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	<title>Theresienstadt &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>ROBERT DESNOS Questo cuore che odiava la guerra&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2017 08:15:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <b>Orsola Puecher</b> <br />Dopo una luminosa carriera poetica e letteraria, attraversata da variegate esperienze, dall’adesione al Surrelismo, al successivo abbandono, dalla radio, alla pubblicità, al cinema, alla critica, musicale, teatrale e cinematografica, durante l’occupazione nazista Desnos sceglie di impegnarsi nella Resistenza con scritti clandestini.
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_66841" aria-describedby="caption-attachment-66841" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/desnos.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/desnos-1024x678.jpg" alt="Ultima immagine di ROBERT DESNOS nel campo di concentramento di Theresienstad [1945]" width="720" height="477" class="size-large wp-image-66841" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/desnos-1024x678.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/desnos-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/desnos-768x508.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/desnos-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/desnos.jpg 1200w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-66841" class="wp-caption-text">Ultima immagine di ROBERT DESNOS, al centro, appoggiato alla spalla di un compagno, nel campo di concentramento di Theresienstad [1945]</figcaption></figure>
<p align="center">di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p align="center">⇨ <a href="http://wikilivres.ca/wiki/Ce_c%C5%93ur_qui_ha%C3%AFssait_la_guerre..." target="_blank" rel="noopener"><strong>Ce cœur qui haïssait la guerre&#8230;</strong></a><br />
<strong>Robert Desnos</strong></p>
<p align="right"> da ⇨ <a href="http://wikilivres.ca/wiki/Ce_c%C5%93ur_qui_ha%C3%AFssait_la_guerre" target="_blank" rel="noopener"><em>Ce cœur qui haïssait la guerre</em></a><br />
<small>poesie scritte in clandestinità [1943 — 1945]</small></p>
<p><span style='letter-spacing: -0.5px'><em>Questo cuore che odiava la guerra ecco che batte e combatte in battaglia!<br />
Questo cuore che batteva solo al ritmo delle maree, delle stagioni, delle ore del giorno e della notte,<br />
Ecco che si gonfia e fa scorrere nelle vene un sangue infiammato di salnitro e odio.<br />
E scatena un tale frastuono nel cervello che fischiano le orecchie<br />
E non è possibile che questo frastuono non si diffonda nelle città e nelle campagne<br />
Come il rintocco di una campana che chiama alla rivolta e al combattimento.<br />
Ascoltate, lo sento che mi arriva rimandato dagli echi.<br />
Ma no, è il frastuono di altri cuori, di milioni di altri cuori che battono come il mio attraverso la Francia<br />
Battono allo stesso ritmo per uno stesso ideale tutti questi cuori,<br />
Il frastuono è quello del mare che assalta le scogliere<br />
E tutto questo sangue fa affluire in milioni di cervelli uno stesso imperativo:<br />
Rivolta contro Hitler e morte ai suoi seguaci!<br />
Eppure questo cuore odiava la guerra e batteva al ritmo delle stagioni,<br />
Ma una sola parola: Libertà, è bastata a risvegliare un&#8217;antica rabbia<br />
E milioni di francesi si preparano nell&#8217;ombra al compito a cui l&#8217;alba vicina li chiamerà:<br />
Perché questi cuori che odiavano la guerra battono per la libertà allo stesso ritmo delle stagioni, delle maree, del giorno e della notte. </em></span><br />
&nbsp;<br />
Ci fu nella vita dei molti che <em>scelsero</em> &#8211; la resistenza e l&#8217;opposizione al nazifascismo &#8211; uno stesso momento in cui la necessità della lotta si fece strada in animi così diversi per estrazione sociale, per cultura, fede religiosa, credo politico, nazionalità, ed è questo, ai nostri occhi ormai tiepidi e poco inclini agli imperativi etici, un culmine che ha qualcosa di misterioso e in un certo qual senso incomprensibile, quasi fosse una chiamata ultraterrena, una specie di scelta vocazionale, per i pericoli e le conseguenze fatali che per molti avrebbe comportato, in una quotidiana abitudine alla consapevolezza della possibilità di perdere tutto quello che era stata la loro vita precedente, con la <em>spada di Damocle</em> della morte sempre accanto. Persone con i <em>cuori che odiavano la guerra</em>, prima, come scrive <strong>Robert Desnos</strong>, che della pace e della non violenza avevano permeato tutte le loro scelte, svoltarono nell&#8217;universo della clandestinità, del nascondere dietro la vita di tutti i giorni, apparentemente normale, segreti e piani, armi e documenti falsi, consapevoli dei rischi che correvano, ma con una superiore noncuranza per essi: il coraggio piccolo dei singoli che divenne il coraggio grande di tutti. Anche dei poeti con il <em>cuore che batteva solo al ritmo delle maree, delle stagioni, delle ore del giorno e della notte</em>.<br />
Robert Desnos <em>scelse</em> nella Parigi degli anni &#8217;40, occupata dai Nazisti, dove sventolavano le bandiere con la croce uncinata e plotoni a passo d&#8217;oca marciavano sotto l&#8217;Arc de Triomphe.</p>
<p><center><img loading="lazy" class="alignnone" src="http://www.suave-est-nus.org/1.gif" width="300" height="210"/>&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" src="http://www.suave-est-nus.org/2parigi.gif" width="300" height="210"/><br />
<img loading="lazy" class="alignnone" src="http://www.suave-est-nus.org/3.gif" width="300" height="210"/>&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" src="http://www.suave-est-nus.org/4.gif" width="300" height="210"/><br />
<img loading="lazy" class="alignnone" src="http://www.suave-est-nus.org/5.gif" width="300" height="210"/>&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" src="http://www.suave-est-nus.org/6.gif" width="300" height="210"/></center></p>
