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	<title>Tomaso Montanari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Privati di Napoli. La città contesa tra beni comuni e privatizzazioni&#8221;. Introduzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Feb 2023 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alessandra Caputi e Anna Fava</strong> <br /> Nella città di Napoli convivono, fianco a fianco, modelli urbani molto diversi tra loro. Le aree situate a Occidente e a Oriente hanno le sembianze spettrali di una città postindustriale che non è ancora riuscita a ripensare la propria identità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;">[Per Castelvecchi è appena uscito <em>Privati di Napoli. La città contesa tra beni comuni e privatizzazioni </em>di Alessandra Caputi e Anna Fava, prefazione di Tomaso Montanari. Ne pubblico l&#8217;introduzione. <em>ot</em>]</p>
<p style="font-weight: 400;">di <strong>Alessandra Caputi</strong> e <strong>Anna Fava</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nella città di Napoli convivono, fianco a fianco, modelli urbani molto diversi tra loro. Le aree situate a Occidente e a Oriente hanno le sembianze spettrali di una città postindustriale che non è ancora riuscita a ripensare la propria identità. Una parte molto estesa del territorio è gravemente compromessa sotto il profilo ambientale, urbanistico e sanitario: le attività industriali hanno lasciato alle proprie spalle macerie e inquinamento. Circa un decimo dell’intero comune, che si estende su una superficie di 11.900 ettari, rientra tra i Siti di Interesse Nazionale (SIN) per le bonifiche. Le aree contaminate occupano complessivamente un’area di oltre 1.200 ettari: zone deindustrializzate mai risanate, discariche abbandonate al degrado ambientale, aree di sacrificio che languono nell’attesa di una nuova speculazione. Tutto ciò che non è funzionale al profitto resta immobile, recintato, si tramuta in rovine. Nel centro storico, invece, la recente accelerazione dell’industria turistica, avvenuta a seguito dell’avvento di piattaforme digitali per le case-vacanza come Airbnb e Booking, ha innescato un rapido processo di estrazione di valore economico. La persistenza di forme di vita tradizionali e l’assenza di marcati processi di gentrificazione hanno reso appetibili le case del centro, da sempre abitate da un mix sociale che comprende anche le fasce sociali economicamente più fragili; grazie ai prezzi più bassi rispetto ad altri quartieri della città, esse sono diventate l’infrastruttura chiave di una crescita turistica incentrata sulla ricerca di esperienze “autentiche”. Ciò ha innescato un incremento dei valori immobiliari, che, a sua volta, ha aumentato la rendita, attirando maggiori investimenti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche il patrimonio culturale della città, ormai associato «al disimpegno e al divertimento»<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, è considerato unicamente come strumento di marketing territoriale. Dalla concessione di piazza Plebiscito a Ferrero per la festa della Nutella, alla promozione pubblicitaria di un fantomatico “brand Napoli” per attirare flussi turistici, fino alla recente, pericolosa idea di affidare il patrimonio culturale alla gestione di una fondazione, il patrimonio è adoperato come attrattore turistico. Il binomio “cultura-turismo”, cioè “cultura-economia”, ha soppiantato quello “cultura-cittadinanza”, in un clima di accondiscendenza acritica, in cui chi osa contestare è tacciato di arretratezza e ostilità al progresso. In pochi continuano a ribadire la funzione civile e politica della cultura e la centralità del pubblico.</p>
<p style="font-weight: 400;">Interrogarsi sullo stato del patrimonio e sulla sua funzione, sullo stato dell’ambiente, dei servizi pubblici, del verde, della città e dei suoi quartieri significa interrogarsi sullo stato della democrazia. È con questo spirito che qui cercheremo di tratteggiare le vicende di alcuni quartieri di Napoli e del suo patrimonio ambientale e culturale, con l’intento di fornire spunti utili per un’indagine ad ampio raggio che tocchi questioni relative a debito pubblico e dismissioni, scommesse finanziarie e commissariamenti, mancate bonifiche, turistificazione del centro cittadino e privatizzazione delle acque marine: processi accomunati da un’idea di spazio urbano come luogo chiave della produzione biopolitica del capitalismo contemporaneo. A questo modello, in cui a disegnare la forma delle nostre città è la mano invisibile del mercato, esiste un’alternativa. Negli ultimi anni, nella città di Napoli sono sorti nuovi movimenti di partecipazione civica legati al movimento per i beni comuni, iniziato