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	<title>traduzioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Stramer di Mikołaj Łoziński_un estratto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/15/stramer-di-mikolaj-lozinski_un-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2020 05:00:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[letteratura polacca]]></category>
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					<description><![CDATA[Il brano che segue è tratto dal romanzo Stramer di Mikołaj Łoziński (Wydawnictwo Literackie, 2019), inedito in italiano. La traduzione dal polacco è di Francesco Annicchiarico. di Mikołaj Łoziński Ogni nuovo giorno portava con sé nuovi clienti al caffè Da Stramer, ma nonostante questo Nathan non era del tutto soddisfatto. Lui si aspettava ben altro. Rena [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il brano che segue è tratto dal romanzo </em>Stramer<em> di Mikołaj Łoziński (Wydawnictwo Literackie, 2019), inedito in italiano. La traduzione dal polacco è di Francesco Annicchiarico.</em></p>
<figure id="attachment_86535" aria-describedby="caption-attachment-86535" style="width: 933px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-86535 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n.png" alt="" width="933" height="590" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n.png 933w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n-300x190.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n-768x486.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n-250x158.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n-200x126.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/120554249_377071050134836_4993500455834008207_n-160x101.png 160w" sizes="(max-width: 933px) 100vw, 933px" /><figcaption id="caption-attachment-86535" class="wp-caption-text">ph. Jan Pazdro</figcaption></figure>
<p>di <strong>Mikołaj Łoziński</strong></p>
<p>Ogni nuovo giorno portava con sé nuovi clienti al caffè Da Stramer, ma nonostante questo Nathan non era del tutto soddisfatto. Lui si aspettava ben altro.<br />
Rena aiutava sua madre in cucina, si sarebbe occupata della parte kosher, che non dava troppi problemi, visto che per la maggior parte i loro clienti erano ebrei che si atteggiavano a polacchi, come diceva Nathan.<br />
Rudek, Salek e Hesio gironzolavano continuamente con i vassoi per i tavoli. I più piccoli, Wela e Nusek, per Rywka erano “i portafortuna e le pubblicità ambulanti del nostro locale”, li chiamava così, amorevolmente, ma per Nathan quei tre stavano sempre in mezzo ai piedi di tutti. E soprattutto ai suoi, che entrava e usciva dal locale.<br />
«Goddammit», si diceva mentre usciva in strada per riflettere sul da farsi.<br />
Una cosa era sbattere la porta uscendo per non mettere più piede nel locale di un altro, ben altro era farlo nel proprio, da cui non c’era modo di andarsene.<br />
Nathan comprese subito dove aveva sbagliato soltanto adocchiando i suoi quattro tavolini occupati. Non ce n’entrerebbe mica un quinto? Dovrei buttare via il biliardo. E se pure lo facessi, cosa risolverei?<br />
Niente.<br />
Gli veniva voglia di sputare per terra, tanto la rabbia. Sputare davanti al proprio locale? Inutile anche questo.<br />
Chi lo avrebbe mai detto che la gente restava ore seduta a un tavolino? Ore e ore a parlare o a starsene zitti. A guardarsi o a guardare fuori dalla finestra. A fumare sigarette o fiutare tabacco. A giocare a scacchi o a carte. A scrivere o leggere chissà che. A sghignazzare o a cascare morti di sonno sul tavolo.<br />
E il tempo passava.<br />
E solo una cosa era sempre la stessa: questi sempre, sempre, sempre lì.<br />
Dei nuovi clienti avrebbero ordinato panini, trippa e birra, e per finire torta e caffè. Ma tanto, che ci pensava a fare? Fossero pure entrati, sarebbero usciti subito, tutti i posti erano occupati. Sarebbero corsi a regalare soldi alla concorrenza.<br />
Più in generale, i clienti degli altri ora avevano un aspetto molto migliore dei suoi.<br />
E se i miei non avessero dove andare? Ma non hanno niente di meglio da fare, che ne so, magari andare a lavorare? Mettere la pagnotta a tavola? Dei figli che li aspettano a casa o dei genitori bisognosi di cure? Che fossero tutti come lui, che ha solo questo caffè?<br />
E gli starebbe pure bene, ma perché allora non ordinano qualcos’altro?<br />
Sarebbero questi i tanto rinomati habitué? Mezza giornata con una tazzina di caffè davanti?<br />
Per non dire di come s’industriavano per sfuggire allo sguardo a distanza dei camerieri.<br />
Cosa non si faceva per avere al tavolino quella tazzina che il cameriere non poteva portar via, perché ancora mezza piena.<br />
