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	<title>The Human Voice &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Una post-recensione a &#8216;The Human Voice&#8217; di Almodóvar</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2020 06:00:16 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Mi sarebbe molto piaciuto vedere <em>The Human Voice </em>di Almodóvar, tratto da <em>La voix humaine </em>di Jean Cocteau; al momento in cui scrivo, però, i cinema sono chiusi e l’ipotesi di riuscirci mi appare remota. Così, un po’ per protesta, un po’ per una singolare forma di compensazione, ho deciso di recensirlo, sulla base delle dichiarazioni del regista, delle poche immagini che circolano, della descrizione della trama e di quello che mi ha detto qualcuno che conosce qualcuno che l&#8217;ha visto. La recensione ai tempi della post-verità, o un esercizio sul modello dei libri pubblicati da Pierre Bayard: <em>Comment parler des films que l&#8217;on n&#8217;a pas vus</em> &#8211; <em>et que l&#8217;on ne verra pas pour l&#8217;instant</em>.</p>
<p>Almodóvar ha un rapporto stretto con il testo di Cocteau: in <em>La legge del desiderio</em> Carmen Maura – indubbiamente la sua attrice più adatta a interpretare il ruolo della protagonista della pièce – recita <em>La Voix humaine;</em> aggrappata al telefono (rosso, ovviamente), in sottoveste, oscillando fra la disperazione e la rabbia, Maura si muove sul palco e di tanto in tanto incrocia altri due personaggi. Uno di loro, la bambina, resterà sul palco al termine della telefonata, cantando «Ne me quitte pas». Nonostante fosse di Jacques Brel, il brano fu interpretato anche da Édith Piaf ed è probabilmente a lei che il regista pensa: se molti conoscono il rapporto di profonda amicizia che legava Cocteau a Édith Piaf (lui morirà d’infarto esattamente il giorno dopo di lei, si pensa anche a causa del dolore provocato dal lutto), è meno noto che il tema dell’amante abbandonata sia ripreso nuovamente nel successivo <em>Le Bel Indifférent, </em>scritto dall’autore proprio per Piaf.</p>
<p>Sarà sempre Carmen Maura a scoprire di essere stata lasciata dal suo uomo, nel successivo <em>Donne sull’orlo di una crisi di nervi, </em>tramite un messaggio sulla segreteria telefonica (bianca, stavolta, ma il telefono accanto resta rosso). Il rosso s’impone anche nei colori di <em>The Human Voice</em>: il divano, la rosa d’un dipinto incorniciato, il rossetto di Tilda Swinton, il suo look vagamente androgino, che lascia spazio, insieme all’indeterminatezza di genere dei pronomi inglesi, a una lettura in chiave lesbica della pièce. Il <em>décor </em>coloratissimo è il primo elemento a contrastare con la versione originale: Cocteau aveva sì previsto una cornice rossa di drappeggi dipinti in <em>trompe-l’œil</em>, al cui interno però la camera appariva «tetra, bluastra», con vestaglie, soffitto, porta, poltrona, <em>abat-jour</em> bianchi. Almodóvar spezza inoltre il regime claustrofobico di una pièce in cui la protagonista non usciva mai dalla propria stanza, così vediamo Tilda Swinton in varie scene girate in esterna, fra cui quella in un negozio di fucili; la camera si rivelerà poi essere un set teatrale. <em>La voix humaine,</em> invece, era improntata a un classicismo ferreo, che sarebbe piaciuto a Racine: un atto, una camera, un personaggio, l’amore còlto in un momento tragico – e un telefono, «l’apparecchio meno adatto a trattare gli affari di cuore», secondo Cocteau; un oggetto moderno e diabolico attraverso il quale «ciò che è finito è finito». Non è detto che la medesima ineluttabilità valga per gli auricolari wireless indossati da Swinton.</p>
<p>Tuttavia il rovesciamento estetico era prevedibile da parte di Almodóvar, e rientra nel gioco stesso della reinterpretazione. Ciò che merita maggiore attenzione è il rovesciamento morale dell’opera: «Penso che oggi nessuna donna si comporterebbe davvero come nella pièce di Cocteau – ha affermato il regista in un’intervista. &#8211; Si tratta di una visione obsoleta». La sua protagonista, dunque, reagisce al dolore – e così facendo purtroppo demolisce la struttura della vera <em>Voix humaine</em>, il cui personaggio, indicava Cocteau nella didascalia iniziale, è «una vittima mediocre, totalmente innamorata, che gioca d’astuzia solo in un caso: quando tende una mano all’uomo per fargli ammettere la propria bugia e risparmiarle quel ricordo meschino. [L’autore] vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere sangue, come una bestia zoppicante, di terminare l’atto in una stanza piena di sangue».</p>
<p>Non stupisce che Cocteau avesse amato la versione di Rossellini: lì Anna Magnani si consumava nello struggimento, avvolta in uno scialle, spettinata. La visione di quel mediometraggio è insopportabile per chi guarda, è <em>inaccettabile</em> nella misura in cui lo è l’amore non corrisposto, indubbiamente un <em>fil rouge </em>tematico che attraversa l’intera opera di Cocteau. La sua protagonista è pietrificata dal dolore, in una maniera che certamente l&#8217;attuale società condanna, una società che si fa paladina ipocrita e kitsch del <em>superamento </em>di ogni stato esistenziale e psichico negativo. Ma tali stati vanno attraversati fin in fondo, prima di poter essere archiviati, laddove l’idea di <em>superamento </em>implica una superiorità morale nei confronti del proprio dolore: è questa superiorità che Almodóvar insegue, mentre era il rispetto del dolore che Cocteau insegnava. Al termine della pièce originale e della telefonata, dopo la serie di pose in cui vediamo la protagonista cristallizzare «il colmo del disagio», all’apice della sua pateticità, comprendiamo la sua sofferenza e non possiamo non empatizzare, non commuoverci, mentre saluta in questo modo l’uomo che la sta lasciando:</p>
<blockquote><p>«Sono forte. Sbrigati. Forza. Chiudi! Chiudi subito! Chiudi! Ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo………….. (<em>il ricevitore cade per terra</em>)».<br />
SIPARIO.</p></blockquote>
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