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	<title>tabù lessicali &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Diario di un idiota sulla crisi economica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 17:23:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[affetti]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[demondializzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Frédéric Lordon]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Una banale metafora per un soggetto idiota Io sono un idiota, e un ignorante. Posso votare, certo, ma non devo osare pronunciarmi sulla politica economica del mio paese e tanto meno dell’Europa, di cui è parte il mio paese. Di politica economica io non posso parlare. Posso pronunciarmi, spericolatamente contro la privatizzazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Una banale metafora per un soggetto idiota</em></p>
<p>Io sono un idiota, e un ignorante. Posso votare, certo, ma non devo osare pronunciarmi sulla politica economica del mio paese e tanto meno dell’Europa, di cui è parte il mio paese. Di politica economica io non posso parlare. Posso pronunciarmi, spericolatamente contro la privatizzazione dell’acqua, mettiamo. Anche se non ho un laurea in chimica o una formazione in gestione degli acquedotti. Ma se apro bocca sul capitalismo, mi si chiede imperativamente un master in macroeconomia. Dire che il capitalismo non funziona, per altro, non serve a niente. Sono i capitalisti più forsennati che, per primi, lo dicono. E se anche lo dicessi, non essendo io un capitalista forsennato, sembrerebbe che avanzassi, in modo puerile, un sembiante di critica. Ma è perfettamente inutile criticare il sistema capitalistico, perché per fare ciò bisognerebbe, nello stesso tempo, magari nella stessa frase critica, infilare una subordinata, che spieghi per filo e per segno quale sistema non capitalistico possa essere approntato, in alternativa (e con dovizia di dettagli). Per altri ancora, è ingenuo discutere sul sistema capitalistico e le sue idiozie: tutto è chiaro, e alla luce del giorno. Si attende solo, con un po’ d’impazienza, la rivoluzione mondiale sincronizzata.<span id="more-39775"></span></p>
<p>Nonostante queste buoni ragioni di stare zitto, ho pensato che, se io riconosco preventivamente di essere un idiota, nessuno potrà biasimarmi se tengo un diario della mia idiozia. E così ho deciso di fare. Mettiamo che il mondo in cui io vivo sia davvero minacciato da una crisi economica che potrebbe, in un futuro non tanto lontano, produrre delle sofferenze sociali sempre maggiori e sempre più diffuse, tanto da travolgere anche me, cittadino qualunque, di uno paese in cui, ancora per un po’, sembra esistere una classe media, non definitivamente incarognita e dissestata, ma ancora capace di fare dibattiti intorno ai temi della tolleranza e della libertà di stampa. Insomma, se è lecita una metafora idiota quanto questo diario, io sono un topo ancora moderatamente allegro situato in qualche ala ancora moderatamente asciutta di un transatlantico, che comandante, ufficiali, direttori di macchine, ecc., ritengono un giorno sì un giorno no a rischio di speronamento iceberg. Ebbene, io voglio raccontare di questo topo, che invece di dedicarsi assiduamente alle partite di scala quaranta e alla competizione per giungere, tra i primi, all’apertura del ristorante (i pezzi migliori, se li pappano quelli che sono in testa alla coda), comincia a esplorare dubbioso la biblioteca degli ufficiali, in cui si trovano anche rotoli di carte navali, manuali di navigazione, ecc. Inoltre, è incuriosito da certe conversazioni, che si svolgono tra passeggeri, che pur non facendo parte dell’equipaggio, hanno avuto qualche esperienza di mare e di navigazione, e tali passeggeri, seppure considerati con noncuranza dalla massa degli imbarcati, esprimo dubbi e valutazioni molto critiche, quanto alla competenza dell’equipaggio, dagli ufficiali al capitano.</p>
<p>Fuor di metafora, mi piacerebbe cominciare a raccogliere, seppure per frammenti eterogenei, magari oscuri, per brevi citazioni, per titoli e nomi propri, per singoli vocaboli, una specie di materiale preparatorio, con l’illusione che esso non solo acquisti chiarezza concettuale, ma anche susciti qualche passione, solleciti la nostra capacità di immaginare, ossia di rendere concreto ciò che si disperde costantemente nei rivoli di un’analisi interminabile e astratta.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Protezionismo: un vocabolo tabù</em></p>
<p>Comincerò con l’evocare un vocabolo malfamato, all’interno dei discorsi anche più banali sull’economia. È un vocabolo tabù, eppure lo ritrovo sotto la penna di almeno quattro autori differenti, che difficilmente possono non essere definiti progressisti : Jacques Généreux, <em>L’autre société. A la recherche du progrès humain</em> (L’altra società. Alla ricerca di un progresso umano), Seuil 2009, Emmanuel Todd, <em>Après la démocratie</em> (Dopo la democrazia), Gallimard 2008, Noam Chomsky, <em>Hopes and Prospects</em> (Speranze e prospettive), Haymarket 2010, e Frédéric Lordon, <em>La démondialisation et ses ennemies </em>(La demondializzazione e i suoi nemici), “Le Monde diplomatique”, agosto 2011. Un vocabolo tabù a livello culturale si riconosce dal fatto che suscita uguale sconcerto in ascoltatori dalle opinioni antitetiche: il termine “protezionismo”, prima ancora di venir contestualizzato all’interno di una discussione, provoca riprovazione unanime da parte di un neoliberista convinto, di un democratico liberale moderato, di un marxista.</p>