<p>Dopo una luminosa carriera poetica e letteraria, attraversata da variegate esperienze, dall’adesione al Surrelismo, al successivo abbandono, dalla radio, alla pubblicità, al cinema, alla critica, musicale, teatrale e cinematografica, durante l’occupazione nazista Desnos <em>sceglie</em> di impegnarsi nella Resistenza con scritti clandestini. Perfino in alcune filastrocche della raccolta per bambini <strong>Chantefables et Chantefleurs</strong> del 1944, che ancora oggi e materia di gioco e di studio in tutti gli asili e le scuole elementari francesi, si nascondono in filigrana messaggi criptati.<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:480px;"><iframe loading="lazy" width="480" height="360" src="https://www.youtube.com/embed/9BDyEB4T84g?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p>&nbsp;<br />
<strong>Juliette Greco</strong><br />
musica di <strong>Joseph Kosma</strong><br />
Parigi, Bobino 16, febbraio 1972</center><br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:300px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">⇨ <a href="http://wikilivres.ca/wiki/La_Fourmi" target="_blank" rel="noopener"><strong>La formica</strong></a><br />
&nbsp;<br />
<em>Una formica di diciotto metri<br />
Con un cappello sulla testa,<br />
Ma non esiste, non esiste proprio.<br />
Una formica che tira un carro<br />
Pieno di pinguini e di anatre,<br />
Ma non esiste, non esiste proprio.<br />
Una formica che parla francese,<br />
che parla latino e javanese.<br />
Ma non esiste, non esiste proprio.<br />
Eh! E perché no?</em></div>
<p></center></p>
<p align="right"><strong>Robert Densos </strong><br />
da ⇨ <a href="http://wikilivres.ca/wiki/Chantefables_et_chantefleurs" target="_blank" rel="noopener"><em>Chantefables et chantefleurs</em></a></p>
<p>Nella ⇨ <a href="http://desnos.1944.1945.over-blog.com/temoignage-jacques-f" target="_blank" rel="noopener">testimonianza, raccolta al <em>Mémorial de l&#8217;internement et de la Déportation</em> di <strong>Royallieu</strong> mercoledì 29 maggio 2013</a>, <strong>Jacques F.</strong> figlio e nipote di due amici di <strong>Desnos</strong>, appartenenti anch&#8217;essi al movimento surrealista, e che ebbe modo da bambino di conoscerlo, di ascoltare seduto sulle sue ginocchia favole e filastrocche che egli amava inventare per lui e che mai ha dimenticato, la dolcezza, il sorriso e la sua <em>joie de vivre</em>, questa <em>formica di diciotto metri che tira un carro di anatre e pinguini che parlano tutte le lingue</em> assume un significato particolare.<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:15px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #f6ebad;">Voi sapete su &#8220;Chantefleurs Chantefables&#8221;, che avrete certamente letto, almeno alcune di esse, io non sapevo affatto, all&#8217;epoca, che molte di queste poesie hanno un doppio significato. Desnos diceva, non era l&#8217;unico, ma lui soprattutto, che aveva sempre voluto cercare un doppio significato in tutte le poesie. Ed è proprio nel &#8220;Chantefleurs Chantefables&#8221; c&#8217;è un doppio significato molto chiaro ad esempio nella &#8220;La Formica&#8221;. Non so se lo sapete &#8220;La Formica&#8221; &#8230; &#8220;La Formica&#8221; è una poesia di resistenza. Se volete vi posso raccontare che &#8220;Fourmies&#8221; è una città nel nord della Francia, con impianti metallurgici dove si fabbricavano locomotive. Queste locomotive erano conosciute nell&#8217;ambiente ferroviario con il nome di &#8220;Fourmies&#8221;. E quando Desnos parla della &#8220;formica lunga diciotto metri&#8221;, si scopre che la locomotiva con il suo carro del carbone sono lunghi proprio diciotto metri. Quando parla di tutte quelle persone che sono sul treno e parlano francese, giavanese e tutte le altre lingue, è ormai chiaro che queste persone sono tutti gli stranieri, tutti gli ebrei che erano stati trasportati su questi vagoni.</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
Ma ad attirare l’attenzione della Polizia Politica Segreta nazista, furono soprattutto i coraggiosi articoli sul giornale <em>Aujourd’hui</em>, dove nella rubrica <em>La revance des médiocres</em> scriveva contro Petain, la dittatura e l’antisemitismo. Così nella bella e stravagante casa di Rue Mazarin 19 che Desnos divide con la sua compagna Youki, il cagnolino Pipo e un gran numero di gatti, piena di libri, quadri, collezioni di oggetti improbabili, teatro di arte e poesia, dove passavano Jean-Louis Barrault et Madeleine Renaud, Felix Labisse, André Masson, Antonin Artaud, Picasso, fa irruzione la Gestapo.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/rue-mazarin.gif"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/rue-mazarin.gif" alt="rue mazarin" width="445" height="600" class="aligncenter size-full wp-image-66917" /></a><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:15px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #f6ebad;">
<p align="center">Racconto di <strong>Youki Desnos</strong> da ⇨ <a href="http://www.apophtegme.com/ARTS/DESNOS/youki01.htm"><em>LE PETIT MONDE DE YOUKI</em></a></p>
<p>Martedì 22 febbraio 1944, alle 9 e 25 del mattino, suonarono alla nostra porta tre personaggi in abiti civili che non erano altro che agenti della Gestapo. Erano venuti per arrestare il poeta André Verdet, di cui noi non sapevamo nulla. Perquisirono tutto l’appartamento, scrollarono i libri, i cestini della carta straccia. Madame Lefèvre restò come sbigottita, seduta su una sedia e non ebbe alcuna reazione. Avvertito qualche minuto prima, con una telefonata, da un’amica, Madame Grumier, collaboratrice del giornale <em>Aujourd&#8217;hui</em>, dove quelli erano passati prima, Robert avrebbe avuto il tempo di fuggire, ma voleva salvare Alain Brieux che nascondevamo in un rifugio segreto nel contro soffitto della cucina.<br />
E fu così che il giovane fuggì e il poeta rimase.<br />
Comunque, Robert avrebbe potuto nascondersi anche lui, ma non volle, temeva che i tedeschi mi portassero via. Gli sembrava che restando fino all&#8217;ultimo, avrebbe potuto proteggermi con la sua presenza.<br />
