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	<title>telmo pievani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>armi, armi, armi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Dec 2022 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
Nell’anno 1990, presidente del Consiglio il divo Giulio (Andreotti), ministro di grazia e giustizia Giuliano Vassalli, socialista, fu approvata un’ottima legge, n° 185, sul controllo da parte dello stato della vendita di armi a paesi terzi.
L’articolo 1 di tale legge riguarda il controllo dello Stato e i suoi punti 5 e 6 suonano così:
5. L'esportazione ed il transito di materiali di armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione, sono vietati quando]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/commercio-di-armi-300x158.jpg" alt="" width="300" height="158" class="aligncenter size-medium wp-image-100419" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/commercio-di-armi-300x158.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/commercio-di-armi-1024x538.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/commercio-di-armi-768x403.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/commercio-di-armi-150x79.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/commercio-di-armi-696x365.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/commercio-di-armi-1068x561.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/commercio-di-armi-800x420.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/commercio-di-armi.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
Nell’anno 1990, presidente del Consiglio il <em>divo Giulio</em> (Andreotti), ministro di grazia e giustizia Giuliano Vassalli, socialista, fu approvata una buona legge, la n° 185, sul controllo da parte dello stato della vendita di armi a paesi terzi.<br />
L’articolo 1 di tale legge riguarda il controllo dello Stato sull&#8217;esportazione di armamenti e i suoi punti 5 e 6 suonano così:</p>
<blockquote><p>5. L&#8217;esportazione ed il transito di materiali di armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione, sono vietati quando siano in contrasto con la Costituzione, con gli impegni internazionali dell&#8217;Italia e con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo e del mantenimento di buone relazioni con altri Paesi, nonché quando manchino adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali.<br />
6. L&#8217;esportazione ed il transito di materiali di armamento sono altresì vietati:<br />
a) verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell&#8217;articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell&#8217;Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere;<br />
b) verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell&#8217;articolo 11 della Costituzione;<br />
c) verso i Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l&#8217;embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite o dell&#8217;Unione europea (UE);<br />
d) verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell&#8217;UE o del Consiglio d&#8217;Europa;</p></blockquote>
<p>Nell’anno 2020 lo stato italiano (sappiamo che tristemente l’Italia è una delle maggiori produttrici di armi al mondo) ha autorizzato esportazioni di armi per quasi 4 miliardi di <a href="https://retepacedisarmo.org/2021/export-armi-italiane-2020-4-miliardi-egitto-primo-acquirente/">euro</a> e il maggior acquirente (quasi un miliardo) è stato l’Egitto di Al Sisi. Mi pare del tutto evidente che così facendo lo stato italiano abbia violato lo spirito e la lettera di tutta questa legge e in particolare del punto 6 sopra riportato, trattandosi di uno stato che costantemente viola i diritti umani, cosa di cui l’Italia in particolare ha subito col caso Regeni e tuttora subisce col caso Patrick Zaki (che il regime egiziano, dopo averlo incarcerato per anni, ora trattiene entro i confini del paese fino a non si sa quando) molto tristi conseguenze.<br />
E la forte proposta di qualche tempo fa di dare la cittadinanza italiana a Patrick che fine ha fatto?<br />
E il nostro ambasciatore al Cairo Giampaolo Cantini che fa? “Segue il caso?” Ma al nostro rappresentante consolare è perfino negata la presenza alle udienze che confermano il fermo a Patrick: però il dio quattrino è contento: abbiamo già venduto all’Egitto anche due fregate: questa è la politica estera di un banchiere tanto <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/12/la-seconda-fregata/">cattolico </a>e poi di una premier tanto fascista, che a un recente consesso di questi esimii governanti, ha anche stretto la mano ad Al Sisi, con fotorafie e sorrisi.</p>
<p>Ho anche sentito molti mesi fa la notizia che i genitori di Giulio Regeni hanno citato in giudizio lo stato proprio per aver violato questa legge, ma di ciò non ho più saputo nulla. </p>
<p>La seconda, e ancora più palese, violazione della legge 185 è quella, di cui si discute in questi giorni, dell’invio di armi all’Ucraina, paese in conflitto, invio purtroppo avallato non soltanto dalla maggioranza, ma da una parte consistente della cosiddetta opposizione. Ho anche scoperto che la stessa domanda si è fatto, forse più autorevolmente di me, l’illustre prof. Telmo Pievani già nel 2020 <a href="https://ilbolive.unipd.it/it/news/leditoriale-perche-non-rispettiamo-legge-185-1990">qui</a>.<br />
Tutto senza risposte.</p>
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		<title>Finitudine</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/02/finitudine/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 06:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
		<category><![CDATA[André Lwoff]]></category>
		<category><![CDATA[etica della conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[Finitudine]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani E’ uscito da qualche giorno il volume dal singolare titolo FINITUDINE, che l’autore, Telmo Pievani, definisce nel sottotitolo ”romanzo filosofico su fragilità e libertà” (Raffaello Cortina, € 16,00). Telmo ha ottenuto a Padova la prima cattedra italiana di “Filosofia delle scienze biologiche”, ha molti scritti, scientifici e divulgativi, alle spalle, ha collaborato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>E’ uscito da qualche giorno il volume dal singolare titolo FINITUDINE, che l’autore, <strong>Telmo Pievani</strong>, definisce nel sottotitolo ”romanzo filosofico su fragilità e libertà” (Raffaello Cortina, € 16,00). Telmo ha ottenuto a Padova la prima cattedra italiana di “Filosofia delle scienze biologiche”, ha molti scritti, scientifici e divulgativi, alle spalle, ha collaborato con Luigi Luca Cavalli Sforza (di cui ha <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/09/06/luigi-luca-cavalli-sforza/">qui </a>scritto un bel ricordo) e, lo si sente in ogni riga di quel che scrive, è un autentico appassionato della sua scienza, della ricerca e dei collegamenti della sua scienza con altri rami del sapere, più o meno adiacenti.<br />
<figure id="attachment_87110" aria-describedby="caption-attachment-87110" style="width: 180px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" class="size-medium wp-image-87110" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-180x300.jpg 180w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-768x1283.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-613x1024.jpg 613w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-250x418.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-200x334.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus-160x267.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Albert-Camus.jpg 789w" sizes="(max-width: 180px) 100vw, 180px" /><figcaption id="caption-attachment-87110" class="wp-caption-text">Albert Camus ritratto da Antonio Molino</figcaption></figure><br />
Non è facile descrivere questo libro, data la sua densità e la ricchezza di prospettive che offre. Comincerò a raccontare la singolare maniera in cui è organizzato. Il 4 gennaio 1960 <strong>Albert Camus</strong> (Nobel 1957 per la letteratura) moriva tragicamente sul colpo in un incidente d’auto. Pievani si immagina questa finzione: Camus non muore sul colpo, ma, ricoverato in ospedale, gravemente ferito, rimane tuttavia lucido e in grado di conversare e argomentare. Il suo amico<br />
<figure id="attachment_87114" aria-describedby="caption-attachment-87114" style="width: 213px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" class="size-medium wp-image-87114" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-768x1083.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-726x1024.jpg 726w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-250x352.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-200x282.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod-160x226.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Jacques-Monod.jpg 962w" sizes="(max-width: 213px) 100vw, 213px" /><figcaption id="caption-attachment-87114" class="wp-caption-text">Jacques Monod ritratto da Antonio Molino</figcaption></figure><br />
