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	<title>Tito Livio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le parole della scienza 3: da Tito Livio alla terribile “formula”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/27/le-parole-della-scienza-3-da-tito-livio-alla-terribile-formula/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Feb 2023 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
La prima puntata <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/02/02/e-la-donzella-che-crea-linsieme/">qui</a> e la seconda <a href="https://www.lapoesiaelospirito.it/2023/02/10/le-parole-della-matematica-2-dal-consolato-alla-funzione/">qui</a>.
 Che cosa hanno in comune una Ferrari e il censimento della popolazione nell’antica Roma? Non molto, sembrerebbe, salvo che c’è una stessa parola che è implicata in entrambe. Nell’antica Roma, due millenni prima dell’epoca delle Ferrari, Tito Livio, storico di età augustea, scrisse un’opera immensa, cui si conviene di dare il titolo Ab urbe condita – dalla fondazione della città–per–eccellenza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_101771" aria-describedby="caption-attachment-101771" style="width: 220px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Busto-di-Tito-Livio.jpg" alt="" width="220" height="293" class="size-full wp-image-101771" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Busto-di-Tito-Livio.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Busto-di-Tito-Livio-150x200.jpg 150w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" /><figcaption id="caption-attachment-101771" class="wp-caption-text">Busto di Tito Livio di Lorenzo Larese Moretti</figcaption></figure>
<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
La prima puntata <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/02/02/e-la-donzella-che-crea-linsieme/">qui</a> e la seconda <a href="https://www.lapoesiaelospirito.it/2023/02/10/le-parole-della-matematica-2-dal-consolato-alla-funzione/">qui</a>.<br />
Che cosa hanno in comune una Ferrari e il censimento della popolazione nell’antica Roma? Non molto, sembrerebbe, salvo che c’è una stessa parola che è implicata in entrambe. Nell’antica Roma, due millenni prima dell’epoca delle Ferrari, Tito Livio, storico di età augustea, scrisse un’opera immensa, cui si conviene di dare il titolo <em>Ab urbe condita</em> – dalla fondazione della città–per–eccellenza – un’opera che in 142 libri ripercorreva, con partecipazione e devozione intense per le sorti di Roma, la sua storia dalla fondazione all’inizio dell’impero, il tempo di Augusto. Mentre narra degli avvenimenti – in tempo di pace – della repubblica, Livio ha occasione di segnalare l’origine di un istituto importante nella storia di Roma, quello della <em>censura </em>che non designa, in quest’epoca, quel che oggi normalmente s’intende con questa parola (anche se non ne è poi così lontana, e forse tutto è cominciato da qui…), ma l’operazione di censire la popolazione, e censire significa, così ci racconta Livio, qualcosa di più che semplicemente contare e sapere nomi e domicili dei cittadini: </p>
<blockquote><p>«In questo medesimo anno ebbe principio la censura, istituto che ebbe piccolo esordio, ma che acquistò di poi sì grande incremento. Ché il regolamento dei costumi e della disciplina Romana fu nelle mani del nuovo magistrato, ed il Senato e le centurie dei cavalieri ebbero il discernimento del loro onore o disonore in suo potere; e l’ispezione dei luoghi pubblici e privati, le rendite del popolo romano, furono al suo cenno ed arbitrio.»</p></blockquote>
<p>(Tito Livio, Ab urbe condita, 4, VIII, trad. it. di Emilio Bodrero.)</p>
<p>Dunque un censimento non proprio neutrale, a quanto dice Livio: il potere del magistrato sembra andare oltre la mera registrazione dei cittadini; ma poiché, continua Livio, mentre diventava urgente eseguire questa operazione, i consoli avevano altre faccende più importanti da seguire, </p>
<blockquote><p>«Fu presentata al Senato una memoria, nella quale si faceva presente che quella operazione, faticosa e poco consolare, aveva bisogno di un magistrato speciale, dal quale dipendessero gli scribi, i custodi e la cura dei registri, e che regolasse a suo modo la formula del censimento [cui arbitrium formulæ censendi subiceretur]»</p></blockquote>
<p>(ibid.)</p>
<p>È proprio la parola latina <em>formula</em>, diminutivo di <em>forma </em>ma con un evidente slittamento di significato, che fa la sua comparsa, nel senso di insieme di regole enunciate (stavo per scrivere “formulate”) con precisione, da seguire nell’esecuzione del censimento. Insieme di regole, dunque, purché ben precisate e non soggette ad ambiguità; prescrizioni chiare e distinte. </p>