«Le porto qualcos’altro?» (O prendi qualcosa o arrivederci e grazie).<br />
«No, grazie, ho ancora questo.» (Lasciami stare).<br />
«Le consiglio la trippa, buonissima.» (Almeno pane e burro).<br />
«Magari quando finisco il caffè?» (Non ti lascerò nemmeno un centesimo di più).<br />
«O forse le andrebbe una fetta di charlotte alla cannella?» (Allora sparisci).<br />
«No, grazie.» (Sparisci tu, io di qui non mi muovo).<br />
E così via per giorni e settimane. Quanto ancora doveva durare?<br />
C’erano volte che Nathan avrebbe mollato tutto per andarsene a Oświęcim, dritto all’agenzia viaggi di Zofia Biesiadecka, che aveva le tariffe più economiche per l’America e il Canada.<br />
Nathan non smetteva di pensarci, nemmeno dopo il lavoro. In casa tutti già sprofondati nel sonno e lui, solo in cucina, a dondolarsi come tra le onde, coi gomiti sul suo scomodo tavolino sgangherato. La zeppa sotto il piede del tavolo era sparita già da molto. Forse qualcuno l’aveva buttata nella stufa per errore. Ora non aveva né tempo né voglia di occuparsene.<br />
Di buono, almeno, c’era che era arrivata una lettera da Ben. Prima addirittura di leggerla, Nathan corse dal cambiavalute, ma non gli accettarono quelle sue banconote macchiate, si era dimenticato quella dannata boccetta. La sera, come ogni volta, Rywka gli lavò e stirò i suoi dollari e al mattino seguente Nathan andò a farseli cambiare da un altro cambiavalute.<br />
Ce n’erano talmente tanti in città che neanche ci aveva fatto attenzione prima. E tutti con un tasso di cambio fisso: 5,25 zloty per un dollaro. Si immaginò subito proprietario del suo cambiavalute “Da Stramer”.<br />
Nathan e il suo tavolo sgangherato si inclinarono verso destra.<br />
Non aveva ancora scritto niente, a Ben, circa la caffetteria che aveva aperto grazie ai suoi soldi. Quasi come se l’informazione dovesse trovare da sola la strada per suo fratello. E quasi non gli era rimasto più alcun motivo di vanto. Ora avrebbe letto della chiusura del suo locale, prima ancora che avesse saputo dell’apertura.<br />
Che fare?<br />
Nathan si sporse verso sinistra. Istantaneamente trattenne il tavolino e infilò il piede nell’interstizio che creava col pavimento.<br />
Un secondo dopo gli venne un sorriso.<br />
Mi basta solo pensare a Ben, per farmi venire un’idea.<br />
Nathan andò a dormire molto più sereno.<br />
Il mattino dopo scese nello scantinato. Ne venne fuori con la sega e la carta vetrata sottobraccio. Oltrepassò con aria indifferente il tavolo della cucina dove sedeva tutta la sua famiglia a fare colazione.<br />
Probabilmente non sentì nemmeno Nusek chiedergli: «Che fai, papà?» perché non gli rispose niente.<br />
Arrivato al locale, Nathan non si tolse nemmeno il cappello o la sua giacca preferita. Gli restava ancora un’ora prima dell’apertura. Rywka sarebbe arrivata a breve con i bambini, e i più grandi dopo scuola e le ripetizioni che ora davano nel loro appartamento, vuoto durante il giorno.<br />
Si chinò sul tavolino più vicino alla finestra, dove in genere sedevano i suoi habitué per rovinargli la giornata e gli affari. Adesso basta. Prese la sega, ma si trattenne. Qualcuno avrebbe potuto vederlo, dalla strada.<br />
Portò quattro sedie Thonet sul retro, dietro la tenda con la parte kosher. Le capovolse tutte. Le squadrò. Legno curvato, seduta incannicciata, schienale arrotondato. Pregiata manifattura austriaca. Checché se ne fosse detto, aveva fatto davvero un affare ricomprandole insieme ai tavolini del caffè Pod Płachta. Davano via il vecchio mobilio perché il nuovo proprietario voleva tutto modernissimo.<br />
Nathan prese a segare le gambe anteriori della prima sedia di un centimetro, con cautela, per non spezzare niente. Provò a sedersi. Sì, così dovrebbe bastare. Accorciò le gambe delle altre tre e poi scartavetrò tutto.<br />
Rimise le sedie al tavolino accanto alla finestra.<br />
Prima di mettersi seduto al tavolino accanto, ci lanciò il cappello pensando, e non per la prima volta quel giorno: questa testa vale molto di più di quel cappello.<br />
Da lì si mise ad osservare la propria opera. Un lavoro da incorniciare. A una prima occhiata, quelle sedie non differivano in niente dalle altre. A Rywka, che aveva portato due enormi sporte di spesa, non disse niente per non tirarsi dietro la iella. L’abbracciò e l’aiutò a spostare la spesa sul retro.<br />
«Cos’è tutta questa polvere?» lei gli indicò il pavimento.<br />
Nathan scrollò le spalle e la polvere dalle maniche, istintivamente.<br />
Aveva piazzato la sua trappola. Ora c’era da aspettare che i poveri habitué ci cascassero.<br />
