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	<title>Tito Sdralevich &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Metro quadrato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2023 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Spagnol]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[Tito Sdralevich]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giulio Spagnol</strong> <br /> Se c’è una cosa che amo fare di notte, da quando lo spazio ha cominciato a restringersi, è infilare la faccia tra i seni di Justine]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giulio Spagnol</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-101025" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/Giovanni_Battista_Piranesi_-_Carceri._Folder_7_-_Google_Art_Project-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/Giovanni_Battista_Piranesi_-_Carceri._Folder_7_-_Google_Art_Project-222x300.jpg 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/Giovanni_Battista_Piranesi_-_Carceri._Folder_7_-_Google_Art_Project-756x1024.jpg 756w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/Giovanni_Battista_Piranesi_-_Carceri._Folder_7_-_Google_Art_Project-768x1040.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/Giovanni_Battista_Piranesi_-_Carceri._Folder_7_-_Google_Art_Project-150x203.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/Giovanni_Battista_Piranesi_-_Carceri._Folder_7_-_Google_Art_Project-300x406.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/Giovanni_Battista_Piranesi_-_Carceri._Folder_7_-_Google_Art_Project-696x942.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/Giovanni_Battista_Piranesi_-_Carceri._Folder_7_-_Google_Art_Project-310x420.jpg 310w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/Giovanni_Battista_Piranesi_-_Carceri._Folder_7_-_Google_Art_Project.jpg 800w" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" /></p>
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<p><strong><em>   </em></strong>Se c’è una cosa che amo fare di notte, da quando lo spazio ha cominciato a restringersi, è infilare la faccia tra i seni di Justine. Ficcarmi in quello spazio come un aereo abbattuto nel suo hangar e tremare davanti a quello che mi aspetta. Le stringhe e le cravatte, l’alito Marlboro Gold del mio capo, i muscoli tesi del levriero accucciato sotto la sua scrivania. Il ragazzino che suona il violino in metropolitana indossa un paio di scarpe a strappo equipaggiate con luci e suoni, il cartello che ha appeso al collo è scritto male, c’è scritto <em>ho fame vi prego aiudademi</em>. Le riunioni su Zoom, lo smegma burocratico che si accumula in ogni intercapedine cerebrale, il filo interdentale mentolato espandibile, l’ematoma di unto sulle pareti del microonde in ufficio. Tutti piccoli inciampi quotidiani che – va detto – mi sono cercato, che rientrano nella clausola stipulata con la provvidenza, in difesa della vita che sto costruendo con Justine, e che quindi sono disposto a tollerare. O almeno lo ero. Bene. Che senso ha tutto questo, se adesso riesco a malapena a sfiorarle le labbra?</p>
<p>Il primo attacco fu mentre mi lavavo i denti, prima di andare al lavoro. Justine era già uscita. Alzavo il braccio dal lavandino e niente: arrivato più o meno all’altezza della spalla sbattevo contro una superficie curva e liscia. Provai a picchiettarci sopra: non registrai il tipico «toc» da nocche VS finestra; questo era più ovattato, più il rumore che fa una moneta quando cade sopra un tappeto. Seguii la superficie con il palmo della mano: mi curvava sopra le spalle e cominciava a restringersi all’altezza del mento e sopra la testa diventava così stretta da lasciare giusto lo spazio per infilarci un pugno; superata la testa la curvatura si chiudeva, scendendo verso terra. Scalciai e picchiettai in tutte le direzioni, mi accucciai e misurai il diametro della circonferenza a terra: più o meno quattro Adidas e mezza – io porto il quarantaquattro. Tentai di trapassarmi il palmo della mano con un dito, quando sogni puoi farlo. L’indice si piegò sulla linea della vita, a parte quello, niente. Mi rannicchiai i posizione fetale, la testa piegata sullo sterno, le ginocchia raccolte tra le mani: l’unica posizione concessami, oltre allo stare in piedi, così mi verrà un mal di schiena in tre, due, uno. Dopo dieci minuti buoni di picchettamenti, lasciai perdere. Senza volerlo mi addormentai – sognai uno spazio di Hilbert, una prateria ortogonale bianca e verde, piastrellata da cellette Excel. Mi svegliò la vibrazione del cellulare sul tavolino da caffè, era Justine. Voleva sapere dove diavolo mi fossi cacciato. Lei sta a sole cinque fermate dal mio ufficio. Siccome la sera lavoriamo sempre fino a tardi, cerchiamo di vederci in pausa pranzo. Senza neanche accorgermene, mi alzai e risposi. Come lo spazio si era ristretto, così mi aveva rilasciato. Il telefono del lavoro non ebbi neanche il coraggio di controllarlo, sicuro che si fosse fuso dal numero di mail e messaggi, o che mi sarebbe esploso in mano, mutilandomi.</p>
<p>E dire che le cose non andavano male per niente. In ufficio, il mese scorso, è arrivato il risultato delle mie analisi sull’amigdala di tre macachi (mi hanno assunto per questo). Ho fatto una elegante presentazione PowerPoint: asterischi, modelli lineari, distribuzioni a campana. Tutto in carattere Garamond giustificato al centro: un vezzo, questo, che mi porto dietro dagli anni del dottorato. A quanto pare, il canale ionico che ho messo a punto per la nuova crema brevettata del <em>Nocciolone bum-bum</em> ha un sito di legame in più per l’acetilcolina rispetto al precedente. Questa piccola alterazione della subunità proteica, del tutto irrilevante da un punto di vista strutturale, conferisce una caratteristica atipica ai nostri prodotti: li rende irresistibili. E “con nostri prodotti” intendo tutti. Dai <em>Malandrini Latini</em>, ai <em>Cioccopeccati-Capitali</em>, dai <em>Noccioloni Ghiandolari</em>, agli <em>Sbrodoloni al Maraschino</em>. E con “irresistibili” non dico per modo di dire. No. Non nel senso <em>mamma che buoni non riesco a smettere</em> che dicono i bambini rosa nelle pubblicità. N-o. “Irresistibili” nell’accezione letterale del termine. Mi ricordo di aver fatto una pausa per far sedimentare la neve in quelle teste a palla di vetro del board. Segue un brusio elettrico. Sento i loro neuroni metabolizzare le informazioni, sincronizzati su frequenze altissime; nella boscaglia cerebrale, le arterie pompano sangue ossigenato e glucosio: un brusio neurale, rumore grigio, un alveare che si prepara alla guerra con un’arnia vicina. Poi cala il silenzio. Il mio capo è il primo a parlare. Sbiascica qualcosa del tipo «fammi capire, ci stai dicendo che…» Proprio così, lo interrompo, sto proprio dicendo così. I nostri nocciolati sono sul punto di diventare universali come il tabagismo, compulsivi come la masturbazione e lo shopping. Stanno per essere ovunque e per sempre. Finché ci saranno mandibole, finché ci saranno i consumi e le economie di scala. Capillari come le nevrosi, le fantasticherie romantiche, i video su TikTok e il senso di colpa. Sì. Ingollane uno e sei spacciato. Kaputt. Trafitto da una scarica elettrica. Non potrai far altro che sbafarti la scatola in piedi, inchiodato al suolo, o in posizione fetale, rannicchiato sul tappetto mentre ti lecchi via la crema dalle unghie. Divorerai una confezione dopo l’altra. Sviterai tutti i barattoli nella dispensa. Infilerai una tuta spugnosa e ti precipiterai alla Lidl a comprarne sei scatole; te ne scorpaccerai una nel parcheggio con il motore acceso. E così via, andrai avanti così, in teoria per sempre, in pratica finché la tua ragazza o tua moglie non ti prenderà a sberle. Allora (forse) ti fermerai per un giorno o due. Per poi ricominciare. E se vivi da solo? Be’, se vivi da solo, allora tanti auguri: ti fermerai quando ti verrà la gastrite, o una colite ulcerosa. Tutte le bocche davanti a me si spalancano abbastanza da poterci nidificare dentro. La mia rivelazione impatta il board sotto forma di onda e di particella. Trafigge le menti e le spazza via. Gli amministratori delegati cominciano a radiare un alone dorato. Il presidente per poco non si strozza; il sigaro gli cade in una tazza con stampato sopra una battuta sul weekend. Il mio capo fluttua fuori dalla stanza – il sorriso è postcoitale. Solo un avvocatuccio in un angolo, mezzo ammuffito e con gli occhi tuorlacei, rimane impassibile; bisbiglia in un orecchio a qualcuno che, forse, sarebbe il caso di mettere un bollino di avvertimento, tipo quelli sui pacchetti di sigarette o sui farmaci dopanti, sul nandrolone. Viene sommerso di fischi: gli dicono di stare zitto; gli danno del pollo agglutinato, pasta scotta, vecchio coglione. Le agenzie di neuromarketing sono così; non un posto per chi ha le coronarie di vetro o una coscienza paffuta. Vengo trascinato fuori di peso, sommerso da pacche sulle spalle, fatto girare sulla sedia e avvolto nella carta igienica. Il giorno dopo mi arriva una mail: mi comunica un discreto aumento.</p>
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<p>Per festeggiare, ho portato Justine al ristorante. Justine sfiletta lo sgombro come un cardiochirurgo: con i denti della forchetta estrae una lisca alla volta e la impila al bordo del piatto. Non approva il mio lavoro: troppo caotico, sostiene; sempre sulla scorza del blackout nervoso. Bombardato da remainders, calendari elettronici, brief, concept, strategy, payoff, head, sub-head, visuals, key-visual, videochiamate e pause caffè, sigarette, scrolling e masturbazione al gabinetto: impulsi audiovisivi senza massa né attrito che attraversano la corteccia al piccolo trotto, in cerchio e per ore. Sa pure che è per lei che ho accettato tutto questo, anche se no lo ammetterà mai.</p>
<p>Per lei non è così. Da quando ci siamo trasferiti, tiene un corso di panificazione Vajrayāna al carcere di Bollate-Boringhieri, alle porte di Milano. Un’azienda privata – che da poco si occupa anche di concentramento e detenzione –, un carcere nuovo. Con sedili dei water termoregolabili e sbarre anti-rosicchiamento in lega di carbonio e antibiotici. Lì, ogni mattina dalle 11 alle 13 e ogni pomeriggio dalle 15 alle 17, Justine insegna a patibolari in pigiama azzurro panificazione e meditazione analitica: pratiche a rapida retribuzione karmica. Lì, vicino alla lavanderia, in uno stanzone lungo e stretto come una bara, su tavoloni in legno illuminati da stretti tubi contenenti gas neon a bassa pressione e piegati a forma di infinito, insegna a cospargere ben bene il legno con la farina, a trattare l’impasto con delicatezza, a coccolarlo, come se fosse un cucciolotto, come se dovessero ricomporre tutti i crani che hanno fracassato con delle pinzette di cristallo. Mentre impastano, lei passa tra i banchi, dà buffetti a mascelle squadrate, incoraggia, sistema grembiuli e cuffiette. Soprattutto, insegna le posizioni e i gesti fondamentali. Con delicatezza, sfiora le dita tatuate dei patibolari e le intreccia nei gesti di protezione, della luce o del dono. Bisbiglia nei loro lobi mantra di guarigione; l’impasto lieviterà più facilmente, la ruota del dharma e della redenzione verrà messa in moto. Con voce materna, sussurra che devono trovare il coraggio di perdonarsi, che in sanscrito il concetto di senso di colpa non esiste nemmeno. Esistono solo aggregati materiali: aggregati di carne, di carbonio e di microplastiche, organici e inorganici, che sbattono e si aggrovigliano e si respingono uno con l’altro senza che noi ci possiamo fare un bel niente; di neuroni che radiano attività elettrica a frequenze medio-alte, più che altro alpha e gamma, che a loro volta radiano pensiero, fenomeni, immagini, odori, puzze, menta piperita, roba immateriale. Come lo fanno? Non si sa. Questa poltiglia elettrica, questo fumo azzurrognolo, siamo noi: coscienza. Dopo tre anni da traduttrice diplomatica e un master in psicoterapia rigenerativa Tantra Yoga, Justine, la mia ragazza, la persona per cui mi butterei su una pira per seguirla nell’altro mondo, è giunta alla conclusione che la nostra coscienza assomiglia vagamente al fumo di una Merit bianca slim. Davanti a una dose così condensata di realtà, i suoi carcerati di solito scoppiano a piangere. I suoi centauri, scippatori, assassini, strozzini, trafficanti, malfattori, matricidi, satiri, stupratori e tagliagole si sciolgono in vagiti e singhiozzi. È il momento tanto attesto. Justine lo chiama la “faglia nel ghiacciaio”, il segno che la terapia sta funzionando. È il momento di insistere. Da bravo vigile del fuoco, si prende un bestione tra le braccia e lo culla come un gattino alluvionato. Lui le lacrima sul petto: delicati cristalli di sale le si formano sul colletto della polo. Tutti gli altri carcerati smettono di impastare e scoppiano in un applauso sincopato. È un bel momento per tutti.</p>
