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	<title>suicidio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Vivere è molto pericoloso&#8230; Conversazione immaginaria con Fabrizio Coscia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jun 2025 05:27:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[borges]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Coscia]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giuseppe A. Samonà </strong> <br />
Suicidi imperfetti – questo almeno va brevemente rivelato – indaga, racconta, con ritratti più o meno brevi, diciannove morti volontarie di artisti, scrittori, soprattutto, ma anche cantanti, pittori, attrici e attori.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></p>
<p><em>A proposito di:Fabrizio Coscia, </em>Suicidi imperfetti,<em> Editoriale scientifica, 2024.</em></p>
<p>Vorrei invitare i miei amici, le persone che mi sento culturalmente, umanamente affini, a leggere <em>Suicidi imperfetti</em>, di Fabrizio Coscia, ma ecco che per motivare questo mio invito mi trovo preso in tenaglia fra due tentazioni opposte. Da un lato, non ho da dire che tre parole: &#8230; <em>perché è splendido!</em> Dall’altro, vorrei impiegare tutte le parole del suo libro, un po’ nella prospettiva del Pierre Menard di Borges che riscrive il <em>Quijote </em>arrivando a un testo nel contempo identico e differente. Perché non c’è una sola osservazione, idea, parola appunto, di Coscia, che non mi abbia riecheggiato, risuonato dentro, che non abbia sentito semplicemente <em>mia</em>, anche dandomi voglia di riprenderla, commentarla, prolungarla. È un’esperienza, questa, capitatami solo con pochi libri, che continuano ad accompagnarmi: come se leggendo io avessi senza interruzione dialogato con l’autore, interpellandolo con domande o riflessioni.</p>
<p>Qui, fra le due tentazioni, provo a realizzarne una terza, e percorro una via più moderata, adeguata: non ordinatamente riassumendo e commentando il libro (mi sembrerebbe, come si dice nell’attuale critica cinematografica, di fare un imperdonabile <em>spoiler</em>), ma semplicemente evocando, con voluto disordine, alcuni stralci di questo mio dialogo solitario, cioè immaginario, per cercare di restituirne lo spirito. E vorrei farlo esponendomi anche personalmente, sentimentalmente, come mi sembra giusto: perché lui, Coscia, non si nasconde mai dietro la parete dell’erudizione, dell’accademia; ma, anche se non parla mai direttamente di sé, con onestà e coraggio delinea in realtà un suo modo di stare al mondo e di intenderlo, di intenderne la bellezza e il dolore, in altri termini, di amare, insieme interrogando il nostro, ad ogni pagina – un po’ alla maniera di Proust o Montaigne che usano gli altri per indagare se stessi e, soprattutto, se stessi per indagare gli altri, l’anima umana. Ed ecco, per cominciare, la mia prima domanda immaginaria a Fabrizio (Coscia), che chiamo pur non conoscendolo per nome, come lui fa con i suoi personaggi, rendendoceli più vicini, quasi li avessimo conosciuti, fossero nostri amici… E dunque : Proust lo nomini una volta sola, ma subito, nella tua introduzione; di Montaigne parli solo attraverso Rachel: quanto hanno contato l’uno e l’altro per arrivare a questo modo ibrido di fare « saggistica » (ma forse il termine non è adeguato)?</p>
<p>Già, Rachel, che è Rachel Bespaloff: le pagine che la concernono sono uno dei picchi della mia lettura, anche perché, per altre vie, Rachel è una <em>mia </em>autrice. Insieme ad altre sue opere, fra cui appunto uno studio su Montaigne, c’è infatti la sua rivoluzionaria, preziosa interpretazione dell’Iliade, che lei intende, in sostanza, come attraversata da una speranza, una possibile alternativa alla guerra. Non nel senso di un facile pacifismo, però, che come l’esaltazione della forza è una sorta di scorciatoia ideologica… mentre la guerra è come la vita, come il mare, il suo « fragore » dev’essere accolto prima che giudicato, anzi (questo, anche, è l’Iliade&#8230;), nella sua esaltazione del combattimento, con i corpi in lotta, che a volte sembrano danze d’amore, può persino, a tratti, rifulgere, incantare con la sua bellezza; e tuttavia serve solo a produrre infinito dolore e finisce per svelarsi nella sua radicale inutilità… Ma ecco che <em>dentro</em> la guerra esiste il suo antidoto: lo troviamo nel « resistente » Ettore, nel suo privato spazio d’amore con Andromaca, ma anche nel suo spietato « nemico », Achille, il guerriero per eccellenza, anzi, il guerriero selvaggio che stravolto dall’ira e dallo spirito di vendetta brucia le regole dell’onore, della cultura, e però ama teneramente la madre Teti, e l’amico Patroclo, e si commuove di fronte a Priamo, cui ha ucciso il figlio che gli aveva ucciso il suo Patroclo, o ancora canta, suona la cetra, quasi fosse una fanciulla (del resto, in un certo senso, lo è stato, una fanciulla, prima di partire per la guerra, proprio per cercare di evitarla) … Bespaloff analizza l’Iliade incrociandola con <em>Guerra e pace </em>e ancor di più con la Bibbia, impegnate tutte e tre, ognuna a suo modo, a stigmatizzare la <em>hybris</em>, nel senso dell’« orgoglio umano e della volontà d’onnipotenza ». Come non riflettere allora sul fatto che il greco Omero prova identica compassione per i « suoi » Achei e per i « nemici » Troiani? Può questo orientarci, esistenzialmente prima che politicamente, nella tragica attualità che viviamo in questo periodo, con il suo viluppo di devastanti conflitti? Ma oramai non si tratta più di Coscia, e neanche di Bespaloff; in realtà, senza accorgermene, sono approdato fra le mie riflessioni e parole: è un esempio delle <em>risonanze</em> di cui dicevo all’inizio.</p>
<p>Coscia invece – e non ci avevo mai pensato prima, e mi sembra un accostamento più che adeguato, necessario – sviluppa la sua analisi mettendo in parallelo Rachel Bespaloff e Simone Weil: entrambe ebree, entrambe costrette a espatriarsi a New York (anche se Weil poi riparte per l’Inghilterra, dove muore, a trentaquattro anni, nel 1943), rileggono l’Iliade nello stesso periodo, cioè sul finire degli anni Trenta, dentro la guerra e le persecuzioni che incendiano l’Europa, « senza sapere l’una dell’altra » (ma veramente, Fabrizio? a me viene voglia di approfondirla, questa coincidenza, questa mancata comunicazione…): anche se Weil, a differenza di Bespaloff, ne fa il poema in cui si rivela in tutta la sua necessità «la violenza brutale della forza ». Eppure proprio Bespaloff, che nell’Iliade era riuscita a scorgere una possibile via d’uscita e, a differenza di Weil, era sopravvissuta alla guerra, e non solo, aveva potuto salutare con speranza la nascita di Israele nel 1948, si toglierà la vita, nel 1949. Impossibile non pensare a Stefan (Zweig), altro personaggio del libro, che pur al sicuro e <em>tranquillo </em>in Brasile, si toglie la vita nel 1942, nel cuore della tragedia, di cui pur non può ancora cogliere l’incommensurabile ampiezza. O anche a Walter (Benjamin) e a Primo (Levi), che nel libro non ci sono, ma cui il libro, con altri, altre, è dedicato, i quali si toglieranno la vita, l’uno nel 1940, mentre dalla Francia oramai nelle mani dei nazisti fugge verso la Spagna franchista, l’altro nel 1987, più di quarant’anni dopo la fine della guerra, nella sua <em>tranquilla </em>Torino. Come se prima o dopo, anche molto dopo, nel pericolo o al sicuro, oramai confortevolmente installati nella vita, la <em>catastrofe</em> non lasciasse mai scampo, fosse inevacuabile.</p>
<p>Eh sì&#8230; Rachel, Stefan, Primo e Walter (che pur non essendoci ci sono&#8230;). <em>Suicidi imperfetti</em> – questo almeno va brevemente rivelato, anzi, avrei forse dovuto farlo all’inizio – indaga, racconta, con ritratti più o meno brevi, diciannove morti volontarie di artisti, scrittori, soprattutto, ma anche cantanti, pittori, attrici e attori. Con una prima sorpresa, che rapidamente mi è apparsa come un’evidenza, qualcosa che non poteva che essere così: le pagine che via via leggiamo, anche le più dolorose, sono piene di luce. Sempre! – e mai neanche un’oncia di curiosità malsana, di morbosità. E, quasi da subito, mi è venuta in mente una frase di Vladimir Jankélévitch (estratta dal suo <em>La mort</em> – l’avevo tradotta, poi all’ultimo momento la riscrivo in francese, che i lettori di Nazione Indiana leggono per vocazione, perché è così che, a distanza di anni, canta nella mia memoria): <em>[La mort est] si simple que nous nous demanderons, le jour où nous saurons, comment nous n’y avions pas pensé plus tôt. </em>L’avevo annotata a metà degli anni Novanta, a Montréal, dove dispensavo una parte del mio insegnamento in storia delle religioni antiche al Centre d’études sur la mort, con studenti che erano per lo più tanatoprattori, malati terminali, persone fortemente colpite da un lutto, infermieri in strutture di cure palliative, etc., quasi sempre giovanissimi. E sono stati incontri straordinari, momenti, oggi ricordi, fra i più forti della mia vita. Più volte mi sono tornati in mente, leggendo il libro di Coscia. Ad esempio, con Norma Jeane, meglio conosciuta come Marilyn Monroe, ho ripensato a quella lontana notte d’inverno&#8230; Ero uscito dal corso con Stéphane e Chantal, che erano a metà dei loro vent’anni, lui malato di AIDS, lei di cancro, oramai avanzato, innamoratissimi, e si corrispondevano non corrispondendosi: Chantal era piena di desiderio, Stéphane, omosessuale, di tenerezza e d’amore, ma al di qua, o al di là, del sesso – <em>le voleva bene</em>. Durante il corso aveva nevicato, tutto era adesso coperto da una coltre bianca, e continuava a nevicare, il rumore dei nostri passi era completamente attutito, c’era uno spicchio di luna annebbiato, sembrava di stare dentro una fiaba – e Chantal, guardando me ma pensando a Stéphane, al suo amore felice-infelice, ha detto (quasi a prolungare Jankélévitch sul campo) qualcosa come:<em> La verità è che la morte è molto più semplice, tranquilla della vita, che non si capisce niente ma a volte, che meraviglia&#8230; </em>(Chantal è morta qualche mese dopo quella notte). Incontri, incontri pieni di grazia. La stessa grazia che ho ritrovato in ogni pagina del libro di Coscia, che è la grazia – anche se a volte dolorosa, tragica – della vita.</p>
<p>(Ma perché mai le pagine su Norma Jeane / Marilyn mi hanno riportato a quella notte montréalese? Perché cominciano con la neve, certo, ma, ben di più, perché sono fra le più fisiche, corporee, sanguigne del libro. Attraverso la scrittura la rivediamo, in una scena del suo ultimo film, abbracciare l’albero, ubriaca, disperata e poi improvvisamente, il suo volto ci sta di fronte, trasfigurata dalla luce, come in preda a un’insensata, infantile allegria – e sappiamo che ha dentro la morte, non come ce l’abbiamo dentro tutti, ma con l’urgenza di quel che sta già per avverarsi. E ci viene voglia – parlo al plurale, credo che gli altri lettori, in quel momento, hanno avuto, avranno lo stesso slancio – di abbracciare con lei quell’albero, o di abbracciarla da sola, ma non per via della sua indimenticabile, sensuale bellezza, ma perché sentiamo che la morte, dentro quell’improvvisa luce, è in agguato, e ci struggiamo di tenerezza, di agape, vorremmo potere, magicamente, rassicurarla, e scacciarla via, la morte&#8230; E appunto, ho ricordato che avrei voluto abbracciare, con lo stesso spirito, Chantal, anche se il suo agguato era diverso, ma sempre di morte si trattava&#8230;)</p>
<p>Questo è il punto, fondamentale. La morte, in questo libro, non è l’obiettivo, o lo è nel senso letterale, di una lente attraverso la quale si cerca di cogliere la vita, che è ben più complessa. « In fondo la vita è molto più illogica della morte », lo dice anche Coscia, anche se una volta sola, incidentalmente, ma trasuda da ogni sua frase. Perché – e penso sempre a Jankélévitch, e in particolare al suo <em>La mort</em>, ma anche agli anni trascorsi a Montréal, in cui con la morte, per così dire, dialogavo sul campo – il tabù della morte è in realtà un tabù della vita, la morte vivendo di un curioso paradosso: è <em>l’empêchement de vivre</em> ma anche <em>le moyen de vivre</em>; in questa prospettiva,  è il limite che dà forma e significato a quello ch’essa contiene, la vita. Così, siamo vivi, viviamo, solo perché siamo mortali, e in questo senso <em>il est bien vrai que ce qui ne vit pas ne meurt pas ; mais c’est parce que ce qui ne meurt pas ne vit pas</em>. Insomma, come ha detto Epitteto: « sia maledetta la vita senza la morte… » Come dire: chi nasconde la morte, nasconde la vita. Chi, invece, avendo pienamente vissuto, muore, accede all’unica – molto omerica – forma di immortalità, nel senso che, per citare di nuovo Jankélévitch, che è stata una delle principali scoperte libresche di quegli anni canadesi: <em>Celui qui a été ne peut plus désormais ne pas avoir été : désormais ce fait mystérieux et profondément obscur d’avoir vécu est son viatique pour l’éternité.</em></p>
<p>Ecco, nuova risonanza, forse la più risonante di tutte: perché mettendo a fuoco la storia della deliziosa (è l’epiteto che mi viene sempre, naturalmente, da incollarle dietro…) Jean (Seberg) Coscia – veramente alla Pierre Menard – atterra letteralmente sulla mia scrivania, dentro la mia pagina, con una scena su cui mi sono già più volte soffermato, e che fa di nuovo parte di un mio lavoro in corso. Con parole diverse ma identiche. E, attenzione, non si tratta qui di quell’insopportabile vanità da salotto per cui, parlando di altri, uno ne approfitta per parlare di sé, bensì dell’esatto contrario: rivelo questa coincidenza per dare valore alla scrittura di Coscia. Leggendo, mi è balzato il cuore in gola – e non ho appunto altro modo, per dare la misura di questa risonanza, che raccontarla, mischiando le nostre parole.</p>
<p>E dunque: Coscia introduce alla tragica morte della giovane Jean nella realtà, soffermandosi, nella finzione, sull’ultima scena di <em>À bout de souffle</em>, il film di Godard (ma c’è anche lo zampino fondamentale di Truffaut !) che in qualche modo l’ha resa famosa e, letteralmente, immortalata. A morire adesso, ucciso da una pallottola, è il protagonista, Jean-Paul Belmondo / Michel, nel film perdutamente innamorato di Jean / Patricia, che lo tradisce, ma prima di morire, sdraiato per la strada, agonizzante, lui dice, guardandola, e lei lo guarda, e il gioco degli sguardi è il fulcro di questo movimento di immortalizzazione: <em>Tu es vraiment dégueulasse…</em> « Sei veramente schifosa », e muore. Jean allora si guarda intorno (ancora sguardi), e chiede alle persone che si sono radunate cosa lui abbia detto, non ha capito, qualcuno glielo ripete, e lei soggiunge (con quel francese così esotico, <em>teinté</em> di americano): <em>Qu’est-ce que c’est dégueulasse ?</em> « Che cos’è ‘schifosa’ ?», e di nuovo guarda, ma dritto davanti a sé, come nel vuoto, attraverso la musica di Martial Solal, di fronte ci siamo oramai rimasti solo noi spettatori in sala che già da un pezzo ce ne siamo innamorati, di quegli sguardi, di quell’accento esotico, di quella sua bellezza deliziosamente androgina, e si passa un dito  sulle labbra carnose, e si volta per andarsene, mentre cala la parola <em>fin</em>… (Fabrizio, ma queste parole sono tue o mie? dov’è la frontiera? sono nostre?) Ma chi o cosa è <em>dégueulasse </em>? Jean / Patricia? La morte che sta per portare via Jean-Paul / Michel? O forse, entrambe… Così, ovviamente (ovviamente per me) questa scena mi rimanda all’altra, precedente, « mia » scena… Patricia / Jean intervista insieme a un gruppo di giornalisti e ammiratori il famoso insopportabile scrittore-filosofo Parvulesco, impersonificato da un perfetto Jean-Pierre Melville – e proprio alla fine della serie di domande e risposte torna a chiedergli (glielo aveva già chiesto qualche attimo prima, senza ricevere attenzione): <em>Quelle est votre plus grande ambition dans la vie ? </em>E questa volta lui, dopo un attimo di riflessione, sentenzia: <em>Devenir immortel, et puis&#8230; mourir ! </em>&#8230; ‘Un attimo di riflessione’, in cui prima di parlare si leva gli occhiali da sole che non aveva fino ad allora mai tolto, rivelando finalmente i suoi occhi; e dopo aver ascoltato la sua risposta, se li leva anche lei, bellissima, i loro sguardi, di nuovo gli sguardi, riempiono lo schermo, restando sospesi nell’aria, intrecciandosi, di nuovo, all’onnipresente musica di Solal, che comincia proprio in quel momento – e la scena finisce. Quel <em>puis </em>sarebbe in realtà un <em>anche</em>, una contemporaneità&#8230; Non a caso, ricordo che quando ho visto il film per la prima volta mi son ricordato di Nausicaa, con Ulisse (di nuovo, Omero), in uno sceneggiato televisivo del mio tempo bambino, preceduto dall’inconfondibile voce di Ungaretti, perché&#8230; anzi no, questo lo racconto in un’altra occasione, altrimenti, come a scuola, rischio di andare “fuori tema”, o almeno, di addentrarmi in un terreno troppo vasto. Così, tornando al libro di Coscia, mi limiterò a sottolineare che il modo in cui è disegnato il tragico itinerario di Jean S., che si suiciderà ad appena quarant’anni, mettendo una accanto all’altra vita e finzione, sovrapponendole persino – belle, struggenti le righe che analizzano uno dei suoi ultimi film, <em>Les Hautes Solitudes, </em>di Philippe Garrel – è uno splendido esempio di « morte immortale » (le virgolette includono parole mie), nel senso del « sigillo di verità [posto] alla propria opera » (le virgolette includono parole di Coscia). Chi ha visto una volta <em>À bout de souffle </em>non può non tornare a vederlo e a rivederlo, anche, soprattutto, per risprofondarsi in quello sguardo, in quei lunghi primi piani che scolpiscono il volto di Jean, quasi che la sua bellezza androgina – è l’immagine che per sempre ce ne resta – fosse il sintomo di una palingenetica armonia, rendendo palese il « viatico per l’eternità » di cui parla Jankélévitch.</p>