Manco a dirlo, proprio oggi non se ne vedeva nemmeno l’ombra. Nathan li fissava, impalati lì sul marciapiede di fronte. Che avessero capito qualcosa? Colse l’occasione per acchiappare anche un po’ di sole settembrino, per non perdere completamente l’abbronzatura estiva che tanto piaceva a Rywka.<br />
Si sentì meglio solo al pomeriggio, quando strizzando gli occhi si accorse della sagoma gobba e familiare di uno degli habitué. L’uomo si avvicinò, con entrambe le mani occupate da pile di fogli, due libri e vari giornali.<br />
Ancora a leggere?, pensò Nathan, non ti è bastato ieri?<br />
Ultimamente si arrabbiava anche a casa sua, quando vedeva Salek e Hesio passare serate intere sui libri. Che nuova mania. Avrebbe preferito saperli a dare calci al pallone, come Rudek. Ma cosa poteva farci, tanto di quei tempi persino gli alunni osservanti di yeshivah, quelli che portavano kippah e payot, se ne andavano in giro per Tarnów con la faccia lunga e il libro di preghiere sottobraccio, che sotto la copertina benedetta nascondeva le opere di Marx.<br />
E nonostante l’aspetto esteriore, anche quei giovani erano diversi dentro.<br />
O almeno così si diceva.<br />
E se fosse vero che i giovani al tempio salmodiavano dondolando sui libri sacri, sussurrando frasi di Marx o di quell’altro, quel Lenin?<br />
I suoi figli, in casa, facevano così.<br />
«C’è chi lavora per la famiglia», gli diceva ogni tanto «E chi per rendere onore agli occhiali.»<br />
E se non reagivano, o facevano finta di non sentire, gli spegneva la luce.<br />
«Si spreca l’olio.»<br />
Anche al buio percepiva Salek e Hesio che rivolgevano lo sguardo al cielo.<br />
«Noi siamo autodidatti», gli disse Hesio una volta.<br />
«Auto che? Con l’auto vi ci manderei a…» e si fermò, prima di scoppiare a ridere, ma si trattenne perché c’erano le sue figlie a guardarlo.<br />
«Lasciali stare», gli chiese Rywka.<br />
Pure quello lì è un autodidatta, si disse Nathan nei pensieri, rivolto al suo habitué, anzi, è un autodisdetta. Sotto l’egida severa di Nathan, il del tutto inconsapevole habitué sparpagliò fogli e giornali sul tavolino accanto alla finestra. Era così felice di aver trovato libero quel posticino, così ben illuminato. Non si era accorto che, poco dopo l’apertura, Nathan aveva piazzato apposta un foglietto con la scritta RISERVATO, tolto prima che lui entrasse nel locale.<br />
«Buongiorno, cosa le porto?» gli chiese Nathan come al solito.<br />
L’habitué si guardò intorno, come se cercasse nel modesto spazio interno della caffetteria la risposta a una domanda tanto difficile. O forse si chiedeva se ci fosse qualcosa di meno costoso del caffè a venti centesimi.<br />
«Un ristretto, per favore.»<br />
Dopo aver ordinato qualcosa, ripiombò nelle sue letture. Senza staccare mai gli occhi, nemmeno quando Nathan gli posò la tazza sul tavolino.<br />
Sarebbe bastato versargli qualcosa dentro il caffè per liberarsene una volta e per sempre. Il veleno, ci voleva, altro che trappola. Ma non era questo il punto.<br />
Da dietro il bancone Nathan con la coda dell’occhio osservava l’habitué che lottava con la sedia. Lo vide puntare i piedi, contorcersi sulla seduta, ma senza smettere di scivolare. Poi interruppe la lettura, si mise in piedi, spostò la sedia e un attimo dopo ricominciò allo stesso modo.<br />
Nonostante tutto non si arrese, e accanito come un cowboy americano, inforcò altre sedie, che pure lo sbalzarono via.<br />
Arreso, si guardò intorno in sala, come se cercasse di capire se il problema fosse lui o la sedia. Rivolse uno sguardo interdetto verso Nathan, che per la prima volta gli rispose con un sorriso amichevole.<br />
Questa fu forse la goccia, perché l’habitué raccolse le sue carte, lasciò cadere sul tavolino venti pesantissimi centesimi e si buttò la giacca sulle spalle. Poco ci mancava che lasciasse lì il suo caffè. Se ne ricordò solo una volta alla porta. Si voltò e lo bevve in piedi, onde evitare.<br />
«Bye-bye», lo salutò Nathan.<br />
Spostò lo sguardo incredulo all’orologio, e si stupì al proprio riflesso sullo specchio del bar.<br />
Niente male, pensò, è rimasto nemmeno venti minuti sulle sedie accorciate. Magari si trova chi fa meglio. Forse quelli appena entrati.<br />
Il tempo cominciò a passare più velocemente. Nathan non controllava nemmeno più l’orologio, i clienti cambiavano continuamente, i secondi rimpiazzavano i primi, nessuno era rimasto seduto per più di mezz’ora a quel tavolino.<br />
Per la prima volta, quel posto aveva cominciato a portare soldi, e più che gli altri tre messi insieme.<br />
La sera, Nathan uscì in strada fermandosi sotto la vetrina con l’insegna. Come nel giorno dell’inaugurazione.<br />
Rywka e i suoi figli erano già tornati a casa, in quella via Goldhammer deserta sembrava ci fossero rimasti solo Nathan e i lampioni accesi.<br />