<p>Io, comunque, a queste cose non ci credo granché, anche se – lo ammetto –, da quando ha mollato la carriera diplomatica, ha cambiato faccia. La pelle intorno alle labbra e sotto agli occhi si è fatta più luminosa, ha perso peso. Quando torna a casa e le tuffo le labbra tra i capelli, questi sanno di lievito madre e sapone di Marsiglia. La mattina mangia tre biscotti integrali e medita su un tappetino verde a forma di banconota da cento euro, arrotolata e in fiamme. È per distaccarsi meglio, dice. Io le dico che prima o poi si annoierà. Lei risponde che l’unico modo che ha trovato per essere felice è di ridurre il mondo a una pratica; non importa quale, basta che, mentre lo fai, fai solo quello. Imbrigliare il brusio di fondo in una matassa, filarlo, ridurlo a una fibra trasparente da legarsi al dito. Leggere un libro, friggere un uovo, praticare una fellatio: tutto per lei ha lo stesso peso e lo affronta con la stessa serietà. La felicità su questa terra? Se sfiletti uno sgombro, sfiletti uno sgombro. Tutto qui.</p>
<p>Il cameriere viene a rifornirci di panini al latte. Ha lo sguardo bovino, da zombie, da chi abusa di Vicodin; nel taschino della livrea riconosco una nostra barretta di <em>Mentolone Salivone</em> sgranocchiata a metà e tutta sbavata. Justine sfiletta. Lei sfiletta e io parlo. Lei spolpa e io inveisco. Lei disossa e io cerco di chiarire alcuni punti. La crema tartufata sui miei tagliolini è diventata una pellicola elastica e gommosa. Inveisco per punti. Tipo: questa epidemia di glucosio, questa nube zuccherata che sta per svuotarsi la vescica su di noi: sarà una catastrofe. Rigirerà ben bene il coltello nelle piaghe sociali. Come la mettiamo con l’adipe, i trapianti, l’obesità infantile, il deficit di attenzione, la sanità pubblica bullizzata dalle assicurazioni, il diabete mellito? E le carie ai molari? I maggiori esportatori di barbabietola da zucchero sono Brasile, Bolivia, Thailandia. Sarà ancora lecito chiamarlo “progresso”, se gli unici a beneficarne saranno gli igienisti dentali e i produttori di insulina? Insomma, e concludo, la vedo nera, piena di complicazioni, magagne. Mi sento in parte responsabile. Certo. Justine inarca un sopracciglio, con spirito garbato da archeologo osserva una lisca in controluce.</p>
<p>Scappo alla toilette; ho bisogno di acqua, aria, una sigaretta: tutte e tre le cose, possibilmente insieme; anche una andrebbe bene. Evito la scena Martin Scorsese, quella del gangster con il collettone a cui affiorano i primi rimorsi, quello che si prende a schiaffetti virili davanti allo specchio. Faccio per chiudermi in bagno, svitare il rilevatore e fumarmi una sigaretta, quando – <em>sdeng! </em>– sbatto il naso contro la cupola. Questa volta è più spaziosa: più o meno la circonferenza di un tubo in plastica espansa di un parco acquatico. Tasto la superficie: è fredda e liscia come una flûte di Champagne. Da qualche parte ho letto di una specie di mini-polipetto. Di quelli che vivono sul pavimento oceanico, a decine di chilometri di profondità. Quelli coi nomi che finiscono quasi tutti in -gaster, con gli occhietti gelidi morti e cattivi. Insomma, pare che uno di questi aborti gelatinosi vaghi per gli infiniti volumi oceanici disponendo solo di un minuscolo cervello, un pugnetto di gangli. E pare che, non appena trovi una roccia a cui ancorarsi, come prima cosa la digerisca, regredendo di fatto a vegetale. Tutto questo, ora, chiuso in questa gabbia, mi fa capire che presto impazzirò. Il nostro cervello, in fondo, si è sviluppato solo per farci muovere. <em>Makes sense</em>. Respiro a fatica, l’aria nella cupola è viziata, sotto-ossigenata. Se alla carenza di ossigeno si aggiunge un arricchimento di gas inerti (azoto, argon, elio), l’uomo passa dallo stato di inefficienza a quello di semi-incoscienza, poi allo svenimento e quindi alla morte. È stato bello, <em>adiós</em>. Goccioline di condensa mi piovono sul naso. Mi rannicchio sulle piastrelle del bagno, nel metro quadrato che mi è concesso. Sento che presto il cuore esploderà come una stella di neutroni. Buddha e Justine dicono che, per controllare la mente, prima devi controllare il corpo. Facile, se hai il sedere sotto un banano, o su un tappetino da yoga in microfibra di acacia. Sento un attacco di panico grande così affacciarsi alla valvola dell’esofago. Per seguirla ho rinunciato alla tenure track alla Columbia. Non è per niente banale. Provateci voi a dire “no” al Dean di neurophysiology della Columbia. Un fuscello di uomo, fistoloso e glabro, dal cranio fibulare e un completo color fuliggine. Provateci voi a mandare giù un Katz’s Pastrami Sandwich da 25.95$, schiarirvi la gola e dire «grazie Eitan, ma credo che l’accademia non faccia per me». A un premio Nobel dell’Upper West, uno con una targhetta d’oro imbullonata in una lastra di marmo alla Rockefeller Foundation. Justine era intern alle Nazioni Unite, passava le giornate al Palazzo di vetro, in un cubicolo di compensato con la moquette rosso vinaccia e l’aria condizionata. Seguiva il delegato francese in tutti i suoi meeting, prendeva appunti in Tailleur Hermès, su blocchi gialli in A4; appunti che nessuno avrebbe mai letto, che il giorno dopo sarebbero stati archiviati in un armadio a muro, o dimenticati su qualche scrivania, o gettati in un sacco nero da una messicana di Flatbush emersa dall’R Train, con una catenina d’oro e la voce di un predicatore nelle cuffiette di plastica. Io, nel frattempo, squartavo topi al dipartimento di neurofisiologia dell’NYU, a tre blocchi da lei. Li scalottavo e infilavo nel loro cervellino fili sottilissimi di argento e di tungsteno, elettrodi; li imbullonavo vivi a un tavolo ammortizzato ad aria compressa; li bombardavo di luci e di suoni; registravo impulsi elettrici, frequenze, campi magnetici, flussi ionici; programmavo i codici e analizzavo terabyte di dati neurali. Per nottate intere, nutrendomi solo di bagel, di cream cheese e salmone, di pollo e riso giallo halal a cinque dollari, solo al computer, rap italiano nelle cuffie – Club Dogo, Joe Cassano, vecchia scuola per malinconici stronzi, roba così. Il mio capo, un immigrato giordano tarchiato, peso welter, medaglia d’argento alle olimpiadi panarabiche, prodigio dell’optogenetica, diceva che avevo un buon intuito, che avrei potuto fare grandi scoperte. «Big stuff», diceva; roba tipo i geni che regolano l’autismo o una nuova classe di interneuroni. Forse, chissà. Finivo sempre tardi. Justine non faceva che aspettarmi: sotto l’orologio a Grand Central, al Sophie’s Cuban Cuisine davanti all’ospedale, alla lavanderia a gettoni la domenica mattina, mentre dormivo rannicchiato e vestito su un materasso sbattuto per terra nel mio monolocale. Prima di conoscerla, non sentivo l’esigenza di un letto vero e proprio: mi sembrava una perdita di tempo e comunque ero quasi sempre in laboratorio, a casa ci tornavo solo per dormire. La prima sera che venne a dormire da me, morivo dall’imbarazzo. Cominciai ad agitarmi già sul Queensboro Bridge, a dondolarmi sul sedile del taxi. Pensai a tutti gli insettini della notte che sarebbero usciti da ogni angolo strisciando le antenne; che si sarebbero arrampicati sul materasso ammuffito, con le lenzuola ingiallite, spermose; ai grumi di polvere vomitati un po’ dappertutto; alle piastrelle della vasca incrostate di capelli e pellicine; alle mutandine afflosciate accanto al ventilatore; stingere i suoi seni arrossati, sfiniti, nell’odore del gas e delle patate marce in frigo, un amplesso atteso e insperato, tra i calzini spaiati gettati sulla sedia, nella luce vitrea, fino al mattino. Lei non fece una piega. Come quando una sera le rovesciai due margarita ghiacciati nella borsa, uno dopo l’altro; come quando, sotto la doccia, le feci venire un infarto con lo stereo e la Goa Trance; come quando una notte, dopo appena due mesi, le venni dentro senza dire niente. È che a un certo punto il cervello di uno dei due fa <em>click</em> e di colpo lo sai. Come la fede, come una figura geometrica: sai che farai di tutto per far funzionare la cosa; lo senti, come gli elefanti che sanno dove andare a morire. Che tutto il sangue e il plasma reclutabili saranno trasfusi in questa storia, in questo nuovo apparato circolatorio: groviglio di arterie, ibrido, mostro di Frankenstein alimentato da due cuori. Sai che ci dilapiderai sopra ogni particella di ATP, ogni neurotrasmettitore che hai in corpo, pregando che anche l’altro faccia la sua parte e ti incontri a metà strada, o almeno a una mezz’oretta dall’arrivo. A me è successo un sabato notte, vicino a casa, davanti a un camioncino di fajitas sulla 43rd St e 34th Ave – combinazione, questa, che mandava sempre in tilt i tassisti – all’uscita della metro di Steinway, Astoria, Queens, New York, America del Nord, mentre Justine, con la bocca piena di cubetti di pollo, mi allungava un tubo di senape color senape.</p>
<p>La porta si apre e io mi sento sollevare per un braccio: è il cameriere dallo sguardo tonnato, entrato per salvarmi, o per farsi una riga, o per sgranocchiare di nascosto un’altra barretta di <em>Gommosetti Adenoidali</em>, fa lo stesso. L’importante è che infrange la cupola. A dire il vero ci cammina proprio attraverso e mi tira su. «Tutto bene, signore? È scivolato sulle piastrelle?». Bofonchio un ringraziamento e torno al tavolo. I collant elettrostatici di Justine mi sfiorano la caviglia in un sibilo elettrico. Mi chiede se va tutto bene e io le rispondo di sì. Mi guardo intorno. Il brusio nel ristorante è ovattato. Quel tipo di lusso architettato per darti l’illusione che la morte possa essere efficacemente mandata a farsi fottere; un’eleganza troppo ovattata per pensare che il nulla sia davvero un’ipotesi credibile, qualcosa per cui valga la pena di preoccuparsi. Il centrotavola è luminoso. La tovaglia è candida, di un bianco fosforescente, eterno. La pila di lische sul piatto di Justine è a forma di totem.</p>
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<p>Dall’attacco al ristorante ne seguono altri, notturni. Di colpo mi sveglio e a malapena riesco a muovere la testa o le dita. Passo le ore a roteare le pupille in senso orario, a dare una forma alla libreria, ai vestiti sulla sedia, al cassettone: volumi scuri e scontornati che si scompongono su uno sfondo limbo. Proiettate sulla parete in fondo al cranio, scorrono in post-produzione le immagini della corteccia visiva. Immagini ad alta definizione; montate in ordine semi-random: prigioni, bare, scatolette di tonno minuscole, pareti unte viscide e ripide. Sintagmi minimi. Roba tipo: piccolo, fragile, destinato a morire, solo.</p>
