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	<title>t. s. eliot &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mots-clés__Aprile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2023 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[aprile]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[paola ivaldi]]></category>
		<category><![CDATA[simon & Garfunkel]]></category>
		<category><![CDATA[t. s. eliot]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paola Ivaldi </strong> <br /> Aprile è il più crudele dei mesi: genera/Lillà dalla morta terra, mescola/Ricordo e desiderio]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Aprile</strong><br />
di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Simon &amp; Garfunkel, <i>April come she will</i> -&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=PYD-DIggB2k">play</a></p>
<p>___</p>
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<video class="wp-video-shortcode" id="video-101012-1" width="640" height="360" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Aprile-2-2.mp4?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Aprile-2-2.mp4">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Aprile-2-2.mp4</a></video></div>
<p>___</p>
<p>Da:<i> Il seppellimento dei morti</i>, in <i>La terra desolata,</i> T.S. Eliot (trad. di Mario Praz, Giulio Einaudi Editore, 2007):</p>
<div>Aprile è il più crudele dei mesi: genera</div>
<div>Lillà dalla morta terra, mescola</div>
<div>Ricordo e desiderio, stimola</div>
<div>Le sopite radici con la pioggia primaverile.</div>
<div></div>
<div>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<item>
		<title>Il posto di Tiresia ( leggendo il Tiresia di Giuliano Mesa)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Nov 2015 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>
		<category><![CDATA[modernità]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[t. s. eliot]]></category>
		<category><![CDATA[Tiresia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Romolo_e_Remo.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-58083" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Romolo_e_Remo.png" alt="Romolo_e_Remo" width="220" height="239" /></a></p>
<p>Se, come è stato scritto ( da Paolo Zublena in <em>Alfalibri</em> n.5  supplemento ad <em>Alfabeta2 </em>n.13, ottobre 2011), Giuliano Mesa è stato l’ultimo dei modernisti, allora è molto probabile che il <em>Tiresia</em> sia il suo lavoro più ultimativamente moderno. Di questo poemetto è già stata sottolineata la centralità nel percorso poetico di Mesa, oserei dire anche di carattere cronologico, risalendo la sua composizione al biennio 2000/01 e dunque non solo agli albori del secolo nuovo secondo il calendario, ma anche alle soglie della caduta delle Due Torri nel quale avvenimento tramonta politicamente e simbolicamente una serie di ottimistiche premesse ideologiche della globalizzazione post guerra fredda.</p>
<p>Tiresia è in realtà una figura arcaica, l’indovino al tempo stesso uomo e donna, cieco e condannato a vedere e capire l’orrore del mondo, che viene evocato fin dall’esergo del poema (“ <em>devi tenerti in vita, Tiresia/ è il tuo discapito”</em>), ma nella mia ipotesi di lettura il Tiresia di Mesa è più in stretto rapporto con quello di <em>The Waste Land</em> che con la tradizione greca: in Euripide, infondo, Tiresia rappresenta la consapevolezza della persistenza delle forze ctonie del mito a fronte del delirio, solo apparentemente raziocinante, della ragione strumentale del potere. In Eliot, invece “benché semplice spettatore e ‘carattere’, è, tuttavia, il personaggio più importante del poema” perché la “sostanza del poema è, insomma, quel che vede Tiresia” ( nota d’autore al v.218 di T.S. Eliot <em>La terra desolata</em>, trad.it, Einaudi, 1983). In altre parole il Tiresia moderno di Eliot è il testimone che dà senso alla visione desolata ossia il poeta ormai deracinè dai processi produttivi capitalistici.</p>
<p>La proposta di questa figura in un poeta come Eliot, teso a rappresentare la decadenza spirituale della modernità in nome di una sensibilità religiosa conservatrice, se non francamente reazionaria, è chiaramente spiegabile, mentre può apparire paradossale che essa diventi una figura di riferimento non solo in Mesa, ma in una tradizione poetica  che riconosce gli aspetti emancipatori della modernità in una battaglia contro i suoi aspetti deteriori. Il Tiresia eliotiano, d’altronde, si inserisce in quanto testimone critico in una linea aperta da Baudelaire e Rimbaud che vede nella modernità un luogo di disastro ma anche di lotta. Dentro questa prospettiva è possibile leggere Eliot come una manifestazione della critica alla società borghese e al capitalismo anche se in questo autore vi è sfiducia nella modernità come progetto di emancipazione; così, a titolo di esempio, si può leggere anche in una prospettiva marxista lo spiritualismo di Eliot come “catalizzatore poetico della crisi dei valori morali laici tradizionali, borghesi, già precipitanti in seguito alla prima guerra mondiale” ( Galvano Della Volpe <em>Critica del gusto</em>, Feltrinelli, 1960, p.58).</p>
<p>Questa precisazione spiega perché il Tiresia di Mesa, lungi dall’avere uno sguardo iniziatico od oracolare, rivolge innanzi tutto uno sguardo politicizzato che ben conosce i rapporti di forza nella società e da dove nascono gli orrori del mondo. Le cinque divinazioni di Tiresia sono altrettante prove della guerra che le leggi del profitto e dell’imperialismo con  implacabile impersonalità conducono contro l’umanità ( la discarica nelle Filippine, la fabbrica di bambole in Thailandia, il commercio di organi umani in Brasile, il progetto Manhattan, le fosse comuni che nei ruggenti anni novanta della pacifica globalizzazione fioriscono un po’ ovunque).</p>
<p>E tuttavia il Tiresia politico di Mesa non ha più a disposizione nessun progetto moderno di liberazione e di progresso entro cui collocare la propria parola poetica e non ha nemmeno una società letteraria che voglia ascoltare la storia della decadenza della civiltà raccontata con stile barbarico/raffinato come per il Tiresia eliotiano. Il testimoniare con lo sguardo e con la parola sono le uniche possibilità anche per il militante politico senza più campo d’azione e sono contestualmente una condanna per il poeta che sa che la sua testimonianza è lettera morta perché si va estinguendo la tradizione letteraria che le attribuisce un senso e un ruolo. Ne segue un appello a una dimensione etica della parola poetica, che mette in scena da un lato l’assenza di sbocchi nella prassi storica e dall’altro il vorticoso cadere delle stesse istituzioni letterarie, volta a instaurare una sorta di agire comunicativo senza canali di comunicazione garantiti a priori. Non a caso le prime due divinazioni, <em>ornitomanzia, la discarica di Sitio Pangako</em> e <em>piromanzia, le bambole di Bangkok, </em>si chiudono con versi esortativi alla dimensione della testimonianza ( <em>Prova a guardare, prova a coprirti gli occhi</em>, la prima; <em>Tu se sai dire, dillo, dillo a qualcuno</em> la seconda).</p>
<p>Questa tensione tra l’impulso etico-poetico a dire e l’impossibilità di uno spazio sociale per dire è la tensione tragica che percorre il poemetto di Mesa e che si manifesta in una parola sempre vicino o meglio sempre strappata al silenzio:  le prime due poesie successive alla prime due divinazioni, pronunciate da una voce poetica più recitativa e sommessa rispetto a quella divinatoria di Tiresia,  si aprono con formule dubitative sull’utilità del dire ( <em>a ridirti che cosa?</em> 1,1 e <em>a chi ne darai conto? 2,1</em>).  Si potrebbe aggiungere che qui vi è una consonanza  con la poetica dell’amato Celan quale viene espressa nel discorso <em>Il meridiano</em> ( contenuto in P.Celan <em>La verità della poesia</em>, trad.it, Einaudi, 1993).</p>
<p>Il tema dell’impossibilità a dire viene ripresa nella poesia 6, posta dopo la terza e la quarta divinazione e sempre dalla seconda voce poetica: “<em>e dire le ultime parole?/ e quali?/ e portarle via con sé?/ e dove?</em>”. A quest’ultima domanda nel testo risponde direttamente, girando pagina, la quinta divinazione, <em>Necromanzia, οἱ ἂταφοι, Massengräber</em>, indicando il dove nella terra  sommersa dalla neve, dove ci sono le fosse comuni. Dunque, l’estrema destinazione delle parole di Mesa o meglio di Tiresia è nelle fosse dei morti ammazzati, dove, nella migliore delle ipotesi e a voler credere a un altro poeta, ci cresce sopra l’erba, oppure verso il nulla. “<em>Ti lascio qui</em>” sono le parole con cui si apre e si chiude il testo che chiude l’intero poemetto. Questo congedo è finalmente il riposo dell’indovino? Non credo in quanto, nella mia lettura, infatti, non  è Tiresia, ma la seconda voce poetica a congedarsi e ad andarsene e a lasciare l’indovino alla sua condanna di continuare a vedere. Questa seconda voce può essere identificata con l’aspetto progettuale o addirittura utopico del poeta moderno  e dunque il suo congedo è quello da un mondo che non è più suo ed è un congedo dalla parola verso il silenzio ( “ <em>questo silenzio che sentiamo insieme/ adesso- è adesso che sappiamo/ in questo momento che divide”</em>). Resta solo lo sguardo rabbioso e terrificato di Tiresia ( rabbioso perché terrificato)</p>