Prese un profondo respiro. Persino i cassonetti della città oggi parevano puzzare meno del solito.<br />
Eccezionalmente, non odiava neanche più quelle falci e martello e quelle scritte sul proletariato che di recente qualcuno aveva scarabocchiato sui palazzi. Anche se c’era da dover rifare le facciate, o meglio, acchiappare quel figlio di cagna che aveva sporcato per farglielo fare.<br />
Quel giorno a Nathan gli venivano solo buone idee.<br />
Già si vide scriverlo per lettera a suo fratello Ben: non solo mi sono sbarazzato degli habitué, ci ho pure guadagnato. E d’oltreoceano sarebbe arrivata una risposta entusiastica, rigonfia di banconote:</p>
<p><em>Dear Nathan,</em><br />
<em>Io e Pepi ti facciamo i nostri migliori auguri! Non vediamo l’ora di ritrovare Te, Rywka e i ragazzi per metterci al bancone degli Stramer (non prenderemmo un tavolo per niente al mondo!) e gustare quel tuo caffè tanto rinomato. Saltiamo sul primo vapore disponibile per l’Europa.</em></p>
<p>Forte di quella celebrità, e della benedizione americana, Nathan aveva già chiaro quale sarebbe stato il passo successivo. Una rivoluzione.<br />
Che vada al diavolo, quel Lenin con la falce e il martello. A me basta solo segare, pensò mentre si rifugiava all’interno del locale.<br />
Lo sfrigolio degli attrezzi risuonò fino a notte fonda.<br />
Rincasando al mattino, percepì quasi l’odore della sua rivoluzione privata nell’aria di Tarnów. Riuscì a dormire sì e no tre ore, ma mai si era alzato più riposato. Si ricordò di ciò che aveva sognato guardando attraverso la ragnatela del finestrino sporco, nella latrina in cortile: suonava il violino su un grande palcoscenico, era la prima volta in vita sua che ne aveva in mano uno, aveva steccato, ma nonostante tutto il suo pubblico elegante gli aveva dedicato un trionfo.<br />
Ancora sentiva quegli applausi, sulla strada per il locale. Scansò buche e pozzanghere, più attentamente del solito, e si guardò intorno per tre volte, prima di attraversare via Mickiewicz, per controllare che non passasse una bicicletta, un’automobile o il carretto di un contadino.<br />
Neanche nelle trincee della guerra aveva fatto tanta attenzione.<br />
Perché oggi si sentiva speciale, apprezzato, e soprattutto molto più prezioso di prima. Come qualcuno che ha in tasca il biglietto vincente della lotteria. O come un cercatore d’oro americano che ritorna con un sacco pieno di pepite.<br />
Wonderful world: Nathan trottava di buonumore, incline persino a lanciare una monetina a qualche mendicante.<br />
È così che devono essersi sentiti i grandi scopritori. Chi ha inventato la ruota, di certo si sarà guardato sotto il piede per non inciampare o finire sotto un elefante, una balena o in bocca a un leone. Di certo si saranno sentiti così, come si chiamavano quelli? Marconi e quell’altro, Radiostein.<br />
Ma Nathan Stramer aveva inventato le gambe segate delle sedie.<br />
Che d’accordo con le proprie previsioni funzionava a meraviglia, l’intero locale aveva provato a sedersi, consegnandogli quel giorno un profitto record.<br />
Se continua così… Nathan moltiplicò in mente e poi buttò il risultato su carta.<br />
Non riusciva più a trattenere i suoi pensieri e spese una parte del profitto immaginario addirittura per dei regali. Per Rywka, una gita al mare. Ma di certo non da sola. Sarebbe stato un viaggio in treno per tutta la famiglia. Le nostre prime vacanze.<br />
Ma chi si sarebbe occupato del locale, durante l’assenza?<br />
Quella sera Nathan decise che, in una situazione simile, fosse giunto il momento di mettere la sua famiglia a parte della grande scoperta. Ma prima, chiuse la porta e tutte le finestre del locale. Rywka e i ragazzi erano stati costretti a giurare di non dire una parola a nessuno.<br />
«Sedetevi», cominciò a bassa voce. «Quello che vi dirò adesso è più importante di qualsiasi altra cosa abbiate mai sentito finora.»<br />
Lui si appoggiò al tavolo da biliardo, per precauzione.<br />
«Sei impazzito, papà?» Rudek addirittura si portò le mani alla testa, quando Nathan concluse.<br />
«Scostumato!» Nathan puntò suo figlio già quasi adulto. «È così che ti rivolgi a tuo padre?!»<br />
Ma non lo colpì. Non era più tanto sicuro della propria forza, dopo aver segato sessantaquattro gambe di sedia.<br />
«Non dirai mica sul serio, papà?» Rudek aggiustò il tono.<br />
Poi si scambiò uno sguardo con Salek e Hesio. E si portò una mano alla bocca per coprirsi un sorriso.<br />