<p>Sento i seni di Justine alzarsi regolarmente nel letto di fianco. Da qualche settimana non dormiamo più insieme. Dice che non capisce cosa sta succedendo, che non parlo, che se non può fidarsi di me allor… Insomma, le solite cose. Penso al giorno in cui gli attacchi svaniranno. Al giorno in cui li sentirò di nuovo, tiepidi, sfiorarmi la guancia.</p>
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<p>Se non fosse successo di nuovo, avrei stretto ti denti. Avrei continuato così: trincerato nel mio mutismo, nei “sono bloccato nel traffico, cominciate pure senza di me”. Se la settimana scorsa non mi fossero venuti cinque attacchi in cinque giorni consecutivi sarei stato zitto. Se ieri non mi fossi immobilizzato proprio in mezzo alla porta a vetri della Coop creando una viscosa girandola di insulti, di signore in pelliccia, di buste della spesa gialle in plastica, strabordanti di dolci e dolcetti, di <em>Goccioloni Mascalzoni</em> e <em>Alì Babà</em>, sarei andato avanti così; se le guardie giurate dopo svariati “mi scusi, signore” non mi avessero caricato di peso e scaricato dolcemente – come una madre che ti mette a letto – sul marciapiede, nella fessura tra una Polo e una Panda, mi sarei ostinato a non dire nulla. Se Justine non si fosse precipitata, se non mi avesse caricato su un taxi e inondato di lacrime e di insulti, se quella sera non fosse andata a dormire da un’amica, me lo sarei tenuto per me. Steso sul marciapiede, tra le cartacce dorate, mentre il cappotto si imbeveva di rivoli salivari, le nuvole caliginose si squarciarono. Pensai logicamente che tutto fosse illogico. La rigorosa conseguenza fu una targa d’ottone in via Serrano, anzi no, scusate, in via Plinio. Un medico che mi auscultò la schiena e il torace mi fece fare <em>aaaaahh </em>e <em>ooohhhh</em>, mi picchettò tutto come uno xilofono e fece un gioco di parole scontato sul mio nome. Mi mise a sedere e mi chiese «allora senta, mi dice lei cosa c’è che non va?». Gli spiegai che in quel preciso istante mi sentivo bene, e che prima avrei dovuto aspettare un attacco. Che purtroppo erano alquanto imprevedibili. Provai a mimargli il problema rannicchiandomi sul lettino. Come per venirmi incontro, il medico cominciò a pizzicare l’aria intorno a me con fare divertito. «Dunque, vediamo… le fa male qui? Oppure quassù?». Gli dissi che non c’era niente da ridere. Per tutta risposta mi girò su un fianco e, strisciando uno stecco sulla pianta del piede, evocò i miei riflessi cutanei plantari; cercava risposte anomale: segni di Babinski, lesioni al tratto corticospinale.</p>
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<p>Oggi Justine se ne è andata. Così, all’improvviso e senza dire granché. È appena salita in camera, ha svuotato metà dell’armadio e sventrato i cassetti. Io ero seduto sul bordo del letto e mi infilavo i calzini. Mi stavo giusto chiedendo se fosse il caso di chiamare la sua amica per avere notizie. Ha accumulato calze, mutandine, gonne, leggings da aerobica e maglioni in due piramidi cangianti. Ha infilato il tutto in tre sacchi neri della spazzatura. Il materassino da yoga e le campane tibetane, che non ci stavano, sono stati presi e poco spiritualmente lanciati giù dalle scale. Le campane sui gradini hanno fatto <em>deng deneg deeeeng trtrtrtrtrtrrrrr</em>. Ha anche pronunciato parole che adesso non mi ricordo bene. Niente di nuovo, comunque: c’entrava con l’incomunicabilità, la delusione, la paura dell’abbandono. Non mi ha mai guardato negli occhi. Avrei voluto correrle dietro, precipitarmi giù dalle scale e afferrarla per i fianchi come Bogart, o per i capelli, come nei nostri amplessi, o inciampare e inglobarla nel mio turbine ruzzolatorio, come Paperino; effettuare una morbida planata da ultraleggero e atterrare sul tappeto e sulle sue labbra. Ma non riuscivo a muovermi. La cappa, stavolta, aveva assunto la forma esatta del mio corpo e vi aderiva sopra come a un Cristo velato. Non riuscii nemmeno a muovere le labbra per dire “aspetta!”. Avrei voluto inseguirla per le strade, correrle dietro in uno di quei pomeriggi grandiosi e cupi, tipici di Milano: banchi di nebbia che vanno e vengono tra le strade e i tetti della città sciogliendosi in fili di bava, fragranti come l’odore di cucina, che prendono in bocca i comignoli in una morbida fellatio a cielo aperto. Nelle varie stazioni della metro, dei bus e dei treni, un esercito di zombie in tessuti tecnici si trascina per la città con il passo pesante dei carcerati, rosicchia torroni, barrette e bon-bon; si litiga chiavi di zucchero e nuvole di cioccolato; si accapiglia per vermi elastici, caramelle-uovo, alla banana e al melone, ingoia pugni di orsetti gommosi, rotelle di liquirizia e spaghetti frizzanti. Sui palazzi sono apparse scritte e graffiti color rosso amarena: IL POPOLO DELLA BIOSINTESI NON PUÒ ESSERE SCONFITTO. Una folla di sonnambuli che ciondola per le strade e le piazze. Che entra ed esce dai negozi e dai bar, abbacinata dal sonno e dal glucosio. Che fa lo slalom tra il grigio dei piccioni e il bianco latte degli sputi sui marciapiedi. Che si muove in centro tra sacchi dell’immondizia impilati come torri medievali, lungo stradine secondarie che sfociano in arterie intasate di traffico, muovendosi in branco, a flussi compatti o alternati. Il tutto sovrastato dall’ immensa nube gassosa. Quella nebbia. Quella nebbia che si infila in tutti gli interstizi, in tutti i buchi più neri, negli sfinteri dei camini e nelle fessure dei tombini. Che è molto di più. Molto di più che una flatulenza industriale. Ma un organismo pulsante; una lingua che non ne ha mai abbastanza; un sogno febbricitante, che non fa altro che leccare, salivare, e spandersi sulla pelle della città – forse l’ultima avvisaglia della sera che incombe. O un mandala che sboccia nella mente e per me, a letto, nel mio involucro di domopak. Significa riposo. Riposo e consolazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>( n.b.: modificato su richiesta dell&#8217;autore il 9/9/23)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Un gatto silvestro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/09/14/un-gatto-silvestro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Sep 2022 05:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Spagnol]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[Tito Sdralevich]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giulio Spagnol</strong> <br /> Finalmente ho chiesto a J**** di uscire: ha accettato subito! Va detto che non è stata una mia idea: me l’ha imposto un Gatto Silvestro.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giulio Spagnol</strong></p>
<p>Finalmente ho chiesto a J**** di uscire: ha accettato subito! Va detto che non è stata una mia idea: me l’ha imposto un Gatto Silvestro. Ma tant’è. Mi alzo tardi, pioggerella estiva, temperatura uterina; sbuffo, prendo la metro e sbuco a Porta Genova. Non mi va di bagnarmi. Entro da Alice Pizza; le cameriere si stiracchiano dietro il bancone, hanno tutte un’aria da gattini assonnati e occhi grandi come piattini da the. Ordino un <em>cafè con</em> <em>leche</em>, mi comunicano che da Alice Pizza servono solo tranci di pizza. Insisto, ci accordiamo per una margherita e un caffè americano. In strada le persone camminano veloci, come se corressero incontro al proprio patibolo: ogni giorno nella cerchia urbana almeno un tizio si schianta in motorino perché si è girato a guardare una modella di Gucci. Immagino un patibolo eretto in piazza affari: è costruito con stuzzicadenti e cannucce da cocktail; appesi al cappio sbatacchiano i cadaveri di dodici agenti immobiliari in completo gessato; vengono portati via da una carrozza trainata da cinque TMAX opachi neri, la piazza è deserta, nessuno li piange, nessuno qui ha tempo per il mio spleen in salsa guacamole. Conclusioni: 1) questa città non mi merita; 2) sopravvivere qui è come strappare qualcosa dalle grinfie del nulla; 3) in realtà sono proprio uno stronzo. Pago, saluto, carta nella carta, umido nell’umido, esco. Gironzolo per la fiera di Sinigaglia sull’Alzaia del Naviglio Grande. Ha smesso di piovere. Noto una bancarella mandata avanti senza zelo né passione da un trittico padre-madre-bambina. Mi avvicino alla bancarella. Il padre e la madre litigano dietro a una vecchia Fiat Doblò con la vernice bianca scrostata qua e là. I loro <em>dreadlocks</em>, accrocchiati a piramide, sbucano oltre la capotta della macchina; hanno sfumature variopinte: giallo Marte, terra di Siena. Da dietro la macchina piovono espressioni come “la tua parte”, “la bambina”, “questa merda di vita”. La bambina sta alla cassa (una sedia di plastica sormontata da un registratore Anker 1948). Indossa un costumino da bagno giallo ocra, ha gli occhi duri da serpente e i capelli nero-Sofocle, nelle mani regge un Game Boy Color; da bambino, in spiaggia, devo essermi innamorato di una così. Ispeziono la mercanzia: pipe di vetro, orecchini, anellini da mani, anellini da piedi, spillette della Jamaica, una maglietta nera con su scritto “Un uomo senza pancia è come un cielo senza stelle”. In una cesta di dadi trovo un solido convesso, di densità uniforme: sembra il guscio di una tartaruga. Lo appoggio sul banchetto; il guscio comincia a vibrare e dondolare come un Ercolino sempre in piedi.</p>
<p>«E questo che diavolo è?».</p>
<p>La bambina mi risponde senza staccare gli occhi dal Game Boy.</p>
<p>«Oh quello? È un Gatto Silvestro, signore; mi sa che ne è rimasto solo uno».</p>
<p>«Fandonie!».</p>
<p>«Glielo giuro su quello che vuole».</p>
<p>«E a che cosa serve?».</p>
<p>La bambina sembra molto presa dal suo gioco.</p>
<p>«E quanto costa?»</p>
<p>«Costa come gli altri dadi nella cesta».</p>
<p>«Va bene, ma siamo sicuri che…»</p>
<p>«Ehi signore! Non mi starà mica dando della bugiarda?!».</p>
<p>«Ma no. È che mi sembra un po’ strano che…»</p>
<p>«Senta, se vuole chiamo mio padre, ma glielo sconsiglio, che mi sembra molto impegnato a litigare e non vorrei che poi le rompe il muso».</p>
<p>Mi avvicino alla bambina e le sussurro nell’orecchio – la gente mi guarda male.</p>
<p>«Certo, piccola cara, ma non è che magari si chiama Tlön o Uqbar o Orbis Tertius? O, chessò, qualcosa di più appropriato alla circostanza, di più nobile… vedi…, qualcosa che non rovini tutto l’insieme, ecco».</p>
<p>La bambina esegue una scrollatina di spalle.</p>
<p>«Cosa vuole che le dica? Una sera ci giocavo e mi sono addormentata, ho sognato Gatto Silvestro alla guida di un pullman di turisti tedeschi, il pullman passava sopra un covo di vipere, i piccoli di vipera, le mamme vipera e i padri di vipera si fondevano in un’unica vipera dalle mille teste e mi inseguivano, ma io mi salvavo chiedendo asilo politico al re dell’Ohio. Le basta come spiegazione?»</p>
<p>«Hai un sacchettino?»</p>
<p>«No».</p>
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<p>*        *        *</p>
