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	<title>teoria del romanzo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La fuga romanzesca. Note su &#8220;La Lentezza&#8221; e &#8220;L’identità&#8221; di Milan Kundera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jan 2015 06:00:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante 1 La Lentezza: breve formato; struttura che si sviluppa dall’inizio alla fine a partire da un solo nocciolo; articolazione in corti capitoli dove il tema viene costantemente rielaborato; principio di imitazione, che regge tanto la costruzione dei personaggi quanto quella tematica. Le due caratteristiche fondamentali della fuga musicale: la composizone in contrappunto, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p>1</p>
<p><em>La Lentezza</em>: breve formato; struttura che si sviluppa dall’inizio alla fine a partire da un solo nocciolo; articolazione in corti capitoli dove il tema viene costantemente rielaborato; principio di imitazione, che regge tanto la costruzione dei personaggi quanto quella tematica.<br />
Le due caratteristiche fondamentali della fuga musicale: la composizone in contrappunto, prodotta dalla presenza di due o più voci legate ma autonome (polifonia, che per il romanzo, non potendosi dare uno sviluppo simultaneo, non deve naturalmente intendersi come in musica); monotematismo. <span id="more-50364"></span><br />
È vero: anche Bach si è allontanato da una di queste due caratteristiche, costruendo una fuga su più temi. Qualcuno ha detto, forse a ragione, che ogni fuga è un caso a sé, dal momento che non possiede una tonalità. In effetti, la fuga è nata prima della codificazione della tonalità e ha avuto il suo apogeo nel periodo barocco. Ma non si deve dimenticare – e Kundera certo non lo fa – che essa ha incontrato i favori del tardo Beethoven, e poi di Stravinskij e soprattutto di Schönberg – «<em>gli eredi integrali</em> (e probabilmente gli ultimi) <em>di tutta la storia della musica</em>», ha affermato una volta l’autore dei <em>Testamenti traditi</em>. Senza contare la venerazione, in particolare di Schönberg, nei confronti di Bach, che il compositore viennese era solito chiamare, scherzando, «il primo compositore dodecafonico»!</p>
<p>2</p>
<p>Ciascuno dei tre romanzi – <em>La lentezza</em>, <em>L’identità</em>, <em>L’ignoranza</em> – è un caso del tutto specifico di <em>fuga romanzesca</em>. Tuttavia, la cosa importante è che le caratteristiche fondamentali del modello musicale sono presenti in tutti e tre.<br />
Prendo, ad esempio, il primo capitolo della <em>Lentezza</em>.<br />
L’autore e sua moglie Vera desiderano trascorrere un week-end in un <em>château-relais</em> fuori città, in campagna. L’autore, mentre guida, osserva attraverso lo specchietto retrovisore un’auto il cui conducente, «come un rapace che fa la posta a un passero», vuole superarlo. Vera, al suo fianco, gli dice: «Sulle strade francesi ogni cinquanta minuti muore un uomo. Guardali, tutti questi pazzi che corrono accanto a noi [&#8230;] Com’è possibile che quando guidano non abbiano paura?». L’autore vorrebbe risponderle. Di fatto, la sua risposta si trasforma in una riflessione che si conclude così: «La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo». Poi, si ricorda di un’americana, conosciuta trent’anni prima, una sorta di «militante dell’erotismo». L’orgasmo, per lei, doveva essere raggiunto il più in fretta possibile fino all’«esplosione estatica, unico vero fine dell’amore e dell’universo». Poco dopo si domanda: «Perché è scomparso il piacere della lentezza?». Guarda di nuovo nello specchietto retrovisore: dietro c’è sempre lo stesso conducente che, impaziente, freme per superarlo. A questo punto pensa a un altro viaggio, da Parigi alla campagna: quello di Madame de T. e del suo giovane cavaliere, protagonisti della novella di Vivant Denon<em> Senza domani</em>, pubblicata nel 1777. Rivive «l’ineffabile atmosfera che li circonda», che nasce «appunto dalla lentezza del ritmo», dal loro percorrere la distanza, tra un sobbalzo e l’altro, in carrozza.<br />
Fin dalll’inizio la forma della fuga è presente: il tema (<em>soggetto</em> in musica) della lentezza, sebbene in modo ironico attraverso il suo contrario, la velocità, è esposto dalla prima voce, Vera. Per il principio di sovrapposizione, proprio della fuga musicale, la voce di Vera è <em>imitata</em>, cioè ripresa, dalla voce – in questo caso silenziosa – dell’autore che <em>risponde</em> alla prima (nel linguaggo musicale è così che si designa tale trasposizione in un’altra tonalità e per mezzo di un’altra voce dello stesso tema: <em>risposta</em>), attraverso la sua riflessione. In seguito una terza voce, quella dell’americana (grazie alla mediazione dell’autore) entra ed espone, annunciando in contrappunto ciò che in musica si chiama <em>controsoggetto</em>, un elemento tematico subordinato al soggetto o tema, ovvero «il piacere», e come Vera, lo fa ironicamente attraverso il suo contrario, esaltando il coito spogliato di ogni sensualità. Ora entra di nuovo in scena la voce dell’autore e, grazie a un’unica domanda o, se si vuole, nello spazio di una sola battuta, enuncia il tema (soggetto) e il contro-tema (controsoggetto): «Perché è scomparso il piacere della lentezza?». Questa domanda, che è il nucleo a partire dal quale viene creata l’intera opera, lo porta a sognare un altro viaggio dove la lentezza e il piacere avevano un altro peso e giocavano ben altro ruolo nella vita degli uomini e delle donne. Da questo momento, e fino alla fine del romanzo, l’uno e l’altro non saranno più abbandonati.</p>
<p>3</p>
<p>Il procedimento imitativo, fondato su una struttura monotematica, fa sì che ogni personaggio (l’autore, Vera, l’americana, Madame de T., il cavaliere e quelli che faranno la loro comparsa nel corso del romanzo, Vincent, Berck, Pontevin, Machu, Immacolata, l’entomologo ceco) esplori un aspetto specifico del tema (o del contro-tema). Non solo. Tutti loro, come le voci in una fuga musicale, si dispiegano sullo stesso piano, sono privi di gerarchia. Nessuno di loro domina sugli altri e questo – cosa essenziale – al di là del maggior o minor spazio che occupano. In una fuga romanzesca, ancor più che nei romanzi scritti precedentemente da Kundera, non ci sono personaggi principali o secondari, tutti partecipano alla costruzione e all’esplorazione polifonica del tema.</p>
<p>4</p>
<p>C’è un altro aspetto molto importante e che appartiene solo a questa fuga romanzesca (e non alle due successive, <em>L’identità</em> e <em>L’ignoranza</em>) che è <em>La lentezza</em>. Alla polifonia delle voci o dei personaggi che si alternano seguendo un principio imitativo, si aggiunge nel romanzo un’altra polifonia, quella relativa alle quattro possibilità formali (forme, non registri stilistici, la cui varietà e coesistenza all’interno di uno stesso romanzo è già comune nel XIX secolo) che lo stesso Kundera, unico grande erede di Broch e del suo tentativo incompiuto con <em>I sonnambuli</em> di integrare diverse forme (saggio, novella, reportage, poesia) in un’opera romanzesca, enumera sin dal suo primo saggio, <em>L’arte del romanzo</em>: a) il pensiero che, attraverso la riflessione saggistica (quella che si trova, ad esempio, già nel primo capitolo de <em>La lentezza</em>), amplia le frontiere cognitive del romanzo b) l’incontro di tempi storici (il XX secolo dell’autore e di sua moglie Vera con il XVIII secolo di Laclos) c) l’immaginazione (o il sogno) che, grazie all’incontro di due epoche, spinge il romanzo oltre il regime della verosimiglianza e fa incontrare alla fine del romanzo il giovane cavaliere e Vincent vestito da motociclista d) il gioco che, grazie al suo corteo di coincidenze tanto casuali quanto necessarie, indica al lettore che ciò che sta leggendo è opera di un artefice. Come nel caso delle voci o personaggi, anche per le diverse forme vige il principio polifonico di non subordinazione, tipico della fuga. Grazie ad esso, riflessione saggistica, sogno, incontro di tempi storici e gioco sono posti sullo stesso piano, hanno lo stesso valore e la stessa libertà, cosa questa che,<em> last but not least</em>, depotenzia la <em>story</em>, che da colonna portante del romanzo, come è di solito, diventa una possibilità formale fra le altre, la <em>quinta forma</em>.</p>
<p>5</p>
<p><em>L’identità</em>: stesso breve formato de <em>La lentezza</em>, stessa struttura monotematica, stessa articolazione in brevi capitoli, perfino stesso numero di capitoli, cinquantuno; stesso principio imitativo grazie al quale le voci dei personaggi espongono ed esplorano il tema.</p>
<p>6</p>
<p>Un tema, nella concezione kunderiana, è una domanda. In questo caso: che cos’è l’identità di un individuo?<br />
All’epoca della redazione del romanzo, Kundera stava scrivendo un saggio sull’opera pittorica di Francis Bacon, uscito nel 1996 come introduzione a un catalogo e poi pubblicato in <em>Un incontro</em> (2008), dove si può leggere: «I ritratti di Bacon sono un’interrogazione sui<em> limiti</em> dell’io. Fino a quale grado di distorsione un individuo resta ancora se stesso? Fino a quale grado di distorsione un essere amato resta ancora un essere amato? Dov’è la frontiera, al di là della quale un “io” cessa di essere un “io”?». Alla fine del saggio, osservando soprattutto i quadri intitolati <em>Studi sul corpo umano</em>, Kundera afferma che Bacon, attraverso i suoi dipinti, ci mette di fronte a qualcosa di essenziale: al di là di tutti i suoi sogni, i suoi entusiasmi, le sue illusioni, l’uomo è fondamentalmente il suo corpo. Non solo. L’artista ci fa intravedere anche il «carattere accidentale» del nostro corpo, come se un «Demiurgo» ci avesse intrappolato «per sempre con questo “<em>accidente</em>” del corpo che ha fabbricato nel suo laboratorio e di cui noi, per qualche tempo, siamo costretti a diventare l’anima». Ed è questa rivelazione improvvisa del «carattere accidentale» del nostro corpo che, conclude Kundera, ci spronfonda in un orrore del tutto particolare, che non ha niente a che vedere con quello che siamo soliti provare di fronte alle sofferenze, alle guerre e alle catastrofi.<br />
Identità e corpo saranno il tema e il contro-tema o meglio il soggetto e il contro-soggetto della seconda fuga romanzesca di Kundera.</p>
<p>7</p>
<p>Due esseri umani che si amano: Chantal e Jean-Marc. Lei, dopo un matrimonio fallito, un figlio morto e un passato che desidera cancellare, lavora in un’agenzia pubblicitaria. Sebbene non ami granché il mondo che la circonda e abbia scelto la sua professione più per guadagno che per passione (avrebbe preferito insegnare), sembra una donna che ha conquistato la sua autonomia e che di questa conquista è soddisfatta. Jean-Marc ha frequentato la facoltà di medicina per poi abbandonarla. Da quel momento, disilluso e convinto di non possedere alcuna vera vocazione, ha cambiato parecchi lavori. L’incontro con Chantal, di quattro anni più vecchia, dà una direzione alla sua vita. Tutto tra i due sembra procedere senza intoppi, ma l’amore, come è noto, ha una dura contropartita: la paura di perdere l’essere amato.<br />
