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	<title>sur &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;esercito di cenere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/03/13/lesercito-di-cenere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2015 13:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[José Pablo Feinmann]]></category>
		<category><![CDATA[matteo moca]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[sur]]></category>
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					<description><![CDATA[di Matteo Moca “Era un brutto giorno per morire”. Così si apre L&#8217;esercito di cenere, il romanzo di José Pablo Feinmann pubblicato da SUR con la nuova traduzione di Francesca Lazzarato. E questo è uno di quei casi in cui l&#8217;incipit, se riletto a fine del romanzo, illumina tutto il testo e, retrospettivamente, lo ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Matteo Moca</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Era un brutto giorno per morire”.</p>
<p style="text-align: justify;">Così si apre<a href="http://www.minimumfax.com//upload/files/sur/assaggio_esercitodicenere.pdf"> <strong><em>L&#8217;esercito di cenere</em></strong></a>, il romanzo di <strong>José Pablo Feinmann</strong> pubblicato da SUR con la nuova traduzione di Francesca Lazzarato. E questo è uno di quei casi in cui l&#8217;incipit, se riletto a fine del romanzo, illumina tutto il testo e, retrospettivamente, lo ha già realizzato. La storia di Feinmann è una storia di morte, una morte che assume ogni volta una sembianza diversa ma che si presenta vivida in ogni istante della vita dei protagonisti. Diversi tra loro moriranno, ma non è solo questo, si tratta di un presentimento di morte che si respira, un senso di sofferenza che si dilata tra tutti gli interstizi delle pagine, come un veleno che si vaporizza e si espande, divenendo inarrestabile (le parole del tenente Quesada sono un triste manifesto: “L&#8217;ho ucciso perché era un vecchio arrogante e vile” oppure “L&#8217;ho ucciso perché mi annoiavo” o, ancora, “Il mio destino aveva bisogno di una morte”).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1828, duecento soldati guidati dal misterioso colonnello Andrade, cavalcano in mezzo al deserto, sconvolti dal caldo insopportabile, dalla marcia forzata e dalle tempeste. L&#8217;ordine di partire è arrivato dalla Buenos Aires messa in subbuglio dalla morte del governatore Dorrego; le nuove forze (salite al potere, ricordiamolo, attraverso un&#8217;uccisione) credono che per governare lo stato sia necessario sconfiggere la barbarie, impersonata dal metafisico nemico Angel Medina, demonio più temibile di tutto il deserto, che da servitore dello stato si è trasformato in brigante, ladro di bestiame e saccheggiatore di villaggi. Eppure il nemico è molto altro, tant&#8217;è che non appare mai se non in una notte senza luna: è il simbolo di un male informe che necessita di essere allontanato per sempre. La marcia capeggiata dal colonnello Andrade (e guidata da un personaggio meravigliosamente creato da Feinmann, il cercatore Baigorria, bussola umana nel deserto, sconfitto anch&#8217;esso dall&#8217;incertezza del nemico e dall&#8217;impossibilità di seguire le sue tracce) diventa un corteo funebre, un Esodo senza una direzione ma, laddove nel testo biblico si fuggiva dalle violenze del Faraone egizio in cerca della terra promessa, qua si muove da un luogo relativamente sicuro (il forte nel deserto) verso la morte, guidati da un Mosè al contrario che non risparmia neanche i suoi uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">E la morte e la violenza esplodono nel passaggio da una fattoria recentemente devastata dalle truppe del nemico: “L&#8217;odore della devastazione copre ogni cosa. Il nemico lascia solo putredine al suo passaggio. […] Appesi agli alberi, impiccati, apparvero i primi corpi. C&#8217;erano