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<p>Ho conosciuto J**** nella biblioteca di filosofia. Lavora al banco mentre prepara gli esami di filologia romanza. Ha sempre un libro in grembo e, quando è seduta, tiene le gambe abbastanza aperte; può concedersi il lusso di portare gonne corte abbinate a magliette da ragazzino delle medie; ha i capelli neri lisci e al vertice delle labbra che sembrano intagliat… insomma, le solite cose. È anche molto consapevole di sé stessa, perlomeno nello spazio: tutti i suoi movimenti sembrano stati messi a punto da un orologiaio, o dal tizio che si occupava dei giochi d’acqua a Versailles. Da come sorride ai ragazzi che restituiscono timore e tremore, mi sembra che disponga di un intero arsenale: ghigni, smorfie, paresi facciali, sghignazzi, moine, svenevolezze. Ingegnose tattiche di guerriglia sentimentali per stupire e scoraggiare. A casa controllo su internet cosa diavolo significhi J***. Be’ insomma, per farla semplice: in un lineare episodio nel libro dei Giudici si narra di Sisera (giovane generale del re Iabin, sovrano dei Cananei, figlio del re Ioacaz e di una ninfa di buona famiglia) che disponeva di un temibile esercito di novecento carri da guerra e, controllando il territorio del Carmelo fino al lago di Galilea, opprimeva gli Israeliti. Il guappo Sisara venne sgominato dal re Barac (figlio di Abinoam, il cui nome significa lampo), come profetizzato da Debora (il cui nome significa ape, sposata infelicemente con un certo Lappidot, che esercitava la professione di profetessa e giudice biblico sotto una palma nella periferia di Rāma o di Betel), nel seguente modo. Dopo un’atroce battaglia e spargimento di interiora ai piedi del monte Tabor (oppure, in alternativa, il monte Hermon) presso il torrente Ghincor, Sisara fugge, e da autentico vigliacco si dirige verso la tenda di un tale Eber (un Kenita come se ne trovano a migliaia, che non abitava lontano da Kades e che Sisera, poveretto, riteneva fedele al suo re), lì fu accolto dalla moglie di lui, J**** (il cui nome significa stambecco della Nubia), che gli dice qualcosa del tipo: “Eber è andato un attimo giù a Kades, a procurarsi foglie di canapa e latte di asinella; entra pure nella sua tenda e riposati”. L’allocco ci casca e, esausto, si mette a ronfare su un mucchio di molli cuscini. «Allora J**** tolse un picchetto dalla tenda, prese in mano un martello e si avvicinò a Sisara senza far rumore. Gli conficcò nelle tempia il picchetto, ma così forte che rimase piantato anche in terra. Sisara passò dal sonno alla morte». Dopo averlo inchiodato al suolo da vivo, J**** va incontro al re Barac, e, tutta orgogliosa come un bambino, mostra un disegno alla mamma, le indica il lavoretto ben fatto; invece di inorridire davanti a tanta carognaggine, piovono grandi pacche sulle spalle e si stappano gli otri; qualcuno canticchia «Sia benedetta fra le donne J**** [&#8230;] così periscano tutti i tuoi nemici, Signore». Fine.</p>
<p>Deglutisco. Chiudo il computer. Metto su le variazioni di Goldberg e mi faccio un the verde. Ho bisogno di calma. Con le dita che tremano tiro fuori il mio Gatto Silvestro dalla tasca. Mi sono informato: ogni Gatto Silvestro possiede specifiche qualità geometriche e topologiche che, pare, mutano in base a una costante che si ottiene dividendo il numero di bottoni sinaptici del possessore per il numero di rimorsi o ripensamenti che ha accumulato fino a quel giorno. In altre parole, ogni Gatto Silvestro, più che posseduto, viene “cucito addosso” al possessore, come i feed di YouTube o i menu dei voli in primissima classe. Ogni Gatto Silvestro che si rispetti percepisce, computa, immagazzina, predice, agisce di conseguenza, registra la risposta, paragona la risposta alla previsione, si premia o si punisce, fornisce una risposta al suo proprietario, si adatta e ricomincia da capo. Solo una caratteristica, la più importante, non cambia: ogni Gatto Silvestro, prima o poi, cade da un lato o da un altro; c’è poco da fare.</p>
<p>Bene, ci siamo. Sono fuori, nel chiostro della biblioteca di filosofia, appoggiato a una colonna in finto porfido di plastica espansa – quelle originali le hanno portate via per la mostra su Atlantide a Gardaland. J**** ha il turno in biblioteca, dalle quattro alle quattro e un quarto: devo sbrigarmi. Mi accovaccio, sgombero il lastricato di cicche e sigarette, estraggo il Gatto Silvestro. Entro in biblioteca. J**** è lì che non mi aspetta. Mi sorride. Ed eccoci qui, seduti al tavolino del <em>Friedrich der Grosse</em>, appena uscito da uno scrupoloso rebranding; nella nuova carta ci sono solo birre ispirate a famosi campi di concentramento. Sia che io che J**** concordiamo nel trovarlo di cattivo gusto, o perlomeno opinabile. Ordiniamo una Ravensbruck.</p>
<p>«Dovresti smetterla di pensarmi: mi fai venire l’acufene».</p>
<p>«Come fai a sapere che sono io?»</p>
<p>«Ogni volta che entri in biblioteca, cominciano a sanguinarmi le orecchie».</p>
<p>«La massa, per avere forza, deve essere pura: non può accettare scorie dialettiche».</p>
<p>«Questo però mi permette di introdurre un argomento <em>seminale </em>e cioè la top tre dei gelati dell’estate italiana».</p>
<p>«…»</p>
<p>«…»</p>
<p>«Senti – le dico –, perché non la smettiamo con tutti questi fuochi d’artificio? Perché non arriviamo <em>al cuore </em>della faccenda?».</p>
<p>«Insomma, vuoi sapere il motivo di tutti quei sorrisoni in biblioteca?».</p>
<p>«Sarebbe un ottimo inizio, sì».</p>
<p>«Be’, è molto semplice: è un modo per tenervi lontani, per confondervi. Allontano chiunque voglia conoscermi, per rassicurarmi di essere intatta e intoccabile, pura e inespugnabile».</p>
<p>«Ah sì?», la mia Ravensbruck ha un retrogusto smaltato.</p>
<p>«Già già! Il problema è che, sotto sotto, non lo sono; o meglio, lo sono nella misura in cui esiste una purezza che coincide con l’aridità e la sterilità. Ambisco, invece, a una purezza ottenuta attraverso il crogiolo e il fuoco, luoghi di incontro e di fusione, per definizione».</p>
<p>«Gulp».</p>
<p>«Eh sì».</p>
<p>«Aspetta, non sarai mica…?»</p>
<p>«Evangelica, per la precisione. Il fatto è che…, sì, che tu mi piaci costituisce un notevole problema».</p>
<p>Le mostro il mio Gatto Silvestro.</p>
<p>«Me l’ha venduto una bambina. Se non diventerà una hippie, credo avrà un futuro negli Esports».</p>
<p>Mi dice che è molto bello e utile.</p>
<p>Breve scambio <em>e-pistolare</em>.</p>
<p>J: «Ci ho riflettuto, e tra noi non può assolutamente funzionare. Il fatto che tu non creda costituisce un problema insormontabile – capisci? Non te la prendere: nulla di personale».</p>
<p>Io «Con un malato condannato non bisogna voler essere medici. Non ti preoccupare. Mi prendo la mia cottarella e me la infilo in tasca».</p>
<p>J: «Che ne dici di un gin &amp; tonic?».</p>
<p>Io «Guarda, mi piacerebbe molto. Il problema è che il mio Gatto Silvestro mi ha imposto un viaggetto a New York; quindi, non credo proprio di farcela per le sei di oggi pomeriggio. Mi chiedi com’è New York? Sfruttando le proprietà del mio Gatto Silvestro, ho esplorato un po’ la città lanciandolo a ogni biforcazione. Considerata la sua pianta-a-scacchiera, le probabilità di impantanarsi in un loop saranno altine, obietterai tu. In verità, se si considera l’albero dei lanci e un quartiere fatto a rettangolo, le probabilità di tornare sui propri passi e scontrarsi due volte contro lo stesso rabbino sono di ½ x ½ x ½ x ½. Pochine, tantine: dispende dai punti di vista».</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-99307" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-1-1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-1-1-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-1-1-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-1-1-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-1-1-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-1-1-rotated.jpg 329w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>J: «A quarant’anni inoltrati, il conte Lev Tolstoj (Tolstoj in russo significa “grasso”) tentò più volte di ammazzarsi, sparandosi in testa con un fucile da caccia, o impiccandosi nel granaio della sua tenuta di Jàsnaja Poljàna. Motivo? Totale mancanza di <em>significato</em>. Trovare Dio o il “bene” gli ha <em>letteralmente</em> salvato la vita. Ho sempre pensato che l’amore andasse meritato. Quando ne ho trovato uno gratuito, che giustifica e redime, non è che ci sono stata tanto a pensare: certe cose si vedono; è inevitabile, assolutamente inevitabile, come quando sbadigli, o cadi in un fosso. È inutile, quindi, che stiamo tanto a discuterne. Allora? Vuoi venire in campeggio con me?</p>
<p>Io: «È che non sono in città, sono ad Amsterdam. Temo che presto il mio Gatto Silvestro mi spedirà dritto dritto in Finlandia. Vallo a capire. In ogni caso, c’è da stare attenti qui: se entri in un canale le possibilità di tornare sui tuoi passi aumentano vertiginosamente; direi nella misura di ½ x ½. Saluti &amp; baci».</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-99308" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-2-1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-2-1-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-2-1-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-2-1-300x401.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-2-1-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/sdrale-2-1-rotated.jpg 331w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>J: «Mi sembri uno di quei cavalli da alpeggio, quelli a cui mettono un sacco in testa e, ciechi, continuano ostinati a brucare l’erba».</p>
<p>Io: «1) Il conte Lev Tolstoj un giorno visita l’asilo per i poveri e i senzatetto di Ljapin, a Mosca. 2) Il conte Lev Tolstoj rimane a bocca aperta davanti agli abitanti dell’asilo di Ljapin: affamati, storpi, malnutriti, tremanti dal freddo, dementi, con gli arti incancreniti, umiliati. 3) Il conte Lev Tolstoj, davanti a un Samovar incandescente e a un circolo di principesse, pronuncia la frase «è impossibili vivere così, impossibile. 4) Il conte Lev Tolstoj abbandona i poveri di Mosca, perché non è possibile aiutarli tutti, e torna in campagna, a Jàsnaja Poljàna, a giocare a fare il contadino, a cucinare con la padella, ad affondarsi nella terra come un aratro. 5) Il conte Lev Tolstoj ricava dal lavoro fisico una pace perfetta dello spirito: trova Dio, trova il ‘ bene’, comincia a predicare con frasi patetiche come “tu sentirai la gioia di vivere liberamente con la possibilità del bene”. Chi non lo segue, chi non la pensa come lui, è un’anima perduta che merita l’inferno. 6) Una notte, davanti al camino, ripensa ai poveri di Ljapin. Che felice trovata! Il loro pensiero adesso lo rincuora: grazie a loro sono diventato migliore. Quella notte, al ricovero di Ljapin, un neonato muore di freddo tra le braccia della madre. Il mio Gatto Silvestro mi suggerisce di non diventare un mostro, se lotti contro un mostro.</p>
<p>J: «Carino, ho prenotato una tenda per due».</p>
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<p>Si vocifera che il campeggio ‘<em>Sola Gratia</em> ­– Galletto Valparaìso®’ di Introbio (LC) sia stato edificato sulla planimetria originale di un <em>campamento de verano</em>, trovata nella biblioteca personale dell’Inquisitore generale Tomás de Torquemada. Io dormo in tenda con J****. Abbiamo ottenuto un permesso speciale e l’arcidiacono in persona è venuto a inchiodarlo alla nostra zanzariera. In cambio del permesso, ha preteso che dormissimo in una tenda di vetro. Zanzare e rifrangenza a parte, non si sta poi tanto male. Alle cinque e mezza, i megafoni ci svegliano con gli esercizi spirituali di Meister Eckhart, io mi tolgo il caschetto (non si sa mai) e, con il dito indice, perforo un buchino nel paravento e la spio mentre si veste. Usciamo tutti dalle tende e ci disponiamo in semicerchio. Le tende sono posizionate ad anfiteatro romano, in mezzo alla radura. Impilati uno sull’altro, arrugginiscono vecchi strumenti di tortura: Frusta, Gogna, Ruota, Argano della strega, Culla di Giuda, Collare, Gabbia sospesa, Forca, Mordacchia, Maschera di ferro, Pera rettale, Vergine di Norimberga; dovrebbe esserci tutto. Ci scrolliamo la rugiada di dosso e intoniamo i salmi. Colazione veloce. Ci dividiamo in gruppi e iniziamo le attività: digiuno, catechismo, evangelizzazione dei nativi (l’autogrill più vicino è appena a venti chilometri in pulmino), volantinaggio, mortificazione del corpo al ruscello, preghiera nei boschi; oggi si giocano gli ottavi del torneo di pallavolo (Utenti Pornhub VS. Antisti). La notte, quando tutti dormono, copro la tenda con una tovaglia rubata in mensa e mi sdraio di fianco a J****, che fa finta di dormire, girata di spalle.</p>