<p>E’ evidente che è presente nel Tiresia un aspetto profetico, comune alla grande poesia moderna, a patto di ricordarsi che nell’accezione biblica il profeta non è colui che prevede il futuro, ma che constata il male del presente o, per essere più precisi, “La profezia nell’Antico Testamento rappresenta sostanzialmente la contestazione del potere politico e sacerdotale dominante da parte di un personaggio escluso o- diremmo oggi- esterno al sistema, che sa leggere i segni dei tempi al di là degli interessi consolidati e rappresenta la voce di Dio per la condanna dell’ingiustizia e la proclamazione di un cammino di redenzione…” ( da Paolo Prodi <em>Il tramonto della rivoluzione, </em>Il Mulino, 2015). Ora ciò che toglie la parola al poeta profetico è l’impossibilità di indicare un cammino di redenzione, perlomeno in questo mondo, dopo il grande scacco del progetto moderno. Eppure egli è condannato a parlare.</p>
<p>Questa parola profetica va intesa come il prodotto di una sconfitta storica, è un ‘parlare nonostante’ e la prova di ciò è che il linguaggio di Mesa non è contraddistinto da alcun orpello formale oracolare né tanto meno è un picnic in cui l’autore porta il testo e il lettore il senso. In questo senso valgono assolutamente le considerazioni fatte da Andrea Inglese proprio su Nazione Indiana: “La parola poetica ‹di Mesa› non sarebbe dunque un al di là del linguaggio comune, un super-linguaggio attraverso cui parlare meglio e in modo più autentico, come voleva la tradizione simbolista, ma un linguaggio pienamente consapevole dei propri limiti, dei rischi di falsificazione, un’esperienza insomma in cui qualcuno vede male e dice male affinché altri, a partire da questa consapevolezza dolorosa, possano dire meglio e vedere meglio.” ( <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/11/18/appunti-sul-tiresia-di-giuliano-mesa/">qui</a>)</p>
<p>Come è noto, il verso rimbaudiano <em>bisogna essere assolutamente moderni</em> è diventato nel Novecento, specie presso le Avanguardie ma non solo, una sorta di imperativo etico ed estetico, nel quale  si coniugavano l’avversione per ogni specie di accademismo tradizionalista e museale e la chiamata a un impegno storico che giustificava tale avversione. Del valore parenetico di questo verso è prova la conclusione del saggio sulla modernità di Jameson che a esso si richiama come elemento irrinunciabile nella sua programmaticità ( cfr. F.Jameson <em>Una modernità singolare</em>, trad.it. Sansoni 2003), anche se viene ammessa dallo stesso autore statunitense l’incapacità di tutto l’Occidente di pensare il grande progetto collettivo. Ora pochi anni prima della stesura del <em>Tiresia</em>, Debord nel suo ultimo libro affermava che “quando ‘essere assolutamente moderni’ è diventata una legge speciale proclamata dal tiranno, ciò che l’onesto schiavo teme sopra ogni cosa è che lo si possa sospettare di essere passatista” (cfr. G. Debord <em>Panegirico</em>, trad.it Castelvecchi, 1996, p.44). Per quanto Debord come scrittore abbia sempre amato le batture a effetto, bisogna ammettere che fa specie trovare una dichiarazione del genere nella pagina di un autore che ha consacrato buona parte della propria vita artistica e intellettuale a cercare di realizzare al meglio l’imperativo rimbaudiano.</p>
<p>Una simile affermazione è spiegabile soltanto con il venir meno della possibilità di una collocazione entro un orizzonte di senso storico dell’attività artistica a sua volta legata a una perdita di progettualità complessiva nella società. Insomma non è più necessario essere assolutamente moderni  in ogni attività artistica o letteraria quando non c’è più un soggetto che lotta per l’emancipazione. Se poi l’essere moderno diventa sinonimo di un continuo adeguamento alle dinamiche sociali, tecnologiche ed economiche della classi che detengono il potere, ecco che tale imperativo nell’ambito estetico significa riconoscersi nella moda o nella pubblicità. “La moda ha il senso dell’attuale, dovunque esso viva nella selva del passato. Esso è un balzo di tigre nel passato. Ma questo balzo ha luogo in un’arena dove comanda la classe dominante”, scrive Benjamin nella quattordicesima <em>Tesi di filosofia della storia</em> alla fine degli anni Trenta, che peraltro calza a pennello nel descrivere anche la situazione odierna. Dunque la frase di Debord è, nella sua maniera polemica e paradossale, la constatazione che è finita la speranza delle avanguardie che una rivoluzione dei linguaggi corrispondesse idealmente e storicamente ad altre rivoluzioni.</p>
<p>Il <em>Tiresia</em> di Mesa va letto alla luce di questa frase di Debord nel senso che a ogni suo singolo verso è sottesa questa forma di consapevolezza. C’è in più la volontà di continuare a dire  nonostante non ci siano più i luoghi sociali deputati a esprimere la parola e c’è la consapevolezza che chi sa dire e prende la parola si trova a occupare l’imbarazzante ruolo del profeta. Un ruolo arcaico senza dubbio, che è il prodotto di una sconfitta storica, come del resto è arcaica  sotto la rassicurante apparenza tecnologica una delle facce del tiranno  che ha fatto sua la legge dell’ ‘essere assolutamente moderni’.</p>
<p>N.B.: le citazioni del <em>Tiresia</em> sono tratte dal testo riportato nel volume G.Mesa <em>Poesie 1973-2008</em> La Camera verde, Roma, 2010</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>TERRA DESOLATA O PAESE GUASTO?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Dec 2010 07:50:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Fondamentale nella complessa tessitura che coinvolse il linguaggio, il mito, la tradizione, la macchina, la guerra, la scrittura impersonale, il flusso di coscienza, fu l&#8217;incontro londinese nel 1915 tra T.S. Eliot ed Ezra Pound. Eliot allora ventisettenne era fresco di laurea a Harvard e avido di una conoscenza che lo portasse oltre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Fondamentale nella complessa tessitura che coinvolse il linguaggio, il mito, la tradizione, la macchina, la guerra, la scrittura impersonale, il flusso di coscienza, fu l&#8217;incontro londinese nel 1915 tra T.S. Eliot ed Ezra Pound. Eliot allora ventisettenne era fresco di laurea a Harvard e avido di una conoscenza che lo portasse oltre gli amatissimi simbolisti (Laforgue, Corbière, Verlaine, Rimbaud) che fino ad allora lo avevano influenzato. Grazie a Pound potè coniugare i testi sacri indù a Cavalcanti, Dante al sanscrito, la poesia provenzale a Confucio.<br />
Eliot completò così il periodo di apprendistato europeo, iniziato a Parigi con le lezioni di Bergson alla Sorbona e frequentando Gide e Claudel, Fournier e Rivière. In particolare si convinse che nella grande opera poetica che andava concependo tutto poteva rientrare: bastava creare una rete interna al testo di richiami culturali. Al resto avrebbero provveduto l&#8217;immaginazione dei lettori e le note dei critici.<br />
The Waste Land appare nel 1922 dopo mesi di furenti revisioni e tagli che ne riducono di oltre la metà l&#8217;estensione. Una scrittura prosciugata e scabra, dove la chiaroveggente imbrogliona e raffreddata Madame Sosostris prelude  e giustifica l&#8217;entrata in scena di Tiresia. Dove l&#8217;amico visto in partenza con le truppe per un fronte della Prima Guerra Mondiale riappare dopo pochi versi nel contesto storico della Prima Guerra Punica. E dove l&#8217;antica metropoli tentacolare Gerusalemme e la moderna Londra paiono collegate da un irreale volo di linea.<span id="more-37485"></span><br />
A questi espedienti tecnici il lettore contemporaneo è ormai avvezzo, ma un secolo fa Eliot parve rivoluzionario. Forse, una riflessione sul titolo del suo capolavoro può essere illuminante. Sempre tradotto in italiano con &#8220;terra desolata&#8221;, in effetti potrebbe richiamare il verso di Dante &#8220;In mezzo mar siede un paese guasto&#8221; (Inferno, XIV, v. 94). &#8220;Guasto&#8221; come il senso di disperata accidia che nell&#8217;opera coinvolge il rapporto sessuale tra la giovane commessa e il rappresentante di commercio nel monolocale. Guasta come l’impossibilità dell&#8217;autore ad essere onesto sulla propria identità sessuale. (Inevitabile, qualche anno dopo, la sua avversione nei confronti di Auden, che invece di tale “onestà” fece il proprio stilema; parallelabile per motivazioni e successivi comportamenti &#8211; tale avversione &#8211; a quella poi di Montale per Pasolini).<br />
Esaurita, con la fine degli anni Venti, la prima &#8211; e di gran lunga più originale &#8211; fase poetica, Eliot esce dall&#8217;impasse morale e artistica in cui disperatamente sente di essere finito, con la conversione all&#8217;anglocattolicesimo. Da quel momento si dichiarerà classicista in letteratura, monarchico-conservatore in politica e fedele della chiesa di Inghilterra in religione. In poesia il passaggio è netto e ben rilevabile stilisticamente scorrendo i Four Quartets, l&#8217;opera composta e pubblicata nell&#8217;arco di sette anni tra il 1936 e il 1943, in cui il poeta sviluppa uno stile molto più lirico e piano, con tematiche che spaziano dalla meditazione sul tempo e l&#8217;eternità alla posizione dell&#8217;uomo nella natura e nella storia.<br />
