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	<title>Tea Ranno &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sentimi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 May 2018 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[feltrinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Staffa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Sentimi]]></category>
		<category><![CDATA[Tea Ranno]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Staffa Sentimi, un appello, un’esortazione, un imperativo. Sentimi è l’invocazione liturgica di un rituale celebrato nel tempo extra-ordinario della notte, in cui le “manifestazioni oniriche” si fanno “vita” perché sono esse stesse vita. È un tempo “che era diverso da quello dell’orologio. Un tempo senza minuti e senza ore, con l’andare e il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesco Staffa</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-73483" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/038978889342HIG_9_227X349_exact-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /> <i>Sentimi</i>, un appello, un’esortazione, un imperativo.</p>
<p><i>Sentimi </i>è l’invocazione liturgica di un rituale celebrato nel tempo <i>extra-ordinario</i> della notte, in cui le “manifestazioni oniriche” si fanno “vita” perché sono esse stesse <i>vita</i>. È un tempo “che era diverso da quello dell’orologio. Un tempo senza minuti e senza ore, con l’andare e il venire delle epoche una dentro l’altra. Il tempo senza tempo delle storie [&#8230;] in cui tutto può coincidere e sovrapporsi”. Il tempo del mito e quindi del rito che lo ripropone. Ed è un vero e proprio rito quello che si realizza nel romanzo, dove le anime si raccontano per ricostruire la propria identità, per ottenere il proprio riscatto e rappacificarsi con la collettività di appartenenza. <span id="more-73482"></span></p>
<p>Sono donne, queste anime che a tratti si dischiudono dalla nebbia di cui sono il <i>corpo</i>. Sono donne che portano una pena, che tutti hanno deriso e su cui sono nate dicerie insulse e malevole, su cui, per dirla con Primo Levi, “tutti scaricano i loro mali umori e il loro desiderio di nuocere”. Sono donne <i>uccise</i> nel proprio <i>rimorso</i> e che, come se punte da un’immaginaria <i>lycosa </i>o da un <i>latrodectus</i>, sentono il pungolo di quel <i>morso</i> manifestato nella <i>s-mania</i> di “parlare finalmente”. “[&#8230;] Pure a me m’abbrusca sulla bocca quello che ti voglio dire” dice impaziente una delle voci che vuole essere ascoltata e narrata e, “sbracciata, scapigliata”, si fa “largo tra la folla” come una <i>tarantolata</i> pronta per la sua <i>terapia </i>coreutico musicale. Ma a differenza delle <i>donne</i> di De Martino, non ci sono violini o tamburelli a scandire il ritmo; qui, la catarsi passa attraverso le parole. Parole pronunciate, ascoltate e trascritte. Quel <i>verbo</i> da cui tutto principia e che è alla base dell’agire. Quel <i>verbo </i>de <i>li cunti</i>, i racconti che <i>insegnano</i>, che <i>educano</i>, che <i>distinguono </i>i valori dai dis-valori e che trovano origine nella cultura vernacolare di cui la nostra tradizione è ricchissima, mantenendo saldo quel filo che ci lega alle nostre radici.</p>
<p>La signora con il taccuino sembra essere al centro di una ragnatela intenta a tessere le narrazioni di queste <i>Menadi</i> cucendole insieme in una trama perfetta. Ed è così che la frenesia di queste anime trova il giusto ritmo, che le loro storie apparentemente parziali, esclusive e degne di nota, trovano una dimensione corale componendo un’unica storia: quella della redenzione, quella della salvezza. Tutte (o quasi) queste donne concorreranno con le loro gesta a decretare il destino di Adele, figlia della colpa e perciò emblema di <i>quel</i> femminile già sancito a livello patriarcale e biblico dalla figura di Eva.</p>
<p><i>Sentimi </i>è l’orazione di un coro di voci orchestrata magistralmente dalla penna eccezionale di Tea Ranno, è un inno alla vita scandito dal latrare di una muta di cani (la <i>caccia selvaggia</i> di Ginsburghiana memoria?). Muta di cani che, forse, rappresenta l’originale <i>ri</i>&#8211;<i>morso</i> del romanzo. Sono proprio loro a sbranare e deturpare quella che, a mio avviso, risulta essere l’emblema della donna ripudiata, sottomessa, annullata in quanto <i>diversa </i>da quel <i>maschile</i> che non può far altro che desiderarla, possederla e addomesticarla perché mai potrà <i>raggiungerla</i> né comprenderla. Allora la sminuisce, la rende debole e la condanna alla sofferenza perpetua. Ma Cinzia, questo è il nome della donna che, nuda, ha voluto sfidare il <i>potere del maschio</i>, ha sconfitto questa condizione e, nuda sull’altare “dove l’ostia si fa Gesù Cristo e il vino si fa sangue suo”, ha redento tutte quelle sorelle che hanno subito, subiscono e subiranno la sua stessa sorte. Seppur <i>mascherata</i> da divagazione, la storia di questa donna, credo, sia la più potente dell’intero romanzo. Quella che condensa una condotta troppo spesso tollerata e considerata giusta. Una condotta dalla quale ci dovremmo affrancare definitivamente, rendendo universale il monito che l’appello di <i>Sentimi</i> ci grida con urgenza e passione, perché l’atto di redenzione sia salvifico non solo per le protagoniste del romanzo, ma per chiunque abbia la <i>forza </i>di accoglierlo.</p>
<p><i>Sentimi</i>, infine, è un inno alla <i>Puisia</i>, sia essa composta da <i>sante</i> o <i>buttune</i>, <i>dannati</i> o <i>beati</i>, ché “U cielu è chino ‘i puisia [&#8230;] L’anciuli su’ puisia. U ventu è puisia. I manu to’ ca trafichiunu su’ puisia”. La penna di Tea Ranno è Puisia.</p>
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