Fu allo stesso tempo toccante e quasi ridicolo, non facendo parte di alcun movimento, avrei potuto uscire anche in caso di arresto. Lui aveva paura per me, lui che sfidava tutti i pericoli; e poi non sapeva esattamente che cosa avremmo dovuto affrontare.<br />
A volte i tedeschi arrestavano tutti. Spesso torturavano le donne con raffinato sadismo, aiutati dai francesi della Rue Lauriston.<br />
La piccola auto nera della polizia politica non ci mise molto ad arrivare da Avenue de l&#8217;Opéra, dove c’era il giornale <em>Aujourd&#8217;hui</em> a Rue Mazarine.<br />
Stavo ancora dicendo A Robert: ”Ma scappa, vattene via!&#8221; e lui mi rispondeva “Nemmeno per sogno!” che quelli suonarono alla porta.<br />
&#8211; Il signor Desnos? &#8211; Mi chiese un bel&#8217;ufficiale giovane e biondo.<br />
&#8211; E’ là, entrate. &#8211; Gli risposi<br />
Vidi passare come un velo di tristezza nei suoi occhi.<br />
&#8211; Ah&#8230; è là. – mi rispose con aria sorpresa e desolata<br />
Robert avrebbe potuto fuggire. Eravamo capitati con un tipo “buono”. Ma come ci sarebbe stato possibile prevederlo?<br />
Mentre i suoi due accoliti perquisivano la casa, il giovane mi disse:<br />
&#8211; Sappia, signora, che io sono un ufficiale tedesco. Mi hanno obbligato a questo compito di polizia. Ma io sono un ufficiale tedesco. &#8211; Insisteva.<br />
Nel piccolo soppalco adibito a camera da letto e studio, Robert stava mostrando a uno dei due scagnozzi che cosa c’era nei suoi cassetti. L&#8217;altro di sotto rovistava nella nostra biblioteca.<br />
Quest’ultimo mise le mani su un foglio nascosto nel dorso di una rilegatura, e lo tese al suo capo. C’era la lista completa dei nostri amici resistenti, con nomi, cognomi e indirizzi.<br />
Erano passati circa cinque minuti fra il momento in cui avevamo ricevuto la telefonata e l’arrivo della Gestapo.<br />
Preoccupato di far scappare Alain Brieux e di resistere alle mie preghiere di fuggire, Robert aveva dimenticato quel foglio, che di certo pensava fosse ben nascosto.<br />
L’ufficiale cominciò a leggere<br />
&#8211; Louis Aragon&#8230; indirizzo&#8230; Lione&#8230;<br />
Non potendo interrompersi davanti ai suoi subalterni, o forse non avendo ben compreso l’importanza del documento, stava continuando la lettura ad alta voce&#8230;<br />
Gli lanciai uno sguardo eloquente. Egli interruppe la lettura in ordine alfabetico e interrogò Robert dalla porta al piano di sotto.<br />
Dall&#8217;alto Robert gli rispose con voce calma:<br />
&#8211; Io non sono soltanto giornalista, ma sono scrittore e quella è la lista dei critici che potrebbero parlare delle mie opere.<br />
&#8211; Bene – disse l’ufficiale e si mise il foglio in tasca.<br />
La missione di quei tre era arrestare Robert Desnos.<br />
Spaventata a morte, sentii il giovane ufficiale consigliare a Robert di lasciarmi il suo orologio d&#8217;oro con la catena, il libretto degli assegni e di prendere un paio di articoli da toilette.<br />
In preda al panico, gli chiesi:<br />
&#8211; Ma dove lo portate, signore?<br />
&#8211; Non ho il permesso di dirvelo. &#8211; Poi aggiunse di nascosto: &#8220;Andate a vedere a Rue des Saussaies.&#8221;<br />
E’ là che all&#8217;uscita di un interrogatorio il nostro amico Brossolette si gettò dalla cima delle scale nel cortile che oggi porta il suo nome. Era là che imperversavano le vasche piene di acqua ghiacciata in cui si era immersi con la testa fin quasi all&#8217;asfissia.<br />
Scoppiai in lacrime e Desnos, che non aveva sentito quello che mi era stato detto, mi ripeteva, sorpreso: &#8220;Ma non piangere così, andiamo!&#8221;<br />
Poi, mentre lo portavano via, si girò verso di me e mi porse la sua penna, una Parker a cui teneva molto perché gli era stata regalata dai suoi amici cubani Frejaville durante il suo viaggio in Sud America:<br />
&#8211; Tienimela, dolcezza, tornerò a prenderla.<br />
Con la mente completamente sconvolta, crollai accanto alla signora Lefèvre, su una sedia vicina, e da lì, vidi, appoggiato delicatamente contro una piccola scultura, il foglio che conteneva l&#8217;elenco dalla A alla Z di nomi, cognomi e indirizzi del fior fiore della Resistenza francese.<br />
Il tedesco non mi aveva mentito. Era un ufficiale, non un carnefice.<br />
Naturalmente, il mio primo atto fu quello di distruggere immediatamente quel documento.<br />
Disarmata, non avvertii nessuno e non mi preoccupai&#8230; L&#8217;ufficiale tedesco non utilizzò le informazioni scoperte per arrestare clandestini.</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:580px;"><iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/201104741?autoplay=1&#038;loop=1&#038;color=ffffff" width="580" height="385" frameborder="0" webkitallowfullscreen mozallowfullscreen allowfullscreen></iframe></div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
<strong>Desnos</strong> interrogato a Rue des Saussaies, finisce poi nella prigione di Fresnes, dove resta dal 22 febbraio al 20 Marzo. Youki dopo faticosissime ricerche riesce a rintracciarlo e a mandargli dei pacchi. Il 20 Marzo viene trasferito al campo di smistamento di <strong>Royallieu</strong> à <strong>Compiègne</strong> da cui ogni settimana partivano i trasporti per la Germania.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/compiegne.gif"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/compiegne.gif" alt="compiegne" width="440" height="293" class="aligncenter size-full wp-image-66937" /></a><br />
&nbsp;<br />