a Roma con l’occupazione del Teatro Valle. Sulla scia dell’esperienza romana, i protagonisti di quella napoletana hanno rivendicato come bene comune, insieme all’acqua pubblica, anche una parte del patrimonio comunale dismesso o semiprivatizzato, creando spazi di mutualismo, condivisione e autogoverno aperti all’intera città, funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali. Una congiuntura politica favorevole ha consentito di istituzionalizzare questo processo in seno al pubblico, creando, negli interstizi di una macchina politica troppo spesso autoreferenziale e incapace di comprendere le energie vive della città, processi avanzati di «democrazia di prossimità»<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>(face to face democracy, come la definisce Murray Bookchin). La nascita di beni comuni, consulte, assemblee pubbliche, osservatori civici ha irrorato il tessuto democratico di linfa vitale. Queste nuove istituzioni hanno segnato la riscoperta di un valore dell’urbano che si oppone al modello capitalistico del profitto e alla governance neoliberale fondata sull’individualismo competitivo<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Esse, al contrario, rappresentano una manifestazione concreta dell’idea di bene comune come fondamento della vita collettiva, della democrazia, dell’uguaglianza, della cultura, della libertà<a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Un’idea che dovrebbe riprendere a guidarci e a illuminare le nostre città.</p>
<p>Note</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo, Einaudi, 2011, pp. 8-10.</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Mauro Pinto, Luca Recano, Ugo Rossi, New institutions and the politics of the interstices. Experimenting with a face-to-face democracy in Naples, «Urban Studies», anteprima online sul sito journals.sagepub.com, 1° maggio 2022 (https://bit.ly/3IMGNNb).</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Ugo Rossi, Il centro storico di Napoli e il valore urbano conteso: Turistificazione, beni comuni, innovazione, in Atti del XXXIII Congresso Geografico Italiano (Padova, settembre 2021), pp. 4-5.</p>
<p><a href="applewebdata://6C9B1332-8666-4864-8C83-360891B57B99#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Salvatore Settis, Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-101765 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n.jpg" alt="" width="627" height="878" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n.jpg 1082w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-731x1024.jpg 731w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-768x1075.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-150x210.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-300x420.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-696x975.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/330134304_545589584029917_5557273370024007659_n-1068x1495.jpg 1068w" sizes="(max-width: 627px) 100vw, 627px" /></p>
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		<title>La vita esemplare di Fabio Maniscalco, archeologo in trincea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jun 2016 05:00:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[fabio maniscalco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tomaso Montanari (Pubblichiamo l&#8217;intervento di Tomaso Montanari letto alla presentazione romana del volume di Laura Sudiro e Giovanni Rispoli, Oro dentro. Un archeologo in trincea: Bosnia, Albania, Kosovo, Medio Oriente, Skira 2015. Nato a Napoli il primo agosto 1965, Fabio Maniscalco, archeologo, è protagonista di una serie di originali, pionieristiche esperienze nella tutela del patrimonio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tomaso Montanari</strong></p>
<p>(<em>Pubblichiamo l&#8217;intervento di Tomaso Montanari letto alla presentazione romana del volume di Laura Sudiro e Giovanni Rispoli, </em><strong>Oro dentro. Un archeologo in trincea: Bosnia, Albania, Kosovo, Medio Oriente,</strong><strong><i> Skira 2015</i></strong><i>.</i><strong> </strong><em>Nato a Napoli il primo agosto 1965, Fabio Maniscalco, archeologo, è protagonista di una serie di originali, pionieristiche esperienze nella tutela del patrimonio culturale minacciato, sovente offeso, dai conflitti insorti tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila. Rielabora e sistematizza le conoscenze sperimentate in Bosnia – Sarajevo in particolare –, Albania, Kosovo, Cisgiordania dando vita a una nuova disciplina, per l’appunto la tutela dei beni culturali nelle aree di crisi, che insieme all’archeologia subacquea diventa per lui materia d’insegnamento all’Orientale di Napoli. Un tumore provocato dall’esposizione all’uranio impoverito durante le missioni nei Balcani lo stronca, a soli quarantadue anni, il primo febbraio 2008</em>.)