più cadaveri che alberi, anche perché gli alberi non erano molti. […] Era così perché in quel deserto niente cresceva con facilità. A parte i morti che pendevano dagli alberi come una fioritura mostruosa, pestilenziale”. In questa devastazione fa la sua apparizione una bambina costretta dagli uomini di Medina ad assistere al massacro della sua famiglia e lasciata viva perché questa paura possa continuare a vivere; muta per lo spavento, il colonnello Andrade deciderà di prenderla con sé facendone la sua confidente afasica ma appassionata, a cui apre il cuore con candore quasi infantile. Ribattezzata Armida, come la maga musulmana bellissima e migliore fra tutte, diviene emblema dell&#8217;intelligenza, testimoniando la speranza che la devastazione e la barbarie non riusciranno ad eliminare tutto, che un fondo di civiltà rimarrà sempre. Tuttavia nel fatidico incontro con le truppe di Medina anche lei perirà, dando il colpo di grazia al colonnello Andrade già uscito di senno a causa della marcia infinita. In questo scontro rarefatto e trascendente, a sfidarsi non sono solo due eserciti ma l&#8217;inumano e la civiltà o meglio i barbari e chi i barbari li vuole far fuori. Il vero cortocircuito epistemologico (che sta poi alla base anche del sentimento contro la guerra in generale, che traspira dalle pagine del romanzo) è che qui l&#8217;inciviltà e la violenza vengono combattute con le loro stesse armi, cioè con la guerra. Questa tautologia colpisce più di chiunque altro il colonnello Andrade che, partito per la sua missione, è il primo ad avvertire la vanità di questa dialettica, rimanendone irreversibilmente colpito.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui sta anche il significato dell&#8217;operazione quasi microstorica di Feinmann: parlando di questo inseguimento e di questa lotta marginale a tutto quello che succede nella capitale argentina, illumina il grande dramma sudamericano, consegnandogli nuova luce e nuova interpretazione (non è secondario il fatto che Feinmann sia editorialista politico per il quotidiano di Buenos Aries Pagina/12).</p>
<p style="text-align: justify;">Lavorando un po&#8217; per comparazione sono almeno tre i testi che vengono in mente come antecedenti o semplici spunti per questo romanzo: due di questi (<em>Il deserto dei tartari</em> di Dino Buzzati e <em>Moby Dick</em> di Herman Melville) sono esplicitamente nominati dallo stesso Feinmann nella felice nota dell&#8217;autore in coda al romanzo, l&#8217;altro, <em>Meridiano di sangue</em> di Cormac McCarthy, invece è frutto di un accostamento personale). Per quanto riguarda il romanzo di Buzzati, l&#8217;accostamento appare immediato anche se, come sottolinea Feinmann, con una differenza fondamentale. Laddove i soldati del sottotenente Giovanni Drogo sono gettati nel buco nero del nulla da un&#8217;attesa e una staticità che non culmina mai nell&#8217;avvenimento che aspettano, qua la truppa di Andrade agisce, insegue questo nemico da sterminare che però non appare mai. Più pregnante invece il confronto con il capolavoro di Melville, potendo ricreare in tutto e per tutto la quadrangolazione che vive nel romanzo dell&#8217;imprendibile balena: il colonnello Andrade è chiaramente paragonabile al capitano Achab, guida della folle impresa di cattura, entrambi rosi dalla “idea incurabile” della sconfitta del nemico; il tenente Quesada è un novello Ismaele, narratore di questa lotta; il deserto metafisico privo di qualsiasi riferimento è il titanico mare che solca la nave Pequod; e il male assoluto, quello che si cerca in ogni modo di combattere (umanizzato nella figura di Angel Medina) è la demonica balena bianca, colei che, nel disegno di Melville, si vede sempre trionfante.