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	<title>Thatcher &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Charming men. La storia degli Smiths</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Mar 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong> Martina Panzavolta </strong>  <br /> Nella narrazione degli Smiths, la cornice storica è fondamentale: non solo mostra alle lettrici e ai lettori la realtà messa in musica nei brani, ma soprattutto ricorda che l’espressione artistica può essere uno strumento di critica che contribuisce a muovere il presente e dare speranze]]></description>
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<p>di <strong>Martina Panzavolta</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="536" height="765" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men.jpg" alt="" class="wp-image-111630" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men-300x428.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Charming-men-294x420.jpg 294w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>Il nome “Smiths” abbraccia la coesistenza di violenza e delicatezza, evoca la nostalgia del passato come critica al presente, ma anche l’immagine di un mazzo di fiori – per la precisione, un mazzo di gladioli – che fuoriescono dalla tasca posteriore dei jeans e che roteano in aria per venire gettati sul palco. La band inglese, formata da&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Morrissey">Morrissey</a>&nbsp;(voce),&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Johnny_Marr">Johnny Marr</a>&nbsp;(chitarra),&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Andy_Rourke">Andy Rourke</a>&nbsp;(basso) e&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mike_Joyce">Mike Joyce</a>&nbsp;(batteria), ha respirato per soli cinque anni e quattro album, ma è stata fatale per un’intera generazione. L’«aspetto realistico» dei loro brani è stato certamente l’ingrediente – insolitamente – segreto del successo: gli Smiths hanno infatti saputo radicarsi a una dimensione profondamente quotidiana, in grado di raccontare qualcosa vicino a chi ascolta, pur senza rinunciare a disseminare i propri brani di citazioni raffinate, o meglio, <em>rifinite</em> da un <em>wit</em> e da uno <em>charme</em> alla Oscar Wilde (cfr. Rennis 2024, p. 295). Del resto, non stupirebbe se «We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars» (“siamo tutti nella grondaia, ma alcuni di noi guardano le stelle”, Wilde 1892, p. 88) rientrasse fra le strofe dei loro testi, omaggiando esplicitamente la saggezza estetica dello scrittore inglese. A ragione, quindi, l’affiliazione artistica degli Smiths a Oscar Wilde è stata colta e sottolineata da Fernando Rennis, che ha posto la sopracitata espressione in apertura al suo libro dedicato alla storia della band.</p>



<p><em>Charming men. La storia degli Smiths</em>, edito da Nottetempo nel settembre del 2024, non è semplicemente un percorso fra gli album e i testi degli Smiths, ma un intreccio di materiale storico e musicale in cui, oltre alle telecamere puntate sulla band, si fa “zapping” sul calderone incandescente degli anni Ottanta. In un certo senso, si può dire che, nel libro di Rennis, gli Smiths siano circondati da co-protagonisti e comparse: una menzione speciale va di certo a Margareth Thatcher, seguita dal trionfo del liberismo, dalla paura del nucleare della Guerra Fredda e dal dilagante disordine sociale a livello mondiale, in cui trovano voce i gruppi underground giovanili e le droghe a buon mercato. Nella narrazione degli Smiths, la cornice storica è fondamentale: non solo mostra alle lettrici e ai lettori la realtà messa in musica nei brani, ma soprattutto ricorda che l’espressione artistica può essere uno strumento di critica che contribuisce a muovere il presente e dare speranze – tutti aspetti che troppo spesso vengono tralasciati.</p>



<p>Fernando Rennis ha una penna piuttosto allenata all’intreccio fra musica e politica; fra i suoi testi sul tema, si possono menzionare <em>Politics. La musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit</em>&nbsp;(2018) e&nbsp;<em>Patriots. La musica italiana da Berlusconi al sovranismo</em>&nbsp;(2019); il suo penultimo libro è invece&nbsp;<em>Un glorioso fallimento. L’eterno presente della Factory Records</em>&nbsp;(2022). Sulla linea delle sue ricerche storico-politiche, Rennis dà avvio alla narrazione degli Smiths a partire da un <em>flashforward</em>: una seduta del Parlamento britannico. «<em>Miserable Lie,</em> <em>I Don’t Owe You Anithing</em> o <em>Heaven Knows I’m Miserable Now</em>: quali di queste canzoni avrebbero cantato i poveri studenti se il governo avesse portato a casa il voto sull’aumento delle tasse universitarie?» (Rennis 2024, p. 15). Kerry McCarthy lo chiese nel 2010 al primo ministro David Cameron, il quale rispose che «non gli avrebbero cantato di certo <em>This Charming Man</em>» (<em>ibidem</em>).</p>