<p>E sembra anche, secondo il dizionario del Battaglia, che la prima occorrenza in un testo italiano della parola “formola” stia proprio in un volgarizzamento della prima metà del XIV secolo dell’opera di Tito Livio, in questa frase “Il banditore con un trombetta, secondo è costume, s’avanzò in mezzo l’arena donde con solenne formola suole intimarsi la festa.”<br />
Se poi leggete la definizione che della voce formula dà il Battaglia stesso:</p>
<blockquote><p>“Frase o insieme di frasi rituali che una norma religiosa o giuridica oppure la consuetudine impone di ripetere, secondo un ordine fisso, nelle circostanze previste dalla norma stessa.”</p></blockquote>
<p>vi accorgete che essa è squisitamente letteraria, nessuna traccia viene menzionata di contesti anche vagamente scientifici.</p>
<p>E oggi la Ferrari non è, forse, per antonomasia, una macchina di “formula 1”? Anche qui la stessa parola è usata, si noti, in un senso molto simile: l’insieme di regole cui è soggetta una certa categoria di automobili per poter partecipare a un ben preciso tipo di gare.<br />
E poi c’è la formula di governo, un insieme di regole, frutto di delicati equilibri ed alchimie, dalle quali è costituita quella che il linguaggio ufficiale chiama “la compagine ministeriale”. O la formula, spesso riservata, di una crema di bellezza, le regole ferree – e commercialmente segrete – con le quali deve essere composta quella crema, per poter avere quel marchio e quel nome.<br />
Su questa strada ci si avvicina ovviamente alla formula chimica di un composto, quell’insieme di simboli, che funzionano secondo precise regole internazionalmente stabilite – N sta per azoto, O per ossigeno, Sb per antimonio, ecc. – e che vanno combinati in modo da esprimere esattamente quali elementi e in quali proporzioni formano il dato composto; H²O (il 2 andrebbe in basso, ma qui l&#8217;editor non lo permette) è la formula dell’acqua e ci dà una informazione precisa su quali sono i costituenti elementari dell’acqua: ogni molecola, minima quantità d’acqua che ne conserva le proprietà, è costruita con due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. Non è naturalmente una informazione ancora completa su come l’acqua è fatta (problematica in verità non facilissima neppure per gli studiosi), però fornisce una informazione precisa, per quanto parziale, su un aspetto dell’acqua.<br />
Fino ad arrivare alla formula fisica, o, in cima alla scala, alla formula matematica. Sì, la formula matematica di cui tutti i non addetti ai lavori hanno un sacro terrore – ah, io non capirò mai una formula, sono negato – eppure, provate a fare un respiro lungo e a chiedervi per lo meno perché si utilizzano le formule. </p>
<p>Pensate alla musica: se non l’avete mai studiata e guardate uno spartito, provate la stessa sensazione di completa estraneità, mentre se qualcuno vi ha invece iniziato a quest’altro codice, a questo nuovo modo di tradurre simboli in cose che fanno risuonare la vostra testa, allora lo spartito di nuovo acquista vita, ne carpite i segreti, che più tali non sono, esso rimanda anzi a una successione di suoni dei quali potrete innamorarvi o che potrete rifiutare, ma certamente avrà perso la sua natura di enigma. Perché è stato inventato questo codice? Perché sarebbe stato molto complicato usare le parole del linguaggio naturale per descrivere una melodia: ad esempio: si cominci con la nota, chiamata do3, corrispondente a tot vibrazioni al secondo di una corda metallica, poi si suoni la nota che ha i 9/8 della sua frequenza e poi… e poi…  . Certamente infattibile. È stato necessario inventare dei simboli per quelle note, un modo per scriverle, usando la posizione rispetto a un rigo fatto di cinque linee parallele orizzontali come simbolo del valore delle loro frequenze, e poi codificare le pause tra le note, la durata di ognuna di esse, il ritmo da seguire, eccetera, eccetera. E tutto diventa chiaro e limpido.</p>
<p>La fisica ormai si serve con grande abbondanza delle formule matematiche<. forse la più famosa — e la più letteralmente disastrosa – delle formule, E = mc², a volerla dire solo in parole, suonerebbe così: “l’energia potenzialmente contenuta in un corpo di massa m è pari al prodotto del valore di tale massa per la velocità della luce elevata al quadrato”, tutto con le opportune unità di misura, naturalmente. Pur di sapere il significato dei simboli E, m, c, la formula riassume tutto ciò. E figuratevi poi cosa può succedere in casi davvero più complicati!
Le formule non sono che un’abbreviazione, talvolta inevitabile proprio per la comprensione, da parte di chi conosce il codice, di un’affermazione del linguaggio naturale. Il codice è lungo e complicato? Anche quello della musica non scherza, per non dire poi di quel codice che tutti siamo obbligati a conoscere, che è la nostra lingua naturale.




