<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Tiziano Fratus &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/tiziano-fratus/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 09 Apr 2026 05:27:31 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Allegorie del bene?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/09/allegorie-del-bene/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/09/allegorie-del-bene/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 05:12:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alberi]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro broggi]]></category>
		<category><![CDATA[allegorie]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Lumelli]]></category>
		<category><![CDATA[Bertold Brecht]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Hallé]]></category>
		<category><![CDATA[franco fortini]]></category>
		<category><![CDATA[immagini]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Rancière]]></category>
		<category><![CDATA[Marianne Moore]]></category>
		<category><![CDATA[Peter Waterhouse.]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Fratus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119835</guid>

					<description><![CDATA[ di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> La magnolia come l’oleandro sono reali, ma sottili e densi condizionamenti li fanno esistere vicino a noi. Non sono fino a in fondo immagini di loro stessi, non lo possono essere. Sono immagini di altre cose. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Questo testo è apparso sul n° 5 (dicembre 2025) della rivista “In Opera. Esercizi di lettura su testi contemporanei”. Il numero conteneva <a href="https://riviste.unimi.it/index.php/inopera/issue/view/2748">un dossier a cura di Riccardo Donati</a> dedicato ad Alessandro Broggi a un anno dalla sua comparsa.]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>1.</strong><br />
Ho bisogno di vedere pioppi, così come ho bisogno di coperte pesanti per l’inverno e caffè ogni mattina, dopo essermi alzato. E se non vedo pioppi, o anche se li vedo, ho bisogno di leggere brevi testi, con brevi frasi, come i versi dei poeti e delle poetesse, dove compare la parola “pioppo”.</p>
<p>IL PIOPPO DI KARLSPLATZ</p>
<p>Un pioppo c’è, sulla Karlsplatz,<br />
in mezzo a Berlino, città di rovine,<br />
e chi passa per la Karlsplatz<br />
vede quel verde gentile.</p>
<p>Nell’inverno del Quarantasei<br />
gelavano gli uomini, la legna era rara,<br />
e tanti mai alberi caddero<br />
e fu l’ultimo anno per loro.</p>
<p>Ma sempre il pioppo sulla Karlsplatz<br />
quella sua foglia verde ci mostra:<br />
sia grazie a voi, gente della Karlsplatz,<br />
se è ancora nostra.<br />
(1950)</p>
<p>Di <strong>Bertold Brecht</strong>, traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser.</p>
<p>Il pioppo di Karlsplatz esibisce la foglia, la espone, la rende parte del paesaggio urbano, ed è così che il pioppo rivela la sua estraneità al tempo storico, la sua capacità di attraversarlo, non indenne, ma secondo un ritmo diverso, una pazienza ignota agli esseri umani. È, tra le altre cose, questa sconosciuta, ammirevole pazienza, che fa degli alberi dei testimoni di un tempo diverso, di un tempo che sfugge il presente, che lo scavalca.</p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p>Paradossalmente, gli alberi contribuiscono a rompere la “logica evolutiva”, che ci assegna tutti alla freccia direzionata di un unico tempo storico. Si legga Rancière (da un’intervista su “Machina”: <em>La confusione dei tempi: intervista a <strong>Jacques Rancière</strong></em>, a cura di Pierpaolo Ascari.</p>
<p>“La tradizionale divisione gerarchica oppone il tempo degli uomini attivi, che si propongono dei fini e li realizzano oppure si godono il tempo libero, al tempo ripetitivo degli uomini passivi, dediti alle attività quotidiane. Questa prima divisione è stata ricoperta – e forse dissimulata – nell’età moderna dall’affermazione del tempo omogeneo dell’evoluzione, che ridistribuisce la gerarchia in altri modi: l’obbligo di appartenere al proprio tempo, l’esistenza dei ritardatari, la proscrizione dell’anacronismo ecc. Ho insistito sul modo in cui la sovrapposizione di diverse temporalità ha giocato un ruolo nella ridistribuzione egualitaria del sensibile. Questo è vero, su larga scala, con la reinvenzione al tempo di Winckelmann di un’antichità diversa da quella che l’ordine classico aveva assimilato e superato secondo la logica evolutiva, o al tempo della Rivoluzione francese con la resurrezione di antichi simboli politici. Ciò è ancora vero, su scala più modesta, con le commistioni di tempi e le eterogenee esibizioni di oggetti, testi e immagini che hanno costituito la cultura degli autodidatti. Questi testi e queste immagini, spesso antiquati, hanno fornito loro gli strumenti intellettuali per lottare contro la gerarchia delle temporalità che li rinchiudeva nell’unico tempo della ripetizione.”</p>
<p>Gli alberi non sono solo la vita che ritorna, ciclica, stagionale, ma l’immagine di uno sfasamento temporale rispetto agli eventi maggiori della storicità umana: sono con noi, sono nel nostro paesaggio, eppure sono estranei a esso, appartengono non certo a un ciclo inteso come eternità, ma come linea temporale altra, difforme rispetto a quella umana delle generazioni.</p>
<p>La pazienza della pianta, la sua calma, la sua grande capacità di ascolto e di relazione. Al contrario dell’animale, che risolve la maggior parte dei suoi problemi attraverso il movimento, la pianta sviluppa strategie a partire dalla sua condizione d’immobilità. “Dal momento che non può dirigersi in direzione di ciò che le è necessario, né scappare da quanto può causargli torto, la pianta deve necessariamente trovare dei meccanismi di compensazione rispetto alla sua fissità. Roman Kaiser confronta la sua situazione a quella di un paralitico, obbligato a sviluppare capacità estreme di socievolezza e d’innovazione, dal momento che non può muoversi.” Da <strong>Francis Hallé</strong>, <em>Éloge de la plante. Pour une nouvelle biologie</em> (Seuil, 1999).</p>
<p><strong>3.</strong><br />