Osservando la faccia di Rywka e degli altri suoi figli, Nathan capì come dovevano sentirsi gli altri pionieri in anticipo sui tempi. Lui ricordava bene il passaggio del primo tram cittadino, persino prima che uscisse dal deposito, girava voce che avesse già investito un soldato, una balia con un bambino e una vecchietta. Tale era l’ignoranza, la malafede e il rigetto con cui doveva confrontarsi un grande visionario, persino da parte dei più cari.<br />
Nathan fu assalito dalla tristezza.<br />
Per chi altri aveva segato tutte quelle sedie? Mica per sé. Lui era già al mare.<br />
L’aveva fatto per la sua famiglia.<br />
Manco a dirgli grazie. Proprio Rudek, il primogenito, che un giorno, lontano e triste, avrebbe ereditato l’attività. Ma ne deve ancora mangiare di pane duro, hai ancora da imparare, figlio mio.<br />
Si vedeva subito che non era mai stato in America. E se lo mandasse da suo zio a New York, invece che sul baltico? Che veda da solo di cos’è fatto davvero il mondo, e il mondo avrebbe compreso l’idea geniale di Nathan Stramer.<br />
Neanche a farlo apposta, laggiù si dice: less is more. E infatti: meno sedie, e più guadagno.<br />
Che tutti ricordino di chi è stata l’idea. La gente in America aveva la memoria corta.<br />
«Dico sul serio», si rivolse a suo figlio. «Vuoi scommettere?»<br />
Rudek scosse la testa.<br />
«Hai paura di perdere?»<br />
«No», rispose Rudek. «Io non scommetto mai.»<br />
«E perché?» si intromise Salek.<br />
«Quando due scommettono», continuò Rudek «Uno imbroglia e l’altro è un cretino.»<br />
«Come ti permetti?!» Nathan strinse i pugni.<br />
Questo moccioso sta superando ogni limite possibile. Non andrà da nessuna parte. Nemmeno al mare. Lo lascio qui a fare la guardia al locale.<br />
Rywka posò una mano sulla spalla di suo marito.<br />
«Non capisco…» Si voltarono tutti verso la finestra, come se si accorgessero solo adesso che c’era anche Nusek. «Perché uno imbroglia e l’altro è un cretino?»<br />
«Perché il primo sa di avere ragione, e così frega l’altro», rispose Rudek.<br />
«E se nessuno di loro sa niente?» La domanda di Salek attutì la tanto trattenuta esplosione di Nathan.<br />
Bestemmie americane scossero le pareti e le vetrate del locale. Rudek si alzò, si voltò e raggiunse la strada a passo sereno.<br />
Salek e Hesio gli si incollarono come una doppia ombra.<br />
«Se nessuno dei due sa niente, vuol dire che i cretini sono due», spiegò Rudek una volta arrivati al marciapiede.<br />
E siccome Nathan non accennava a calmarsi, Rywka raggiunse i ragazzi tenendo Wela e Nusek per mano.<br />
Nathan continuò ancora per un po’, e più esattamente gironzolando tra i quattro tavolini vuoti, scuotendo la testa, gesticolando e ogni tanto parlando da solo, e se non fosse proprio solo?<br />
Dopo una settimana, gli fu abbastanza chiaro che aveva fatto bene a non scommettere con Rudek. Del resto, cosa avrebbe potuto farci, aveva perso anche senza aver scommesso. In quel lasso di tempo, un giorno dopo l’altro, cominciò a perdere i clienti.<br />
E alla fine non venne più nessuno.<br />
Nathan si piazzava davanti alla sua insegna, e in quella via Goldhammer deserta sembrava ci fossero rimasti solo lui e i lampioni accesi.<br />
Quella notte fu colto dall’influenza intestinale.<br />
Rywka spiegò ai ragazzi che le urla erano il primo, repentino sintomo della malattia. E così bisognava trattarle.<br />
Lasciò le tende chiuse, in camera da letto.</p>
<p>_</p>
<p><em>Diritti per l&#8217;Italia liberi e gestiti da Nova Books Agency</em></p>
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		<title>Un male strano. Le poesie d&#8217;amore di Ausiàs March</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2020 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[ausiàs march]]></category>
		<category><![CDATA[Cèlia Nadal Pasqual]]></category>
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		<category><![CDATA[Un male strano]]></category>
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					<description><![CDATA[[Da pochi mesi è uscita per Einaudi l&#8217;antologia bilingue Un male strano. Poesie d&#8217;amore di Ausiàs March, a cura di Cèlia Nadal Pasqual e Pietro Cataldi, corredata da un&#8217;introduzione e da un ampio commento, oltre che da apparati sulla ricezione e le traduzioni di March. Pubblico in anteprima il canto II, seguito dal testo in lingua originale, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Da pochi mesi è uscita per Einaudi l&#8217;antologia bilingue </em>Un male strano. Poesie d&#8217;amore<em> di Ausiàs March, a cura di Cèlia Nadal Pasqual e Pietro Cataldi, corredata da un&#8217;introduzione e da un ampio commento, oltre che da apparati sulla ricezione e le traduzioni di March.</em><br />