<p>Così come questo termine malfamato mi è scivolato nell’orecchio, così vorrei che scivolasse in altre orecchie, così, senza che io debba esplicitarlo, difenderlo, sostenerlo attraverso un argomento: lo voglio solo evocare in modo dispettoso, attraverso citazioni succinte, parziali, enigmatiche come piccoli sbandieramenti silenziosi.</p>
<p>Gli ultimi due paragrafi dell’ultimo capitolo del libro di Jacques Généreux sono così articolati:</p>
<p><em>4-h</em> <em>Democrazia, protezionismo e internazionalismo</em></p>
<p><em>1- </em><em>Il libero mercato è incompatibile con la democrazia</em></p>
<p><em>2- </em><em>Un neoprotezionismo:</em></p>
<p><em>la reciproca protezione internazionale</em></p>
<p><em>4-i La democrazia fino in fondo</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Il libro di Todd, si chiude con un paragrafo intitolato <em>Il protezionismo, ultima occasione della democrazia europea</em>.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Chomsky, in un passo del terzo capitolo, intitolato <em>Il neoliberalismo contro lo sviluppo e la democrazia</em>, cita Paul Bairoch, eminente storico dell’economia.</p>
<p>“Nel suo studio approfondito, Bairoch conclude: «È difficile trovare un altro esempio di tesi dominante che sia a tal punto contraddetta dai fatti che quella relativa all’impatto negativo del protezionismo».”</p>
<p>Dell’articolo di Landron, che consiglio vivamente di leggere, quando uscirà in italiano a metà del mese con “il manifesto”, cito un passaggio, che smonta, da sinistra, l’argomento contro il “protezionismo” basato sui pii desideri (come li definisce lui) dell’internazionalismo operaio.</p>
<p>“Si può ben constatare che il salariato cinese e il salariato francese si situano nel medesimo rapporto d’antagonismo di classe ognuno di fronte al “suo” capitale, resta il fatto che le strutture della mondializzazione economica li piazzano anche e oggettivamente in un rapporto d’antagonismo reciproco – contro il quale nessuna denegazione potrà un bel nulla. Il richiamo alla solidarietà di classe franco-cinese deriva da un universalismo astratto, che ignora i dati strutturali concreti e il loro potere di configurare dei conflitti oggettivi, ovvero deriva da tutto quello che Karl Marx rimproverava ai “giovani hegeliani di sinistra”: piuttosto che dare per scontato che delle “essenze” (l’“essenza&#8221; del salariato o l’“essenza&#8221; della lotta di classe) producano per virtù proprie degli improbabili effetti, sarebbe meglio preoccuparsi di rifare le strutture reali che determinano realmente i (molteplici) rapporti nei quali entrano i diversi gruppi sociali.”</p>
<p><em>La crisi affettiva</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La crisi è effettiva. Non solo l’hanno detto le immagini degli impiegati di Lehman Brothers che riempivano i cartoni dei loro oggetti personali e sfilavano ai piedi del grattacielo in pieno giorno. Non solo l’hanno detto le rarissime immagini (ora già in via di cancellazione dalle menti) dei quartieri spopolati di Cleveland e altre metropoli statunitensi, con le case pignorate dalle agenzie di credito immobiliare, messe in vendita a meno del 50% del loro prezzo originario. Non solo l’hanno detto le immagini dei telegiornali, mostrando immagini di rivolta nelle piazze di diverse cittadine europee, in Grecia, in Gran Bretagna, in Spagna. La crisi è effettiva, lo ha detto anche il presidente degli Stati Uniti d’America. Eppure, ci ricorda Frédéric Lordon: la crisi non è (ancora) <em>affettiva</em>: la sua complessa articolazione reale è resa immediatamente solubile dalle agenzie dell’amnesia quotidiana, che tutto isolano, disgregano, livellano. Anche gli esperti più indipendenti, più critici nei confronti dell’ideologia dominante, non fanno che proporre <em>analisi</em>. Ma il concetto, ci ricorda Lordon nella postfazione di un suo recente libro, non ha di per sé forza, se non è portato dall’affetto. Se la verità non trova, non suscita la passione capace di muovere i corpi che la pensano, rimane inefficace. “Il capitalismo non resiste, forse, all’oltraggio abnorme della crisi presente, non si mantiene in piedi nell’inverosimile sprofondamento intellettuale e morale che dovrebbe inghiottirlo? Contro i vantaggi inerziali della dominazione, tutti i mezzi sono buoni, tutto va preso in considerazione, cinema, di finzione o documentaristico, letteratura, foto, fumetti, istallazioni, tutti i procedimenti vanno considerati per poter realizzare delle macchine produttrici di affetti.”</p>
<p>Così Lordon, economista spinoziano, come ama definirsi, in <em>D’un retournement l’autre. </em><em>Comédie sérieuse sur la crise financière. En quatres actes, et en alexandrins </em>(Da un capovolgimento all’altro. Commedia seria sulla crisi finanziaria in quattro atti e in alessandrini), da cui questo passo è tratto.</p>
<p>(NB: Nei seminari pubblici sul neoliberismo, ricordati di convocare un mimo, un marionettista e un cantastorie.)</p>
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