Nel primo capitolo del libro – siamo un paesino della Normandia dove i due amanti hanno deciso di trascorrere un weekend – Chantal, che è giunta nella località un giorno prima di Jean-Marc, entra nel ristorante dell’albergo per cenare. Nessuno la bada. Il televisore è acceso. La trasmissione che sta andando in onda parla di gente scomparsa: si chiama<em> Perso di vista</em>. Un’anziana cameriera, le si rivolge, esclamando: «Ma ci pensa? Una persona che le è cara sparisce, e lei non saprà mai che cosa le è successo! C’è da diventare pazzi!». Fin dall’inizio il tema (o soggetto) della fuga romanzesca è esposto dalla prima voce, Chantal, che, grazie al titolo di una trasmissione televisiva, si interroga su come in un mondo come il nostro, dove ogni nostro passo è sorvegliato dalle telecamere e dove «non si può nemmeno far l’amore senza dover rispondere il giorno dopo a inchieste e sondaggi», qualcuno possa scomparire senza lasciare tracce. Se le accadesse di perdere di vista Jean-Marc che farebbe? Non potrebbe far altro che «immaginare» e cadere nell’«orrore».<br />
Quel che succederà a Chantal e a Jean-Marc sarà esattamente questo: si perderanno di vista e cadranno nell’immaginazione e nell’orrore per poi ritrovarsi. Ultimo capitolo (51). Scena finale: i due amanti sono a letto. Jean-Marc ha la testa appoggiata al cuscino, mentre quella di Chantal è «a pochi centimetri» dal suo viso. «Lei diceva: “Non staccherò più gli occhi da te. Ti guarderò continuamente». E ancora: «Ho paura quando le mie palpebre si abbassano. Paura che nell’attimo in cui il mio sguardo si spegne al tuo posto si insinui un serpente, un ratto o un altro uomo”».<br />
Per perdere chi si ama non occorre attendere che scompaia nel nulla, è sufficiente che per un attimo le nostre palpebre si abbassino, ponendoci di fronte, come in un brutto sogno, in un incubo, un altro uomo, un’altra donna, che non riusciamo a riconoscere. Com’è possibile che all’improvviso un individuo, e soprattutto un individuo amato, ovvero colui che abbiamo elevato al disopra di tutti, il più riconoscibile di tutti, perda la sua identità?<br />
Nel secondo capitolo, all’esposizione del soggetto della fuga romanzesca, si aggiunge una <em>coda</em>, un breve e libero frammento che di solito precede l’esposizione del soggetto da parte della voce seguente, cosa che puntualmente avverrà con l’entrata in scena di Jean-Marc. Chantal fa un sogno, dove le appaiono alcune figure del passato, fra cui quella del marito, che stranamente non possiede le fattezze della persona che ha conosciuto, e quella della sua nuova moglie, che non ha mai visto. Quest’ultima la bacia con forza infilandole la lingua tra le labbra. Chantal rabbrividisce: «Due lingue che si leccano le hanno sempre dato una sensazione di disgusto». In questa breve <em>coda</em> la prima voce, dopo aver esposto il tema principale, annuncia il controsoggetto, il corpo, sviluppando allo stesso tempo una riflessione sul potere dei sogni, sulla loro capacità di «abolizione del presente», di imporre un segno di uguaglianza tra le diverse epoche della nostra vita, confondendo i tratti degli individui che conosciamo o addirittura sostituendoli con quelli di uno sconosciuto. Tuttavia, la cosa essenziale è che per Chantal un bacio, grazie al potere deformante del sogno – è una donna che la bacia, una sconosciuta –, diventa un disgustoso scambio di saliva. Il sogno, paradossalmente, le mostra la nudità del bacio, la sua disgustosa corporeità, e con essa l’assoluta «accidentalità» del corpo che qualcuno, un «Demiurgo», come afferma Kundera davanti ai quadri di Bacon, o un «regista», come l’autore fa dire a Chantal, ha scelto per noi e che noi siamo costretti ad abitare. Da questa rivelazione nasce il «malessere», il «disgusto», quel particolare «orrore» – così diverso da quello che si prova davanti alle catastrofi, alle guerre, alla sofferenza umana – che accompagnerà Chantal per tutto il romanzo. L’orrore, inoltre, è, se possibile, acuito da un’ulteriore scoperta: che il «regista» della nostra vita notturna è lo stesso della nostra vita diurna e che perciò la frontiera tra il sogno e la realtà, come quello tra un individuo e un altro, tra un’identità e un’altra, è invisibile. Basta un attimo, un movimento delle palpebre, per perdere di vista l’identità di un individuo, perfino di colui che amiamo, per perderci noi stessi. Non siamo padroni di nulla: né del nostro corpo né della nostra identità.</p>
<p>8</p>
<p>Nel terzo e quarto capitolo entra in scena Jean-Marc. Ha deciso di andare a Bruxelles a far visita a F., un amico morente (per questo arriverà un giorno dopo all’appuntamento con Chantal in Normandia). Si erano conosciuti al liceo. Poi aveva smesso di vederlo. Si era sentito tradito. L’amicizia, dirà Chantal, è «una romanticheria» maschile. Quando lo vede sul letto d’ospedale non lo riconosce. La sua testa gli sembra quella «mummificata di una principessa egiziana morta da quattromila anni». I due cominciano a parlare. F. gli ricorda di come all’epoca del liceo fosse convinto che un «bel corpo» non servisse ad altro che a «produrre secrezioni». Jean-Marc, secondo F., era d’accordo, tanto che gli avrebbe risposto che gli bastava vedere «sbattere gli occhi» a una ragazza per «provare disgusto». In realtà, Jean-Marc non ricorda nulla delle loro conversazioni d’allora. Il soggetto dell’identità, enunciato dalla prima voce Chantal, è ora <em>imitato</em> dalla seconda voce Jean-Marc. Non solo il sogno azzera le epoche storiche, anche l’oblio lo fa: chi era quel «moccioso» di sedici anni che frequentava F.? Jean-Marc non lo sa. La terza voce, quella di F., dialogando con la seconda, propone di nuovo il controsoggetto, il corpo, concepito dalla prima, dalla seconda e dalla terza voce allo stesso modo: come una fabbrica di secrezioni verso cui si prova disgusto. Con la differenza che la seconda voce non si riconosce più nelle sue stesse parole riportate dalla terza, quella dell’amico. Ciò significa che Jean-Marc è cambiato? E da quando? Da quando ha smesso di guardare disgustato il corpo come un laboratorio? Forse da quando si è innnamorato di Chantal? In realtà, come lui stesso rifletterà molto più in là (cap. 21), ricordando il dialogo con F. all’ospedale, per molto tempo non aveva fatto altro che dimenticare «quel perpetuo battere della palpebra». In fondo, soltanto se sottostiamo «il contratto che ci impegna all’oblio» e che ci permette di concepire l’occhio come «finestra dell’anima», «luogo dell’identità» individuale e non come «uno strumento che ci consente di vedere e che ha costantemente bisogno di essere deterso», possiamo amare qualcuno.<br />
Quando si dice che l’amore è cieco, si va in fondo a una verità tanto banale quanto ineliminabile: l’amante, attraverso il corpo dell’amata, raggiunge la sua identità, ma per fare questo deve credere che il suo corpo ne sia l’espressione fedele, deve, in altre parole, dimenticarne il funzionamento. Appena il corpo mostra la sua autonomia – uno sbattere delle palpebre, una vampata di calore, un rossore determinato dalla menopausa, com’è nel caso di Chantal –, l’identità dell’amata va perduta, ci si ritrova davanti a un viso sconosciuto. Appena l’amante apre gli occhi sulla realtà corporea del mondo precipita paradossalmente nell’«immaginazione» e nell’«orrore». Siamo di fronte a un romanzo d’amore, certo, nella misura in cui, tuttavia, l’amore, più di ogni altro sentimento, mette alla prova l’identità di un individuo.</p>
<p>9</p>
<p>Nella fuga romanzesca non esistono dettagli e motivi. Perché? Perché l’elemento più piccolo è già il tutto. Perché non esiste propriamente uno sviluppo. Perché quello che sembra un dettaglio o un motivo è solo un modo di manifestarsi del tema. Il tema, <em>fuggendo</em> incessantemente da un personaggio all’altro, da una situazione all’altra, rivela le identità dei personaggi, i quali, seguendo un procedimento imitativo e contrappuntistico, esplorano, ciascuno a suo modo, un aspetto particolare del tema.<br />
Fra i molti esempi che ne <em>L’identità</em> si potrebbero scambiare per dettagli e motivi (il dettaglio, ripetendosi forma un motivo), e che lo sarebbero in un altro contesto formale (la saliva, il grido, il battere del martello, lo sbattere delle palpebre), ne prendo uno che dovrebbe dirci qualcosa sull’identità di Chantal e Jean-Marc, allo stesso tempo, sul modo in cui Chantal e Jean-Marc vivono la propria identità: le vampate di calore che, dall’inizio alla fine del romanzo (capitolo 49), segnano la menopausa della protagonista. Al capitolo 5, dopo una brutta nottata (quella in cui sogna l’ex marito e la sua nuova moglie che le infila la lingua in bocca), Chantal, in attesa dell’arrivo di Jean-Marc, è sulla spiaggia. Osserva con sarcasmo una schiera di uomini alle prese con passeggini e bebé e pensa che si siano «papaizzati», abbiano cioè perduto sia la loro autorità di padri sia la loro virilità. Nessuno, si dice con ironia, si volterebbe a guardarla. Poco più in là, al capitolo 8, Jean-Marc, che nel frattempo era andato sulla spiaggia a cercare Chantal e l’aveva scambiata per un’altra, torna alla camera d’albergo e la trova di cattivo umore. Chantal, non sapendo come uscire dall’imbarazzo provocato dal suo malessere fisico – sente infatti che una vampata di calore le sta montando su tutto il corpo – ripete la frase che si era detta con ironia sulla spiaggia: «Gli uomini non si voltano più a guardarmi». Jean-Marc non comprende lo scherzo e vede Chantal arrossire sempre di più e pensa: «Quel rossore sembra tradire desideri inconfessati». Al capitolo 9 Chantal si rende conto del malinteso, ma non «può dargliene una spiegazione, perché quell’avvampare improvviso le è già accaduto di percepirlo, negli ultimi tempi».<br />
Al capitolo 30 Jean-Marc ricordando la frase di Chantal, rivede il loro primo incontro di quache anno prima durante un cocktail in un alberghetto di montagna. Anche allora era arrossita. «Diventò tutta rossa, non solo sulle guance, ma sul collo e anche più giù, su tutto il décolleté&#8230; Quel rossore fu la sua dichiarazione d’amore, fu quel rossore a decidere tutto». Il rossore di Chantal fu davvero la «sua dichiarazione d’amore» a Jean-Marc? O non piuttosto la prima manifestazione della sua entrata nella menopausa? O le due cose coincisero: forse fu proprio la consapevolezza di Chantal di aver varcato per sempre la frontiera della vecchiaia a spingerla la sera stessa del loro incontro tra le braccia di un uomo più giovane? E in che senso quel rossore decise tutto?<br />