<em>Pubblico in anteprima il canto II, seguito dal testo in lingua originale, ringraziando i curatori. </em>ot<em>]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_85721" aria-describedby="caption-attachment-85721" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-85721" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/estatua-dausias-march-a-gandia-1583866596_-k68F-1020x533@IlSole24Ore-Web.jpg" alt="" width="640" height="334" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/estatua-dausias-march-a-gandia-1583866596_-k68F-1020x533@IlSole24Ore-Web.jpg 1020w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/estatua-dausias-march-a-gandia-1583866596_-k68F-1020x533@IlSole24Ore-Web-300x157.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/estatua-dausias-march-a-gandia-1583866596_-k68F-1020x533@IlSole24Ore-Web-768x401.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/estatua-dausias-march-a-gandia-1583866596_-k68F-1020x533@IlSole24Ore-Web-250x131.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/estatua-dausias-march-a-gandia-1583866596_-k68F-1020x533@IlSole24Ore-Web-200x105.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/estatua-dausias-march-a-gandia-1583866596_-k68F-1020x533@IlSole24Ore-Web-160x84.jpg 160w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption id="caption-attachment-85721" class="wp-caption-text">Statua di Ausiàs March a Gandia</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>a cura di <strong>Cèlia Nadal Pasqual </strong>e<strong> Pietro Cataldi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi accade come al marinaio che in rada<br />
ha il suo naviglio e lo crede un castello;<br />
vedendo il cielo tanto chiaro e bello,<br />
crede per fermo che un’ancora basti.<br />
E sente d’improvviso un temporale<br />
tempestoso, e un tempo insopportabile;<br />
cambia giudizio: se molto durasse,<br />
un porto, e non resistere, gli vale.</p>
<p>Molte volte che un vento è fortunale<br />
non c’è salvezza se non muta lato,<br />
e quella chiave che ci chiude nell’armadio<br />
la stessa porta non la riaprirà.<br />
Cosí è per me, che mi trovo innamorato<br />
per l’eccesso di piacere che da te mi viene, amore:<br />
del non amare, il dispiacere ha la via,<br />
ma un passo mio non ci si troverà.</p>
<p>Finché i pesci non troverai nel bosco<br />
e i leoni nell’acqua avranno albergo,<br />
il mio amore non ritornerà indietro,<br />
purché ti sappia contenta di me;<br />
e confido che ben saprai conoscermi,<br />
e, conosciuto, non sarò scontento<br />
di tutti i mali che ho per te sofferto;<br />
vedrai le fiamme lí d’amore crescere.</p>
<p>Se il desiderio ti ho mostrato male,<br />
credimi, amore vero non mi è lontano;<br />
più caldo del sole nel mese di giugno<br />
arde il mio cuore fragile senza un dono appagante.<br />
Altri non io di ciò porta la colpa;<br />
tu odialo, se un servitore umile<br />
per una sua mancanza a te nasconde;<br />
ed è l’Amore che me, amante, incolpa.</p>
<p>Il mio volere si avvolge della ragione<br />
e in accordo la qualità perseguono<br />
con atti che vanno il corpo privando<br />
di tanta sua carne in piccolo tempo.<br />
Il sonno scarso dà magrezza al corpo,<br />
raddoppia il pensiero per contemplare Amore;<br />
un corpo grasso, abbandonato al sonno,<br />
non muove un passo in questa aspra salita.</p>
<p>Piena di senno, donami una crosta<br />
del pane tuo, che l’amaro mi tolga:<br />
di ogni cibo mi ha preso gran disgusto,<br />
se non di quello che tanto amor mi costa.</p>
<p>___</p>
<p>Pren-me’n axí com al patró qu·en platga<br />
té sa gran nau e pens aver castell;<br />
vehent lo cel ésser molt clar e bell,<br />
creu fermament d’un·àncora ssats haja.<br />
E sent venir soptós hun temporal<br />
de tempestat e temps incomportable;<br />
leva son juhi: que si molt és durable,<br />
cerquar los ports més qu·aturar li val.</p>
<p>Moltes veus és que·l vent és fortunal,<br />
tant que no pot surtir sens lo contrari,<br />
e cella clau qui us tanqua dins l’armari<br />
no pot obrir aquell mateix portal.<br />
Axí m’à pres, trobant-m·anamorat,<br />
per sobresalt qui·m ve de vós, m·aymia:<br />
del no amar desalt ne té la via,<br />
mas hun sol pas meu no y serà trobat.</p>
<p>Menys que lo peix és en lo bosch trobat<br />
e los lleons dins l’aygu·an lur sojorn,<br />
la mi·amor per null temps pendrà torn,<br />
sol conexent que de mi us doneu grat;<br />
e fiu de vós que·m sabreu bé conéxer,<br />
e, conegut, no·m serà mal grahida<br />
tota dolor havent per vós sentida;<br />
ladonchs veureu les flames d’amor créxer.</p>
<p>Si mon voler he dat mal a paréxer,<br />
creheu de cert que ver·amor no·m luny;<br />
pus que lo sol és calt al mes de juny,<br />
ard mon cor flach sens algun grat meréxer.<br />
Altre sens mi d’açò merex la colpa;<br />