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi c&#8217;è l&#8217;ambientazione in sé, sospesa tra il western e le atmosfere da romanzo d&#8217;avventura, permeata però da un senso di trascendenza che rende inafferrabile la geografia del luogo o quantomeno impedisce di disegnare confini netti alle dune del deserto, alle mura dei fortini e ai vicoli di Buenos Aires. Questo viaggio/vagabondaggio è il nucleo anche dell&#8217;opera di McCarthy, dove i cacciatori di scalpi guidati dal capitano Glanton si muovono allo stremo delle forze tra paesaggi torridi e desolati al confine tra Stati Uniti e Messico: “Cavalcarono e cavalcarono, e a est il sole accese pallide strisce di luce, poi una colata più marcata di un colore come di sangue che mandò verso l&#8217;alto raggi improvvisi allargandosi sulla pianura, e là dove la terra defluiva nel cielo, ai margini del creato, il sole spuntò dal nulla come la testa di un grande fallo rosso fino a uscire completamente dal bordo invisibile per accovacciarsi alle loro spalle, pulsante e ostile”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra di rivedere i paesaggi di Feinmann, la truppa del colonnello, sembra di vedere, anche qua, la trasposizione violenta del male dentro la natura e il sempre vano inseguimento della civiltà da parte dell&#8217;uomo.</p>
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		<title>Come quando si nuota, si dorme o si ama – Un carteggio di Julio Cortazar</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Nov 2012 07:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44227" rel="attachment wp-att-44227"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-44227" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/600full-julio-cortazar.jpg" alt="" width="600" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/600full-julio-cortazar.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/600full-julio-cortazar-300x218.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>Fortunatamente <strong>Cortázar</strong> non abbiamo ancora finito di leggerlo. A distanza di ventotto anni dalla sua morte continuano a uscire preziosi inediti, tanto che a questo ritmo presto la mole della produzione postuma supererà quella di quando era in vita. Si tratta soprattutto di lettere, come <em>Cartas a los Jonquièr</em><em>es</em>, il bel volume edito da Alfaguara che raccoglie circa un centinaio di missive e cartoline indirizzate all’amico Eduardo e a sua moglie Maria nell’arco di più di trent’anni, dal 1950, la vigilia del suo trasferimento a Parigi, fino all’84, pochi mesi prima di morire. I due si conoscevano dai tempi della scuola Mariano Acosta di Buenos Aires, quando scrivevano su <em>Addenda</em>, la rivista letteraria del collegio.</p>
<p>Vuole la leggenda, in parte alimentata dallo stesso scrittore, che da giovane Cortázar conducesse una vita ritirata e dedita unicamente alla lettura. In realtà amò sempre circondarsi di amici coi quali condividere le sue passioni culturali, e questo carteggio con <strong>Eduardo Jonquières</strong>, che fu poeta e pittore, ne è la dimostrazione evidente. Il grosso delle lettere fu scritto negli anni Cinquanta, perché nel ’59 Jonquières e famiglia traslocheranno pure loro a Parigi, e quindi le occasioni di sentirsi diventeranno più facili, ciononostante il rapporto epistolare s’interromperà solo con la morte di Julio. Purtroppo non si sono salvate le lettere di Eduardo, di modo che le sue parole vanno indovinate attraverso quelle di Cortázar.</p>
<p>I temi trattati sono diversi. Julio racconta gli inizi stentati a Parigi, la ricerca di un lavoro stabile, i continui cambi di domicilio contrassegnati dalla sigla “c/o”, lo stigma dei grandi scrittori nel loro momento aurorale, quando si subaffitta una stanza presso altri perché non ci si può permettere un alloggio proprio. Poi le lunghe passeggiate per la città, i giri in bici, le visite ai musei e i viaggi in autostop sembrano per lui un unico apprendistato allo sguardo (“<em>sobretodo camino y miro, tengo que aprender a ver”). </em>Grazie a queste lettere, che costituiscono l’autobiografia che non scrisse mai, abbiamo accesso a un Cortázar inedito e sorprendente, colui che <strong>Vargas Llosa</strong> definì “un uomo eminentemente privato, con un mondo interiore costruito e preservato come un’opera d’arte”.</p>
