<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>torura &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/torura/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 14 May 2008 09:15:16 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Perversioni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/08/15/perversioni/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2004/08/15/perversioni/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Aug 2004 08:50:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[pornografia]]></category>
		<category><![CDATA[torura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=547</guid>

					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Perché la violenza di Abu Ghraib e la violenza delle decapitazioni sembra coincidere come mai prima con la pornografia? Perché è fotografata e filmata. Questa è la prima risposta, quella che infatti hanno dato tutti. Ne derivano varie letture, concentrate su uno o l’altro aspetto. Susan Sonntag, ad esempio, ampliava il suo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/atari-cocktail-cardboard-bezel-black.jpg" alt="atari-cocktail-cardboard-bezel-black.jpg" border="2" height="200" hspace="2" vspace="align" width="200" /></p>
<p>Perché la violenza di <strong>Abu Ghraib </strong>e la violenza delle decapitazioni sembra coincidere come mai prima con la pornografia? Perché è fotografata e filmata. Questa è la prima risposta, quella che infatti hanno dato tutti.<br />
<span id="more-547"></span><br />
Ne derivano varie letture, concentrate su uno o l’altro aspetto. <strong>Susan Sonntag</strong>, ad esempio, ampliava il suo libro “Regarding the pain of others” (<em>Davanti al dolore degli altri</em>) con una riflessione intitolata “Regarding the torture of others. <strong>Tommaso Giartosio </strong>su questo sito sviluppava una delle più convincenti elaborazoni su come la riproduzione fotografica e la tortura fossero tutt’uno ad Abu Ghraib. Un commentatore della “Tageszeitung”, giornale di sinistra di Berlino, paragonava il video della decapitazione di <strong>Nick Berg </strong>agli <strong>snuff movies </strong>( un pezzo recente di <strong>Wu Ming </strong>sottolinea l’aspetto di leggenda metropolitana di quei prodotti estremi della pornografia violenta, cosa che tuttavia non li renderebbe meno veri  per l’immaginario).Un po’ tutti ricordavano a un certo punto come l’inizio ufficiale del cosiddetto “scontro di civiltà” fosse l’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, azione spettacolare cento volte prefigurata dai film hollywoodiani. Questa battaglia, questa prima “guerra dell’era globale”, dicevano tutti, nasce per forza con le caratteristiche della guerra mediatica.<br />
Ho riassunto per sommi capi quel che mi affiora ora dalla memoria. E’ da mesi che giro intorno alla questione, troppo stanca, troppo occupata in altre faccende, ma anche troppo frastornata dalla massa di interpretazioni altrui per mettere a fuoco un senso di insoddisfazione persistente. Spesso, in quel che leggevo, specie se si trattava di interpretazioni ampie, culturali, mi sembrava di cogliere qualcosa di troppo generico, troppo affrettato nel tentativo di chiudere il quadro, mentre restava e purtroppo resta ancora largamente incerto come fossero andate le cose nella cosiddetta realtà dei fatti.<br />
<strong>Realtà dei fatti</strong>? E’ chi ci crede ancora nell’epoca della “prima guerra mediatica e globale?” Chiunque non ne accetti la logica.<br />
Chi infatti non ne accetta la logica, è tenuto a cercare di stabilirne il massimo grado possibile, pur temendo che non raggiungerà mai la verità, ma solo un’approssimativa verosimiglianza.<br />
E’ diverso pensare che le foto ricordo con tortura fossero nate dall’iniziativa spontanea dei riservisti giovinastri americani, abbruttiti e rimbambiti dalla società delle immagini da cui sono prodotti, o sospettare che all’origine di quelle foto ci fosse l’uso strutturale &#8211; imposto da più alte gerarchie militari e di “intelligence” &#8211; delle riprese all’interno degli “interrogatori speciali”, come sembrerebbero dimostrare varie inchieste come quella di<strong> Seymour Hersh</strong> sul <strong>“New Yorker” </strong> (www.newyorker.com). Umiliare soprattutto sessualmente e fissare per sempre le immagini di quelle umiliazioni, era, a quanto pare, ritenuto il mezzo più efficace sui prigionieri musulmani, cioè quello più idoneo a raggiungere lo scopo di ogni tortura: rompere le resistenze, far “cantare” (Che cosa, non si sa).<br />