<p>«Alla fine, si riduce tutto a questo?», mi bisbiglia.</p>
<p>«E ti sembra poco?»</p>
<p>«Cosa ti suggerisce il tuo Gatto Silvestro?»</p>
<p>«Non saprei. È nella tasca dello zaino, ma credo mi direbbe di scappare a gambe levate».</p>
<p>«Quanto ti piace andare in giro a fare l’impunito con il tuo spleen al guacamole, con le tue cottarelle e i tuoi sentimenti? Straccetti lividi, al centesimo lavaggio a freddo in lavatrice: la verità è che sei come tutti».</p>
<p>«Mediocre?».</p>
<p>«Impaziente».</p>
<p>Le passo un dito sulle guance e me lo metto in bocca: sa di salatino al formaggio.</p>
<p>Il giorno dopo, tutti in gita! L’apparizione del Cristo in vetta è data per le 12.45: dobbiamo accelerare il passo. J**** mi cammina davanti, indossa dei pantaloncini da trekking e una magliettina che le lascia le scapole scoperte: che le vorrei spolpare. La lunga fila di devoti si snoda su per la montagna in una preghiera silenziosa. Ci accampiamo a pochi metri dalla cima e aspettiamo il nostro turno. Chi scende dalla cima ha gli occhi gonfi e un sorrisone postcoitale. Tocca a noi. J**** mi trascina su e si inginocchia. Io guardo verso valle: gli uomini e le donne del paese si sono radunati su una collinetta e si divertono a fare rotolare giù una forma di formaggio e a inseguirla. Il Gatto Silvestro comincia a vibrarmi in tasca. Devo essermi perso qualcosa perché J**** si è rialzata e sta piangendo.</p>
<p>«Hai visto?».</p>
<p>( n.b.: modificato su richiesta dell&#8217;autore il 9/9/23)</p>
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		<title>Il grande complotto delle voci magnetiche</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/06/22/il-grande-complotto-delle-voci-magnetiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jun 2022 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[Tito Sdralevich]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giulio Spagnol</strong> <br /> Di quel giorno mi ricordo che stavo andando al centro trapianti quando vidi lo zingaro accasciato fuori dalla stazione del metrò, con i vigili tutti intorno per evitare che lo linciassero]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giulio Spagnol</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-98101" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Lautsprecher_Celestion-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Lautsprecher_Celestion-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Lautsprecher_Celestion-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Lautsprecher_Celestion-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Lautsprecher_Celestion-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Lautsprecher_Celestion-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Lautsprecher_Celestion-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Lautsprecher_Celestion-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/06/Lautsprecher_Celestion.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Di quel giorno mi ricordo che stavo andando al centro trapianti quando vidi lo zingaro accasciato fuori dalla stazione del metrò, con i vigili tutti intorno per evitare che lo linciassero. Trascinato in questura, raccontò tutta la faccenda per filo e per segno. Come ogni mattina, aveva messo la museruola al suo cocker spaniel e si era infilato in metrò. Come ogni mattina, si era trascinato dietro il carrellino della spesa con dentro il walkman e le casse. Come ogni mattina, aveva proceduto dall’ultimo al primo vagone. La sua arte consisteva nel far partire la base preregistrata e strimpellarci sopra con quelle tastiere a fiato, che da lontano, sembrano un giocattolo per bambini con un tubo attaccato all’estremità. Aveva appena appoggiato il tubicino ai due incisivi d’oro e stava per soffiarci dentro <em>Maracaibo</em> quando la base preregistrata, invece di diffondere atmosfere cubane, annunciò che «Il cane è tornato al suo vomito e La scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango». Tutti pensarono subito a una trovata dello zingaro, e si misero a ridere e a fare i grattini dietro le orecchie al cocker e a lanciargli nel cappello monetine da dieci e cinquanta centesimi fino a farlo strabordare. Cinque minuti dopo, la voce della fermata Porta Genova della linea verde cominciò ad annunciare la fermata della M2 Colonel Fabian a Parigi, e la fermata della M2 Colonel Fabian a Parigi ad annunciare la fermata Rathaus Spandau della U7 a Berlino. Questo generò una notevole confusione tra i passeggeri della linea verde, della M2 e della U7, che, invece di scendere alle rispettive fermate, vennero trattenuti all’interno dei vagoni in attesa di chiarimenti. Andò a finire che alcuni parigini ipotési svennero per il caldo e alcuni berlinesi claustrofobici svennero per la calca. Un milanese che aveva un gran fretta prese la cosa meno sportivamente: quattro passeggeri vennero ricoverati all’ospedale con ferite superficiali alle guance e alla gola provocati da una valigetta ventiquattro ore. Dieci minuti dopo, le macchinette della M11 a Belleville cominciarono a ripetere ossessivamente «bisogna chiavarla, fratello, e chiavarla bene; non vedo altro mezzo per convertirla». Quindici minuti dopo, l’Ansa batté la notizia che in Germania tutti i pedaggi automatici della Bundesautobahn 59 Colonia-Bonn si rifiutavano di alzare le sbarre e recitavano ad alta voce il primo, il terzo, e il quinto atto della seconda parte del <em>Faust</em>. Nelle due città Renane si formò un unico grande ingorgo, e vennero scattate delle foto satellitari che un arguto editorialista del «Süddeutsche Zeitung» definì come «un cordone ombelicale metallico». Toccò poi agli aeroporti. A Malpensa, gli altoparlanti dei gates disertarono in massa il sistema metrico-decimale optando per il Base64, e una comitiva di pensionati giapponesi diretti all’aeroporto di Kushiro, nell’isola di Hokkaido, si imbarcò su un Airbus A340-600 in direzione di Ottawa. Sull’aereo, tre di loro ebbero una sincope quando l’interfono, invece di indicare le uscite di sicurezza, li informò che i corpi dell’l’Imperatore Naruhito e di dodici geishe erano stati rinvenuti morti, gonfi e spugnosi nella Jacuzzi di una famosa stazione termale della prefettura di Gifu. Intanto, i controllori della fermata Duomo cominciarono a ricevere una orrenda serie di telefonate dai superiori che li invitavano, anzi, ordinavano loro di fare qualcosa. Dopo averci riflettuto un attimo, decisero di precipitasti a sequestrare il walkman dello zingaro che, in qualità di prima voce ribelle, doveva per forza essere il capo-banda, il ganglio centrale dell’insurrezione. Dopo averla riascoltata più volte e non averci capito nulla, convocarono l’arcivescovo. L’arcivescovo fu in grado di risalire alla fonte (Pietro 2:22), ma si limitò a fare spallucce e a dire che non aveva la minima idea di che cosa diavolo significasse in quel contesto. I controllori, dopo aver confabulato in un angolo, mandarono avanti quello più anziano a chiedere all’arcivescovo se fosse disposto a sottoscrivere un verbale in cui escludeva la possibilità che il nastro magnetico fosse posseduto dal demonio, o dalle legioni del male. L’arcivescovo rispose che sì, era disposto. Nel giro di un’ora, tutte le voci magnetiche di tutte le fermate della metro si erano messe ad annunciare impunite le stazioni della metro di Tokyo, dei treni a Detroit, o della Via Crucis a Gerusalemme. Molti giurarono di essersi persi dentro un concerto dodecafonico composto da Schoenberg, o da Satana. Altri dissero che era come abitare nella testa di un pazzo. Tutte le stazioni della metro vennero chiuse e i pendolari e quelli diretti agli uffici in centro si riversarono nelle strade bloccando il traffico cittadino. Due ciechi, vilmente ingannanti dai dispositivi per non vedenti attaccati ai semafori, attraversarono e vennero travolti e uccisi da un’ambulanza. Ambulanze che, comunque, procedevano a rilento: un po’ per via degli ingorghi; un po’ perché le sirene, invece di fare il loro dovere, avevano attaccato un saccente monologo solipsistico su quale etica rendesse legittimo l’aborto farmacologico. La maggior parte dei feriti trasportati in ospedale morirono comunque in corsia, dove gli interfoni dei piani spedivano i neurochirurghi in pediatria, i pediatri in neurochirurgia e gli anestetisti al reparto infezioni tropicali. In città, nacquero subito delle leggende sui presunti responsabili. Alcuni sostenevano che i controllori, dopo aver forzato tutte le porte di tutte le stazioni, avevano pescato due ginnasiali che, non sapendo dove andare, si erano chiusi nel centro di controllo e, nel togliersi i vestiti, avevano pigiato alcuni tasti del computer centrale con le loro natiche puberali. Altri, che si era trattato di un sofisticato attacco informatico dei russi, o dei coreani, o degli stati jihadisti. Nessuno fece alcuna rivendicazione. Altri, che in verità si trattava di un tentativo delle forze atlantiste per ricompattare l’opinione pubblica su posizioni moderate in vista delle elezioni. Altri ancora, che erano stati degli immigrati tunisini; altri che invece erano stati gli albanesi che, spodestati dai tunisini, volevano riconquistare la condizione mediaticamente privilegiata di capro espiatorio. Altri ancora, che era stata l’Europa. Alcuni fecero notare che era stato il maggio più caldo di sempre. Altri, che erano stati i soliti ebrei. Naturalmente, la verità non venne mai fuori. Tutti però ebbero una loro storia da raccontare.</p>
<p>Come dicevo, io quel giorno ero al centro trapianti in sala d’attesa. Mia zia Marta era già in chirurgia, anestetizzata e con il torace aperto in due. Soffriva di una rara malattia autoimmune e tutta l’equipe aspettava solo che arrivasse l’ambulanza con un bel paio di polmoni freschi freschi di cadavere per trapiantarglieli. L’ambulanza non arrivò mai per via degli ingorghi e i polmoni, squagliati dal caldo, appassirono come fiori dimenticati. A rendere tutto ancora più patetico, l’interfono della chirurgia, invece di comunicare ai chirurghi che non c’era più niente da fare, cominciò a raccontare una barzelletta oscena su un cannibale superdotato e un’esploratrice britannica. Il giorno del funerale, mi ricordo che al cimitero faceva un caldo giurassico e i carri funebri luccicavano sotto il sole come le corazze delle cetonie. Molti avevano perso qualcuno e la fila di cadaveri da processare sembrava interminabile. Durante la messa funebre, il prete tornò su «Il cane è tornato al suo vomito e La scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango». Tentò di spiegarci che c’entrava con gli spavaldi e con i superbi, che, in nome del progresso, hanno bestemmiato qualcuno, o qualcosa del genere. Fuori sul sagrato ad alcuni di noi venne da ridere, perché non ci avevamo capito niente. Il marito della zia, in disparte, piangeva da solo con la faccia tra le mani. Mesi dopo, ai pranzi di famiglia cominciò a presentarsi sempre ubriaco e a fumare una Lucky Strike rossa dietro l’altra. Diceva che era ancora giovane, che amava la zia ma aveva bisogno di rifarsi una vita. Vagheggiò di un giro in moto da fare per il paese. Le sorelle della zia lo consolarono e gli dissero che poteva fare quello che voleva, che non doveva chiedere il permesso a nessuno. I fratelli della zia invece si ricordarono del prete, e lo mandarono al diavolo, e dissero che la predica era stata di pessimo gusto. Dissero che noi siamo persone moderne e civili, e che non ci crediamo più a tutte queste superstizioni idiote. Va detto che tutti noi, quando arrivammo al cimitero e vedemmo la bara che si scaldava sotto il sole, bloccata in una fila di bare, con le corone di fiori già appassite dal caldo, sentimmo come una vertigine cieca, giù, in fondo allo stomaco.</p>