</p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-62713" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/image-202x300.jpg" alt="oro dentro" width="202" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/image-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/image.jpg 402w" sizes="(max-width: 202px) 100vw, 202px" />Oro dentro. Un archeologo in trincea: Bosnia, Albania, Kosovo, Medio Oriente</em> è un libro che bisognava scrivere: Laura Sudiro e Giovanni Rispoli lo hanno fatto nel migliore dei modi. L&#8217; &#8216;oro dentro&#8217; del titolo è quello, metaforico, di chi ha il cuore abbastanza grande da spendere la propria vita per salvare un bene comune (proprio quel patrimonio culturale: e cioè la memoria e il futuro, di paesi in guerra). Ma è anche quello, purtroppo letterale, che l&#8217;uranio impoverito delle bombe Nato esplose in Kosovo ha fatto penetrare, insieme ad altri metalli, nel corpo in cui batteva quel cuore: fino a ucciderlo. Sono queste le due terribili facce della breve, ma meravigliosa, vita di Fabio Maniscalco.</p>
<p>Se questo Paese avesse ancora un servizio pubblico televisivo, la figura di Fabio (che non ho avuto la fortuna di incontrare di persona, ma che dopo aver letto questo libro mi sembra di conoscere da sempre) dovrebbe essere al centro di un racconto fatto di documentari, rigorose inchieste giornalistiche e (perché no?) anche di fiction capaci di far conoscere a tutti un italiano di cui essere, finalmente, fieri. Un italiano da cui imparare qualcosa.</p>
<p>Questo libro, d’altra parte, fa esattamente questo: anzi, fa qualcosa di più. È sempre raro (ma oggi è rarissimo) che un libro riesca a storicizzare la figura di un contemporaneo senza affogarla nella retorica, o senza ridursi ad un&#8217;inchiesta o ad una denuncia. <em>Oro dentro</em>, invece, ci riesce: è come se la materia della nostra vita quotidiana, la nostra cronaca, le nostre esistenze così seriali, simili, piccole e in fondo irrilevanti riuscissero qui ad apparire in una luce esemplare. Si arriva all’ultima pagina commossi, e profondamente turbati: ma soprattutto pieni di una fiducia rinnovata nelle possibilità di ognuno di noi.</p>
<p>Laura Sudiro e Giovanni Rispoli sono riusciti a trasmetterci il messaggio essenziale della vita di Fabio Maniscalco: e quel messaggio è che un singolo individuo può fare la differenza. Sempre: e – pensate! – perfino in Italia. Anche di fronte a sistemi corrotti e impermeabili (la nostra povera università), o ben decisi a non farsi cambiare (l&#8217;esercito): e perfino nel fuoco di terribili conflitti armati, mossi spesso da interessi imperscrutabili, giocati così in alto sopra le nostre teste.</p>
<p>Questo libro, dunque, fa quello che dovrebbero fare la scuola, o per l’appunto l’università: farci capire (quando siamo ancora in tempo) che la nostra vita è preziosa, importante. Forse essenziale. Può essere il granello che finalmente inceppa la macchina del sistema. Può essere quel millimetro in più che riesce a fare saltare lo stato delle cose. Può lasciare un segno. Può fare, davvero, la differenza.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-62714" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/fabio-202x300.jpg" alt="fabio maniscalco" width="300" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/fabio-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/fabio.jpg 427w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Fabio cresce a Napoli, dove la progressiva distruzione del patrimonio artistico pare – come molte altre cose – fatale, irreversibile, immutabile. Se crolla un Lungarno nella mia Firenze (giustamente) il mondo tiene il fiato sospeso: ma se l’ennesima chiesa storica della Napoli in cui ho scelto di insegnare sprofonda nell’ennesima voragine, la notizia non arriva nemmeno al telegiornale regionale. Non inganni la propaganda di Pompei che rinasce e della Reggia di Caserta che risplende: chiunque vive in Campania conosce il vero stato delle cose.</p>
<p>Ma Fabio – che lo conosce come nessuno – non si arrende, e non si abitua: studia, invece. E non per fuggire: ma per cambiare le cose. A Napoli succede. C’è un bellissimo film (<em>La seconda natura</em>, di Marcello Sannino) che racconta l’esperienza di Gerardo Marotta e dell’Istituto di studi filosofici di Napoli. «La rivoluzione si fa studiando»: è questa la frase chiave del film. È questo l&#8217;unico modo di uscire dalla nostra condizione servile di uomini ad una sola dimensione – quella economica. L&#8217;unico modo di combattere e cambiare una classe dirigente dominata – dice Marotta – dalla «regina Ignoranza». La voce profetica di Marotta e la testimonianza eroica di Fabio Maniscalco arrivano all&#8217;Italia e all&#8217;Europa dal luogo da cui meno te lo aspetteresti: dalla Campania, che lo stesso Marotta definisce la pattumiera d&#8217;Europa, una regione popolata di ombre, di condannati a morte. È da questa terra – per millenni la più bella e feconda d&#8217;Europa –, da questa terra oggi ridotta ad un pozzo di veleni, da questa terra che avrebbe bisogno di tutto, che si alzano queste voci: fragili, e insieme fortissime.</p>