<p>Con grande pudore e affettuosa cautela Julio si confida all’amico, gli comunica le preoccupazioni economiche, i dubbi di aver fatto la cosa giusta (“<em>que hago aquì</em>?”, si chiede il 31/10/52). Si rivolge a lui forse perché Eduardo rappresenta il suo contraltare: la distanza fra loro infatti non è solo geografica. Eduardo è l’amico fraterno rimasto in Argentina, sposatosi presto e con una famiglia numerosa; Julio invece fa il <em>bohémien </em>sradicato, e a volte pare invidiargli la sicurezza degli affetti e la stentata agiatezza della vita in patria. Presto però la situazione si ribalta. La presenza di <strong>Aurora Bernardez</strong> al suo fianco lo sprona a lottare in una città che lo ignora, mentre Eduardo si sente al palo. Così arriverà per Julio l’impiego come interprete all’Unesco grazie all’interessamento di <strong>Victoria Ocampo</strong> (la direttrice della rivista <em>Sur</em> per cui scrisse pure <strong>Borges</strong>), poi l’incarico di tradurre i libri di <strong>Edgar Allan Poe</strong> e a poco a poco anche la serenità economica per poter viaggiare. In Italia lui e Aurora vanno a Siena, Venezia, Como, Roma, dove s’innamorano della pizza (“<em>la</em> <em>locura más inconmensurable del sistema solar”, 27/10/53); </em>ma i resoconti di viaggio negli anni, di pari passo con la sua progressiva affermazione artistica, comprendono paesi come l’Uganda, l’Austria (che chiama musilianamente Cacania), Cuba, Svizzera, Nicaragua, India, Danimarca, Brasile, Kenia e Inghilterra, a volte anche con soggiorni di mesi.</p>
<p>Non mancano le osservazioni sull’arte e la letteratura dei posti visitati, così come i sapidi ritratti degli illustri colleghi conosciuti (<strong>Octavio Paz</strong>, di cui fu ospite a New Delhi, o <strong>Albert Camus</strong> a una festa di <strong>Gaston Gallimard</strong>), e i ragguagli sulla genesi dei propri libri (dall’annuncio il 30/5/52 dell’idea dei <em>cronopios</em> e dei <em>famas</em>, che Aurora giudica negativamente perché troppo moralistici; all’ultima lettera in cui illustra<em> Gli autonauti della cosmopista, </em>il reportage intimo e fiabesco scritto assieme a <strong>Carol Dunlop</strong>, pieno di gioia di vivere malgrado il presagio della loro fine imminente).</p>
<p>Pur essendo intessuto da molti riferimenti colti, questo libro non somiglia affatto a quei fastidiosi epistolari letterari in cui lo scrivente si prefigura un grande pubblico e autorevoli esegeti postumi. L’interlocutore resta uno, e Cortázar è tutto tranne che un monologhista. Chiede sempre a Eduardo come gli vanno le cose, s’informa sulla sua famiglia e sulla sua carriera ed è prodigo di consigli, tanto che parla molto più dei suoi libri che dei propri. Ma il lato umano è preponderante in questo carteggio, ed è questa la sua vera forza, ciò che più attrae il lettore, tanto che alla fine si potrebbe dire che il tema principale del dialogo dei due amici sia il dilemma tra restare o andarsene, lottare in patria o cercare fortuna all’estero. In una commovente lettera del 27/8/55, questa volta tocca a Julio trovare le parole giuste per incoraggiare Eduardo in preda allo sconforto. Lo invita così a seguire la sua vocazione senza trincerarsi dietro l’alibi del “tengo famiglia”, e al contempo enuncia la propria filosofia di vita: “<em>a</em><em>l mundo no hay que resistirle, lo que hay que hacer es elegir bien el mundo que uno prefiera y al cual hay que darse; y a ése, ah, a ése hay que darse a fondo, como cuando se nada, se duerme o se quiere</em>“.</p>
<p>[Questo articolo è stato pubblicato su l&#8217;Unità del 20/11/2012]</p>
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