<strong>Jacques Monod</strong> (che riceverà il Nobel “per la fisiologia o la medicina” nel 1965 insieme ai colleghi francesi <strong>François Jacob</strong> e <strong>André Lwoff</strong>, pure molto nominati nel libro) si precipita a trovarlo. Sia Camus che Monod stavano realmente scrivendo, al momento della loro scomparsa (quella di Monod nel 1976) ciascuno un libro, <em>L’ultimo uomo</em> quello di Camus e <em>L’uomo e il tempo</em> quello di Monod. Pievani si immagina che si tratti dello stesso libro, le cui bozze Monod comincia a leggere all’amico in ospedale: quindi tutto comincia con la lettura della bozza del primo capitolo; ne discutono, lasciano passare qualche settimana e Monod torna con la bozza del secondo capitolo e così via fino al sesto capitolo e alla chiusa finale, che sarà anche una chiusa per l’amico Albert. Dunque il testo del libro si finge sia stato scritto dai due amici e Pievani vi aggiunge i loro molto interessanti e spesso divertenti colloqui ospedalieri periodici. L’altra cosa fondamentale di questa scrittura è che l’autore immagina che il <em>De rerum natura</em> di <strong>Lucrezio </strong>sia una specie di filo conduttore: l’esergo all’inizio di ogni capitolo è un passo di quest’opera di venti secoli abbondanti fa, che peraltro si attagliano stupefacentemente al contenuto del capitolo.<br />
Tutto parte da questa strana parola del titolo: <em>Finitudine </em>è, così si comincia a capire, una proprietà di tutto quanto, l’umanità finirà, la Terra pure, il sistema solare, la galassia nella quale incessantemente giriamo e anche tutto l’universo andrà verso quella che i termodinamici fin dall’inizio del secolo scorso chiamavano la morte termica dell’universo. Non c’è ombra di trascendenza in tutto questo libro, Telmo è un darwinista convinto, gli dèi della Grecia sono morti e non si ha notizia di altri che li abbiano degnamente sostituiti. Ma la ricerca che spinge tutto l’argomentare del libro è quella di una scappatoia, di una luce in fondo alla strada, di qualche percorso che ci conduca a uscire dalla disperazione del finire, e io certo qui non voglio fare spoiling e dirvi chi è l’assassino, o, meglio, se e come qualcosa ci salva dall’assassino. I titoli dei capitoli da soli indicano questa strada: 1.<em> La finitudine di tutte le cose</em>, 2. <em>Sfidare la finitudine con la tecnica</em>, 3. <em>Sfidare la finitudine con il progresso</em>, 4. <em>Sfidare la finitudine con il DNA</em>. Ma il capitolo 5 ha un titolo diverso: <em>Diventare un coleottero alato</em>, e il sesto, poi, si chiama <em>Le virtù della finitudine.</em><br />
 Il libro non è sempre di immediata facilità, soprattutto quando Monod spiega all’amico Albert certe sottigliezze della genetica tirando fuori gli operoni e la allosteria (per carità, senza apostrofo), ma la sostanza dell’argomentazione si capisce sempre. I colloqui dei due poi, il genetista, colonna del prestigioso Istituto Pasteur di Parigi e l’amico Albert, già nume sacro dell’ambiente letterario francese, sono infarciti di altre vicende, grandi e piccole: i due hanno fatto entrambi la Resistenza antinazista nel loro paese e anche su ciò hanno ricordi comuni; Monod poi, sta cercando di liberare una collega genetista ungherese dalle durezze del regime (siamo nel 1960, ricordate?), cosa che poi nella realtà veramente riuscì. Ho molto apprezzato anche la competenza di Pievani che ha dovuto forzatamente limitarsi a quello che era noto sessanta anni fa, anche se una volta il termine “pandemia” è menzionato, dato che, dal punto di vista della genetica e della medicina in generale, sempre si tratta di una possibilità futura. Confesso che l’ho letto con grande piacere e non esito a consigliarlo, soprattutto poi di questi tempi in cui tutti abbiamo più tempo da dedicare alla lettura e a cercare di praticare quella che a un certo punto del libro, questo è l&#8217;unico indizio che vi fornisco, viene chiamata <em>etica della conoscenza</em>.</p>
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		<title>Luigi Luca Cavalli Sforza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/09/06/luigi-luca-cavalli-sforza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Sep 2018 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[biologia]]></category>
		<category><![CDATA[genetica]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Luca Cavalli-Sforza]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Telmo Pievani</strong><br />
(è scomparso il 31 agosto scorso Luigi Luca Cavalli-Sforza, grande scienziato e grande uomo per il quale nutro una grandissima stima, per averlo sentito raccontare le sue idee e per aver letto molti dei suoi scritti. Ho chiesto a Telmo Pievani, ordinario di filosofia della biologia all&#8217;Università di Padova e collaboratore e amico suo, di scrivere per Nazione Indiana un post che ricordi un così importante maestro. A.S.)<br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/luigi-luca-cavalli-sforza-300x297.jpg" alt="" width="300" height="297" class="alignleft size-medium wp-image-75702" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/luigi-luca-cavalli-sforza-300x297.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/luigi-luca-cavalli-sforza-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/luigi-luca-cavalli-sforza-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/luigi-luca-cavalli-sforza-250x248.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/luigi-luca-cavalli-sforza-200x198.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/luigi-luca-cavalli-sforza-160x159.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/luigi-luca-cavalli-sforza.jpg 320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Un maestro lo vedi dalla libertà e dalla curiosità. Di lui ricordo un insegnamento cruciale: quando intravedi un tema di ricerca promettente in cui ancora nessuno si è cimentato – diceva – quella è la direzione in cui puntare senza remore. Io ci ho provato con la mia filosofia della biologia, e mi è andata bene. Lo devo anche a quel consiglio, benché Luca Cavalli Sforza fosse molto sospettoso sul ruolo e sull’utilità della filosofia. Lo rassicuravo dicendogli che nella mia di filosofia c’era ben poca metafisica, ma non bastava. Provavo a cavarmela dicendogli che nella sua opera di ricercatore c’era un sacco di ottima filosofia della scienza, da lavorarci per anni. Ed ecco che allora tornava per un attimo quel suo sorriso intriso di curiosità e di sempre nuove domande di ricerca.<span id="more-75701"></span></p>
<p>Oggi tantissimi ricercatori in tutto il mondo lavorano all’ombra delle sue intuizioni. Nessuno meglio di Luigi Luca Cavalli Sforza, il grande genetista spentosi il 31 agosto all’età di 96 anni a Villa Buzzati di Belluno, ha incarnato la figura del pioniere, di colui che inaugura campi di studio prima inesplorati e li lascia in eredità a intere generazioni di continuatori. Forse anche perché era alto, elegante e carismatico, ora che non c’è più vien da pensare ai giganti della scienza e a noi nani che guardiamo lontano arrampicandoci sulle loro spalle.</p>
<p>Dopo gli studi di medicina a Torino con Giuseppe Levi e a Pavia negli anni delle leggi razziali e poi della guerra, Cavalli Sforza dal 1942 fu introdotto allo studio della genetica di drosofila da un maestro del calibro di Adriano Buzzati Traverso, fratello di Dino. Fu Buzzati Traverso, pare, a suggerirgli di aggiungere come secondo nome Luca, con cui tutti lo chiamavamo. Il legame di una vita con la famiglia Buzzati sarà sancito dal suo matrimonio con una nipote dei Buzzati, Alba Ramazzotti, che lo seguirà per tutta la sua carriera e gli darà quattro figli.<br />
Fra il 1948 e il 1950 lavorò a Cambridge, sotto la guida di Ronald A. Fisher, insigne statistico e tra i fondatori della genetica delle popolazioni. Con il microbiologo Joshua Lederberg, poi Nobel nel 1958 a 33 anni, Cavalli Sforza studiò l’allora sconosciuto sesso dei batteri, cioè lo scambio orizzontale di pacchetti di informazione genetica tra un batterio e l’altro, dando contributi fondamentali. Dal 1951 ricoprì uno dei primi insegnamenti di Genetica e Microbiologia in Italia, a Parma, dove cominciò ad appassionarsi alla genetica umana. Qui intuì che i nostri geni recano con sé preziose tracce della storia umana profonda e degli antichi spostamenti di popolazioni.<br />
Fiutò questa pista a modo suo, mescolando come nessuno aveva fatto prima dati provenienti da discipline diverse: analisi dei gruppi sanguigni, ricerca di marcatori genetici, registri parrocchiali, storia demografica, alberi genealogici e indagini sulle distribuzioni dei cognomi (anche dai buoni vecchi elenchi telefonici). Collaborò con l’Istituto Sieroterapico Milanese e dal 1962 fu professore di ruolo all’Università di Pavia. Divenne intanto antropologo anche sul campo, guidando spedizioni di ricerca sui cacciatori raccoglitori khoi-san del Kalahari e prima sui suoi amati popoli pigmei dell’Africa centrale, campioni di sostenibilità e saggezza ambientale. L’incontro con la diversità umana reale lo convinse sempre di più che attraverso la lente delle differenze genetiche umane fosse possibile ricostruire l’albero delle separazioni storiche tra i popoli della Terra e la diffusione dei geni tra le popolazioni tramite mescolanze e migrazioni.</p>