<p>( n.b.: modificato su richiesta dell&#8217;autore il 9/9/23)</p>
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		<title>Uccidi il mandarino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/05/30/uccidi-il-mandarino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 May 2022 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Spagnol]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[Tito Sdralevich]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giulio Spagnol</strong> <br /> Ogni terza domenica di marzo, quando il sole sale a scaldare le prime coppie che ciondolano al parco, ecco che sul lungomare spunta Ignacia, e parcheggia il carrozzone alla rotonda del porto]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giulio Spagnol</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-97819" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/480px-Kometsukigani_06g0139v-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/480px-Kometsukigani_06g0139v-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/480px-Kometsukigani_06g0139v-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/480px-Kometsukigani_06g0139v-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/480px-Kometsukigani_06g0139v.jpg 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Ogni terza domenica di marzo, quando il sole sale a scaldare le prime coppie che ciondolano al parco, ecco che sul lungomare spunta Ignacia, e parcheggia il carrozzone alla rotonda del porto. Per noi del quartiere la primavera inizia così, e ci rovesciamo tutti in strada, come starnutiti fuori dalle case. Quel giorno le corse vanno avanti fino alle dieci o alle undici, finché ce n’è insomma. La gente scalpita e si accalca intorno al carrozzone, la rotonda diventa un pantano schifoso che se non vuoi sporcarti devi farti il segno della croce. Via con la musica! I facchini di Ignacia girano come dervisci approntando la vasca; le ragazzine appoggiano i gomiti alla ringhiera e si fanno la coda per non perdersi niente; i ragazzini ne approfittano per palpeggiarle da dietro. Ghiaccioli torroni telline canditi ciambelle bonbon e marshmellow – divoriamo di tutto – petali di rose fritti e pannocchie al burro: tutto evapora e si appiccica e galleggia nell’aria uterina di primavera, e un brivido ti attraversa le gengive e ti senti un gran bene, mentre sbraiti e infili le monete nelle cassette delle scommesse. Oggi sono arrivato tardi, le corse stanno per iniziare e Carlotta è già appoggiata alla ringhiera che mangia semini.</p>
<p>– Mi sa che ci siamo – biascico tentando di sfiorarla.</p>
<p>Lei mi lancia un’occhiata di quelle che ustionano e va avanti a sgranocchiare. Da quando è bambina ha un modo tutto suo di sgranocchiare: con l’incisivo destro (che adesso è rigato da un filo giallo di nicotina), spacca le bucce e se le rigira in bocca succhiando bene tutta la membrana, poi inghiotte tirandosi indietro i capelli e sputa quel che resta per terra. Rimaniamo in silenzio a fissare i due facchini che, imprecando, si calano nelle teche con degli spazzoloni che da qui assomigliano a enormi scopettoni da water. La gente del quartiere lentamente si ammassa e preme contro la ringhiera: Agostino, Lella, Cesare, Renzo, Cavallo: qualcuno lo riconosco tra la folla e ci salutiamo. Carlotta sputa l’ultimo semino e si mette le mani a megafono:</p>
<p>– Allora, diamo un senso alla cosa!</p>
<p>Ignacia, mentre i facchini puliscono la vasca, legge nell’angolo più buio del carrozzone su uno sgabellino che scricchiola (sarà più di cento chili ormai: a tutti, da bambini, hanno detto “se non fai il bravo viene Ignacia e ti mangia”, oppure “bada che Ignacia ti butta nella vasca”). Richiamata dalla folla sobbalza e un libro le cade dal buzzo: di solito, i nostri ossi di seppia. Quando chiediamo, lei ci dice che a Città del Messico era una poetessa, e anche molto brava, che ha pubblicato su riviste importanti e roba del genere, che frequentava un gruppo di giovani poeti messicani e cileni; se le chiediamo perché non ci fa leggere le sue poesie risponde “perché non mi va”; poi ci racconta che ha lavorato al circo come digiunatrice, che è stata l’amante di un noto pappone superdotato di Buenos Aires che una volta ha quasi soffocato una puttana con il suo pene, che abitava in calle Cortázar, e che da ragazza pesava più di duecento chili e dovevano portarla ai vernissage letterari in una carriola addobbata con calendule e denti di leone. Capite, quindi, se non ci fidiamo troppo. Evocata dalla voce di Carlotta sciabatta verso di noi e attacca con la commedia.</p>
<p>– Cosa volete voi altri? – agita la mano come si scacciano i tafani, via di qui.</p>
<p>Carlotta si fa portavoce di tutti.</p>
<p>– E dagli una botta Ignacia, che qui vogliamo giocare – seccata tira fuori il borsellino e lo sbatte sul tavolo.</p>
<p>– E muoviti che abbiamo fame! – sbraitano quelli che premono dietro. Io sono riuscito a ritagliarmi un posticino in prima fila, alla destra di Carlotta.</p>
<p>Sbuffando, Ignacia estrae le cassettine di legno per le scommesse e le allinea sulla ringhiera.</p>
<p>– Dai friggi l’olio! – incalza la folla.</p>
<p>– State buoni per Dio! – raglia Igancia, e girandosi verso i facchini urla:</p>
<p><em>–Vamos, manos!</em></p>
<p>Come punto da un’ape un facchino balza in piedi e spinge la vasca di fonte a noi. Nelle casse parte Gasolina, la gente si scalda e preme sempre di più; l’altro facchino si infila i guanti di maglia, afferra i secchi e li tuffa nei barili in fondo al carrozzone,</p>
<p><em>– Vamos culero</em><em>!</em> – lo incalza Ignacia contorcendosi; il facchino si trascina ingobbito alla vasca e ci rovescia dentro il contenuto dei secchi.</p>
<p>– Ci siamo – mormora Carlotta.</p>
<p>In un istante la matassa umida rimbalza e si sfalda all’interno della teca: un centinaio di granchi di varie forme e dimensioni schizzano frenetici e terrorizzati in tutte le direzioni; la mano destra di Carlotta si contrae in uno spasmo involontario; la voce di Ignacia galleggia nell’aria, amplificata da un microfono da ring announcer.</p>
<p>– <em>Damas y caballeros – </em>ruggisce – ladies and gentleman, fate il vostro gioco! Puntate signori, un solo vincitore; puntate senza indugio: oggi abbiamo violinisti, rossi, reali e comuni; ammirate signori: corazze possenti! Chele affilate e letali. Ignacia rifiata e tira una boccata dalla sigaretta; i granchi ammucchiati gli uni sugli altri hanno tutti un numero disegnato sul guscio e, terrorizzati, picchiettano le chele sul vetro. Un centinaio di braccia e di mani si torcono e si annodano e infilano le monete e le banconote nelle cassette. Vedo Cavallo che infila una banconota verde in una cassettina lontana dalla mia; con i suoi modi gentili e i denti ingialliti chiede una sigaretta a Carlotta. D’inverno ripara le cabine in spiaggia, l’estate la passa sul trespolo con il binocolo in mano scrutando il mare in cerca di turiste tedesche. Mentre lei è girata mi fa l’occhiolino.</p>
<p>– Finché è un gioco va bene, ma non farti tirare scemo­ – me lo dice sempre quando la sera giochiamo a scacchi al porto; io arrossisco: non avrei dovuto parlargli di Carlotta; poi si allontana.</p>
<p>Carlotta mi tira una gomitata:</p>
<p>– Allora, hai deciso?</p>
<p>– Credo che sceglierò quello lì – e indico il 23: un granchietto violinista verde petrolio, grande più o meno come una tazzina da caffè, che stupidamente cerca di scavarsi un buchetto dove nascondersi sgraffiando il fondo trasparente della vasca.</p>
<p>– Te la giochi con quello scricciolo lì? – mi chiede inarcando un sopracciglio.</p>
<p>Non faccio in tempo a rispondere che vengo sovrastato da Ignacia.</p>
<p>– Allora? – grida – Siamo pronti?</p>
<p>– Pronti! – urla Carlotta infilando una banconota rossa nella cassettina del suo campione (un granchio reale dagli occhietti neri, morti e malvagi).</p>
<p>– E allora andiamo! – urla Ingacia e fa cenno al facchino.</p>
<p>– Al mio tre – sbraita.</p>
<p>Le casse ora pompano Cotton Eyed Joe; la gente dietro di me, agglutinata in un’unica massa, sgomita e scommette, sogna di vincere e pagare l’ombrellone a tutta la famiglia giù al Lido, l’unico stabilimento che ha ancora la sabbia. Il facchino si aggrappa alla manovella e la gira con tutte le sue forze, l’olio bianco corre lungo i tubi in un gargarismo bollente. Si apre lo sportellino nell’angolo della teca. Tratteniamo tutti il respiro, in aria sale un grande “ahhhh”. Un centinaio di granchi, quelli più vicini allo sportellino, muoiono ustionati all’istante; rovesciati sul loro guscio, cominciano a galleggiare per la teca con le zampe irrigidite.</p>
<p>– Spostati di lì! – urlo al mio violinista che, miracolosamente, riesce a sgambettare via appena in tempo. I superstiti fuggono con le chele strinate, calpestandosi si ammassano ai bordi della vasca formando un cumulo basculante di chele, gusci, occhi, zampe e antenne attorcigliate. Chi è sotto si ustiona, chi è sopra calpesta le chele degli altri, perde l’equilibrio, e precipita nell’olio bollente che continua a salire. Il fondo della vasca si trasforma in una crosta nera di carcasse carbonizzate e fuse insieme, immangiabili, buone per essere grattate via e gettate ai gatti perché non seguano dappertutto i facchini miagolando tetre sarabande. Mentre l’olio sale, Ignacia pattuglia la teca con un grande mestolo di ferro. Gli occhi le ruotano nelle orbite come due gamberi senza cervello; con il mestolo pesca i granchi fritti, scola via l’olio e li tampona nella carta assorbente, poi trita tutto con un grosso coltello e spolvera con sale e prezzemolo fresco. I cartoccetti vengono passati ai facchini che camminando avanti e indietro per il carrozzone li porgono a quelli delle prime fila che poi li passano dietro. Va detto che il prezzo è davvero ragionevole. Tutti noi del quartiere siamo praticamente cresciuti a pane, prezzemolo e cartoccetti. Carlotta mi afferra la mano.</p>
<p>– Sai che la paura inietta nell’animale dei succhi che rendono la carne più tenera – mi chiede – roba tipo endorfine, ormoni, vasodilatatori, neuro peptidi. Per questo i granchi di Ignacia sono i più buoni.</p>
<p>Per la prima volta mi guarda negli occhi, ha la faccia arrossata dalla calca e dall’eccitazione.</p>
<p>– Lo sai, se qualcuno si azzardasse a rovinarmi la festa di primavera lo getterei nella vasca senza pensarci due volte. Ucciderei il mandarino – sentenzia accendendosi una sigaretta – tu no?</p>
<p>– Farei cosa? – le chiedo cercando tra la massa il mio granchietto.</p>
<p>– Se con la mente potessi uccidere un giovane mandarino che vive a Pechino, senza venire scoperto, e la sua morte ti procurasse anche il più misero vantaggio, ci penseresti mezzo secondo?</p>
<p>Io provo a dire qualcosa, ma ci metto troppo. Carlotta mi lascia la mano come se di colpo fosse diventata incandescente. Intanto ho trovato il mio violinista. È avvinghiato con entrambe le chele a un granchio rosso, il granchio rosso si stacca via una zampa per liberarsi e lo fa rotolare giù, alla base della vasca. Rimane incastrato in un groviglio di antenne, l’olio salendo lo consuma a poco a poco, le bollicine lo avvolgono, la parte sommersa si ricopre di scaglie dorate, l’odore è davvero squisito, le zampe a filo d’olio ruotano e si attorcigliano come impazzite dal dolore. Il violinista comincia a urlare, qualcuno potrebbe scambiarlo per un grido di dolore, è normale, tendiamo ad antropomorfizzare un po’ tutto; si tratta solo della pressione che aumenta all’interno del carapace e poi sfiata per i pori del guscio emettendo un sibilo molto acuto. Scoppia un boato: stanno portando Cavallo in trionfo, il suo granchio è stato il primo a scalare la vasca e a buttarsi oltre al bordo; la gara è finita. Dietro di me un uomo grasso con il cranio luccicante cerca di sgomitare davanti e mi schiaccia le costole contro la balaustra; il suo sudore puzza di fritto e di gamberi. Carlotta ha finito la sigaretta e ora sta mercanteggiando con un facchino per pagare tre cartoccetti al prezzo di due.</p>