<p>Ora però, è esplicito, è ovvio, e non è un dettaglio da poco, in questi ritratti di vite osservate attraverso la lente-morte si tratta di una modalità particolarissima, e tutta umana, del morire, si tratta appunto di suicidi. Una sorta di deroga alla legge universale che caratterizza la morte: <em>mors certa, hora incerta.</em> Sappiamo che dobbiamo morire, non sappiamo quando: il che è la caratteristica fondante del nostro passaggio sulla Terra. E se l’incertezza del momento si rivela peggiore della certezza dell’evento, se è l’aspetto più insopportabile della nostra condizione di mortali, scegliendo noi il momento della morte è un po’ come se la scardinassimo, la morte, ce ne appropriassimo, acculturandola. Questa prospettiva che accomuna tutte le morti di cui si parla nel libro – o meglio, come dicevo, le vite che le hanno contenute – può ovviamente essere dettata da motivazioni diverse, a volte opposte: pura disperazione, megalomania, affermazione di libertà e / o verità, rivolta contro o rifiuto di accettare il male, impossibilità di sentirsi dentro la propria vita, fatica del vivere, incapacità, o semplicemente allergia all’incertezza, alla minaccia, alla sofferenza, fisica o morale, individuale o collettiva, paura, come quando la nave affonda e i topi si buttano a mare (ognuna di queste diverse situazioni mi rimanda all’una o all’altra delle vite raccontate nel libro&#8230;). Le analisi tipologiche, a partire da quella paradigmatica di Durkheim, non mancano certo, e varrebbe la pena di considerarne alcuni aspetti, se quello di Coscia fosse un libro sul Suicidio, ma non lo è&#8230; Non è neanche, lo ripeto, un libro sulla morte, se non in quanto solo la morte – non solo come « lato oscuro », ma anche come limpido contenitore – fa rilucere la vita.</p>
<p>In generale, scendendo nella tragica concretezza di quelle esistenze, al di là delle astratte disquisizioni tipologiche, possiamo forse – ma con modalità diverse, dal felicemente realizzato Stefan Zweig, con dentro la devastazione della tragedia che sta disumanizzando l’Europa, all’irrealizzata, radicalmente precaria Marina Cvetaeva – adottare per tutti gli itinerari raccolti nel libro la formula proprio di Marina C.: «Soffro, in generale, di atrofia del presente – aveva scritto a Boris Pasternak – non solo non ci vivo: non ci càpito neanche di tanto in tanto». Un altro picco, per altro, Marina C., ultimo ritratto del libro. Il più bello ? Non saprei, probabilmente quello che avrei scelto, se avessi voluto fare un semplice <em>compte-rendu</em>,   per illustrare la qualità e l’originalità della scrittura di Coscia, nel contempo sobria e struggente, asciutta e appassionata, lieve, capace in pochi tocchi di restituire gli strati più profondi di un itinerario di vita, impregnata com’è di un umanesimo non dogmatico in cui sento di riconoscermi. (Già, l’impossibile presente: come non pensare allora che il capolavoro del pieno di successo di Zweig sia <em>Die Welt von Gestern, « </em>Il mondo di ieri? »).</p>
<p><em>L’intelletto dell’uomo deve scegliere: la perfezione della vita o quella dell’opera</em>, ha detto Yeats. Eppure, gli itinerari descritti da Coscia sembrano in qualche modo dire il contrario, vita e opera sono intrecciate, si scambiano continuamente i ruoli, in un percorso in cui sofferenza e felicità, assenza e pienezza, persino estasi, sono spesso separate da un millimetro, a volte sovrapposte. Non è del resto questa estrema vicinanza del buio e della luce, della presenza e della nostalgia una delle caratteristiche più imprescindibili dell’amore, la cui scintilla ogni volta fa ricominciare il mondo dall’inizio, come se fosse la prima volta? <em>I never felt magic crazy as this, </em>«Non ho mai provato una magica follia come questa », o anche, ancor più a fior di pelle, <em>Non mi sono mai sentito così magicamente folle</em>, come canta in <em>Northern Sky</em> Nick (Drake), in quella che Coscia definisce, a ragione, «tra le più belle canzoni d’amore mai scritte »; Nick che muore a ventisei anni, stroncato da « un’overdose di Tryptizol » – di nuovo, di quel fragile, breve percorso Coscia ricostruisce i sottili fili, l’equilibro doloroso fra insuccesso e purezza – ma io mi chiedo anche se quella spasmodica capacità di sentire ed esprimere l’amore, quasi Nick fosse mancato di pelle, di protezione, e l’amore gli fosse arrivato dritto dentro il cuore, non sia l’altra faccia dell’incapacità di difendersi dal male. E cosa dire allora, con un richiamo numerologico che dà i brividi, delle tre J della mia adoloscenza? Anche loro inizio anni Settanta, e vissuti solo qualche mese in più, accomunati dalla maledizione dei 27 anni: Jimi, Janis, Jim … – e cosa di Amy, vero e proprio amore della mia « maturità », morta nel 2011, anche lei a 27 anni? Non c’è niente da fare, il libro di Coscia induce alla confessione, all’eruzione dei nostri propri amori artistici e non solo, ed è parte non secondaria del suo fascino… Così, in equilibrio fra l’esaltazione dell’amore, nel senso del fantasma-passione, del sogno-illusione di pienezza, non dell’agape, e il suo potere distruttivo, mi viene da pensare anche all’insostenibile viaggio sentimentale a tre di Lou (Salomé, con di nuovo la magnetica, inafferrabile androginia), Paul (Rée) e Friedrich (Nietzsche) – ancora una volta restituito da Coscia con pochi tocchi, tutti indovinati con millimetrica giustezza. L’intenso momento di felicità, di pienezza, e il dolore, la perdita, il senso di abbandono, sono dunque così vicini da passare necessariamente dagli uni agli altri?  Chiunque abbia vissuto, viva con intensità le proprie emozioni, i propri sogni, capisce di cosa si parli, qui – forse perché il dolore come il piacere appartengono alla vita, non alla morte, che è sempre più semplice, e in definitiva rassicurante. Del resto il gioco, proprio quando ci confronta con il rischio, non è l’esperienza più inebriante, più <em>divina</em> di cui siamo capaci noi umani? Il libro di Coscia, in questo senso, sembra anche una variazione di quel che dice e ridice Riobaldo, nel <em>Grande Sertão</em>: « Vivere è molto pericoloso. »</p>
<p>In questo, anche, mi sembra risiedere la chiave di <em>Suicidi imperfetti. </em>« Imperfetti – spiega Coscia – perché nessun suicidio, nemmeno il più lucido e programmato, si compie in una perfezione d’intenti », nel senso che le tracce del dubbio, cioè della vita, vi si insinuano sempre. Ma anche perché, mi verrebbe da aggiungere con Riobaldo, è la vita stessa a essere imperfetta, insicura, pericolosa appunto, ed è solo da dentro la vita, dunque imperfettamente, che si può decidere di sabotare, di governare la morte, bloccandone per anticipazione la sua indeterminatezza fondatrice. Eppure, è proprio nella sua imperfezione, cioè, molto concretamente, nel suo suo essere limitata dalla morte che, come si è già detto, la nostra vita umana accede a una sorta di immortalità: il limite infatti è anche « il viatico »…. Sì, la morte esalta la vita, la ferma, la rende <em>per sempre</em> (ricopio qui una frase annotata dentro il libro, alla fine dell’itinerario di Cesare&#8230;).</p>
<p>Del resto, a proposito di Cesare, cioè Pavese&#8230; No, qua mi devo proprio fermare! Perché mi rendo conto che sono scivolato nella sindrome di Pierre Menard, con la tentazione di riscrivere lo stesso libro, quello di Fabrizio Coscia, a modo mio; ogni itinerario mi suscita un ventaglio di riflessioni, di risonanze, e io non ne voglio rivelare più nulla, lasciando all’eventuale lettore il piacere di scoprirne gli itinerari, i risvolti ancora inesplorati. Tuttavia, al di là delle tante altre cose che appunto rinuncio a dire, almeno uno spunto, l’ultimo, il più urgente, vorrei molto velocemente accennarlo, a partire dal personaggio che più di tutti mi ha acceso il desiderio di « riscrivere la stessa storia ».</p>
<p>Nell’itinerario di Paul/ 1 (Celan – Paul/ 2 è, come si è visto, Rée), Coscia mette finemente in rapporto la poesia <em>Corona </em>con la prima <em>sefirah </em>della Cabala ebraica, Keter, appunto « corona », che nella prospettiva della gematria può rinviare al numero 20 (è il valore della lettera Kaf), il quale ricorre nel racconto di Coscia come importante strumento esegetico e anche, per così dire, calendariale (c’è fra altri l’enigmatico « 20 gennaio » che sarebbe inscritto in ogni poesia, di cui Celan parla in occasione del premio Büchner, attribuitogli nel 1960, e che Coscia cerca intelligentemente di interpretare; e il 20 aprile 1970, in cui il poeta si toglie la vita…). In particolare, il 20 « rimanda al Nulla prima della creazione », la quale, di fatto, proprio in quanto « esilio di [da] Dio » introduce alla Storia, al male (e ometto, sia pure a fatica, i momenti cruciali della vita di Celan, ricomposti nel libro, che sostanziano drammaticamente questa prospettiva diciamo <em>astratta</em>). Concretamente, « come continuare a fare poesia dopo Auschwitz »? e per di più nella lingua degli aguzzini? Marina Cvetaeva ha detto che « tutti i poeti sono ebrei », e Coscia la cita, proprio a proposito di Celan, per avvalorare il fatto che « la poesia porta il segno non solo della follia schizofrenica, dell’ine­vitabile dissociazione dall’Altro, ma anche il segno incancellabile dello sterminio. »</p>
<p>Ecco, da qui in poi (l’itinerario di Celan è fra i primi del libro) un pensiero mi si è affacciato nella mente, e si è via via arricchito. Delle diciannove vite di artisti che Coscia sceglie di restituire, tredici sono di scrittori (nel senso di scrittori e scrittrici, ovviamente, e includendo in questa categoria anche i poeti). Per alcuni di essi il legame con l’ebraismo è racchiuso nella biografia, è ovvio, e a volte irrompe prepotentemente nel progetto di scrittura; ma per altri, me ne sono reso conto ad esempio leggendo l’itinerario di Virginia (W&#8230;), sembra esistere in modo sotterraneo, sfumato (ci sarebbe da fare una caccia al tesoro attraverso gli indizi che Coscia – Fabrizio, volontariamente? – dissemina nelle pagine che la concernono; in particolare, fra altri temi, mi ha colpito la tensione fra la parola, la parola scritta, con la sua capacità di rendere reale il mondo, sia pur frammentariamente, quindi illusoriamente&#8230;, e il silenzio). Da qui, la domanda che mi sono fatto, e faccio anche a te, Fabrizio: non si potrebbe dire, come a continuare l’affermazione di Marina Cvetaeva, che, almeno nel mondo che a torto o a ragione chiamiamo Occidentale, « tutti gli scrittori sono ebrei », o se preferisci, per uscire dalle formule ad effetto, che hanno un legame inevitabile con l’ebraismo, come una sorta di luce che illumina la radicale solitudine in cui ogni scrittore si trova ? Lo dico non per fare una <em>boutade </em>ma, molto semplicemente, perché non conosco, sicuramente non alle origini del nostro percorso Occidentale (che molto deve anche alla straordinaria Grecia dell’« oralità »), un’altra cultura che abbia messo la parola scritta così « religiosamente » al centro della propria identità collettiva, trasformando il leggere e lo scrivere in veri e propri atti sacri, inventando, alimentando lo studio, il commento infinito, e nel contempo questionando il proprio rapporto ai testi. E poi, ripensando sul finire del tuo libro al mistico Celan, e al male della Storia che inevitabilmente accompagna la creazione, mi è tornato in mente il Midrash Rabbah, con un’immagine a commento del primo versetto della <em>Genesi </em>che dà le vertigini: « [In principio] Dio guardava nella Torah e creava il mondo ». Il Libro insomma preesisterebbe e dirigerebbe la Creazione! Nella prospettiva del tuo libro, la scrittura mi è dunque apparsa come un ponte verso il Prima del Tempo, o se preferisci verso il Nulla vagheggiato da Celan, un mezzo capace di penetrare il complesso groviglio di felicità e dolore che caratterizza l’esistenza umana, come anche, potendo idealmente posizionarsi prima della Creazione, di ricominciare a creare, mondi nuovi, diversi, che meglio ci si adattano rispetto a quello in cui ci è stato dato di nascere – in ogni caso, luoghi inventati, impalpabili ma ben reali, che ci orientano, ci aiutano, e ci permettono di vivere. Per altro, il testo, ogni testo, non è solo « creazione », ma anche dialogo, confronto, riscrittura, ricerca di significato…. Insomma, in questo senso, non è lecito pensare che ogni qualvolta ci mettiamo a scrivere, anche senza saperlo, partecipiamo di questo paradigma?</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p><em>P.S.</em> L’appendice, le liste. I 19 artisti di Coscia, di cui come nel suo indice, indico solo i nomi, alcuni sono già sciolti qua sopra, altri dovrebbero, credo, potersi indovinare, per i restanti si potrà eventualmente leggere il libro (già, Fabrizio, perché in quest’ordine? non alfabetico, non cronologico, né per nascita o per morte… forse solo nell’ordine in cui li hai pensati ?): David, Cesare, Francesca, Paul/ 1, Enrique, Virginia, Nick, Yasunari (con Yukio), Philipp, Jean, Stefan, Paul/ 2, Sarah, Emilio, Rachel, Marilyn, Hart, Mark, Marina. Gli artisti che nel libro non ci sono ma avrebbero potuto esserci e a ai quali, con tanti altri, il libro è dedicato: Vitaliano, Sergej, Luigi, Sylvia, Lucio, Walter, Kurt, Violeta, Guido, Stig, Primo, Amelia, Vincent. Alcuni (solo alcuni) degli altri artisti di cui avrei voluto leggere o scrivere io (fra suicidi reali o solo in parte o chi lo sa) : Jimi, Janis, Jim, Salvador, Ingeborg, Hans <em>alias</em> Jean, Simone, e Franz, anche se fisiologicamente muore di malnutrizione e tubercolosi in un sanatorio vicino Vienna, poco prima di compiere quarantun anni, perché più di tutti incarna quel paradigma profondo di cui ho detto alla fine di questo mio testo.</p>
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		<title>Pietà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Feb 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[iinsonnia]]></category>
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<p>di <strong>Ilaria Palomba</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="988" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-1024x988.jpg" alt="" class="wp-image-106703" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-1024x988.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-300x289.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-768x741.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-1536x1482.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-2048x1976.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-150x145.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-696x671.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-1068x1030.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-1920x1852.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/01/IMG_5207-435x420.jpg 435w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Nel violento, trafelato alternarsi di stati d’animo, cercando rifugio nelle Suite di Bach, telefona O. Quando le chiedo come stai, ride, giustamente. Dice che ha cambiato badante, che trascorre quasi tutto il tempo a letto, che la nuova l’accompagna solo quattro ore al giorno, che la presenza dei suoi per quanto salvifica è in fin dei conti snervante, che il suo amore virtuale prosegue, anche se nessuno dei due fa un passo per renderlo reale. O. ha trovato un soffio vitale anche nell’impossibilità di muoversi, nella piccola scoperta delle sensazioni recuperate. Truccarsi al mattino per mandare una fotografia all’uomo con cui la sentivo parlare ogni giorno in ospedale, curare l’alimentazione fin nei minimi dettagli per mantenere il corpo esile, fare il botox per ringiovanire. Piccole cose, dice, che ti danno la misura del senso di esserci ancora.</p>