Ma questa seconda fase del percorso artistico di Eliot è anche caratterizzata dalla scoperta del mezzo teatrale come trasmettitore di poesia e di istanze religiose. Eliot sempre sostenne che Murder in the Cathedral (1935) &#8211; l&#8217;opera composta per esaltare la figura di Thomas Beckett, le cui spoglie sono custodite nella cattedrale di Canterbury &#8211; era stata concepita, e quindi doveva essere rappresentata come una tragedia greca dell&#8217;era cristiana, con le donne di Canterbury in funzione di &#8220;coro&#8221; e l&#8217;immagine del Purgatorio dantesco al posto della teogonia di Esiodo. In questa ottica cristiana e salvifica va letto tutto il teatro di Eliot, fino alle meno convincenti prove degli anni Cinquanta, con l&#8217;eccezione del ben calibrato dramma Cocktail Party  (1950).<br />
Con il passare degli anni e dei decenni, dal suo studio presso Faber &amp; Faber, T. S. Eliot divenne la voce critica più autorevole e temuta sui due lati dell&#8217;Atlantico. Finì in pratica con l&#8217;assumere &#8211; rapportata al Novecento &#8211; la stessa indiscutibile autorità che nell&#8217;Ottocento era stata appannaggio di Thomas Carlyle e nel Settecento del Dr. Johnson. L&#8217;attribuzione del Premio Nobel nel 1948 naturalmente favorì tale processo. Soltanto dopo la sua morte, e negli ultimi decenni con la rivalutazione della figura di Pound e la messa a fuoco definitiva di quella di W. H. Auden, i rapporti di valore tra i tre grandi della poesia di lingua inglese del Novecento sono andati finalmente assestandosi.<br />
Pur se sparsi lungo l&#8217;intero arco della sua carriera, gli interventi critici di Eliot assumono dunque maggiore rilevanza dopo il 1948, in particolare con la pubblicazione dei Saggi sui Poeti e sulla Poesia nel 1957. Dittatore delle lettere coltissimo e citatissimo, Eliot può persino permettersi di ignorare anche le critiche feroci, come quella di Montale, che sul Corriere della Sera negli anni Cinquanta dichiara senza mezzi termini che The Waste Land gli pare &#8220;tenuta assieme con lo spago&#8221;.<br />
Eliot continua così sino alla fine a sostenere la sua convinzione critica più radicata: per essere davvero grandi poeti non basta avere il linguaggio e la visione; occorre anche possedere un grande sistema filosofico e/o teologico, &#8220;che a Shakespeare mancava e a Dante no&#8221;. Per questo &#8211; secondo T.S. Eliot critico &#8211; Dante era un poeta più grande di Shakespeare. Per questo &#8211; probabilmente &#8211; Eliot si sentiva le spalle coperte. E nessuno osava replicargli che egli &#8211; T. S. Eliot &#8211; sarebbe sì  entrato nella storia della poesia di tutti i tempi, ma principalmente per l&#8217;opera composta a trent&#8217;anni, quando ancora &#8211; al posto del grande critico dotato di sistema teologico &#8211; c&#8217;era un giovane omosessuale velato vibrante di poesia e di mal de vivre.</p>
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		<title>Inverni straordinari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 14:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Byatt]]></category>
		<category><![CDATA[fiabe]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[hans christian andersen]]></category>
		<category><![CDATA[inverno]]></category>
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		<category><![CDATA[regina della neve]]></category>
		<category><![CDATA[t. s. eliot]]></category>
		<category><![CDATA[tove jansson]]></category>
		<category><![CDATA[vladislav yerko]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Questi sono i giorni amati dalla Renna appare luminosa la stella del Nord questo è l’obiettivo del sole e la Finlandia dell’anno Emily Dickinson Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?” Andrea Zanzotto Too-Ticki e le creature nascoste Tutto intorno il gelo ha seccato le foglie, percorso i rami in strati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<blockquote><p>Questi sono i giorni amati dalla Renna<br />
appare luminosa la stella del Nord<br />
questo è l’obiettivo del sole<br />
e la Finlandia dell’anno<br />
<em>Emily Dickinson</em></p>
<p>Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?”<br />
<em>Andrea Zanzotto</em></p></blockquote>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-37448" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda-254x300.jpg" alt="" width="254" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda-254x300.jpg 254w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/kay-e-gerda.jpg 424w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" /></a><strong><em>Too-Ticki e le creature nascoste</em></strong></p>
<p>Tutto intorno il gelo ha seccato le foglie, percorso i rami in strati di brina. Il sibilo del vento è un ululato gigantesco, che spacca la pelle dei volti e fa volare i cappelli; l’oscurità ha ricacciato nelle tane gli animali del bosco, si staglia contro gli enormi sempreverdi gettando il mondo nell’ombra. È l’inverno del nord. Il sole non è che una striscia grigia che si leva appena all’orizzonte. Solo una creatura se ne va tranquilla a spasso per la foresta né triste né allegra, a suo agio. Ha un pesante maglione di lana, bianco a righe rosse che lo copre quasi fino ai piedi. Un berretto rosso con pon pon. Nel silenzio lo sentiamo che improvvisa una canzone su se stesso, solo nella neve, se la ripete a fior di labbra. <a href="http://www.ibs.it/code/9788877822840/jansson-tove/magia-inverno.html"><strong>Too-Ticki</strong></a>, questo è il suo nome, è un personaggio del mondo dei Mumin, piccoli troll gentili inventati dall’artista finlandese <strong>Tove Jansson</strong>, che, a differenza dei ben più noti e scorbutici troll della tradizione scandinava, amano il sole e cadono in letargo nel periodo invernale. <span id="more-37366"></span>Quando il troll Mumin si sveglia nel mezzo dell’inverno, spaventato dalla valle resa ostile e buia, Too-Ticki diventa la sua guida attraverso la stagione, ma una guida del tutto particolare, in disparte, che dopo i primi avvertimenti, lascia che il troll impari a cavarsela e a riconoscere una bellezza in questo paesaggio. Too-Ticki racconta al troll che l’inverno non è affatto disabitato, ma è la dimora di tutti quegli</p>
<p><em>“esseri che non trovano posto in estate, in autunno o in primavera. Tutte quelle creature un po’ timide e strane. Un certo tipo di animali notturni, per esempio, e un genere di individui che non stanno bene in nessun posto e nei quali nessuno ha fede. Così se ne rimangono nascosti per tutto l’anno e poi, quando il mondo è bianco e tranquillo, le notti sono lunghe e i più sono in letargo, allora osano mostrarsi”. </em></p>
<p>Nell’inverno non si è mai certi che le visioni nella nebbia siano reali o fantasmatiche, come il mistero dell’aurora boreale, verde e rosata nella notte, che indica strade invisibili, filtra voci perdute nel passato. Molti individui trovano tutto questo deprimente &#8211; vi riconoscono solo segni di morte e isolamento, qualcosa da sopportare con rassegnazione. Dimenticano che spesso questi stessi segni sono un’attesa, il più dolce dei momenti. L’inverno è il luogo dei solitari, del sonno che annulla la distanza tra le cose percepite e quelle immaginate. È il vero momento della luce: quella sperata, evocata nelle dodici notti del Natale, riempite di candele e intermittenze elettriche colorate. La luce intrappolata nel ghiaccio, nel tintinnio di cristalli, candelabri, lampadari, delle case del nord. Quella minuscola che guarda incantato Too-Ticki quando lo incontriamo, seduto davanti a una lampada di neve, costruita attorno a una semplice candela, che brilla di tutti i colori dell’iride. Il nostro personaggio ha la saggezza della stagione: sa che nelle sue difficoltà è nascosto un insegnamento prezioso e semplice. Non si ottiene nessun risultato materiale, nessuna ricompensa per chi le supera, ma semmai una maggior comprensione, un’attitudine al sogno che riempie gli spazi, laddove ci sembravano vuoti e tetri. Capire l’inverno è capire che la solitudine può essere buona, ci dà il tempo di ritrovarsi piccoli e inermi e non esserne delusi, ma solidali con l’altro &#8211; grati per ogni scoperta.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-37367" title="snow queen" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen-236x300.jpg" alt="" width="236" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen-236x300.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen-805x1024.jpg 805w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/snow-queen.jpg 1990w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /></a><br />
<strong><em>l’amore, le nevi e una signora degli animali</em></strong></p>
<p>L’inverno, dunque, mi è sempre apparso un periodo magico: là fuori, oltre i vetri della finestra c’è una natura popolata di spettri, di fiori semi-trasparenti che scendono nell’aria prima del gelo. Noi stiamo dietro la tenda, nel rumore del bollitore, nella tazza di bevanda calda tra le mani. E da bambini, quando scendeva la neve, com’era bello stare nelle strade, improvvisare slittini con sacchetti di plastica, giocare a tirarsi palle sempre più giganti tra le auto parcheggiate e i cancelli. Come l’inverno del 1985, con il suo formidabile freddo. La neve coprì la mia città e buona parte dell’Italia: mi appuntai le date su biglietti natalizi, per non scordare mai quell’evento. 27 dicembre 1984, la prima neve; 4 e 8 gennaio 1985 le grandi nevicate. Il prato, le strade, i cortili imbiancati, pronti a ospitare pupazzi sbilenchi di neve; tutto il nostro mondo fermo – le scuole chiuse, noi che di mattina ci appropriavamo di ogni discesa del quartiere, gli adulti che andavano a lavorare a piedi. Il cielo scomparso in una pallida densità, una nuvola, una coperta enorme sopra i nostri giochi e la mia casa trasformata nel luogo impossibile e fatato del settentrione, dove abitavano le fiabe, con i loro pericoli estremi, il paesaggio difficile, ma pieno di fantastiche promesse per chi avesse avuto il coraggio di proseguire. Nel mondo bianco, forse già mi suggerivo, si spinge la scrittura, si affondano le mani in quel mantello morbido che ben presto diventa lama di gelo, ferita – spacca il nostro involucro per temprarci lo spirito. Io credo che sia stato allora, nella mia infanzia, che l’inverno è diventato una fede, del tutto personale, il tempo nel quale misuro il divario tra un universo di cose amate, non scalfite dal passaggio degli anni, e tutto quello che sono gli altri, gli apprendistati, il commercio umano. Una scorza dura di rami spogliati, essenziali; una bellezza non esposta, che si trova solo attraversando in profondità quello che sembra un vuoto, un nemico.</p>