<p>Non sempre in armonia con le logiche accademiche italiane, nel 1971 Luigi Luca Cavalli Sforza lasciò l’Italia per la cattedra di Genetica delle popolazioni e delle migrazioni a Stanford, dove assunse la guida di un programma di ricerca mondiale che mirava a ricostruire per via genetica niente meno che l’<strong>albero genealogico dell’umanità</strong>. Le analisi sempre più raffinate sulla variabilità umana (sul DNA mitocondriale, sul cromosoma Y e poi sull’intero genoma) lo portarono a scoprire che la specie Homo sapiens ha avuto un’origine unica, africana e recente, confutando il vecchio modello che prevedeva centri multipli di origine graduale in differenti regioni. La sua idea, poi confermata e precisata, fu che una grande diaspora fuori dall’Africa aveva prodotto, circa 60mila anni fa, il meraviglioso ventaglio delle popolazioni umane attuali e passate, diversificando i loro geni, ma anche le culture e le lingue del mondo. Geni, popoli e lingue è uno dei suoi libri di maggior successo.<br />
Se questo è il quadro dell’evoluzione umana recente, significa che siamo tutti figli di stratificazioni migratorie successive, dall’Africa all’Eurasia, e poi da questa all’Australia e alle Americhe. Tutti migranti, insomma, e tutti discendenti da un piccolo gruppo di pionieri africani. Le differenze genetiche tra due esseri umani presi a caso nel mondo sono comunque minime. Ne discende, e Cavalli Sforza lo capì subito, che la separazione dell’umanità in “razze” ben distinte non regge, perché la variabilità genetica umana si distribuisce in modo continuo a partire dall’Africa dove ce n’è di più.<br />
Collaborando con archeologi, antropologi e linguisti, forte della sua preparazione matematica e statistica, cominciò a utilizzare le comparazioni genetiche per ricostruire anche migrazioni più recenti, come quella degli agricoltori mediorientali che arrivarono in Europa portando con sé fisicamente le loro innovazioni, e per definire la struttura genetica di regioni più limitate (Italia compresa, crogiuolo di diversità biologiche e culturali). Nel 1994, insieme a <strong>Paolo Menozzi</strong> e <strong>Alberto Piazza</strong>, diede alle stampe un atlante monumentale che ancora oggi è un riferimento: <em>Storia e geografia dei geni umani</em>. Qualche anno prima, con <strong>Marcus Feldman</strong> a Stanford aveva proposto la prima teoria quantitativa della trasmissione culturale, poi aggiornata nel libro <em>L’evoluzione della cultura</em>.<br />
Cavalli Sforza nella seconda metà del Novecento ha contribuito in modo decisivo alla maturazione professionale e tecnologica della genetica mondiale. Fin dal 1991 fu il primo promotore e direttore dello <em>Human Genome Diversity Project</em>, cioè lo studio comparato delle variazioni del genoma all’interno della nostra specie. Si trattava in sintesi di esplorare non soltanto un singolo genoma “medio”, ma la diversità effettiva dei genomi umani dispersi nel mondo, con importanti implicazioni per il miglioramento delle nostre conoscenze mediche e storiche.<br />
Il ruolo delle migrazioni in archeologia e il parallelismo tra albero genealogico dei geni e albero di diversificazione delle lingue gli furono contestati, ma comunque la si pensi erano idee feconde. Una delle sue ultime intuizioni scientifiche, una decina di anni fa, fu di rara eleganza. Scoprì che la deriva genetica, cioè il campionamento casuale e la riduzione di variabilità genetica dovuti alla separazione di piccole popolazioni, aveva lasciato una traccia limpida in tutti i genomi del pianeta. La variabilità genetica umana infatti decresce progressivamente mano a mano che ci si allontana dall’Africa meridionale, probabile punto di partenza dell’ultima espansione globale che portò alla diffusione delle popolazioni di <em>Homo sapiens</em> attuali. Riduzione di variabilità genetica e distanza geografica dall’Africa, in virtù di un “effetto del fondatore in serie”, correlano fortemente. Gli piaceva particolarmente questo risultato, perché mostrava come fenomeni casuali quali la deriva genetica potessero dare origine a schemi statisticamente molto eleganti e predicibili.</p>
<p>Il valore culturale (e persino filosofico) della scienza di Cavalli Sforza sta tutto in quella domanda, <em>chi siamo</em>, che fa da titolo a un altro suo fortunato libro, scritto con il figlio Francesco (come anche la sua appassionante autobiografia scientifica: <em>Perché la scienza</em>. <em>L’avventura di un ricercatore</em>). La risposta è che siamo una storia di diversità, ancora in corso. Nel 2011 il Palazzo delle Esposizioni di Roma gli dedicò un’importante <a href="https://www.palazzoesposizioni.it/mostra/homo-sapiens-la-grande-storia-della-diversita-umana">Mostra</a>, <em>Homo sapiens</em>. La grande storia della diversità umana, inaugurata dal Presidente della Repubblica.<br />
Il contributo eccezionale che Luigi Luca Cavalli Sforza ha dato alla scienza si misura nel mezzo migliaio di pubblicazioni internazionali ai massimi livelli, nelle alte onorificenze accademiche (tra le quali, Accademico dei Lincei e membro straniero della Royal Society), nei tanti premi (Balzan, Nonino, Serono), nelle innumerevoli lauree honoris causa. Per l’ampiezza e la fecondità del suo lavoro, avrebbe senza dubbio meritato il Nobel, ma essere un italiano e un evoluzionista non aiuta nell’impresa. A pensarci bene, per tutta la vita non ha fatto altro che dedicarsi in modo disinteressato alla ricerca pura e di base, nel senso più alto del termine.<br />
Come Darwin, non amava gli steccati disciplinari. Non era mai dogmatico e spaziava da una linea di ricerca all’altra quasi con leggiadria. Gli veniva tutto facile. Da dieci anni era professore emerito a Stanford, ma era tornato in Italia, spendendosi con generosità nella divulgazione e nella lotta ai pregiudizi antiscientifici, primo fra tutti quello di chi per ideologia o ignoranza nega ancora la realtà e la bellezza dell’evoluzione darwiniana. Sull’eterna minaccia del razzismo ha scritto pagine intense (per esempio in <em>Razzismo e noismo</em>, con Daniela Padoan) e tenuto conferenze memorabili. Era un uomo schietto, ironico, profondamente libero, che avresti voluto interrogare su tutto, e invece era sempre lui a fare le domande a te. Da ogni gesto e parola sprigionava quella gioia che nasce da insaziabile desiderio di conoscenza, sulla natura e sull’umano. Certe volte ti proponeva connessioni tra fatti ed evidenze talmente lontani fra loro che stentavi a vederci una logica, e invece poi… aveva ragione lui, una logica c’era. La sua è stata davvero una bellissima avventura di ricerca.</p>
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		<title>Un dialogo evoluto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 06:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[charles darwin]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia della scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Homo sapiens]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Di Corcia]]></category>
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					<description><![CDATA[Un&#8217;intervista di Laura Di Corcia a Telmo Pievani Secondo Leopardi la “natura” è crudele e la teoria evoluzionistica darwiniana non ha fatto che confermare questo sospetto, quello di un grosso meccanismo continuamente stritolante, dove ogni tassello non ha nessun altro interesse se non quello di badare a se stesso, pensare alla propria sopravvivenza. È davvero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/evoluzione-uomo-computer.jpg"><img loading="lazy" class=" size-full wp-image-50955 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/evoluzione-uomo-computer.jpg" alt="evoluzione-uomo-computer" width="628" height="235" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/evoluzione-uomo-computer.jpg 628w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/evoluzione-uomo-computer-300x112.jpg 300w" sizes="(max-width: 628px) 100vw, 628px" /></a></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Un&#8217;intervista di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><b>Laura Di Corcia </b></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">a </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><b>Telmo Pievani</b></span></span> </span></p>
<p><a name="_GoBack"></a>Secondo Leopardi la “natura” è crudele e la teoria evoluzionistica darwiniana non ha fatto che confermare questo sospetto, quello di un grosso meccanismo continuamente stritolante, dove ogni tassello non ha nessun altro interesse se non quello di badare a se stesso, pensare alla propria sopravvivenza. È davvero così? Perché, allora, esiste l&#8217;empatia, come mai gli uomini (alcuni fra loro) tendono a far comunità, ad aiutarsi reciprocamente? In parole semplici, l&#8217;uomo è un animale individuale o sociale? Abbiamo posto queste domande a <b>Telmo Pievani</b>, filosofo della scienza ed epistemologo, grande conoscitore delle teorie evoluzionistiche che ci ha parlato di nuove frontiere, nello studio della nostra storia di uomini, di una selezione, operata a livello macro-individuale, fra gruppi, che tenderebbe a favorire gli individui cooperativi, a fare in modo che siano proprio loro (in apparente contraddizione con quanto sostenuto da Darwin nel suo <i>L&#8217;origine della specie</i>, 1859) a resistere nel tempo come modello vincente.</p>
