dato ben altri risultati, assolutamente stupefacenti. Partiamo dalle verità ufficiali: “Di Buffon ce ne sono due. Il primo, Lorenzo, compirà ottant’anni a dicembre, ed è stato un grande portiere di Milan, Genoa e Inter tra il 1949 e il 1963. Gigi della Juve, il secondo Buffon, viene dallo stesso ceppo familiare”. Così scriveva la Gazzetta dello Sport nel luglio 2009. Zio e nipote, due generazioni accomunate solo dalla passione per il calcio e dalla bravura.</p>
<p>La realtà è un po’ diversa: Gigi Buffon non esiste. Di Buffon ce n’è uno solo, Lorenzo.</p>
<p>La nostra indagine è  partita da un drammatico match tra Italia e Inghilterra 49 anni fa, a Roma, finito 3 a 2 per i fortissimi inglesi dopo che gli azzurri erano andati in vantaggio con Sivori e Brighenti. In porta, Lorenzo Buffon. Al 9’ minuto del secondo tempo l’incidente che cambiava il corso della partita, e della storia del calcio italiano: uscendo coraggiosamente sui piedi di Hayes, Buffon veniva travolto, subiva la frattura del setto nasale e veniva sostituito da Vavassori. Leggiamo la cronaca sull’<em>Unità</em> del 25 maggio 1961: “Buffon è stato sollecitamente avviato a bordo di una autoambulanza al Policlinico Italia. Qui è stato immediatamente visitato dal prof. Zappalà che ha diagnosticato (…) la frattura del setto nasale con spostamento delle ossa nasali verso sinistra. La prognosi è di quindici giorni salvo complicazioni”.</p>
<p>In realtà, le complicazioni ci furono. Sostanzialmente, la carriera del povero Buffon finì  sul prato dello stadio olimpico: non recuperò mai il senso della posizione, la tempestività dei riflessi, la sicurezza nelle uscite che lo avevano portato in nazionale. Anche la sua vita personale iniziò ad andare a rotoli: quell’anno nacque la figlia che aveva avuto dalla celeberrima valletta di <em>Lascia o raddoppia</em>?, Edy Campagnoli. Poco dopo, la separazione. Nell’Italia del 1961 chi si separava era messo all’indice, così Buffon (secondo la versione ufficiale) salì su un aereo, destinazione Stati Uniti: “Per cambiare aria, lasciarsi dietro i pettegolezzi”.</p>
<p>La realtà era ben diversa: la meta di Lorenzo Buffon non erano le grandi praterie, bensì  l’efficiente clinica in Romania della Dr.ssa Ana Aslan, che nel 1958 aveva scoperto il segreto dell’eterna giovinezza: il Gerovital. Il medicinale-miracolo convinse addirittura <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/John_F._Kennedy">John F. Kennedy</a>, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Marlene_Dietrich">Marlene Dietrich</a>, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Kirk_Douglas">Kirk Douglas</a> e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Salvador_Dal%C3%AD">Salvador Dalí</a>: logico che Buffon, già oltre i 30 anni e fortemente provato dalla ferita, volesse provarlo.</p>
<p>Lorenzo alternava lunghi periodi in Romania per seguire le cure a brevi apparizioni in Italia per mantenere il segreto, di cui non erano stati messi al corrente neppure i dirigenti dell’Inter.Dopo i mondiali del Cile del 1962, a causa delle difficoltà fisiche rinunciò al posto in Nazionale: la sua ultima partita fu contro la Svizzera, il 7 giugno (vittoria italiana per 3 a 0). L&#8217;anno successivo giocò molto meno e e l’allenatore Helenio Herrera lo sostituì con <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ottavio_Bugatti">Ottavio Bugatti </a> e lo fece poi vendere alla Fiorentina, dove giocò una sola partita in tutto il campionato. Dopo una stagione in Serie C con l&#8217;Ivrea nel 1965, chiuse la carriera.</p>
<p>Rientrato segretamente in Romania, Buffon continuò con incredibile tenacia le cure, che tardavano a dare i risultati sperati: il Gerovital di allora era un prodotto incredibilmente primitivo, sostanzialmente un antidolorifico simile alla novocaina. Solo negli anni Ottanta, la Dr. Aslan, con la collaborazione del suo paziente italiano, riuscì a mettere a punto un cocktail di farmaci ultrasegreto che davvero funzionava.</p>