Pensate a una foresta di eucalipti. Un’immagine maestosa, pacifica. Il profumo, la zebratura dei tronchi, con i filacci di corteccia che come scorze circolari di un frutto sbucciato cadono ai piedi dell’albero, i passi dentro il suolo asciutto, quasi sabbioso, tra un eucalipto e l’altro. Ma questa immagine nasconde un veleno, un disastro. Una foresta di eucalipti asseta le falde idriche, distrugge la fertilità del suolo e la ricchezza del sottobosco, si espone a incendi devastatori e violentissimi. In Europa, come in altre parti del mondo, principalmente nell’America latina, l’eucalipto è favorito dai coltivatori, in quanto albero dal ciclo di vita corto (12-15 anni) contro quello più lungo di alberi quali il faggio (100-140 anni) o la quercia (150).</p>
<p>Neanche gli alberi sono innocenti. Nemmeno le immagini di alberi promettono quiete e frugalità.</p>
<p>Il pioppo non è certo escluso dal tessuto economico e aziendale, che s’intreccia con il territorio “naturale”. (La “natura” più che un’entità o un sistema autonomo rispetto a quello umano e culturale, è una sorta di confine: permette di sperimentare l’enigma e l’alterità, rispetto a tutto ciò che è interno alle nostre significazioni. Ciò che chiamiamo “natura” è sia interno che esterno; come il nostro inconscio è l’esterno del nostro interno umano, individuale o collettivo, così ogni pezzo di mondo naturale è da noi intessuto di significati umani, e nello stesso tempo esibisce una fodera opaca, che trascende, sfugge, a questi significati.)</p>
<p>Da un sito aziendale: “uno dei principali attributi del legno di pioppo è che può essere ridotto in fogli di ampia superficie e privi di difetti che consentono di produrre un compensato dalle caratteristiche di aspetto esteriore pressoché uniche o quantomeno ben superiori a quelle di molti pannelli dello stesso tipo realizzati con altre specie legnose”. La pioppicultura sembra avere un impatto ambientale ben meno nocivo che la coltivazione dell’eucalipto. In Campania, nell’Area Vasta di Giugliano, un territorio in cui la camorra ha interrato per anni i fanghi industriali, la cultura del pioppo è utilizzata per sanare il suolo. Al posto delle tecniche ingegneristiche di bonifica, molto costose e che bloccano l’attività agricola, si piantano decine di migliaia di pioppi. Il pioppo è una delle specie arboree maggiormente in grado di assorbire i metalli contenuti nel suolo.</p>
<p>Tutto questo ovviamente non sembrerebbe riguardare il pioppo di Karlsplatz. Ma oggi sì. Ogni pianta può essere un avversario o un alleato. Ogni pioppo appartiene a dei sistemi più o meno controllati, a delle famiglie di viventi più o meno docili.</p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p>I LAMPI DELLA MAGNOLIA</p>
<p>Vorrei che i vostri occhi potessero vedere<br />
questo cielo sereno che si è aperto,<br />
la calma delle tegole, la dedizione<br />
del rivo d’acqua che si scalda.</p>
<p>La parola è questa: esiste la primavera,<br />
la perfezione congiunta all’imperfetto.<br />
Il fianco della barca asciutta beve<br />
l’olio della vernice, il ragno trotta.</p>
<p>Diremo più tardi quello che deve essere detto.<br />
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,<br />
i lampi della magnolia.</p>
<p>Da <em>Paesaggio con serpente (Versi 1973-1983)</em>, di <strong>Franco Fortini</strong>.</p>
<p>Dobbiamo parlare o guardare? Se parliamo, non parleremo degli alberi, parleremo di quello che gli uomini non riescono a fare. Parleremo, magari, di quello che le donne non vogliono fare, non vogliono più fare nel mondo pensato e organizzato per la preminenza dei maschi. Si parlerà, provocando conflitto, evocandolo. Nulla andrà liscio in quel discorso, che si vuole aperto, esteso. Di parte, ma esteso. Vi entreranno dentro le collere, le impazienze. “Non vi è bastata una vita, per cambiare voi stessi e parte del vostro mondo?” Di questo e di altre cose non si parlerà, adesso. Perché si guarderanno gli alberi: l’oleandro, la magnolia. E anche le tegole, che tengono fermo il tetto e riparata la casa. E il ragno, che muove imperterrito verso la soluzione dei suoi problemi.</p>
<p>La magnolia come l’oleandro sono reali, ma sottili e densi condizionamenti li fanno esistere vicino a noi. Non sono fino a in fondo immagini di loro stessi, non lo possono essere. Sono immagini di altre cose. Sono allegorie. Allegorie di concetti che ci mancano, che rischiano di essere vuoti. Cosa includere, far esistere, sotto il concetto di “bene”? Quali sono le specifiche, concrete, appropriate, “letterali” immagini del bene? Appena se ne pronuncia il termine, se ne annuncia il concetto, da ogni parte sciamano fraudolenze. Cortesie estreme e infide, da dispositivo dialogante dell’Intelligenza Artificiale.</p>
<p>“I lampi della magnolia” sono immagini di bene. Di tali immagini dobbiamo caricarci, oppure, all’opposto, grazie a esse svuotiamo lo spirito troppo ingombro.</p>
<p><strong>5.</strong><br />
“La domanda in questione suona così: quanto tempo si può stare di fronte a una cosa? (…) Dunque mai stare davanti, non guardare fisso, non provocare. Non bisogna provocare un mandorlo, ancora più se è meravigliosamente fiorito. Basta poco e diventa incomprensibile, un ostacolo, alla fine un rimorso.”<br />
Da<em> bianco è l’istante</em> (Edizione del Verri, 2015) di <strong>Angelo Lumelli</strong>.</p>
<p>C’è un’allegria dei fili d’erba, dei fiori di mandorlo o di albicocco. Un’allegria della luce. Anche se tutto è perfettamente sospetto, anche se tutto è guasto, anche se non possiamo tenere nella mente né i fili d’erba né i fiori di mandorlo, dal momento che diverrebbero un problema, un problema alla fine da risolvere con grande violenza ed efficacia, quindi l’allegria ci serve, perché ci permette di guardare altrove, a qualcosa che ancora non c’è. A un’altra cosa allegra. A un altro bene.</p>
<p>“Molte cose accrescono la mia allegria. Gli alberi accrescono la mia allegria. Le scimmie accrescono la mia allegria. Il mare accresce la mia allegria. Le banane accrescono la mia allegria. Guidare l’auto accresce la mia allegria. I monti accrescono l’allegria.”<br />
Da <em>POLARIZZAZIONE</em>, in <em>Krieg und Welt</em> (2006) di <strong>Peter Waterhouse</strong>. Traduzione di Camilla Miglio.</p>