</p>
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		<item>
		<title>Una formula matematica? Che spavento!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/10/05/una-formula-matematica-che-spavento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Oct 2022 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Ferrari]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Antonio Sparzani</strong><br /> Voi cosa pensate quando vedete scritta sulla carta una formula matematica? Il <em>primo </em>pensiero andrà forse a ricordi di scuola, complicazioni, cose per specialisti, scritture criptiche inventate per comunicare dei segreti che non si vuole diventino troppo condivisi...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/formule-nella-testa-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-99537" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/formule-nella-testa-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/formule-nella-testa-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/formule-nella-testa-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/formule-nella-testa-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/formule-nella-testa-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/formule-nella-testa-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/formule-nella-testa-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/formule-nella-testa.jpg 1300w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
Voi cosa pensate quando vedete scritta sulla carta una formula matematica?<br />
Il <em>primo </em>pensiero andrà forse a ricordi di scuola, complicazioni, cose per specialisti, scritture criptiche inventate per comunicare dei segreti che non si vuole diventino troppo condivisi, strumenti di un sapere iniziatico, astrusità, enigmi, cabale.<br />
Anche se pensate così, l’importante è che il vostro <em>secondo </em>pensiero non sia quello di ritirarsi e rinunciare a capire questi enigmi, ma sia quello di distruggere la loro natura di enigma. Se un enigma diventa noto a tutti allora non è più un enigma, perde la sua natura, diventa una banalità che san tutti, un segreto di Pulcinella. Se questo pensiero vi sfiora o addirittura vi abita, dategli spazio, è un ottimo segnale. Si può proseguire e si possono immaginare analogie.</p>
<p>Se non conosceste la lingua nella quale questo testo è scritto, le sue pagine sarebbero per voi completamente misteriose, perfino strane, con tutti quei segnetti messi in fila e ogni tanto magari una figura altrettanto strana. Ma se invece siete dei parlanti nativi di questa lingua, se l’avete succhiata con il latte materno (e magari qualche bravo/a maestro/a vi ha insegnato i segnetti) e ha formato il veicolo della vostra entrata nel mondo, tutti i segnetti diventano miracolosamente portatori di significato, fanno risuonare qualcosa nella vostra testa, i segnetti t-e-s-t-a messi assieme alludono, ne siete sicuri, a quella parte del vostro corpo, così come di quello di tutti i vostri simili, nella quale “sentite” agitarsi tanti processi, che chiamate emozioni, ragionamenti e forse altro, tutti nomi a loro volta appartenenti a questa stessa lingua.</p>
<p>Se non avete mai studiato musica e guardate uno spartito, provate la stessa sensazione di completa estraneità, mentre anche qui, se qualcuno vi ha invece iniziato a quest’altro codice, di questo nuovo modo di tradurre segnetti in cose che fanno risuonare la vostra testa, allora lo spartito di nuovo acquista vita, ne carpite i segreti, che più tali non sono, esso rimanda anzi a una successione di suoni dei quali potrete innamorarvi o che potrete rifiutare, ma certamente avrà perso la sua natura di enigma. Perché è stato inventato questo codice? Perché sarebbe stato molto complicato usare le parole del linguaggio naturale per descrivere una melodia, ad esempio: si cominci con la nota, chiamata do3, corrispondente a tot vibrazioni al secondo di una corda metallica, poi si suoni la nota che ha i 9/8 della sua frequenza e poi… e poi… . Certamente infattibile. È stato necessario inventare dei simboli per quei suoni, poi chiamati <em>note</em>, un modo per scriverle, usando la posizione rispetto a un rigo fatto di cinque linee parallele orizzontali come simbolo del valore delle loro frequenze, e poi inventare dei segnetti per rappresentare le pause tra le note, la durata di ognuna di esse, il ritmo da seguire, eccetera, eccetera.</p>
<p>La matematica, e le scienze che se ne servono, più o meno pesantemente, dalla fisica all’economia, usano anch’esse dei “segnetti”, dei simboli che bisogna conoscere per capirci qualcosa, simboli che sono per lo più raggruppati in “formule”. Bella parola questa, che sembra un diminutivo della parola “forma”. Il miglior modo per capirne qualcosa, come quasi sempre, è esplorarne un po’ la storia e la formazione. Cominciamo con questa domanda provocatoria:</p>
<p>Che cosa hanno in comune una Ferrari e il censimento della popolazione nell’antica Roma? </p>
<p>Non molto, sembrerebbe, tranne però il fatto che c’è una stessa parola che salta fuori in entrambe. Nell’antica Roma, due millenni prima dell’epoca delle Ferrari, <strong>Tito Livio</strong>, storico di età augustea, scrisse un’opera immensa, cui si conviene di dare il titolo <em>Ab urbe condita</em> – dalla fondazione della città–per–eccellenza – un’opera che in 142 libri ripercorreva, con partecipazione e devozione intense per le sorti di Roma, la sua storia dalla fondazione all’inizio dell’impero, il tempo di Augusto (imperatore di Roma dal 27 a.C. al 14 d.C.). Mentre narra degli avvenimenti – in tempo di pace – della repubblica, Livio ha occasione di segnalare l’origine di un istituto importante nella storia di Roma, quello della <em>censura </em>che non designa, in quest’epoca, quel che oggi normalmente s’intende con questa parola (anche se non ne è poi così lontana, e forse tutto è cominciato da qui…), ma l’operazione di censire la popolazione, e censire significa, così ci racconta Livio, qualcosa di più che semplicemente contare e sapere nomi e domicili dei cittadini: </p>