<p>Sto cercando anch’io quel senso, dico.</p>



<p>Ma tu cammini, dice.</p>



<p>Lo so, scusami.</p>



<p>No, non devi scusarti.</p>



<p>Sì, invece.</p>



<p>C’è qualcosa su cui dovresti riflettere.</p>



<p>Cosa?</p>



<p>Sei certa di aver deciso consciamente?</p>



<p>Non saprei, ero stanca.</p>



<p>Sì, ma di cosa?</p>



<p>Non lo so, mi vergogno molto. Un paio di volte, sotto acido, molto prima dell’incidente, ho visto il mio corpo cadere dall’alto, poi in coma.</p>



<p>Non chiamarlo incidente.</p>



<p>Come dovrei chiamarlo?</p>



<p>Suicidio.</p>



<p>Tentativo di suicidio.</p>



<p>Non era un tentativo.</p>



<p>In che senso?</p>



<p>In rianimazione ne hai avuto un assaggio.</p>



<p>Ma era delirio, avevo un trauma cranico, ero sotto morfina.</p>



<p>Cosa sentivi?</p>



<p>La voce di un uomo.</p>



<p>E cosa diceva?</p>



<p>Che dovevo rinunciare al mio nome, o la vita o il mio nome, che questo era solo un passaggio, solo una delle quindicimila vite che mi spettavano, e che se l’avessi sprecata la successiva sarebbe stata identica.</p>



<p>Hai vissuto una breve incursione nello spirito, ma poi l’hai dimenticato. Hai compreso il significato della richiesta della voce? A cosa devi in realtà rinunciare?</p>



<p>Non lo so, all’ego forse, all’identità.</p>



<p>Dopo aver riattaccato mi torna quell’antico senso d’angoscia che in alcuni momenti accompagna le mie giornate. La porta è chiusa a chiave, sento le voci dei miei, che ormai tento in ogni modo di arginare. Ho perfino paura di attraversare il corridoio e raggiungere il bagno.</p>



<p>Cammino su via Appia il primo di novembre, con mia madre, scegliamo le verdure dal fruttivendolo, cercando di capire cosa mangiare e cosa no. Lascio a lei l’arbitrio dei gesti, come se per un anno e mezzo fossi stata assente. Cerco di osservarla con benevolenza, o almeno mi sforzo di farlo. Ci dividiamo le buste, prendo spinaci e kiwi, lei fagiolini, tocchetti di carote e zucchine. Poi entriamo in un negozio in cui eravamo state un anno fa, la negoziante non mi riconosce. Ero appena uscita dall’unità spinale, avevo il deambulatore, mi stancavo dopo pochi passi, sudavo e mi dolevano le ossa del bacino. Avevo capelli radi, incarnato terreo, corporatura lasca e gonfia per i farmaci. Ora sono un’altra, e mi felicita sapere non mi abbiano ricondotta a quell’essere amorfo che entrò un anno fa con il rollator e subito si abbandonò inerme sui cuscini all’ingresso. Scelgo delle magliette nere a righe, una traforata e una blu, la commessa mi indica un camerino. Dal camerino sento mia madre dire alla commessa: Si ricorda? L’anno scorso. È la prima volta che torna in un negozio da allora. Povera figlia. No, perché?, dice l’altra. Ho visto che porta un tutore, ha avuto un incidente? Mia madre rincara la dose, con il suo atteggiamento melenso e patetico, sciorina il repertorio dei sette mesi di ospedale, degli undici interventi, di modo che uscendo dal camerino, oltre a notare di essere tornata a calzare discretamente una quarantadue, mi accorgo dello sguardo compassionevole della commessa, e mi sento nuovamente freddata dalla violenza della pietà. Adesso va meglio, vero? Complimenti per i traguardi raggiunti, dice. Severa, la osservo e abbandono il negozio, mia madre resta lì con le magliette in braccio. Più tardi, a casa, le dirò di lasciarmi in pace. Al suo rimbrottare, seguono le becere ciance di mio padre, per cui: Non è mica colpa nostra, troppo bene ti è andata, e non ci hai mai neanche ringraziato. Così, stremata, ripensando alla loro presenza costante, al commento di ogni azione, alle code in bagno al mattino, al senso di colpa che mi hanno instillato per quel gesto di cui forse non avevo mai neppure supposto fossero in parte responsabili, agisco sconsideratamente fracassando un tavolinetto in legno all’ingresso e l’appendiabiti. Mio padre fa per colpirmi ma prima che lo faccia gli do un pugno in faccia e torco il polso a mia madre che tenta di fermarmi. Torno nella mia stanza, nel berciare indefesso della mente che non mi abbandona e si spande esiziale in ogni parte di me, fino a rigettarmi nell’insensatezza di ogni cosa, nella mia insignificanza, nel desiderio antico e sempiterno di abbandonare il mondo.</p>



<p>Questa e molte altre notti rinfocolate dall’insonnia, medito nuovamente di annientarmi, giunta ancora qui, nel deserto, nel deserto dell’affetto, del sentire, del giudicare. Non ho sentimenti che non siano spregevoli, la mia sola consapevolezza è di non essere quel prodigio da loro prefigurato, di non aderire all’ideale scolpito dalle aspettative di tutti, o forse solo dalle mie.</p>



<p>Una casa in mezzo al bosco, coperta da embrici, cerco riparo riconoscendo alla finestra il volto di una donna dai tratti velatamente nipponici, e di un uomo. Uno sconosciuto al pianoforte suona una melodia che interrompe bruscamente per ricominciare molte volte daccapo. Lo contemplano, seminudi, fradici. Dalla posizione in cui sono – una ladra che voglia arrampicarsi per entrare dalla finestra della mansarda – posso vederli fino alle clavicole. Sembra si siano spogliati poco prima che arrivassi. È una nudità familiare, sottende un’antica complicità, probabilmente antecedente al mio suicidio – ho smesso di usare la parola incidente grazie alla perentorietà di O. –, nudità da lenocinio di cui non posso essere artefice. Io sono l’estranea alla finestra, ma la casa è quella della mia infanzia, il Prima assoluto. Filze di biancheria intima pencolante e bagnata di pioggia nell’orto antistante il muro. Era bianco, quel muro, e rosse le tegole, sarebbe stata la casa disegnata da un bambino se non fosse stata un tempo la mia. Urlo e batto le mani ai vetri e lei, salace, pur guardando in mia direzione, finge di non sentirmi e non vedermi. Anche lui mi guarda ignorandomi; non si toccano, ma quelle nudità abbacinano spietate. Non posso più essere toccata, e neppure vista, scivolata oltre la linea di confine tra vivi e morti, tra abili e inabili. Resto a guardare le foglie roride, e la tempesta – il cielo iniettato di folgori – mi colpisce strappandomi la giacca.</p>



<p>Svegliarsi e non svegliarsi mai. Controllare il telefono, trovare i soliti messaggi, decidere di sparire. Come si prende la decisione di farlo? Come nel sogno, guardavo altri riuscire dove io avevo fallito, e andavo bendata tra le spade. Ero quella precisa carta degli arcani minori. Poi, sono stata risparmiata, ma continuano a lasciarmi fuori dalla porta di una casa che non mi appartiene più. Non chiedo perdono. Mio padre mi osserva senza parlare, mia madre alza le spalle: non ho chiesto perdono neanche a loro. Quella pietà non posso accettarla, così come la premura riservata ai malati, ai paria. Se non posso entrare nel mondo, combattere, sapere che giungerà un giorno il mio grande sì alla vita, allora voglio andarmene. Al culmine del pianto vado a prendere la cartella clinica della rianimazione del San Giovanni.</p>



<p><em>Orientamento diagnostico:</em></p>



<p><em>03/05/2022</em></p>



<p><em>Politrauma in caduta da grande altezza: ESA, PNX polmonare destro, emotorace destro con aree contusive polmonari, fratture costali multiple scomposte a destra, lacerazione segmenti epatici V-VI sottoposto a trattamento in radiologia interventistica, emoperitoneo, frattura da scoppio L2 con frammenti endocanalari, frattura pluriframmentaria del sacro, frattura scomposta branca ischiopubica destra e acetabolo, frattura processi trasversi L1L2L5S1-destra.</em></p>



<p><em>Referto:</em></p>



<p><em>03/05/2022</em></p>



<p><em>TC del collo senza MDC</em></p>



<p><em>TC cranio senza MDC</em></p>



<p><em>TC del bacino senza MDC</em></p>



<p><em>TC del torace senza e con MDC</em></p>



<p><em>TC addome superiore con e senza e con MDC</em></p>



<p><em>Esame eseguito prima e iniezione di mdc per via e.v.</em></p>



<p><em>Iperdensità dell’emiporzione sinistra del tenorio come per ESA.</em></p>



<p><em>Strutture mediane in asse.</em></p>



<p><em>IV ventricolo normale e in sede.</em></p>



<p><em>Spazi liquorali della volta e della base di ampiezza nei limiti.</em></p>



<p><em>Falda di PNX polmonare a destra che risale fino all’apicema con maggiore spessore in sede basale circa cm3 di diametro.</em></p>



<p><em>Modesta quota di emotorace a destra.</em></p>



<p><em>Ampie aree contusive polmonari nel lobo medio e inferiore a destra.</em></p>



<p><em>Fratture costali multiple scomposte a destra.</em></p>



<p><em>Lacerazione dei segmenti epatici V-VI con segni di spandimento attivo di mdc in fase arteriosa che si rifornisce nelle fasi più tardive.</em></p>



<p><em>Segni di emoperitoneo con quota ematica periepatica e nel Douglas.</em></p>



<p><em>Frattura da scoppio di L2 con frammenti ossei endocanalari coinvolgente lamine e peduncoli.</em></p>



<p><em>Frattura pluriframmentaria del sacro.</em></p>



<p><em>Frattura scomposta della branca ischio-pubica destra con piccoli spot attivi parasinfisi omolaterali e dell’acetabolo con coinvolgimento del pilastro anteriore.</em></p>



<p><em>Frattura dei processi trasversi di L1-L2-L5-S1 di destra.</em></p>



<p>Dal punto di vista scientifico non ha senso essere qui. Non oso più pronunciare molte parole, non ne trovo di adeguate. Nella cartella clinica dell’unità spinale era scritto: livello di lesione L2-B; paraplegia. B è quasi completa. Sono arrivata in unità spinale il 25 maggio in quelle condizioni. Sono uscita il 28 ottobre con il rollator, il livello della lesione era cambiato. Dovrei sempre riaprire quella cartella per rendermi conto. Perché io dimentico. Ritorno al punto di partenza. I libri accatastati. Il mandala sulla parete. Gli armadi e gli specchi. Il parquet. Lo sproloquiare del notiziario. Il rombo di un’auto. Pioggia. Dimentico di aver vissuto qui prima del suicidio. Di essere stata quasi anoressica. Di aver portato a casa amanti appena conosciuti per poi tornare ossessivamente a pensare a lui. Dimentico. Le mani, la lingua, il sesso. E di aver poi pensato alla punizione. Non sentirai mai più. Vogliono amputarti l’arto destro a partire dalla vagina. Resterai storpia. Di aver detto a un’infermiera: Vi prego, staccate tutto, non posso affrontarlo. Embolizzazioni. Trasfusioni. Dimentico. Cosa ci fai qui? Meriti questa seconda possibilità? A quali condizioni? Non pensare. Ora cammina. Non pensare. Non devi pensare.</p>