<p><strong>6.</strong><br />
L’OLMO DI CAMPERDOWN<br />
Dono di A. G. Burgess al Prospect Park di Brooklyn (1872).</p>
<p>Questo olmo piangente mi richiama<br />
gli <em>Spiriti affini</em> sull’orlo di un dirupo<br />
<span style="color: #ffffff;">;;;;;;;;;;<span style="color: #000000;">c</span></span>he domina un torrente:<br />
Bryant che ama gli alberi e invoca Thanatopsis<br />
sta conversando con Thomas Cole<br />
nel quadro di Asher Durand, che li raffigura<br />
sotto la filigrana di un olmo sovrastante.</p>
<p>Essi avevano visto, non c’è dubbio, altri alberi – tigli,<br />
aceri e sicomori, querce e l’albero<br />
dei viali di Parigi, l’ippocastano; ma immaginate<br />
il loro rapimento se avessero mai visto<br />
la vasta mole dell’olmo di Camperdown e “la trama intricata dei suoi rami”<br />
che s’innalzano ad arco e scendono a incurvarsi in quella nebbia di sottili fronde.<br />
Lo vide lo specialista di cavità arboree<br />
e sondò col suo braccio la caverna del tronco,<br />
per quanto era lunga; e c’erano altre sei piccole cavità.</p>
<p>Occorrono puntelli ed alimenti. Mette ancora le foglie;<br />
ancora lì. <em>Mortale</em> tuttavia. Salviamolo. Poiché<br />
è la suprema rarità di Brooklyn.</p>
<p>Da <em>Poesia sparse</em>, di <strong>Marianne Moore</strong>, traduzione di Lina Angioletti e Gilberto Forti.</p>
<p>Questa poesia, scritta da Marianne Moore nel 1967, aveva uno scopo pratico: salvare dall’incuria un olmo d’origine scozzese, sorta di bizzarria della natura (“our crowing curio”), che era stato piantato nel Prospect Park di Brooklyn nel 1872, cinque anni dopo la creazione del parco. Si tratta di un olmo dai grandi tronchi nodosi, che si sviluppano quasi parallelamente al suolo e creano una sorta di cupola attraverso il fogliame ricadente. Come si parla di un albero? Perché si parla di un albero? L’ho detto: per salvarlo. Moore, quasi ottantenne, viene eletta nel 1965 presidente della Greensward Foundation, e in questo ruolo si occuperà anche degli alberi sofferenti o in via d’estinzione del Prospect Park. Ma parlare di un albero è un affare difficile, anche perché l’albero – lo abbiamo visto – è spesso l’immagine di un’altra cosa, l’immagine di un bene. Ma qui è in questione un albero particolare, in tutta la sua opacità biologica, vegetale. Moore opera varie forme di avvicinamento obliquo, per triangolazione. Differisce l’incontro, o lo “scherma” con un dipinto, e questo dipinto contiene un olmo, ma anche un “romantico” paesaggio roccioso, con torrente annesso, e colline verdeggianti all’orizzonte. Si tratta del quadro di Asher Brown Durand : “Kindred Spirits”. E gli “spiriti affini” sono i due uomini, due amici, che stanno l’uno accanto all’altro al centro di questo paesaggio selvatico. Uno è poeta e l’altro pittore. Invece di presidiare un salotto borghese, ammaliandone il pubblico colto e agiato, o di lavorare assiduamente chi alla scrivania chi nell’atelier, se ne stanno sopra uno sperone roccioso a discettare del mondo circostante, privo di costruzioni, ferrovie, pali della luce, lampioni, scavi nel terreno. Ma Moore non è interessata a questa prima messa in scena romantica, in quanto i due solitari amanti della <em>wildness</em> servono come pretesto all’evocazione di alberi comuni: tigli, aceri, sicomori, ecc. Perché una volta che si è, da giovani o giovanissimi, imparato ad associare gli esemplari concreti degli alberi con i nomi delle loro specie, non si aspetta altro che l’occasione di elencarli, metterli per iscritto quei nomi, nella dimensione solenne e rituale del verso poetico, in modo che famiglia e individuo compaiano assieme, per un attimo, nella lettura: il tiglio scritto e nominato convoca l’insieme dei tigli visti, tutte le somiglianze tra i singoli tigli incontrati, tigli spesso già allineati dall’uomo, messi in una fila, organizzati in filari appunto, in modo tale che domini una ridondanza percettiva a ogni nuovo incontro. Per parlare di un albero centenario, situato in un parco di New York, Marianne Moore parla di un dipinto, in cui assieme a un albero e a un intero paesaggio selvatico, si vedono in piedi e sfaccendati un pittore e un poeta. Entriamo quindi nella mente di questi due individui, perché in loro troviamo la memoria di altri alberi visti, ossia incontrati e nominati. Ed è questo il nucleo, il perno estetico e libidico del componimento: la strofa centrale. E ora, che tutto un corteo d’alberi è stato evocato (ippocastano di Parigi incluso), possiamo finalmente abbordare il nostro vero soggetto poetico, ossia le cavità dello strano, fragile, sorprendente olmo d’origine scozzese.</p>
<p><strong>7.</strong><br />
Sfogliando disordinatamente l’edizione Oscar Mondadori (2005) di <em>Petrolio</em> di<strong> Pasolini</strong>, mi sono imbattuto in una serie di frammenti intitolati “I Godoari”. In nota si ricorda che tale nome è frutto dell’invenzione di Anna Banti, che in questo modo chiama un popolo barbaro insediatosi nella pianura padana intorno a una villa abbandonata (La villa romana).</p>
<p>In ognuno di questo frammenti pasoliniani, dominano delle descrizioni accurate, calme, di paesaggi naturali che si trovano spesso al confine con zone urbane e periurbane. Si tratta di descrizioni che alleano precisione documentaria e topografia fantastica. La vegetazione che la voce narrante evoca è del tutto ordinaria, familiare, eppure la successione degli spazi sembra sganciarsi da ogni continuità paesaggistica. Ancora una volta il montaggio (o il semplice collage modernista – Marianne Moore –) sembra inserirsi in questi testi piattamente descrittivi, programmaticamente bucolici, anche se in essi l’idillio è sospeso, tramortito dalla vicinanza con il detrito e la rovina, eredità dell’uomo e delle sue trasformazioni territoriali.</p>
<p>“Non potati da decenni o da secoli, gli alberi da frutto avevano duri rami contorti, troppe foglie, piccoli frutti irriconoscibili, ed erano radi, nati a caso, tra i rovi, che parevano pian piano, con le ortiche e la xxx, voler coprire tutta la campagna. Invece, al di là di una siepe, appunto di rovi, serrati e duri come il ferro, dopo un pianello d’erba corta e verde – a cui probabilmente erano mescolati della dolcetta e del radicchio – apparve un secondo indizio: ed era qualcosa che non poteva non dare un tuffo al cuore e far venire intrattenibili lacrime agli occhi: si trattava di un campicello di granoturco, con in mezzo dei filari di viti, in cui si sentiva la &lt; &gt; di una mano umana.”</p>