<p>Proprio dentro un inverno lungo e rigido del nord-Europa, <a href="http://www.andersen.sdu.dk/index_e.html"><strong>Hans Christian Andersen </strong></a>vide due finestre sotto i tetti appuntiti delle case, l’una di fronte all’altra, separate solo da una cassetta di rose. Dietro le due finestre una bambina, Gerda, e un bambino, Kay, amici inseparabili, nonché possessori delle rose. E una notte immaginò alcuni fiocchi di neve cadere e</p>
<p><em>“uno, il più grande di tutti, si posò sull’angolo della cassetta di fiori; quel fiocco di neve diventò grande, sempre più grande e alla fine si trasformò in una dama, avvolta in un bellissimo velo bianco tempestato di milioni di fiocchi lucenti come stelle. Era tanto bella e fine, ma di ghiaccio, di risplendente, scintillante ghiaccio, eppure era viva; gli occhi erano fissi come due stelle chiare, ma in essi non c’era pace e tranquillità; ammiccò alla finestra e fece un segno con la mano; il bambino si spaventò e saltò giù dalla sedia; allora fu come se, fuori, passasse volando un grande uccello davanti alla finestra”. </em></p>
<p>La fata è la Regina della Neve, una creatura inquieta e pericolosa. Per Andersen è la ragione priva di sentimenti, l’ambizione senza capacità di ricordo. Quando due frammenti invisibili di uno specchio incantato da un mago entrano nell’occhio e nel cuore di Kay, il bambino muta carattere, facendosi superbioso e insensibile e diventando la preda della Regina, che, arrivata in città su una magnifica slitta, lo porta via, volando verso il polo dove ha il suo palazzo di ghiaccio sorvegliato da orsi polari fantasma. Sarà Gerda, la bambina a incamminarsi in cerca dell’amico perduto, intraprendendo un percorso di sacrificio e speranza. Quanto la Regina è innamorata del mondo da lei creato, tanto Gerda sembra incapace di pensare a se stessa, se non in funzione di ciò che può condividere con l’altro, degli affetti che la muovono. Molti personaggi di Andersen soffrono di questa sorta di piattezza, per cui sembrano non esistere incrinature nei loro caratteri: Gerda è assolutamente buona, fedele, affezionata/innamorata di Kay, pura, semplice … e infine, per quanto la storia sia una delle mie preferite, spesso noiosa. Ben diversa, come osserva la scrittrice <strong>Antonia Byatt </strong>in un suo <a href="http://books.google.it/books?id=9qmaXlBNCKsC&amp;pg=PT70&amp;lpg=PT70&amp;dq=byatt+fairy+tales+women+explore&amp;source=bl&amp;ots=Kg663YMCnG&amp;sig=9s6OVBkU4b0x4bOurek7b8zPv0c&amp;hl=it&amp;ei=jAn1TMScKsuO4ga51-jWBw&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=3&amp;ved=0CCwQ6AEwAg">saggio su questa fiaba</a>, è l’austera Regina, la donna che ha scelto la sua arte – quelle che sembrano freddezza e distacco, non sono che il luogo impervio dove un io sceglie la famosa “strada non battuta” della poesia di Robert Frost. Cosa si affila, come un cristallo, nella persona della Regina? Cosa la rende incomprensibile e, suo malgrado, crudele? Chiuso nella grande stanza centrale del palazzo, quasi completamente assiderato, Kay ha un compito impossibile da assolvere per la signora della neve: comporre con un alfabeto di ghiaccio, il vocabolo Eternità. Le lettere e le sillabe sfuggono continuamente &#8211; non esiste per l’essere umano la dimensione eterna. Tuttavia, quando dopo molte peripezie e incontri, Gerda giunge finalmente dall’amico, scalza e senza alcuna protezione, le sue lacrime sciolgono l’incantesimo e all’inno: <em>“Le rose crescono nella vallata./ Laggiù parleremo al Bambino Gesù”</em>, la parola magica improvvisamente si compone. Il credo cristiano si unisce in Andersen a una visione dell’infanzia innocente: essa è il luogo dove crescono le rose, dove la vita si dona, dove racchiudiamo la nostra parte migliore. Ed è soprattutto, stavolta in modo universale, la terra dove si impara, si è educati. Diventa evidente qui che l’unica educazione giusta sia quella volta alla ripetizione di un modello etico e sociale ben noto: l’amore reciproco, la generosità e infine la generazione, la famiglia. Ogni curiosità, ogni talento è volto a godere della compagnia l’uno dell’altro, al bene effimero delle rose – una bellezza tesa alla generazione di altri fiori, altri giardini, contro l’altrettanto effimero bagliore di un fiocco di neve: così geometrico, silenzioso, perfetto – ma sterile. Questo contrasto tra due diverse scelte è espresso, come in molta fiabesca, da figure femminili. Scrive Antonia Byatt: “Scienza e ragione sono negative, la gentilezza è buona. È un’opposizione frequente, ma non necessaria.” E tuttavia capace di riflettere quel conflitto “tra un destino femminile, il bacio, il matrimonio, la gravidanza, e la morte e la spaventosa solitudine dell’intelligenza, la fredda distanza del vedere il mondo attraverso l’arte, mettendo una cornice attorno alle cose”. A interessare la Byatt è il contrasto tra una figura d’artista e quello di un esistere “qualunque” in una comunità, accentuato dal genere delle due protagoniste. Eppure, come la stessa scrittrice nota, la Regina e Gerda incarnano anche due differenti, ma consecutivi miti della vegetazione: le piante, le esistenze preservate nel ghiaccio come in un’ostinazione a durare, la forza del ciclo stagionale che irrompe, riempie la nudità di colore, e così inesorabile detta il trascorrere del tempo. È l’inizio formidabile de <em>La Terra Desolata </em>di <strong>T.S.Eliot</strong>, <em>La sepoltura dei morti</em>,</p>
<p><em>Aprile è il più crudele dei mesi, genera<br />
Lillà da terra morta, confondendo<br />
Memoria e desiderio, risvegliando<br />
Le radici sopite con la pioggia della primavera.<br />
L&#8217;inverno ci mantenne al caldo, ottuse<br />
Con immemore neve la terra, nutrì<br />
Con secchi tuberi una vita misera.</em></p>
<p>dove l’inverno protegge e l’inizio della primavera scoperchia, seppellisce nuovamente, condanna a morte nel divenire. L’inverno è questa nostra desolazione, dove ricuciamo una vicenda povera, dettata dai limiti umani, su quella che giace al di sotto &#8211; non scritta, senza bisogno di essere raccolta o inventata. L’arte non è allora lo stare con più forza nelle cose, ma al contrario, la capacità di estrarle dal mondo – dall’io, dal momento di cui pure portano i segni, in una mappa bianca dove ognuno può seguire una sua traccia. Ma la sorte dell’arte non è facile da abitare. La Regina ha un ego impenetrabile: in lei il quotidiano si allontana mentre si affonda nella crudezza del ghiaccio, nell’inconsistenza dell’essere di cui solo un calco sopravvive.<br />
Dall’altra parte c’è Gerda, l’attaccamento all’universo sensoriale, al moto di bene, desiderio, bisogno che unisce a coloro che amiamo, nonostante i sogni e le aspirazioni.<br />
Come si possono ricongiungere le due figure, esiste un’alternativa o una mediazione tra lo sguardo indagatore, puntato su tutto e la volontà di un amare senza troppe domande, gli amici, i familiari, le persone care?<br />
Sopravvivenza, eternità, solitudine &#8211; sono parole fin qui incontrate, legate all’idea dell’inverno. C’è poi la salvezza: ognuno, nella sua terra ostile, trova ciò che occorre difendere. Sia l’inverno di Gerda, da sconfiggere, che l’inverno della Regina, da preservare ammirati, sono due tentativi di salvare un significato dell’essere.<br />
Gerda e l’idea di bontà, la Regina e l’io solitario. Come si possono mettere insieme queste due spinte, queste due diverse devozioni? Perché, prima o poi dovremo confessarcelo, nessuna delle due coincide con la pienezza, può tutt’al più finire in un torpore, una miopia dello spirito che ci lascia quieti nella via scelta, come chi sostando nella neve troppo a lungo ne venga inconsapevolmente ammansito e infine ucciso, sciolto nel bianco o indurito fino ai nervi. Avrò sempre bisogno che qualcuno mi risponda al di là dell’inverno. Che ci sia per guardarmi ed essere visto, che voglia essere consolato, che mi consoli di ogni pena inesprimibile. Il palazzo forgiato dal ghiaccio vuole un ospite che non sia io, ma che come me sia fragile. E tuttavia ogni volta che amo, l’altro dovrà in qualche modo mostrare il difetto &#8211; crescere ad esempio, nel caso sia un bambino, non comprendere, chiedermi di essere conforme e a lui simile, incapaci sempre di stare al pari con le nostre distinte nature, le nostre voci singole.</p>