30 vullau-li mal, com tan humil servent<br />
vos té secret per son defaliment;<br />
cert, és Amor que mi, amant, encolpa.</p>
<p>Ma volentat ab la rahó s’envolpa<br />
e fan acort, la qualitat seguint,<br />
tals actes fent que·l cors és defallint<br />
en poch de temps una gran part de polpa.<br />
lo poch dormir magres·al cors m’acosta,<br />
dobla’m l’engýn per contemplar Amor;<br />
lo cors molt gras, trobant-se dormidor,<br />
no pot dar pas en aquest·aspra costa.</p>
<p>Plena de seny, donau-me una crosta<br />
del vostra pa, qui·m leve l’amargor;<br />
de tot mengar m’à pres gran desabor,<br />
sinó d’aquell qui molt·amor me costa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-85722 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/Schermata-2020-07-20-alle-15.35.10.png" alt="" width="437" height="684" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/Schermata-2020-07-20-alle-15.35.10.png 437w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/Schermata-2020-07-20-alle-15.35.10-192x300.png 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/Schermata-2020-07-20-alle-15.35.10-250x391.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/Schermata-2020-07-20-alle-15.35.10-200x313.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/07/Schermata-2020-07-20-alle-15.35.10-160x250.png 160w" sizes="(max-width: 437px) 100vw, 437px" /></p>
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		<title>Sobre Mascarò</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/01/15/sobre-mascaro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 06:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[haroldo conti]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ferrazzi]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
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		<item>
		<title>Norbert Conrad Kaser</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/12/18/norbert-conrad-kaser/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Dec 2017 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alphabeta Verlag]]></category>
		<category><![CDATA[Alto Adige]]></category>
		<category><![CDATA[Norbert Conrad Kaser]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Tirolo]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Werner Menapace]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valentino Liberto &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; In autunno, i boschi d’alta quota del Sudtirolo si punteggiano di giallo. Sono i larici, unici tra le conifere a non essere sempreverdi, ad accendersi di colore per poi spegnersi con il sopraggiungere dell’inverno: il giallo sfuma, volge all&#8217;arancione tenue, sino ad assumere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valentino Liberto</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/978-88-7223-288-0.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-71675" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/978-88-7223-288-0-201x300.jpg" alt="" width="201" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/978-88-7223-288-0-201x300.jpg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/978-88-7223-288-0.jpg 321w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>In autunno, i boschi d’alta quota del Sudtirolo si punteggiano di giallo. Sono i larici, unici tra le conifere a non essere sempreverdi, ad accendersi di colore<span id="more-71127"></span> per poi spegnersi con il sopraggiungere dell’inverno: il giallo sfuma, volge all&#8217;arancione tenue, sino ad assumere i toni più caldi del marrone. Norbert Conrad Kaser voleva essere un larice, solo e ormai spoglio sotto la neve di dicembre. E rinascere in primavera, di un verde rigoglioso: “<em>vorrei essere un larice / non dover bere / né fumare / non dovermi muovere / lasciarmi solo / ondeggiare / vorrei essere un larice / nella neve / senza vestiti / &amp; con lo sguardo / scorrere il paesaggio / verdelarice in primavera / lasciarmi solo ondeggiare / da suolo pioggia grandine / vento / pure più vecchio / vorrei diventare / di lui”. </em>Il maggiore poeta italiano di lingua tedesca morì nel 1978 a Brunico, a soli 31 anni. Il suo amico Alexander Langer, più tardi politico pacifista ed ecologista, notò l&#8217;assenza al funerale degli italiani e dei giovani “ignari della portata, del significato della rottura che n. c. kaser (come amava abbreviarsi) aveva osato con la sua pubblica accusa della non-cultura sudtirolese ufficiale, con la sua feroce ironia contro una borghesia bottegaia e un clero oppressivo”. Un giovane dissidente, “incastrato” nel latente quanto perenne conflitto etnico in Alto Adige/<em>Südtirol</em>, che proponeva di spennare