<strong>Robert Desnos</strong> è ormai inglobato nella macchina concentrazionaria, che inghiottì nel nulla milioni di persone, e di lui si sarebbe persa ogni traccia, se non fosse per un testimone d&#8217;eccezione, <strong>André Bessière</strong> [12 Febbraio 1926] che si trovò con lui a Compiègne fin dal suo ingresso e nel suo libro DESTINATION AUSCHWITZ AVEC ROBERT DESNOS Mémoires du XXe siècle &#8211; ETUDES LITTÉRAIRES, CRITIQUES e in numerose interviste è tornato a raccontarne la storia. Entrato nella Resistenza a quindici anni, arrestato a 18, mentre tentava di varcare la frontiera spagnola, parte insieme a <strong>Desnos</strong> con il “<em>convoglio dei tatuati</em>” seguendo le stesse tappe di deportazione, da Auschwitz, a Buchenwald fino a Flöha e Terezin, poi liberato dall&#8217;Armata Rossa il 7 maggio 1945. <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/compiegne-buchennwald.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/compiegne-buchennwald.jpg" alt="compiegne buchennwald" width="480" height="237" class="alignleft size-full wp-image-66973" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/compiegne-buchennwald.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/compiegne-buchennwald-300x148.jpg 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a> E’ il 21 marzo 1944 quando <strong>Bessière</strong> incontra il poeta <strong>Robert Desnos</strong>, arrivato il giorno prima al campo, dove vengono radunati prigionieri politici ed ebrei in attesa di essere deportati, e dove regna una relativa libertà: i detenuti possono camminare nell&#8217;immenso spiazzo dell’appello del complesso, sede di un&#8217;antica caserma francese; il loro numero oscilla da due o trecento a due o tremila, a seconda della partenza dei convogli di deportazione. Ogni settimana un piccolo o un grande convoglio lascia il campo sui vagoni merci per una destinazione di cui non si sa molto. <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/je_cherrche_fortune.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/je_cherrche_fortune.jpg" alt="je_cherrche_fortune" width="263" height="368" class="alignright size-full wp-image-66977" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/je_cherrche_fortune.jpg 263w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/je_cherrche_fortune-214x300.jpg 214w" sizes="(max-width: 263px) 100vw, 263px" /></a> Andrè è stupito dall&#8217;aspetto del poeta, con il suo feltro marrone scuro, la grande cappa nera e soprattutto le ghette. Gli sembra Aristide Bruant dell manifesto de <em>Le Chat Noir</em>. Ma è soprattutto lo spirito ottimista e travolgente a colpire i compagni di prigionia: dopo aver tenuto una tumultuosa conferenza sul surrealismo, che trovò dei vigorosi oppositori, tra cui Max Rénier, ma che si concluse con un’ovazione, ispirandosi alle sue trasmissioni radiofoniche, animò il  <em>Club degli Imbattibili</em> e lanciò il concorso <em>Giochi Floreali</em>: si fece un appello ai prigionieri perché inventassero una canzone che diventasse l’inno del campo di Compiègne, una poesia che evocasse la gioia di vivere, un racconto, un discorso sulla vita quotidiana. Il pubblico avrebbe dovuto designare il vincitore. Ma il 26 aprile giorno designato per i <em>Giochi Floreali</em> ebbe luogo un appello di massa: più di mille e settecento uomini, fra quali Bessière e Desnos, vengono fatti mettere da una parte. Di alcune poesie scritte da Desnos a Compiègne restò traccia, perché egli cedette il suo taccuino in cambio di cibo ad un prigioniero, che riusci a conservarlo. Fra queste <strong>Terra di Compiègne</strong> che così, in forma di ballata-canzone con coro e più voci, avrebbe potuto benissimo essere la candidata elettiva e forse la possibile vincitrice del concorso dei <em>Giochi Floreali</em> del Club degli Imbattibili, che non poté mai più avere luogo. E con il coro scandito nel ritornello dalle parole <em>selce e gesso</em> ripetute ossessivamente, quasi a ritmo dei passi di marcia dei prigionieri, piena di malinconia per il passato, ma di speranza per una vita <em>meno breve</em>, per un futuro di luce, primavera, pioggia, rose e stelle, accompagna la partenza con il suo canto, <em>partiremo cantando</em>, e il solo bagaglio dei ricordi lontani.</p>
<p><center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:5px; width:300px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:14px;">⇨ <a href="http://wikilivres.ca/wiki/Sol_de_Compi%C3%A8gne" target="_blank" rel="noopener"><strong>Terra di Compiègne</strong></a><br />
&nbsp;<br />
CORO (<em>molto in fretta come accavallandosi</em>)<br />
Gesso e selce ed erba e gesso e selce<br />
E selce e polvere e gesso e selce<br />
Erba, erba e gesso e selce, selce e gesso<br />
(<em>rallentando</em>)<br />
Selce, selce e gesso<br />
E gesso e selce<br />
E gesso&#8230;<br />
&nbsp;<br />
UNA VOCE<br />
Da qualche parte fra Hay-les-Roses<br />
E Bourg-la-Reine e Antony<br />
Fra le rose di Hay<br />
Fra Clamart e Antony.<br />
&nbsp;<br />
CORO (<em>molto ritmato</em>)<br />
Gesso e selce &#8211; gesso e selce<br />
E gesso<br />
E selce e gesso e selce e gesso<br />
E selce<br />
&nbsp;<br />
UNA VOCE<br />
Fra le rose di Hay<br />
E gli alberi di Clamart<br />
Avete visto la sirena<br />
La sirena di Antony<br />
Che cantava a Bourg-la-Reine<br />
E che canta ancora a Fresnes.<br />
&nbsp;<br />
CORO<br />
Terra di Compiègne!<br />
Terra grassa ma sterile<br />
Terra di selce e di gesso.<br />
Nella tua carne<br />
Marchiamo l&#8217;impronta delle nostre suole<br />
Perché un giorno la pioggia di primavera<br />
Vi si posi come l&#8217;occhio di un uccello<br />
E rifletta il cielo, il cielo di Compiègne<br />
Con le tue immagini e le tue stelle<br />
pesante di ricordi e di sogni<br />
Più duro della selce,<br />
Più docile del gesso sotto il coltello.<br />
&nbsp;<br />
UNA VOCE<br />
A Parigi vicino a Bourg-la-Reine<br />
Ho lasciato soli i miei amori<br />
Ah! come li cullano le sirene<br />
Io dormo tranquillo, oh! miei amori<br />
E raccolgo, a Hay, le rose<br />
Che vi porterò un giorno<br />
Appesantite di profumi e di sogni<br />
E, come le vostre palpebre, si schiudono<br />
al chiaro sole di una vita meno breve<br />
piena di lampi come una selce<br />
luminosa come il gesso.<br />
&nbsp;<br />
CORO (alternato)<br />
E gesso e selce e selce e gesso<br />
Terra di Compiègne!<br />
Terra fatta per marciare<br />
e lungo la stazione gli alberi,<br />
Terra di Compiègne!<br />
Simile a tutte le terre del mondo,<br />
Terra di Compiègne!<br />
Un giorno scuoteremo la nostra polvere<br />
Sulla tua polvere<br />