<p>Le canzoni degli Smiths non avevano certo bisogno di essere menzionate a una camera parlamentare per divenire politiche: fin dai primi concerti, la band era solita invitare il pubblico a salire sul palco per prenderselo, già dimostrando che i riflettori del loro successo dovevano essere puntati sul quotidiano protagonista dei loro testi (cfr. <em>ivi</em>, p. 21). Agli Smiths non importava di dire o non dire qualcosa fuori posto, si trattava, piuttosto, di non fare qualcosa di omologato o senziente solo perché doveva essere fatto. Del resto, come diceva bene Wilde, «quando i critici non sono d’accordo fra di loro, l’artista allora è d’accordo con se stesso» (Wilde 1891, p. 7). Su questo, tutti i membri della band erano <em>hand in glove</em>, che in inglese significa “complici”, e camminavano letteralmente “mano nel guanto”; non a caso l’espressione è stata il titolo del loro primo brano di successo (Rennis 2024, p. 62).</p>



<p>Il loro essere alternativi non era semplicemente una moda, ma una postura vigile e critica: negli anni del thatcherismo, le arti che non avevano ambizioni industriali erano fuori dai giochi. Per questo, come sottolinea a più riprese Rennis, firmare per la Rough Trade, un’etichetta indipendente britannica, e scegliere di rimanerci anche nell’anno di maggior successo, fu un atto di protesta consapevole nei confronti delle grandi case discografiche che seguivano le linee guida di Thatcher relativamente ai valori di individualismo e liberismo. Al contrario, gli Smiths volevano un “lavoro etico”, coerente rispetto a ciò che mettevano in musica: «un sacco di soldi, se fatto bene» (p. 84). Del resto, la denuncia della pedofilia e della corruzione inglese non era affatto qualcosa da canticchiare con la leggerezza degli Wham!, l’altro volto della musica britannica: lo “Charming Man” che il duo pop impersonava era superficiale e finto, quello degli Smiths era tanto reale quanto erotico e pedofilo, come gran parte della borghesia inglese mascherata da gente per bene. Del resto, gli Smiths avevano a cuore la ricerca della “verità”, quella che riguarda l’umano e i suoi i sentimenti, e che molto spesso viene messa a tacere, soffocata dall’indifferenza e dall’alienazione. Per questo, come sottolinea Rennis, i veri «pugni in faccia» per il pubblico sono stati <em>Please, Please, Please, Let Me Get What I Want</em> e <em>How Soon is Now</em> (1884): due brani che ricordano la fragilità delle speranze e che, nonostante ciò, difendono il bisogno di sentirsi amati in un mondo che ci rende sempre più soli (<em>ivi</em>, pp. 144-145).</p>



<p>Questa “ricerca della verità”, per così dire, non aveva nulla di intellettuale: per gli Smiths, doveva prendere i cuori «dalla gente normale che vive con te» (<em>ivi</em>, p. 178), che è disposta a riaprire le ferite cicatrizzate dalla invulnerabilità apatica, per ricucirle, non senza dolore, nella speranza della rigenerazione di comunità più consapevoli e, di conseguenza più critiche e attive. La musica, per gli Smiths, doveva quindi puntare a e accendere un senso di frustrazione positivo nei confronti delle violenze subite; d’altronde, questo è stato dichiaratamente l’intento primario di <em>Meat is Murder</em> (1985), il secondo album degli Smiths che cantava in maniera assordante il senso di insoddisfazione.</p>



