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	<title>theory ladenness &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ci sono più cose . . .</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2009 11:20:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…» Le parole contenute nelle grandi opere spesso assumono vita propria e di quella vivono da quel momento in poi. Si può giocare a costruire delle catene di queste parole ognuna infilata in un qualche senso dentro la precedente e ottenere così delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/tridente-impossibile.jpg" alt="tridente-impossibile" title="tridente-impossibile" width="445" height="281" class="alignleft size-full wp-image-20853" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/tridente-impossibile.jpg 445w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/tridente-impossibile-300x189.jpg 300w" sizes="(max-width: 445px) 100vw, 445px" /></p>
<p>«<em>Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…</em>» Le parole contenute nelle grandi opere spesso assumono vita propria e di quella vivono da quel momento in poi. Si può giocare a costruire delle catene di queste parole ognuna infilata in un qualche senso dentro la precedente e ottenere così delle file di immagini collegate solo da un tenue filo di associazioni. A questo gioco, ancorché tentatore, non giocherò. Ma la partenza è questa. Una della citazioni più utilizzate della storia della letteratura occidentale è senz&#8217;altro quella risposta di Amleto a Orazio: Amleto, principe di Danimarca, ha appena finito di parlare con lo spettro del padre, che gli ha raccontato delle nefandezze del fratello e della moglie, e sta chiedendo agli amici Orazio e Marcello di giurare di non raccontare mai quel che hanno appena veduto, ancorché nulla abbiano sentito delle parole scambiate. Il trucco scenico è che nel frattempo il <em>ghost</em>, lo spettro che sembrava già essersene andato visto il sopraggiungere dell&#8217;alba, incita da sotto la scena <em>swear . . . swear . . .</em> Orazio, che ancora non sa capacitarsi di avvenimenti così portentosi esclama <em>O day and night, but this is wondrous strange!</em> Al che Amleto, Shakespeare non perde l&#8217;occasione del gioco di parole, ribatte <em>And therefore as a stranger give it welcome</em><br />
ma prosegue con le parole che hanno da allora fatto il giro del mondo<br />
<em>There are more things in heaven and earth, Horatio<br />
than are dreamt of in your philosophy</em>,<br />
giusto per far capire a Orazio che non occorre stupirsi più che tanto delle stranezze che si incontrano. </p>
<p>Ed è questa citazione che Borges riprende come titolo di un suo racconto, di sapore gotico,<span id="more-20852"></span> (contenuto nella raccolta <em>Il libro di sabbia</em>) nel quale si dice di una casa, fatta ristrutturare e ammobiliare da un oscuro personaggio, Max Preetorius, seguendo modalità e prescrizioni misteriose – stavo per dire inumane – e non chiaramente rivelate da alcuno. Il protagonista, che aveva visto e frequentato la casa prima della ristrutturazione, morbosamente curioso di vedere davvero quale tipo di modifiche siano state apportate, si introduce nella casa e accende le luci:</p>
<p><em>La sala da pranzo e la biblioteca dei miei ricordi erano adesso, abbattuto il muro divisorio, un’unica stanza grande e smantellata, quasi priva di mobili. Non cercherò di descriverli, perché non sono sicuro di averli visti, nonostante la spietata luce bianca. Mi spiegherò meglio. Per vedere una cosa bisogna capirla. La poltrona presuppone il corpo umano, con le sue parti e le sue articolazioni; le forbici, l’atto di tagliare. Che dire di una lampada, o di un veicolo? Il selvaggio non può percepire la Bibbia del missionario; il passeggero non vede lo stesso cordame che vede l’equipaggio. Se vedessimo realmente l’universo, forse lo capiremmo.<br />
	Nessuna delle forme insensate che quella notte mi riservò corrispondeva alla figura umana o a un uso concepibile. Provai repulsione e terrore … …<br />
 </em><br />
Cioè per vedere bisogna sapere, quasi un&#8217;ovvietà ormai: se un Dayak del Borneo (fino a pochi anni fa tagliatori di teste) guardasse un rasoio elettrico non vedrebbe nulla, non saprebbe di che si tratta, che nome dargli, come usarlo, guarderebbe uno strano pezzo di materia a lui sconosciuto.<br />