E partiremo cantando.<br />
&nbsp;<br />
UNA VOCE<br />
Partiremo cantando<br />
Cantando ai nostri amori<br />
La vita è breve e breve il tempo.<br />
&nbsp;<br />
ALTRA VOCE<br />
Niente è più bello dei nostri amori.<br />
&nbsp;<br />
ALTRA VOCE<br />
Noi lasceremo la nostra polvere<br />
nella polvere di Compiègne<br />
(<em>scandito</em>)<br />
E ci porteremo via i nostri amori<br />
e il loro ricordo.<br />
&nbsp;<br />
CORO<br />
E il loro ricordo.</div>
<p></center></p>
<p align="right"><strong>Robert Desnos</strong> da <a href="http://wikilivres.ca/wiki/Ce_c%C5%93ur_qui_ha%C3%AFssait_la_guerre" target="_blank" rel="noopener"><em>Ce cœur qui haïssait la guerre</em></a><br />
poesie scritte in clandestinità [1943 — 1945]</p>
<p>La partenza ebbe luogo il 27 aprile con un treno merci. Un viaggio apocalittico di quattro giorni e tre notti trasformò <em>ogni vagone in una bara viaggiante e in un asilo di alienati</em>. All&#8217;arrivo ad Auschwitz-Birkenau più di sessanta morti e più ancora di persone impazzite. Poi le grida delle SS, l&#8217;abbaiare dei cani, i colpi di frusta e bastone, i calci nella schiena, e i sopravvissuti, 1665 uomini costretti a percorrere a passo di corsa i dieci chilometri che li separano dalla baracca della quarantena della Divisione Canada di Birkenau. Tutti vengono tatuati sull&#8217;avambraccio sinistro. <em>Tutto puzzava di morte a Auschwitz, inspiegabilmente, ed è un odore che sento ancora</em>, racconta André. Una sensazione terribile di morte permea ogni cosa. Ma anche in questo quadro desolante <strong>Desnos</strong> riesce ancora a mostrarsi ottimista, sostiene i suoi compagni con i suoi racconti, le sue poesie e soprattutto con quella che sarà la sua curiosa attività principale: appassionato di chiromanzia da anni ecco che si mette a leggere le linee della mano ai più abbattuti fra i deportati, predicendo sempre cose positive, futuro, futuro luminoso a tutti in luoghi senza nessuna speranza di futuro.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/mani-di-desnos.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/mani-di-desnos.png" alt="mani di desnos" width="480" height="301" class="aligncenter size-full wp-image-66981" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/mani-di-desnos.png 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/mani-di-desnos-300x188.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/mani-di-desnos-80x50.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/mani-di-desnos-163x103.png 163w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
<p align="center"><strong>Man Ray</strong> <em>Le mani di Robert Desnos </em><br />
da <em>L&#8217;étoile de mer</em> [1928]</p>
<p>&nbsp;<br />
Parla&#8230; parla&#8230; racconta storie incredibili del suo passato facendo dimenticare ai compagni, almeno per un attimo, la situazione desolata in cui si trovavano.<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid #c0c0c0; margin:15px; padding:15px; width:600px; float:center; text-align:justify; color:#000000; font-size:16px; background-color: #f6ebad;">Quello che lui faceva principalmente &#8211; e per questo io credo che senza di lui la mia deportazione non sarebbe stata la stessa &#8211; era raccontare storie ai ragazzi [&#8230;]. Noi, il gruppo dei giovani, noi ascoltavamo vivamente Desnos. Aveva l&#8217;arte del racconto. Ci addormentava con le sue storie. Aveva l&#8217;arte di affascinare. Riuscivamo a evadere ascoltando Desnos. Cosa ci raccontava? La Montparnasse degli anni venti, Picasso. [&#8230;] Navigavamo con lui attraverso tutte le sue avventure. Ci raccontava ogni sorta di cose, senza dimenticare tutte le sue conoscenze che ci facevano sbavare: Jan-Louis Barrault, Madeleine Renaud&#8230; Così ci faceva dimenticare molte cose.</div>
<p></center></p>
<p align="right"><strong>André Bessière</strong> <em>Da Compiègne a Terezin avec Desnos</em><br />
intervista in <em>Desnos pour l&#8217;anne 2000</em> Gallimard 2000 [pag 318-319]</p>
<p>Cerca di procurarsi in ogni modo pezzi di carta di tutti i tipi dove continua a scrivere di nascosto poesie e anche un romanzo surrealista <em>Le Cuirassiere nègre</em>. Si proclama sempre orgogliosamente e testardamente <em>poeta</em>. Conserva tutto in una scatola di latta, che però sparisce a Flöha, campo dove i detenuti lavoravano alla costruzione di carlinghe di aerei, dopo che <strong>Desnos</strong>, punito per aver rovesciato il calderone della minestra, in un momento di rabbia contro uno dei preferiti dei Kapò che si rifiutava di riempirgli la ciotola, verrà duramente punito, incarcerato, picchiato e frustrato. Il gesto di estremo disprezzo di una delle SS, che gli schiaccia sotto il tacco degli stivali i suoi preziosi occhiali, darà inizio a un rapido crollo psico-fisico, che dopo la faticosa marcia verso Theresienstadt, ormai allo stremo, lo porterà alla morte, nell&#8217;infermeria del campo, in preda a una terribile dissenteria, solo pochi giorni dopo l&#8217;arrivo dei Russi, l&#8217; 8 giugno 1945.<br />
&nbsp;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Robert-e-Youki.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Robert-e-Youki-1024x648.jpg" alt="Robert e Youki" width="720" height="456" class="aligncenter size-large wp-image-66992" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Robert-e-Youki-1024x648.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Robert-e-Youki-300x190.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Robert-e-Youki-768x486.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Robert-e-Youki-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Robert-e-Youki-163x103.jpg 163w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/Robert-e-Youki.jpg 1416w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p align="center"><em>Robert e Youki in Rue Mazarin</em></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<p align="right">[ <em>traduzioni a cura di Orsola Puecher</em> ]<br />