<blockquote><p>«In questo medesimo anno ebbe principio la censura, istituto che ebbe piccolo esordio, ma che acquistò di poi sì grande incremento. Ché il regolamento dei costumi e della disciplina Romana fu nelle mani del nuovo magistrato, ed il Senato e le centurie dei cavalieri ebbero il discernimento del loro onore o disonore in suo potere; e l’ispezione dei luoghi pubblici e privati, le rendite del popolo romano, furono al suo cenno ed arbitrio.» </p></blockquote>
<p>Dunque un censimento non proprio neutrale, a quanto dice Livio: il potere del magistrato sembra andare oltre la mera registrazione dei cittadini; ma poiché, continua Livio, mentre diventava urgente eseguire questa operazione, i consoli avevano altre faccende più importanti da seguire,</p>
<blockquote><p>«Fu presentata al Senato una memoria, nella quale si faceva presente che quella operazione, faticosa e poco consolare, aveva bisogno di un magistrato speciale, dal quale dipendessero gli scribi, i custodi e la cura dei registri, e che regolasse a suo modo la formula del censimento [cui arbitrium formulæ censendi subiceretur]» </p></blockquote>
<p>È proprio la parola latina <em>formula</em>, diminutivo, sì, di <em>forma</em>, ma con un evidente slittamento di significato, che fa la sua comparsa, nel senso di insieme di regole enunciate (stavo per scrivere “formulate”) con precisione, da seguire nell’esecuzione del censimento. Insieme di regole, dunque, purché ben precisate e non soggette ad ambiguità; prescrizioni chiare e distinte.</p>
<p>E la Ferrari non è, forse, per antonomasia, una macchina di “formula 1”? Anche qui la stessa parola, è usata in un senso molto simile: l’insieme di regole cui è soggetta una certa categoria di automobili per poter partecipare a un ben preciso tipo di gare.<br />
E poi c’è la formula di governo, un insieme di regole, frutto di delicati equilibri ed alchimie, dalle quali è costituita quella che il linguaggio ufficiale chiama “la compagine ministeriale”. O la formula, spesso riservata, di una crema di bellezza, le regole ferree – e commercialmente segrete – con le quali deve essere composta quella crema, per poter avere quel marchio e quel nome.<br />
Su questa strada ci si avvicina ovviamente alla formula chimica di un composto, quell’insieme di simboli, che funzionano secondo precise regole internazionalmente stabilite – <em>N </em>sta per azoto, <em>O </em>per ossigeno, <em>Sb </em>per antimonio (che in latino si chiamava <em>stibium</em>, il latino c’entra sempre), ecc. – e che vanno combinati in modo da dire esattamente quali elementi e in quali proporzioni formano il dato composto; H2O (il 2 andrebbe un po&#8217; in basso, ma qui non riesco a farlo) è la formula dell’acqua, ci dà una informazione precisa su quali sono i costituenti elementari dell’acqua: ogni molecola, minima quantità d’acqua che ne conserva le proprietà, è costruita con due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. Non è naturalmente una informazione ancora completa su come l’acqua è fatta (problematica in verità non banale neppure per gli studiosi), però fornisce una informazione precisa, per quanto parziale, su un aspetto dell’acqua.<br />
Fino ad arrivare alla formula fisica, o, in cima alla scala, alla formula matematica.</p>
<p>Facciamo solo due esempi, che certamente da qualche parte avete già incontrato.<br />
Formula matematica:<br />
(x+y)² = x² + 2xy + y²<br />
la cosiddetta formula del “quadrato di un binomio”. Si potrebbe dire “Se volete calcolare il quadrato (cioè il prodotto per sé stesso) della somma di due numeri, potete sommare il quadrato del primo con il doppio del prodotto dei due numeri e con il quadrato del secondo”, certamente chiaro, solo un po’ più lungo; capite che quando la formula è appena un po’ più complicata, la traduzione in parole diventa sempre meno perspicua e meno gestibile. È meglio tenersi la formula.</p>
<p>Formula fisica:<br />
E= m c²<br />
si tratta di quella ultrafamosa formula, malauguratamente trovata da Albert Einstein, che consente di stabilire una “equivalenza” tra massa ed energia; purtroppo essa contiene quel valore c², che rappresenta il quadrato della velocità della luce nel vuoto, cioè un numero molto grande – nel sistema di unità di misura nel quale esprimiamo la massa in Kilogrammi e l’energia in Joule – pari a , circa,  90.000.000.000.000.000, 9 con 16 zeri!; ciò significa che disintegrando, cioè facendo scomparire, un grammo di materia si ottengono 90 milioni di miliardi di Joule, ovvero, per dare un’idea con le misure cui siamo più abituati nella vita quotidiana, 25 milioni di Kilowattora; dicevo “malauguratamente”, com’è ovvio, perché si tratta della formula che ha reso coscienti gli scienziati e soprattutto quelli che volevano applicare la scienza a scopi disumani, della possibilità di costruire delle bombe di nuovo tipo, tipicamente le atomiche, che hanno reso possibile l’abominio di Hiroshima e Nagasaki (bisogna pur “verificare sperimentalmente” la teoria, no? Se non che teoria è?). E speriamo che non vogliano ripetere la verifica nei prossimi mesi qui, a due passi da noi.</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.21</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/28/carta-strampalata-n-21/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 08:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[fabrizio tonello]]></category>
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		<category><![CDATA[il giornale]]></category>
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		<category><![CDATA[the columbua history of the world]]></category>