<p>Nel frattempo, Buffon si era anche rifatto una vita, scegliendo come compagna l’infermiera che, nei primi anni di cure, gli aveva praticato  le dolorose iniezioni, lo aveva aiutato a fare ginnastica, gli aveva cambiato i pannoloni e aveva spinto la carrozzella nel parco di Bucarest, dove Lorenzo amava guardare i piccioni: “Mi ricordano quelli di piazza S.Marco a Venezia” diceva nei momenti di tristezza. La fortunata si chiamava Alena Seredova, era 30 centimetri più alta di lui, ma Buffon ne era perdutamente innamorato.</p>
<p>Gli anni passavano, e Buffon migliorava (cioè, ringiovaniva) ma non osava farsi vedere in pubblico, né sognare il ritorno alla passione di sempre, giocare come portiere. Un sovradosaggio di farmaci, poi, aveva provocato un effetto sconvolgente per l’anziano portiere: era tornato ad avere il fisico (e il cervello) di un bambino di 11 anni. Da pensionato al parco a teenager in un paese straniero: davvero l’eroico Buffon ha sopportato tutto per amore del calcio e della maglia azzurra.</p>
<p>Lorenzo sarebbe probabilmente rimasto in Romania se, nel dicembre 1989, la rivoluzione non avesse abbattuto il dittatore Ceausescu e con lui l’establishment medico del Paese, tra cui la Dr.ssa Aslan. La folla invase il suo istituto, distrusse i laboratori, disperse gli archivi degli esperimenti, fino a incendiare tutto l’isolato. Con l’aiuto della Seredova,  che aveva messo da parte una buona scorta di farmaci, Buffon si ritirò in campagna , dove decise di sfruttare la sua “eccessiva” giovinezza rientrando in Italia e costruendosi una nuova personalità.</p>
<p>Con l’aiuto dei servizi segreti rumeni (molto interessati agli esperimenti della Aslan, di cui conoscevano il valore), Buffon si costruì una nuova identità: non più <a href="http://www.acmilan.com.pl/legendy/lorenzo_buffon.jpg">Lorenzo</a> ma <a href="http://www.astrogoal.it/Gossip/images/buffon-seredova.jpg">Pierluigi</a>, non più il Friuli ma la Toscana, non più il 1929 come anno di nascita ma il 1978. La somiglianza, nelle fotografie, è evidente.</p>
<p>Dei lontani cugini furono arruolati per recitare la parte dei genitori e così “nacque” Pierluigi. Gli opportuni certificati furono compilati, fu creata una personalità che resistesse almeno ad indagini superficiali, come si fa per ogni “spia venuta dal freddo” che si rispetti. Nel caso di Buffon tutto era più facile, essendo madrelingua e pochissimo loquace di natura (i portieri non devono neppure inteagire troppo con i compagni di squadra).</p>
<p>Il “nuovo” Buffon fa il suo esordio in Serie A nella partita Parma-Milan (0-0) del 19 novembre 1995 a “soli 17 anni”. Con il Parma torna anche a giocare in Europa, in Coppa UEFA, contro il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vit%C3%B3ria_Guimar%C3%A3es">Vitória Guimarães</a> il 24 settembre 1996. Naturalmente, se si fosse trattato di un vero diciassettenne di una squadra di provincia sarebbe inspiegabile il fatto che nella stagione successiva (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Serie_A_1996-1997">1996-1997</a>) fosse già titolare e l&#8217;anno successivo esordisse in Nazionale. Ma, naturalmente, il “bambino prodigio” del Parma aveva dietro le spalle centinaia di partite giocate e cinque scudetti: spolverata via la ruggine, ritrovò tutto il suo talento, facendo nella seconda carriera anche meglio che nella prima. Il successo portò anche alla felicità familiare: Alena Seredova, che da anni assumeva anche lei il cocktail segreto di farmaci della giovinezza faceva carriera come modella e sfornava poi due graziosì bebè. La trasformazione della coppia era completa, la felicità immensa.</p>
<p>Fino a quella maledetta infiammazione del nervo sciatico il 14 giugno 2010. Dopo la partita con il Paraguay, Vittorio Zucconi ha scritto su <em>Repubblica</em>: “la sciatica è una malattia della vecchiaia. “Crudele o troppo ben informato? </p>
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		<title>Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 07:09:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[pubblichiamo un testo che riteniamo importante &#8211; Andrea Inglese, Mattia Paganelli, Domenico Pinto, Jan Reister, Marco Rovelli, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta] di Naomi Klein &#8211; the Nation &#8211; via Megachip È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><ins datetime="2009-01-15T18:57:39+00:00">[pubblichiamo un testo che riteniamo importante &#8211; Andrea Inglese, Mattia Paganelli, Domenico Pinto, Jan Reister, Marco Rovelli, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta]</ins><br />