immagini da <a href="http://bljd.sorbonne.fr/" target="_blank" rel="noopener">http://bljd.sorbonne.fr/</a></p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Gli alberi crescono, nuvole corrono, gli anni in fretta passano.&#8221; da Brundibár di Hans Krása</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/01/30/brundibar-di-hans-krasa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Jan 2008 19:15:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[27 Gennaio Giorno della Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Adolf Hoffmeister]]></category>
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					<description><![CDATA[di Orsola Puecher “Abbiamo lasciato il campo cantando” Così scrive Etty Hillesum, “il cuore pulsante della baracca”, nella cartolina che lancia sui binari dal vagone piombato che da Westerbork la porta ad Auschwitz. Con quella sua speciale capacità, propria dei bambini e degli artisti, di trasformare dentro e fuori di sé il male in bene, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p align="center"><em>“Abbiamo lasciato il campo cantando”</em></p>
<p>Così scrive <strong>Etty Hillesum</strong>, “il cuore pulsante della baracca”, nella cartolina che lancia sui binari dal vagone piombato che da Westerbork la porta ad Auschwitz. Con quella sua speciale capacità, propria dei bambini e degli artisti, di trasformare dentro e fuori di sé il male in bene, la tenebra in luce.<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/locandina.png" alt="locandina.png" /><br />
<small><em>Immagine della locandina originale<br />
con il bozzetto della scenografia<br />
di </em><em>Frantisek Zelenka.</em></small></p>
<p>&nbsp;<br />
Questa è la storia triste e luminosa della piccola partitura manoscritta di un opera per voci bianche, infilata di fretta dal musicista ebreo <strong>Rudolf</strong><strong> </strong><strong>Freudenfield</strong> fra le poche cose necessarie, cibo, qualche vestito, nella valigia preparata per un viaggio incerto, che non s&#8217;immagina senza ritorno, ed arrivata fino a noi per testimoniare e ricordare con la forza della musica e della poesia i bambini, più di un milione, e gli artisti che persero la vita ed ogni traccia dei loro stessi corpi fisici nella tragedia dell&#8217;Olocausto. Parole di speranza, vita e futuro, che risuonano alte di fronte al vuoto orrore che sarà il loro destino.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 210px;"><small>Atto Primo, Scena VI<br />
da <strong>Brundibár</strong> Opera in Due Atti<br />
Musica di <strong>Hans Krása</strong><br />
Libretto di <strong>Adolf Hoffmeister</strong></small><br />
&nbsp;<br />
<strong>ANNIKA, PEPÍÇEK E TUTTI I BAMBINI</strong></p>
<p><center></p>
<div style="width:270px;">
    <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-5242-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/lamammafadormir.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/lamammafadormir.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/lamammafadormir.mp3</a></audio></div>
<p></center></p>
<p style="padding-left: 210px;"><strong>La mamma fa dormir il caro suo tesor</strong><br />
<em>la culla dondola pensando al suo amor.<br />
Poi verrà il giorno<br />
quando il bell&#8217;uccellin<br />
se n&#8217;andrà, volerà,<br />
lascerà il suo nido.<br />
Gli alberi crescono,<br />
nuvole corrono,<br />
gli anni in fretta passano.<br />
Mammina, guardaci, siamo cresciuti ormai.<br />
Pensa, rammenta i vecchi tempi se vorrai.<br />
Il bagnetto facevam,<br />
nel mastello eravam:<br />
un bambin sì piccin e la sua sorella.<br />
Gli alberi crescono,<br />
nuvole corrono,<br />
gli anni in fretta passano.<br />
La mamma avanti va,<br />
vuota la culla sta,<br />
pensa al futuro quando nonna poi sarà. </em></p>
<p>&nbsp;<br />
Nel giugno del 1941 il direttore dell&#8217;orfanatrofio ebraico di Praga <strong>Otto Freudenfeld</strong> festeggia il suo cinquantesimo compleanno invitando alcuni amici, il direttore d&#8217;orchestra <strong>Rafael Schächter</strong>, il compositore <strong>Hans Krása</strong>, il pianista <strong>Gideon Klein</strong>, il poeta <strong>Erik Saudek</strong>, e lo scenografo del Teatro Nazionale <strong>Frantisek Zelenka</strong>. Si parla molto di <strong>Brundibár</strong>, l&#8217;opera per bambini appena scritta da <strong>Krása</strong>, che il giovane e promettente compositore ceco aveva presentato senza molte speranze ad un concorso del Ministero dell&#8217;Educazione: con l&#8217;invasione nazista per gli artisti ebrei era finita quell&#8217;integrazione che da secoli ne aveva fatto gli elementi di punta della cultura cecoslovacca, per sua natura così intimamente legata a quella tedesca. Leggi razziali e deportazioni iniziano a decimarne le file. A <strong>Schächter</strong>, quella sera, viene l&#8217;idea di farla rappresentare ai bambini dell&#8217;orfanatrofio, ma, deportato dopo poco tempo, egli non farà a tempo a vedere la realizzazione del progetto ad opera del figlio di <strong>Freudenfield</strong>, <strong>Rudolf</strong>. Nemmeno <strong>Krása</strong> deportato nel campo di <strong>Terezin</strong> nell&#8217;agosto del &#8217;42, assisterà alla rappresentazione. Ad uno ad uno gli amici della festa di compleanno ed i bambini stessi dell&#8217;orfanatrofio vengono là deportati. Ma proprio grazie alla valigia di <strong>Rudi</strong> lo spartito raggiunge il suo autore a Terezin. La città fortezza di <strong>Theresienstadt</strong>, ad un sessantina di chilometri a nord di Praga, evacuati gli abitanti venne trasformata dal Reich, a partire dall&#8217;autunno del 1941, in un campo di raccolta e di transito per gli ebrei di numerosi paesi destinati, a loro insaputa al progetto di sterminio di massa.<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/arrivo-a-tarezin_helga-weissova.jpg" alt="arrivo-a-tarezin_helga-weissova.jpg" /><br />
<small><em>Disegno della bambina Helga Weissova<br />
che raffigura l&#8217;arrivo al campo.</em></small></p>
<p>&nbsp;<br />