Quella prima vampata di calore sul corpo di Chantal, che la ricoprirà molto tempo dopo, il giorno in cui dirà a Jean-Marc che gli uomini non si voltano più a guardarla, farà sì che l’amante, fraintendo la frase, comincerà a scriverle in incognito diverse lettere d’amore. Le lettere, invece di consolarla, faranno credere a Chantal di essere spiata, tanto che anche quando ne scoprirà l’autore la protagonista non lo perdonerà. L’atto di tenerezza di Jean-Marc è interpretato da Chantal come quello di un sorvegliante che vuole introdursi nella sua vita. L’incomprensione tra gli amanti è totale, l’amore svanito e il loro viaggio a Londra, alla fine, diventerà un incubo.<br />
Il rossore, riaffacendosi lungo tutto il romanzo, ci dice qualcosa sull’identità di Chantal e allo stesso tempo qualcosa sull’identità di Jean-Marc. E dice qualcosa sull’identità del loro amore: sul suo malinteso originario, sul suo disequilibrio dato dalla diversità età della donna e dell’uomo. Inoltre, è decisivo per la <em>story</em>. Soltanto in una fuga romanzesca, infatti, il soggetto o tema, attraverso una delle sue manifestazioni, apparentemente banale, tanto che può essere scambiata per un dettaglio o un motivo, può diventare il motore dell’intera vicenda.</p>
<p>10</p>
<p>Rispetto alle quattro possibilità formali che idealmente dovrebbero presiedere ogni romanzo kunderiano, qui non c’è, ad esempio, l’incontro dei tempi storici, mentre sono presenti la riflessione saggistica (dei personaggi e dell’autore) e il gioco che organizza con le sue coincidenze temporali l’insieme. In questo caso, il principio polifonico di non subordinazione, tipico della fuga, se vale per i personaggi sembra valere meno per le forme. La <em>story</em> sembra dominare. <em>L’identità</em> è in apparenza una composizione semplice, unilineare, incentrata dall’inizio alla fine sulle azioni e i pensieri dei due amanti e sullo sviluppo di un intreccio che invece di svolgersi in una sola notte, come nel caso de <em>La lentezza</em>, si estende su diversi mesi o addirittura anni. In realtà, la <em>story</em> è in funzione di un’altra possibilità formale, assai importante per Kundera, il sogno (o immaginazione). L’avventura amorosa di Chantal e Jean-Marc, con tutte le sue caratteristiche e situazioni verosimili, quotidiane, è costruita per precipitare progressivamente nel sogno, che proprio alla fine, con lo spostamento dell’azione da Parigi a Londra, si trasforma in un vero e proprio incubo. Quando nel penultimo capitolo (50) Chantal, tra le braccia di Jean-Marc sembra risvegliarsene, l’autore interviene interrogandosi: «E io mi domando: chi ha sognato? Chi sognato questa storia? Chi l’ha immaginata? Lei? Lui? Tutti e due? Ciascuno per l’altro? E a partire da quale momento la loro vita si è trasformata in quell’atroce fantasticheria?». Ogni lettore può dare la sua risposta. Tuttavia, se si vogliono comprendere le ragioni estetiche di questo romanzo la vera domanda forse è: perché raccontare una storia così verosimile e trasformarla attraverso un passaggio segreto, invisibile (un punto cieco), in un sogno? Intanto per confermare sul piano formale il tema: l’identità non è qualcosa di stabile, è una frontiera invisibile che può essere varcata in ogni momento. Poi perché l’identità di un individuo non è fatta solo di quel che fa e pensa nella realtà diurna, ma deve tenere in conto di quel che sogna. Infine, perché Kundera, fedele oltre che a Broch, a Kafka, ha sempre visto come un diritto e un dovere del romanzo moderno quello di poter varcare, per meglio esplorare i territori dell’esistenza umana, la frontiera della verosimiglianza.</p>
<p>*</p>
<p>Il saggio è tratto da: <em>Comporre. L&#8217;arte del romanzo e la musica</em> a cura di Walter Nardon e Simona Carretta, appena uscito presso le edizioni dell&#8217;Università degli Studi di Trento, 2014.</p>
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		<title>Il romanzo e la strategia dell’inventario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 10:30:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Andrea Inglese Spunti kunderiani Nel 2010, il Seminario Internazionale del Romanzo ci ha offerto uno spunto di riflessione, mettendo a confronto in maniera polemica due principi che, di per sé, dovrebbero garantire al genere romanzesco la sua vitalità: il principio architettonico, che organizza ed esplora il materiale narrativo, e il principio – come io [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><i>Spunti kunderiani</i></p>
<p>Nel 2010, il Seminario Internazionale del Romanzo ci ha offerto uno spunto di riflessione, mettendo a confronto in maniera polemica due principi che, di per sé, dovrebbero garantire al genere romanzesco la sua vitalità: il principio architettonico, che organizza ed esplora il materiale narrativo, e il principio – come io lo definirei – della <i>peripezia</i>, che costituisce il materiale narrativo allo stato per così dire “grezzo”. In realtà, come Massimo Rizzante ha sottolineato, l’odierna produzione editoriale, che fa del romanzo il suo genere letterario privilegiato, contribuisce ad enfatizzare il principio della peripezia a scapito di quello compositivo, privando così il genere delle sue potenzialità conoscitive.<span id="more-45236"></span>È un tema questo, che troviamo sviluppato da Milan Kundera in un paragrafo del saggio <i>Il sipario</i>. Egli rileva nel <i>Tom Jones</i> di Fielding la prima esplicita rivendicazione dell’importanza che il romanziere assegna al principio architettonico, ossia alla forma libera e autonoma di presentazione degli avvenimenti narrati. Scrive Kundera:</p>
<p style="padding-left: 30px;"> &#8220;Fielding intende soprattutto impedire che il romanzo si riduca a quella concatenazione causale di atti, gesti e di parole che gli inglesi chiamano <i>story</i> e che pretende di costituire il senso e l’essenza del romanzo; contro il potere assolutista della <i>story</i> egli rivendica in particolare il diritto di interrompere la narrazione, “dove e quando vorrà”, introducendo commenti e riflessioni, ovvero <i>digressioni</i>.&#8221;</p>
<p> Oggi assisteremmo, quindi, a una forma di regressione che, in ragione di strategie commerciali, riconducono e costringono il romanzo nel letto di Procuste della <i>story</i>. Non mi soffermo su questa diagnosi, che condivido nelle sue linee generali. Ho intenzione, invece, di esplorare uno di quei procedimenti che fa parte del bagaglio “architettonico” del romanziere, l’inventario. Si tratta, in effetti, di un procedimento che si oppone, all’interno del discorso romanzesco, alla pura concatenazione degli avvenimenti. A livello generale constatiamo che, quando l’istanza narrativa procede a un inventario, lo sviluppo dell’azione s’interrompe. L’inventario, insomma, ostacola, rallenta o differisce il resoconto delle vicende.</p>
<p>Il mio primo obiettivo sarà di chiarire quale possa essere la portata conoscitiva dell’inventario all’interno del romanzo. In secondo luogo, cercherò di mostrare come l’inventario da procedimento tattico, ossia circoscritto e alternativo rispetto alla <i>story</i>, giunga persino ad acquisire il ruolo di procedimento strategico, organizzando a partire da sé l’intero discorso romanzesco. Varrà poi la pena di chiedersi se, in tali casi, abbia ancora senso parlare di “romanzo”.</p>
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<p><i>Intreccio e peripezia</i></p>
<p>Prima di procedere, è però indispensabile chiarire alcuni termini chiave. Kundera, utilizzando il vocabolario anglosassone, parla di <i>story</i>, per evidenziare la “concatenazione causale” degli atti. Punto importante, in quanto ci ricorda che, a partire dalla <i>Poetica</i> di Aristotele, la narrazione – sia essa tragica, epica o romanzesca, in versi o in prosa – è innanzitutto definita dal concetto di <i>mimesis praxeos</i>, “imitazione dell&#8217;azione”. Non è un richiamo banale, in quanto è importante sottolineare come l’intreccio non sia né imitazione del “carattere” o, in termini moderni, della “coscienza” dell’eroe, né imitazione della “vita”, la quale si presenterebbe come materia informe, senza possibile vero inizio e fine. Quando diciamo che le peripezie sono la “materia” che il principio architettonico mette in “forma”, all’interno del romanzo, utilizziamo una semplice metafora. Se ad essere imitata è un’azione, e non la semplice vita, significa che siamo di fronte già ad una realtà organizzata. L’arte del romanziere è quella di illuminare attraverso questa realtà circoscritta (l’azione dell’eroe) una realtà più ampia e sfuggente: la guerra, l’ambizione sociale, l’amore, il destino di classe, l’esperienza dell’invecchiamento, ecc.</p>
<p>Nella <i>Poetica</i> Aristotele definisce il <i>muthos</i> (il racconto, l&#8217;intrigo), che interviene nella narrazione sia tragica che epica, come l&#8217;“imitazione non di uomini ma di azioni e di modo di vita”. Definizione capitale, che subordina alla logica dell&#8217;azione e dell&#8217;evento il carattere, ossia ciò che oggi chiamiamo la “personalità” o la “coscienza” dell&#8217;eroe. Continua Aristotele: “non si agisce per imitare i caratteri, ma si assumono i caratteri a motivo delle azioni”. Il carattere è inteso come la disposizione stabile di una persona a compiere certe azioni in certe circostanze. Il carattere ci dice ciò che dell&#8217;uomo è <i>prevedibile</i>. L&#8217;azione o l&#8217;evento ci dicono, invece, ciò che nella vita dell&#8217;uomo, in relazione con la natura, la comunità o gli dei, risulta <i>imprevedibile</i>. Ciò che viene posto in risalto da Aristotele è il ruolo di tutti quegli aspetti oggettivi che hanno la capacità di favorire, ostacolare o stravolgere le inclinazioni, i desideri, le volontà umane. In una parola: l&#8217;intrigo è un carattere <i>più</i> una serie di circostanze del tutto indipendenti da esso.</p>
<p>Questa definizione rimane ancora valida per la <i>story</i> romanzesca. Proprio per questo, però, preferisco parlare del principio della “peripezia”. Nel significato corrente, il termine designa “vicenda o successione di vicende disgraziate o pericolose o ingrate” (Devoto-Oli). Nell’uso che ne fa Aristotele nella <i>Poetica</i>, la <i>peripéteia</i> è un elemento indispensabile dell’intreccio, in quanto definisce un rovesciamento imprevisto di situazione cui l’eroe va incontro. A livello più generale, il significato etimologico esprime l’idea d’imbattersi in qualcosa o qualcuno (<i>peripítō</i>, “cado sopra”). La peripezia rimanda dunque al concetto moderno di “avventura”, ossia a quelle circostanze straordinarie, che deviano l’azione abituale del protagonista, indirizzandolo verso universi non familiari. Si tratta, quindi, di un meccanismo basato sulla sorpresa, che nutre l’attenzione del lettore di continui rovesciamenti di fortuna, non per forza esclusivamente negativi: l’innocente è ingiustamente incarcerato, ma il prigioniero può improvvisamente fuggire.</p>