<p>La sua voglia di riscatto spinge Fabio, dopo una laurea in archeologia alla Federico II, ad andare a difendere il patrimonio dove le condizioni sono ancora più estreme: ufficiale a Sarajevo, e poi nel Kosovo. Ed è impossibile non pensare che sia stata la fragilità di Napoli ad insegnare a Fabio l’amore per le fragilità ancora più radicali. A Napoli, uno come Fabio non diventa egoista. Anche se Fabio è tormentato da quello che gli autori chiamano «la spirale del precariato»: una delle abissali vergogne dell’Italia presente. Ma proprio qui, in Italia, Fabio scopre che non ci si salva da soli.</p>
<p>In compenso è da solo, a mani nude, che il tenente archeologo Fabio Maniscalco riesce a fare quello che nessuno Stato sovrano sembra interessato a praticare: attuare l&#8217;articolo 7 della Convenzione Internazionale dell&#8217;Aja del 1954, che prevede che ogni esercito abbia un nucleo specializzato nella tutela del patrimonio culturale. È un’idea semplice e rivoluzionaria: mettere la conoscenza, la cura, la tutela nell’occhio del ciclone dei conflitti. Frivolezze? Preoccupazioni delle anime belle? No: sacrosanta sollecitudine di chi sa che, passata la guerra, la ricostruzione morale e culturale sarà impossibile se non potrà basarsi su un patrimonio monumentale ancora vivo e condiviso. È la lezione dell’Italia del dopoguerra: e Fabio la ricorda.</p>
<p>Ma Fabio è uno dei pochissimi: sono temi davvero marginali nel discorso pubblico. E la pubblica opinione non ha strumenti per giudicare. Per esempio, i caschi blu dell’arte voluti dal ministro Franceschini e accolti dall’Unesco sono una soluzione, o sono solo l’ennesimo spot? Quanto avrei voluto leggere un editoriale di Fabio Maniscalco, per poterlo capire!</p>
<p>E intanto nessuno ne parla. Fa impressione ricordarlo oggi, di fronte alle devastazioni dei barbari del sedicente Stato Islamico, ma anche gli stati europei – anche l&#8217;Italia – hanno contribuito, direttamente o indirettamente, alla distruzione di un&#8217;enorme fetta del patrimonio culturale del Kosovo. Lo sappiamo? Esiste qualche organo di stampa che sia interessato a denunciarlo, a documentarlo, a ricordarlo? Pare di no.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-62941" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Fabio-MANISCALCO-1024x694.jpg" alt="Fabio MANISCALCO" width="600" height="407" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Fabio-MANISCALCO-1024x694.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Fabio-MANISCALCO-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Fabio-MANISCALCO-768x520.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Fabio-MANISCALCO-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Fabio-MANISCALCO.jpg 1157w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>Fabio Maniscalco lo sapeva, e per anni ha combattuto con tutte le sue forze: andando sul campo, documentando, fotografando, studiando, fondando osservatori, scrivendo ai governi, mobilitando la pubblica opinione. Un archeologo, uno studioso, un soldato: ma prima un cittadino. Un cittadino esemplare.</p>
<p>Dietro tutto questo c&#8217;era una convinzione profonda: lottare per il patrimonio, significa lottare per i diritti fondamentali, per la salute psichica e fisica delle persone. Anche questa è una lezione imparata a Napoli: il veleno nella terra e la distruzione dei monumenti sono due facce della stessa medaglia. Quando dalla terrazza della Reggia di Carditello, devastata fino a poco tempo fa dalle razzìe della Camorra, si alza lo sguardo verso la campagna si vede un turbine di gabbiani: che non segnala il mare, ma la discarica di Maruzzella, criminalmente realizzata su un terreno acquitrinoso in cui il percolato penetra fino alla falda, avvelenando i frutteti circostanti, e compromettendo per decenni la catena alimentare, e dunque l’uomo. In questa distruzione simultanea dell’ambiente, del paesaggio, e del patrimonio storico e artistico pare di scorgere davvero «il cadavere della patria» (per usare un’espressione che Raffaello adoperò per descrivere la Roma classica devastata dai pontefici medioevali), cioè il volto sfigurato dell’Italia.</p>
