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	<title>Teatro Regio di Torino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dalla, De Gregori e il Santo Inquisitore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 09:16:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani (Racconto pubblicato dagli amici che tornano sempre di Giovedì) Mi sono sempre chiesto come invecchiassero i libri, e non dico la carta che ingiallisce, i tarli che ne affossano le frasi e che a un certo punto calano in oscuri buchi neri, saltando le pagine a piè pari. Perché certamente invecchiano. Come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/183308_10150106530742071_705382070_6183636_970375_n.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-38308" title="183308_10150106530742071_705382070_6183636_970375_n" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/183308_10150106530742071_705382070_6183636_970375_n-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/183308_10150106530742071_705382070_6183636_970375_n-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/183308_10150106530742071_705382070_6183636_970375_n.jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: right;">di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><a href="http://www.tornogiovedi.it/2011/02/dalla-de-gregori/">(Racconto </a><em>pubblicato dagli amici che tornano sempre di Giovedì)</em><br />
Mi sono sempre chiesto come invecchiassero i libri, e non dico la carta che ingiallisce, i tarli che ne affossano le frasi e che a un certo punto calano in oscuri buchi neri, saltando le pagine a piè pari. Perché certamente invecchiano. Come se oltre la storia un tempo letta, i personaggi continuassero un lungo giro della vita, ben oltre quella normale dei comuni mortali, e così piccole donne, finalmente grandi, smettessero di crescere o coraggiosi capitani, da ammiragli guardassero il mare da una terrazza alzando piano il calice, quasi ad incrociare, con un tintinnio, la cresta dell&#8217;onda.<br />
Così una poesia o una canzone. Quando con Giulia abbiamo varcato la soglia del Regio, per accomodarci alla fila undici, tra posti dispari come è giusto che accada ad un uomo e a una donna, il teatro era ormai pieno. Mille e cinquecento facce, ma soprattutto nuche, profili di pubblico, il pubblico di sempre per Dalla e De Gregori. Le donne per il <em>principe</em> e gli uomini per il<em> filibustier</em>e.</p>
<p><span id="more-38307"></span>A prescindere ovviamente dall’aspetto fisico dei due cantanti, la scelta avveniva in base agli immaginari che ne popolavano le canzoni, la musica e infatti, in casa nostra, i fratelli erano per Lucio Dalla mentre  tutti per Francesco De Gregori erano i cuori delle mie sorelle. E il mio.<br />
In una lettera scritta <a href="http://neobar.wordpress.com/2011/01/06/poetry-lab-carmine-vitale/">per il libro di un amico poeta </a>avevo insistito sulla potenza delle poesie mandate a memoria e di come succedeva ormai di rado che qualcuno potesse recitarle senza il testo davanti, con gli occhi socchiusi. E lo vedi fare agli spettatori che ti sono vicino – gliele leggi sulle labbra le parole senza voce – che non sbagliano – o a lei che ti sta accanto e che lo fa con silenzio per paura di stonare Dalle prime note di tutta la vita parte la pellicola, il fruscio dei ricordi, leggeri come una puntina sul disco, chirurgici alla maniera di un bisturi che ti scuote uno alla volta tutti i fili dell&#8217;anima. C’è tutto un paese lì dentro e ad ogni canzone si sovrappone un volto, un’emozione che credevi dimenticata, insieme alle parole che invece anticipi di un attimo recitandone ogni verso e pausa. Quando dicono <em>La storia siamo noi,</em> l’autore subito dopo gli applausi, riprende a sorpresa l&#8217;ultima strofa e dal tono capisci che ti sta dicendo che tanto tempo è passato da quel tempo, che forse <em>il piatto di grano</em> non ha generato nessun pane. <em>Eravamo,</em> la storia, forse lo siamo stati per un poco di secolo. Allora mi sono voltato in direzione della nuca in boccoli dell&#8217;inquisitore.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/travaglio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/travaglio-300x207.jpg" alt="" title="travaglio" width="300" height="207" class="alignleft size-medium wp-image-38309" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/travaglio-300x207.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/travaglio.jpg 550w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
 Quando era entrato, per ultimo come un tempo si conveniva ai re, una signora dietro di me aveva fatto segno al marito che quello lì era Marco Travaglio. Accorrono a due, a quattro, a stringergli le mani, e anche i volti sono stretti, degli amici dell&#8217;inquisitore. Non un sorriso, non una pacca sulla spalla e via.<br />
Intanto, accompagnato dal solo pianoforte, Francesco De Gregori ha cantato le doti e virtù delle donne cannone di tutti i paesi del mondo, di tutte le età, e Lucio Dalla gli ha risposto con Caruso.</p>
<p>“<em>Stasera alla televisione stavano dando la vostra canzone e allora ho cambiato canale per evitare che papà si commuovesse”</em> mi disse al telefono mia madre. La nostra canzone, certo, mia e di mio padre, da quel pomeriggio in cui l&#8217;avevamo sentita insieme per la prima volta, ed eravamo rimasti in silenzio, piangendo come accade ogni volta che accade bellezza. La bellezza non invecchia mai, è il resto che cambia. Così, alla fila undici, tra numeri dispari, ho sentito la carezza sul volto, la mano che asciuga le lacrime che ti lavano l’anima. Solo chi non ride non piange, ho pensato tra me e me, quando ho visto <em>l’inquisitore </em>a fine concerto andare via, così severo, così inutile.</p>
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