<p><b>Parto con una domanda a bruciapelo: Homo sapiens è una specie individuale o sociale?</b></p>
<p>Non c&#8217;è alcun dubbio su questo punto: siamo una specie fortemente sociale. Dobbiamo la nostra fortuna, il successo demografico e quello evolutivo, che ci ha portato fin qua, alla socialità. Il problema è che si tratta di una socialità ambivalente. Non è una socialità che ci fa essere buoni e solidali con tutti. Quello che viene fuori dalle ricerche è che siamo capaci di grande cooperazione all&#8217;interno del gruppo in cui ci riconosciamo, ma esiste un rovescio della medaglia, quello che ci porta ad essere sospettosi, e talvolta aggressivi, nei confronti di chi non fa parte del nostro “noi”.</p>
<p><b>Quindi si creerebbe una sorta di competizione fra gruppi?</b></p>
<p>Esattamente. In base a quello che sappiamo, <i>Homo sapiens</i> da tantissimo tempo è una specie organizzata in piccoli gruppi, composti da una manciata di nuclei familiari, che formano unità che vanno dai 25 ai 150 individui. Ovviamente, ogni gruppo combatteva per la sopravvivenza, competeva per affermarsi. Quindi si rivelava per il singolo molto vantaggioso fare parte di un gruppo solidale, compatto e coeso al suo interno: le possibilità di sopravvivere, di ottenere risorse e di diffondere i propri caratteri aumentavano proporzionalmente. A questo punto si capisce come sia il gruppo a fare la selezione, operando in direzione di individui maggiormente cooperativi.</p>
<p><b>Mi spieghi meglio questo punto.</b></p>
<p>Immaginiamo che all&#8217;inizio vi fossero tanti piccoli gruppi, dove sono mescolati individui con atteggiamenti rivolti più verso i propri interessi e altri più tesi alla cooperazione, al benessere della comunità. Cosa hanno potuto verificare gli studiosi? All&#8217;inizio nulla di stupefacente: all&#8217;interno del gruppo, gli “egoisti” tendono ad aumentare, secondo le previsioni della selezione darwiniana, che privilegia gli individui più abili nel fare i propri interessi singoli. Ma in un secondo momento la situazione tende al ribaltamento: questo perché i gruppi dove prevalgono i generosi e gli altruisti hanno più chance di successo come gruppo. Quindi, se gli egoisti prevalgono numericamente nel corto termine e dentro il gruppo, poi, in virtù della selezione fra gruppi e dell’espansione demografica dei gruppi con più cooperatori, alla fine gli egoisti si ritrovano in minoranza e non prevalgono.</p>
<p><b>La cattiveria, mi conceda questo termine, c&#8217;è sempre, quindi, ma spostata, decentrata dall&#8217;io e rivolta al noi.</b></p>
<p>I termini di bontà e cattiveria non fanno parte del linguaggio degli scienziati. Sono giudizi morali. Quello che la biologia ci dice è qualcosa se vogliamo di un po&#8217; frustrante, ma anche più corretto: noi siamo per natura ambivalenti. Non dobbiamo cercare nella natura se siamo buoni o cattivi. Siamo entrambe le cose. La scelta dipende da noi, dallo scarto umano di innovazione che siamo capaci di produrre. Siamo figli dell&#8217;evoluzione biologica, ma anche una specie capace di scrivere la <i>Dichiarazione universale dei diritti dell&#8217;uomo</i>, il cui contenuto è profondamente contro-selettivo. Questo significa una cosa sola, che noi siamo capaci di creare innovazione, di produrre comportamenti inediti rispetto all’evoluzione passata.</p>
<p><b>L&#8217;altruismo sfugge quindi a qualsiasi inquadramento biologico. È un surplus, il figlio illegittimo della natura?</b></p>
<p>Direi di no. La parola “altruismo”, in natura, vuol dire due cose: c&#8217;è l&#8217;altruismo con reciprocità, che ti porta a comportarti in modo altruista perché sai che avrai una ricompensa immediata. Le leonesse cacciano in gruppo, è vero, ma perché sono consapevoli del fatto che in questo modo hanno molta più probabilità di raggiungere prede grosse e dunque più cibo in media. L&#8217;altra faccia della medaglia è più difficile da spiegare: <i>Homo sapiens</i> &#8211; ma anche altre specie di primati, come gli scimpanzé &#8211; è capace di comportarsi in modo altruista senza aspettarsi una contropartita, almeno non nell&#8217;immediato. La selezione di gruppo fornisce qualche risposta in merito: l&#8217;individuo rinuncia in parte ai propri interessi in virtù di un benessere più grande, quello del gruppo, che poi porterà un vantaggio a tutti, compresi i singoli.</p>
<p><b>Ma come si spiegano quelle utopie che mirano al benessere di tutti i gruppi? Dov&#8217;è il nemico in questo caso? Quale pressione esterna li spinge a spendersi per quegli ideali più alti, universali?</b></p>
<p>L&#8217;evoluzione biologica fornisce delle potenzialità, fa sì che siano possibili certi comportamenti. La logica del gruppo spinge l&#8217;individuo a rendersi conto che, rinunciando momentaneamente al proprio interesse, può ricavare un vantaggio per il futuro. Poi la specie umana, quando ha interiorizzato un comportamento, tende a generalizzarlo. È quindi possibile che la nostra mente sia capace di pensare a gruppi sempre più grandi. In questi anni siamo stati capaci di concepire la specie umana intera come un soggetto di solidarietà e quindi di dire che siamo tutti esseri umani, titolari di pari diritti e pari dignità. L&#8217;attitudine dell&#8217;egualitarismo è qualcosa di profondamente radicato in questa logica di gruppo. I gruppi che abbiamo citato all&#8217;inizio tendevano a essere egualitari, non ci dovevano essere troppi squilibri di possesso. È stata la rivoluzione agricola a scardinare questo meccanismo, perché ha reso possibile l&#8217;accumulo delle risorse e ha cambiato profondamente i rapporti di potere fra i membri del sistema.</p>
<p><b>Quando parliamo di individui capaci di fare breccia nella fredda logica della vita, che vorrebbe ciascun individuo col naso sprofondato nel suo personalissimo orizzonte di interessi e guadagni, viene in mente anche l&#8217;arte, ovvero la capacità, da parte di Homo sapiens, di stupirsi e autocompiacersi della qualità del messaggio usato per comunicare. Anche questo pare aver poco a che fare con la natura spietata e ego-riferita di cui soliamo sempre parlare.</b></p>
<p>Sì, l&#8217;arte fa parte di quelle novità inedite, mai viste prima, che sono comparse in natura con <i>Homo sapiens</i>. Sappiamo anche quando è apparsa nella storia evolutiva: tra i settanta e gli ottantamila anni fa, in Africa, c&#8217;è stata una vera e propria rivoluzione culturale che ha portato una sola specie umana tra le diverse presenti a fare una serie di cose strane e apparentemente inspiegabili tutte insieme. È <i>Homo sapiens</i> che inizia a produrre pitture rupestri, oggetti con caratteristiche simboliche, segni regolari con un significato. Per non parlare delle sepolture rituali, degli strumenti musicali, dell&#8217;abbellimento del corpo. Il tutto in modo sistematico, non occasionale. Questo è un po&#8217; un mistero oggi, noi non sappiamo dire che cosa sia successo esattamente. La nostra mente ha iniziato a lavorare in maniera diversa, nuova. Sono comportamenti di una specie che non è più dedita soltanto alla mera sopravvivenza, ma ha trovato il tempo e le risorse per fare dell&#8217;altro, per sviluppare la capacità di associare a oggetti concreti significati altri. È l&#8217;apertura al simbolico.</p>
<p><b>Lei dice: mistero. Ma non ci sono delle interpretazioni? Credo che sia stato il gruppo a rendere possibile uno scarto di energie tale per cui si potesse iniziare a riflettere su elementi e campi non necessariamente legati alla sopravvivenza e alla riproduzione, o sbaglio?</b></p>
<p>Non c&#8217;è dubbio. Ho detto mistero perché non sappiamo esattamente cosa sia successo, ma abbiamo a disposizione due ipotesi, fondamentalmente. La prima è proprio la socialità, la capacità di trasformare il gruppo in una sorta di meta-individuo, di “super-organismo” come ha scritto Edward O. Wilson. Il secondo segreto risiede nel linguaggio articolato, cioè la capacità di comunicare in un modo più flessibile e più preciso. Siamo quasi sicuri che tutte le altre specie umane non avessero in dotazione un elemento così potente, almeno non come noi, che permette fra le altre cose di condividere con i propri compagni esperienze e cose viste, sviluppando in chi parla e in chi ascolta la capacità immaginativa.</p>
<p><b>Tornando alla questione iniziale, uomo animale sociale o individuale, le chiederei come mai nella stessa epoca, individui sottoposti agli stessi impulsi culturali tendano ad adottare strategie diverse, alcune cooperative e altre egoistiche.</b></p>
<p>È una domanda difficile. Non dobbiamo pensare che l&#8217;evoluzione biologica determini i nostri comportamenti, ci dice soltanto quali sono le nostre potenzialità. Che cosa fa un individuo singolo dipende da altri due fattori: il primo è l&#8217;individualità. La stessa evoluzione ci dice che ogni essere umano nasce unico, che non esistono due individui biologici perfettamente identici. Il secondo fattore riguarda la formazione del nostro cervello: esso si plasma per due terzi dopo la nascita. È vero che abbiamo dei vincoli biologici, che ci vengono dal passato, ma siamo una specie molto plastica, influenzata enormemente dalla storia, dall&#8217;educazione e dalla cultura.</p>
<p><b>Poi c&#8217;è la famosa questione del libero arbitrio. Come si pone, lei, di fronte a questo tema?</b></p>