<p>Fabio Maniscalco l’aveva capito: la lunga guerra per l’ambiente (usiamo un’espressione di Elena Croce), la lunga guerra per il patrimonio culturale, è anche la guerra per la nostra salute fisica e mentale. Come in un mito antico e crudele, Fabio ha sperimentato questa intima unione sulla propria pelle, fino a morirne: non basta essergli grati, bisogna proseguire il suo lavoro.</p>
<p>Aver scritto questo libro è stato il primo passo per farlo. Ora tocca a noi.</p>
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		<title>Giornalismo culturale: prime indagini sulla scomparsa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jun 2012 09:32:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Profumo]]></category>
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		<category><![CDATA[Tomaso Montanari]]></category>
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					<description><![CDATA[di  Michele Dantini e Tomaso Montanari Niente o pressoché niente, nell’informazione culturale in Italia, appare oggi al servizio del lettore: eppure il discorso giornalistico appare stabilire standard pubblici di competenza e ragionamento in un paese in cui pochi accedono al saggio o alla monografia. Il processo è in corso da tempo, ma manca un dibattito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di  <a href="http://micheledantini.micheledantini.com/"><strong>Michele Dantini</strong></a> e <strong>Tomaso Montanari</strong></p>
<p>Niente o pressoché niente, nell’informazione culturale in Italia, appare oggi al servizio del lettore: eppure il discorso giornalistico appare stabilire standard pubblici di competenza e ragionamento in un paese in cui pochi accedono al saggio o alla monografia. Il processo è in corso da tempo, ma manca un dibattito pubblico su quella che potremmo considerare la scomparsa del giornalismo di cultura o la mutazione in marketing di recensioni, interviste, presentazioni. <span id="more-42650"></span>Accade come se, con riferimento ai “nutrienti” culturali, non si avvertisse la necessità di tutelare il diritto di sovranità per così dire alimentare da parte del consumatore. La rarità di iniziative editoriali che intendono contribuire al mantenimento di un’opinione pubblica indipendente riduce per di più le opportunità di ricerca, formazione e partecipazione qualificata al di fuori del contesto specialistico. Non ci attarderemo oltre in considerazioni di carattere generale: è urgente esemplificare con riferimento a pagine e inserti culturali delle più diffuse testate nazionali.</p>
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<p><em>Il Manifesto “Senza sviluppo niente cultura” del </em>Sole 24Ore</p>
<p>La pubblicazione, in febbraio, del dibattuto “Manifesto per la cultura” sul supplemento domenicale del <em>Sole 24Ore</em> costituisce un primo <em>case study</em>. Il “Manifesto”, dal titolo <em>Senza cultura niente sviluppo</em>, ha ricevuto numerose adesioni e incontrato sostegno istituzionale: tre ministri e lo stesso presidente della Repubblica si sono pronunciati in suo favore. Malgrado la campagna mediatica sia stata formidabile, il documento ha trovato sottoscrittori per così dire d’ufficio, istituzionali e distratti, che non gli hanno riservato attenzione specifica. A una considerazione ravvicinata il “Manifesto” del <em>Sole</em> si rivela opaco, improvvisato e casuale, colmo di propositi magniloquenti ma fatalmente riconducibile, se indagato, a principi neoliberisti di monetarizzazione del patrimonio storico-artistico da cui pure si sostiene di volersi distaccare .</p>
<p>L’atteggiamento nei confronti delle discipline storiche e sociali è condiscendente quanto indeterminato, e non dissipa il timore di una strumentale genericità. Non è chiaro a quali politiche di “valorizzazione” ci si riferisca, e se queste giungano a includere gli alti istituti pubblici di formazione. “Valorizzazione” come finanziamento di centri di ricerca e politiche trasparenti di reclutamento o mero commercio dell’aura storico-artistica e archeologica in chiave neocoloniale e neofolklorica? In breve: dovremo formare archeologi magnogreci o camerieri? Hostess o storici dell’arte trecentesca? L’iniziativa manca di ciò che pure si invoca: l’approssimazione argomentativa e le non poche sviste storiografiche irridono <em>de facto</em> alla competenza umanistica e lasciano aleggiare attorno all’intera iniziativa il sospetto di una campagna autopromozionale del Gruppo 24Ore.</p>
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<p>La Repubblica <em>e l’”innovazione”</em></p>