<p>Sottoposto al dispotismo della <i>story</i> o della peripezia, il romanzo è quindi costretto ad abbandonare le regioni della banalità quotidiana, della <i>routine</i>, dell’insignificanza, per concentrarsi sull’avventuroso e lo straordinario, nei modi che le nostre forme di vita attuali, post-esotiche, ancora ci consentono.</p>
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<p><i>Futilità e romanzo</i></p>
<p>Se è Fielding il primo romanziere a circoscrivere la funzione romanzesca della <i>story</i>, per Kundera è però Sterne, nel <i>Tristram Shandy</i>, a sancirne “la prima compiuta e radicale destituzione”. L’orchestrazione di digressioni e di micro-episodi, che dissolve l’unità narrativa del <i>Tristram Shandy</i>, costituisce una scelta formale ricca di conseguenze sul piano conoscitivo. Lo scandalo, che Sterne ha suscitato nei suoi contemporanei, risiede innanzitutto nella futilità e nell’insignificanza degli argomenti, di cui la sua opere tratta. Così facendo, però, Sterne offre ai suoi lettori un inedito strumento ottico, da volgere verso loro stessi. Conclude Kundera: “Ebbene, sono davvero le grandi azioni drammatiche la chiave migliore per comprendere la ‘natura umana’? Non si ergono piuttosto come una barriera che dissimula la vita qual è veramente? Non è forse proprio l’insignificanza uno dei nostri grandi problemi? Non è forse il nostro destino?”.</p>
<p>L’inventario, come il procedimento della digressione in Sterne, non solo si manifesta all’interno del romanzo in opposizione allo svolgersi delle peripezie, ma valorizza anch’esso il territorio dell’insignificanza e della banalità. In un autore come Georges Perec, l’inventario finisce persino coll’assumere una funzione strategica, andando a strutturare l’insieme del testo. Quando ciò accade, però, il registro descrittivo e prosastico non solo prevale sulla logica dell’intreccio e sulla centralità dell’azione, ma mette in dubbio la possibilità stessa di organizzare gerarchicamente gli eventi di una vita in una forma unitaria, sia essa intesa come “destino” o come “personalità”.</p>
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<p><i>Le quattro interrogazioni di Perec</i></p>
<p>Il caso di Perec è particolarmente interessante. In lui, infatti, convivono in modo consapevole il fascino per le peripezie allo stato puro, sul modello dei romanzi di Jules Verne, e l’interesse ossessivo per il “quotidiano”, inteso come ciò che, in ragione della sua estrema familiarità, sfugge completamente all’attenzione e alla memoria del soggetto che vi è immerso. In un breve testo apparso postumo, è l’autore stesso a definire i “quattro modi d’interrogazione”, secondo cui è possibile catalogare la sua opera letteraria [“Notes sur ce que je cherche” in Georges Perec, <i>Penser / Classer</i>, Seuil, Paris, 2003]. Perec mostra così di essere in perfetta sintonia con l’idea di Kundera, secondo la quale il principio architettonico del romanzo determina l’ambito della realtà umana che la scrittura è in grado di rischiarare. All’interrogazione di tipo “sociologico”, corrispondono le opere che più c’interessano: <i>Les Choses</i>, <i>Espèces d’espaces</i>, <i>Tentative d’epuisement d’un lieu parisien</i>, ecc. Vi è poi l’interrogazione “autobiografica”, che include libri come <i>W ou le souvenir d’enfance</i>, <i>La Boutique obscure</i>, <i>Je me souviens</i>, ecc; quella “ludica”, legata all’esperienza dell’OuLiPo e dei vincoli formali; infine quella propriamente “romanzesca”, che esprime “il piacere delle storie e delle peripezie, la voglia di scrivere dei libri che si divorano sdraiati sul letto”, come <i>La Vie mode d’emploi</i>.</p>
<p>Nell’ottica dell’inventario, però, questi confini tra gruppi di opere si rivelano solo in parte pertinenti. Se il gusto della peripezia non attraversa tutta l’opera di Perec, è possibile constatare invece l’onnipresenza dell’inventario. Inoltre, l’inventario è determinante nello strutturare anche alcuni testi autobiografici come <i>Je me souviens</i> o lo stesso <i>Penser / Classer</i>. Per chiarire appieno la portata della strategia dell’inventario in Perec, ci sembra indispensabile, però, richiamare alcuni casi illustri di uso dell’inventario che precedono l’apparizione del romanzo moderno. Il modello descrittivo dell’inventario attraversa, in realtà, l’intera storia della letteratura occidentale. Umberto Eco ha di recente curato un libro per il Louvre di Parigi, dedicato interamente all’argomento: <i>Vertigine della lista </i>[Bompiani, 2009]. Si tratta, in questo caso, di un inventario dell’inventario, che spazia dall’antichità ai giorni nostri, in un’ottica prevalentemente enciclopedica. Appare chiaro che, pur nella diversità degli usi e dei contesti, ci troviamo di fronte a qualcosa che potremmo considerare un’invariante antropologica, una sorta di disposizione universale dell’essere umano di fronte alla ricchezza caotica del mondo.</p>
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<p><i>Ordinare il mondo attraverso la parola</i></p>
<p>Nell’introduzione al suo celebre saggio sulle “forme semplici” del 1930, André Jolles sottolinea il nesso che lega certe forme intermedie del discorso, come la leggenda, la saga o la sentenza, e una più generale necessità della parola di ordinare il mondo sul piano sintattico e semantico. L’autore, inoltre, stabilisce un parallelismo tra queste forme semplici, che sono disposizioni mentali collettive e spontanee, precedenti qualsiasi elaborazione di natura retorica o propriamente letteraria, e il lavoro umano, nelle sue tre varietà principali: contadino, artigianale, sacerdotale. Per Jolles, il discorso deve essere considerato come un <i>lavoro</i> compiuto sulla lingua, affinché quest’ultima concorra, assieme alla produzione materiale, all’ordinamento del mondo. Egli scrive:</p>
<p style="padding-left: 30px;">&#8220;Preso nel suo insieme, nella sua diversità sfumata, nel suo disordine e nel suo tumulto, esso [il mondo] appare più simile al caos o a un luogo selvaggio. Per comprendere il mondo, l’uomo deve immergersi in esso, ridurre l’infinito numero dei suoi fenomeni, intervenire al suo interno in maniera selettiva. (…) quanto si raduna nella confusione del mondo (…) non possiede una forma propria. Al contrario, ciò che viene qui distinto e separato assume una forma propria solo quando, grazie alla scomposizione, si unisce a ciò che è affine.&#8221; [André Jolles, <i>I travestimenti della letteratura. Saggi critici e teorici (1897-1932)</i>, trad. it., Bruno Mondadori, Milano, 2003.]</p>
<p> Come la comunità, lavorando il suolo, trasformando gli oggetti esistenti, e creando relazioni tra loro, modifica il mondo, rendendolo una totalità ordinata, così fa il discorso attraverso alcuni procedimenti fondamentali. Nel passo citato, anche se non lo menziona espressamente, è evidente che Jolles si riferisce all’inventario. Esso corrisponde a un’operazione linguistica elementare, che ne precede ogni utilizzo all’interno dell’arte retorica o letteraria. Se ne trova infatti traccia in alcune delle principali forme semplici del discorso, come la leggenda, la saga o il mito. Sono quindi innumerevoli le occasioni comunicative, semplici o complesse, orali o scritte, nelle quali entra in gioco l’inventario.</p>
<p>Se ci riferiamo alla tradizione retorica, l’inventario è riconducibile alla figura dell’enumerazione o elenco. Il Salvatore Battaglia definisce l’inventario: “enumerazione e descrizione ordinata e completa di oggetti che in un determinato momento si trovano in un determinato luogo”. Nel <i>Manuale di retorica</i> di Mortara Garavelli, l’enumerazione “come procedimento discorsivo corrisponde alla percezione analitica degli oggetti opposta al ‘colpo d’occhio’ che coglie simultaneamente una totalità. Corrisponde alla scomposizione di un insieme nelle sue parti e alla elencazione di queste. Vari tipi di testo si caratterizzano, relativamente alle procedure enumerative, per la presenza o l’assenza di un ordine sistematico”. Questa definizione, che ci permette di considerare i termini “enumerazione” e “inventario” come sinonimi, mette in luce un nuovo aspetto della questione. Nel momento in cui consideriamo l’inventario un procedimento per produrre dal caos un cosmo, da una totalità confusa una molteplicità ordinata, si profilano due difficoltà maggiori: 1) quale limite porre all’intento analitico, ossia dove fermare la scomposizione? 2) quale garanzia abbiamo di ottenere delle serie omogenee di elementi? Proponendosi di stabilire un ordine nei fenomeni, l’enumerazione si espone anche, nel medesimo tempo, a una specifica forma di disordine. Il dizionario registra questa ambiguità. Per il Battaglia, il significato peggiorativo di “enumerazione” indica: “mera giustapposizione, accostamento senza nesso logico di dati e notizie”. Lo strumento linguistico e retorico preposto all’ordinamento del mondo può di continuo scivolare nel suo contrario, rivelandosi come un’accumulazione incongruente di elementi.</p>
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<p><i>Catalogo e memoria</i></p>
<p>Uno dei più celebri inventari dell’epica antica è la rassegna degli eserciti Achei contenuta nel secondo libro dell’<i>Iliade</i>. Gli studiosi hanno dato diverse letture di questo brano, riferendosi in modo particolare alla poesia catalogica e all’esigenza, all’interno di una cultura orale, di trasmettere un repertorio di conoscenze indispensabili per custodire il rapporto con il passato e riaffermare la propria identità collettiva. Elisa Avezzù, nel suo commentario all’edizione dell’<i>Iliade</i> curata da Maria Grazia Ciani, scrive a questo proposito: “nel lungo catalogo del libro 2 (…) sono presenti annotazioni che fermano per sempre un nome e una storia: con che la poesia si fa carico di una funzione individualizzante, in cui il nome dell’eroe comporta ad un tempo identità e garanzia di memoria” [Elisa Avezzù, “Commento”, in Omero, <i>Iliade</i>, a c. di M. G. Ciani, Marsilio, Venezia, 1990, p. 1050.]</p>
<p>Il catalogo dei condottieri e dei loro luoghi di provenienza funziona come una trama capace – attraverso la serie dei nomi propri – d’individualizzare contemporaneamente tribù e territori. Se la narrazione epica pone in primo piano le gesta di un numero limitato di eroi, il catalogo allestisce lo sfondo: la moltitudine delle milizie e la loro diversa origine geografica. Le peripezie dei singoli si stagliano contro un orizzonte costituito dalla collettività.</p>
<p>Il procedimento dell’inventario trova qui, però, oltre che la sua applicazione, anche il suo limite. Più l’inventario si vuole completo, scomponendo un’entità complessa (l’esercito degli Achei) nelle sue componenti individuali, più esso incontra un ostacolo invalicabile: l’impossibilità del cantore di nominare <i>tutti</i> i soldati coinvolti nella spedizione contro Troia. Riaffiora una delle maggiori difficoltà dell’enumerazione: dove fissare il confine del nominabile, di fronte alla moltitudine degli individui e dei nomi propri che li identificano? Il testo omerico ne è perfettamente consapevole, associando in modo esplicito l’aspirazione al catalogo esaustivo e il <i>topos</i> dell’indicibilità:</p>