<p>Quello che accade dopo un suicidio, se si sopravvive, naturalmente, è che alcuni non ti considerano più tra i vivi, li spaventi, per loro sei comunque morto e devi costantemente affermare che esisti, è stucchevole, ma va fatto.</p>
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		<title>È meglio bruciarsi subito che spegnersi lentamente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Apr 2021 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Alberto Tonti</b><br />Appena varcata la soglia dell’Exodus Recovery Center si rende conto che non sarebbe servito a nulla. Non è la prima volta che si ritrova in quella situazione:...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-88118 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Cobain2.jpg" alt="" width="1200" height="765" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Cobain2.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Cobain2-300x191.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Cobain2-768x490.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Cobain2-1024x653.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Cobain2-250x159.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Cobain2-200x128.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/01/Cobain2-160x102.jpg 160w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /> di <strong>Alberto Tonti</strong></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Appena varcata la soglia dell’Exodus Recovery Center si rende conto che non sarebbe servito a nulla. Non è la prima volta che si ritrova in quella situazione: colloqui con psicologi, visite mediche, tante pillole colorate, dieci venti trenta gocce, tutto bianco, asettico. Perché è finito ancora lì? Glielo ha chiesto Courtney? Pat, Dylan, John e Chris lo hanno messo con le spalle al muro? Per il bene della piccola Frances Bean? Stronzate. E’ lì perché, dopo due anni, qualcosa può essere cambiato. Ma tutto è come prima: la clinica, le cure e lui, che non riesce a sostituire neppure una rondella del suo ingranaggio complicato. Troppo silenzio per urlare, troppo ordine per spaccare, troppa pulizia per sporcare, troppo lusso per restare. </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Su questo mondo non c’era venuto di sua spontanea volontà: era stato invitato e, dunque, stava ancora aspettando di divertirsi. Dopo i primi sette anni con sua madre Wendy, suo padre Don e sua sorella Kimberley, aveva sempre convissuto col dolore e anche i momenti felici erano stati solo brevi permessi: troppo poco. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Il giorno di Natale del ‘74 era sceso per ricevere il suo regalo. Il pacco sotto l’albero sembrava troppo grosso rispetto alla scatola lunga con dentro il fucile e le foto di Starsky&amp;Hutch che desiderava tenere fra le mani. Lo aveva aperto con un brutto presentimento e dentro ci aveva trovato solo carbone. Era scappato in camera da letto e sul muro aveva scritto: “odio la mamma odio il papà, il papà odia la mamma, la mamma odia il papà e questo ti fa venir voglia di sentirti tanto triste”. Aveva quasi otto anni e suo padre se ne stava andando, definitivamente. Il senso di colpa si mescolò alla rabbia, la rabbia superò l’amore, lo strappo rimase lì profondo e ben presto si trasformò in trasgressione.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Kurt non capì mai fino in fondo dove preferisse vivere. Un continuo andare e venire con la sensazione che da un’altra parte sarebbe andata meglio. La valigia era sempre a portata di mano, bastava riempirla con i soliti quattro stracci e cambiare aria. A casa di sua madre. Nella roulotte del padre. Dagli zii. Sul divano degli amici. Sotto il ponte di North Aberdeen. Niente e nessuno riusciva a dargli ciò di cui aveva bisogno. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Ci mise due anni a ricucire il rapporto con suo padre. Tutti e due si erano impegnati con grande determinazione, Don gli aveva giurato che dopo Wendy non avrebbe avuto mai più un’altra moglie e, comunque, aveva deciso di vivere solo con lui: allenarlo al baseball, alla lotta, ascoltare musica, andare a caccia. Era un buon patto, ci poteva stare. Don tradì presto quella promessa e non servirono a nulla le buone maniere della nuova moglie. Il microbo mondo di Kurt andò in pezzi per la seconda volta. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Piccolo, biondo, arruffato, fragile, duro, angelo, diavolo, appassionato, scostante, beffardo, cinico, onesto, testardo, invincibile. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Il taglialegna era veramente furibondo, non poteva permettere di farsi prendere in giro da un ragazzino sporco e indisponente e allora gli mollò un ceffone. Il sangue uscì dal naso, lo pulì con la manica della maglietta, si rimise in piedi, sorrise e mostrò il dito medio dritto e tremante. Quella bestia di cento chili lo colpì di nuovo. Kurt sorrise e il dito scattò ancora, piccolo ma non meno indisponente. Un cazzotto lo fece volare per terra, si rialzò a fatica, mostrò il dito e sorrise. Piuttosto che cedere si sarebbe fatto uccidere e allora il taglialegna si arrese, se ne andò, lasciandolo lì col maledetto dito teso e la smorfia di sfida sulla faccetta tumefatta, impavido fino alla morte.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Per il suo compleanno lo zio Chuck fu il primo a dargli la possibilità di scegliere, prima non lo aveva fatto nessuno. Una chitarra elettrica o una bicicletta? Non gli sembrava vero: poteva decidere. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Una vecchia Sears e un amplificatore da 10 watt mezzo scassato divennero la sua passione. Si chiudeva in camera, regolava il volume al massimo e ci dava dentro per delle ore. Non suonava, faceva più rumore possibile, aveva imparato pochi accordi e con quelli strangolava il manico della chitarra, schiaffeggiava le corde con il plettro, urlava fino a diventare rauco. Tirava fuori tutta la rabbia che aveva in corpo e alla fine era esausto. Si sentiva punk e decise di diventare una rockstar ma prima provò ad essere uno stuntman. Lo aveva visto fare in TV: un tizio sulla moto prendeva la rincorsa, sfrecciava su una lunga pedana, volava sopra i tetti di una decina di auto, planava su un’altra pedana come se niente fosse. Era facile ed eccitante. Si inventò una serie di prove alla sua portata ma non per questo meno pericolose. Per provare la sensazione di volare arrivò a buttarsi dalla finestra del primo piano atterrando su un materasso e qualche coperta. Per provare la sensazione di scoppiare attaccò parecchi petardi a una lastra di ferro, se la legò addosso e poi diede fuoco: rimase sordo per un bel pezzo. Tutto sommato era meglio il rock. Il rock divenne la sua ragione di vita. Si concentrò su quello, anche perché l’ambiente in cui stava crescendo e la gente che ci viveva non gli davano alternative. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Aberdeen è una cittadina dello Stato di Washington, nascosta al fondo del porto di Gray. Scoscese colline incombono a nord e a est, la nebbia spesso copre e avvolge case e paesaggio, in alto vivono i proprietari delle segherie in basso i proletari: i Cobain vivevano in basso. L’oceano senza fine è a due passi, ma il paese è intrappolato in una morsa di cupezza. Una incombente angoscia aleggia fra le case fatiscenti che rispecchiano l’indigenza di chi ci vive, l’oscurità domina il paesaggio e il paesaggio è un nulla malsano. L’alcolismo e la violenza domestica sono all’ordine del giorno. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Kurt ha dodici anni quando suo prozio, Burle Cobain, si spara un colpo di fucile in pancia e diciassette quando il fratello di Burle decide di farla finita sparandosi alla testa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">I primi idoli, Beatles, Rolling, Queen presto diventarono solo un ricordo, roba da ragazzini, meglio Johnny Rotten, Sid Vicious, Iggy Pop, Richard Hell, Ramones e Clash, meglio ancora i Melvins che suonavano proprio a Montesano, dove Kurt ogni tanto viveva con suo padre. Loro erano davvero bravi. Gli sarebbe piaciuto far parte della band. Ma gli bastava andare ad ascoltare le prove, aiutarli a caricare e scaricare le attrezzature da palco, applaudirli durante i concerti, dimostrare tutta la sua grande ammirazione. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Nella fase dell’infatuazione, non aveva nessuna cognizione della sua personalità, era ancora alla ricerca di se stesso. Per un lungo periodo fece intendere ai suoi compagni in classe di essere omosessuale. Frequentò a lungo un ragazzo gay, col quale andava perfettamente d’accordo, e quando cominciarono a prenderlo in giro, dandogli della checca, si rese conto che quella condizione lo rendeva visibile, diverso: lui agli occhi degli altri era finalmente qualcuno. Un enorme passo avanti rispetto all’anonimato.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Riuscì ad avere finalmente un audizione con i Melvins ma fu un disastro, per timidezza o paura non espresse nulla rispetto alla musica che aveva in corpo e che stava covando. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Si richiuse in se stesso, era alla ricerca di un cambiamento, gli serviva qualcosa per andare avanti. L’occasione giunse quando sua madre Wendy, in preda a un attacco di gelosia tentò di prendere a fucilate il suo terzo marito, un omone fedifrago e spesso ubriaco ma, non riuscendo neppure a caricare il fucile, raccolse tutte le armi che trovò in casa e le gettò nel fiume. Il giorno dopo, aiutato da alcuni amici, Kurt organizzò la pesca, riuscì a recuperare quasi tutto e lo andò a vendere. Spese i soldi del ricavato per un nuovo amplificatore. Un gioiello, rispetto a quello regalatogli dallo zio Chuck, con quello sì che avrebbe potuto far crollare la casa, quella della madre o quella del padre, l’importante era avere lo strumento giusto per arrivare al massimo frastuono possibile. Ci riuscì, naturalmente. Ma il prezzo per i suoi sfoghi fu troppo alto da pagare: suo padre, al culmine dell’esasperazione, salì in camera, staccò la spina, gli strappò la chitarra dalle mani e la fece a pezzi. “Sarebbe bastato chiedermi di abbassare il volume… lo avrei fatto!”, confessò al bibliotecario della scuola, uno dei pochi col quale aveva instaurato un rapporto. Non era vero: Kurt non sarebbe mai stato un ragazzo obbediente o, perlomeno, propenso ad accogliere le richieste degli altri per ragionevoli che potessero essere. Nulla e nessuno avrebbe potuto condizionarlo, teneva troppo alla sua primitiva libertà, per quanto indisponente apparisse agli occhi di chiunque, così come credeva fermamente che tutti avessero il diritto di esprimere la propria, per quanto dolorosa potesse risultare ai suoi occhi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">La biblioteca gli serviva per trarre ispirazione dai libri, prendere appunti per le sue elucubrazioni in forma di canzone, spunti per pensieri sparsi scritti un po’ dappertutto, in forma di graffiti o altro. Cose come “Nixon ha ucciso Hendrix”, “Abortite Cristo”, “E’ il momento che lo stupido se ne </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">vada”, “Potere omosessuale”. Ma anche per approfondire qualcosa che, d’un tratto, lo colpiva profondamente: la tragica vita di Frances Farmer, <i>Arancia Meccanica </i>di Anthony Burgess, di cui lesse poi l’opera completa, o tutti gli scrittori che iniziavano per b: Beckett, Bukovsky… una paranoia che durò qualche mese. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Quando, come e perché arrivò il giorno della droga non è dato sapere. L’unica certezza è che Kurt non amava la cocaina perché lo avrebbe reso ben disposto verso gli altri, troppo propenso a socializzare, ad aprirsi, a mostrare quella parte di se stesso che voleva fortemente restasse solo sua. Col tempo la testa aveva cominciato a dettare legge al corpo. Nel giro di qualche anno la bronchite divenne cronica, gli spasmi gastrici si trasformarono in continui conati con tracce di sangue, la schiena iniziò a procurargli dolori lancinanti, la sofferenza fisica, lentamente, divenne una costante di vita. E’ probabile che l’eroina servisse per calmargli i dolori o forse divenne semplicemente una delle tante componenti capitate o cercate per bruciare prima possibile. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">In effetti solo la musica riusciva a farlo sentire bene e quando incontrò Chris Novoselic, uno spilungone di origine serba che sapeva suonare il basso e che adorava gli stessi suoi idoli, la voglia di mettere in piedi una band prese il sopravvento sul resto. Tutto successe in fretta. Il gruppo assunse diverse denominazioni: Sell-outs, Skid Row, Ted Ed Fred, Throat Oyster, Pen Cap Chew, Windowframe, Bliss, poi, finalmente Nirvana. In soli due anni, dall’89 al ’91, i ragazzi “sporchi e cattivi” divennero gli eroi della musica grunge. Cobain non fece in tempo a rendersi conto di essere diventato un idolo che, quando successe, tutto divenne ancor più complicato. Chiunque avrebbe vissuto l’improvvisa notorietà come una benedizione, non lui. A lui sarebbe bastato dimostrare di essere diventato qualcuno nei luoghi che lo avevano visto crescere scontroso e ribelle, suonare negli stessi club dove restava a bocca aperta a godersi gli adorati Melvins, essere semplicemente apprezzato in un ristretto ambito underground o poco più. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Verso la fine del ’91, il secondo album, <i>Nevermind</i>, con uno sforzo promozionale pari a zero, divenne un best-seller a livello planetario, riconosciuto dalla critica e dal popolo come un vero e proprio capolavoro degli anni 90: un disco perfetto, interamente partorito da una mente apparentemente imperfetta. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">In concerto i Nirvana alternavano esibizioni memorabili a completi disastri. Molto dipendeva dall’umore di Kurt, ma spesso dal comportamento del pubblico. Il classico rituale degli strumenti sfasciati a fine concerto rimase sempre e comunque una dello loro caratteristiche. Non era certo una novità, Pete Townshend degli Who aveva cominciato a spaccare la chitarra già negli anni 60, Kurt e Chris lo facevano perché quella era l’unica chiusura all’altezza dei testi e della musica delle loro canzoni, il solo possibile finale. Gli attriti all’interno del gruppo nacquero per questioni di royalties. Kurt a tutti gli effetti era i Nirvana e gli sembrò logico ottenere più soldi degli altri, alla fine gli altri dovettero accettare, non avrebbero avuto altra scelta. Ma il vero motivo delle incomprensioni fra Novoselic e Cobain fu la droga. Chris non sopportava di vedere il vecchio amico buttare via la sua vita giorno dopo giorno, soprattutto adesso che erano diventati della rockstar. Le promesse di smettere, i brevi periodi di disintossicazione, le ricadute di Kurt esasperarono i loro rapporti, tanto che sul palco e in sala di registrazione erano insieme, per il resto ciascuno faceva vita a sé. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Poi arrivò Courtney Love.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Un anno prima del loro incontro lei aveva fondato un gruppo, gli Hole, tutte donne tranne il chitarrista, ottenendo un buon successo. Lui restò affascinato dagli occhi enormi, esageratamente bistrati di nero, dai capelli biondi sconvolti ma, soprattutto, dal suo esprimersi senza reticenze, dai movimenti imprevedibili, dal fatto che con lei sarebbe potuto succedere qualsiasi cosa in qualunque momento. Il loro divenne un amore appassionato e conflittuale, fisicamente tenero e psicologicamente violento, scandito da una sorta di metronomo impazzito, condizionato dai rispettivi umori e, soprattutto, sfibrato dall’eroina e dalle continue crisi di Kurt. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Si sposarono il 24 febbraio del ’92. Courtney aspettava un bambino. L’opinione pubblica, informata dalla stampa in cerca di scandali, inorridì quando venne a sapere che, nonostante la maternità, lei aveva continuato a far uso di droghe e che lui ne era completamente succube. Le cose, verosimilmente, non stavano in quei termini ma quando la macchina delle accuse si mise in moto per la coppia fu davvero impossibile riuscire a fermarla. Per la gente erano diventati i nuovi amanti maledetti (come anni prima lo erano stati Sid Vicious dei Sex Pistols e Nancy Spungen). </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Il 18 agosto del ’92 nacque Frances Bean Cobain. La continua ridda di voci riportate dai media costrinse il Tribunale di Los Angeles a interessarsi del caso e a imporre l’affidamento a una sorella di Courtney, considerato che la coppia non era in grado di dare garanzie sufficienti alla normale crescita della bambina. </span></span></p>