La filosofia della scienza del Novecento è andata fiera di questa scoperta, <em>experience is theory laden</em>, questo è il gergo, l&#8217;esperienza è carica di teoria. Il grande teorizzatore di ciò fu Norwood Russell Hanson (1924-1967), che propose le sue idee in un libro di successo per i tempi <em>Patterns of Discovery: An Inquiry into the Conceptual Foundations of Science</em> (Cambridge University Press, 1958), tradotto in italiano con vent&#8217;anni di ritardo (<em>I modelli della scoperta scientifica: ricerca sui fondamenti concettuali della scienza</em>, Feltrinelli, Milano 1978)  Ecco un esempio elementare tratto dalle prime pagine:<br />
«Consideriamo Keplero: immaginiamo che egli si trovi su una collina e che osservi il sorgere del Sole in compagnia di Tycho Brahe. Keplero considerava il Sole fisso: era la Terra a muoversi. Tycho Brahe seguiva invece Tolomeo e Aristotele, almeno in riferimento all&#8217;opinione che la Terra fosse fissa al centro e che tutti gli altri corpi celesti orbitassero attorno ad essa. Keplero e Tycho Brahe vedono la medesima cosa quando osservano il sorgere del Sole?» (corsivo nell&#8217;originale)</p>
<p>E gli esempi si potrebbero evidentemente moltiplicare. </p>
<p>Ma io voglio arrivare da un&#8217;altra parte: voglio imporvi ancora un altro salto e farvi vedere come raramente le idee che sembrano completamente nuove lo sono veramente. Si potrebbero così citare vari antecedenti delle idee di Hanson (Duhem, per tutti), ma uno ce n&#8217;è di così illustre che non si può lasciarselo scappare, Johann Wolfgang von Goethe (<a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/45/Johann_Heinrich_Wilhelm_Tischbein_007.jpg">qui</a> ritratto nella campagna romana): i suoi  aforismi, massime, riflessioni, scritti un secolo e mezzo abbondante prima di Hanson, sono tutti raccolti, sotto il titolo complessivo <em>Maximen und Reflexionen</em>, nella seconda parte del volume 12 dell&#8217;edizione completa delle opere, la <em>Hamburger Ausgabe</em> in 14 volumi (beninteso escluse le lettere, che da sole occupano cinquanta volumi, il nostro amava scrivere), e una sua sezione è dedicata alle riflessioni sull&#8217;arte e gli artisti. Da questa cito letteralmente, e provo a tradurre:<br />
<em><br />
882 Wer gegenwärtig über Kunst schreiben oder gar streiten will, der sollte einige Ahndung haben von dem, was die Philosophie in unsern Tagen geleistet hat und zu leisten fortfährt.</p>
<p>883 Ein Künstler, der schätzbare Arbeiten verfertiget, ist nicht immer imstande, von eignen oder fremden Werken Rechenschaft zu geben.</p>
<p>884 Wenn Künstler von Natur sprechen, subintelligieren sie immer die Idee, ohne sich&#8217;s deutlich bewußt zu sein.</p>
<p>885 Ebenso geht&#8217;s allen, die ausschließlich die Erfahrung anpreisen; sie bedenken nicht, daß die Erfahrung nur die Hälfte der Erfahrung ist.</em></p>
<p>ovvero:</p>
<p>882 Chi oggi vuole scrivere, o piuttosto, disputare sull&#8217;arte deve sopportare una qualche ritorsione da parte di tutto quello che la filosofia ai nostri giorni ha prodotto e continua a produrre.</p>
<p>883 Un artista che porta a termine opere prestigiose non sempre è in grado di dar conto delle sue proprie opere né di quelle degli altri. </p>
<p>884 Quando gli artisti parlano della natura, sottintendono sempre l&#8217;idea, senza esser di ciò chiaramente coscienti.</p>
<p>885 La stessa cosa accade a tutti quelli che esclusivamente all&#8217;esperienza danno valore; essi non riflettono che l&#8217;esperienza è solo la metà dell&#8217;esperienza.</p>
<p>Eccola lì la conclusione così concisamente riassunta dal nostro poliedrico francofortese: l&#8217;esperienza è solo la metà dell&#8217;esperienza. Non è già tutto qui? </p>
<p>Si potrebbe anche parafrasare così: quel che si vede ha senso solo se concepito come parte di un patrimonio molto più vasto che comprende comunque tutte le esperienze pregresse, intese in senso molto lato, comprese quindi tutte le parole e i gesti che abbiamo visto e sentito ed elaborato nel corso della vita.<br />
 E la figura che vedete in testa al post, detta talvolta <em>tridente di Penrose</em>, è stata inventata dal fisico Roger Penrose per mostrare un disegno che non riusciamo a vedere: guardiamo delle linee tracciate sul foglio, ma non riusciamo a ricostruire nella nostra mente alcunché, nessuna <em>Gestalt</em>. </p>
<p>Forse solo l&#8217;ineffabile abitante della casa di Preetorius potrebbe riuscirci.</p>
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