<p>C’è, a questo punto un’altra figura femminile nella fiaba, un’altra via rispetto alla donna della neve e alla bambina. È la più piccola di una banda di briganti, la figlia della brigantessa che li guida. Gerda ha appena fatto amicizia con un principe e una principessa, che l’hanno rivestita di tutto punto, con indumenti caldi per affrontare il freddo del polo, e le hanno regalato una carrozza d’oro per il viaggio, quando viene assalita dai briganti, nel mezzo del bosco. La Ragazza Brigante chiede alla madre di risparmiarle la vita, così che possa diventare sua compagna di giochi, ma poi l’afferra, la strattona, si diverte a tormentarla, esattamente come fa con tutti gli animali che tiene nel suo rifugio, tra cui una grande renna, impaurita dai modi e dalle minacce della bambina. Gerda le racconta la sua storia e alla fine la Ragazza Brigante si decide a lasciarla andare, le presta perfino la renna, l’unica che sappia dove vivono la Donna Lappone e la Donna Finlandese, che le indicheranno l’ultima via verso la dimora della Regina. Questa bambina selvaggia e tuttavia famelica d’affetto, capace di atti generosi senza però condividere l’aura sacrificale di Gerda – che sa parlare con tutti gli animali, è il personaggio più interessante e imprevedibile della fiaba. Se la Regina è l’inverno e Gerda la primavera, la Ragazza Brigante è una piccola Signora degli Animali, quella figura che nei miti sciamanici d’Eurasia e dell’Artico agisce secondo un ordine naturale del tutto indipendente, pre-esistente agli esseri umani. La Madre-Renna, ad esempio, avvolta in pelli, nascosta tra le distese siberiane, circondata da uno stuolo di spiriti teriomorfi che guidano l’anima al di là, spezzano e cuociono il corpo dello sciamano, lo divorano, lo spingono a rinascere dalle ossa, con una nuova conoscenza del mondo. Così Gerda incontra la Ragazza proprio prima di recarsi nell’altrove stregato dei ghiacci. Ne viene rapita e minacciata, ma infine aiutata in maniera decisiva. Questa bambina feroce e dispensatrice di “doni”, incarna forse, proprio come una Madre Animale, quella legge di natura a cui tutti siamo sottoposti, non particolarmente benigna né in sé malvagia, che ci chiede di accettare di essere qualcosa di molto piccolo nel sistema in cui viviamo, di non avere su di noi i segni di nessuna predestinazione, ma di poter tuttavia attingere a ciò che ci è necessario, trovandosi, se non compresi, almeno rispecchiati e talvolta ascoltati. C’è inoltre un altro aspetto che in lei mi ha sempre affascinato: la sua totale libertà. Quando Gerda e Kay si incamminano per tornare a casa, la ritrovano sulla loro strada e si fermano a raccontarle tutto, prima dell’ultimo congedo. La bambina ha lasciato la banda dei briganti e viaggia per suo conto, diretta a nord, o verso qualsiasi altra parte di mondo le venga voglia di visitare. Noi immaginiamo già il destino di Gerda e di Kay – diventare adulti, fare figli -, così come ci immaginiamo la Regina nella strenua ricerca di una forma perfetta e senza cuore, ma nessuno può dire cosa sarà della bambina, della sorpresa continua che le riserva la sorte. È lei il nume tutelare della fiaba. La possibilità che le avventure si ripetano, che altri racconti ci stupiscano. È l’infanzia che si allontana nel bianco ideale, con la fantasia inesauribile, il filo ininterrotto delle storie.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
<p><em>Immagini tratte da Hans Christian Andersen, The Snow Queen di <a href="http://www.booksillustrated.com/en-UK/the-snow-queen">Christian Birmingham </a>e <a href="http://www.snowqueen.us/">Vladyslav Yerko</a>. </em></p>
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		<title>MILTON &#8211; III parte</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/05/milton-iii-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Dec 2010 04:09:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Con il settimo libro del Paradiso perduto siamo completamente sulla terra: essa diventa il palcoscenico della tragedia, della caduta dell&#8217;uomo, della creazione del suo inferno interiore. E quindi delle sue curiosità &#8211; che sono le curiosità del poeta Milton. Un esempio tra tutti, nell&#8217;ottavo libro, l&#8217;indagine astronomica di Adamo: da dove vengo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Con il settimo libro del Paradiso perduto siamo completamente sulla terra: essa diventa il palcoscenico della tragedia, della caduta dell&#8217;uomo, della creazione del suo inferno interiore. E quindi delle sue curiosità &#8211; che sono le curiosità del poeta Milton. Un esempio tra tutti, nell&#8217;ottavo libro, l&#8217;indagine astronomica di Adamo: da dove vengo, chi sono, dove vado? Ma anche: chi (o che cosa) ho in me, a non darmi pace. Forse quell&#8217;essere elegante che mi dà forma e tiene sciolti i miei capelli sulle spalle? (Il fatto su cui in passato si è tanto insistito per dimostrare l&#8217;arretratezza del pensiero di Milton rispetto al suo tempo, relativamente alla risposta di Raffaele ad Adamo &#8211; che propone il sistema copernicano solo come una possibilità &#8211; mentre l&#8217;opera è teogonicamente tolemaica, ci pare assolutamente irrilevante).<br />
Il principe dei poeti, come Byron definì poi Milton, forse un po&#8217; pesante (&#8220;a little heavy&#8221;) ma non per questo meno divino (&#8220;no less divine&#8221;), mette poi in scena la storia con Adamo, Eva e il serpente, ed essi &#8211; i presunti protagonisti &#8211; non sono che maschere, riedizioni dei miracoli o dei misteri medievali. Le vere svolte psicologiche, e dunque la modernità, sono appannaggio esclusivo di Satana. E la dimostrazione è data dal fatto che il climax narrativo, inteso in senso psicologistico e quindi moderno, viene raggiunto soltanto quando l&#8217;obiettivo del poeta indulge sulla aspettativa di Satana. Egli deve riuscire a trovare Eva da sola e a parlarle, ma non sa se riuscirà, né tanto meno quando. L&#8217;aspettativa del male, forse più di quella del bene, o come quella dell&#8217;amato bene, inonda di frisson colui che attende. Tradotta in termini narrativi tale aspettiva crea sospensione, attesa anche nel lettore, partecipazione. Satana è qui Jago in attesa del momento giusto per deporre il fazzoletto, è un protagonista dostojevschiano nel momento in cui massima se ne manifesta la libido audendi.<span id="more-37210"></span><br />
Come in Romeo e Giulietta &#8211; la tragedia del caso &#8211; anche in questo fondamentale passo del Paradiso perduto &#8211; il caso è co-protagonista. Il caso vuole che&#8230; . Ma anche la divina provvidenza, o forse Dio stesso, qui, puritanamente vogliono che. Ed emerge di nuovo la grande modernità della concezione estetica miltoniana, se debitamente scrostata della sua aulica patina versificatoria, distesa proprio come una melassa, equamente sulla sacra rappresentazione e sul dramma eliotiano. Perché questo &#8211; infine &#8211; è il Paradiso perduto: a tratti Cocktail Party, e a tratti sacra rappresentazione di San Giorgio e il drago.  Tenuti assieme stabilmente &#8211; e magistralmente &#8211; dal collante dell&#8217;impianto versificatorio latino.<br />
Paradossalmente, quindi, le parti meno coinvolgenti dell&#8217;opera sono proprio quelle più note e &#8220;drammatiche&#8221;: sono la descrizione, nel nono libro, delle conseguenze sui protagonisti apparenti (Adamo e Eva) della trasgressione compiuta; sono il loro inevitabile e conseguente cianciare di colpe, cause e responsabilità. Mentre si sale certamente di tono nella successiva descrizione degli effetti della caduta: la terra &#8211; da statico paradiso quale era &#8211; precipita in un continuo divenire di nascita e di morte, di successioni di stagioni che si divorano vicendevolmente, mai sazie. Finché giunge un ente, astratto &#8220;coro&#8221; del rimedio &#8211; la Grazia &#8211; a tentare di penetrare i cuori umani per instillarvi il senso di colpa e la necessità del perdono e della riconciliazione.<br />
All&#8217;inizio dell&#8217;undicesimo libro, pertanto, Dio accetta le orazioni che Adamo e Eva gli rivolgono. La scena anziché stereotipata possiede un pathos altissimo, paragonabile forse a quello dell&#8217;estasi del marinaio coleridgeano che &#8211; solo nel momento in cui riesce a pregare &#8211; sente scivolare via dal suo collo l&#8217;oppressione del cadavere dell&#8217;albatros. In senso lato, Coleridge ci racconta da par suo la trasfigurazione romantica di questo canto miltoniano. Il modello è questo perdono implorato, è questo imparare a pregare a labbra chiuse, col pensiero.<br />
A questo punto Milton, prende spunto dal perdono &#8220;condizionato&#8221; concesso da Dio ai due progenitori, per narrare la storia dell&#8217;umanità, dalla progenie diretta di Adamo ed Eva sino all&#8217;Apocalisse. Ponendosi in tal modo a modello per tanti successori, uno per tutti il grandissimo Auden dell&#8217;Età dell&#8217;ansia, nelle magistrali &#8220;Seven Ages&#8221; e &#8220;Seven Stages&#8221;.<br />
Così, anche nell&#8217;ultimo libro, Milton riesce a stupirci per l&#8217;originalità dell&#8217;impianto narrativo, con una violenta, aerea carrellata sulla storia dell&#8217;uomo. Siamo nel mondo, profondamente nel peccato e nella gloria, nelle miserie e nella grandezza dell&#8217;uomo. E quanto l&#8217;arcangelo Michele (alter ego di Satana, sua proiezione sulla scena del bene) infine dice, ci pare possa stare &#8211; per eleganza di dettato e consapevolezza teologica &#8211; sul piano della preghiera di San Bernardo alla Vergine in conclusione del Paradiso dantesco.</p>