Che qui entri in gioco anche l’immaginario di come secondo gli alti comandi U.S.A. sarebbero fatti i nemici musulmani, è una precisazione che per il momento si può lasciar da parte. Basta sottolineare che tutti i discorsi che cercavano di attribuire alle foto un’assoluta, postmoderna gratuità, una banalità del male rivisitata secondo gli standard culturali dell’America mediatica, probabilmente non reggono del tutto all’esame.<br />
Sarebbe comunque stato altamente inverosimile che i suddetti ragazzotti avessero tirato fuori le loro personali macchine digitali senza che la prassi di fotografare i prigionieri torturati fosse stata ampiamente introdotta e con questo approvata dai superiori. Manca all’aggiornamento della<strong> banalità del male</strong> &#8211; oltre al sempre classico “eseguivo gli ordini” &#8211; un più recente “quel gioco partiva dal nostro capo-animazione”. E quindi &#8211; vai col divertimento! &#8211; vien dietro tutto il gregge o tutto il branco.<br />
“Offendere il musulmano”, i torturatori lo fanno a posta, i media liberali dell’occidente lo condannano scandalizzati e si premurano di aggiungere quanto sia pericoloso come errore politico. Non si può mettere gli slip in testa a un imam, ma a un prelato sì? Per un prete dei nostri, abituato com’è ai balletti televisivi in tanga, bisognerebbe al meno procurarsi un perizoma in latex?<br />
Ricordo solo l’esempio meno “cruento”, perché in tutti gli altri come è possibile dubitare che si tratta di una violenza pari a quella perpetrata con i cani o col cappuccio in testa, una violenza sessuale capace di offendere, umiliare e incrostarsi nel profondo di <strong>ogni essere umano</strong>? Siamo ormai così condizionati dalla sottile alleanza fra le ideologie fondamentaliste e il pensiero multiculturalista da non riconoscere più gli elementari della dignità umana?<br />
La cosa sconcertante è proprio questa: sembra che da noi si faccia fatica a non rimasticare sempre gli stessi preconcetti, anche se ad essi seguono poi valutazioni politiche e morali di segno oppoosto mentre certi aspetti che potrebbero, quelli sì, avere un significato distinto a ragione di una profonda differenza culturale non vengono praticamente mai menzionati.<br />
Avrò avuto circa dodici anni quando andai per la prima volta in Israele. A Gerusalemme, dopo aver visitato i luoghi più famosi, facemmo un giro al mercato della parte araba. Mio zio venuto dall’America stava per scattare una foto a una donna corpulenta e velata, quando questa gli si scaglia contro velocissima, mandando a terra la sua macchina fotografica. Eravamo visibilmente turisti, non visibilmente ebrei (nessuno portava la kippah), ma i tempi- metà anni settanta- potevano considerarsi di quelli relativamente tranquilli. Semplicemente, ci spiegò il parente immigrato in Israele che ci faceva da guida, una donna osservante come quella non si lasciava fotografare. Per non pensare, aggiungeva, a cosa succederebbe se uno girasse con la macchina fotografica fra i nostri <strong>ultraortodossi di Mea Shearim</strong>.<br />
Quel episodio mi ha colpito molto, anche perché venivo da una famiglia totalmente assimilata e incontravo solo allora il concetto dell’iconoclastia. Le cose, nel frattempo, devo essere cambiate parecchio: dappertutto <strong>Al-Jazeera</strong> e <strong>Al-Arabija </strong>più altri canali più devoti che mandano non-stop commenti e sermoni piazzando le telecamere in faccia agli imam o ayatollah. E soprattutto, ovunque, le foto dei ragazzi addobbati per il martirio, sia nella case sia nelle strade, più sinistri dei più astrusi gadget con l’icona di Bin Laden o di Arafat.<br />
Non resta più niente dei secoli di <strong>iconoclastia islamica</strong>? L’occidente ha trionfato proprio laddove lo si combatte più spietatamente? O sono io che ho capito male qualcosa in partenza? Che cosa vuol dire se degli islamisti radicali filmano e poi mostrano il filmato di una decapitazione, qualcosa che anche ai commentatori cresciuti nella civiltà delle madonne e dei santini pare un atto così raccappricciante da evocare il paragone con la più estrema pornografia?<br />
Forse solo gli esperti militari statunitensi si sono ricordati che immortalarli con le telecamere mentre li costringi a masturbarsi potrebbe avere, questo sì, un effetto maggiore sui prigionieri musulmani.<br />
In ogni caso, non mi è capitato di leggere neanche un dotto commento che riflettesse distintamente l’uso delle immagini sullo sfondo di una civiltà che fino all&#8217;altro ieri le aveva escluse, ma sempre solo considerazioni che partivano dalle nostre già da tempo acquisite elaborazioni sulla società dell’immagine globalizzata, cioè quella strutturata a nostra immagine e somiglianza.<br />