		<category><![CDATA[Tito Livio]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/habeas_corpus_1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/habeas_corpus_1-300x239.jpg" alt="" title="habeas_corpus_1" width="300" height="239" class="aligncenter size-medium wp-image-35932" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/habeas_corpus_1-300x239.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/habeas_corpus_1.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Mica facile. No, sul serio: la vita dei giornalisti delle pagine culturali è un inferno. Uno va in redazione la mattina e si propone di scrivere su qualche tema  semplice semplice, come “Dio e l’Uomo”, “Chiesa e Stato”, “Autorità e Libertà” o magari “Capitalismo e Democrazia”. Il caporedattore neppure vi bada, il direttore è chiuso nella sua stanza, e fino alle sei del pomeriggio vi tocca fare un solitario sul computer, telefonare agli amici della testata concorrente per scambiare un po’ di gossip e, alla fine, consultare il sito di <em>Nazione Indiana</em>. Meglio fare il cronista di nera: un omicidio è un omicidio mentre l’epistemologia chissà cos’è.<br />
<span id="more-35897"></span><br />
Poi i capoccioni del giornale hanno “un’idea” per le pagine del giorno dopo. Una polemica Cavour-Garibaldi? I diari segreti di Togliatti? Rivelazioni scabrose su De Gasperi? No, temi già sfruttati. Il caporedattore vorrebbe un pezzo sulle diatribe tra i giurati del premio Strega, mentre il direttore, che vola alto, pensava a un’inchiesta su “Gianfranco Fini e Hannah Arendt”. Intanto si sono fatte le 18,30 e alle 20,00 bisogna chiudere le pagine.</p>
<p>Passa per caso un vicedirettore che pensa al futuro (il proprio) e butta lì: “Se affrontassimo il tema della privacy? Intercettazioni, libertà personale, rapporto pubblico/privato, libertà di stampa: tutto passa di lì”. Silenzio. Poi il direttore esplode: “Ottima idea! Marina occupatene tu.”</p>
<p>E fu così che la povera Marina Valensise, che di mattina ingolla café-au-lait, a pranzo si concede solo una ficelle con un po’ di Brie e a cena si accontenta di crudités, fu messa al lavoro su concetti  decisamente anglosassoni come la privacy. Come far giocare i francesi a cricket e gli inglesi alla bélote.</p>
<p>Il risultato, sbrodolato su quattro-pagine-quattro del Foglio di sabato 12 giugno, mostra tutta l’antica saggezza del proverbio milanese “Ofelè fa ‘l tò mestè”, che tradotto dal mio sherpa lombardo suonerebbe pressappoco: “Ciascuno faccia il suo mestiere” (e non quello degli altri). Il minestrone comprende infatti il console romano Lucio Quinzio insieme al saggista Edmund Burke, San Paolo insieme a Montesquieu, Sant’Agostino in compagnia di Benjamin Constant, il monarchico Royer-Collard a braccetto con Milan Kundera.</p>
<p>Per esempio, tutti sanno che la <em>Glorious Revolution</em> inglese non è del 1689 bensì del 1688 (quando il re Giacomo II fuggì in Francia il 23 dicembre e Guglielmo d’Orange si insediò al suo posto, il 28 dicembre) ma non importa. Lascia perplessi, invece, il fatto che l’idea del governo rappresentativo “di John Locke, che nella Rivoluzione inglese 1689 aveva difeso l’habeas corpus e la dottrina della tolleranza, rielaborata attraverso la teoria di Montesquieu della separazione dei poteri…”. Certo, le cose britanniche sono complicate, e l’italiano della frase è piuttosto zoppicante ma quel riferimento all’habeas corpus appare alquanto fuori luogo, visto che nell’indice analitico di <em>Two Treatises of Government</em> non compare (sto usando l’edizione critica curata da Peter Laslett per la Cambridge University Press, 1999). Nell’indice si citano Adamo ed Eva, la torre di Babele, il cannibalismo, le concubine, don Chisciotte della Mancia, il profeta Geroboamo e l’arca di Noè, ma non l’<em>habeas corpus</em>. Come mai?</p>
<p>Sarà forse perché  il concetto era presente già nella Magna Charta, imposta nel 1215  dai baroni a re Giovanni, detto Senza Terra? (Per chi volesse approfondire la questione, se ne parla anche nel <em>Robin Hood</em> di Ridley Scott che, secondo l’ANSA, <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cinema/2010/05/18/visualizza_new.html_1793917266.html">cerca di raccontare le verità storicamente accertate</a>).  Oppure perché già dieci anni prima del 1689, nel 1679, il parlamento aveva votato un Habeas Corpus Act che codificava il diritto di ogni persona arrestata ad essere presentata davanti a un giudice il più rapidamente possibile? Insomma, Locke certamente era per l’Habeas Corpus e contro gli arresti arbitrari, ma nella sua opera principale si occupava d’altro.</p>
<p>Valensise ha tradotto Benjamin Constant e Alain Finkielkraut ma di questo la si può perdonare. Quando si avventura nella storia della Grecia antica ha le idee un po’ confuse: il cittadino, scrive,  “aveva  l’obbligo di prendere partito, di schierarsi per una fazione in lotta, [il] dovere [di] partecipare alla vita della polis, difendere le sue idee. E il pazzo che avesse voluto tenersi a distanza dall’agone politico, ostentando magari una calma imperturbabile, andava incontro all’ostracismo, alla perdita dei diritti politici, decretata dal potere pubblico”.</p>
<p>In realtà, il cittadino comune era tanto poco disturbato nel suo “tenersi a distanza dall’agone politico” che Atene lo pagava per frequentare l’agorà o prendere parte alle giurie popolari. Quanto all’ostracismo, la redattrice del <em>Foglio</em> avrebbe potuto utilmente consultare le opinioni di un ex ambasciatore  di nome Alberto Indelicato sull’altro organo della famiglia, il <em>Giornale</em>, dove si sosteneva  che l’ostracismo  ad Atene fu “estremamente limitato” e diretto solo “nei confronti di dirigenti politici troppo popolari e che avevano successo”. Secondo Indelicato, “dal 443 al 416 a.C. fu eseguito una sola volta” (20 agosto 1999).</p>