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		<title>A Granada, leggendo Bolaño</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 12:00:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Eravamo agli inizi della decade scorsa. In Italia quasi nessuno si era accorto di Bolaño, sebbene molti suoi libri fossero stati pubblicati da Sellerio. In Spagna e in Francia l&#8217;autore era già molto noto. Nella primavera del 2007 «Nuova prosa» (46), diretta da Luigi Grazioli, pubblicò un volume dedicato alla nuova narrativa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>Eravamo agli inizi della decade scorsa. In Italia quasi nessuno si era accorto di Bolaño, sebbene molti suoi libri fossero stati pubblicati da Sellerio. In Spagna e in Francia l&#8217;autore era già molto noto. Nella primavera del 2007 «Nuova prosa» (46), diretta da Luigi Grazioli, pubblicò un volume dedicato alla nuova narrativa latinoamericana. Oltre a Bolaño (di cui si presentava lo scritto postato qui sotto e che ora si trova nella raccolta di scritti saggistici <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845924556/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845924556&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Tra parentesi</a>, in uscita in questi giorni da Adelphi), appaiono molto nomi di sicuro valore: scrittori già classici come Sergio Pitol e Ricardo Piglia, i più giovani Volpi, Fresán, Angel Palou, Paz Soldán&#8230;<br />
Nel maggio del 2005, nel quartiere sufi di Granada, io e il «mio solo fratello» Miguel Gallego Roca leggevamo Bolaño e scoprivamo un&#8217;altra America Latina che stava reinventando l&#8217;Europa del XXI secolo, o almeno la sua tradizione romanzesca. Poi, la radiografia del mondo di Bolaño si trasformò improvvisamente in una sala operatoria dove un chirurgo si dilettava in esperimenti di crudeltà. Ci fu l&#8217;incontro con Osvaldo Lamborghini e la sua opera, di cui si dirà fra un po&#8217; di tempo&#8230;</em></p>
<p>Granada, 13 maggio 2005</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Massimo Rizzante: Quando ho letto i romanzi di Alan Pauls, Rodrigo Fresán, Jorge Volpi e di altri scrittori latinoamericani (spesso esuli volontari in Spagna, in Europa o negli Stati Uniti) mi sono detto: «Finalmente degli interlocutori!». «Finalmente degli scrittori-lettori che non hanno paura del passato, che dialogano con tutta la tradizione letteraria, europea, americana e latinoamericana, da Rabelais a Borges, da Dante a William Gaddis!».</p>
<p>Miguel Gallego Roca.: E poi, quando hai letto i racconti e i romanzi di Roberto Bolaño, ritenuto da costoro un fratello maggiore e un maestro, che cosa è successo?</p>
<p>M.R.: Nei confronti dell’opera di Bolaño non provo soltanto ammirazione, ma quella felicità attiva grazie alla quale ti senti sciolto da ogni obbligo morale, professionale, e perfino intellettuale. La vera letteratura ti mette le ali. Ti rende più coraggioso.<span id="more-29149"></span> Se non ti nutri del rischio e del fallimento delle grandi opere non potrai mai rischiare e fallire nel tentativo di emularle. Oggi, al contrario, vedo in Italia e in Europa «scrittori» di trenta, quarant’anni che non hanno mai imparato a imitare, a correggersi, quasi non avessero neppure il coraggio di trasformarsi in epigoni. Sfuggono all’epigonismo rincorrendo il feuilleton&#8230;</p>
<p>M.G. : Credo che questo coraggio, questa percezione del pericolo che ti rende sempre più libero appartenga alle nuove leve della letteratura latinoamericana. Ma, a mio avviso, c’è una spiegazione. Ti ricordi quando discutevamo dell’assenza in Europa di élites intellettuali e artistiche? «Senza élites, affermavi, niente democrazia, e poca vitalità anche nella più democratica delle arti, il romanzo».</p>
<p>M.R.: Sono sempre dello stesso avviso.</p>
<p>M.G.: Anch’io. Negli Stati Uniti la letteratura d’arte e la critica letteraria, ovvero le élites, copulano nei campus universitari producendo talvolta alcuni buoni frutti. Il rischio, semmai, è il «libro in provetta», il romanzo del professore o del critico ad usum delphini.</p>
<p>M.R.: Per fortuna, come dici, ci sono eccezioni alla regola. Chi insegna all’università, affermava Saul Bellow, non sempre è una testa di gesso che prende sul serio la nobiltà del proprio spirito.</p>
<p>M.G,.: In America Latina, invece, in particolare in Messico e in Argentina, esiste al di fuori delle istituzioni uno scambio concreto di esperienze di lettura tra diverse generazioni di scrittori. Mi dirai che sto idealizzando altrove l’esistenza di un dialogo che qui in Europa è scomparso da almeno due decadi.</p>
<p>M.R.: Non saprei. Ciò che mi sembra importante rilevare è che nozioni come «scambio», «dialogo» non significano né assenza di rivolta né di strategie di rivolta. In fondo, grazie a Bolaño e ai suoi ideali discepoli, esploriamo un’altra America Latina, non quella Kitsch, sciropposa, telecomandata da agenti pubblicitari in incognito, sempre tappezzata di tramonti tropicali, sentimenti assoluti e simpatiche canaglie che si incontra nei best-sellers di Isabel Allende, Luis Sepúlveda, Ángeles Mastretta. Direi che «l’altra America Latina» ha riscoperto la sua vocazione europea, o meglio si è immersa nuovamente nelle acque liberatrici dell’esilio e in quelle più torbide dell’emancipazione dal giogo ideologico, e come all’epoca dei grandi romanzi di Rulfo, García Márquez, Vargas Llosa, Cortázar, Onetti si è rimessa in cammino sulle strade di quella che Carlos Fuentes ha chiamato&#8230;</p>
<p>M.G.: La «tradizione della Mancha»!</p>
<p>M.R.: Precisamente. A differenza di quella di «Waterloo», realista, fondata su un contesto storico, sulla tranche de vie, sull’esperienza – e aggiungerei, per quanto concerne la seconda metà del XX secolo e gli inizi del XXI, comodamente pre-cinematografica, ovvero inutilmente devota a perseguire obiettivi che già la rappresentazione cinematografica persegue, la «tradizione della Mancha» è un invito al gioco, al sogno, al pensiero, all’inesperienza, alla finzione e alla celebrazione consapevole della finzione.</p>
<p>M.G.: Ma c’è dell’altro. Alfonso Reyes&#8230;</p>
<p>M.R.: Ti sei accorto di quante volte il nome di questo saggista e scrittore messicano, cosmopolita e stilista raffinato, pressoché sconosciuto in Europa, ritorni nelle pagine di Bolaño e Pitol?</p>
<p>M.G.: E nelle pagine di quasi tutti gli scrittori latinoamericani di valore. Era nato nel 1889 e morì nel 1959. Si racconta che qualche anno prima di morire, rischiando la bancarotta, abbia finalmente realizzato il suo sogno: abitare in una casa-biblioteca con più di ventimila volumi come silenziosi compagni di ventura. Pare tuttavia che il suo motto preferito sia sempre stato il goethiano: «Ricordati di vivere»! Bene. Stavo per dirti che Alfonso Reyes affermava in tempi non troppo lontani che «L’America Latina giunge sempre in ritardo al banchetto della civiltà». Come sai il ritardo storico, in arte, significa spesso essere in anticipo. In arte non esiste la nozione di progresso, che domina il sapere della scienza. Quel che continua ad accadere in America Latina ha smesso di avvenire in Europa: Pitol si richiama a Alfonso Reyes; Pedro Angel Palou si richiama a Pitol; Alfonso Reyes si richiama a Goethe; Gombrowicz, esule polacco in Argentina dal 1939 al 1963, si richiama a Rabelais; Ricardo Piglia si richiama a Gombrowicz; Bolaño si richiama a Gombrowicz, a Alfonso Reyes e afferma che bisogna «rileggere da capo Borges». Alfonso Reyes è l’altro Borges. Borges è l’anti-Gombrowicz. O meglio, Reyes, Borges e Gombrowicz continuano ad accadere nelle opere degli scrittori latinoamericani. A chi gli chiedeva notizie sulla sua nazionalità, Bolaño rispondeva di sentirsi europeo e latinoamericano. Io aggiungerei che oggi un autentico scrittore europeo dovrebbe sentirsi latinoamericano&#8230;</p>
<p>M.R.: A proposito di Borges, ho notato come il suo saggio intitolato «Lo scrittore argentino e la tradizione» (in <em>Discusión</em> del 1957) circoli continuamente nelle menti e nelle pagine di diversi romanzieri latinoamericani. Un po’ come il saggio «Tradizione e talento individuale» (in <em>The Sacred Wood</em> del 1920) di T.S. Eliot circolava spesso nelle interviste e negli interventi dei maestri della generazione nata negli anni Venti e Trenta. Bene. Il testo di Borges, scritto quando in tutta Europa imperversavano varianti più o meno ortodosse della tradizione di «Waterloo», se vogliamo usare la definizione di Fuentes, oltre a essere un perfetto e pacato anatema contro ogni nozione di «color locale», si concentra sul rapporto tra gli scrittori argentini e la tradizione.</p>
<p>M.G.: Hai ragione. Ti ricordi cosa scriveva T.S. Eliot? «Il sentimento dell’arte è impersonale».</p>
<p>M.R.: «La carriera di un artista è un continuo autosacrificio, una continua estinzione della personalità».</p>
<p>M.G.: Quello di Eliot era un invito alla persona dello scrittore a riconoscere il passato nel presente e il presente nel passato e ad abbracciare l’intera tradizione occidentale al di là di ogni colore locale. Borges, nel suo saggio del 1957, è sulla stessa linea: «Non so se è necessario dire che l’idea che una letteratura si debba definire in base ai tratti distintivi del paese che la produce è un’idea relativamente nuova; [&#8230;] Credo che Shakespeare si sarebbe stupito se avessero preteso di limitarlo a temi inglesi, e se gli avessero detto che, in quanto inglese, non aveva il diritto di scrivere Amleto, di argomento scandinavo&#8230;». Borges, poi, chiedendosi se esiste una «tradizione argentina», articola un ragionamento che è molto caro agli attuali scrittori latinoamericani: «Qual è la tradizione argentina? [&#8230;] Credo che la nostra tradizione sia l’intera cultura occidentale». Anzi, Borges afferma che gli argentini, proprio perché situati alla periferia, proprio perché non legati – come gli ebrei, o gli irlandesi rispetto alla tradizione inglese – con «devozione particolare» alla cultura occidentale sono meglio di altri in grado di rinnovarla. Chi si trova ai margini dell’Europa può trattare tutti i temi europei, «trattarli senza superstizioni, con un’irriverenza che può avere, e ha già, conseguenze felici».</p>