<p style="padding-left: 30px;"> &#8220;Ed ora, Muse che in Olimpo avete dimora – dee che siete dovunque e tutto sapete, mentre noi nulla vediamo e ascoltiamo solo la fama –, ditemi dunque chi erano i capi, i duci dei Danai; non parlerò degli uomini, non li chiamerò per nome, neppure se avessi dieci lingue o dieci bocche, una voce instancabile, un cuore di bronzo nel petto; le Muse dell’Olimpo soltanto, figlie di Zeus, potrebbero ricordare quanti vennero ad Ilio; io invece nominerò tutti i condottieri e tutte le navi.&#8221;</p>
<p>Omero istituisce una dicotomia fondamentale tra le Muse – custodi della memoria sovrumana e infallibile di <i>tutto</i> ciò che accade – e l’aedo – custode della fama, ossia della memoria epica, che è inevitabilmente <i>selettiva</i>. La fama, dunque, può fare l’inventario dei condottieri, ma non di tutti i soldati.</p>
<p>Questa dicotomia, lungi dall’estinguersi assieme all’epica antica, riaffiora nella vicenda del romanzo moderno. Quest’ultimo non ha fatto che ampliare le regioni dell’esperienza umana degne di essere narrate. Detto in altri termini, la narrazione romanzesca ha rivoluzionato progressivamente la nozione di <i>memorabile</i>. In questa direzione, però, essa ha dovuto spostare il fuoco dell’attenzione dalla peripezia posta in primo piano (l’antica azione epica), per esplorare lo sfondo condannato un tempo all’oblio, in quanto gremito di una moltitudine di fatti e gesti privi di grandezza ed esemplarità.</p>
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<p><i>Kiš e l’infinita narrabilità di qualunque vita</i></p>
<p>L’estensione del narrabile è un fenomeno complesso e al centro delle riflessioni dei maggiori teorici del genere romanzesco. L’evoluzione del romanzo, dal realismo ottocentesco ai giorni nostri, sembra aver fatto sempre più spazio al <i>quotidiano</i>, ossia a tutto ciò che fa da sfondo all’evento singolare, avventuroso, anomalo. Ciò implica, come ricorda Guido Mazzoni in <i>Teoria del romanzo</i>: “<i>l’ingresso della democrazia nella letteratura</i>”. La democrazia in letteratura non promuove semplicemente l’avvento di nuovi protagonisti sulla scena della narrazione, fino ad allora esclusi da quella che Auerbarch definisce la rappresentazione “seria” e “problematica” della vita. Sono molteplici gli aspetti dell’esistenza umana che vengono coinvolti da tale rivoluzione interna alla raffigurazione letteraria. Scrive Mazzoni, rifacendosi alle tesi di Auerbach espresse in <i>Mimesis</i>:</p>
<p style="padding-left: 30px;">&#8220;Oltre alla gerarchie sociale, la metamorfosi tocca anche le forme di esperienza. (…) Fino alla nascita del realismo esistenziale, la narrativa illustre si concentrava sulle azioni eroiche dell’<i>epos</i>, sulle avventure del <i>romance</i>, sugli eventi inauditi che costituivano l’argomento delle novelle e degli <i>exempla</i>, sull’amore come puro stato d’eccezione (…); dopo la nascita del realismo esistenziale, la scelta cade sulle classi sociali e sulle sfere di esperienza che meno si prestano, in linea di principio, all’anomalia. (…) Nel XIX secolo emerge quell’utopia mimetica che troviamo espressa nell’<i>Enciclopedia dei morti</i> di Danilo Kiš: <i>l’utopia della narrabilità universale</i>. La semplice esistenza, ormai libera dalle gerarchie (la divisione degli stili), dal controllo etico (il moralismo), dai significati generali (l’allegoria), rivendica un’attenzione assoluta.&#8221;</p>
<p> Il riferimento alla novella di Kiš, che costituisce anche il titolo dell’omonima raccolta di novelle, è particolarmente pertinente per il tema che ci interessa. Innanzitutto, l’autore stesso ci invita a leggere questo suo testo come un’allegoria della letteratura. Lo dice apertamente nel corso di un’intervista apparsa nel 1988: l’<i>Enciclopedia dei morti</i> “è anche l’indicazione del mio ideale di scrittore. Prendere dei piccoli dati della vita e fare in modo che ciò divenga un libro mitico, eterno; rivelare attraverso un piccolo numero di parole un’immensa realtà nascosta”. Anche in questo modello narrativo ritroviamo l’opposizione figura-sfondo, ciò che viene strappato all’oblio, occupando la scena dell’intreccio, e ciò che invece costituisce il mero sfondo, informe e sfuggente. Solo che Kiš rovescia consapevolmente il paradigma epico, e porta in primo piano, attraverso un gesto radicalmente democratico, ossia non selettivo, gli eventi <i>qualunque</i> della vita individuale. Vi è un passo del racconto, in cui questo aspetto decisivo è sottolineato esplicitamente:</p>
<p style="padding-left: 30px;">“Come pure, attenendosi al principio ispiratore del loro programma – secondo il quale non esistono nella vita di un uomo né particolari insignificanti, né una gerarchia degli avvenimenti – hanno registrato non solo tutte le malattie infantili che abbiamo avuto, orecchioni, angine, tosse, convulsa, scabbia, ma anche la comparsa dei pidocchi e i problemi di mio padre con i polmoni”.</p>
<p>Il principio ispiratore dell&#8217;“enciclopedia dei morti”, dove sono registrate tutte le biografie che non compaiono in alcun altra enciclopedia (le biografie e gli avvenimenti che non fanno parte della storia ufficiale), si basa sull&#8217;abolizione di ogni gerarchia nella considerazione degli eventi umani. Ciò significa abolire ogni criterio di organizzazione e di selezione dei fatti che si vogliono rappresentare. Tale postulato presuppone che la vita umana e individuale sia considerata come qualcosa di sacro in quanto <i>irripetibile</i>: tutto ciò che accade in una vita è sacro perché accadrà <i>così</i> solo <i>una volta</i> in tutta l&#8217;eternità. Il rovesciamento operato rispetto all’<i>epos</i> antico non si limita a una semplice sostituzione del primo piano con lo sfondo, dell’azione straordinaria e singolare con i piccoli gesti ripetitivi della vita consueta. Kiš, al contrario, mostra la superiorità di ciò che è irripetibile rispetto a ciò che è eccezionale. Inseguire le azioni e gli eventi che si scostano dalla norma significa operare delle esclusioni; considerare la vita come una sequenza irripetibile di eventi significa mirare alla totalità, all’inclusione di tutto ciò che, infimo o importante, ha costituito una vita.</p>
<p>Nello stesso tempo, la biografia paterna del personaggio narrante dell&#8217;<i>Enciclopedia</i> rappresenta per molti versi la biografia di <i>ognuno</i>. Qui la massima particolarità della vita individuale e la massima universalità della vita della specie umana si congiungono: <i>ognuno</i> ha avuto delle malattie infantili, <i>ognuno</i> in tempo di guerra ha sofferto fame e miseria, <i>ognuno</i> ha insegnato ai propri figli qualcosa di nuovo e sorprendente; tutto ciò è comunque accaduto <i>una volta sola</i>, la disposizione dei medesimi elementi della vita della specie non avviene mai in una successione identica e in un modo uguale per ogni individuo.</p>
<p>Ciò che il racconto di Kiš <i>dice</i> è che ogni vita è irripetibile ed unica; ciò che il racconto <i>fa</i> è trasformare la biografia di un uomo comune nella biografia di <i>ognuno</i>. In questo modo l&#8217;<i>Enciclopedia dei morti</i> è un’allegoria della letteratura. La letteratura narra ciò che la storia non può né riesce a narrare. Non esistono individui eccezionali, né biografie comuni. L’individuo cosmico-storico hegeliano non esiste se non come emblema funzionale ad una narrazione estremamente selettiva. La vita di ognuno è profondamente intrecciata da ogni parte con la vita degli altri, anche con quella delle figure più secondarie e defilate. Ogni biografia è così un&#8217;enciclopedia di biografie. Ogni romanzo e racconto non è mai la storia di un solo personaggio. Ogni vita, come la monade leibniziana, riflette in sé una moltitudine di altre vite. Inoltre non vi è una vita <i>più</i> irripetibile e unica di tutte le altre.</p>
<p>L’ideale letterario di Kiš coincide, in fondo, con il postulato della letteratura moderna, secondo cui <i>ogni vita</i> è unica<i> </i>e irripetibile, e per ciò degna di narrazione e memoria. Il corollario di questo postulato è che non vi possa essere gerarchia di avvenimenti all&#8217;interno di una vita. L&#8217;individuo eccezionale, degno d’interesse per lo storico, esiste solo in virtù di un contesto di lettura e d&#8217;interpretazione che, per ragioni contingenti, trasceglie dalla moltitudine dei fatti una serie molto specifica e su tale scelta fonda un confronto con le biografie “comuni”. Napoleone è eccezionale in virtù delle sue azioni nei palazzi e sui campi di battaglia, ma Napoleone che si ammala, che fa l&#8217;amore, che invecchia, che litiga e si offende con i suoi famigliari, che scrive lettere, che sogna e si demoralizza, tutto ciò corrisponde alla vita di <i>ognuno</i>.</p>
<p>La storia e in genere i saperi specialistici costituiscono, nel mondo desacralizzato della modernità, la <i>memoria collettiva</i> della vita, laddove la letteratura costituisce la <i>memoria individuale</i>, quella memoria che ogni persona anziana possiede e che scomparirà con lei, alla sua morte, senza lasciare traccia in nessun documento ufficiale. Memoria affettiva legata all&#8217;individuo corporeo, al raggio del proprio microcosmo di relazioni e incontri.</p>
<p>Rappresentare fedelmente questa memoria è ovviamente impossibile. Ma ciò non dipende esclusivamente dai limiti soggettivi, “psicologici”, a cui l’azione rammemorante va incontro. Gli enciclopedisti del racconto di Kiš sembrano non incontrare ostacoli nel loro lavoro di minuziosa documentazione delle biografie ordinarie: ogni dettaglio, anche il più infimo e risalente all’infanzia, non sfugge alla loro onnisciente attenzione. Sono quindi loro stessi a porre un limite alla potenziale narrabilità infinita di ogni esistenza. Come Kiš sceglie di tradurre narrativamente la sua allegoria della letteratura nella forma breve della novella, così gli enciclopedisti decidono di racchiudere la straordinaria ricchezza delle biografie individuali in uno stile che si presenta come “un incredibile amalgama tra concisione enciclopedica ed eloquenza biblica”. L’utopia della raffigurazione democratica della vita, che elimina per principio ogni criterio selettivo, non può che incarnarsi in uno stile altamente selettivo. Poiché idealmente la letteratura vuole raccontare l&#8217;infinita densità di una vita particolare, essa deve essere maestra nel suggerire il lavoro lacunoso della memoria attraverso l’ellissi, nel dipingere con due tratti un intero paesaggio, nell’evocare grazie a un singolo gesto un carattere complesso. La letteratura, nei fatti, non può che essere allusiva e sintetica. Essa si avventura nel tempo strano e non omogeneo della memoria individuale, imitandone così i ritmi, gli scarti, i vuoti, le accelerazioni o le dilatazioni.</p>