di <strong>Naomi Klein</strong> &#8211; <a title="l'articolo originale in inglese" href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">the Nation</a> &#8211; via <a title="la traduzione intaliana originale" href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8517">Megachip</a></p>
<p>È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all&#8217;apartheid in Sud Africa.</p>
<p>Nel luglio 2005 <a href="http://www.bdsmovement.net/?q=node/52#Italian">una grande coalizione di gruppi palestinesi</a> delineò un piano proprio per far ciò. Si appellarono alla «gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all&#8217;epoca dell&#8217;apartheid». Nasce così la campagna “Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni” (<a href="http://www.bdsmovement.net/">Boycott, Divestment and Sanctions</a>), BDS per brevità.<span id="more-13266"></span></p>
<p>Ogni giorno che Israele martella Gaza spinge più persone a convertirsi alla causa BDS, e il discorso del cessate il fuoco non ce la fa a rallentarne lo slancio. Il sostegno sta emergendo persino tra gli ebrei israeliani. Proprio mentre è in corso l&#8217;assalto, circa 500 israeliani, decine dei quali artisti e studiosi rinomati, hanno inviato una <a href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8516">lettera</a> agli ambasciatori stranieri di stanza in Israele. La lettera chiede «l&#8217;adozione immediata di misure restrittive e sanzioni» e richiama un chiaro parallelismo con la lotta antiapartheid. «Il boicottaggio del Sud Africa fu efficace, Israele invece viene trattato con guanti di velluto&#8230;. Questo sostegno internazionale deve cessare.»</p>
<p>Tuttavia, molti ancora non ci riescono. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. E semplicemente non sono abbastanza buone. Le sanzioni economiche sono gli strumenti più efficaci dell&#8217;arsenale nonviolento. Arrendersi rasenta la complicità attiva. Qui di seguito le maggiori quattro obiezioni alla strategia BDS, seguita da contro-argomentazioni.</p>
<p><strong>1. Le misure punitive alieneranno anziché convincere gli israeliani.</strong> Il mondo ha sperimentato quello che si chiamava “impegno costruttivo”. Ebbene, ha fallito in pieno. Dal 2006 <strong>Israele accresce costantemente la propria criminalità</strong>: l&#8217;espansione degli insediamenti, l&#8217;avvio di una scandalosa guerra contro il Libano e l&#8217;imposizione di <strong>punizioni collettive</strong> su Gaza attraverso un blocco brutale. Nonostante questa escalation, Israele non ha dovuto far fronte a misure punitive, ma anzi, al contrario: armi e <strong>3 miliardi di dollari annui in aiuti</strong> che gli Stati Uniti inviano a Israele, tanto per cominciare. Durante questo periodo chiave, Israele ha goduto di un notevole miglioramento nelle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con moteplici altri alleati. Ad esempio, nel 2007, Israele è diventato il primo paese non latino-americano a firmare un accordo di libero scambio con il Mercosur. Nei primi nove mesi del 2008, le esportazioni israeliane verso il Canada sono aumentate del 45%. Un nuovo accordo di scambi commerciali con l&#8217;Unione europea è destinato a raddoppiare le esportazioni di Israele di preparati alimentari. E l&#8217;8 dicembre i ministri europei hanno “rafforzato” <strong>l&#8217;Accordo di Associazione UE-Israele</strong>, una ricompensa a lungo cercata da Gerusalemme.</p>
<p>È in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra: fiduciosi di non dover affrontare costi significativi. È da rimarcare il fatto che in sette giorni di commercio durante la guerra, l&#8217;indice della Borsa di Tel Aviv è salito effettivamente del 10,7 per cento. Quando le carote non funzionano, i bastoni sono necessari.</p>