<p>Dirigenti politici troppo popolari, com’è ovvio: la procedura, che richiedeva una votazione dell’assemblea, non era certo usata per privare il cittadino qualsiasi dei suoi diritti politici, ma veniva usata per esiliare dei leader che minacciassero di instaurare un potere personale, come avvenne con Alcibiade. Una visitina alla biblioteca Sormani avrebbe poi permesso di consultare un autorevole testo dello storico inglese Moses Finley, che sull’ostracismo scriveva: “L’ostracismo venne introdotto nel momento in cui gli ateniesi introdussero un sistema democratico, dopo i decenni della tirannide pisistratide. (…) Si decise che il rischio di un’altra tirannide poteva essere ridotto espellendo per dieci anni un leader troppo fortunato e popolare, se si raggiungeva un minimo di 6000 voti in un procedimento formale di votazione” (<em>La politica nel mondo antico</em>, Laterza 1985, p. 82).</p>
<p>Dalla Grecia a Roma: leggendo un po’ frettolosamente Fustel de Coulanges, Marina Valensise scrive che: “Il civis romano apparteneva allo stato anima e corpo: era votato alla sua difesa, a Roma doveva prestare servizio militare fino a 46 anni, i suoi beni erano a disposizione dello stato, così come lo erano i gioielli delle donne, i crediti dei creditori, gli ulivi degli agricoltori tenuti, in caso di necessità, a cedere l’olio prodotto allo stato. Di privacy, dunque, nessuna traccia”.</p>
<p><em>A vrai dire</em>, non è del tutto chiaro cosa c’entri il servizio militare con la privacy: se l’esistenza della leva significa che la privacy scompare, evidentemente questo prezioso bene non è mai esistito nei secoli, e in particolare in nessuna democrazia occidentale. Fino a ieri, infatti gli eserciti di coscritti erano la base della difesa nazionale in tutto il mondo e solo molto recentemente sono stati sostituiti da truppe volontarie o professionisti.</p>
<p>Con buona pace dell’autrice, la descrizione “i beni del cittadino romano] erano a disposizione dello stato, così come lo erano i gioielli delle donne, i crediti dei creditori, gli ulivi degli agricoltori” si attaglia di più all’economia cambogiana sotto Pol Pot che a quella della Roma antica, peraltro difficile da sintetizzare in una frase visto che il periodo da prendere in considerazione supera i mille anni. Durante la repubblica, Roma era uno stato militarizzato? Certo, la percentuale di maschi adulti che  prestavano servizio militare era molto elevata. Che questo significasse un’economia di guerra permanente e un egualitarismo simile a quello della Corea del Nord è una tesi che farebbe bocciare qualsiasi studente all’esame di maturità.</p>
<p>Per esempio, Livio ci dice che nel 214 a. C., durante il conflitto con Cartagine, i consoli ordinarono un prelievo fiscale straordinario sui contribuenti più ricchi, ai quali fu richiesto di fornire l’equipaggiamento e la paga per piccoli gruppi marinai, fino a un massimo di 8: “Fu questa <em>la prima volta</em> che una flotta romana venne equipaggiata a spese dei privati”. C’era Annibale alle porte, il provvedimento non sembra particolarmente staliniano.</p>
<p>Per <em>il Foglio</em>, “i beni [dei cittadini] erano a disposizione dello stato”. La verità è piuttosto il contrario: élite politica ed élite economica largamente coincidevano: “Gli aristocratici possedevano molta parte della ricchezza” (Finley, op. cit., p. 20). “Quasi tutti i senatori venivano da ricche famiglie di proprietari terrieri. I loro vasti profitti come generali e governatori venivano investiti quasi interamente in terre, e il prezzo della terra andò alle stelle” (<em>The Columbia History of the World</em>, 1981, p. 195). E per quanto riguarda “i gioielli delle donne”, Tito Livio riferisce nelle sue <em>Storie </em>(34, 1-8) che, nell’anno 195 a. C., una legge suntuaria (cioè sul lusso) che limitava l’uso di carrozze e ornamenti fu abolita di fronte alle energiche proteste delle signore ingioiellate.</p>
<p>Non vorremmo pensare che queste cupe descrizioni della repubblica romana debbano servire a giustificare poco nobili preoccupazioni per la privacy telefonica di ministri, sottosegretari e appaltatori della “cricca”… </p>
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		<title>Chi ha paura delle formule? #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 May 2010 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura e scienza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani [finita è la festa indiana; qualche evento programmato per ieri pomeriggio è saltato perché ci eravamo fatti prendere la mano dall’entusiasmo e avevamo messo troppa carne al fuoco. Niente di male. Qui vi propino qualcosa di quello che avrei voluto dire nella chiacchierata prevista nel pomeriggio con Chiara Valerio su scienza e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/titolivio.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-35016" title="Tito Livio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/titolivio.jpg" alt="" width="250" height="176" /></a></p>
<p>[<em>finita è la festa indiana; qualche evento programmato per ieri pomeriggio è saltato perché ci eravamo fatti prendere la mano dall’entusiasmo e avevamo messo troppa carne al fuoco. Niente di male. Qui vi propino qualcosa di quello che avrei voluto dire nella chiacchierata prevista nel pomeriggio con Chiara Valerio su scienza e letteratura. a.s.</em>]</p>
<p style="text-align: center;">In testa a tutto io metto questa frase, che traggo dal <em>Brusio della lingua</em> di Roland Barthes che già <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/04/02/il-brusio-della-lingua/">qui</a> ho ampiamente citato ed elogiato:</p>
<p style="text-align: center;">