<p>M.R.: Guarda che esattamente negli stessi anni Gombrowicz, nel suo <em>Diario</em>, scritto quasi interamente in Argentina, affermava che la cultura polacca, per emanciparsi dalla propria «polonità», doveva abbandonare il culto della nazione e dei suoi grandi spiriti. Una nazione «matura» non si fa schiacciare dal peso del proprio passato né ha bisogno di innalzarlo liricamente davanti ai volti esterrefatti di uomini e donne di altre nazioni e culture. La «maturità» di un paese è riconoscere la propria immaturità!</p>
<p>M.G.: E non dimenticare che Borges ha scritto racconti memorabili su Averroé, Almotasim o si è inventato Emma Zunz, un’eroina ebrea. Voglio dire che, grazie a Borges, la tradizione islamica ed ebraica sono state rese più accessibili alla cultura latinoamericana, la quale aveva già un ventaglio molto ricco: l’influenza mediterranea attraverso la Spagna e il Portogallo, il retaggio antico, greco e romano, e, naturalmente, le culture precolombiane.</p>
<p>M.R.: Per questa ragione Borges termina il suo saggio del 1957 incitando gli argentini – e i latinoamericani – a non aver paura, a sperimentare tutti i temi, a non limitarsi al «color locale», a comprendere la propria nazionalità come una fatalità, non come un carcere: «Il nostro patrimonio è l’universo». È il richiamo a cui sono più sensibili gli autori come Pauls, Fresán, Volpi e molti altri. Essere uno scrittore argentino, cileno, messicano, latinoamericano è un’occasione, come un’altra, per sfuggire al folklore. E al feuilleton&#8230;</p>
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<p><strong>Roberto Bolaño<br />
Derive della letteratura canagliesca</strong></p>
<p>È un fatto curioso che siano stati degli scrittori borghesi a collocare il <em>Martín Fierro</em> di Hernández al centro del canone della letteratura argentina. Questo punto, naturalmente, è discutibile, ma è pur vero che il gaucho Fierro, paradigma del diseredato, del coraggioso (ma anche del fanfarone), si erge al centro di un canone, il canone della letteratura argentina, sempre più delirante. Come poema, il <em>Martín Fierro</em> non è una meraviglia. Come romanzo, invece, è vivo, pieno di significati da esplorare, in altre parole possiede un’atmosfera ventosa, o piuttosto turbolenta, l’odore degli uragani, la predisposizione giusta per i colpi del caso. Tuttavia, è un romanzo di libertà e lordura e non un romanzo sull’educazione e le buone maniere. È un romanzo sul coraggio, non un romanzo sull’intelligenza né, tanto meno, sulla morale.<br />
Ma se il <em>Martín Fierro</em> domina la letteratura argentina e si colloca al centro del canone, allora l’opera di Borges, probabilmente il più grande scrittore che sia mai nato in America Latina, è soltanto una parentesi.<br />
Ed è un fatto curioso che Borges abbia scritto così tanto e tanto bene del <em>Martín Fierro</em>. Non solo il Borges giovane, che talvolta, sul piano puramente verbale, è nazionalista, ma anche il Borges maturo, che a volte rimane estasiato (stranamente estasiato, come se contemplasse le espressioni della Sfinge) davanti alle quattro scene più memorabili dell’opera di Hernández, quello stesso Borges che scrive persino racconti svogliati e perfetti, tematicamente epigonali, dell’opera di Hernández. Quando Borges commenta Hernández non lo fa con l’affetto e l’ammirazione con cui si riferisce a Güiraldes, né con la sorpresa e la rassegnazione che adotta quando evoca quel mostro familiare che fu Evaristo Carriego. Con Hernández, o con il <em>Martín Fierro</em>, Borges dà l’impressione di recitare, seppure alla perfezione, in un’opera teatrale che sin dal principio gli pare, più che detestabile, equivocata. Eppure, per quanto detestabile o equivocata, gli pare anche indispensabile. In questo senso, la sua morte silenziosa a Ginevra è molto eloquente. Non solo eloquente, direi che la sua morte a Ginevra parla fin troppo.<br />
Con Borges vivente la letteratura argentina diventa ciò che la maggior parte dei lettori conosce come letteratura argentina. Vale a dire: c’è Macedonio Fernández, che a volte ricorda un Valéry di Buenos Aires; c’è Güiraldes, ricco e malato; c’è Ezequiel Martínez Estrada; c’è Marechal, che poi diventa peronista; c’è Mujica Láinez; c’è Bioy Casares, che scrive il primo romanzo fantastico e il migliore dell’America Latina, benché tutti gli scrittori latinoamericani si preoccupino di negarlo; c’è Bianco, c’è il saccente Mallea, c’è Silvina Ocampo, c’è Sabato, c’è Cortázar, che è il migliore; c’è Roberto Arlt, il meno considerato di tutti. Quando Borges muore tutto finisce di colpo. È come se fosse morto Merlino, sebbene i cenacoli letterari di Buenos Aires non fossero certamente Camelot. Finisce, soprattutto, il regno dell’equilibrio. L’intelligenza apollinea cede il posto alla disperazione dionisiaca. Il sogno, un sogno spesso ipocrita, falso, opportunista, vigliacco, diventa un incubo, un incubo spesso onesto, leale, coraggioso, che si muove senza rete di protezione: ma pur sempre un incubo e, quel che è peggio, letterariamente angoscioso, letterariamente suicida, letterariamente un vicolo cieco.<br />
Tuttavia, con il trascorrere degli anni, è legittimo domandarsi fino a che punto l’incubo, o la materia dell’incubo, fosse così radicale come sostenevano i suoi fautori. Molti di loro vivono molto meglio di me. In questo senso, posso permettermi di affermare che, mentre io sono un topo apollineo, loro assomigliano ogni giorno di più a gatti d’angora o a gatti siamesi spulciati a dovere grazie a un collare marca Acme o Dioniso, che a questo punto della storia è la stessa cosa.<br />
L’attuale letteratura argentina, purtroppo, possiede tre punti di riferimento. Due di essi sono di dominio pubblico. Il terzo è segreto. Tutti e tre, in qualche modo, costituiscono una reazione antiborgesiana. Tutti e tre rappresentano fondamentalmente un ritorno indietro, sono conservatori e non rivoluzionari, anche se tutti e tre, o almeno due di essi, si pretendono alternativi a un pensiero di sinistra.<br />
Il primo di essi è Osvaldo Soriano, che è stato un buon romanziere minore. Tuttavia, per pensare che con Soriano si possa fondare una corrente letteraria, bisogna avere il cervello pieno di materia fecale. Non voglio dire che Soriano sia un cattivo scrittore. L’ho già detto: è bravo, è divertente, è, fondamentalmente, un autore di romanzi polizieschi o vagamente polizieschi, la cui virtù principale, generosamente lodata dalla critica spagnola sempre molto acuta, fu la sobrietà dell’aggettivazione, una sobrietà che però egli cominciò a perdere dopo il suo quarto o quinto libro. Non è granché per dare inizio a una scuola. Sospetto che l’influenza di Soriano (a parte la sua simpatia e la sua generosità, che si dice siano state grandi) sia motivata dalle vendite dei suoi libri, dal suo facile accesso alle masse dei lettori, anche se parlare di masse di lettori quando in realtà ci riferiamo a ventimila persone è indubbiamente un’esagerazione. Con Soriano anche gli scrittori argentini si rendono conto di poter guadagnare. Non è necessario scrivere libri originali, come Cortázar e Bioy, né romanzi totali, come Cortázar e Marechal, e nemmeno racconti perfetti, come Cortázar e Bioy, e soprattutto non è necessario perdere tempo e salute in una miserabile biblioteca, senza mai ottenere, per colmo, il Premio Nobel. Basta scrivere come Soriano. Un po’ di umorismo, molta solidarietà, amicizia portegna, un po’ di tango, pugili suonati e un Marlowe invecchiato ma ancora saldo. Ma saldo dove? Mi domando in ginocchio, fra i singhiozzi. Saldo nell’olimpo o piuttosto nel cesso del tuo agente letterario? Razza d’idiota, ma credi davvero di avere un agente letterario, povero pezzente? E, per colmo di sventura, un agente letterario argentino?<br />
Se lo scrittore argentino risponde affermativamente a quest’ultima domanda possiamo essere sicuri che non scriverà come Soriano, ma come Thomas Mann, come il Thomas Mann del <em>Faust</em>. Oppure, ormai storditi dall’immensità della pampa, direttamente come Goethe.<br />