<p>Del resto, gli Smiths hanno partecipato attivamente, e non solo con i loro brani, ai movimenti di sinistra. Di fatto, sono saliti più volte – anche se non sempre al completo – sul palco del Red Wedge, un collettivo di musicisti che voleva appoggiare le politiche del&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Labour_Party_(UK)">Partito Laburista</a>&nbsp;in vista delle&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/1987_United_Kingdom_general_election">elezioni generali del 1987</a>, nella speranza di estromettere il&nbsp;governo&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Conservative_Party_(UK)">conservatore di&nbsp;</a><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Margaret_Thatcher">Thatcher</a> (<em>ivi</em>, p. 203). Le loro canzoni dovevano raccogliere le voci del presente, non imbrattarle di finta felicità; a tal proposito, Morrissey e Marr raccontano che, davanti allo schermo della tv, mentre ascoltavano gli Wham! cantare <em>I’m your man</em> lo stesso giorno in cui Chernobyl è esplosa, hanno sbraitato: «che cazzo c’entra questo con la vita delle persone?» (p. 211). Il brano <em>Panic</em> (1986) fu il risultato di queste riflessioni.</p>



<p>Nella narrazione di Rennis è interessante anche il racconto della ricezione italiana della band. Per fornire un esempio si può citare Pier Vittorio Tondelli, lo scrittore camp per eccellenza degli anni Ottanta e Novanta, il quale affermava che gli Smiths avevano un fascino invidiabile: i testi di quel «geniaccio» di Morrissey riuscivano a tenere insieme quell’«immaginario ambiguo in cui piacere e dolore sono intrinsecamente uniti» (cfr. Tondelli 1985, pp. 123-125; citato in Rennis 2024, p. 182). Del resto, tale intreccio si trova all’apice della sua altezza nell’esplicita unione di amore e morte in un brano di <em>The Queen is dead</em>, l’ultimo pubblicato con la Rough Trade, il cui titolo è <em>There Is a Light That Never Goes Out</em>.</p>



<p>Tuttavia, contemporaneamente a brani definiti sempre più “traboccanti di fascino” (cfr. <em>ivi</em>, p. 226), per la band andavano acuendosi diverse crepe. Anche se nelle esibizioni sembravano ancora affiatati, nel 1986 l’intesa inaugurata dall’Hand in Glove si era ormai incrinata. Di fatto, come ripete più di una volta Rennis, gli Smiths non erano un gruppo di amici che poi ha deciso di mettersi a fare musica, ma quattro individualità che si sono trovate a parlare dell’Inghilterra e del mondo al momento giusto, e non più del tempo che per loro è stato giusto. Innanzitutto, nel 1986 avevano rotto gli accordi con la loro etichetta indipendente e avevano firmato per la EMI, una major, che di certo non rispettava l’idea etica di lavoro che si erano prefissati. Di più, Morrissey e Marr, non avevano più le stesse idee in merito al materiale musicale: se Marr voleva sperimentare ed era curioso delle nuove tecnologie in campo artistico, Morrissey non voleva abbandonare il “linguaggio naturale” della musica («Nature is a language, can’t you read?», “La natura è un linguaggio, non riesci a leggerlo?”, Ask, 1986). Così, nell’estate del 1987, Marr dichiarò la sua definitiva uscita, spiegando: «Non nego che ci fossero certi problemi all’interno della band […] Ma la ragione principale per cui me ne sono andato è semplicemente che ci sono cose che voglio fare, musicalmente, che non hanno spazio negli Smiths» (<em>ivi</em>, p. 265). Del resto, anche Morrissey, da parte sua, si era definito «preparato» alla dipartita del collega (<em>ivi</em>, p. 267). Molti articoli, come ricorda Rennis, hanno dichiarato che è stata la fine della band inglese più originale degli ultimi anni.</p>



<p>Negli anni successivi non c’è stata nessuna reunion: come spiega Rennis, anche questo fa parte «del loro charme, anzi del loro mito: cinque anni di attività, quattro album e un comunissimo cognome inglese che li incastra per sempre in un’insormontabile giovinezza» (ivi, p. 280). Per le lettrici e i lettori di Rennis, gli Smiths saranno legati anche a un’instancabile speranza legata all’avvenire musicale: l’arte può trovare ancora la sua voce. Loro lo hanno dimostrato: proprio mentre Margareth Thatcher affermava “there is no alternative”, riferendosi al capitalismo e alla globalizzazione, gli Smiths cantavano «Why do I give valuable time / To people who don&#8217;t care if I live or die?» (“Perché do tempo prezioso / A persone a cui non importa se vivo o muoio?”, <em>Heaven Knows I’m Miserable Now</em>, 1984).</p>



<p><strong>Bibliografia</strong></p>



<p>Tondelli, P. V. (1985), <em>Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta</em>, Bompiani, Milano 2001.</p>