<p>La scienza a mio avviso non può rispondere direttamente a questo quesito. Il libero arbitrio è un&#8217;ipotesi plausibile solo se rinunciamo al determinismo, quindi all&#8217;idea che le scelte dell&#8217;essere umano siano determinate da qualche fattore, che sia naturale o sovrannaturale. Io credo che non sia un&#8217;illusione, il libero arbitrio, come hanno sostenuto molti importanti filosofi: esso si giustifica con il principio della contingenza, tema filosofico su cui ho lavorato molto. Siamo frutto di vincoli del passato, ma in ultima analisi siamo ancora liberi di scegliere. La natura non ci determina, e nemmeno la cultura. C&#8217;è uno spazio per la volontà del singolo. Questo ce lo dimostra la storia, che ci pone di fronte a figure capaci di dire di no ai vincoli che la natura ha posto all&#8217;uomo. Noi esseri umani abbiamo questo di straordinario, di inedito: sappiamo di avere degli istinti che ci ha dato la natura, e li studiamo, ma possiamo anche scegliere di non essere marionette passive nelle loro mani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>precedentemente pubblicato su</em> Confronti, <em>n° 60,  del 29 gennaio 2014</em>)</p>
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		<title>HOMO SAPIENS al Palazzo delle esposizioni di Roma, intervista a Telmo Pievani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 15:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Si è inaugurata l’11 novembre, e durerà fino al 12 febbraio 2012, al Palazzo delle Esposizioni di Roma la mostra: Homo sapiens: la grande storia della diversità umana. Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti discipline e coordinati da Luigi Luca Cavalli-Sforza, ha ricostruito, tenendo conto dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo-300x225.jpg" alt="" title="homo" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-40874" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/homo.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Si è inaugurata l’11 novembre, e durerà fino al 12 febbraio 2012, al <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/mediacenter/FE/home.aspx">Palazzo delle Esposizioni</a> di Roma la mostra: <a href="http://www.palazzoesposizioni.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=541&#038;explicit=SI"><strong>Homo sapiens</strong></a>: <strong>la grande storia della diversità umana</strong>. Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti discipline e coordinati da <strong>Luigi Luca Cavalli-Sforza</strong>, ha ricostruito, tenendo conto dei dati disponibili fino ad oggi, le radici e i percorsi del popolamento umano del nostro pianeta. Genetisti, linguisti, archeologi, antropologi e paleoantropologi hanno unito i risultati delle loro ricerche in un grande affresco della storia dell&#8217;evoluzione umana. Il risultato è una mostra internazionale, interattiva e multimediale che racconta in sei sezioni le storie e le avventure degli straordinari spostamenti, in larga parte ancora sconosciuti, che hanno generato il mosaico della diversità umana.<br />
Sono stato all’inaugurazione, ho visto la mostra e ho rivisto Luigi Luca Cavalli-Sforza, classe 1922 e tuttora in piena forma, di cui ricordo con grande piacere qualche seminario pavese distante ormai più di quarant’anni. A tutti tengo a ricordare che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Luca_Cavalli-Sforza">Luigi Luca Cavalli-Sforza</a>, genovese, è uno dei più importanti studiosi al mondo nel campo della storia delle origini dell’uomo,<span id="more-40873"></span> cui ha dedicato, fin dai tardi anni ’60 del secolo scorso, da solo e con vari collaboratori, una ricerca sistematica e complessa, un cui primo risultato generale fu pubblicato nel 1988  e alla quale Cavalli-Sforza ha dedicato in seguito, e con continuità fino ad oggi, non solo più approfonditi studi specialistici, ma anche molto utili opere di divulgazione. </p>
<p><strong>Telmo Pievani</strong>,  che insegna filosofia della scienza all’università di Milano-Bicocca, ha affiancato Cavalli-Sforza nella cura della mostra (che ha un suo <a href="http://www.homosapiens.net/">sito</a> assai ricco). A lui ho chiesto di rispondere a qualche domanda su contenuti e scopi della mostra. Telmo ha volentieri acconsentito ed ecco il risultato:</p>
<p>a.s.: <em>Qual è l’aspetto più innovatore di questa mostra che tu hai fortemente contribuito a configurare e ad allestire a partire da un’idea originaria di Luigi Luca Cavalli-Sforza?</em></p>
<p>t.p.: Credo che l’elemento di maggiore novità consista nella ricostruzione di una narrazione complessiva sull’evoluzione umana, fondata su robusti dati sperimentali, piuttosto recenti e di natura interdisciplinare. Mettere insieme le filogenesi molecolari, le comparazioni genetiche, i ritrovamenti paleontologici e archeologici, le tracce di evoluzione culturale e alcuni indizi sulla diversificazione delle lingue, il tutto entro una cornice coerente, è un’impresa che trovo appassionante e che da diversi anni pensavo potesse trovare una “rappresentazione” allestitiva coinvolgente ed efficace sul piano della comunicazione. In programmi di ricerca come questi emerge chiaramente l’evidenza che la scienza è parte del nostro immaginario collettivo, è una forma di cultura fondamentale, da condividere con il pubblico più ampio possibile. In fondo, si tratta di rispondere a “grandi domande” che vanno ben oltre il confine del laboratorio: da dove veniamo noi esseri umani; come siamo arrivati fin qui; quali innovazioni ci hanno reso ciò che siamo e qual è il nostro posto nel cespuglio ramificato dell’ominizzazione; perché siamo così uniti biologicamente e così diversi culturalmente.</p>
<p>a.s.: <em>La mia impressione da esterno è che negli anni recenti si siano verificati un non piccolo numero di nuovi ritrovamenti, in vari siti, riguardanti il genere Homo e la sua storia; ad ogni nuovo ritrovamento si devono ovviamente rivedere/modificare alcune convinzioni maturate a partire dai precedenti ritrovamenti. In questo processo di continua riconfigurazione del pregresso, si sta a tuo parere delineando comunque un quadro complessivo “ragionevolmente accertato”?</em></p>
<p>t.p.: Direi di sì, oggi il quadro è molto meno frammentario rispetto anche soltanto a cinque anni fa e si tratta di un processo che potremmo dire di “normalizzazione”. L’evoluzione umana ha sofferto per decenni di due “eccezioni” epistemologiche alquanto peculiari (anche se psicologicamente comprensibili). La prima recitava che la spiegazione evoluzionistica non avrebbe mai potuto sfiorare i segreti della mente umana e della coscienza, e sappiamo quanto si stia indebolendo. La seconda stabiliva che a differenza di tutti gli altri esseri viventi le specie umane avrebbero dovuto rispettare un modello di evoluzione lineare, una progressione graduale verso Homo sapiens, culmine del percorso di ominizzazione. Ciò che si sta verificando negli ultimi anni è lo smantellamento definitivo di questa immagine consolante della nostra storia, sostituita da un’altra che è invece centrata sulla diversità di forme, sull’esplorazione di molteplici possibilità adattative, sulla contingenza storica e sulla forte imprevedibilità di un processo di diversificazione di specie umane che avrebbe potuto in molte occasioni prendere ben altre direzioni. Stiamo così applicando alla specie umana gli stessi modelli esplicativi che da tempo si applicano a tutte le altre forme viventi, da qui la “normalizzazione”. La riconfigurazione del pregresso consiste principalmente nella comprensione dell’importanza evoluzionistica di fenomeni di trasformazione che si verificano nello spazio biogeografico (il secondo asse di comprensione dell’evoluzione, insieme al tempo, cioè la genealogia): ovvero, la deriva genetica, la migrazione, l’ibridazione, i “colli di bottiglia” prodotti da drastiche alterazioni ambientali, gli “effetti del fondatore”. E’ questo il nuovo sguardo metodologico sull’evoluzione umana che ha permesso di scardinare le grandi narrazioni del progresso che avevano dominato il campo, anche internamente alla scienza, per troppo tempo. Un’idea che permea il progetto della Mostra è la valorizzazione del fascino della contingenza e della diversità, a scapito della nostra attrazione fatale per teleologie forzate che vedevano nell’umanità l’apice dell’evoluzione. Secondo me è un salutare bagno di umiltà, da condividere come progetto educativo con i nostri ragazzi.</p>
<p>a.s. <em>In particolare: dove avviene, e come, a quel che si sa, il sorgere del linguaggio in questa articolata storia evolutiva, è plausibile l’ipotesi che sia stata la presenza del linguaggio a dare una delle spinte decisive per qualche tappa importante dell’evoluzione?</em></p>