<p>Da Appunto 114. I Godoari (V).</p>
<p>Nell’atmosfera cupa e violenta di molte pagine di <em>Petrolio</em>, si apre questa serie non-narrativa e non-saggistica, serie di non accadimenti e non ragionamenti, in cui lo sguardo vaga libero, erratico, tra “gli alberi da frutto”, “un pianello d’erba”, “un campicello di granoturco”.</p>
<p>Parlai di queste pagine ad <strong>Alessandro Broggi</strong>, nel periodo in cui era già impegnato nella stesura di <em>Noi</em>. Avevo già avuto modo di conoscere parti del suo progetto in corso. E gli lessi quindi alcuni brani dei Godoari di Petrolio, e lui ne rimase, come immaginavo, molto intrigato.</p>
<p><strong>8.</strong></p>
<p>(Un poeta italiano che si è presto specializzato in libri sugli alberi è <strong>Tiziano Fratus</strong>. Fratus fa, appunto, libri sugli alberi. Nessuna sospetta triangolazione, nessun rovello allegorico, nessuna impossibilità conclamata (Lumelli) di far fronte a un mandorlo. Nessun’ombra, proiettata da discorsi che <em>si dovranno fare</em> “più tardi” (Fortini). Non c’è più nessun sospetto nell’albero, nell’immagine che esso sollecita in noi, per un autore come Fratus: l’albero è un amico. Punto e basta. Questa è la buona notizia. Ed è così che un poeta può scrivere un intero libro per Mondadori, ma in una rassicurante prosa, dal titolo <em>Ogni albero è un poeta. Storia di un uomo che cammina in un bosco</em>. La copertina fa subito capire che il lettore è invitato a disarmarsi. Una ragazzina dall’aria rustica se ne sta a piedi nudi sul disco di legno, di un albero tagliato alla radice, in un bosco assai favolistico, assai incantato. E la ragazza stringe tra le mani un fusto metallico poggiato alle sue spalle, da cui pende un bulbo di vetro illuminato. Gli alberi di Fratus sono davvero gli alberi amici, e basta (senza fodere opache, sfuggenti), eppure tutto è già circonfuso di magia. “La natura è, da che mondo è mondo, la nostra nutrice e la nostra precettrice. Ci insegna. Ci redarguisce. Ci informa.” Scrive, ad esempio, Fratus. Qualcosa non funziona. E io penso che, alla fine, quello che non funziona è questa “amicizia” troppo esibita, troppo sicura di sé, proprio nei confronti degli alberi. Tutti vorremmo essere amici degli alberi, nei giorni di festa. Ma nei giorni lavorativi cosa succede agli alberi? Cosa succede a noi? Come vengono usati gli alberi? Che ce ne facciamo degli alberi? Certo, uno può sempre specializzarsi nel fare libri sugli alberi, dicendo che il poeta e l’albero sono una stessa cosa. Pappa e ciccia. Poeta l’uno, poeta l’altro. Sembra di non aver più a che fare con <em>immagini </em>del bene, ma con il bene proprio, tagliato a pezzi e incellofanato per il lettore. Come in un libro sulla crescita personale.)</p>
<p>“Ci esamina da una pozza uno stormo di otarde – fasci di capperi, cardi e sorbe, castagne d’acqua e boccioli di canna, un grosso mandarino tardivo con i rami ricchi di frutti… I raggi del sole ci investono, stanno sbocciando i ventagli fogliosi della manioca, la strada è un passaggio strettissimo in mezzo a una piana di papaveri che perdono le corolle, a ciò che sta appena al di qua o al di là del campo di attenzione…”</p>
<p>Da <em>Noi </em>di Alessandro Broggi (2021), p. 19.</p>
<p>E ancora.</p>
<p>“Percepiremmo ogni mattina la giornata che si avvierebbe come un infinito campo di possibilità e agiremmo in modo da aumentarne il numero, non confermeremmo semplicemente il nostro mondo. Germinando le tassonomie più variate tra le connessure di una crosta sassosa, la stagione reimposterebbe il suo giro, i fuscelli sorgendo già pieni di api che ronzano; senza che siano tralasciati aster e farfara, festuche dal ciuffo, stipe, giunchi, erba corda, pere di terra che conoscerebbero forme di sviluppo loro proprie, sussulti arborescenti che beneficerebbero di fondovalle convergenti, a portata di mano, di ravine addizionali coronate da pennacchi di cirri.”</p>
<p>Da <em>Noi</em>, p. 89.</p>
<p>Quali sarebbero, delle infinite possibilità aperte dall’avanguardia camminante dei protagonisti del libro, <em>quelle</em> che non confermerebbero il mondo, e di cui si potrebbe parlare? Non è facile formularle, metterle in parole, tali possibilità. Ma si può procedere, come nella serie I Godoari di Pasolini, a costruire un paesaggio, montandolo pezzo per pezzo, vocabolo per vocabolo, utilizzando quella fodera opaca, per mostrare, indicare con cenni muti, che qualcosa esiste al di là di quello che ogni giorno l’Occidente ufficiale <em>conferma</em>.</p>
<p>Abbiamo bisogno di immagini del bene. Le figure umane non ci bastano. Le figure umane sono campioni nel disumanizzarsi, nel rendere se stesse disumane, agendo come mostri su mostri. Le figure viventi, non umane, portano forse un bene. Non direttamente. Non letteralmente. Di qui l’immagine di un’immagine. L’immagine di un concetto vuoto. L’immagine di un bene, che non tocchiamo, non vediamo. Per questo i “sussulti arborescenti”, che Broggi evoca, possono essere “a portata di mano”. Abbiamo bisogno di allegorie del bene. Dobbiamo svuotarci di umanità. Non verso qualche umanissimo (ancora più incanaglito) transumanesimo: ma verso la docilità e la pazienza delle erbette, smemorate, dementi, produttrici di allegria.</p>
<p>*Immagine: David Hockney, <em>Apple Tree</em>, 2019</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/09/allegorie-del-bene/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>da &#8220;Il respiro della terra&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/04/02/da-il-respiro-della-terra/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/04/02/da-il-respiro-della-terra/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 06:27:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Il respiro della terra]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Fratus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=32517</guid>