<p>Wilde, O. (1891), <em>Il ritratto di Dorian Gray</em>, trad. it. di L. Cecchini, Mondadori, Milano 2020.</p>



<p>Wilde, O. (1892), <em>Il ventaglio di Lady Windermere, </em>trad. it. diC. Dondo, Garzanti, Milano 2010.</p>
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		<title>I minatori contro la Thatcher: storia di un&#8217;eroica sconfitta</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Aug 2013 09:28:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Salvo Leonardi A voler stilare un’ideale classifica delle lotte che più epicamente hanno segnato la storia e l’iconografia del movimento operaio internazionale, quella dei minatori inglesi del 1984-85 occupa a buon diritto una posizione di assoluto rispetto. È stato il più lungo sciopero di massa dell’Occidente dai tempi della Prima guerra mondiale: un anno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46122" alt="thatcher" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/thatcher.jpg" width="618" height="510" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/thatcher.jpg 618w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/thatcher-300x247.jpg 300w" sizes="(max-width: 618px) 100vw, 618px" /></p>
<p>di <strong>Salvo Leonardi</strong></p>
<p>A voler stilare un’ideale classifica delle lotte che più epicamente hanno segnato la storia e l’iconografia del movimento operaio internazionale, quella dei minatori inglesi del 1984-85 occupa a buon diritto una posizione di assoluto rispetto. È stato il più lungo sciopero di massa dell’Occidente dai tempi della Prima guerra mondiale: un anno esatto fra il marzo ’84 e quello dell’85. Fu <strong>una guerra, di classe</strong>, combattuta su un campo di battaglia vasto quanto la Gran Bretagna.</p>
<p>Nelle brughiere di Scozia, Galles, Yorkshire e Kent <strong>si fronteggiano per mesi 165.000 minatori</strong> e alcune <strong>decine di migliaia di poliziotti</strong>. Ci sono i generali (<strong>Thatcher </strong>e MacGregor, il falco a capo del <em>National Coal Board</em>, da un lato, e Arthur Scargill, per il Num, il potente sindacato dei minatori dall’altro), i piani (quello Ridley per la privatizzazione e l’uscita dal carbone), le tattiche (i <em>picchetti volanti</em>), le battaglie campali che segneranno le sorti finali del conflitto, come ad Orgreave, nella primavera ’84.</p>
<p>Alla fine <strong>si conteranno 2 morti, 1750 feriti ufficiali, 11.312 arresti, 5.653 processi per direttissima</strong>, un <strong>migliaio di licenziamenti</strong> solo per rappresaglia. Decine di film, romanzi e canzoni emozioneranno il pubblico di mezzo mondo, inducendolo a schierarsi coi “vinti” (<em>Which side are you on</em> è allora il titolo di una celebre canzone), immortalando per sempre l’<em>eroica sconfitta</em> di una comunità di uomini e donne, incarnazione di un intero pezzo della storia e dell’identità della Gran Bretagna moderna.</p>
<p><strong>Ai primi anni 80 il carbone è divenuto troppo costoso</strong> e i sindacati troppo potenti per chi, come la Thatcher, intende aprire una nuova era nei rapporti sociali del suo paese. Il negoziato non è un’opzione. Il sindacato dei minatori chiede una politica di sovvenzioni statali al settore, come quella che nel 1982 stanzia 17 miliardi di sterline in Francia e Belgio, 8 in Germania e solo 3 nel Regno Unito, che è il secondo produttore europeo. <strong>Thatcher ha una visione opposta</strong>. È da poco al secondo mandato, ha vinto nelle Falkland, e coi minatori, nucleo militante del sindacalismo britannico, ha <strong>un conto in sospeso</strong> da quando, fra il ’72 e il ’74, li aveva visti sconfiggere il governo di Heath, suo mentore e primo ministro.</p>
<p>Maggie ha fatto tesoro di quella sconfitta, e quando <strong>parte all’attacco, il 1° marzo 1984</strong>, ha preparato con cura ogni mossa. L’annuncio della chiusura dei primi 20 pozzi avviene a fine inverno, quando lo stoccaggio è alto e il fabbisogno di carbone destinato a calare. Ci <strong>si accorda comunque con Jaruzelski</strong> per l’acquisto di altre scorte, per <strong>l’immane imbarazzo di <em>Solidarnosc </em>e dei minatori della Slesia</strong>. Si inizia da Cortonwood (South Yorkshire), tagliando 20.000 posti ma contando sulla storica moderazione degli operai di quel bacino.</p>