<strong>Tra la scienza e la letteratura esiste infine un terzo margine che la scienza deve riconquistare: quello del piacere</strong>.</p>
<p>Voi che non praticate le cosiddette scienza esatte, cosa pensate quando vedete scritta sulla carta una formula matematica?<br />
Il <em>primo</em> pensiero sarà forse di rigetto, andrà a ricordi di scuola, complicazioni, cose per specialisti, scritture criptiche inventate per comunicare dei segreti che non si vuole diventino troppo condivisi, strumenti di un sapere iniziatico, astrusità, enigmi, cabale.  Comunque cose incomprensibili: “Ah, io di matematica non ho mai capito niente”.<br />
Anche se pensate così, sarebbe molto bello che il vostro <em>secondo</em> pensiero non fosse quello di ritirarsi e rinunciare per sempre a capire questi enigmi, ma fosse invece quello di poter distruggere la loro natura di enigmi. Una bella opzione di onnipotenza: « io posso distruggere la loro natura di enigmi ». Se un enigma diventa noto a tutti allora non è più un enigma, perde la sua natura, diventa una banalità che san tutti, un segreto di Pulcinella. Se questo pensiero vi sfiora o addirittura vi abita, dategli spazio, è un ottimo segnale. Si può proseguire, si possono immaginare analogie.<span id="more-35015"></span></p>
<p>Se non conosceste la lingua nella quale questo post è scritto, le sue pagine sarebbero per voi completamente misteriose, perfino strane, con tutti quei segnetti messi in fila e magari qualche figura altrettanto strana, e così certo appaiono ad un cinese anche assai colto che ignori l’alfabeto latino. Ma se invece siete dei parlanti nativi di questa lingua, se l’avete succhiata con il latte materno e ha formato il veicolo della vostra entrata nel mondo, o se anche non l’avete succhiata col latte materno ma <em>l’avete imparata poi</em>, tutti i segnetti diventano miracolosamente portatori di significato, fanno risuonare qualcosa nella vostra testa, i segnetti t-e-s-t-a messi assieme alludono, ne siete sicuri, a quella parte del vostro corpo, così come di quello di tutti i vostri simili, nella quale “sentite” agitarsi tanti processi, che chiamate emozioni, ragionamenti e via dicendo, tutti nomi a loro volta appartenenti a questa stessa lingua.</p>
<p>Se non avete mai studiato musica e guardate uno spartito, provate la stessa sensazione di completa estraneità, mentre anche qui, se qualcuno vi ha invece messo a parte di quest’altro codice, di questo nuovo modo di tradurre segnetti in cose che fanno risuonare la vostra testa, allora lo spartito di nuovo acquista vita, ne carpite i segreti, che più tali non sono, esso rimanda anzi a una successione di suoni dei quali potrete innamorarvi o che potrete rifiutare, ma certamente avrà perso la sua natura di enigma. Perché è stato inventato questo codice? Perché sarebbe stato molto complicato usare le parole del linguaggio naturale per descrivere una melodia: ad esempio, si cominci con la nota, chiamata do3, corrispondente a tot vibrazioni al secondo di una corda metallica, poi si suoni la nota che ha i 9/8 della sua frequenza e poi… e poi…  . Certamente infattibile.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/spartito_chopin_notturno_opera_15_nr_3_1.gif"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-35017" title="spartito_chopin_notturno_opera_15_nr_3_1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/spartito_chopin_notturno_opera_15_nr_3_1.gif" alt="" width="384" height="122" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/spartito_chopin_notturno_opera_15_nr_3_1.gif 384w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/spartito_chopin_notturno_opera_15_nr_3_1-300x95.gif 300w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" /></a><br />
È stato necessario inventare dei simboli per quelle note, un modo per scriverle, usando l’altezza rispetto ad un rigo fatto di cinque linee parallele orizzontali come simbolo del valore della sua frequenza, e poi codificare le pause tra le note, la durata di ognuna di esse, il ritmo da seguire, eccetera, eccetera.</p>
<p><strong>&#8230; formule &#8230; formule:</strong></p>
<p>Che cosa hanno in comune una Ferrari e il censimento della popolazione nell’antica Roma? Non molto, sembrerebbe, salvo che c’è una stessa parola che è implicata in entrambe. Nell’antica Roma, due millenni prima dell’epoca delle Ferrari, Tito Livio, storico di età augustea, scrisse un’opera immensa, cui si conviene di dare il titolo <em>Ab urbe condita</em> – dalla fondazione della <em>città–per–eccellenza</em> – un’opera che in 142 libri ripercorreva, con partecipazione e devozione intense per le sorti di Roma, la sua storia dalla fondazione all’inizio dell’impero, il tempo di Augusto. Mentre narra degli avvenimenti – in tempo di pace – della repubblica, Livio ha occasione di segnalare l’origine di un istituto importante nella storia di Roma, quello della censura che non designa, in quest’epoca, quel che oggi normalmente s’intende con questa parola (anche se non ne è poi così lontana, e forse tutto è cominciato da qui …), ma l’operazione di <em>censire</em> la popolazione, e censire significa, così ci racconta Livio, qualcosa di più che semplicemente contare e sapere nomi e domicili dei cittadini:</p>
<p style="padding-left: 60px;">«<em>In questo medesimo anno ebbe principio la censura, istituto che ebbe piccolo esordio, ma che acquistò di poi sì grande incremento. Ché il regolamento dei costumi e della disciplina Romana fu nelle mani del nuovo magistrato, ed il Senato e le centurie dei cavalieri ebbero il discernimento del loro onore o disonore in suo potere; e l’ispezione dei luoghi pubblici e privati, le rendite del popolo romano, furono al suo cenno ed arbitrio.</em>» </p>
<p>Dunque un censimento non proprio neutrale, a quanto dice Livio: il potere del magistrato sembra andare oltre la mera registrazione dei cittadini; ma poiché, continua Livio, mentre diventava urgente eseguire questa operazione, i consoli avevano altre faccende più importanti da seguire,</p>