<p>“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Non credo che Courtney e io siamo così stronzi. Nelle nostre vite ci è mancato l’amore e ne abbiamo così tanto bisogno che l’unico obiettivo è quello di dare a Frances quanto più amore possiamo, quanto più aiuto possiamo. Sono certo che è l’unica cosa che non cambierà mai.” </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">La battaglia per riavere la piccola Frances fu dura e difficile, l’angoscia e il dolore che ne derivarono non fecero altro che scuotere l’equilibrio psichico già instabile di entrambi. Più di una volta pensarono al suicidio, ci rinunciarono solo perché prima o poi erano sicuri di poter vivere con la bambina. Dal momento in cui accadde Kurt volle avere Courtney e Frances sempre accanto, in tour e in studio: “…ho avuto una figlia e sono innamorato: questa è l’unica benedizione che penso di aver ricevuto, questa è la vita che voglio”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Ma le ombre nella sua mente troppo spesso oscuravano i momenti di apparente felicità. Chi gli stava accanto sopportava con rassegnazione i continui cambiamenti di umore, i momenti di normalità e i lunghissimi mutismi, i sorrisi benevoli e gli scatti d’ira. Nonostante il travolgente successo, l’improvvisa ricchezza, l’innegabile soddisfazione di essere riuscito a tanto, Kurt proprio non ce la faceva a venirne fuori. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Il quarto album fu un calvario. Tutti si aspettavano un altro capolavoro. La casa discografica mise a disposizione un budget da capogiro, Cobain decise di cambiare produttore, scelse il migliore sulla piazza, Steve Albini. Le cose andarono a meraviglia per un po’, poi, per colpa di nessuno in particolare, cominciò a serpeggiare una generale insoddisfazione. Alcuni brani vennero scartati, altri interamente rifatti, Kurt chiese il supporto di un altro produttore. Alla fine <i>In Utero </i> vide la luce ma non brillava certo come <i>Nevermind</i>. I fans gridarono comunque al miracolo, Kurt no. Odiava e rispettava la gente con la stessa forza, era convinto di dover trovare altre strade per non prendere in giro se stesso e gli altri, il punto era da che parte? Provò con un disco senza spina, un classico concerto “unplugged” inventato e sponsorizzato ormai da anni da MTV. Per la casa discografica si trattava di una ghiotta operazione commerciale adatta a un circuito collaudato, una maniera di allargare gli orizzonti dei Nirvana. Per lui, invece, fu il tentativo di sperimentare la sua musica in un contesto “tradizionale” e vedere che effetto potesse avere più su se stesso che su gli altri. Molti critici lo ritennero un piccolo capolavoro, i fans si divisero: alcuni si domandarono allibiti dove fosse finito il loro eroe, altri si sentirono traditi, altri ancora accettarono la svolta anche perché, a onor del vero, Cobain aveva fatto un altro bellissimo disco. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Il primo marzo del ’94 al Terminal Einz di Monaco i Nirvana tennero un concerto. Tutti i presenti si resero conto che Kurt era lì in carne e ossa ma che in effetti sembrava una sorta di zombie, un giocattolo a cui qualcuno aveva dato un tanto di carica per farlo muovere, suonare, cantare per quella notte e basta. Aveva bisogno di riposo e a Roma lo aspettava Courtney per passare qualche giorno di vacanza assieme, ma quel soggiorno all’hotel Excelsior si sarebbe rivelato una vera sciagura. Cinquanta pillole di Rohypnol avrebbero stroncato chiunque eppure, ricoverato d’urgenza al Policlinico in stato comatoso, lui sopravvisse. Ci aveva provato? Forse. Sta di fatto che all’ospedale Americano, dove venne trasferito per la convalescenza, appena riuscì ad aprire gli occhi chiese carta e penna e scrisse: “toglietemi questi fottuti tubicini dal naso”. Dopo tre giorni era già sull’aereo che lo riportava a Seattle. Messo alle strette da Courtney e da un pugno di amici finalmente decise di farsi disintossicare all’Exodus Recovery Center. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Lì dentro proprio non riesce a starci, scavalca il muro di cinta e torna a Seattle. Ancora una volta da solo in giro senza una meta: nel parco vicino a casa vestito da barbone, con un gruppo di tossici a drogarsi fino al limite dell’overdose, nel secondo appartamento di Carnation a dormire per terra col sacco a pelo, in taxi a comprare proiettili per il fucile. Poi finalmente a casa, nella stanza sopra il garage, in compagnia del suo peggior nemico: se stesso. Blocca la porta con uno sgabello, si toglie il cappello, butta per terra il portafogli, si fa una dose di eroina, scrive una lunga lettera con l’inchiostro rosso: “ Parlerò con la lingua di un vero sempliciotto che ovviamente preferirebbe essere piuttosto un lagnoso e infantile privo di mascolinità. </i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Questa nota dovrebbe essere piuttosto facile da comprendere.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Tutti i suggerimenti delle 101 correnti punk rock attraverso degli anni, sin dalla mia prima introduzione alle, per così dire, etiche coinvolte con l’indipendenza e il coinvolgimento della vostra comunità si sono rivelate verissime. Non ho provato l’eccitazione di ascoltare e di creare musica assieme alla lettura e alla scrittura da troppi anni ormai. Mi sento colpevole oltre ogni dire rispetto a queste cose.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Per esempio quando siamo nel back stage e le luci calano e il pazzo ruggito della folla ha inizio non mi influenza nel modo in cui influenzava Freddy Mercury, che sembrava amare, godere dell’amore e dell’adorazione della folla, qualcosa che ammiro e invidio totalmente. Il fatto è che non vi posso fregare, nessuno di voi. E’ semplicemente ingiusto per me e per voi.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Il peggior crimine che mi venga in mente sarebbe di derubare la gente fingendo e comportandomi come se mi stessi divertendo al 100%.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino prima di salire sul palcoscenico. Ho tentato tutto ciò che era in mio potere per apprezzarlo (e lo apprezzo, Dio, credetemi è così, ma non è abbastanza). Apprezzo il fatto che io e noi abbiamo influenzato e divertito un sacco di gente. Forse sono uno di quei narcisisti che stimano le cose soltanto quando non ci sono più.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Sono troppo sensibile. Dovrei essere lievemente stordito per riguadagnare quell’entusiasmo che una volta avevo da bambino.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Nei nostri ultimi tre tour ho avuto modo di apprezzare meglio tutta la gente e tutti i fans che ho conosciuto personalmente, ma ancora non riesco a superare la frustrazione, la colpa e l’empatia che ho per tutti. C’è del buono in ognuno di noi e credo di amare la gente semplicemente troppo, così tanto che mi fa sentire maledettamente triste. Il triste piccolo, sensibile, incapace di apprezzare, Pesci, uomo-Gesù!</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Perché non te la godi e basta? Non lo so! Ho una dea di moglie che trasuda ambizione ed empatia e una figlia che mi ricorda tanto quello che ero una volta, piena d’amore e gioia, bacia ogni persona che incontra perché tutti sono buoni e non le faranno del male. E questo mi terrorizza a tal punto che a malapena riesco a ragionare. Non posso sopportare il pensiero che Frances diventi la miserabile e autodistruttiva star del death rocker che sono diventato io.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Mi è andata bene, molto bene, e ne sono grato, ma dall’età di sette anni, mi sono riempito di odio verso tutti gli umani in generale. Solamente perché sembra così facile per la gente andare d’accordo e avere empatia. Solamente perché amo e mi dispiaccio troppo per la gente, credo.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Grazie a voi tutti dal profondo del mio stomaco bruciante e nauseato per le vostre lettere e la vostra attenzione durante gli anni passati. Sono un bambino troppo incostante e lunatico! Non ho più la passione, e quindi ricordate, è meglio bruciarsi subito che spegnersi lentamente.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Pace, amore, empatia.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Kurt Cobain</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Frances e Courtney, sarò al vostro altare.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Ti prego vai avanti Courtney per Frances.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Per la sua vita, che sarà così più felice senza di me.</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>VI AMO, VI AMO.”</i></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">L’8 aprile 1994, attorno alle nove di mattina, la polizia trovò il corpo di Kurt Cobain.<i> </i>Le scarpe nere di gomma con le stringhe luride, le calze bianche di spugna arrotolate, il jeans sdrucito, la maglietta incolore, una macchia scura sul pavimento partiva dalla testa, la faccia era sfigurata dal colpo di un Remington calibro 20. Se n’era andato a 27 anni, come Janis Joplin e Jimi Hendrix.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La violenza fantasma &#8211; o della violenza psicologica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Mar 2017 06:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l&#8217;incendio. Eraclito &#160; Esiste un forellino collocato nella zona occipitale : da lì qualcuno entra, s&#8217;incista come una larva, emette uova, prolifera. Questo forellino, nella lingua della psichiatria odierna, è chiamato &#8220;ferita narcisistica&#8221;. Là, il narcisista patologico, il manipolatore perverso, trova la forma adatta per inserire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l&#8217;incendio. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Eraclito</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-67453" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/gaslight-gif-2-300x240.gif" alt="gaslight gif 2" width="300" height="240" /></p>
<p>Esiste un forellino collocato nella zona occipitale : da lì qualcuno entra, s&#8217;incista come una larva, emette uova, prolifera. Questo forellino, nella lingua della psichiatria odierna, è chiamato &#8220;ferita narcisistica&#8221;. Là, il narcisista patologico, il manipolatore perverso, trova la forma adatta per inserire il piccolo marchingegno che ha fabbricato negli anni, come nel gioco dei bambini, il cubo forato &#8211; e ad ogni foro corrisponde un oggetto. L&#8217;oggetto del manipolatore è un oggetto preciso, ha bisogno del foro corrispondente per poter inserirsi con precisione.</p>
<p>Un breve <a href="http://sociale.corriere.it/anche-la-violenza-psicologica-uccide-fermiamola-ora/?cmpid=SF020103COR">articolo</a> del Corriere della Sera del 2 febbraio s&#8217;intitola(va) &#8220;Anche la violenza psicologica uccide. Fermiamola ora!&#8221;. L&#8217;articolo, seppur breve, un trafiletto, illustra rapidamente i danni che la vittima di violenza psicologica può subire e invita alla luce, a far luce, alla parola, alla denuncia. Di per sé è cosa buona : non esiste, infatti, solo violenza fisica : la violenza esiste anche in altra forma, in altre forme &#8211; e le ferite invisibili all&#8217;occhio (ma rilevabili ad uno sguardo attento, che indaga oltre la superficie del visibile) possono essere talvolta anche peggiori : possono anche, in ultima istanza, condurre alla morte del soggetto che la subisce &#8211; sia essa una morte reale (spingere l&#8217;altro verso il passaggio all&#8217;atto, fino anche al suicidio), sia essa una morte di spirito, una morte psichica, una morte-in-vita.</p>
<p>Una morte in vita che può virare nella completa distruzione dell&#8217;autostima, nella vergogna dell&#8217;esistere, nel vissuto di indegnità, nella auto-nullificazione. L&#8217;articolo, in cui viene fornito anche un numero verde apposito, invita alla denuncia, ma non prende in considerazione un presupposto necessario da cui partire e per cui ogni possibile messa in luce o in parola delle condizioni del soggetto vittima di violenza psichica viene a cadere : perché quel soggetto , nella maggioranza dei casi, porta già le tracce, nella sua personale biografia, di altre violenze, di altri abusi (forse preistorici), o anche di vere e proprie patologie per cui è già in cura o che non ha ancora affrontato e con cui prima o poi dovrà fare i conti. La vittima non è una &#8220;vittima a caso&#8221; : è scelta accuratamente : deve avere, appunto, quel forellino in cui ci si possa introdurre.<br />
Non è un caso che la maggior parte delle donne e degli uomini vittime di narcisisti patologici (che operano attraverso la produzione dell&#8217;angoscia nell&#8217;altro), soffrano già (o siano predisposte a) depressione, anoressia, bulimia, tossicomania, disturbi d&#8217;ansia generalizzata, autolesionismo &#8211; e la lista potrebbe continuare a lungo.</p>
<p>Questo particolare, che può sembrare in prima istanza trascurabile, è in realtà radicalmente influente : al cospetto di un terzo che possa ascoltare o che possa accogliere la sofferenza della vittima e &#8211; chiaramente &#8211; di fronte all&#8217;altro che la violenza l&#8217;agisce, la persona diventa &#8220;incredibile&#8221;, &#8220;increduta&#8221; : <em>sei tu la/il malata/o!</em> &#8211; come accade nel film<i> Gaslight </i>del 1944 diretto da George Cukor, in cui la luce delle lampade a gas si affievolisce, i quadri e altri oggetti spariscono per mano di Gregory, il marito di Paula, che fa credere a Paula di essere l&#8217;arteficie degli accadimenti, portandola a credersi folle, conducendola a un lento isolamento da luoghi e relazioni, e dalla relazione con i luoghi. Il titolo <i>Gaslight</i> è infatti tradotto in italiano con : <i>Angoscia</i>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>La perversione rappresenta un mettere con le spalle al muro, un prendere alla lettera la funzione del Padre, dell&#8217;Essere supremo. Il Dio eterno preso alla lettera, non già nel suo godimento, sempre velato e insondabile, ma nel suo desiderio in quanto interessato all&#8217;ordine del mondo &#8211; sta qui il principio in cui, pietrificando la propria angoscia, il perverso si installa in quanto tale.<br />