Nonostante le condizioni di vita inumane e precarie i deportati svilupparono una vivissima attività culturale e musicale, in una disperata volontà di vita e di speranza. Periodicamente, tacendo i trasporti verso Auschwitz che partivano ad intervalli implacabili, il campo &#8220;modello&#8221;, fatto passare per una specie di casa di riposo per anziani e bambini, veniva tirato a lucido per le visite della Croce Rossa Internazionale. E in occasione di una di queste visite il 23 settembre 1943 si eseguì proprio <strong>Brundibár</strong>.<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/brundibar-finale.jpg" alt="brundibar-finale.jpg" /><br />
<small><em>Immagine di quella rappresentazione tratta dal film<br />
&#8220;Il F</em><em>ü</em><em>hrer dona una città agli ebrei&#8221;</em></small></p>
<p>&nbsp;<br />
I nazisti permettevano una sorta di autogestione delle attività culturali per nascondere il vero scopo della detenzione. Là fu girato per volere di Goebbels il famoso film di propaganda &#8220;<strong>Il Führer dona una città agli ebrei</strong>&#8220;, dove, fra laboratori di scultura e ceramica, fucine ardenti, partite di calcio, orti ben coltivati e concerti da camera, seguiti dai deportati seduti a tavolini con vasi di fiori, appaiono anche alcuni fotogrammi dell&#8217;opera di <strong>Krása,</strong> che venne rappresentata per 55 volte con un continuo forzato ricambio di protagonisti: delle 140.000 persone che passarono per <strong>Terezin</strong> 33.000 morirono in loco di fame, malattie e torture, fra le 87.000 deportate ai campi di sterminio solo il cinque per cento sopravvisse e dei 15.000 bambini soltanto 93 tornarono alle loro case.<br />
&nbsp;<br />
<center><iframe loading="lazy" width="420" height="236" src="https://www.youtube.com/embed/PYvuJ4xhftI?rel=0&amp;showinfo=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><strong>Paul Aron Sandfort, Danimarca</strong><br />
<strong><em>Luce nell&#8217;oscurità.</em></strong><br />
<em>Quando avevo 13 anni, presi parte ad uno spettacolo con circa altri quaranta bambini della mia età. Bambini cechi e tedeschi. Di quei bambini tutti un giorno se ne sarebbero andati da Terezin&#8230; io fui l&#8217;unico sopravvissuto. Più tardi venni a sapere che i Nazisti risparmiavamo gli ebrei danesi. Noi eravamo il loro alibi per controbattere le dicerie sullo sterminio degli ebrei. Per mostrare come era piacevole la vita degli Ebrei a Terezin, si tenevano concerti ed opere come Brundibár. Si era già rappresentata quest&#8217;opera per bambini un buon numero di volte, quando arrivai io nell&#8217;ottobre del 1943. I miei compagni ne parlavano continuamente e ne cantavano le canzoni, soprattutto &#8220;La canzone della vittoria&#8221;, Siegeslied, del finale. Nel nostro piccolo mondo ammiravamo i bambini e le bambine che avevano il ruolo di protagonisti. Nonostante i miei dieci anni, io suonavo la tromba a Copenaghen nell&#8217;orchestra per bambini del parco di divertimento di Tivoli e divenni dunque trombettista nell&#8217;orchestra di Theresienstad e suonai anche durante le rappresentazioni di Brundibár. Mi ricordo ancora molto bene dell&#8217;assolo di tromba del Walzer che danzavano i miei amici in scena. Io non conoscevo il ceco, ma grazie a Brundibár, imparai qualche parola come latte, pane, burro, zucchero, gelato, biscotti, uova, bretzel. Si trattava di tutte quelle cose che noi non avevano più mangiato da un&#8217;eternità. Ogni giorno ricevevamo soltanto un tozzo, di pane secco e quando cantavamo le canzoni sui dolciumi e le rappresentavamo, potevamo dimenticare la nostra situazione per un breve istante. Noi trovammo eccitante che il film, conosciuto oggi con il titolo di &#8220;Il Führer dona una città agli ebrei&#8221; fosse utilizzato per la propaganda tedesca. Noi i bambini, dovevamo rappresentare la nostra opera per il film. Mi ricordo in che modo il regista ebreo Kurt Gerron ci dirigeva a bacchetta e come l&#8217;Obersturmbannführer Rahm ci stava addosso durante le riprese con il frustino in mano. La maggior parte dei bambini fu deportata nell&#8217;ottobre 1944 ad Auschwitz e solo una minoranza degli attori principali restò a Terezin. Della grande orchestra rimase egualmente un piccolo numero di musicisti. Non abbiamo mai smesso di rappresentare Brundibár fino a che la Croce Rossa danese ci liberò nell&#8217;aprile del 1945. Mezzo secolo può scorrere via, i dettagli dei nostri ricordi possono sbriciolarsi, ma i sentimenti di quell&#8217;epoca restano vivi come se fosse ieri. D&#8217;altra parte Brundibár fu per noi un sogno più vivo della sofferenza quotidiana, un barlume nell&#8217;oscurità della prigionia, un barlume di speranza che ci permetteva di sperare nella libertà malgrado i reticolati. Oggi che assistiamo al risorgere di gruppi di estrema destra, l&#8217;opera Brundibár rappresenta una vera speranza per l&#8217;avvenire dei nostri bambini. </em></p>
<p><small>[ Testimonianza tratta dal CD ROM &#8220;Brundibar Kit&#8221; della JEUNESSES MUSICALE INTERNATIONALES ]</small>
</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Solo l&#8217;ottusità dell&#8217;Obersturmbannführer non riusciva, per fortuna, a vedere nella trama di<strong> Brundibár</strong> la sua forza eversiva che, fra le pieghe della favola, nascondeva un canto di rivolta e di ribellione ben chiaro, invece, a tutti i deportati. Tutti non possono che riconoscersi nei due fratellini <strong>Annika</strong> e <strong>Pepíçek</strong>, che hanno bisogno di comprare del latte per la mamma malata, ma non hanno i soldi. Davanti a loro sfilano il lattaio, il fornaio con tutte le loro merci, che nel campo appaiono come un vero e prorpio miraggio. Un poliziotto ricorda loro che il denaro si guadagna solo con il lavoro. Come ironicamente sta scritto sopra la porta d&#8217;ingresso del campo:<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/theresienstadt_arbeit_macht_frei1.jpg" /><br />
&nbsp;<br />
<strong>&#8220;Il lavoro rende liberi&#8221;</strong><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;<br />