<p>Va comunque sottolineato che lo stile degli enciclopedisti, per ellittico e sintetico che sia, include ripetutamente il procedimento dell’enumerazione, come risulta anche dalla citazione riportata più sopra, dove è questione di un piccolo inventario delle malattie infantili. Laddove, infatti, non sono più le peripezie a organizzare l’intreccio, la semplice successione cronologica degli avvenimenti di un’esistenza finisce per assumere la forma dell’inventario. Ogni nuovo ambiente, naturale o sociale, con cui l’individuo entra in contatto, diventa occasione di una rigorosa enumerazione. In definitiva, l’“enciclopedia dei morti” dovrebbe constare di un grande inventario che includa la descrizione e il nome di tutti quegli oggetti o esseri viventi che sono penetrati almeno una volta nel cerchio dell’esperienza individuale. Tale successione sarebbe intervallata quasi unicamente dalla narrazione di quei gesti che si ripetono più o meno uguali per buona parte di un’intera esistenza. Di questo inesauribile elenco di nomi e di gesti, <i>L’enciclopedia dei morti </i>costituisce uno scorcio narrativo magistrale.</p>
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<p><i>La minaccia dell’oblio</i></p>
<p>L’ideale della letteratura moderna, che la novella di Kiš esprime meglio di qualsiasi riflessione teorica, pone lo scrittore, però, di fronte a un dilemma. Nel caso del romanziere, esso si manifesta nella contraddizione tra la fedeltà a un principio democratico e anti-gerarchico di raffigurazione e l’esigenza formale di elaborare un testo finito, che selezioni nel <i>continuum</i> dell’esistenza alcune situazioni da narrare. Kiš si è servito dell’illustre tradizione della novella, genere per eccellenza sintetico ed allusivo, per aggirare l’ostacolo. La sua finzione narrativa, sapientemente costruita, ci parla <i>indirettamente</i> della letteratura e di ciò che essa, nel mondo moderno, aspira a realizzare. L’opera di Perec presenta alcune importanti similitudini con quella di Kiš. In entrambi riscontriamo la medesima utopia letteraria, ma di fronte ad essa i due autori adottano una diversa postura. Perec, a differenza di Kiš, ha tentato di esprimere in termini quasi <i>letterali </i>l’utopia della narrabilità infinita della vita qualunque. Per fare questo, piuttosto che ricorrere alla tradizione letteraria, si è servito delle scienze umane e della sociologia in particolare. Non intendo dire che Perec si sia dedicato a scritti di tipo sociologico o filosofico, ma che la sua scrittura letteraria si è evoluta grazie agli strumenti concettuali che gli venivano da questi settori della conoscenza.</p>
<p>In Kiš come in Perec, l’utopia della narrabilità infinita non è semplicemente legata all’evoluzione del realismo romanzesco, ma affonda le sue radici anche in una condizione autobiografica particolare. Sia il padre di Kiš che la madre di Perec morirono nei campi di concentramento nazisti, così come altri membri delle loro rispettive famiglie. Entrambi gli autori hanno conosciuto da vicino la violenza annichilente e sistematica del genocidio. E si sono dovuti confrontare con quell’impresa storica abnorme, che aveva come proprio obiettivo la cancellazione di un intero popolo e della sua memoria.</p>
<p>Questo trauma ha contribuito a rendere centrale, nel progetto di scrittura di Perec, il tema della memoria, ma secondo una visuale diversa rispetto a quella di Kiš, che rimane più incentrata sull’anamnesi letteraria della vicenda familiare o delle vittime anonime della violenza storica. Perec ha perseguito l’ideale di una memoria da costruire a partire dal <i>presente</i>, una sorta di <i>memoria prospettica</i> piuttosto che retrospettiva. Ed è perseguendo questo obiettivo che egli si è trovato spontaneamente ad utilizzare l’inventario come procedimento di strutturazione globale del testo letterario.</p>
<p>Il passo più completo ed esplicito, in cui egli affronta questo tema è tratto da un articolo apparso inizialmente sulla rivista “Cause commune” nel 1977 e intitolato <i>Les lieux d’une ruse</i> (<i>I luoghi di un’astuzia</i>). Qui Perec fornisce una diretta testimonianza della sua esperienza di analisi compiuta alcuni anni prima con lo psicanalista Jean-Bertrand Pontalis.</p>
<p style="padding-left: 30px;">&#8220;Nello stesso tempo s’instaurò come un fallimento della memoria: cominciai a temere di dimenticare, come se, a meno di notare tutto, non potessi conservare nulla della vita che fuggiva. Ogni sera, scrupolosamente, con coscienza maniacale, cominciai a scrivere una specie di diario: era tutto il contrario di un diario tipico: non vi affidavo che ciò che mi era successo di “oggettivo”: l’ora del risveglio, i compiti del giorno, gli spostamenti, gli acquisti, il progresso – valutato in righe o in pagine – del mio lavoro, le persone che avevo incontrato o semplicemente visto, il dettaglio della cena che avevo fatto in tale o talaltro ristorante, le letture, i dischi che avevo ascoltato, i film che avevo visto, ecc. Questo panico di perdere le mie tracce si accompagnò con un furore di conservare e di classificare. Tenevo tutto: le lettere con le loro buste, i talloncini del cinema, i biglietti d’aereo, gli scontrini, la matrice degli assegni, i depliant, i cataloghi, gli inviti, i settimanali, i pennarelli asciutti, gli accendini finiti e persino le fatture del gas e dell’elettricità riguardanti un appartamento in cui non abitavo più da sei anni, e a volte passavo la giornata intera a selezionare e selezionare, immaginando una classificazione che riguardasse ogni anno, ogni mese, ogni giorno della mia vita.&#8221;</p>
<p>Abbiamo qui la motivazione autobiografica di quell’interrogazione che, in un diverso contesto, Perec stesso ha definito “sociologica”. Il procedimento dell’inventario trova in questa duplice esigenza la sua funzione strategica: da un lato, contro la minaccia sempre incombente della sparizione delle tracce e dell’oblio della propria storia, è indispensabile catalogare e classificare tutto quanto costituisce una semplice “prova” materiale dell’esistenza; dall’altro, questa coazione al catalogo permette di strappare all’apparente piattezza e ovvietà intere zone dell’esistenza umana, che vanno sotto il nome poco attraente di “quotidiano”. La tara psicologica individuale costituisce  il motore di un progresso conoscitivo del mondo.</p>
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<p><i>Il tessuto delle individualità</i></p>
<p>I testi, in cui Perec persegue la sua utopia della narrabilità infinita della vita, applicando il procedimento formale dell’inventario alle tracce della quotidianità più banale, impongono una ridefinizione dei generi letterari. Detto altrimenti, Perec a differenza di Kiš spinge la scrittura letteraria in una zona incerta, difficilmente riconducibile ai generi della tradizione narrativa. Non si tratta più, in questo caso, di valutare il ruolo che l’enumerazione acquista all’interno dell’architettura romanzesca, indebolendo l’importanza della <i>story</i>. Nemmeno possiamo limitarci a considerare come la dissoluzione delle gerarchie morali, stilistiche o sociali in atto nell’evoluzione del realismo romanzesco si accompagni ad una centralità dell’inventario, come procedimento di organizzazione democratica dei nomi o degli oggetti esistenti. Il caso di Perec ci parla della fuoriuscita della scrittura dalle coordinate formali dei generi narrativi. Assistiamo alla comparsa di una scrittura in prosa che sempre meno è interessata all’imitazione delle azioni umane. Come possiamo, infatti, definire dei testi come <i>Tentativo di esaurimento di un luogo parigino</i> o <i>Mi ricordo</i>?</p>
<p>Eppure, per certi versi, <i>Mi ricordo</i> non fa altro che proseguire il progetto degli enciclopedisti celebrati da Kiš. In entrambi i casi si tratta di mostrare come la massima particolarità della vita individuale coincida con la massima universalità della vita collettiva. Nel suo <i>Post-scriptum</i> ai suoi 479 ricordi, Perec scrive: “Il principio è semplice: tentare di ritrovare un ricordo quasi dimenticato, inessenziale, banale, comune, se non a tutti, almeno a molti”. In questo modo, l’atto del rammemorare, che è per eccellenza individuale, acquista una valenza collettiva, di “luogo comune”. Questo comporta, però, un partito preso anti-proustiano: non è la fenomenologia del ricordo, il suo itinerario singolare nella mente del soggetto rammemorante, che interessa l’autore, ma la pura traccia mentale della realtà, per erronea, incompleta o distorta che sia. Siamo di fronte a quella che un poeta francese contemporaneo, Jean-Jacques Viton, chiama “memoria periferica”. In noi hanno sedimentato una quantità innumerevole di dettagli, nomi propri, nozioni slegate, che sono del tutto inutilizzabili persino nell’ottica di una narrazione autobiografica. Non esiste una forma narrativa e, probabilmente, neppure una forma lirica, in grado di organizzare un tale materiale. La scelta di Perec è allora quella dell’inventario: raccogliere in una semplice successione numerica una certa quantità di enunciati, in ognuno dei quali è espresso un ricordo, una traccia soggettiva di realtà. Non vi è altro criterio che questo. Non c’è alcun tentativo di costruire un ordine cronologico, di cogliere una fase passata della propria vita personale, di registrare un nucleo di ricordi connessi a dei momenti chiave della vicenda individuale o collettiva. Questa serie che, idealmente, dovrebbe continuare all’infinito, si presenta in definitiva come un tessuto di <i>nomi propri</i>. Se apriamo una pagina a caso del libro, ce ne rendiamo subito conto:</p>
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<p style="padding-left: 30px;" align="center">&#8220;276</p>
<p style="padding-left: 30px;">Mi ricordo che Jean Jaurès fu assassinato al <i>Café du Croissant</i>, in via Montmartre.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="center">277</p>
<p style="padding-left: 30px;">Mi ricordo della marea nera (la prima, quella del <i>Torrey-Canyon</i>) e dei sedimenti rossi.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="center">278</p>
<p style="padding-left: 30px;">Mi ricordo che il nome <i>robot</i> è un nome ceco, inventato, credo, da Carel Capek.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="center">279</p>
<p style="padding-left: 30px;">Mi ricordo delle avventure di Luc Bradfer.</p>
<p style="padding-left: 30px;" align="center">280</p>
<p style="padding-left: 30px;">Mi ricordo della grande orchesta di Woody Herman.&#8221;</p>