Lacan</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-67454" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/gaslight-gif-3.gif" alt="gaslight gif 3" width="245" height="150" />Questo meccanismo perverso (che di perververtimento si tratta) non solo produce doppiamente senso ed esperienze di colpevolezza e vergogna nella vittima, ma preclude ogni possibilità di essere davvero creduta, di essere presa in considerazione nel suo dire, nel suo appello &#8211; là dove ci sia ancora la forza di pronunciarlo.<br />
Se i segni della violenza fisica (per quanto anch&#8217;essa produca nel soggetto che la subisce &#8211; specialmente se agita all&#8217;interno delle mura domestiche, non estemporanea ma perpetrata nel tempo, quotidiana &#8211; vissuti di vergogna, di automortificazione, di perdizione, di umiliazione) sono verificabili e di-mostrabili all&#8217;altro, quelli della violenza psicologica non lo sono affatto. Non c&#8217;è sangue versato, tutt&#8217;al più il sangue è coagulato in una zona scura all&#8217;interno del corpo, si annida nella testa, crea ematomi interni, sacche di dolore ammuffite nel costato. E&#8217; allora davvero possibile che la vittima sia in grado e nelle condizioni di poter denunciare, se la vittima stessa (già &#8220;vittima&#8221; prima ancora di diventarlo), è stata prescelta proprio perché non munita degli strumenti che permetterebbero di non cadere nella trama dell&#8217;altro, nella ragnatela tessuta dal narcisista manipolatore?</p>
<p>La risposta vorrebbe essere: sì, è possibile. La realtà sfortunatamente dimostra il contrario. L&#8217;isolamento in cui cade (è una vera e propria caduta) il soggetto che fa esperienza di manipolazione e violenza psicologica, è un ulteriore elemento che va considerato : l&#8217;altro che agisce tende infatti ad escludere la propria vittima dalle relazioni che questa intratteneva prima di incontrarlo, cerca di sottrarla <em>al</em> e <em>dal</em> mondo &#8211; e questo per due principali motivi : da un lato, per la tendenza propria del manipolatore ad agire sull&#8217;altro attraverso istanze di potere, decidendo per lei/lui ciò che deve vivere e con chi deve vivere, dall&#8217;altro lato perché così facendo aumenta il grado di dipendenza della vittima nei suoi confronti. Il soggetto che subisce si ritrova così, paradossalmente, all&#8217;interno di un mondo in miniatura in cui il contatto avviene quasi esclusivamente con la persona che lo sta lentamente distruggendo, a credere (o illudersi) di poter vivere solo con il proprio carnefice, solo se supportato dal carneficie, al punto limite in cui l&#8217;unica persona a cui potrebbe realmente chiedere aiuto è proprio la persona da cui dovrebbe fuggire.</p>
<p>Tutto ciò non ha minimamente a che vedere con la formula sadismo-masochismo : la coppia narcisista manipolatore (o, per usare un termine più affine alla psicoanalisi : perverso)/ vittima non vive di quello che talvolta, con un ghigno e molta superficialità si cerca di dimostrare, e cioè che la vittima resta lì, resta nella posizione frustrante e dolorosa perché gode nel lasciarsi fare del male : la vittima di violenza psicologica non è (questo è bene ricordarlo) un masochista che ama farsi sottomettere e che ha bisogno di un sadico che compia il suo dovere. E&#8217; portatrice &#8211; lo ripeto &#8211; di una ferita che attira, attrae e su cui il perverso può cominciare a lavorare. E&#8217; infatti di un lavoro che si tratta, un lavoro meticoloso, talvolta urlato, talvolta messo in atto attraverso il &#8220;gioco del silenzio&#8221;, in cui tutto deve restare immobile e immutato, nulla deve scomporsi, pena la morte. Ciò che chiamo gioco del silenzio è una delle posizioni preferite assunta dal soggetto perverso : fabbricare l&#8217;angoscia nell&#8217;altro, lavorare affinché si produca angoscia nell&#8217;altro, fino al punto limite in cui &#8211; com&#8217;è noto nel mito di Narciso &#8211; l&#8217;altro si dà alla morte : anche Eco muore.</p>
<p><em>E&#8217; una terra sconosciuta, impopolata, fatta di crani abbassati, di piegamenti sulle ginocchia, di bocche cucite, di fili sottili, di tremori notturni, di impossibilità, di nebbia, è la terra dei senza gambe, di ciglia strappate, dei portatori di vischio nelle pupille</em>.</p>
<p>Partendo quindi dal presupposto che il soggetto oggetto di violenza psicologica non sia una vittima casuale ma una donna (o un uomo) con determinate e precise caratteristiche, partendo dalla constatazione che quel soggetto venga scelto non con una partita a dadi ma con una profonda (conscia o inconscia poco conta) consapevolezza, la questione del come agire, cosa fare, dev&#8217;essere rivista e rivalutata.</p>
<p>Si tratterebbe allora non tanto (non solo) di educare la persona che sta già subendo violenza a denunciarla, quanto piuttosto educare preventivamente a riconoscere le mosse compiute dal potenziale manipolatore prima che queste riescano &#8211; come farebbe un ragno &#8211; a tessere la ragnatela attorno alla vittima prescelta da cui questa non può o non vorrà più uscire per il timore della caduta nel vuoto e in ultimo della morte. Morte del Sé, morte della vita, caduta fuori dalla scena del mondo.</p>
<p>Prevenire il &#8220;cattivo incontro&#8221;, spalancare l&#8217;occhio al possibile, là dove quell&#8217;occhio è già stato ferito. Riaprire quindi la ferita non con il bisturi di chi la violenza l&#8217;agisce, ma con la cura e la grazia di chi ha gli strumenti per farlo, per poter ripulire i detriti e gli elementi putrefatti che offuscano la vista : pulviscolo biografico, strutturale.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Last words</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/02/18/last-words/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Feb 2017 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Andres Serrano]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Tinti]]></category>
		<category><![CDATA[Last words]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gabriele Tinti immagini di Andres Serrano # Ancora una volta ho mandato a puttane la mia vita e questa volta non c’è rimedio. Non ho una casa, non ho un lavoro, non ho un soldo. Ho due figlie meravigliose che si meritano molto più di quanto io possa offrir loro, dalla vita si meritano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/cover-italiano-TINTI-1-202x300.jpg" alt="COP_9424_Last Words_Tinti_ok:Layout 1" width="202" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-67258" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/cover-italiano-TINTI-1-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/cover-italiano-TINTI-1.jpg 401w" sizes="(max-width: 202px) 100vw, 202px" /></p>
<p>di <strong>Gabriele Tinti</strong></p>
<p>immagini di <strong>Andres Serrano</strong></p>
<p>#</p>
<p>Ancora una volta ho mandato a puttane la mia vita<br />
e questa volta non c’è rimedio. Non ho una casa,<br />
non ho un lavoro, non ho un soldo. Ho due figlie meravigliose<br />
che si meritano molto più di quanto io possa<br />
offrir loro, dalla vita si meritano di meglio di quanto<br />
io potrò mai dar loro (&#8230;) Sono così depresso e so che<br />
non ne verrò fuori.<code><span id="more-67140"></span></p>
<p>#</p>
<p>Che cos’è passare qualche annetto all’inferno. È<br />
tutto quello che ho intorno. Non pagherò più le bollette.<br />
Non guiderò più la macchina. Non laverò più, stirerò<br />
& rammenderò i vestiti. Non dovrò più mangiare<br />
gli avanzi cucinati il giorno prima. Non è vivere questo.<br />
Semmai è un modo di morire. Non riesco a mangiare<br />
quella porcheria che lei cucina. La notte non riesco<br />
a dormire. Ho sposato la donna sbagliata e ho<br />
sprecato la mia vita.</p>
<p>#</p>
<p>Ehi, ragazzi, se adesso state leggendo queste righe<br />
vuol dire che ho deciso di farla finita, ma volevo soltanto<br />
che sapeste che va tutto bene. Sul serio, non spaventatevi!<br />
Sono contento di quello che sto per fare, davvero,<br />
e dovreste esserlo anche voi. Ok, statemi bene.</p>
<p>#</p>
<p>A tutti i miei amici e ai miei cari, vi chiedo solo un<br />
ultimo favore: non lasciate che il mio spirito muoia.<br />
Ricordatemi per tutte le risate e i momenti felici, per le<br />
emozioni vissute insieme. Spero di essermi ritagliato<br />
un posto nei vostri cuori e di aver colpito ognuno di voi<br />
in modo speciale. Ho scelto di morire, ma non ho scelto<br />
di essere dimenticato. Devo trovare un mondo nuovo,<br />
un mondo fatto di pace e felicità. Voglio che tutti<br />
voi sappiate che non ho paura di morire, solo di smettere<br />
di vivere. Mi mancherete.</p>
<p>#</p>
<p>Non ho una famiglia e non ho amici, non ho quasi<br />
da mangiare, nessun lavoro in vista e scarsissime<br />
prospettive per il futuro. Quindi ho deciso che continuare<br />
a vivere non ha nessun senso. Ho intenzione di<br />
andare in macchina fino a un posto appartato vicino<br />
a casa mia, collegare il tubo di scappamento all’abitacolo,<br />
prendere dei sonniferi e usare la benzina che rimane<br />
per metter fine alla mia vita.</p>
<p>*<img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-67144" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/ANSE-Rat_Poison_Suicide_II_1992-PIC-1024x876.jpg" alt="ANSE-Rat_Poison_Suicide_II_1992 PIC" width="720" height="616" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/ANSE-Rat_Poison_Suicide_II_1992-PIC-1024x876.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/ANSE-Rat_Poison_Suicide_II_1992-PIC-300x257.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/ANSE-Rat_Poison_Suicide_II_1992-PIC-768x657.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/ANSE-Rat_Poison_Suicide_II_1992-PIC.jpg 1152w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p>#</p>
<p>Ho il cuore spezzato dalle persone a cui volevo bene,<br />
perdonatemi ma non ce la faccio più. Questa è<br />
l’univa via d’uscita. Addio mondo di merda.</p>
<p>#</p>
<p>Cara Mamma, ti voglio bene con tutto il cuore. Solo<br />
che non ero fatto per questo mondo! Spero di poter<br />
trovare un posto di pace e felicità, un posto in cui poter<br />
essere abbastanza bambino per vivere e abbastanza<br />
uomo per sopravvivere. Ti voglio bene! Spero tanto che<br />
tu possa credermi. Forse nel mio viaggio troverò Gesù.<br />
Prega per me mamma. Prega che io trovi la felicità. Sapessi<br />
che dolore ho dentro! Voglio che se ne vada via del<br />
tutto. Voglio un nuovo inizio. Non ho paura di morire<br />
mamma. Ho solo tanta paura del domani!</p>
<p>#</p>
<p>Caro Mondo, me ne vado per noia. Mi sembra di<br />
aver vissuto abbastanza. Ti lascio con le tue preoccupazioni<br />
in questa dolce fogna – buona fortuna.</p>
<p>#</p>
<p>Seconda ripresa. Spero di farcela questa volta.</p>
<p>#</p>
<p>Ci ho provato. Nessuno mi ha ascoltato, mi dispiace<br />
tanto. Non posso continuare a farci del male.<br />
Ora siamo al sicuro. Ora anche noi possiamo essere<br />
felici. Trova nel tuo cuore il modo di perdonarmi. È mio<br />
dovere proteggerlo. So che Dio riceverà nostro figlio a<br />
braccia aperte. Sii felice per lui.</p>
<p>#</p>
<p>Stai diventando avido. Comportati da adulto. Rilassati,<br />
non farà male.</p>
<p>#</p>
<p>Conto alla rovescia per 45 minuti… Che cosa dovrei<br />
fare in questi 45 minuti?</p>
<p>*</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-67145" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/ANSE-Suicide_by_Hanging_1992-PIC-1024x835.jpg" alt="ANSE-Suicide_by_Hanging_1992 PIC" width="720" height="587" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/ANSE-Suicide_by_Hanging_1992-PIC-1024x835.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/ANSE-Suicide_by_Hanging_1992-PIC-300x245.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/ANSE-Suicide_by_Hanging_1992-PIC-768x627.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/02/ANSE-Suicide_by_Hanging_1992-PIC.jpg 1205w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /> </p>
<p>*</p>
<p><strong>Nota dell'autore</strong></p>
<p><em>Last Words</em> è stato il frutto di un lavoro di ricerca sulla rete. Nell’era dei socials le ultime parole scritte su carta, i biglietti di addio come ancora ce li figuriamo, non esistono più. Facebook, Twitter e i quotidiani che riportavano i tragici accadimenti, sono state le mie fonti obbligate. </p>
<p>In questo libro ho voluto mantenere per me un ruolo che potrei dire “lieve” d'una regia la cui unica invenzione è stata pensare, ideare quest'opera. Alla preliminare ricerca ha fatto poi seguito la composizione delle ultime parole in una collettanea, in un poema della realtà.<br />
</code></p>
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			</item>
		<item>
		<title>La strategia del contagio e la corta memoria occidentale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/08/05/un-strategia-internazionale-della-tensione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Aug 2016 12:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Arrighi]]></category>
		<category><![CDATA[attentato di Nizza]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
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		<category><![CDATA[isis]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Recalcati]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
		<category><![CDATA[stragismo]]></category>
		<category><![CDATA[strategia della tensione]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo islamista]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Arrighi &#160; Sarà difficile sapere se l’Isis aveva programmato o previsto la creazione di una simile sensazione di incertezza e paura nei paesi occidentali e non solo. Sto parlando del contagio che l’azione di un soggetto suicida esercita, sia esso un singolo cittadino dilaniato da disagio personale o un fiero combattente in nome [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Arrighi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sarà difficile sapere se l’Isis aveva programmato o previsto la creazione di una simile sensazione di incertezza e paura nei paesi occidentali e non solo. Sto parlando del contagio che l’azione di un soggetto suicida esercita, sia esso un singolo cittadino dilaniato da disagio personale o un fiero combattente in nome di qualche religione. E’ ormai patrimonio della psicologia più comune il fatto che è meglio non rivelare pubblicamente l’avvenuto suicidio di qualcuno. Altre persone gravemente disagiate potrebbero infatti pensare che è venuto il momento “giusto” per potare a termine anche la loro vita. Così, nelle metropolitane delle città più popolate non viene mai comunicato esplicitamente che la circolazione dei treni è interrotta per un suicidio portato a termine; talvolta non si parla neppure di “incidente”, ma quasi sempre di “guasto tecnico”.</p>
<p>Ecco che, con clamoroso ritardo, i mezzi di informazione capiscono il pericolo di un contagio al di là di ogni immaginazione, legato proprio alla diffusione della mania di pubblicizzare foto, immagini di ogni tipo e informazioni o commenti su quanto di peggio accade nel nostro quotidiano. E’ proprio grazie alla diffusione di immagini e notizie macabramente dettagliate di soldati fondamentalisti che si  fanno esplodere uccidendo civili,  che è possibile sollecitare suicidi simili in soggetti non necessariamente  ispirati da qualche fanatismo religioso. Il suicida, nel suo isolamento sociale, appare strettamente quanto  letalmente collegato a quella  società che lo ignora, non lo valorizza abbastanza, ma che tuttavia lo circonda e resta importante per lui.</p>