<p>t.p.: Certo, è molto plausibile. Noi sappiamo che forme di linguaggio, anche già articolato, dovevano con ogni probabilità essere presenti in altre forme umane, soprattutto in Homo neanderthalensis, con il quale abbiamo lungamente convissuto in Europa e Asia occidentale. Benché il linguaggio non restituisca fossili, esistono forti evidenze indirette in tal senso (da quelle genetiche a quelle anatomiche e comportamentali). Se poi andiamo ancora più indietro nel tempo, in mezzo all’albero ramificato delle diverse specie del genere Homo, agli inizi è plausibile che esistessero forme di espressione proto-linguistiche, mescolate a vocalizzi e gesti. Dunque l’esigenza adattativa della comunicazione e dell’organizzazione sociale doveva già essere ampiamente soddisfatta. Qualcosa però di peculiare (cioè di “unico”, che è cosa diversa da “speciale”) si pensa sia successo con Homo sapiens, una giovane specie africana dall’anatomia slanciata nella quale si nota il completamento del tratto vocale che permette un linguaggio pienamente articolato. Questa conformazione della gola deve averci regalato i vantaggi inaspettati dell’intelligenza simbolica, dell’astrazione, della ricorsività e delle infinite potenzialità combinatorie delle parole, se è vero che pur di mantenerli tolleriamo il rischio del soffocamento. Ciò che oggi pensano molti evoluzionisti è che il linguaggio articolato completo sia stato “l’arma segreta” dell’ondata finale degli H. sapiens usciti dall’Africa intorno a 50-60mila anni fa e poi diffusisi inarrestabilmente in tutto il mondo.</p>
<p>a.s.: <em>Hai ricordato nella tua intervista durante l’inaugurazione della mostra che in quel periodo che risale a poche decine di migliaia di anni fa almeno cinque specie del genere Homo convivevano pacificamente sul pianeta; puoi articolare un po’ questa stupefacente informazione, spiegando anche come sappiamo che convivessero pacificamente?</em></p>
<p>t.p.: Si tratta davvero di una scoperta stupefacente, sulla quale occorrerà riflettere anche sul piano filosofico. Lo scenario da cui nasce è quello delle molteplici “uscite dall’Africa”: rappresentanti diversi del genere Homo escono a più riprese dal continente africano, sempre partendo da un’area orientale che va dall’attuale Etiopia fino al Sudafrica. La prima volta, poco meno di due milioni di anni fa, escono gli H. ergaster, che poi danno origine a H. georgicus nel Caucaso, a H. antecessor in Europa e a H. erectus in Asia orientale. La seconda volta, circa 780mila anni fa, esce un’altra specie, H. heidelbergensis, che dissemina altri umani che convivono con quelli fuoriusciti precedentemente. In Europa, da questa seconda diaspora, nasce H. neanderthalensis, il nostro alter ego evoluzionistico più famoso. Quando finalmente prende avvio la terza uscita dall’Africa, quella di Homo sapiens, a cominciare da 120mila anni fa e a più ondate, sempre a partire dal Corno d’Africa, i nostri antichi progenitori incontrano sulla loro strada una pletora di altre specie umane, ben adattate alle loro regioni e discendenti dalle precedenti diaspore. Così succede che ancora 40mila anni fa nel solo Vecchio Mondo (Africa ed Eurasia) circolavano cinque specie umane: noi H. sapiens (i più girovaghi ed espansivi); i Neandertal in Europa e Asia fino ai Monti Altai (la loro estinzione avverrà soltanto intorno a 28-27mila anni fa nell’ultima enclave di Gibilterra); un’enigmatica specie asiatica trovata sui Monti Altai, derivante dalla seconda diaspora, e provvisoriamente battezzata “Homo di Denisova”; forse alcuni residuali H. erectus nella valle del fiume Solo sull’isola di Giava; e una strepitosa specie umana pigmea, forse discendente da una piccola popolazione di H. erectus rimasta isolata, Homo floresiensis, trovata sull’isola indonesiana di Flores ed estintasi soltanto 12mila anni fa, alle soglie della “Storia” con la maiuscola che studiamo a scuola. Dunque, cinque specie umane fino a pochissimo tempo fa, su scala biologica. Con molte di queste specie noi abbiamo convissuto negli stessi territori e non compaiono segni di sostituzioni violente, di scontri o di altri fenomeni drammatici. Anzi, per lunghi periodi sembriamo in equilibrio, demografico e comportamentale. Poi succede qualcosa, forse legato all’ultima ondata di H. sapiens usciti dall’Africa (e agli effetti del linguaggio articolato), e le altre quattro forme, sapiens a modo loro, cominciano a declinare. Quindi non siamo mai stati soli, come umani, nella storia naturale recente. E ora dobbiamo proprio capire come sia successo che in così poco tempo siamo rimasti gli unici rappresentanti dell’umanità parlante.</p>
<p>a.s.: <em>Anche a grandi esperti può capitare di lasciarsi scappare frasi formulate, del tutto involontariamente, in maniera finalistica del tipo “gli Africani hanno la pelle nera per potersi difendere dalle più pericolose radiazioni solari”. L’ortodossia evoluzionistica che tu mi pare rappresenti bandisce senza se e senza ma queste sfumature; vuoi cogliere questa occasione per rimettere le cose a posto?</em></p>
<p>t.p.: Sì questo è un rischio sempre presente, perché abbiamo una mente teleologica che sovrappone alle spiegazioni meccanicistiche e funzionali un’aura di finalità. Il linguaggio, anche degli scienziati talvolta, è una spia evidente di questa propensione cognitiva. Così finiamo per “personalizzare” l’evoluzione e la selezione naturale come se fossero agenti intenzionali, ingegneri che ottimizzano sapientemente le loro creature. Oppure torniamo a forme velate di lamarckismo, raccontando la storia naturale come un’avventura di eroi che per propria volontà si trasformano inventando nuovi adattamenti. Il significato radicale di meccanismi demografici come la selezione naturale e la deriva genetica, che sono al cuore della spiegazione evoluzionistica contemporanea permeata di statistica e di probabilità, consiste proprio nell’espulsione di qualsiasi finalità, nella permeante contingenza del processo: una sopravvivenza differenziale di organismi portatori di variazioni genetiche emerse per altre ragioni, nel primo caso; una campionatura casuale di varianti genetiche in piccole popolazioni rimaste fisicamente isolate, nel secondo caso.</p>
<p>a.s.: <em>Quali sono i potenziali utenti della mostra cui personalmente tieni di più, quelli che vorresti più fortemente attirare?</em></p>
<p>t.p.: Senz’altro gli studenti e il pubblico più giovane, che ci aspettiamo costituisca almeno la metà del numero complessivo dei visitatori. Per questo, oltre a passaggi immersivi, a mappe disseminate e ad altre scelte scenografiche, abbiamo allestito un pacchetto di exhibit interattivi, molto impegnativi per chi li produce sul piano economico e progettuale, che permettono però ai ragazzi di fare un’esperienza in prima persona, senza spiegazioni scritte, giocando in un contesto favorevole e uscendo, noi speriamo, con un messaggio forte, che può essere quello della propria parentela genetica con tutti i viventi o quello dell’insussistenza genetica delle cosiddette “razze umane”.</p>
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		<title>IN UN MONDO SENZA DIO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jun 2011 21:39:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Uaar Il resoconto video integrale del convegno In un mondo senza Dio organizzato a Genova dall’Uaar e dalla Federazione Umanista Europea nel maggio scorso è accessibile direttamente da questa pagina sulla piattaforma Vimeo: Il primo filmato si riferisce alla conferenza &#8220;Le basi morali in un mondo senza Dio&#8221; con Telmo Pievani e Giulio Giorello, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Uaar</p>
<p>Il resoconto video integrale del convegno In un mondo senza Dio organizzato a Genova dall’Uaar e dalla Federazione Umanista Europea nel maggio scorso è accessibile direttamente da questa pagina sulla piattaforma Vimeo:<br />
<iframe title="In un mondo senza Dio  - In a Godless world" src="https://vimeo.com/showcase/1607183/embed" width=640 height=368 allowfullscreen frameborder="0"></iframe><br />
Il primo filmato si riferisce alla conferenza &#8220;Le basi morali in un mondo senza Dio&#8221; con Telmo Pievani e Giulio Giorello, moderata da Raffaele Carcano: la cornice è quella del Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. La stessa sala ha ospitato anche l’incontro &#8220;Pensare ed agire in un mondo senza Dio&#8221;, diviso in due parti: nella prima parte modera Raffaele Carcano e relazionano Gilberto Corbellini e Simone Pollo, nella seconda il moderatore è Andrew Copson e i relatori sono Valerio Pocar e Anthony C. Grayling:<br />
<iframe loading="lazy" title="Gilberto Corbellini e Simone Pollo - &amp;quot;Pensare ed agire in un mondo senza Dio&amp;quot;" src="https://player.vimeo.com/video/24232622?dnt=1&amp;app_id=122963" width="640" height="360" frameborder="0" allow="autoplay; fullscreen; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe><br />
Due video distinti (prima e seconda parte) anche per il workshop L&#8217;etica della responsabilità sull&#8217;assistenza morale non confessionale:<span id="more-39179"></span> a numero chiuso perché rivolto ad un pubblico ristretto e svoltosi nella piccola Sala delle Letture scientifiche di Palazzo Ducale: modera Isabella Cazzoli, con Laura Balbo, Carlo Flamigni e Freddy Boeykens.<br />
Rivolto al grande pubblico è invece l&#8217;evento conclusivo &#8220;Vite senza Dio&#8221;, condotto da Valerio Pocar con la partecipazione di Margherita Hack e Nicola Piovani al teatro Politeama Genovese:<br />