<p>La reazione è immediata e si propaga subito; <strong>in poche settimane tutti i pozzi del paese sono bloccati</strong>, eccetto nel Nottinghamshire, dove si costituisce anche un sindacato giallo. I picchetti volano da un sito all’altro, provando ad aggirare i presidi stradali di una polizia da stato di assedio. I media sono scatenati, e c’è persino chi raccoglie fondi per quanti vogliono tornare al lavoro. La legislazione sugli scioperi è stata già modificata e lo sarà del tutto più tardi. Le famiglie hanno appena subito un taglio dei benefit di 15 sterline alla settimana.</p>
<p>Tutto spinge per una rapida desistenza. E invece.<strong> Intorno alla lotta si coagula un imponente movimento di solidarietà</strong>; delle donne, che organizzano le mense comunali, dei negozianti di zona che fanno credito e sconti, dei sindacati internazionali, persino del <strong>movimento gay</strong>, che ospiterà fra applausi scroscianti una delegazione alla parade di Londra di quell’anno.</p>
<p><strong>Portuali e ferrovieri</strong> rallentano l’approvvigionamento delle acciaierie, snodo cruciale del conflitto; ma non i camionisti. <strong>Latita il Labour di Kinnock </strong>laddove l’ondivago Tuc del moderato Murray – che solo a settembre annuncia l’intenzione di estendere la mobilitazione – lascerà i minatori al loro destino, non cogliendo il carattere definitivo che quella vertenza è destinata ad assumere.</p>
<p>Sarebbe andata diversamente se l’azione si fosse propagata agli altri settori? Se ne dibatte ancora, come pure se non fosse stato il caso di indire una consultazione referendaria sullo sciopero, resa poi obbligatoria con esiti devastanti – il timore del Num non era infondato – sul movimento sindacale inglese. O se non fosse stato più opportuno negoziare caso per caso, piuttosto che su scala nazionale e settoriale, il destino dei pozzi. È quello che accadrà dopo la sconfitta, e che tuttavia non potrà impedire di portare in un solo decennio il numero di addetti da 181.000 a 8.000, quasi tutti in autogestione, col Regno Unito che importa oggi 40 milioni di tonnellate di carbone l’anno. Così come non si potrà più impedire lo smantellamento del welfare britannico, insieme al suo lungamente glorioso movimento sindacale.</p>
<p>C’era un’alternativa dinanzi a quella nuova icona mondiale della teoria che “non ci sono alternative” (al liberismo)? In quei giorni si dice: “<strong>Se Maggie non la sconfiggono i minatori, chi altro potrà farlo</strong>?”. <strong>Nessuno, e infatti i Tories restano in sella per altri 12 anni</strong>. Ma quell’anno c’erano voluti 7 milioni di sterline e un calo della produzione industriale del 2,5 per cento per piegare quell’indomito “nemico interno”.</p>
<p>Quando il 3 marzo 1985 la dirigenza del Num delibera con 98 voti a 91 la fine dello sciopero, quei “musi neri”, ormai estenuati e malincuore, decidono di tornare nei pozzi, accompagnati però dalle fanfare e dai gonfaloni sindacali. Memori dell’umiliante rientro patito dai loro padri e nonni nel 1926, imploranti una riassunzione. Entrano a testa alta, fieri di quel loro orgoglio operaio, così tipicamente <em>British</em>, consci di aver scritto comunque una memorabile pagina di storia. Nell’unica maniera che era stata loro concessa: quella di chi si oppone, finanche col proprio corpo, a quanti hanno deliberato la desertificazione della sua comunità, della sua storia individuale e collettiva.</p>
<p>(da <a href="http://www.rassegna.it/articoli/2013/04/15/99194/i-minatori-contro-la-thatcher-storia-di-uneroica-sconfitta" target="_blank"><strong>rassegna.it</strong></a>)</p>
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		<title>Catalogo degli affetti</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 07:30:11 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Raffaeli</strong></p>