<p>Già gli studi classici di E.  Durkheim ci raccontano di questo collegamento dell’aspirante suicida con gli altri. Il suicidio può apparire <em>egoistico</em> se l’individuo si suicida per una mancata integrazione nel suo contesto; ma può essere <em>altruistico</em> quando l’individuo si suicida, invece, identificandosi con l’ideale del gruppo di appartenenza; così il suicidio è<em> anomico</em> quando l’individuo, in seguito al disgregarsi delle sue relazioni sociali, perde anche la propria identità. Il suicida, nota la psicologia kleiniana, compie sia una vendetta che un’espiazione. Si vedica di torti subiti, portando su di sé la <em>colpa</em> di uccidersi e uccidere e si sente tuttavia anche<em> vittima</em> <em>innocente</em> sempre di quei torti che ritiene gli siano stati indirizzati nelle più svariate maniere. Il suicida, come appare spesso evidente, in molti casi si uccide provocando almeno problemi più o meno gravi alla collettività che lo circonda: blocca i mezzi pubblici, fa saltare in aria la palazzina dove abita con il gas, ecc. L’Isis ha offerto una motivazione in più per un suicidio spettacolare, che danneggia gravemente chi viene coinvolto, senza distinzioni di razza o di appartenenza religiosa (i musulmani risultano tra i più colpiti) e sembra garantire al suicida anche una relativa celebrità <em>post-mortem</em>. Il che si inserisce nelle tematiche di molti suicidi che, nel loro disturbare la quotidianità, esprimono in maniera definitiva e massima il loro odio e rimprovero a tutti quelli che rimangono.</p>
<p>Frustrazione e rabbia albergano in ognuno di noi e come psicoterapeuta spesso mi capita di occuparmene clinicamente. Il classico pensiero distruttivo “vorrei uccidere quasi tutti, cioè genitori, partner, colleghi di lavoro o capiufficio”, legato a motivazioni di vario genere, più o meno consapevoli, se non elaborato, può facilmente sfociare nel  progetto indicibile: “per uccidere gli altri uccido anche me stesso, così &#8211;  come si accennava &#8211;  divento carnefice e vittima!” L’Isis ha quindi creato uno stato di tensione che probabilmente non immaginava. In Europa, non siamo abituati – e facciamo di tutto per non abituarci – all’idea di essere in una situazione di guerra. In Iraq o in Siria, per citare solo due esempi, la situazione è inequivocabile: nessuno è sicuro di essere vivo nel futuro prossimo. Da noi no: è troppo angosciante immaginare di essere coinvolti in una guerra di un genere nuovo: non c’è un esercito “nemico” che arriva nel nostro paese a cui   arrendersi o coi cui eventualmente collaborare.</p>
<p>Si pensi alla controversa storia italiana nel suo rapporto col nazifascismo, ad esempio. (Si veda il recente saggio di F. Focardi <em>Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale</em>. Laterza, Bari, 2013). Qui il “soldato nemico” è un apparentemente innocuo partecipante ad una manifestazione nel nostro tempo libero che improvvisamente ci uccide, uccidendo se stesso. Oppure, aspetto ancora più inquietante, è un nostro concittadino, interessato al fondamentalismo religioso solo per quanto gli può servire a rendere  importante mediaticamente il suo gesto. L’attentato di Nizza o quello di Monaco di Baviera (Luglio 2016) sono infatti compiuti da soggetti ispirati da tematiche razziste e religiose, ma non da <em>convinti soldati</em> di un qualche Dio, come possono essere gli appartenenti alle truppe del califfato che lottano a Sirte, in Libia.</p>
<p>Se non c’è allora nessun “nemico riconoscibile” da affrontare e la sicurezza è affidata a soggetti che non solo non sono riusciti a impedire i diversi attentati, ma che, in alcuni casi, come quello nella chiesa di Saint- Etienne du Rouvray, avevano schedato e conoscevano bene gli attentatori e le loro intenzioni, allora la sensazione è quella di essere in periodo simile a quello degli anni ’70 in Italia, caratterizzato da quella che, secondo alcune opinioni, veniva definita come la <em>strategia della tensione</em>. Noi italiani dovremmo almeno conoscere e ricordare alcune stragi compiute non da fondamentalisti islamici ma da terroristi <em>made in Italy</em>, che non si suicidavano ma provocavano stragi ben più gravi di quelle attualmente compiute in Europa o almeno non meno drammatiche: alludo, per citare quelle più importanti, alla strage di Bologna ( 2 agosto 1980, un ordigno esplode alla stazione di Bologna e provoca il crollo dell’ala ovest: 85 morti, 200 feriti.), Piazza Fontana ( 12 dicembre 1969, un ordigno all’interno della Banca nazionale dell’Agricoltura uccide 17 persone e ne ferisce 88). Ovviamente diversi sono i contesti, i periodi storici e le motivazioni e dolorosamente controverse sono tuttora le interpretazioni storiche di quel periodo e di quei fatti: ma l’obiettivo sembra assai simile, cioè creare una situazione di incertezza generale nella popolazione civile. Come anche gli opinionisti di destra notano, neppure le forze di polizia, per quanto potenziate, esaltate e lasciate libere di compiere significative restrizioni nelle comuni libertà civili, come quella di partecipare a manifestazioni, sembrano garantire una sicurezza minima auspicata da ogni posizione politica. Questa <em>strategia della tensione</em> è infatti congruente con gli obiettivi dell’Isis che, contrariamente a quanto propaganda, non sembra mirare ad una conquista dell’Occidente – per ora neanche lontanamente raggiunta, se paragonata all’ascesa rapida della Germania nazista in Europa dal 1939 al 1944 – ma ad un suicidio collettivo in nome di paradisi fantasticati. Oppure l’obiettivo dell’Isis è, in termini sempre corrispondenti alla letteratura sul suicidio accennata, psicoanalitica ma non solo, quello di essere vendicatori e vittime suicidali di torti subiti. Quali possono essere questi torti? Le diseguaglianze planetarie che da secoli vengono confermate da politiche economiche gestite dall’Occidente, soprattutto a suo favore? Identità e integrazione sociale promesse e mai mantenute ai figli di migranti di prima, seconda o terza generazione in stati europei? Probabilmente entrambe queste motivazioni, ma anche altre, scarsamente conosciute dal pubblico italiano. Ricordiamoci che ogni fonte di informazione è solo una delle tante “finestre sul mondo”, non l’unica.</p>
<p>Restando invece sul tema dell’identità, credo interessante ricordare che in nome di ideali e di identità nazionali più o meno solide anche in Occidente non si è certo risparmiato in termini di perdite inutili di vite umane. Si pensi alle operazioni di guerra palesemente suicide gestite dal nostro generale Cadorna che, nel suo “Libretto Rosso sosteneva esplicitamente che negli attacchi “le prime file dei soldati servivano soltanto a fare da scudo alle seconde file”. Quindi alcuni soldati – non pochi – erano inevitabilmente destinati a morire, indipendentemente dalla loro capacità di combattere e dalla fortuna in combattimento. Del resto, lo stesso psicoanalista e polemologo Risè sostiene che “L’uomo è stato disponibile a morire per millenni, per avere un’identità, ed evidentemente lo è ancora”.</p>
<p>Quindi la situazione si fa sempre più drammatica. Non si tratta quindi di blindare ulteriormente le nostre frontiere. Il pericolo può arrivare da giovani, anche di origine europea, in cerca di un’identità “forte” per riscattare una vita anche economicamente agiata, ma priva di senso. Ecco che l’Isis propone proprio questo: chiunque può diventare soldato di Allah, se disposto ad immolarsi. Del resto, l’idea di avere “Dio dalla propria parte” non è per niente originale: l’Occidente quasi in tutte le sue guerre di conquista e civilizzazione passate e recenti  si è  sempre presentato come <em>guidato da Dio</em>; naturalmente, quello a sua immagine e somiglianza.</p>
<p>Che fare dunque? Se polizia ed eserciti vivono nella consapevolezza che non possono neppure agire come nel più totalitario degli stati, dato che se è (forse) possibile incarcerare tutti i possibili sospetti di simpatie fanatico religiose o tutti i possibili soggetti contrari ad un governo (come sta avvenendo in Turchia), è credo impossibile controllare e segregare tutti i soggetti con possibili turbe psichiche (spesso non facili da diagnosticare con certezza), tendenze suicidali o variamente emarginati. Il rischio che corriamo lo possiamo comprendere leggendo tra le righe un altro punto della definizione generale di suicidio:</p>
<p>“Siccome l’isolamento favorisce il suicidio, si è constatata una maggiore incidenza nei grossi centri urbani e tra persone che vivono sole rispetto ai coniugati; più numerosi si sono rivelati i suicidi nelle classi economicamente più agiate rispetto a quelle meno abbienti.” Quindi le persone da “controllare scrupolosamente” diventano davvero troppe per qualunque paese. Ecco che allora il gesto “jihadista”, come nota anche Recalcati, suscitando emulazione “si moltiplica coinvolgendo anche chi non professa quella ideologia”. Verrebbe da commentare, con una certa ironia, che sarebbe meglio indirizzare quei (numerosi) giovani in cerca di un’appartenenza “forte” alle tante altre sette occidentali esistenti certamente meno suicidali rispetto all’Isis. Purtroppo, sempre con amara ironia, appare anche poco credibile, data l’inarrestabile diffusione di mezzi tecnologici e il sempre vivo interesse per il macabro, raccomandare, come hanno  anche fatto recentemente le forze di polizia tedesche, la non trasmissione e diffusione di immagini di attentati, violenza e azioni terroristiche di vario genere. Come possiamo attenerci a questo consiglio, se stampa e (soprattutto) televisione o mezzi audiovisivi in generale prosperano soprattutto mostrando, in modo dettagliatamente morboso, quasi come un macabro mantra ripetuto ad orari regolari, (quasi) solo il peggio di quello che avviene nel pianeta? Forse una volutamente semplice risposta potrebbe essere cominciare a prendere consapevolezza dell’esistenza delle tante contraddizioni sociali, politiche, etiche , economiche per citarne solo alcune, della storia dell’Occidente che di vittime militari e soprattutto civili ne hanno prodotte tante.</p>
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		<title>Édouard Levé, Suicidio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2015 06:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Édouard Levé]]></category>
		<category><![CDATA[bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa francese]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Dire che tu ballassi non sarebbe esatto. Anche quando la musica ti avvolgeva, trascinando i corpi nel vortice del ritmo, non riusciva a penetrarti. Accennavi qualche passo, ma più che ballare era mimare il ballo. Ballavi da solo. Quando uno sguardo incrociava il tuo, sorridevi come chi viene sorpreso in una situazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Dire che tu ballassi non sarebbe esatto. Anche quando la musica ti avvolgeva, trascinando i corpi nel vortice del ritmo, non riusciva a penetrarti. Accennavi qualche passo, ma più che ballare era mimare il ballo. Ballavi da solo. Quando uno sguardo incrociava il tuo, sorridevi come chi viene sorpreso in una situazione assurda. </i><i><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-57479" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/2778849-4526193_0-214x300.jpg" alt="2778849-4526193_0" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/2778849-4526193_0-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/2778849-4526193_0.jpg 250w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></i></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è un libro che mima il suicidio, e che lo anticipa. Un libro che non racconta semplicemente, ma che è, esso stesso, una situazione assurda. <span id="more-57478"></span><br />
Edouard Levè, scrittore e fotografo, ha ricostruito con solerzia la morte di un amico, il suo gesto estremo e la desolazione sconfinata dei congiunti che resta appiccicata tutta intorno: nelle stanze vuote della casa-teatro dell’orrore, sul pavimento sporco che fu letto di un cadavere a bruciapelo, tra le pagine misteriose di un libro di fumetti, unico apparente testamento lasciato da un protagonista che si alimenta di un “tu” perenne, concreto, inalienabile.<br />
Ormai ossidato nel ricordo, plasmato dalla memoria, fatto cenere con un solo sparo di fucile, il “tu” del romanzo-vita riprende forma e sostanza, corpo e sentimento, in una minuziosa indagine a posteriori su quella che fu la sua quotidianità, i suoi gusti letterari e mondani, i suoi passatempi e le sue idiosincrasie, lasciando al lettore un impressionante sentore d’assenza, di vuoto incolmabile, una profondissima impotenza al cospetto del divenire delle cose umane.</p>
<p style="text-align: justify;">La prosa secca e sempre ben circostanziata, mai sopra le righe, anzi stigmatizzata quasi dalla paratassi stringente e ossessiva, ricompone e disvela, pagina dopo pagina, il carattere ambiguo e speculare delle due entità suicidali: l’”io” e il “tu” altri non sono che il prima e il dopo, l’aspettativa e la conseguenza, l’indecisione e la fermezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Ci divertivamo a ripetere il proverbio: Sfama un gatto per tutta la vita e ti lascerà in un sol giorno; sfama un cane per un sol giorno e ti sarà fedele per tutta la vita. Tu sei stato il gatto, io il cane. </i></p>
<p style="text-align: justify;">Perché l’epilogo è ben noto, preannunciato già in quarta di copertina: Edouard Levè, dieci giorni dopo aver consegnato questo manoscritto al suo editore, si è tolto la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la questione è più complessa di quella che potrebbe sembrare, di primo acchito, una sorta di auto-proiezione. Il modo con cui Levè tratta il tema della morte, senza indulgenza, eppure con un velo di carezzevole tepore, è illuminante e sconcertante insieme.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Mi sono domandato spesso, dopo la tua morte, se quel sorriso, l’ultimo che abbia visto sulle tue labbra, fosse beffardo o se invece esprimesse la benevolenza di chi sa che presto abbandonerà i piaceri terreni. Non ti rincresceva lasciarli, ma non ti pesava assaporarli ancora un po’. </i></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo abituati &#8211; e chissà se ce ne stancheremo davvero, mai! &#8211; a un certo autobiografismo, che è (quasi) sempre votato al vittimismo, seppure miscelato con un piglio letterario estremamente vitalistico. Teatro-realtà della goffa stasi economica del precariato, analisi e autoanalisi di tutti i lutti familiari e i tormenti amorosi più brucianti, ricostruzione toponomastica del male di vivere che attanaglia i borghi e le cittadine di provincia di tutto lo stivale, isole comprese.<br />
Qui siamo davanti esattamente al processo opposto: una meditazione precisissima sulla morte e, ça va sans dire, sulla vita, una scrittura che è, essa stessa, esistenza e resistenza, dolore e fastidio, meraviglia di crudeltà, ma anche saggezza tenace, documento onesto e sincero di realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Nell’arte, togliere equivale a migliorare. Scomparendo ti sei perpetuato in una bellezza negativa.</i></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Per Jean-Michel Gardair</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/27/per-jean-michel-gardair/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Dec 2013 18:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Michel Gardair]]></category>