<iframe loading="lazy" title="Margherita Hack e Nicola Piovani - &amp;quot;Vivere senza Dio&amp;quot;" src="https://player.vimeo.com/video/24276109?dnt=1&amp;app_id=122963" width="640" height="480" frameborder="0" allow="autoplay; fullscreen; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Buon compleanno, mr. Darwin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Feb 2008 18:17:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[charles darwin]]></category>
		<category><![CDATA[darwin]]></category>
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		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
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		<category><![CDATA[lorenzo galbiati]]></category>
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		<category><![CDATA[ricerca scientifica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Galbiati Charles Robert Darwin compie oggi centonovantanove anni e questa settimana è festeggiato in molte città d’Italia nelle manifestazioni chiamate “Darwin Day”. Non che il Darwin Day sia nato quest’anno. È già un’abitudine, anzi, una fiera abitudine. A Milano, per esempio, la manifestazione è alla sua quinta edizione e nella locandina di presentazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Galbiati</strong></p>
<p>Charles Robert Darwin compie oggi centonovantanove anni e questa settimana è festeggiato in molte città d’Italia nelle manifestazioni chiamate “Darwin Day”.<br />
Non che il Darwin Day sia nato quest’anno. È già un’abitudine, anzi, una fiera abitudine. A Milano, per esempio, la manifestazione è alla sua quinta edizione e nella <a href="http://www.pikaia.eu/EasyNET/Archivi/Pikaia/Pdf/0003/3503.PDF" title="programma del Darwin Day 2008 in Italia">locandina di presentazione</a> si può leggere che il “Darwin Day di Milano è diventato a pieno titolo un atteso appuntamento annuale della vita culturale della città e, grazie al coinvolgimento di un numero crescente di altre sedi in Lombardia, si consolida come la più importante iniziativa regionale dedicata all’evoluzione. Come ogni anno i protagonisti del dibattito evoluzionistico internazionale si confronteranno fra loro e con il pubblico. In vista delle celebrazioni del bicentenario darwiniano del 2009 la manifestazione come d’abitudine abbraccerà linguaggi diversi e sarà composta non soltanto dalle sessioni di convegno, ma anche da serate a tema, spettacoli, laboratori per bambini e per ragazzi. Lo stile divulgativo, misto agli approfondimenti, sarà calibrato per un pubblico curioso, non necessariamente di addetti ai lavori, con particolare attenzione agli studenti delle scuole superiori e agli universitari, nell’intento di coltivare l’interesse per la cultura scientifica in un paese dove ancora essa non sembra adeguatamente valorizzata.”<br />
Eccoci al punto: è diffusa la cultura scientifica in Italia?<span id="more-5351"></span><br />
Prima di lanciarci in valutazioni pessimistiche, prima di tirare fuori il prevedibile riferimento alla Chiesa cattolica e al suo oscurantismo religioso che precluderebbe la strada, in Italia più che altrove, alla ricerca scientifica, ricordo subito che il Darwin Day arriva in Italia grazie a… ai soci dell’<a href="http://www.uaar.it/uaar/darwin_day/2008/" title="il sito web del Darwin Day">UAAR, l’Unione degli Atei Agnostici Razionalisti</a>.<br />
Si legge infatti nel loro sito web:<br />
“Da tempo, il mondo anglosassone commemora la nascita di Charles Darwin (12 febbraio) con conferenze, incontri, dibattiti ed eventi varî che celebrano i valori della ricerca scientifica e del pensiero razionale. Nel 2003 il Darwin Day è finalmente arrivato anche nel nostro Paese grazie all’UAAR. Dal 2004 l’UAAR, in collaborazione con le Librerie Feltrinelli, organizza in tutta Italia diversi incontri con scienziati, docenti e giornalisti scientifici. L’UAAR dedica i suoi Dawin Day 2008 ai docenti del dipartimento di fisica dell’Università “La Sapienza” di Roma.”<br />
Abbiamo quindi due manifestazioni darwiniane parallele: da una parte musei scientifici, istituti superiori e universitari insieme ad altri enti statali e ad associazioni private organizzano dal 2004 i Darwin Day “istituzionalizzati”, quelli che vengono oggi identificati come Darwin Day dalla maggior parte della popolazione; dall’altra, l’UAAR, che meritoriamente ha anticipato le istituzioni nell’indire questa manifestazione, continua a organizzare insieme alla Feltrinelli i suoi Darwin Day “militanti”. Nessuna competizione, sia chiaro, nessun antagonismo tra i due Darwin Day: i protagonisti degli uni sono spesso protagonisti anche degli altri. Piuttosto, vi è il rischio, da parte di alcuni, di credere che i Darwin Day siano strumenti di propaganda ateistica o addirittura antireligiosa, visto come sono nati. Non mi inoltro subito in questa spinosa questione, preferisco prima constatare come, con il passare degli anni, i Darwin Day delle due parti si siano moltiplicati e irrobustiti, e ora si stanno espandendo a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale.<br />
Darwin fa successo, insomma.<br />
È interessante allora chiedersi quali ne siano le ragioni, e perché un’associazione di atei e agnostici si impegna in queste manifestazioni. Forse il successo del Darwin Day è la reazione di una parte sana e vitale della società a un clima culturale pervaso sempre più da recrudescenze pregiudiziali –  siano esse di natura politica, filosofica o religiosa – verso l’odierno impianto epistemologico delle scienze naturali.<br />
Per sondare la validità di questa ipotesi, andiamo alla radice. Perché si celebra il Darwin Day?<br />
<a href="http://www.sisuni.unimi.it/JumpNews.asp?idLang=IT&amp;idChannel=25&amp;idUser=0&amp;idNews=9919" title="Marco Ferraguti e Telmo Pievani sul Darwin Day">Secondo i docenti universitari milanesi</a> Marco Ferraguti (professore di evoluzione biologica) e Telmo Pievani (filosofo della scienza), “Charles Darwin occupa un posto del tutto particolare nella scienza. Copernico, Newton, Einstein o Freud hanno rivoluzionato il nostro modo di vedere alcuni aspetti fondamentali della realtà, ma noi non celebriamo il loro compleanno ogni anno. Da anni in tutto il mondo, e anche a Milano, si festeggia invece il Darwin Day (<a href="http://www.darwinday.org/" title="sito ufficiale del darwin Day nel mondo">http://www.darwinday.org/</a>). Ci sembra dunque interessante indagare sulle ragioni di tale interesse. Ci sono due motivi per i quali esiste il Darwin Day: uno, per così dire, in positivo, l’altro in negativo.<br />
Darwin diede inizio a un modo di pensare e a un programma di ricerca che coinvolge tutti i biologi e i naturalisti attivi nel mondo, e non solo loro. Per la prima volta veniva proposto un meccanismo, la selezione naturale, in grado di spiegare in termini scientifici la diversità e la complessità degli adattamenti presenti in natura. Molti naturalisti prima di lui avevano ipotizzato l’evoluzione delle specie, la loro discendenza comune e la loro moltiplicazione, ma solo Darwin, insieme ad Alfred Russel Wallace, aveva saputo individuare le cause del cambiamento. Tuttavia, la figura di Darwin è ancora oggi bersagliata da critiche di ogni genere.<br />
Ciò che Darwin ha insegnato, a biologi e naturalisti in primo luogo, ma anche a tutta l’umanità, è che: “Negli organismi viventi, ciascun processo o fenomeno è il risultato di due diversi fattori causali, definiti, in genere, come cause prossime (funzionali) e cause remote (evolutive). Le attività e i processi controllati da un programma sono cause prossime. Ciò significa,  in particolare, che i processi relativi alla fisiologia, allo sviluppo e al comportamento sono controllati da programmi genetici e somatici. Essi rispondono alle domande del tipo: «Come?». Le cause remote o evolutive, invece, sono implicate nell’origine dei nuovi programmi genetici o nella modificazione dei programmi esistenti: in altri termini, esse sono le cause che conducono ai mutamenti che si verificano durante il processo  evoluzionistico. Esse sono gli eventi o i processi del passato che hanno mutato il genotipo e, pertanto, non si possono indagare con i metodi della chimica o della fisica, ma occorre ricostruirle attraverso deduzioni storiche, attraverso cioè la verifica delle ricostruzioni storiche. Esse rispondono alle domande del tipo:  «Perché?»” (Ernst Mayr, “Il modello biologico”, 1998).<br />
Dopo il lavoro di Darwin nessun biologo può ignorare che ogni fenomeno biologico è determinato da questa duplice serie di cause, prossime e remote. […]<br />
Dunque, se biologi e naturalisti si riconoscono un po’ tutti come “figli di Darwin”, in ragione di motivazioni scientifiche precise e non certo per un attaccamento ideologico o aprioristico, non è facile capire perché persone come l’insigne storico della matematica Giorgio Israel possano scrivere su “Il Foglio” del 6 settembre 2005 che: “la teoria darwiniana in senso stretto è morta e seppellita da ormai cent’anni, fin da quando le sue numerose e gravi falle condussero quasi tutta la comunità scientifica a rigettarla. L’orientamento largamente prevalente fu che, sebbene l’ipotesi evolutiva rimanesse in campo, nessuno poteva seriamente dichiararsi «darwiniano»”.<br />