					<description><![CDATA[di Tiziano Fratus [LA GIOSTRA E ALTRI SPETTACOLI] . bagni popolari (1964) una boscaglia appena tratteggiata e un uso di pastello, scuro, che va a compilare i corpi inesatti, incompleti, i bagnanti anche ritagliati e incollati sulla tela, forse da una cartolina o da una fotografia, seni sproporzionati: una popolazione di otto figure mute, pensierose, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Fratus</strong></p>
<p>[LA GIOSTRA E ALTRI SPETTACOLI]</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><em>bagni popolari (1964)</em></p>
<p>una boscaglia appena tratteggiata e un uso di pastello,</p>
<p>scuro, che va a compilare i corpi inesatti, incompleti,</p>
<p>i bagnanti anche ritagliati e incollati sulla tela,</p>
<p>forse da una cartolina o da una fotografia, seni</p>
<p>sproporzionati: una popolazione di otto figure mute,</p>
<p>pensierose, indecise, appollaiate sulla sabbia,</p>
<p>un giorno d’estate, lontano dall’inferno del vietnam</p>
<p>°<span id="more-32517"></span><em>scimmie (1964)</em></p>
<p>la gabbia svanisce, nella ragnatela di grigi che si</p>
<p>disperdono nello sfondo: un enorme babbuino,</p>
<p>con il muso che sembra la scalinata di una ziggurat,</p>
<p>solido, inamovibile, gli occhi bui e mesopotamici,</p>
<p>guardinghi, ed il piccolo raccolto fra le zampe,</p>
<p>protetto: fare tutto come la prima volta, non come</p>
<p>lo spettatore che sta fuori e osserva, quasi annoiato</p>
<p style="text-align: right;"><strong>.<br />
</strong></p>
<p>[LE ORCHE VERNACOLARI]</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>I. <em>la lingua delle orche</em></p>
<p>wittgenstein si chiedeva il significato della frase</p>
<p><em>il marrone contiene il nero</em>: ovvero se esistesse</p>
<p>un marrone più o meno vicino al nero: cosa</p>
<p>potesse definire il marrone dal nero o dal marrone</p>
<p>tendente al nero: una pura formalità linguistica?</p>
<p>un gioco di parole? una ricerca condotta da biologi</p>
<p>marini ha stabilito che le orche si specializzano,</p>
<p>linguisticamente: i branchi, a seconda dei mari,</p>
<p>definiscono suoni che compongono lingue diverse,</p>
<p>dialetti: è questo un altro gioco di parole?</p>
<p>gli esseri umani, la specie sovrana, fa della ragione</p>
<p>l’arma principale del progresso e della vita:</p>
<p>nonostante la diffusione della democrazia, nelle</p>
<p>più articolate modalità, la guerra non decresce,</p>
<p>il tasso di divorzi aumenta costantemente:</p>
<p><em>eccesso di libertà</em> dice un bipede eretto dal pulpito:</p>
<p>cosa non funziona in quella particolare lingua<!--more--></p>
<p>°</p>
<p>VI.<em> ipotesi e abitudini di orche antartiche ed artiche</em></p>
<p>se nello stretto di drake, le orche, ascoltano il rumore</p>
<p>dei fari che entrano in risonanza: se le orche che</p>
<p>navigano di fronte alla costa di giorgio quinto,</p>
<p>laddove sosta, secondo i geografi, il mare dumont</p>
<p>d’urville, compongono un cerchio perfetto trainate</p>
<p>dalla forza elettromagnetica che guida le pesanti</p>
<p>placche di ferro in corrispondenza del polo magnetico:</p>
<p>se le orche al largo della groenlandia, smettono</p>
<p>d’inseguire i pescherecci che provengono dai porti,</p>
<p>è perché sospettano che qualcosa nel clima si stia</p>
<p>modificando per i secoli a venire: e sono stufe di farsi</p>
<p>fotografare da neolaureati in biologia marina col mito</p>
<p>di jean costeau</p>
<p>°</p>
<p>VII. <em>rarissime orche dei laghi piemontesi</em></p>
<p>un gruppo di pescatori di lucci sul lago d’orta,</p>
<p>giura che la loro imbarcazione sia stata</p>
<p>urtata da un’orca d’acqua dolce, tre giorni fa:</p>
<p>la leggenda racconta di avvistamenti fatti</p>
<p>il sabato, il giorno del riposo, poiché dio creò</p>
<p>le orche proprio il sesto giorno: orche e donne,</p>
<p>qualcuno commenta sorridendo: tacciono</p>
<p>le cronache locali del lago maggiore: non si sa</p>
<p>se si tratti della solita scarsa loquacità piemontese</p>
<p>o, al contrario, se sia un dato acquisito</p>
<p>°</p>
<p>[ALTRE INCERTEZZE NEL PAESAGGIO]</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>IX. <em>appunti di macroeconomia siberiana</em></p>
<p>ti abbasso le calze coi denti, mi fissi senza espressione,</p>
<p>sarcastica, inarcando il labbro superiore: l’odore della tisana</p>
<p>alla mela e cannella alleggerisce la tua figura posata, come</p>
<p>dalle mani di dio, sullo sfondo nero del lenzuolo, che</p>
<p>riproduce un sistema nervoso: mi suggerisci, mentre dormo,</p>
<p>che dalla siberia non migrano soltanto lunghe donne</p>
<p>dai capelli di lisca e avambracci trasparenti: antropologhi</p>
<p>moscoviti estraggono zanne di mammuth, grazie a vecchi</p>
<p>automezzi militari sopravvissuti alle guerre in afganistan,</p>
<p>all’impero sovietico: tagliate, sezionate, confezionate e</p>
<p>vendute ai mercanti di hong kong, per oggetti che finiranno</p>
<p>nelle abitazioni di lusso dei nuovi ricchi, o di qualche</p>
<p>politico in ascesa: mi parli di una scacchiera intagliata</p>
<p>nell’avorio dei mammuth, una scacchiera che porta in dote</p>
<p>alcune migliaia d’anni: interrompi il racconto ridendo, per</p>
<p>qualche sfumatura della lingua che mi sfugge: ricominci</p>
<p>a fare l’amore col mio corpo, catturata nella porzione</p>
<p>occidentale del nostro piccolo mare lunare: la notte polare</p>
<p>inizia a calare, ricongelando i resti di quelle creature</p>
<p>mentre una regina d’avorio si posa, tra i sospiri strozzati,</p>
<p>sul ventre di una sirena albina: e ricominciamo a mordere</p>
<p>°</p>
<p>[IL TAGLIO WYETH]</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>XIII. <em>la gloria delle cornacchie</em></p>
<p>nome di battesimo: johnny lynch:</p>
<p>la mano del pittore lo ritrae nella casa di famiglia,</p>
<p>un posto in cui, si diceva, la gente viveva uccidendo</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>cornacchie: nessuno capisce quanto sia possibile</p>
<p>vivere nutrendosi di cornacchie: se le si condisca</p>
<p>di erbe selvatiche strappate nei campi, oppure</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>con le more di stagione, o ancora, con la semplice</p>