<p>Non solo quasi ogni ricordo contiene un nome proprio, ma spesso, all’interno di un singolo ricordo, i nomi propri sono più di uno. Nel paragrafo 276, abbiamo il nome proprio di un personaggio storico, di un caffè e di una via di Parigi. La proliferazione dei nomi propri coincide con la ricchezza degli esseri individuali che popolano l’esperienza del soggetto rammemorante, siano essi persone reali, personaggi fittizi, artefatti, eventi singolari, ecc.</p>
<p>Ritroviamo anche in questo testo l’articolazione tra figura e sfondo che, nel catalogo del secondo libro dell’<i>Iliade</i>, poneva in rapporto la celebrazione epico-narrativa dei condottieri e delle tribù con la necessità di condannare all’anonimato, all’indistinzione e dunque all’oblio la moltitudine dei singoli soldati dell’esercito acheo. L’inventario dei ricordi di Perec si pone come scopo di restituire esistenza a una moltitudine di esseri individuali, che le forme attuali della “fama” e della narrazione epica spingono impietosamente verso la sparizione. Perec sembra amalgamare le forme popolari della finzione romanzesca con i paradigmi narrativi propri alla società dello spettacolo. Informazione, letteratura d’evasione, intrattenimento: sono queste realtà a decidere dei confini di ciò che oggi è degno di essere rappresentato e ricordato. Scrive Perec in un articolo del 1973, <i>Approches de quoi? </i>(<i>Dintorni di che cosa?</i>):</p>
<p style="padding-left: 30px;">&#8220;Ciò che ci parla, mi sembra, è sempre l’evento, l’insolito, lo straordinario: cinque colonne in prima pagina, titolo a caratteri cubitali. (…) Bisogna che ci sia dietro l’evento uno scandalo, una crepa, un pericolo, come se la vita non dovesse rivelarsi che attraverso lo spettacolare, come se a parlarci, a significare fosse sempre l’anomalo: cataclismi naturali o sconvolgimenti storici, conflitti sociali, scandali politici… (…) Ciò che accade veramente, ciò che viviamo, il resto, tutto il resto, dov’è? Ciò che ritorna ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, come renderne conto, come interrogarlo, come descriverlo? (…) Forse si tratta di fondare alla fine la nostra antropologia : quella che parlerà di noi, che andrà a cercare in noi ciò che abbiamo così lungamente saccheggiato negli altri. Non più l’esotico, l’endotico.&#8221;</p>
<p>Porsi all’ascolto dei resti e dell’infra-ordinario significa, per Perec, ripensare le forme stesse della scrittura letteraria, anche se ciò implica, come abbiamo visto, la fuoriuscita dai generi ereditati. Nella ricerca degli strumenti adatti all’esplorazione del quotidiano, il procedimento dell’inventario si è rivelato strategico, a tal punto da assumere, in alcuni suoi testi, una funzione strutturante. Ciò significa che l’enumerazione ancor prima di essere un procedimento formale costituisce una disciplina della mente, una sorta di <i>ascesi rovesciata</i>, che ci strappa all’irrealtà dello spettacolo contemporaneo, per orientarci sempre di nuovo verso ciò che ci sta sotto gli occhi ogni giorno, ma proprio per questo motivo non è visto, non è pienamente goduto, considerato, valorizzato. Perec, attraverso l’inventario, esercita una pietà nei confronti della realtà intesa come tessuto infinitamente denso di entità individuali e non equivalenti, ossia non riconducibili a insiemi più astratti, all’interno dei quali i nomi propri sparirebbero in funzione dei nomi comuni. L’inventario costituisce, quindi, una delle vie più certe per ritornare alla realtà dentro cui sempre siamo, quella corporea, quella dei “dintorni” del corpo. L’inventario non è solo un procedimento letterario, esso ambisce ad essere <i>ars vivendi</i>, ossia arte del <i>radicamento</i> nel mondo e nella propria vita attraverso la scrittura.</p>
<p>*</p>
<p>[Questo testo è incluso in <em>Pro e contro la trama</em>, a cura di Walter Nardon e Carlo Tirinanzi De Medici, Università degli Studi di Trento, 2012.]</p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><em>Note</em><br title="" />Per una disamina dei rapporti tra il progetto letterario di Perec e l’evoluzione di alcuni settori delle scienze umane nel dopoguerra in Francia si veda Derek Schilling, <i>Mémoires du quotidien: les lieux de Perec</i>, Septentrion, Lille, 2006. Dalla storia di lunga durata di Fernand Braudel sino alle analisi critiche del quotidiano del sociologo marxista Henri Lefebvre, Perec ha avuto modo di entrare in contatto con una sorta di rivoluzione di paradigma, che ha avuto un ruolo importante anche sul suo modo di concepire i limiti non più solo del “narrabile”, ma anche dello “scrivibile”.</p>
<p>L’ultimo dei paragrafi del libro, il numero 480, è incompleto. Contiene solamente l’enunciato comune a tutta la serie: “Mi ricordo” ed il sintagma spostato in basso a sinistra “<i>(a seguire…)</i>”. Perec riconosce l’impossibilità di giungere a un ricordo finale. L’inventario non prevede né scioglimento narrativo né <i>explicit</i>, ma neppure, in casi come questo, la possibilità di giungere a un termine ultimo, di porsi quindi come esaustivo.</p>
</div>
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		<title>Su &#8220;Teoria del romanzo&#8221; di Guido Mazzoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jun 2012 08:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[daniela brogi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniela Brogi «Nel rumore di tutti il tempo che si perde / per essere solo ciò che siamo adesso, / per diventare solo solitudine». I mondi, libro di poesia pubblicato da Guido Mazzoni nel 2010 (Donzelli), si congeda con questi tre versi &#8211; tratti da Pure Morning – e con l’indicazione di una durata: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniela Brogi</strong></p>
<p>«Nel rumore di tutti il tempo che si perde / per essere solo ciò che siamo adesso, / per diventare solo solitudine». <em>I mondi</em>, libro di poesia pubblicato da Guido Mazzoni nel 2010 (Donzelli), si congeda con questi tre versi &#8211; tratti da <em>Pure Morning</em> – e con l’indicazione di una durata: 1997-2007. Sono dieci inverni, dunque: per scrivere <em>I mondi</em>; ma sono anche un tempo dentro un altro tempo: quello dei quindici anni (1995-2010) dedicati, come segnala la riga finale, a <em>Teoria del romanzo</em>. <span id="more-42748"></span>Sembra un gioco di date, ma è qualcosa di più, perché sotto sotto vale come invito a riconoscere la <em>skyline</em> – la stessa a cui appartiene anche <em>Sulla poesia moderna </em>(Il Mulino, 2005). In più, questa linea di orizzonte orienta <em>Teoria del romanzo </em>su due punti di tensione semantica e filosofica: “tempo” e “solitudine”.</p>
<p>Come rivelano i titoli dell’Introduzione (<em>Verità e letteratura</em>) e della Conclusione (<em>Una teoria del romanzo</em>), il libro asseconda un gesto filosofico: ragionare sul genere romanzo, assumere che «il compito principale dell’estetica e della critica contemporanee è quello di tradurre, in forma di idee, il contenuto di verità sedimentato nella <em>mimesis</em>, riportando al <em>medium </em>del concetto l’immagine del mondo che Virgilio, Michelangelo, Proust o Kubrick esprimono nel <em>medium</em> del loro linguaggio specifico, e che non sarebbe pienamente dicibile in altro modo» (376). Da qui l’immagine &#8211; fissata a suo tempo da D. H. Lawrence (1925) – del romanzo come «libro della vita», come intero, come totalità estensiva in senso lucacciano. Solo libro della vita perché coglie il senso della modernità, e perché si pone come risposta al nulla – per inciso, «nulla» e «vita» sono la prima e l’ultima parola del libro.</p>
<p>L’introduzione e la conclusione di <em>Teoria del romanzo</em> sostengono otto capitoli, da cui si sporgono due idee madri.</p>
<p>Uno: <em>ciò che dà sostanza di forma e di teoria al romanzo moderno è la mimesi della particolarità</em>. Che cos’è la particolarità? La vita privata in quanto separata dalla vita pubblica, la vita contingente, al di sotto e al di fuori della metafisica; la vita quotidiana di cui non solo la letteratura ma anche le altre pratiche discorsive non si erano interessate fino alla modernità; la vita dei dettagli, quella dove abitano anche gli altri con i propri particolari discorsi e prospettive: è, insomma, «il rumore di tutti»; infine, ma direi che questo forse è ciò che più conta nella prosa moderna, la particolarità è la vita che <em>scorre</em>, come la prosa, sfuggendo ai miti di permanenza: l’esistenza <em>normale</em>, dove gli esseri umani sono gettati nel tempo, il «<em>tempo che si perde</em>».</p>
<p>Due: <em>la particolarità è il proprium della nostra epoca</em> – essenzialmente gli ultimi duecento anni. &#8220;I personaggi romanzeschi ci piacciono perché siamo come loro&#8221; (394).</p>
<p>A sostenere questo edificio ci sono un’intenzione e un presupposto: storicizzare e decostruire. Storicizzare la mimesi, che intesa ora come registro, ora come concetto, è comunque stata usata dalla critica letteraria per lo più in senso extratemporale; storicizzare, dunque, incrociando la categoria wittgensteiniana di “gioco linguistico” e quella foucaultiana di “formazione discorsiva”, assumendo altresì, come sostegno tanto teorico quanto operativo, il principio per cui dietro la mimesi agisce un’idea di forma di vita sociale. «Solo la narrativa può mostrare come gli esseri particolari siano esposti al mondo, e come la loro identità, felicità e infelicità dipendano dagli altri e dal potere delle circostanze» (397).</p>
<p>«A partire da una certa data, il romanzo <em>diventa il genere in cui si può raccontare qualsiasi storia in qualsiasi modo</em>»: questa «anarchia mimetica» (p. 73) e stilistica senza precedenti è la stessa che fonda le possibilità di pensare il nuovo oggetto del romanzo. «Per come lo conosciamo oggi, il genere nasce al termine di una metamorfosi che si compie fra la metà del Cinquecento e la fine del Settecento. Intorno al 1550, la parola “romanzo” indica per lo più una forma letteraria precisa e ristretta; intorno al 1800, indica ciò che designa oggi – uno spazio polimorfo dove trovano posto i racconti di una certa lunghezza che non rientrano nei confini dei generi narrativi più rigidamente codificati (l’<em>epos</em>, le opere storiografiche, la <em>chanson de geste</em>» (79).</p>
<p>1995-2010: quindici anni di riflessioni, di studio, di ricerche, anche di solitudine, di cui respira ogni pagina di <em>Teoria del romanzo</em>. L’autore ci offre una ricostruzione (un solo esempio: la genealogia critica dell’antitesi tra “romance” e “novel”: 94 ss; 151-156, e il peso che dentro questa oscillazione ha avuto anche la definizione di un vocabolario narrativo dell’introspezione: 182-193), e una sistemazione di dati e di teorie a questo punto inaggirabili per ogni discorso serio sul romanzo come forma simbolica.</p>