Perché, giusto per fare un parallelo, pur essendo molte delle idee e delle spiegazioni  matematiche di Copernico completamente superate, a nessuno viene in mente di dichiarare Copernico morto e sepolto, e nessuno si scandalizza se qualcuno definisce “copernicana” la visione attuale del sistema solare? Molta acqua è passata sotto i ponti da quando Copernico ha prodotto la sua rivoluzione, molta da quando Darwin ha prodotto la sua. Crediamo che non esista nessun biologo che abbia dell’evoluzione, oggi, un’idea esattamente identica a quella di Darwin, tanto quanto nessun astronomo la pensa proprio come Copernico.  Allora, perché tanto accanimento contro Darwin?<br />
È difficile dare una risposta univoca a questa domanda, anche perché su di essa si intrecciano motivazioni filosofiche, religiose e politiche che hanno ben poco a che vedere con la scienza. Cercando di discriminare fra le varie posizioni di attacco alla figura di Darwin, ci pare di poterne identificare due piuttosto differenti.<br />
La prima muove da un fronte ampio e variegato che sembra prendersela in parte con Darwin e in parte, addirittura, con il concetto stesso di evoluzione. Questo fronte ha le sue radici ideologiche nelle posizioni di filosofi come Julius Evola:  “nelle testimonianze più remote dei miti e degli scritti dell’antichità non si trova proprio nessun ricordo che conforti l’ «evoluzionismo» e si trova &#8211; invece e appunto &#8211; l’opposto, la costante idea di un passato migliore, più luminoso e super-umano («divino»)” (“Rivolta contro il mondo moderno”, 1951, p. 241). Tale posizione sembra echeggiare quella di Benedetto Croce &#8211; che definì l’evoluzione una “immagine di fantastiche origini animalesche e meccaniche dell’umanità e con esse un senso di sconforto e di depressione, quasi di vergogna, a trovarci noi discendenti da quegli antenati e sostanzialmente a loro simili, nonostante le illusioni e le ipocrisie della civiltà, brutali come loro” (“La Critica” 37, p. 146, 1939) &#8211; e si è sviluppata e diffusa più recentemente coinvolgendo persone provenienti da frange estreme della destra, o personaggi anche di rilievo della Chiesa Cattolica, quale il cardinale di Vienna Christoph Schonborn, (<a href="http://www.millerandlevine.com/km/evol/catholic/schonborn-NYTimes.html" title="Schonborn a proposito di darwin">http://www.millerandlevine.com/km/evol/catholic/schonborn-NYTimes.html</a>) nonché giornalisti più o meno colti che sembrano frequentare e assecondare entrambi i versanti che abbiamo menzionato.<br />
L’altra posizione antidarwiniana è occupata invece da scienziati non biologi &#8211; di solito fisici, chimici, o matematici &#8211; e merita forse qualche commento ulteriore. Senza entrare nei dettagli, ci sembra di poter dire che ciò che accomuna questa seconda posizione sia un sostanziale disinteresse nei confronti delle ricerche degli evoluzionisti “militanti”. Esiste oggi un torrente di ricerca evoluzionistica, e molta di essa si basa sulla selezione, naturale o riprodotta in laboratorio. Nonostante ciò continuiamo a sentire frequentemente dai personaggi di questo gruppo critiche del tipo: “la teoria dell’evoluzione non è scientifica perché non è descrivibile attraverso equazioni matematiche rigorose” oppure “l’evoluzione non può essere guidata dal caso”.<br />
Crediamo che nessun evoluzionista degno di questo nome abbia mai fatto un’affermazione come quest’ultima. Sappiamo inoltre che esistono ampi settori della ricerca evoluzionistica contemporanea dotati di apparati matematici raffinati e affidabili. Allora ci chiediamo: perché questi stimati scienziati, che dovrebbero conoscere il modo di procedere della critica scientifica, non la praticano anche a proposito dell’evoluzione  del darwinismo? […]<br />
Ciò che in realtà riscontriamo studiando il programma di ricerca evoluzionistico attuale, applicato in tutti i laboratori del mondo e alimentato dalla letteratura evoluzionistica ospitata sulle più importanti riviste scientifiche, è che il “nucleo” darwiniano originario è stato in parte rivisto e in parte aggiornato e integrato, ma mantiene più salda che mai la sua capacità esplicativa e predittiva.<br />
Certo, abbiamo rinunciato ad alcune assunzioni troppo restrittive che rischiavano di escludere dalla spiegazione una quantità di “anomalie”, optando per una pluralità di fattori e di processi con domini di pertinenza limitati, ma nel far questo il nocciolo della logica darwiniana (variazione, ereditarietà, selezione) è stato corroborato e costantemente rinforzato da prove eterogenee e convergenti. Se ne evince, passando in rassegna le scoperte più recenti nelle discipline evoluzionistiche, che la spiegazione neodarwiniana, come ha riconosciuto la rivista “Science” nominando provocatoriamente Darwin fra i grandi scienziati dell’anno 2005, ha oggi guadagnato in “realismo”: sa cioè descrivere meglio di prima la realtà dei fenomeni empirici che studia. […]<br />
Di fronte agli esiti promettenti di questa “evoluzione” della teoria darwiniana, stridono sempre più vigorosamente le strategie di discredito che gli antievoluzionisti praticano usualmente.<br />
Esse appartengono a tre categorie ormai ben riconoscibili, ma facilmente confutabili da chiunque conosca minimamente la scienza.<br />
La prima è quella di negare l’evidenza e di portare il dibattito su un terreno che prescinda completamente dalla realtà dei fatti scientifici noti e acquisiti, nonché dalla letteratura consolidata nelle discipline di cui si sta discutendo. Si tratta a tutti gli effetti di una forma di “revisionismo”, non meno sgradevole e condannabile del peggior revisionismo storico. Fanno parte di questa categoria tutti i tentativi neocreazionisti di dimostrare l’esistenza di “prove empiriche” e scientificamente rilevanti dell’intervento di un “progettista intelligente” nell’evoluzione biologica.  Versione aggiornata della teologia naturale ottocentesca, la dottrina dell’Intelligent Design è stata giustamente esclusa dall’insegnamento scolastico negli Stati Uniti, in una sentenza storica emessa in Pennsylvania il 20 dicembre 2005, in quanto si configura come un tentativo di insegnare argomenti religiosi a scuola nelle ore di scienze e quindi come una violazione del dettato costituzionale (americano, non italiano) che nel Primo Emendamento esclude categoricamente questa possibilità.<br />
La seconda strategia è quella di strumentalizzare le controversie che normalmente, e proficuamente, si sviluppano all’interno della comunità scientifica attorno a temi evoluzionistici. Tali dibattiti rappresentano il sale della conoscenza scientifica in tutte le discipline ed è un grave errore confonderli con un segno di debolezza dei quadri esplicativi che ne fanno da cornice.<br />
Nessuno di noi dubita della validità della meccanica quantistica, di cui sfruttiamo quotidianamente le applicazioni tecnologiche senza alcuna remora, benché essa sia attraversata da controversie e discussioni anche accesissime fra diverse correnti di interpretazione di alcuni suoi principi. Ancora una volta si tratta di una strategia mistificante e ideologica, che nulla ha a che vedere con la realtà della crescita della conoscenza scientifica in atto.<br />
La terza strategia è quella di presentare tendenziosamente la teoria dell’evoluzione attraverso una sua caricatura inesistente, per esempio prendendo una porzione della sua architettura teorica (le mutazioni casuali) e trasformandola nel messaggio centrale: “siamo figli del caso”. Peccato che questa non sia affatto una conclusione legittima a partire dalla conoscenza dei meccanismi evolutivi fondamentali.<br />
L’insieme di queste tre strategie occupa purtroppo uno spazio eccessivo e immotivato sui media, anche italiani, da alcuni anni a questa parte. Non solo, a dimostrazione del fatto che non si tratta di polemiche sporadiche e accidentali ma di una politica culturale orchestrata e intenzionale, il movimento antievoluzionista italiano ha saputo conquistarsi recentemente anche una sponda politica e ha vinto la sua battaglia con la scelta di rimuovere dai programmi di scienze della scuola media riformata i punti riguardanti l’evoluzione, alcuni dei quali (soprattutto quello che recitava “origini ed evoluzione biologica e culturale della specie umana” &#8211; il misfatto, avvenuto sotto il dicastero di Letizia Moratti, che godeva della collaborazione del Professore Giuseppe Bertagna, permane a tutt’oggi) non sono mai più stati reintrodotti nonostante la reazione indignata dell’intera comunità scientifica italiana. […]”<br />
Eccoli, i motivi per cui esiste il Darwin Day. Com’era prevedibile, quelli in negativo hanno occupato molto più spazio, nell’articolo di Ferraguti e Pievani, di quelli in positivo. La biologia, la scienza della vita, sta subendo oggi un massiccio sabotaggio che mira ad avvelenarne o a strapparne le radici, che risiedono nell’evoluzione. Possiamo infatti fornire migliaia, centinaia di migliaia, infinite informazioni su cosa sia la vita, su come siano organizzati gli esseri viventi ma, come ammonisce la famosa frase del genetista russo Theodosius Dobzhansky (riportata nel cartellone del <a href="http://www.museiscientificiroma.eu/darwin2008/">Darwin Day di Roma</a>), “Nothing in biology makes sense except in the light of Evolution”.</p>
<p><em>Lorenzo Galbiati (<a href="http://www.pistorius.splinder.com/" title="il blog di Lorenzo Galbiati">blog</a>)</em></p>
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