<p>terra: i folti capelli scuri, corvini, il profilo da attore,</p>
<p>il pesante cappotto già usato dal padre e dal nonno</p>
<p>°</p>
<p>XVII. <em>i kuerners</em></p>
<p>karl tiene la carabina poggiata al</p>
<p>braccio destro, sopra la ruvida superficie</p>
<p>della giacca invernale, la corona di capelli</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>bianchi, corti, ritirati dalla fronte, gli occhi</p>
<p>blu assottigliati dalla luce che penetra dalla</p>
<p>finestra: anna è appena arrivata dalla cucina,</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><em>perché non scendi per il pranzo quando ti chiamo</em>?</p>
<p>sbuffa, la testa raccolta per abitudine sotto</p>
<p>uno straccia chiaro: il fucile è puntato verso di lei</p>
<p>°</p>
<p>XIX. <em>pentecoste</em></p>
<p>le ombre di sei pali tengono le reti gonfie,</p>
<p>il vento che agita lo spirito della ragazza caduta</p>
<p>in acqua, all’isola allen, nel maine: una disgrazia</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>che non ha senso, come molte disgrazie mosse dai</p>
<p>capricci degli elementi: i genitori non sanno</p>
<p>ancora trovare pace, nemmeno nel sonno: il</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>corpo, sfatto, è salito a galla a punta pemaquid,</p>
<p>ad ogni ingenua declinazione di speranza:</p>
<p>la rete dà forma e pensiero alla rabbia</p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p>[Tiziano Fratus, <em>Il respiro della terra</em>, Edizioni Torino Poesia, Torino, 2009.]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/04/02/da-il-respiro-della-terra/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>39</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Una stanza a Gerusalemme</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/19/una-stanza-a-gerusalemme/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/19/una-stanza-a-gerusalemme/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2009 04:56:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Fratus]]></category>
		<category><![CDATA[Una stanza a Gerusalemme]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19373</guid>

					<description><![CDATA[di Tiziano Fratus Tutti aspettano, con impazienza, che le madri partoriscano una generazione felice. Walid Al-Shaykh [responsabilità] oggi sei più silenzioso del solito non mi riesce nemmeno di offenderti al telegiornale si vedono i militanti di hamas entrare nel quartier generale di al fatah le teste nere con il fazzoletto verde occupano gaza so che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Fratus</strong></p>
<p><em>Tutti aspettano, con impazienza,<br />
che le madri partoriscano<br />
una generazione felice.</em></p>
<p>Walid Al-Shaykh</p>
<p><em><br />
[responsabilità]</em><br />
<em><br />
oggi sei più silenzioso del solito<br />
non mi riesce nemmeno di offenderti</em><br />
al telegiornale si vedono i militanti di hamas entrare nel quartier generale di al fatah<br />
le teste nere con il fazzoletto verde occupano gaza<br />
so che sei in allarme<br />
sei un buon soldato e farai tutto quello che occorre<br />
al governo questo lo sanno e da anni ci fanno affidamento<br />
<em>oggi dunque astinenza?</em> ti chiedo scocciata<br />
spengo la televisione ma a fatica ti fai slacciare i pantaloni</p>
<p>*<br />
<span id="more-19373"></span><br />
<em>[la terra]</em></p>
<p>il punto è<br />
quanti secoli di guerra e conquista<br />
d’assedio e mantelli deposti sul sacro sepolcro<br />
quanta vanità spesa a fiumi dagli uomini retti di buona volontà<br />
siano essi figli di dio o discendenti della parola di allah<br />
eredi dei salmi e delle preghiere dell’esilio<br />
la città tre volte santa e per questo tre volte benedetta e martoriata<br />
anche gli angeli e i diavoli si sono scomodati in legioni<br />
per la conquista di questa città sospesa dove riposano finti archi e pozzi in ogni cortile<br />
il punto è<br />
come sia possibile che in sessant’anni non si sia riuscita a trovare una chiave<br />
un punto focale di snervamento<br />
un bisturi circonciso lungo il perimetro irregolare del tumore<br />
capace di rimuove pezzo a pezzo<br />
ogni cellula maligna<br />
ogni pensiero di ricatto e vendetta<br />
le famiglie di oggi vivono costrette dalle condizioni fisiche<br />
la presenza del nuovo muro che spezza qualsiasi illusione<br />
gli amici uccisi o incarcerati<br />
i figli immortalati in lunghe file nere con bandiere verdi sventolanti<br />
come quelle che un tempo si agitavano nello sbarco dei crociati<br />
il punto è<br />
quante volte deve essere ancora abbattuto il tempio<br />
quante volte la pressione esercitata porterà il crollo della materia<br />
con bagno di sangue e infiltrazioni di miseria animale<br />
il punto è<br />
la chiamano democrazia una nazione alimentata dal dna di soldati e terroristi<br />
una terra in cui dopo il kippur e i sei giorni al governo si alternano ex agenti del mossad<br />
che hanno partecipato all’assalto in uganda del luglio settantasei<br />
nel nome del comitato x capitanato da golda meir<br />
bombardamenti chirugici e tritamenti di carne come a shatila<br />
il punto è<br />
sfilano lungo i sentieri desertici i cartelloni per le prossime primarie<br />
netanyau peres sharon e barak da un lato<br />
arafat e hamas e al fatah dall’altro<br />
due poli che si attraggano e si respingono<br />
lati di segno contrario della stessa antica moneta<br />
come doppio è il suicidio di una ragazza imbottita di tritolo nel mercato di ramallah¹<br />
suicidio dell’amore di una madre e di un padre e suicidio del futuro di un paese<br />
il punto è<br />
costa maggiormente il sacrificio di una nazione nata dalla volontà di sottrarre il proprio popolo alle persecuzioni protratte nei continenti<br />
o costa maggiormente il sacrificio di un popolo scacciato dalla terra dei padri in nome di una storia scritta in un libro<br />
precipita maggiormente il desiderio di identità o il desiderio di riparo<br />
in una terra dove nessuno è sicuro di sapersi al sicuro<br />
chi sono i figli del pellicano che si dissangua per nutrire chi è a rischio di morte?<br />
il punto è<br />