		<category><![CDATA[Pirandello]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[Jean-Michel Gardair, professore e letterato, scrittore e traduttore, è morto lo scorso agosto nella solitudine della malattia (http://etudesitaliennes.hypotheses.org/4456). Tra i molti ricordi, il più intenso è la presentazione che abbiamo fatto, in una piccola libreria parigina, oltre dieci anni fa, del suo libro Jean-Michel Gardair legge Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello (Metauro, 2001); [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Jean-Michel Gardair, professore e letterato, scrittore e traduttore, è morto lo scorso agosto nella solitudine della malattia (<a href="http://etudesitaliennes.hypotheses.org/4456">http://etudesitaliennes.hypotheses.org/4456). </a></i><i>Tra i molti ricordi, il più intenso è la presentazione che abbiamo fatto, in una piccola libreria parigina, oltre dieci anni fa, del suo libro </i>Jean-Michel Gardair legge <em>Il fu Mattia Pascal</em> di Luigi Pirandello<em> (Metauro, 2001); è una straordinaria e personalissima lettura</em><i><em> del romanzo pirandelliano. Questo il primo capitolo.</em></i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><i>Il fu Mattia Pascal </i><br />
romanzo del fu Luigi Pirandello</p>
<p style="text-align: right;"><i>Quid amabo nisi</i><br />
<i>quod aenigma est?</i><br />
<i>G. De Chirico, Autoritratto, 1911</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Il fu Mattia Pascal </i>è l’autobiografia postuma di un suicida e, in quanto tale, idealmente dedicata ai «fratelli» suicidi («fratelli miei», p. 87, li chiama appunto il narratore protagonista) di tutti i paesi e di tutti i tempi, suicidi veri o finti, o presunti, o falliti, o semplici candidati al suicidio, a tuti coloro, insomma, che hanno il suicidio per pensiero dominante; se non addirittura riservata a loro, così come Jean Genet aveva apertamente (ad apertura di libro) riservato agli «invertiti» la lettura di <i>Querelle de Brest</i>.</p>
<p>Ma è anche un giallo. Un giallo ontologico di un morto latitante. Un giallo in cui non si tratta di scoprire chi sia l’assassino, ma chi sia morto, e dove sepolto; addirittura se sia vivo o morto, o risuscitato: la sua tomba potrebbe essere vuota, e il presunto morto, suo latitante ospite, potrebbe essere il narratore che, specchiandosi nella lapide del proprio cenotafio, esclama<i> in extremis</i>: «Io sono il fu Mattia Pascal». O perfino l’autore, se, scherzando – ma non troppo – in una lettera dell’autunno 1904 (ossia tra la pubblicazione del romanzo a puntate e l’imminente edizione in volume), può suggerire il seguente frontespizio: Il fu Mattia Pascal / romanzo del fu Luigi Pirandello. Il giallo ontologico diventa, prima, ontologia del romanzo (di questo romanzo, e della narrativa in genere), poi, ontologia della scrittura.</p>
<p>Ma la tabula rasa del frontespizio e della lapide, la lapidaria eleganza del tombeau letterario non deve far dimenticare né il lungo intricato romanzo del dolore, cui attinge il «pensiero dominante» del suicidio, né il lampo accecante dell’ultima sofferenza che spinge all’ultimo salto nel buio.</p>
<p>(…)</p>
<p>La lettura che segue è stata ispirata e scandita da quotidiane passeggiate tra due tombe, nel parigino cimitero di Montparnasse, entrambe intestate a Baudelaire, lungo un percorso idealmente parallelo a quello che porta Mattia Pascal, dall’affollata scena della sua alienazione giovanile, fino alla pace del soliloquio con la lapide di se stesso. La prima, ad ovest, modesta e perfino meschina, defilata in seconda fila, piena, anzi strapiena in un angusto spazio, quasi un monumento all’infelicità familiare di Baudelaire, strozzato dall’odioso amore per la madre, risposata col Generale Aupick, che si pavoneggia in eterno nella vanitosa pompa di una lapide piccolo borghese:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><em>Jacques Aupick</em><br />
<em>generale di divisione, senatore,</em><br />
<em>già ambasciatore</em><br />
<em>a costantinopoli e a madrid,</em><br />
<em>membro del consiglio generale</em><br />
<em>del dipartimento del nord, grand’ufficiale</em><br />
<em>dell’ordine imperiale della legione</em><br />
<em>d’onore, insignito da numerose</em><br />
<em>onorificenze estere,</em><br />
<em>deceduto il 27 aprile 1857</em><br />
<em>all’età di 68 anni</em><br />
<em>___________</em><br />
<em> </em><br />
<em>Charles Baudelaire</em><br />
<em>suo figliastro, deceduto a parigi</em><br />
<em>all’età di 46 anni, il 31 agosto 1867</em><br />
<em> </em><br />
<em>___________</em><br />
<em> </em><br />
<em>Caroline Archenbaut Defayes</em><br />
<em>vedova in prime nozze di</em><br />
<em>Mr Joseph François Baudelaire</em><br />
<em>in seconde nozze</em><br />
<em>del generale Aupick</em><br />
<em>e madre di Charles Baudelaire</em><br />
<em>deceduta a Honfleur (calvados)</em><br />
<em>il 16 agosto 1871, all’età di 77 anni.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>All’altra estremità, lungo il muro di cinta, ad est, la lapide sepolcrale, segnata dal solo nume del poeta, del cenotafio di Baudelaire, che vi giace sopra, ad occhi chiusi, fasciato da strette bende di pietra, vegliato, in cima a un piedistallo a forma di pipistrello, da un genio meditabondo e scontroso che potrebbe essere il poeta stesso, o il suo doppio, l’ipocrita lettore, «(son) semblable, (son) frère».</p>
<p>Sulla diagonale contorta che porta dall’una all’altra, s’incontrano pure, volendo, le tombe di Ionesco e Beckett.</p>
<p>Ma oltre alle indubbie affinità –psicologiche e formali–, tutt’altro è il singolare percorso di Mattia Pascal; tutt’altra l’originalità del fantasticare pirandelliano, oggetto primo della nostra indagine.</p>
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		<title>Sulla questione maschile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Nov 2013 11:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[istat]]></category>
		<category><![CDATA[questione maschile]]></category>
		<category><![CDATA[suicidi]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo La letteratura non mi aiuta. Troppo alti, troppo nobili i suicidi nelle pagine dei libri. Le delusioni amorose di Werther, quelle politiche di Jacopo Ortis mi risuonano sorde, oggi, lontano da tanta temperie romantica. E neppure il mio amato Leopardi, la sfida alla natura matrigna di Saffo o Bruto, mi basta: il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/suicidio-120417121154_big.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-46932 alignleft" alt="suicidio-120417121154_big" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/suicidio-120417121154_big.jpg" width="345" height="316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/suicidio-120417121154_big.jpg 345w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/suicidio-120417121154_big-300x274.jpg 300w" sizes="(max-width: 345px) 100vw, 345px" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>La letteratura non mi aiuta. Troppo alti, troppo nobili i suicidi nelle pagine dei libri. Le delusioni amorose di Werther, quelle politiche di Jacopo Ortis mi risuonano sorde, oggi, lontano da tanta temperie romantica. E neppure il mio amato Leopardi, la sfida alla natura matrigna di Saffo o Bruto, mi basta: il suo resta il racconto di gesta eroiche, per quanto esistenziali e individualistiche. Oggi sembra si muoia soli, senza spiegazioni; quelle scritte nelle lettere d’addio sono, spesso, solo pezze che non chiariscono nulla.</p>
<p>Sempre più, in questi ultimi anni, le notizie sui sucidi trovano spazio sui media. Pare quasi una epidemia. Basterebbe controllare i dati Istat per scoprire che non è vero. Nei paesi Ocse l’Italia ha uno dei livelli più bassi di mortalità per suicidio e fra il 1993 e il 2009 la percentuale sembra diminuire, lentamente, di anno in anno. Ma si sa, le statistiche bisogna saperle leggere, fermarsi al dato bruto è un errore.</p>
<p>Bisognerebbe studiare i dati nel dettaglio. Scopriremmo così che se i tentativi di suicidio quasi si equiparano fra i sessi (con lieve predominanza maschile), i suicidi reali hanno una supremazia maschile che impressiona. Solo uno su quattro è femminile. Se cercare la morte è una tendenza condivisa fra i sessi, trovarla, riuscirci, morire per davvero, è cosa di uomini.</p>
<p>Non basta. I dati forniti dalla Polizia di Stato e dai Carabinieri dicono ancora altro. Vero: dal 2007 al 2010, cioè dall’inizio della crisi economica, i tentativi di suicidio sia maschili che femminili sono comunque diminuiti, da 3234 a 3101. Ma analizzando le tabelle scopriamo che mentre i suicidi reali femminili diminuiscono, quelli maschili aumentano in modo considerevole. Da 2201 a 2399. Vogliono morire e ci riescono. Si uccidono soprattutto nel Nord-Ovest e nel Nord-Est, dove la crisi ha colpito durissimo. Hanno più di quarant’anni, un titolo di studio medio basso. Sono spesso padri di famiglia. Spessissimo sono padri separati.</p>
<p>È come se la crisi avesse scoperto il vaso di Pandora mettendo in mostra la rigidità del modello maschile italiano e la sua incapacità di adattarsi al cambiamento.  La sua tragica inadeguatezza. Le donne, di fronte al disperdesi dello stato sociale, per antica formazione alla cura familiare, tengono botta, resistono. Gli uomini, perduta la dignità del lavoro, perdono il loro ruolo sociale. Si fanno anomici. Non sanno come reagire, non hanno l’armamentario adatto, e nelle loro espressioni più acute, reagiscono dando la morte. Spesso a se stessi, altrettanto spesso alle loro compagne o ex compagne.</p>
<p>Si parla da qualche tempo, a ragion veduta, di una questione femminile, ma forse dovremmo avere il coraggio di iniziare a parlare anche di una sempre più virulenta questione maschile. Non credo nelle interpretazioni atavista dei dati statistici. Siano esse per suicidio o per femminicidio. Non credo nel numero fisiologico, endemico, “naturale”, di morti. La natura dell’umanità è culturale. Non si da la morte, non ci si toglie la vita, per istinto, per naturale condizione di genere. È una spiegazione pilatesca, farraginosa, miope.  Vecchia come è vecchio il modo di guardare all’universo maschile.</p>
<p>Non è un caso che i giornali abbiano iniziato a raccontarcele queste storie. Non perché ora all’improvviso fa tendenza, va di moda. È l’indicatore, invece, di una nuova sensibilità. Per decenni s’è taciuto, come se morire nel chiuso del proprio appartamento fosse un fatto domestico, una vergogna privata. Ma la percezione di questi fenomeni sociali sta cambiando. È cambiata. Proprio come è accaduto con i padri separati, che decenni addietro vivevano la loro condizione come una questione personale, un’onta da non raccontare: negli anni &#8211; cambiando culturalmente la propria idea del ruolo genitoriale – hanno sempre più avuto il coraggio di mostrare la loro ferita, associandosi, ritrovandosi per parlarne, cercando solidarietà, aprendosi al mondo con tutte le loro contraddizioni.</p>
<p>La società italiana è ancora profondamente maschilista, in una realtà che non può più reggere questi modelli obsoleti l’irruzione della crisi economica ha aumentato in modo esponenziale il senso di spaesamento sociale. Cartina di tornasole, in fondo, sono i dati dei suicidi in Italia nelle comunità di non italiani. In quei casi la percentuale femminile aumenta sensibilmente, passando ad 1 su 3, in certe realtà anche 1 su 2. Senza un’identità chiara, senza diritti, senza una rete sociale, anche le donne perdono la loro forza solidale, si ritrovano deboli e inadeguate tanto quanto gli uomini.</p>
<p>Se la crisi economica non cambierà presto di segno (e quanta è grande la responsabilità della nostra gerontocrazia politica!) leggeremo ancora, purtroppo, altre di queste storie. Quello che dobbiamo fare dal punto di vista culturale è stimolare e non ostacolare l’inevitabile cambiamento dei nostri ruoli di genere, ancora troppo statici, evitando pericolose nostalgie, allargando la rete di solidarietà e il sistema dei diritti condivisi. Cercare, insomma, di non avere quelle morti private, quei talenti inespressi, siano essi di donne o di uomini, sulla nostra coscienza collettiva. Farlo, ora.</p>
<p>(<em>pubblicato su </em>L&#8217;ordine<em>, inserto domenicale de</em> La provincia di Como<em>, il 3 novembre 2013</em>)</p>
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		<title>Simone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Nov 2013 14:14:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[cattolicesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[simone]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Dalle cronache dei giorni scorsi ho appreso che a Roma il 21enne Simone si è ucciso gettandosi dal tetto dell&#8217;ex pastificio Pantanella in via Casilina perché omosessuale. &#8220;La vita piena e serena di Simone, i suoi impegni, i suoi sogni, il suo essere grato a tutte le persone, il suo obiettivo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Dalle cronache dei giorni scorsi ho appreso che a Roma il 21enne Simone si è ucciso gettandosi dal tetto dell&#8217;ex pastificio Pantanella in via Casilina perché omosessuale.</p>
<p>&#8220;La vita piena e serena di Simone, i suoi impegni, i suoi sogni, il suo essere grato a tutte le persone, il suo obiettivo di diventare un bravo infermiere per aiutare gli altri…”: sono le parole con cui Don Lorenzo, che lo conosceva bene, inizia l&#8217;omelia nella chiesa di San Giustino di viale Alessandrino, accanto alla sua bara insieme a Don Giulio, Don Silvano e padre Gianni. Anche Don Giulio, Don Silvano e padre Gianni conoscevano bene Simone e i suoi famigliari, molto assidui in parrocchia.<span id="more-46836"></span></p>
<p>&#8220;Pur con l&#8217;amore della sua famiglia” – ha continuato Don Lorenzo &#8211; Simone non è riuscito a superare le fatiche e le difficoltà della vita quotidiana, nonostante i suoi valori forti e i suoi principi. Pensiamo a quanto potesse stare male, a quanto forte fosse il suo disagio che nessuno è riuscito ad ascoltare e comprendere&#8221;.</p>
<p>Leggendo la parola “disagio” lo scenario mi si è illuminato. Disagio &#8211; per chi sa di catechismo e di chiesa cattolica &#8211; è un termine-spia. Gli omosessuali devono vivere la propria condizione con disagio; gli omosessuali devono essere accolti con delicatezza.</p>
<p>E se fossero stati proprio i valori forti e i principi di cui parla Don Lorenzo a soffocare Simone?</p>
<p>Un interrogativo avvalorato dalle parole della sorella di Simone, Ilaria; parole lette in chiesa dal padre di Simone, Fabio: “Sentirsi diversi non è bello per nessuno, ma per fortuna ci sono persone accoglienti che danno conforto a chi è in difficoltà”.</p>
<p>La sorella con cui Simone si confidava, oltre all’accoglienza e al conforto, menziona subito il “diverso”. Da qui inevitabilmente il disagio.</p>
<p>Non viene a nessuno il dubbio che forse un ragazzo di 21 anni non ne potesse più del disagio e dell’accoglienza, della castità e della tolleranza? E che &#8211; se invece della parrocchia di San Giustino di viale Alessandrino &#8211; avesse frequentato la sede Uaar di via Ostiense o il vicino Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, magari avrebbe imparato che altri valori forti, altri principi, erano in grado di indirizzarlo verso la realizzazione dei suoi sogni e delle sue aspirazioni?</p>
<p>Non viene a nessuno il dubbio che a uccidere Simone non sia stata l’omosessualità ma il cattolicesimo?</p>
<p>&nbsp;</p>
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