<p>Si parte, con mossa hegeliana e lucacciana, dal mondo dell’epos (I: <em>Una teoria della narrativa</em>); il secondo capitolo (<em>L’origine del romanzo</em>) svuota l’idea classica che il romanzo sia un’essenza, e per di più un’essenza comprensibile alla luce di teorie, aspettative e categorie tutte ricostruite <em>ex post</em>: un modello critico che, tra l’altro, guardando a distanza i rilievi del paesaggio, spesso ha scambiato un mare per un lago di montagna, ovvero ha trascurato la rivoluzione romantica (quella vera, non quella dei luoghi comuni) di cui ancora viviamo gli effetti &#8211; e forse, potrei dire, anche <em>Teoria del romanzo</em> sfuma, nel gioco dei pesi e delle proporzioni ricostruiti dall’immagine  d’insieme, la centralità che ha avuto il Romanticismo nel costruire il destino del romanzo moderno sotto il segno dell’<em>originalità</em>, vale a dire distruggendo l’idea classicista per cui la forma non esprime un modo personale, «ma obbedisce a consuetudini pubbliche e a regole cerimoniali» (121).</p>
<p>«Il romanzo assume la forma che ha oggi per noi fra il 1550 e il 1800, quando una massa eterogenea di scritture narrative comincia a essere accorpata sotto lo stesso nome» (149). Insieme al capitolo II, il capitolo III (<em>Il romanzo e la letteratura d’Ancien Régime</em>) e IV (<em>Il libro della vita particolare</em>) delineano e discutono la nascita della prosa moderna, che, essenzialmente, equivale al crollo dei due muri portanti che avevano sostenuto il sistema classico. Il primo è il platonismo estetico, ossia il principio che le arti, dunque anche la mimesi, siano subordinate alla morale e alla logica dell’<em>exemplum</em>. Fino a metà Settecento l’allegorismo resiste come psicologia dominante della scrittura e della lettura, è «una maniera di avvicinarsi ai testi diventata seconda natura» (158).</p>
<p>Per garantire resistenza a questo <em>habitus</em>, il secondo muro portante è la poetica della divisione degli stili: di tipo antico, ma rafforzata a metà Cinquecento, quando, «con la fusione della critica aristotelica e oraziana», diventa «il presupposto di fondo del classicismo europeo premoderno fino alla seconda metà del Settecento» (117), e sbarra a lungo la strada al <em>novel</em>, contrariamente alle teorie di Bachtin – fin quando domina la <em>Stiltrennung</em> «i generi comici non rappresentano un problema per i canoni dominanti, occupando un posto preciso e minore nel sistema delle forme» (151).</p>
<p>A questa altezza, storica e morfologica, del processo, si incontrano le prime due soglie che scandiscono il percorso della narrativa moderna: il 1550, quando le forme che abitano il campo letterario del romanzo acquisiscono un’aria di famiglia (87-91); e il 1670: l’anno in cui esce la <em>Lettre sur l’origine des romans</em> di Pierre-Daniel Huet, il momento in cui, anche «sulla spinta di un mutamento dei gusti del pubblico, i letterati francesi cominciano a distinguere fra <em>roman </em>e <em>nouvelle</em>» (92), brevettando una dicotomia di fatto ribadita anche in <em>The Progress of Romance</em> (1785) di Clara Reeve («il romanzo – si cita dall’autrice &#8211; è una favola eroica che tratta di persone e cose favolose; il <em>novel</em> è un quadro di vita e costumi veri, e dei tempi in cui fu scritto»: 95).</p>
<p>La terza soglia arriva nella parte centrale – per collocazione e per importanza – del libro: il capitolo V (<em>La nascita del romanzo moderno</em>). Siamo giunti al 1800, ovvero al momento in cui il romanzo, genere proscritto, si fa spazio, conquista e domina il campo letterario, emancipandosi dalle regole di stile della retorica classica, in perfetta simmetria con la conquista della particolarità come oggetto di rappresentazione seria della prosa del mondo. Sono le parti del saggio in cui i due più importanti autori di riferimento di <em>Teoria del romanzo</em>, Hegel e Auerbach, per così dire giocano in casa &#8211; e in questo rigorosissimo progetto di coabitazione Auerbach agisce essenzialmente a titolo di storico delle forme letterarie e della mimesi piuttosto che da filologo.</p>
<p>Il passaggio dall’attitudine allegorica all’estetica dell’identificazione che è propria del romanzo moderno è, per l’appunto, un passaggio: che prevede stazioni intermedie, scarti, velocità diverse da un paese all’altro, e che tuttavia fissa una cesura definitiva tra i romanzi che sono o rimangono interni a un orizzonte moralistico e teologico, insomma statico (come ancora Fielding e Richardson) e la prosa moderna, che ci parla invece, oggi come ieri, di individui completamente calati nella storia. «Gran parte dei romanzi contemporanei usa ancora questo lessico. Volendo citare tre delle opere più significative apparse negli ultimi quindici anni, potremmo dire che la lingua concettuale di cui si servono Philip Roth in <em>Pastorale americana</em> (1997), Houellebecq nelle <em>Particelle elementari</em> (1998) o Littell nelle <em>Benevole</em> (2006) per disporre le storie particolari dei loro personaggi in un contesto universale appartiene allo stesso ceppo di quella usata da Scott e da Balzac, così come da Jane Austen, da Manzoni o da Stendhal». Dove l’aspetto più originale, mi pare, è la scelta di discutere attraverso paradigmi narrativi piuttosto che cronologici, e la scelta – finalmente – di smettere di ragionare di Ottocento e Novecento, come se fossero <em>due secoli, l’un contro l’altro armato</em>.</p>
<p>Se il capitolo quinto è il corpo autogravitante dell’intera architettura di <em>Teoria del romanzo</em>, i tre capitoli successivi, dedicati alla morfologia del romanzo moderno (VI: <em>Il paradigma ottocentesco</em>; VII: <em>La transizione al modernismo</em>; VIII: <em>Sulla narrativa contemporanea</em>), fissano i punti elettivi di prospettiva sull’intero edificio. Il lavoro di decostruzione si fissa adesso sullo stereotipo del cosiddetto “romanzo ottocentesco”, scegliendo di partire non dall’oggetto, ma dalla formazione discorsiva ostile che lo ha costruito (lo sguardo delle avanguardie e del modernismo) con tipica attitudine all’invenzione del nemico. L’«utopia di una scrittura trasparente», l’assunzione di un nuovo ruolo narrativo e «il legame che il nuovo modello narrativo intrattiene con le arti della sfera pubblica: la pittura e soprattutto il teatro» (253):  sono i tre capisaldi di questo stereotipo di cui <em>Teoria del romanzo </em>svela gli aspetti contradditori trasformandoli nondimeno, con mossa dialettica, in argomenti che rendono il romanzo della prima metà dell’Ottocento  una terra di mezzo del <em>novel</em>: una zona non più statica, dinamica, ma (che sarebbe) ancora fortemente implicata con i dispositivi del <em>romance</em>; al di qua del modello di “realismo senza melodramma”  scoperto da Jane Austen, che «racconta invece delle discontinuità private, irrilevanti o poco rilevanti agli occhi degli altri, ma decisive per i singoli individui. È nata un’epoca nella quale le persone particolari attribuiscono un significato assoluto e intrascendibile ai minimi eventi che riguardano la propria felicità privata e terrena; è nata l’epoca nella quale nulla è importante se non la vita» (289). L’epoca del «romanzo di destino» (<em>Madame Bovary</em>, <em>Guerra e pace</em>, <em>L’educazione sentimentale</em>, <em>Middlemarch</em>, <em>Anna Karenina</em>).</p>
<p>Dobbiamo dunque immaginare tre stagioni storiche legate da rapporti dialettici, di continuità e di rottura: «la prima si estende dal 1800 al 1850, la seconda dal 1850 al 1900 e la terza dal 1900 al 1940» (307-308). La terza è la stagione del modernismo: dei punti di vista ristretti, dei personaggi incoerenti, del romanzo saggio (la <em>Recherche</em>, l’<em>Uomo senza qualità</em>, <em>I sonnambuli</em>). Anche l’ultima stagione in cui le innovazioni entrano a far parte di un vocabolario narrativo condiviso. La narrativa del realismo magico, la galassia delle sperimentazioni emerse e il postmodernismo appaiono, guardate dalla distanza di oggi, stagioni che non hanno trasformato il paesaggio, come era accaduto agli inizi del Novecento: «si sono limitati ad aggiungere delle province, delle isole a un territorio variegato, all’interno del quale convivono famiglie letterarie diverse, a volte distanti fra loro, a volte ibridate, ma in ogni caso multiformi. L’arcipelago romanzesco contemporaneo è plurale» (360-361).</p>
<p>Avviamoci alla conclusione con una domanda: è possibile occuparsi di romanzi ed essere completamente d’accordo con quello che leggiamo nelle quattrocento pagine di <em>Teoria del romanzo</em>? Naturalmente e fortunatamente no. Da parte mia non sono persuasa dallo spartiacque così netto tra la prima e la seconda metà dell’Ottocento: i tratti del secondo periodo sono spesso affermati già nel primo; e il melodramma, che Mazzoni usa come discriminante disgiuntiva, non può essere considerato puramente un dispositivo narrativo residuale o un codice degradato: né nell’Ottocento (certe pagine delle romantiche sorelle Brontë non sono certo meno moderne di Jane Austen); né cento anni dopo. Tant’è vero, per fare l’esempio più eclatante, che continuiamo a commuoverci, senza che sia un’esperienza regressiva, davanti alla sequenza più melodrammatica del Neorealismo: quella in cui Anna Magnani, in <em>Roma città aperta</em>, corre dietro alla camionetta dei nazisti. E ancora: credo che la particolarità, che all’altezza dell’affermazione del <em>novel</em>, conquista, non solo in letteratura, dignità di attenzione e di notizia, ebbene credo che la particolarità &#8211; già nel secondo Ottocento, ma più che mai nel secolo successivo – funzioni non solo come figura di contingenza (come nella gran parte dei casi – Mazzoni ha ragione), ma di variazione. Le storie particolari degli altri, talvolta, ci piacciono non solo perché sono figure della nostra esistenza, ma perché ci strappano a noi stessi, ci portano via, spostano <em>fuori</em> la nostra immaginazione, facendola rispecchiare nell’esotico.</p>
<p>Altri lettori potranno aggiungere altre critiche, ma non è questo il punto, perché ciò che conta – e che convince &#8211; è il disegno d’insieme.</p>
<p>Può darsi che <em>Teoria del romanzo</em> abbia i difetti delle proprie qualità. Il libro costruisce una struttura di senso complessiva indagata lungo la storia di lunga durata. È inevitabile che questo coraggio produca repliche, come anticipa l’epigrafe di Toqueville con cui Mazzoni raccomanda di giudicare il libro «in base all’impressione generale». Fatto sta che alla teoria del romanzo un simile giro d’orizzonte mancava da tanto tempo, probabilmente da quando era uscito l’altro libro con il medesimo titolo.</p>
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<p>*</p>
<p>Guido Mazzoni, <em>Teoria del romanzo, </em>Bologna, Il Mulino, 2011, pp. 412</p>
<p>*</p>
<p>Questo articolo è uscito sulla Rivista dell&#8217;Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura «Between»(II, 3, 2012), http://<a href="http://www.Between-journal.it">www.Between-journal.it</a>/</p>
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