<p>La vicenda più clamorosa di <em>battage</em> propagandistico ha avuto (e ha tuttora) luogo su <em>Repubblica</em>. Tra le pagine del quotidiano si dispiega, nei mesi più recenti, un ufficio stampa governativo-ombra. L’informazione relativa alle iniziative (o ai semplici pronunciamenti) del ministro dell’istruzione e della ricerca con delega all’innovazione, Francesco Profumo, è data in forma acritica e irresponsabilmente semplificata da giornalisti subalterni e opinionisti sprovvisti di cognizioni adeguate. Processi di indubbia rilevanza e persino validità potenziale, come la digitalizzazione dell’amministrazione pubblica o dell’editoria scolastica, l’indagine su ciò che debba insegnarsi o l’allestimento di reti digitali più potenti estese all’intero territorio nazionale appaiono imporsi alla comunità dei cittadini senza che vi sia discussione riflessiva e partecipata. Al tempo stesso, nel silenzio dei media, si adottano misure intrasparenti e restrittive per la ricerca pubblica, come l’abolizione dei criteri di <em>peer review</em> per l’assegnazione dei fondi di ricerca agli scienziati più giovani o la norma che fissa in 1:5 [sic!] la <em>ratio</em> assunzioni|pensionamenti nelle università. Un disegno che pare di commissariamento si compie tra <em>boutades</em> offensive sugli alti stipendi degli insegnanti e l’imitazione non dichiarata di modelli scolastici o di apprendimento né occidentali né democratici, invece indiani, coreani o cinesi.</p>
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<p><em>Storie dell’arte con sponsor</em></p>
<p>Il giornalismo culturale si va trasformando in industria creativa: le maggiori testate vendono pagine agli sponsors delle mostre senza dichiararlo in modo trasparente. Le “Grandi Mostre” di <em>Repubblica</em> o i “Grandi Eventi” del <em>Corriere della sera</em> sono inserti periodici in cui vengono pubblicati stralci del catalogo accanto a interventi di noti storici dell’arte e di giornalisti culturali. E’ vero: didascalie stampate in caratteri minuscoli avvertono che le pagine sono realizzate “in collaborazione” con lo sponsor. Il lettore tuttavia crede di consultare informazione indipendente. Con il <em>Domenicale</em> del <em>Sole 24Ore</em> l’uso raggiunge la perfezione. La società 24Ore Cultura produce le mostre. Motta (dello stesso gruppo) stampa i cataloghi. Il <em>Domenicale</em> patrocina le stesse mostre con una pubblicità martellante. Tutto fatto in casa e bellamente confezionato. Consideriamo il caso di <em>Artemisia</em>, mostra da poco conclusasi a Palazzo Reale, Milano, prodotta appunto da 24Ore cultura. Il <em>Domenicale</em> dedica ampio spazio alla mostra-“evento” non solo in occasione dell’apertura, a settembre, ma ancora in seguito: grandi foto di Chiambretti in visita, l’allusivo <em>reenactment</em> dello stupro della pittrice secentesca e luoghi comuni sulla condizione femminile. Una mostra mediocre, aperta dalla voyeuristica trovata del letto sfatto che si tinge del rosso della verginità violata, diviene la più pompata della storia recente.</p>
<p>Possiamo chiederci: chi di noi sarebbe disposto a considerare serio un quotidiano che proponesse due o tre pagine di interventi di medici, farmacologi, storici della medicina e psicologi dedicati a un nuovo farmaco e poi dichiarasse che quelle pagine sono realizzate in collaborazione con la casa farmaceutica detentrice del brevetto e dei diritti di commercializzazione? Perché, allora, non insorgiamo quando la stessa, identica cosa succede con la storia dell’arte? La risposta, supponiamo, è che consideriamo la scienza in generale e la medicina in particolare questioni terribilmente serie. Siamo invece persuasi che la storia dell’arte sia una materia leggera, un’occasione di intrattenimento o di evasione: niente per cui abbia senso andare per il sottile.</p>
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<p><em>Per una prima introduzione al tema e ai </em>case studies<em> richiamati:</em></p>
<p>sul Manifesto Sole 24Ore @<a href="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/" target="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/">http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/</a></p>
<p>su Repubblica e le campagne sul digitale @ <a href="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/05/10/ideologia-italiana-le-campagne-pro-miur-di-repubblica/" target="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/05/10/ideologia-italiana-le-campagne-pro-miur-di-repubblica/">http://micheledantini.micheledantini.com/2012/05/10/ideologia-italiana-le-campagne-pro-miur-di-repubblica/</a></p>
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<p><em>[Questo articolo è apparso su<a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/05/sommario-di-alfalibro-maggio-2012/"> alfalibro</a> supplemento di &#8220;alfabeta2&#8221; di maggio.]</em></p>
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