La seconda corrente è più complessa. Inizia con Roberto Arlt, anche se è molto probabile che Arlt sia totalmente estraneo a quest’equivoco. Diciamo, modestamente, che Arlt è Gesù Cristo. L’Argentina, naturalmente, è Israele e Buenos Aires Gerusalemme. Arlt nasce e vive un vita piuttosto breve. Se non sbaglio, quarantadue anni. È un contemporaneo di Borges. Questi nasce nel 1899 e Arlt nel 1900. Ma, contrariamente a Borges, la famiglia di Arlt è una famiglia povera e quando è adolescente, invece di andare a Ginevra, si mette a lavorare. Il mestiere più praticato da Arlt è il giornalismo, che ne rivela molte virtù, ma anche numerosi difetti. Arlt è rapido, audace, malleabile, un sopravvissuto nato, ma anche un autodidatta, sebbene non un autodidatta nel senso in cui lo fu Borges: l’apprendistato di Arlt si svolge nel caos e nel disordine, nella lettura di traduzioni pessime, nelle fogne e non nelle biblioteche. Arlt è un russo, un personaggio di Dostoevskij, mentre Borges è un inglese, un personaggio di Chesterton, di Shaw o di Stevenson. Talvolta, suo malgrado, Borges sembra persino un personaggio di Kipling. Nella guerra fra i circoli letterari di Boedo e Florida, Arlt sta con Boedo, anche se ho l’impressione che il suo fervore guerresco non sia mai stato eccessivo. La sua opera è formata da due libri di racconti e da tre romanzi, anche se, a onor del vero, i romanzi sono quattro e i racconti che uscirono su giornali e riviste senza mai confluire in una raccolta, e che Arlt era capace di scrivere mentre parlava di donne con i colleghi di redazione, bastano per almeno altri due libri. È anche autore di alcune Aguafuertes porteños (Acqueforti portegne), nella miglior tradizione impressionistica francese, e di alcune Aguafuertes españoles (Acqueforti spagnole), stampe di vita quotidiana della Spagna degli anni Trenta, con grande profusione di gitani, povera gente e persone generose. Cercò di diventare ricco con affari che non avevano niente a che vedere con la letteratura argentina di allora, bensì con la fantascienza: fallì sempre e sempre in modo irrimediabile. Morì a quarantadue anni e, come avrebbe detto lui, tutto finì.<br />
Ma non proprio tutto, perché come Gesù Cristo, Arlt ebbe il suo San Paolo. Il San Paolo di Arlt, il fondatore della chiesa, è Ricardo Piglia. Spesso mi domando: che cosa sarebbe successo se Piglia, invece di innamorarsi di Arlt, si fosse innamorato di Gombrowicz? Perché Piglia non s’innamorò di Gombrowicz e invece s’innamorò di Arlt? Perché Piglia non si dedicò a pubblicare la buona novella gombrowicziana e non si specializzò in Juan Emar, quello scrittore cileno che assomiglia a un monumento al milite ignoto? Mistero. Ma è Piglia che in ogni caso innalza Arlt disteso nella bara, mentre sorvola Buenos Aires, a un’immagine molto pigliana o molto arltiana, ma che in verità è solo frutto dell’immaginazione di Piglia e non corrisponde alla realtà. Non fu una gru a calare la bara di Arlt, la scaletta era abbastanza larga per la manovra e il cadavere di Arlt non era quello di un campione di pesi massimi.<br />
Con ciò non voglio affermare che Arlt sia un cattivo scrittore, anzi, è bravissimo; né pretendo di dire che lo sia Piglia, al contrario, Piglia mi sembra uno dei migliori narratori dell’America Latina oggi in circolazione. Il punto è che mi diventa difficile sopportare il delirio – un delirio canagliesco, miserabile – che Piglia tesse intorno ad Arlt, probabilmente l’unico innocente in tutta questa storia. Non posso in alcun modo approvare i cattivi traduttori dal russo, come disse Nabokov a Edmund Wilson mentre preparava il suo terzo martini, e non posso accettare il plagio come se fosse una delle belle arti. La letteratura di Arlt va bene se la consideriamo un armadio o un sotterraneo. Se la consideriamo il salotto di una casa è invece uno scherzo macabro. Se la consideriamo una cucina ci avvelenerà certamente. Se la consideriamo un lavandino finirà per attaccarci la scabbia. Se la consideriamo una biblioteca ci garantirà la distruzione della letteratura.<br />
In altre parole: una letteratura canagliesca deve esistere, ma se esiste solo questa, allora la letteratura è finita.<br />
È così anche per la letteratura solipsista, così di moda in Europa oggi che il giovane Henry James è tornato a imperversare. È naturale che debba esistere una letteratura dell’io, della soggettività estrema, ma se esistessero soltanto letterati solipsisti, allora tutta la letteratura finirebbe per diventare un servizio militare obbligatorio del mini-io o un fiume di autobiografie, di libri di memorie, di diari privati che non impiegherebbe molto a trasformarsi in canale di scolo, momento in cui anche la letteratura cesserebbe di esistere. Perché a chi diavolo interessano le vicissitudini sentimentali di un professore? Chi può dire, senza mentire spudoratamente, che è più interessante la quotidianità, per quanto solenne, di un triste professore madrileno degli incubi e dei sogni dell’insigne e ridicolo Carlos Argentino Daneri? Onestamente, nessuno. Ma attenzione: non ho nulla contro le autobiografie, a condizione che chi le scrive abbia un pene in erezione di trenta centimetri. A condizione che la scrittrice abbia fatto la puttana e in vecchiaia sia discretamente ricca. A condizione che l’inventore di un simile ordigno abbia avuto una vita singolare. Inutile dire che fra i solipsisti e i cattivi ragazzi io sto con questi ultimi. Ma solo come male minore.<br />
La terza corrente in gioco della letteratura argentina attuale o post-Borges è quella che ha inizio con Osvaldo Lamborghini. È questa la corrente segreta. Segreta come la vita stessa di Lamborghini, che morì a Barcellona nel 1985, se non ricordo male, nominando esecutore del suo testamento letterario César Aira, discepolo prediletto, in altre parole come se un topo nominasse esecutore testamentario un gatto affamato.<br />
Se Arlt, che come scrittore è il migliore dei tre, è la cantina di quella casa che è la letteratura argentina, e Soriano è un vaso nella stanza degli ospiti, Lamborghini è una scatoletta su una credenza abbandonata in cantina. Una scatoletta di cartone, piccola, con la superficie coperta di polvere. Ebbene, se si apre quella scatoletta, dentro ci si trova l’inferno. Scusatemi per questo tono melodrammatico, ma con l’opera di Lamborghini non riesco a evitarlo. Non c’è modo di descriverla senza cadere nel tremendismo. La parola crudeltà le calza come un guanto. Anche la parola durezza, ma soprattutto la parola crudeltà. Un lettore poco accorto può intravedervi un gioco sadomaso tipico dei laboratori letterari che le anime caritatevoli e con vocazione pedagogica organizzano nei manicomi. È possibile, ma non è abbastanza. Lamborghini è sempre due passi avanti (o indietro) rispetto ai suoi inseguitori.<br />
È strano pensare oggi a Lamborghini. Morì a quarantacinque anni, il che significa che io, ora, sono quattro anni più vecchio di lui. Talvolta apro uno dei suoi libri, pubblicati da Aira – si fa per dire, perché avrebbe potuto benissimo pubblicarli il linotipista o il portiere del palazzo dove si trovava la casa editrice Serbal, a Barcellona – e a mala pena riesco a leggerlo, non perché mi paia cattivo, ma perché mi fa paura, soprattutto il romanzo <em>Tadeys</em>, un romanzo insopportabile che leggo (due o tre pagine, non di più) solo quando mi sento particolarmente coraggioso. Di ben pochi libri posso dire che odorino di sangue, di viscere aperte, di fluidi corporei, di atti senza remissione.<br />
Oggi che è così di moda parlare dei nichilisti, sebbene quando si parla di loro la gente si riferisca ai terroristi islamici che di nichilista non hanno proprio un bel niente, non guasterebbe visitare l’opera di un vero nichilista. Il problema di Lamborghini è che aveva sbagliato mestiere. Gli sarebbe andata meglio se avesse fatto il sicario o la troia, oppure il becchino, mestieri meno complicati che dedicarsi a tentare di distruggere la letteratura. La letteratura è una macchina blindata. Non si dà pensiero degli scrittori. Talvolta non si accorge neppure se sono vivi. Il suo nemico è un altro, molto più grande, molto più potente, e alla fine finirà per sconfiggerla. Ma questa è un’altra storia.<br />
Gli amici di Lamborghini sono condannati a plagiarlo fino alla nausea, una cosa che forse renderebbe felice Lamborghini, se potesse vederli vomitare. Sono anche condannati a scrivere male, in modo pessimo, eccetto Aira, che possiede una prosa uniforme e grigia che talvolta, quando è fedele a Lamborghini, si cristallizza in opere memorabili, come il racconto <em>Cecil Taylor</em> o il romanzo breve <em>Cómo me hice monja</em> (Come mi feci monaca), ma che nella sua deriva neoavanguardistica e rousselliana (e totalmente acritica) è, il più delle volte, soltanto noiosa. Prosa che divora se stessa senza soluzione di continuità. Un dogmatismo che si traduce in accettazione, ovviamente non priva di sfumature, di quella figura tropicale che è lo scrittore latinoamericano di professione, sempre disposto a regalare un elogio a chi glielo chiede.</p>
<p>Di queste tre correnti, le correnti più vive della letteratura argentina, i tre punti di partenza della letteratura canagliesca, temo che vincerà quella che più fedelmente rappresenta la canaglia sentimentale, per dirlo con Borges. Quella canaglia sentimentale che non è più la destra (in gran misura perché la destra è dedita alla propaganda e ai piaceri della cocaina, nonché a pianificare la fame e a bloccare i conti correnti dei cittadini, e in materia di letteratura è un’analfabeta funzionale cui basta recitare i versi del <em>Martín Fierro</em>), bensì la sinistra, quella che ai suoi intellettuali chiede soma, esattamente ciò che riceve dai suoi padroni. Soma, soma, soma. Soriano, perdonami, tuo è il regno.<br />
Arlt e Piglia sono un capitolo chiuso. Diciamo che la loro è una relazione sentimentale e che è meglio lasciarli in pace. Entrambi, Arlt senza alcun dubbio, sono parte importante della letteratura argentina e latinoamericana e il loro destino è cavalcare in solitudine per la pampa popolata di fantasmi. Dove, comunque, non c’è scuola possibile.</p>
<p>Corollario. Bisogna rileggere Borges un’altra volta.</p>
<p>(traduzione di Francesca Saltarelli)</p>
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