Ma ecco che sulla piazza arriva il suonatore d&#8217;organetto <strong>Brundib</strong><strong>á</strong><strong>r</strong> che in cambio della sua musica riceve molti soldi da tutti. I bambini cercano di cantare una canzone, ma nessuno li ascolta. Anzi vengono cacciati dal &#8220;dittatore&#8221; <strong>Brundibár</strong> in malo modo. Solo la sua musica tocca suonare, per non essere &#8220;suonati&#8221; dal suo bastone.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 210px;"><strong>BRUNDIBÁR</strong></p>
<p><center></p>
<div style="width:270px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-5242-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/infernalimarionette.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/infernalimarionette.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/infernalimarionette.mp3</a></audio></div>
<p></center></p>
<p style="padding-left: 210px;"><strong>Infernali Marionette</strong>,<br />
ora prendo il mio bastone<br />
e con quello mostrerò<br />
che io comando e son padrone.<br />
Tutti zitti, state buoni,<br />
l&#8217;organetto fa bei suoni,<br />
tutti attenti c&#8217;è da star<br />
perché suona Brundibár!<br />
Su, cantiamo tutti quanti,<br />
questo ritmo è da seguire,<br />
ma chi vuol disubbidire<br />
certamente è da punire!<br />
Tutti attenti c&#8217;è da star, qua,<br />
perché suona Brundibár.<br />
<small>[Atto Primo, Scena VIII]</small></p>
<p>&nbsp;<br />
Ma proprio quando sta per scendere la sera e i bambini non sanno cosa fare, arrivano magicamente un uccellino, un gatto e un cane parlanti che promettono di aiutarli: il giorno dopo raduneranno tutti i bambini del villaggio che canteranno insieme a loro. E&#8217; notte e gli animali addormentano i due fratellini con una dolcissima ninna nanna.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 210px;"><strong>UCCELLINO, CANE E GATTO</strong></p>
<p><center></p>
<div style="width:270px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-5242-3" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/lalunamuoregia.mp3?_=3" /><a href="http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/lalunamuoregia.mp3">http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/lalunamuoregia.mp3</a></audio></div>
<p></center></p>
<p style="padding-left: 210px;"><strong>La luna muore già</strong>,<br />
la stella li vedrà<br />
che dormon nel tepor<br />
del lieve sogno d&#8217;or.<br />
Pepíçek dormi ben, sogni d&#8217;or.<br />
Annika sogni d&#8217;or, dormi ben.<br />
E l&#8217;alba ora viene: noi vi soccorrerem.<br />
Buonanotte, allor, siam con voi ognor.<br />
<small>[Atto Primo, Scena VIII]</small></p>
<p>&nbsp;<br />
Il primo atto finisce in un clima disteso e sognante, seguito dalla <strong>Serenata</strong><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:270px;">
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<p></center><br />
un intermezzo strumentale che <strong>Krása</strong> scrive appositamente a Terezin e che risuona in tutta la sua lirica e malinconica dolcezza, quasi a rasserenare l&#8217;inquietudine del buio così fondo e minaccioso delle notti del campo. Al mattino tutti i bambini radunati dagli animali corrrono ad aiutare <strong>Annika </strong>e <strong>Pepíçek</strong>. L&#8217;unione, anche in questa pacifica guerra dei bambini, fa la forza. Finalmente gli adulti li ascolteranno cantare &#8220;<em>La mamma fa dormir il caro suo tesor</em>&#8220;, e riempiranno il cappello di monete. Ma ecco che il malvagio suonatore ambulante tenta di rubare il loro denaro. I bambini e gli animali si lanceranno al suo inseguimento, finalmente lo cacceranno e festeggeranno il loro trionfo con un canto finale di vittoria.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 210px;"><em><strong>TUTTI</strong></em></p>
<p><center></p>
<div style="width:270px;">
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<p></center></p>
<p style="padding-left: 210px;"><strong>La guerra è vinta ormai</strong>,<br />
sconfitto è Brundibár,<br />
rullate il tamburin,<br />
dobbiam festeggiar.<br />
Audaci e fieri siam,<br />
Brundibár battuto il regno è distrutto.<br />
Marciamo con fervor per la vittoria<br />
cantando tutti in cor.<br />
&nbsp;<br />
<em><strong>PEPÍÇEK</strong><br />
Miei cari bimbi, sù,<br />
alzatevi, perché<br />
si è fatto tardi e termina l&#8217;opera.</em><br />
&nbsp;<br />
<em><strong>ANNIKA</strong><br />
Arrivederci, sì. Ma prima di andar via<br />
cantiamo insieme ancor<br />
con grande allegria.</em><br />
&nbsp;<br />
<em><strong>TUTTI</strong><br />
La guerra è vinta ormai<br />
sconfitto è Brundibár,<br />
rullate il tamburin,<br />
dobbiam festeggiar.<br />
Audaci e fieri siam,<br />
Brundibár battuto, il regno è distrutto.<br />
Marciamo con fervor per la vittoria<br />
cantando tutti in cor.<br />
L&#8217;amicizia allor resta in ogni cuor,<br />
chi ama l&#8217;equità con noi giocherà,<br />
insieme a noi sarà.</em></p>
<p>&nbsp;<br />
Si spegne così l&#8217;eco dell&#8217;ultimo accordo, tace la melodia di <strong>Krása,</strong> che tanto abilmente mescola temi popolari e musica del &#8216;900, ora in tenero abbandono lirico, ora nello squillare chiaro degli ottoni incalzato dal rullare ritmico delle percussioni.<br />
Alberi ed alberi sono cresciuti, da allora, cumuli e cirri e cirrocumuli di nuvole sono passati attraverso lo stesso cielo, gli anni sono trascorsi con la fretta della storia e non si sa se <em>il regno è distrutto</em> e tiranni ce ne sono sempre, ma noi, <em>chi ama l&#8217;equità,</em> siamo ancora qui, con loro, con i bambini di Terezin.<br />
&nbsp;</p>
<p align="right"><small>[Estratti musicali dell&#8217;opera dal CD CMCD 0161997<br />
Sorriso Edizioni Musicali<br />
<strong>Hans Krása</strong><br />
<strong>BRUNDIBÁR</strong><br />
Childrens&#8217; Opera in Two Acts<br />
Terezin 1943<br />
Libretto by A. Hoffmeister<br />
Italian version by Clara and Daria Domenici<br />
BARBARA STROZZI ENSEMBLE<br />
MUSICA GIUDAICA<br />
Conducted by FRANCESCO LOTORO]</small></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
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