bisogna pur coglierla la meraviglia di una terra<br />
ritornata nelle mani della sua gente dopo duemila anni di saccheggi romani<br />
di roghi di cui resta soltanto un malconcio muro –<em> ha katel</em><br />
rivolto a occidente e dove non si va a piangere ma a ricordare<br />
a sperare proprio quello che la storia non ha voluto<br />
<em>el mabka</em> luogo del pianto l’hanno rinominato gli arabi<br />
una sinagoga a cielo aperto al cui cospetto le donne devono stare con le donne<br />
e gli uomini devono stare in mezzo agli uomini<br />
le piccole piante di cappero si infiltrano nelle fessure dei blocchi<br />
dove i messaggi si masticano a vicenda e chissà come dio saprà leggerli<br />
il punto è<br />
<em>ha aretz</em> è la terra in cui dio ha dato origine alla creazione<br />
è la terra dove cristo ha versato il sangue per la salvezza dei peccati dell’uomo<br />
è la terra in cui la storia moderna naufraga colpita al cuore senza più saperne la ragione<br />
il punto è<br />
che il punto in questione sfugge al controllo e si disperde nella notte dei tempi<br />
chi dal centro dell’europa e di un antico impero decaduto nel vizio<br />
capisce quel che vuole capire<br />
ovvero capisce a tratti<br />
non capisce affatto <em>yerushalaim</em></p>
<p>*</p>
<p><em>[pentateuco]</em></p>
<p><em>non ti chiedi mai se quello per cui indossi l’uniforme sia giusto o sbagliato?</em><br />
quello che c’è stato prima di me non ha alcuna importanza<br />
non ha nulla a che fare con me<br />
non direttamente<br />
a me interessa soltanto difendere la vita<br />
della mia gente dei miei figli</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>*</p>
<p><em><br />
[passaggio]<br />
</em></p>
<p>non parli mai delle donne che hai amato prima di me<br />
ho la sensazione che anche tu cederesti al ricatto della negazione<br />
anche tu hai deciso di replicare le tue stanze chiuse a chiave<br />
in un castello di otranto che ti porti dietro nonostante tutto<br />
potresti odiare pur di rinunciare al tentativo di soppesare i sentimenti che avevi messo in gioco<br />
covi stroncature capaci di seppellire la maggior parte dei terremoti<br />
in grado di dimenticare l’esistenza delle faglie e della tettonica delle zolle<br />
sei un uomo che parte morbido ma arriva rigido<br />
anche se in questo momento sento il tuo pene battere nella mia bocca<br />
i muscoli del tuo ventre si inarcano e vedo le vene gonfiarsi sul corpo che contrai alla perfezione<br />
mentre abbassi le palpebre la lingua cerca umido sulle labbra<br />
sta per arrivare il momento che entrambi desideriamo<br />
accelero il movimento e improvvisamente<br />
senza che tu mi avverta sciogli nella bocca<br />
ti rilassi come una serpe improvvisamente privata del respiro<br />
resto inebriata dal tuo seme che a fiotti si deposita sul volto<br />
sopra l’occhio destro e più su fino ai capelli<br />
è un regalo il tuo di cui non so ringraziarti<br />
ad un tratto ti avvicini e mi baci le labbra<br />
ridiamo per qualche minuto quasi imbarazzati<br />
ma deglutisco sognando la prossima volta<br />
tu non sai quanto siano liberatori certi atti nascosti<br />
forse viviamo l’undicesimo capitolo di un decalogo polacco</p>
<p>*<br />
<em><br />
[la razza]</em></p>
<p><em>non hai mai picchiato una donna?</em><br />
il tuo sguardo si attorciglia sulle mie articolazioni<br />
ho la netta sensazione di averti dato una buona idea<br />
<em>non sono palestinese</em> mi rispondi davvero seccato<br />
lo sai che nel corano maometto non incita a farlo<br />
<em>sarà</em> aggiungi affondando le tue mani sotto le mie braccia<br />
<em>quello che so è che lo fanno con le mogli con le sorelle e con le figlie</em><br />
mi sollevi e mi affondi nel materasso<br />
non faccio in tempo a schiaffeggiarti che ti stai già prendendo cura del mio sesso<br />
<em>sei razzista</em></p>
<p>*<br />
<em><br />
[il mondo è contro di noi]</em></p>
<p>stamattina spira un vento caldo sui sassi e contro i tetti di gerusalemme<br />
sui giornali si discute della politica militare del governo olmert<br />
dei bombardamenti aerei e delle azioni chirurgiche in libano<br />
che assomigliano a quelle degli americani in iraq e a sarajevo<br />
i militari si fanno scudo dietro il silenzio della storia in cui hanno scavato a fondo<br />
negli anni trenta e quaranta con gli attentati alla popolazione araba<br />
ai tempi in cui sostenere <em>un popolo senza terra per una terra senza popolo</em><br />
non arricciava la pelle a nessuno<br />
quando il presente della futura nazione poteva ancora svilupparsi in uganda o in sudamerica<br />
e la lingua sacra veniva battezzata sotto lo sguardo del golan<br />
col sudore delle ginocchia nei kibbutzim e nei moshavim<br />
si conquistava il deserto come gli italiani in libia<br />
uno spazio vuoto dove non viveva un popolo unito e capace di autogoverno<br />
nel quarantotto nasceva lo stato di israele<br />
<em>per secoli gli ebrei si sono chiesti nelle loro preghiere<br />
quando tornerà ad esserci per il nostro popolo uno stato?<br />
nessuno avrebbe mai pensato di porre la terribile domanda<br />
esisterà ancora il popolo quando nascerà quello stato?</em><br />
come si sia passati dall’olocausto alla guerra di yom kippur e a quella dei sei giorni<br />
come si sia passati dal dolore subito per secoli al dolore inflitto nelle carceri<br />
dove muoiono persone a cui è negata la cura per le ferite inferte durante gli interrogatori<br />
citando ma soltanto per nome i massacri di shatila e sabra<br />
mentre chi li ha compiuti non è stato bandito dalla società delle nazioni<br />
come chiedeva sandro pertini che sulle tombe era stato in visita<br />
che si tratti di ebrei ashkenaziti con radici in polonia ungheria o ucraina<br />
che si tratti di ebrei sefarditi con accento spagnolo portoghese o marocchino<br />
non resta che inginocchiarsi di fronte a dio e pregare<br />
<em>la storia che si legge nei libri non basta mai</em></p>
<p>*<br />
<em><br />
[la sostituzione]</em></p>
<p>un giorno mentre dalla finestra salivano le preghiere riflesse dal muro<br />
mi hai chiesto per quale ragione fossi a gerusalemme<br />