Ma rinfrescare il nostri<strong> McLuhan</strong> e compagnia bella non ci aiuta ad intuire a che punto siano arrivati quelli che si dichiarano nostri nemici, come sembrano avvinghiati a noi in un abbraccio mortale perverso. Perché cos’è mai la lotta per ricreare la purezza della propria religione e civiltà attraverso strumenti ritenuti per secoli sacrilegio, se non perversione?<br />
Perversione: mi sembra il tratto che accomuna i combattenti di questo “scontro di civiltà”, la novità della stagione. Né gli ostrogoti, né<strong> Gengis Khan</strong> e nemmeno i nazisti,  l’Armata Rossa in Germania, i macellai di <strong>Pol Pot </strong>o gli sgherri di Milosevič la conoscevano come componente essenziale delle loro carneficine. La voluttà della violenza, sessuale o “semplice” o anche mista, certamente: bambini spiaccicati al muro davanti a madri stuprate, torture e supplizi crudelissimamente elaborati; tutto l’armamentario di secolari orrori che fannp impallidire gli abusi e i crimini di quest’ultima guerra. Però, per quanto mi sforzi di pensare, non trovo un solo esempio che somigli ai <strong>120 giorni di Sodoma </strong>o a uno snuff-movie, nulla che ricordi la pornografia.<br />
Non c’è dubbio che questo avvenga perché si tratta della “prima guerra globale” combattuta col mezzo globale per eccellenza, la comunicazione massmediatica. Ma non sono sicura che la ragione sia tutta qui.<br />
Come il fondamentalista radicale pare perversamente &#8211; e non solo strumentalmente &#8211; legato a pratiche peccaminose mutuate dal nemico da eliminare (il suicidio-omicidio è l’esempio migliore), così anche negli americani la sessuofobia islamica sulla quale si fa leva per piegarlo pare anche uno schermo proiettivo per le ossessioni di una società di matrice puritana. Se la violenza che i riservisti di Abu Ghraib trovano “non grave” è così simile a quella delle loro patrie caserme e patrie galere, campus sportivi e ogni altra situazione di branco, questo rimanda principalmente al modo in cui quella società è ossessionata dal sesso. Non a caso, prima che arrivassero i nuovi nemici, l&#8217;incarnazione del male per eccellenza era chi uccideva a ripetizione per compulsione sessuale, il <strong>serial-killer.</strong> Più, nella variante più recente e peggiorativa, il pedofilo. Come se non ci fosse più spazio &#8211; mentre saltavano palazzi ad<strong> Oklahoma</strong> o, per mano dei loro compagni, alunni a <strong>Columbine</strong> &#8211; per il riconoscimento della violenza e della malvagità quando non si presenta sotto il manto della perversione. Ed è forse per questo sottacciuto comune denominatore &#8211; <strong>tutto è lecito purché non sappia di sesso</strong> -che lo &#8220;scontro fra civiltà&#8221; si presenta da entrambe le parti così accecante.<br />
Due sessuofobie che si incontrano e nel loro abbraccio mortale si annullano generando pornografia. Nel nome dei valori più alti, puri, fondamentali. E’ questo che chiamo perversione.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2004/08/15/perversioni/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ceci n&#8217;est pas un crime</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/05/23/ceci-nest-pas-un-crime/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2004/05/23/ceci-nest-pas-un-crime/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 May 2004 23:01:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[torura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=473</guid>

					<description><![CDATA[Di Andrea Inglese CECI N’EST PAS UN CRIME CECI N&#8217;EST PAS UN CRIME CECI N&#8217;EST PAS UN CRIME (« New York. Gli Stati Uniti hanno chiesto ieri nuovamente, durante una seduta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la proroga per un altro anno dell’immunità da concedere ai soldati americani impegnati all’estero dall’applicazione delle regole [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/image18.jpg" alt="image18.jpg" border="0" height="290" width="400" /><br />
<strong>CECI N’EST PAS UN CRIME CECI N&#8217;EST PAS UN CRIME CECI N&#8217;EST PAS UN CRIME</strong><br />
<span id="more-473"></span><br />
(« New York. Gli Stati Uniti hanno chiesto ieri nuovamente, durante una seduta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la proroga per un altro anno dell’immunità da concedere ai soldati americani impegnati all’estero dall’applicazione delle regole della Corte penale internazionale.» <em>La Repubblica</em>, sabato 22 maggio 2004.)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2004/05/23/ceci-nest-pas-un-crime/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-21 01:07:03 by W3 Total Cache
-->