<p>Il poeta del livore e del risentimento, uno scrittore che ho letto molto tardi e ho imparato ad apprezzare ancora più tardi, <strong>Thomas Bernhard</strong>, dice da qualche parte che solo chi è davvero indipendente può scrivere veramente bene. Penso che per gli editori, come per i lettori, valga la stessa regola e da lettore di lungo periodo posso dire di averne la certezza, oramai. Se penso al testo che per primo ho riconosciuto come letteratura, vale a dire qualcosa che riuscisse a coinvolgermi e a svelarmi nello stesso tempo un’immagine del mondo, frontale e persino inderogabile, mi viene in mente che lo lessi scoprendolo in una antologia delle medie per poi ritrovarlo, ma molto tempo dopo, in un libretto stampato alla macchia. Era un blues di <strong>Langston Hughes</strong>, il cui <em>riff </em>suona pressappoco: «Andai ad Atlanta/ mai stato prima:/ i bianchi mangiano la mela/ i negri il torso». Conteneva la memoria di un dolore atavico e l’idea più elementare dell’essere al mondo, dove c’è chi domina e chi invece viene dominato, chi sta sopra e sotto, dentro e fuori, <em>down and out</em>.<span id="more-12200"></span></p>
<p>Fu una lezione propedeutica di marxismo, allo stadio virtuale, ma fu anche una prima riprova che la letteratura, nella sua essenza, riguarda la memoria propria o di altri, per cui dunque la memoria coincide con la nostra stessa vita. È grazie al blues di Hughes e a una passione divorante per il jazz che paradossalmente diedi un senso al libro della mia infanzia, un libro sacrale e incombente, amatissimo e non ancora del tutto compreso, cioè il <em>Diario </em>di <strong>Anne Frank</strong>, circa il quale, diranno poi i versi di <strong>Vittorio Sereni </strong>(nella poesia de <em>Gli strumenti umani</em> intitolata <em>Amsterdam</em>), «non è/ privilegiata memoria. Ce ne furono tanti/ che crollarono per sola fame/ senza il tempo di scriverlo». L’Anne Frank redenta della mia adolescenza fu in effetti una ragazza nera e militante comunista, la cui selva di capelli ricci divenne una icona nella costellazione del Potere Nero, insieme con il volto severo di Malcolm X, i pugni chiusi di <strong>Smith e Carlos</strong> a Mexico ‘68, il sax astrale di <strong>John Coltrane</strong>, gli insorti del carcere di Attica, il volto anonimo dei fratelli di Soledad e quello di <strong>George Jackson </strong>(i cui scritti sul <em>Fascismo americano</em> Einaudi non ha più ristampato); non c’era posto, invece, per <strong>Martin Luther King</strong>, il cui sogno, nonostante l’avesse pagato con la vita, era pur sempre il sogno di un pastore della chiesa battista: per parte sua, nella <em>Autobiografia di una rivoluzionaria</em> (riproposta l’anno scorso da minimum fax) <strong>Angela Davis</strong> cominciava dettando un’epigrafe combattiva, secondo cui «la rete sarà squarciata/ dal corno di un vitello che sgroppa». Ma era l’incipit di una lunga e improvvisa glaciazione. Venuti al mondo nel dopoguerra, nel pieno dell’età dell’oro o dei «trenta gloriosi» 1945-1974, come li definisce <strong>Hobsbawm</strong>, educati all’idea che la memoria fosse utile non a conservare ma a cambiare il mondo, alla generazione dei ventenni o trentenni di allora sarebbe toccato di dover presto soggiacere alla più cruda e micidiale parodia di Anne Frank e di Angela Davis. Sto parlando di <strong>Maggie Thatcher</strong>, il cui motto <em>There is no alternative</em>, non esiste alternativa (e relativo acronimo <em>T.I.N.A</em>), inaugura il medioevo liberista, con tutto quanto esso comporta. E infatti sia la pratica della memoria sia il senso della letteratura escono mutati e sconvolti a partire dagli anni ’80, come se la percezione dell’essere qui-e-ora scoprisse di colpo abolito il presente e si trovasse lacerata fra due estremi, il passato remoto e il futuro anteriore; come se approdasse nel vuoto, o nel troppo gremito, di una fantasmatica utopia, lo spazio-tempo che in sé non esiste.</p>