<em>tu non c’entri nulla con noi</em> hai detto senza guardarmi<br />
<em>non sei nemmeno ebrea</em> hai aggiunto dopo un pausa ed un paio di colpi di tosse<br />
avrei voluto risponderti che me l’aspettavo una reazione del genere<br />
che io e te eravamo fatti soltanto come ti avevo ripetuto più volte<br />
per consumare alcune ore a letto e nulla più<br />
sapevo di farti male e vedevo la tua bocca deformarsi in una smorfia di disapprovazione<br />
iniziai a guardarti fisso negli occhi e aspettai che tu cedessi le ultime resistenze<br />
gli ultimi sussulti di maschilismo che ancora un soldato come te si illude di incorporare<br />
<em>tutto deve essere negato agli ebrei in quanto nazione<br />
tutto deve essere concesso agli ebrei in quanto individui</em><br />
lo sentivi che avevo iniziato a giocare come il gatto col topo<br />
e sentivo sulla pelle che desideravi rivoltarmi per osservare se da dentro fossi migliore di quanto apparissi da fuori<br />
<em>la mia domanda era molto semplice non presupponeva la discussione del talmud</em><br />
era inutile sottolineare che non si trattava di parole spirate da un testo sacro<br />
mi avvicinai a te e iniziai a morderti le labbra<br />
mi appesi succhiandole fino a vederle sanguinare<br />
è così potente il gusto del sangue che si spande in fondo alla lingua<br />
non capisco cosa tu voglia da questa terra<em><br />
</em><br />
*</p>
<p><em>[la purezza]</em></p>
<p>mi chiedi cosa sia la purezza per me<br />
anche questa volta hai parlato senza guardarmi negli occhi<br />
sta diventando una pericolosa abitudine<br />
soprattutto non capisco se siano domande retoriche a cui ha già una risposta<br />
o se al contrario ti aspetti qualcosa di nuovo<br />
paragrafi della mia personale versione della realtà<br />
anche in passato mi era capitato di temere che un uomo avesse trovato la chiave<br />
per scardinare ogni mia difesa<br />
per penetrare nel silenzio dei segreti che non oso riferire a nessuno<br />
mi ero sempre sbagliata<br />
la purezza per me è l’opposto di quello in cui tu credi<br />
non possiede nulla del candore della verginità o della castità<br />
sono termini questi che non navigano spesso nel mio vocabolario<br />
la purezza è se preferisci la capacità<br />
o meglio l’abilità di una donna<br />
di restare sé stessa nonostante i dolori<br />
nonostante la menzogna dell’età adulta<br />
è resistere agli assalti dei troiani<br />
non farsi ingannare da cavalli in legno<br />
è sapere che la difesa potrebbe terminare con un suicidio<br />
come è avvenuto a masada tre anni dopo la distruzione del secondo tempio<br />
<em>quindi tu </em>e questa volta i tuoi occhi scuri si caricano nei miei<br />
<em>non sarai mai di nessun uomo</em><br />
ti accarezzo hai la barba di due giorni che inizia a pungere<br />
<em>all’eterno appartiene la terra e tutto ciò ch’è in essa</em></p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>[Brani tratti dal poema <em>Una stanza a Gerusalemme</em>, 2008-2009 Edizioni Torino Poesia]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/19/una-stanza-a-gerusalemme/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>PICTA XXII</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/09/19/picta-xxii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renzo martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Sep 2004 15:25:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziano Fratus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=574</guid>

					<description><![CDATA[di Tiziano Fratus in africa gli elefanti sopravvivono agli umani (con o senza gonna) nonostante il nobile bracconaggio oramai una tradizione che si trasmette di padre in figlio e da questi ai nuovi giunti nonostante la putrescenza dei laghi e dei corsi dei fiumi invasi dalle discariche e dai depositi di scorie nucleari nonostante gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Tiziano Fratus</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/CimiteroCirie3.JPG" alt="CimiteroCirie3.JPG" align="left" border="0" height="160" hspace="4" vspace="2" width="400" /></p>
<p>in africa gli elefanti sopravvivono agli umani (con o senza gonna)<br />
nonostante il nobile bracconaggio<br />
<span id="more-574"></span><br />
oramai una tradizione che si trasmette di padre in figlio e da questi ai nuovi giunti<br />
nonostante la putrescenza dei laghi e dei corsi dei fiumi<br />
invasi dalle discariche e dai depositi di scorie nucleari<br />
nonostante gli ammassi di cadaveri<br />
in africa gli elefanti migrano sotto lo sguardo dinamico dei predatori<br />
amici per finta (un sussurro governa il fruscìo del vento sulla savana)<br />
i fagoceri che brucano in ginocchio<br />
mentre ancora prosegue la conta e la catalogazione degli ungulati artiodattili dalle dita pari e degli esemplari dalle dita dispari<br />
le giraffe che riflettono sulle valvole dislocate nel collo per sospingere il sangue verso<br />
il cervello (ma quanta fatica per bere pochi sorsi d’acqua!)<br />
gli gnu che tirano indietro il mento scalciando gli zoccoli sulla terra<br />
e gli impala che si lanciano in lunghe cavalcate col pelo che si scurisce grazie a secrezioni oleose<br />
il pesante passo che anima lo strato polveroso della crosta terrestre come i bisonti nel passaggio lasciano un segno<br />
la natura solìva non vive mai di pura apparenza<br />
la vita che scorre deve segnare e incidere lettere poemi<br />
l’eleganza sopravvive nella corsa bruciante dei ghepardi<br />
nelle spalle e nel giogo dei legamenti che sembrano consumarsi in movimenti troppo rapidi per gli occhi troppo fugaci troppo innaturali<br />
in africa le radici degli alti alberi senza foglie<br />
per secoli si nutriranno d’umori e di cadaveri d’un’umanità estinta<br />
e forse di lontano nelle giornate più limpide<br />
o la notte con il favore della luna<br />
le luci delle alte torri delle metropoli si vedranno<br />
cancellate le stelle in cielo<br />
le bestie della natura troveranno pace in un mondo irraggiungibile</p>
<p>(da L&#8217;Inquisizione, Poema di Tiziano Fratus, Editoria e Spettacolo, 2004)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-30 10:28:36 by W3 Total Cache
-->