<p>Più tardi andremo tutti alle baracchette del porto, i vecchi e i genitori se ne andranno a casa e noi staremo tutta la notte a bere gin tonic e mojito annacquati. Ignacia ci raggiungerà verso mezzanotte, starà con noi fino a settembre. Il suo carrozzone porta un sacco di turisti dalle nostre parti e le siamo grati per questo. Solo una volta le ho parlato di Carlotta: era una notte di agosto dell’anno scorso. Carlotta si baciava in un angolo con Cavallo. Più tardi, ho saputo, sono andati da lui. So che si sono stesi sul letto senza lavarsi via il sudore o le foglie di menta dai denti, che lei l’ha trascinato alla finestra davanti al faro e lui l’ha presa da dietro. Ignacia però era ubriaca e ha solo biasciato frasi senza senso che non mi hanno aiutato per niente, tra cui, credo, il motto della lega anseatica: è necessario navigare, non vivere.</p>
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<p>( n.b.: modificato su richiesta dell&#8217;autore il 9/9/23)</p>
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		<title>Il palco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2022 05:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[freaks]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Spagnol]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[Tito Sdralevich]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giulio Spagnol</strong> <br /> Da quando abbiamo aperto le iscrizioni, hanno bussato alla porta e sono stati registrati – è mio cugino che si occupa del registro, io sono impegnato a montare il palco –  sei storpi, otto sciancati (sei alla gamba destra, due alla sinistra),...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giulio Spagnol</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-97507" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/571px-Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Cripples_-_WGA3518-300x252.jpg" alt="" width="300" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/571px-Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Cripples_-_WGA3518-300x252.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/571px-Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Cripples_-_WGA3518-150x126.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/571px-Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Cripples_-_WGA3518-500x420.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/571px-Pieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Cripples_-_WGA3518.jpg 571w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Da quando abbiamo aperto le iscrizioni, hanno bussato alla porta e sono stati registrati – è mio cugino che si occupa del registro, io sono impegnato a montare il palco –  sei storpi, otto sciancati (sei alla gamba destra, due alla sinistra), otto vedove con tre bambini, una vedova con sei bambini, quattro mutilati, due nani, un nano storpio, dodici ciechi senza cane, undici con cane – speravamo in qualche cieco in più e qualche cane in meno –, nove giocolieri di clave infuocate, due violinisti scalzi, otto suonatori di fisarmonica, un clown Augusto, quattro orfani, e nessun fachiro – cominciamo a sospettare che i fachiri in realtà non esistano. Sulla sorte dell’ammaestratore di pappagalli mi sono accapigliato con mia sorella. Mia sorella, lo sappiamo, ha il cuore difettoso, troppo tenero: tutti in famiglia ci ricordiamo di quando, nei panni di Ljuba, è stata trascinata via dal palco perché non la smetteva di piangere. Mettete lei al registro e vi ritroverete con tre volte gli iscritti che abbiamo; non capisce che insegnare a un cacatua rosa avorio a mordicchiarti un orecchio o a gracchiare <em>I wanna be loved by you</em> non basta per avere un posto garantito; la gente chiacchiera e noi siamo già sommersi di richieste. Alla fine, ci ho pensato io: «Ti mancano, ahimè, i requisiti di ammissione – ho detto all’avicoltore sbattendogli la porta in faccia – non ispiri nessuna pietà, con tutti quei bottoncini lucidati e ben impuntati sul gilet. Senza impietosire non si fa carriera in questo settore. Inoltre, lo schiamazzo dei pappagalli farebbe storcere il naso ai vicini. Arrivederci e grazie». Slam! Sospetto, però, che quei due abbiano tramato qualcosa perché, adesso, in giardino c’è una cocorita azzurro detersivo che se ne sta appollaiata sul ballatoio del palco in costruzione e gorgheggia cattiverie sul mio conto criticando ogni mio gesto: una vera vigliaccata.</p>
<p>Lo ammetto: non credevo che montare un palco fosse tanto faticoso; noi che i palchi, come si dice, siamo abituati a calcarli. Comunque, non mi perdo d’animo. Lo spazio, per ora, non ci manca. La nostra casa su due piani in via Vitruvio sembra fatta apposta per ospitare i nostri corsisti: ha un piccolo giardino interno – cosa insolita di questi tempi – e l’erba, in attesa del palco, sembra essersi fatta meno pungente, come a benedire la nostra impresa.</p>
<p>La nostra famiglia ci abita da sei generazioni e tutti, come vedete, ci stiamo dando da fare. Molti teatri ormai hanno chiuso, e Dio solo sa quanto abbiamo bisogno, noi, di qualche soldo. Del corso di dizione – fondamentale se si vuole padroneggiare l’arte della supplica (ortoepia, fonazione, declamazione) – se ne occupa mia zia, doppiatrice: memorabili le sue incisioni su nastro magnetico per le fermate della linea verde Loreto, Lanza, Cascina Burrona. Mia madre, in attesa che il palco sia approntato, ha teso una fune tra le staccionate che delimitano il giardino e impartisce rudimenti di funambolismo: i ciechi, i mutilati, gli sciancati e gli storpi hanno borbottato, ma mio cugino li ha convinti che il mendicante di oggi deve sapersi adattare, perché – ha spiegato – il mercato del lavoro è in costante e frenetico mutamento. Mio cugino è l’unico della famiglia a non aver mostrato sin da piccolo alcuna predisposizione artistica: da bambini, mentre noi costruivamo il teatro dei burattini e ci dondolavamo sul trapezio come scimmie, lui catalogava etichette di bottiglie in un pesante raccoglitore che portava sempre sottobraccio. Nessuno si è stupito quando, finito il liceo, si è iscritto all’università commerciale. Va detto che l’idea del corso è stata sua e tutti, persino mia sorella, gli siamo grati per questo. È stato lui a parlare con gli agenti. A mandarli sono stati i nostri vicini, da quando hanno visto alcuni corsisti piantare le tende in giardino stanno tutto il giorno con le facce spiacciate tra le fessure della staccionata a minacciare e a urlare loro di andarsene. I vicini adulti fumano e sputano nel nostro giardino in segno di protesta, i loro bambini si azzuffano con i nani, gli orfani e i cani dei ciechi. Tutto questo trambusto rallenta la costruzione del palco. Si lagnano che gli orfani sono cenciosi, che i ciechi scambiano il capanno degli attrezzi per un orinatoio, e che più di una volta una clava infuocata, atterrata tra le corde del bucato, ha bruciacchiato la biancheria. Mia sorella, quando non è impegnata ad aiutarmi con l’allestimento del palco, raduna le vedove e i cani dei ciechi e, facendosi accompagnare dai violinisti e dai suonatori di fisarmonica, improvvisa balletti osceni per le mogli dei vicini finché, esasperate, non se ne tornano a casa.</p>
<p>Ottenuto il suo scopo, rompe i ranghi della compagnia e torna a passarmi gli attrezzi in silenzio. A volte sento che parla da sola, sottovoce: «Che porci. Se solo non mi facessero così tanta paura…» La capisco: è ancora molto giovane, lei. O non lo sa, o si rifiuta di ammetterlo, sta di fatto che vivere in città è diventato insostenibile: troppo affollata. Siamo tutti ossessionati dallo spazio. Seduti al bar, in fila all’edicola, ai tavoli delle biblioteche: non si sente parlare d’altro. Da noi lo spazio si vende, si scambia, si baratta: i giovani lo vogliono comprare, ma è molto caro; i vecchi non sanno cosa farsene, ma non lo vogliono vendere. Il sindaco ha promesso che ne avrebbe creato di nuovo; il problema, però, mi ha spiegato un mio amico ingegnere, è che lo spazio non si crea né si distrugge. Per ricavare spazio devi sottrarre spazio. Sembra paradossale, ma è così. Il sindaco è stato di parola: tutti i teatri, i cinema e i chiostri sono stati accorpati e trasferiti in un grattacielo fuori città. Sopra lo spazio liberato ha edificato altre case e le ha date in affitto a rotazione a prezzi calmierati. Per un po’ è servito ad alleviare la pressione di chi, da fuori, viene ad abitare in città (assicuratori e agenti immobiliari, più che altro), ma già non basta più. Chi è rimasto se lo combatte senza guardare in faccia nessuno; chi non può più permetterselo si trasferisce in periferia o, semplicemente, lascia il paese.</p>
<p>I mendicanti invece se la passano bene: battono senza sosta le strade e le stazioni e le metropolitane, picchiano sui vetri delle pasticcerie appannandole con l’alito, assediano le porte girevoli degli hotel alla moda, piantonano le entrate dei ristoranti, dilagano fin dentro ai grandi magazzini, elemosinano direttamente di fianco alla cassa o tra la gente in coda ai camerini. Molti si sono accampati nelle grotte o sulle panchine dei parchi cittadini. Per ora, pare che se la cavino; presto, però, saranno troppi anche loro, e chi non farà il suo lavoro come si deve verrà sostituito e dovrà andarsene. Pare che alcuni si siano confederati in vere proprie gilde dei mestieri di accattonaggio dal motto latino <em>semper insisto</em>; che si spartiscano i quartieri in base a un complicato rapporto fondato sulla correlazione inversa tra reddito medio degli abitanti di un quartiere e il numero di mendicanti attivi in quel momento. Ho provato a spiegare a mia sorella che è comprensibile, vista l’attuale situazione abitativa, che i nostri vicini non vedano di buon occhio un accampamento a cielo aperto. Io, comunque, non mi vergogno: noi almeno ci ingegniamo, anche se non ho il cuore di dirle che un giorno, non lontano, dovremo vendere la casa e andarcene anche noi. Gli agenti si sono presentati in divisa borghese, hanno perlustrato la casa e chiesto i documenti a tutti i nostri ospiti, ma non hanno riscontrato infrazioni (lungimiranti, abbiamo ammesso solo chi ha commesso piccoli reati). Mio cugino li ha seguiti per tutta la casa e senza mai perdere la calma, ha spiegato loro che operiamo su proprietà privata e possiamo ospitare chi vogliamo; per quanto riguarda il palco, abbiamo chiesto e ottenuto regolare permesso dal comune. Prima che se ne andassero, ha insistito perché rimanessero per un tè. Della quota di iscrizione, naturalmente, ha taciuto.</p>