<p style="padding-left: 60px;">«<em>fu presentata al Senato una memoria, nella quale si faceva presente che quella operazione, faticosa e poco consolare, aveva bisogno di un magistrato speciale, dal quale dipendessero gli scribi, i custodi e la cura dei registri, e che regolasse a suo modo la formula del censimento</em> [cui arbitrium formulæ censendi subiceretur]» </p>
<p>È proprio la parola latina <em>formula</em>, diminutivo di <em>forma</em> ma con un evidente slittamento di significato,» che fa la sua comparsa, nel senso di insieme di regole enunciate (stavo per scrivere “formulate”) con precisione, da seguire nell’esecuzione del censimento. Insieme di regole, dunque, purché ben precisate e non soggette ad ambiguità; prescrizioni chiare e distinte.</p>
<p>E la Ferrari non è, forse, per antonomasia, una macchina di “formula 1”? Anche qui la stessa parola, e usata, si noti, in un senso molto simile: l’insieme di regole cui è soggetta una certa categoria di automobili per poter partecipare a un ben preciso tipo di gare.<br />
E poi c’è la formula di governo, un insieme di regole, frutto di delicati equilibri ed alchimie, dalle quali è costituita quella che l’orrido politichese chiama “la compagine ministeriale”. O la formula, spesso riservata, di una crema di bellezza, le regole ferree – e commercialmente segrete – con le quali deve essere composta quella crema, per poter avere quel marchio e quel nome.<br />
Su questa strada ci si avvicina ovviamente alla formula chimica di un composto, quell’insieme di simboli, che funzionano secondo precise regole internazionalmente stabilite – N sta per azoto, C per carbonio, Sb per antimonio, ecc. – e che vanno combinati in modo da esprimere esattamente quali elementi e in quali proporzioni formano il dato composto;<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/diamante-e-grafite.gif"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-35018" title="diamante e grafite" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/diamante-e-grafite.gif" alt="" width="640" height="350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/diamante-e-grafite.gif 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/diamante-e-grafite-300x164.gif 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a><br />
<em>H2O</em>, la formula dell’acqua, ci dà una informazione precisa su quali siano i costituenti elementari dell’acqua: ogni molecola, minima quantità d’acqua che ne conserva le proprietà, è costruita con due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. Non è naturalmente una informazione ancora completa su come l’acqua è fatta (problematica in verità non facilissima neppure per i chimici provetti), però fornisce una informazione precisa, per quanto parziale, su un aspetto dell’acqua.<br />
Fino ad arrivare alla formula fisica, o, in cima alla scala, alla formula matematica.</p>
<p>La matematica e tutto quanto le sta attorno, di formale, di iniziatico, di cabalistico, non è che un altro codice che è stato inventato per far fronte ad altre necessità. A cominciare da due: la necessità di contare, da una parte, e quella di misurare la terra dall’altra. Ma, si obietterà, da queste esigenze elementari – che risalgono alle antiche civiltà di cui si ha qualche documento – al castello gigantesco della matematica e della fisica contemporanea, c’è un vero abisso. Non riesco certo qui a rispondere brevemente alla domanda che chiede come ha potuto complicarsi in un modo così profondo un tale codice, risposta che richiederebbe un mucchio di analisi storiche specialistiche, però posso far notare, eseguendo un po’ una mossa di lato, come una delle espressioni più naturali e vitali della cultura umana, la <strong>letteratura</strong>, ha fatto i conti (metafora certamente adatta a questo scopo) con la matematica. In vari modi, un po’ ignorandola, un po’ esorcizzandola, o ammirandola da lontano, o trattandola con leggerezza e allegria. Un modo è quello di Hermann Broch che nel romanzo  <em>L’incognita</em> scrive:</p>
<p style="padding-left: 60px;">«<em>Vede, –  disse Kapperbrunn – la matematica è una sorta di atto disperato dello spirito umano… in sé e per sé non ci serve per niente, ma è una specie di isola dell’onestà, e per questo le voglio bene</em>.»</p>
<p>Un altro è quello che usa Penelope Fitzgerald, quando, nel suo romanzo <em>Il fiore azzurro</em> nel quale ricostruisce la vita di Friedrich von Hardenberg, alias Novalis, fa dire ad uno dei suoi personaggi:</p>
<p style="padding-left: 60px;">«<em>l’algebra, come il laudano, attutisce il dolore</em>» </p>
<p>E un altro ancora è quello contenuto nel secondo dei <em>Canti di Maldoror</em>, stupefacente scritto del conte di Lautréamont, pseudonimo di Isidore-Lucien Ducasse, maledetto tra gli scrittori maledetti della seconda metà dell’Ottocento francese:</p>
<p style="padding-left: 60px;">«<em>O matematiche severe, non vi ho dimenticate da quando le vostre sapienti lezioni, più dolci del miele, filtrarono dentro il mio cuore come un’onda rinfrescante. Istintivamente aspiravo, fin dalla culla, a bere alla vostra fonte, più antica del sole, e ancora continuo a calcare il vestibolo sacro del vostro tempio solenne, io, il più fedele tra i vostri iniziati. C’era del vago nella mia mente, un non so che, spesso come il fumo; ma io seppi valicare religiosamente i gradini che portano al vostro altare, e voi avete dissipato questo velo oscuro, come il vento scaccia la procellaria. Al suo posto voi avete messo un’estrema freddezza, una prudenza consumata e una logica implacabile</em>.» </p>
<p>Nella prossima puntata un discorso più centrato sulla matematica e le sue formule.</p>
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