<p><strong>2. Israele non è il Sud Africa.</strong> Naturalmente non lo è. La rilevanza del modello sudafricano è che dimostra che tattiche BDS possono essere efficaci quando le misure più deboli (le proteste, le petizioni, pressioni di corridoio) hanno fallito. Ed infatti permangono <a title="da The Indipendent, Israeli occupation reminiscent of apartheid" href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/civil-rights-group-claim-israeli-occupation-is-reminiscent-of-apartheid-1056546.html">reminiscenze dell&#8217;apartheid</a> profondamente desolanti: documenti di odentità con codici colorati e permessi di viaggio, case rase al suolo dai bulldozer e sfollamenti forzati, strade per soli coloni. Ronnie Kasrils, eminente uomo politico sudafricano, ha detto che l&#8217;architettura della segregazione da lui vista in Cisgiordania e a Gaza nel 2007 è “<a title="Israeli occupation in 2007 worse than apartheid" href="http://www.mg.co.za/article/2007-05-21-israel-2007-worse-than-apartheid">infinitamente peggiore dell&#8217;apartheid</a>”.<strong></strong></p>
<p><strong>3. Perché mettere all&#8217;indice solo Israele, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno le stesse cose in Iraq e in Afghanistan?</strong> Il boicottaggio non è un dogma, è una tattica. La ragione per cui la strategia BDS dovrebbe essere tentata contro Israele è pratica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio potrebbe effettivamente funzionare.<strong></strong></p>
<p><strong>4. Il boicottaggio allontana la comunicazione, c&#8217;è bisogno di più dialogo, non di meno.</strong> A questa obiezione risponderò con una mia storia personale. Per otto anni i miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice commerciale chiamata Babel. Ma quando ho pubblicato “Shock Economy” ho voluto rispettare il boicottaggio. Su consiglio degli attivisti BDS, ho contattato un piccolo editore chiamato <a title="Andalus publishing" href="http://www.andalus.co.il/">Andalus</a>. Andalus è una casa editrice attivista, profondamente coinvolta nel movimento anti-occupazione ed è l&#8217;unico editore israeliano dedicato esclusivamente alla traduzione in ebraico di testi scritti in arabo. Abbiamo redatto un contratto che garantisce che tutti i proventi vadano al lavoro di Andalus, e nessuno per me. In altre parole, io sto boicottando l&#8217;economia di Israele, ma non gli israeliani.</p>
<p>Mettere in piedi questo programma ha comportato decine di telefonate, e-mail e messaggi istantanei, da Tel Aviv a Ramallah, a Parigi, a Toronto, a Gaza City. A mio avviso non appena si dà vita ad una strategia di boicottaggio il dialogo aumenta tremendamente. D&#8217;altronde, perché non dovrebbe? Costruire un movimento richiede infinite comunicazioni, come molti nella lotta antiapartheid ricordano bene. L&#8217;argomento secondo il quale sostenendo i boicottaggi ci taglieremo fuori l&#8217;un l&#8217;altro è particolarmente specioso data la gamma di tecnologie a basso costo alla portata delle nostre dita. Siamo sommersi dalla gamma di modi di comunicare l&#8217;uno con l&#8217;altro oltre i confini nazionali. Nessun boicottaggio ci può fermare.</p>
<p>Proprio riguardo ad ora, parecchi orgogliosi sionisti si stanno preparando per un punto a loro favore: forse io non so che parecchi di quei giocattoli molto high-tech provengono da parchi di ricerca israeliani, leader mondiali nell&#8217;Infotech? Abbastanza vero, ma mica tutti. Alcuni giorni dopo l&#8217;assalto di Israele a Gaza, Richard Ramsey, direttore di una società britannica di telecomunicazioni, ha inviato una e-mail alla ditta israeliana di tecnologia MobileMax. «A causa dell&#8217;azione del governo israeliano degli ultimi giorni non saremo più in grado di prendere in considerazione fare affari con voi né con qualsiasi altra società israeliana.»</p>
<p>Quando è stato interpellato da The Nation, Ramsey ha affermato che la sua decisione non è stata politica. «Non possiamo permetterci di perdere neppure uno dei nostri clienti: è stata pura logica difensiva commerciale.»</p>
<p>È stato questo tipo di freddo calcolo che ha portato molte aziende a tirarsi fuori dal Sud Africa due decenni fa. Ed è proprio questo tipo di calcolo la nostra più realistica speranza di portare giustizia, così a lungo negata, alla Palestina.</p>
<p>Traduzione di Manlio Caciopo per <a href="http://www.megachip.info">Megachip</a> 10 gennaio 2009<br />
Articolo orginale del 7 gennaio 2009: <a href="http://www.thenation.com/doc/20090126/klein">http://www.thenation.com/doc/20090126/klein</a></p>
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