<p>Finalmente il palco è pronto. È davvero un bel palco, non c’è che dire: la ribalta è spaziosa, la platea è inclinata al punto giusto, c’è persino un elegante arlecchino mobile in panno rosso che mio padre ha ricavato cucendo insieme le fodere dei divani. Dopo una cena tutti insieme a base di ravioli, sale sul palco la prima corsista: è la vedova con sei bambini. Ha la faccia rotonda e carnosa, stare in giardino le ha stemperato il pallore dalle guance. Inciampa sugli scalini e si vergogna da morire, i ciechi seduti in prima fila sentono gli scalini scricchiolare e le fanno un grande applauso di incoraggiamento. Estrae una fotografia dalle pieghe larghe della gonna, ostende una latta di pomodori pelati e attacca: «Signori! per favore aiutatemi… ho tanta fame, ho tre miei figli sono malat…» si interrompe. La cocorita azzurra le è planata sulla spalla fischiando oscenità. A tutti sembra un buon auspicio e ci mettiamo a ridere, la tensione si allenta. Dalla platea scrosciano altri applausi di incoraggiamento, gli orfani ridono, gli storpi battono le mani fuori tempo, i mutilati picchiettano i monconi sui braccioli e i musicisti improvvisano un rondò buffo: è bello vedere il gruppo così unito. Lei si torce le mani, sembra una bambina troppo cresciuta. «Ricomincia! – le urla mia zia in fondo alla platea – questa volta scandisci meglio le vocali, e aprile di più». Tutti i membri della famiglia occupano la stessa fila in fondo. Da lì dirigono le esibizioni e dettano i tempi. Tutti si spendono per darle qualche buon consiglio: «Attenta al numero dei figli. Evitiamo i cliché per favore; se proprio devi, evita i tre, i quattro e i sei: troppo ricorrenti; meglio uno, magari malato d’asma, o spara alto: dodici!» Mia madre le mostra come zoppicare correttamente, mia sorella le spiega come trasformare i condotti lacrimali in geyser islandesi; io rimango in disparte e ammiro il palco ben fatto: sono felice. Mio cugino appartato in un angolo confabula con mio padre e mio zio. Credo discutano se sia il caso di aprire le iscrizioni del prossimo ciclo anche a qualche richiedente asilo. Sotto lo sguardo dei ciechi la vedova si concentra prima di ricominciare, sembra rinfrancata dai consigli e più sicura di sé, un sole pallido e lontano illumina il palco a lato del boccascena. Poi toccherà a tutti gli altri, speriamo davvero di riuscire ad aiutarli. Oggi pomeriggio ci abbandoniamo a un cauto ottimismo. Insieme, ce la faremo.</p>
<p>( n.b.: modificato su richiesta dell&#8217;autore il 9/9/23)</p>
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		<title>La coda</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/03/19/la-coda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Mar 2022 06:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Spagnol]]></category>
		<category><![CDATA[racconti italiani contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[Tito Sdralevich]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giulio Spagnol</strong> <br />Oggi a pranzo, mia madre, appurato che quel non-so-cosa di viscido attorcigliato intorno alla caviglia era davvero la coda di un rettile, è svenuta tirandosi dietro la tovaglia e tutta la cristalleria.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giulio Spagnol</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-96813" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Kathe_Kolwitz-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Kathe_Kolwitz-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Kathe_Kolwitz-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Kathe_Kolwitz-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Kathe_Kolwitz-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Kathe_Kolwitz-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Kathe_Kolwitz-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Kathe_Kolwitz-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/03/Kathe_Kolwitz.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Oggi a pranzo, mia madre, appurato che quel non-so-cosa di viscido attorcigliato intorno alla caviglia era davvero la coda di un rettile, è svenuta tirandosi dietro la tovaglia e tutta la cristalleria. Mio padre, intravedendo la coda arretrare tra le gambe di Johanna e pensando a uno scherzo, si è precipitato a sollevare le gambe di sua moglie e a ricoprirmi di ingiurie.</p>
<p>– Lo sai che tua madre ha la fobia dei serpenti: a trent’anni ancora con ’sti scherzi!?</p>
<p>Johanna è scattata in piedi: un istante prima mi carezzava furtiva la gamba sotto il tavolo, ora gli occhi le traboccavano di lacrime, lo sguardo era inchiodato a terra mentre torceva le pieghe della gonna come se volesse strangolarla.</p>
<p>– Non vuoi entrare in azienda? – ha ruggito ancora mio padre rovesciando tutto il secchiello per lo champagne sulla faccia smorta di sua moglie – E va bene, fai il diavolo che vuoi, ma sappi che da noi non avrai più un soldo.</p>
<p>Io volevo rispondere, ma non me ne ha lasciato il tempo: puntava il dito contro Johanna.</p>
<p>– Lo sai che è colpa sua, vero? È da quando l’hai sposata che ti comporti in maniera assurda.</p>
<p>– E tu – rivolgendosi direttamente a lei – come ti permetti di venire in casa mia a tormentare mia moglie, tua suocera, con i tuoi scherzi idioti?</p>
<p>Io sono rimasto lì impalato. Morivo dalla voglia di confessare tutto a mio padre: le visite specialistiche, l’espressione crucciata dei luminari nei loro studi tappezzati di diplomi mentre esaminano Johanna, tutti che scuotono il capo e tutti – dico “tutti” – che se ne escono con lo stesso «non ho mai visto nulla di simile in tutta la mia carriera», le parcelle che si accumulano, lo stipendio che non ci basta più, sprofondare nel buio di tutte le notti insonni… come avrei voluto inginocchiarmi ai piedi di mio padre e raccontargli di tutte le nostre notti insonni, inchiodati al letto dall’angoscia, in un labirinto lastricato di cartelle mediche e bugiardini di pillole, svegliarsi dagli incubi e abbracciare Johanna, «adesso basta, dobbiamo chiedere aiuto, mio padre ha un amico che fa il chirurgo a NYU, ci aiuteranno», e lei che mi stringe a sé, «i tuoi già non mi sopportavano prima, figurati se lo scoprono; e se questa cosa non si può curare? a quel punto vedrai che faranno di tutto per separarci», e io che passo quel che resta della notte a cercare altri luminari su internet, finché la mattina non crollo sfinito. E dopo la confessione avrei aggiunto «ma non vedi che non ce la facciamo più? che padre sei che non ti accorgi di nulla? io non posso dirtelo, Johanna non me lo perdonerebbe mai, ma tu devi arrivarci da solo».</p>
<p>Invece mio padre mi stava ancora urlando addosso.</p>
<p>– Cos’è questa storia che adesso servi ai tavoli? E non negare perché ti ho visto io in persona, passando davanti alla vetrina, con il grembiule e tutto il resto; mi sarei sotterrato dalla vergogna; se hai deciso di rinunciare all’accademia, allora vieni a lavorare con me. Ti vergogni di essere il figlio del padrone? che assurdità.</p>
<p>Invece di confessare, ho preso a urlargli di non usare mai più quel tono con Johanna, che non ho bisogno dei suoi soldi e che presto un amico mio avrebbe pagato l’anticipo di due quadri. Intanto erano mesi che non prendevo più un pennello in mano. Da quella notte in cui avevo portato Johanna al pronto soccorso con un febbrone da cavallo e il giorno dopo le era spuntata quella maledetta coda da varano: «Intossicazione alimentare», ci aveva detto il medicuccio del pronto soccorso, sprofondato in un camice di due taglie più grande di lui. «Ha mangiato pesce crudo, di recente?». A Johanna non l’avevo detto, ma da fine mese avevo iniziato a farmi invitare a cena dai miei. Alla fine della cena mi toglievo il cappello e chiedevo soldi in prestito. In cambio sostenevo i loro sguardi sarcastici, ma non mi pesava, perché sapevo che con quei soldi avremmo pagato almeno un mese d’affitto, e l’ennesima visita dall’ennesimo specialista.</p>
<p>A quel punto mia madre, come resuscitata dall’acqua gelata, si è diretta barcollando verso la presunta artefice dello scherzo. Johanna, più pallida di mia madre, non osava indietreggiare troppo (aveva paura di inciampare su sé stessa). Prima, però, che riuscissi a mettermi di traverso, mia madre ha afferrato la coda che spuntava da sotto la tovaglia:</p>
<p>– I soldi per lo studio te li puoi anche scordare – mi ha sibilato, e ha strattonato la coda con tutte le sue forze.</p>
<p>Johanna, che ha una soglia del dolore molto bassa, è caduta all’indietro, cacciando un urlo bestiale e lacerandoci i timpani. A quel punto mia madre, trovandosi in mano la punta di una vera, fredda, squamosa coda di varano, è svenuta di nuovo. L’acqua, questa volta, non è bastata a rianimarla, così è finita trasportata in ospedale: due giorni in osservazione.</p>
<p>Io e mio padre siamo rimasti in piedi a guardarci negli occhi, sospesi, come quando da bambino mi lanciava in aria e poi mi riprendeva al volo. Tutti e due abbiamo le pupille asimmetriche – è genetico – anche se la sue adesso sono un po’ intorbidite dal tempo. Ci scherza sempre: «con quegli occhi sghembi, non potevi che fare il pittore». In realtà, da quando sono entrato in accademia, quasi non mi parla più. L’ultima volta che siamo andati al museo solo io e lui è stato per una mostra sul realismo magico a Palazzo Reale. Volevo fare degli schizzi di Cagnaccio e gli ho chiesto di accompagnarmi. Ha insistito per pagarmi il biglietto e, con il cappotto sottobraccio, mi ha seguito. Io mi aggiravo incerto tra le stanze mentre, schiarendomi la voce, a ogni quadro cercavo di spiegargli quanto meglio potessi Cagnaccio, la <em>Neue Sachlichkeit</em>, Oppi. Non mi giravo mai a guardarlo, ma sentivo il suo respiro asmatico sulle mie spalle e il suo odore pungente, tipico di un esemplare adulto. Sapevo che non ci capiva niente e, soprattutto, che non voleva capirci niente, però sapevo anche che mi ascoltava con estrema attenzione. Soppesavo attentamente ogni parola, sapendo che mi sarebbe potuta tornare indietro riveduta e corretta; cercavo di semplificare le mie spiegazioni, a tratti mi limitavo a snocciolare piccoli avvenimenti della biografia del pittore – date, numeri, fatti concreti – per cercare di intercettare il mondo in cui viveva mio padre, una sorta di mondo gnostico, creato da un demiurgo pigro e incapace, gettato agli uomini con il solo scopo di implementarlo.</p>
<p>Ho sistemato il mio sgabellino davanti a <em>Dopo l’orgia</em> di Cagnaccio e ho cominciato a tracciare qualche schizzo. Con gli occhi fissi sul quadro, facevo correre le mani sul foglio, affidavo a loro la comprensione di quel mondo nuovo che mi si apriva davanti: un mondo in cui le gambe nude delle donne, i loro sessi ancora fradici si facevano calzare dai simboli del potere – la bottiglia di Champagne, i guanti bianchi degli alti quadri fascisti – senza forzature, come una mera conseguenza fisiologica, immanente a ogni rapporto fra uomini, come la schiuma deve per forza di cose formarsi sulle onde nere; un mondo che mio padre non avrebbe esitato a definire osceno, davanti al quale io invece rimanevo stregato. Concentrarmi però mi riusciva difficile: mio padre, in attesa, si era a messo a girare tra i quadri e l’eco dei suoi passi pesanti rimbombava cupa per tutta la stanza. A volte si fermava dietro di me in silenzio. Sentivo il suo sguardo posarsi prima sui miei schizzi, poi sul quadro, e la sua bocca tremare e contrarsi in una smorfia impercettibile. Poi riprendeva il suo giro. Dopo non so quanto tempo, ho rialzato la testa, e con lo sguardo l’ho cercato nella stanza: lui se ne era andato. Da quella volta non siamo più usciti insieme. Non gliene faccio una colpa. Forse è il suo modo per farmi capire che mi stima, o non mi chiederebbe di entrare in azienda nelle rare occasioni in cui ancora mi rivolge la parola. Certo, mi è dispiaciuto vedere i disegni che gli regalavo da bambino sparire dal frigo uno dopo l’altro.</p>
<p>Adesso siamo ancora in piedi l’uno di fronte all’altro. Mio padre ha smesso di urlare, in mano ha ancora la flûte di champagne, si festeggiava la nuova acquisizione di una controllata o qualcosa del genere: passa il pollice sull’alone di sporco lasciato dalla sua bocca sul cristallo, altrimenti perfettamente limpido: prova a pulire via la macchia. Più ci prova più l’alone si espande offuscando sempre di più la superficie del cristallo, rendendo lo champagne luccicante al suo interno come una poltiglia irriconoscibile. Johanna intanto piange rannicchiata sul pavimento finché, esausta, non si addormenterà.</p>
<p>( n.b.: modificato su richiesta dell&#8217;autore il 9/9/23)</p>
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