<p>Ne deriva uno spaesamento radicale, insomma la distanza che spiega come mai per alcuni, e per il sottoscritto, il libro del ventennio successivo sia stato il capolavoro di <strong>Kazimierz Brandys</strong>, <em>Rondò </em>(’82), edito da e/o nel 1986 e nella traduzione dal polacco di Giovanna Tomassucci. Quel grande romanzo, la cui forma circolare e inclusiva ha peraltro la rapidità di un vortice, è ambientato a Varsavia negli anni dell’occupazione nazista e riassume alla maniera di un’allegoria tutto ciò che sentivamo già perduto, e forse una volta per sempre: <em>Rondò </em>racconta l’invenzione di una rete della Resistenza per il tramite di un grande amore parimenti inventato, o viceversa; ma <em>Rondò </em>è il racconto innanzitutto di una delusione così grande da sospendere l’idea stessa di storia, di ogni fondamento del nostro passato o comunque di ogni grande aspettativa: «Forse era così, la realtà, che poi noi interpretavamo solo a ritroso, attribuendole la forma del nostro intelletto, ricostruendola a posteriori coerentemente alla nostra necessità di comprendere, al nostro bisogno di un senso […]? Voleva dire che la vita era una storia inventata da noi, che narravamo senza tregua di noi stessi, una storia da cui traevamo origine e in cui trovavamo conferma, una storia che continuavamo a incarnare e in cui ci ostinavamo a credere, perché essa sola poteva salvarci…» Tuttavia, la parola salvezza non è affatto pronunciabile, nell’ipermercato postmoderno, se non al prezzo della aperta malafede o di una strategia retorica, di autopersuasione fondamentalista, che rende il rimedio, e qualsiasi rimedio, talvolta peggiore del male; altrettanto impronunciabile è la parola che disponga ad accettare l’esistente e il suo trionfo, quasi equivalesse a sottoscrivere la cedola di un mutuo subprime. Il libro del tempo presente, il bene-rifugio per antonomasia, è ancora una volta la Bibbia: ne scelgo l’inserto più aspro, il più franco nell’ammettere che siamo tutti quanti polvere e ombra, eppure il più nitido a dare il senso della misura umana, a serbarne la traccia nel momento medesimo in cui la dice effimera e stolta: è il libro dell’<em>Ecclesiaste </em>che una ventina d’anni fa (nel 1986, commemorando la classica eleganza del vecchio <strong>Scheiwiller</strong>) inaugurò le edizioni bresciane <strong>l’Obliquo </strong>di <strong>Giorgio Bertelli </strong>con un volume di rarissima bellezza grafica e testuale, <em>Il mio Cohélet</em>, che conteneva appunto incisioni di Bertelli, la versione del poeta <strong>Attilio Lolini</strong> (poi ripresa in integrale per il suo <em>Ecclesiaste</em>, l’Obliquo, 1993), e testi critici di <strong>Franco Fortini</strong> e <strong>Rossana Rossanda</strong>.</p>
<p>Nel doppiaggio essenziale e fraterno di Lolini, si leggono i versi celeberrimi ma, per altra via, famigerati: «Dei morti non ci sarà/ memoria/ ma anche dei vivi/ tracce non resteranno/ inutili/ i già stati/ inutili/ quelli che verranno». <em>Omnia vanitas vanitatum</em>, vanità di vanità, la leopardiana «vanità del tutto». Si tratta di un alibi sapienziale, e buono per tutte le stagioni? Del marchio che sancisce la sconfitta, alla fine del Secolo Breve? Ovvero di una tara ontologica, che serve a confermare come tutto ciò che esiste – la storia, le umane passioni, le nostre più profonde aspirazioni – comunque vadano le cose non è per sempre e soprattutto non è per noi? Il senso di quelle parole non è affatto univoco, né esistono risposte automatiche a simili domande; qui sul serio è in gioco la nostra indipendenza, nell’attivare la memoria ovvero nell’arrendersi ad essa. Proprio leggendo l’<em>Ecclesiaste</em>, Fortini aveva scritto un verso da cui non è possibile astenersi: <em>odia chi con dolcezza guida al niente</em>.</p>
<blockquote><p>Il presente contribuito è apparso nella cornice di uno speciale del manifesto, uscito il 4.12.2008, dedicato all&#8217;editoria indipendente.</p></blockquote>
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