e arrostire l&#8217;aquila simbolo del Tirolo, di bruciare la casa del padre: “<em>brucia casa paterna in fiamme / brucia casa di nonna / al sicuro sono le bestie / persino il pollame / i maiali impazziti / accecati dalla luce / rintronando il maso / crolla / vai in cenere / vento del nord / disperdi tutto</em>”. Un giovane “sensibile e ribelle, disoccupato e alcolizzato, frate cappuccino e militante comunista, dolente e schernitore, morto giovanissimo” lo definì Claudio Magris in <em>Microcosmi</em> (Garzanti 1998) suggerendo però agli eredi sudtirolesi di Kaser di arrostire, mangiare e digerire una volta per tutte quell&#8217;aquila, senza più bisogno di sputare sui suoi ossi, sulla cenere del maso.<br />
A trent&#8217;anni di distanza dalla prima traduzione italiana di Giancarlo Mariani (Edizioni Nuovo Studio 1983), una nuova antologia “disincastra” la poesia di Kaser e le dona nuova vita, rivolgendosi proprio agli italiani e ai più giovani. <a href="http://www.edizionialphabeta.it/it/Book/rancore-mi-cresce-nel-ventre/978-88-7223-288-0">Con <em>rancore mi cresce nel ventre. Poesia &amp; prosa 1968-1978. Un’antologia</em> (Edizioni alphabeta Verlag 2017)</a> “<em>non volevo soltanto presentare al lettore italiano un vecchio poeta tedesco morto da quarant&#8217;anni caricato da tutte le sue vicissitudini – </em><em>spiega il traduttore</em><em> Werner Menapace – bensì trovare per lui una nuova patria e un futuro ancora tutto da vivere</em>”.<em> “Mi viene in mente </em>Leopardi” ha commentato la scrittrice Francesca Melandri presentando il libro a Brunico:<strong> “</strong>I<em> grandi vedono tutti i colori del mondo, non si lasciano mai ridurre a una sola dimensione, schiacciare in un cliché. Quanti colori ci sono nelle poesie di Kaser. Non solo </em><em>rancore</em><em>, ma elementi di tenerezza, sensualità, persino humor. Ci sono versi che ruberei per farne titoli di miei romanzi: </em><em>Il più grande magazzino di patate dell&#8217;Eurasia</em><em>, </em><em>Non lasciare che nessuno passeggi sullo speck</em><em>. Questa traduzione può essere intesa come una liberazione di Kaser dal suo personaggio</em>”. Si tratta quindi di superare la fama di pesantezza e provincialità, di fare uscire Norbert C. Kaser dall&#8217;angolo, dal recinto alpestre in cui è stato rinchiuso e relegato, per riscoprire l&#8217;universalità della sua poesia. E allora, non più larici alpini e solitari, ma colline (“<em>colline / grano / il velo del sole e del vento / il viso di una donna / che sorpassiamo / colle machine / per il grano / e le colline / così si chiude in te / il petto di lei / e le sue vallate</em>”) e mare (“<em>sopra il mare / la luna in piena / l’aria un / taglio alla gola</em>”). Diciamo addio al vecchio n. c. kaser, diamo il benvenuto al nuovo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/larici_bennosimma.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-71639" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/larici_bennosimma-300x232.jpg" alt="" width="300" height="232" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/larici_bennosimma-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/larici_bennosimma-768x593.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/larici_bennosimma.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><em>NdR: la fotografia è di Benno Simma; <a href="http://www.edizionialphabeta.it/151/public/rassegna-stampa2/17-10-07_kaser_LaLettura.pdf">qui</a> si può leggere il pezzo di Roberto Galaverni su La Lettura; quello che segue è uno dei testi contenuto nell&#8217;antologia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>canto della povertà di idee</p>
<p>terra amata<br />
fatta di campanacci &amp;<br />
risse da osteria</p>
<p>figlia del clima<br />
madre dell’uva</p>
<p style="text-align: left;">sbuffare dei venti<br />
vette rosseggianti<br />
su fiumi verdi<br />
&amp; ai piedi<br />
un drago abbattuto<br />
vicoli familiari<br />
senso civico fiero coraggio contadino<br />
nemica del terrone &amp; peggio<br />
di lui</p>
<p>figlia del clima<br />
madre dell’uva</p>
<p>intimi paesi<br />
grembiule blu &amp; tori<br />
autonoma<br />
pagani in divisa degli schützen<br />
pompieri    musica</p>
<p>salteri cetre nessuno<br />
sa cantare lo jodel</p>
<p>consacrata al cuore del dio</p>
<p>&amp; su tutto si libra l’astore sbranagalline</p>
<p style="padding-left: 300px;"><em> 040575</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>lied der einfallslosigkeit</p>
<p>geliebtes land<br />
aus kuhglocken gebaut &amp;<br />
gasthausrauferei</p>
<p>kind des wetters<br />
mutter der trauben</p>
<p>schnaufen der winde<br />
alpenglut<br />
an gruenen fluessen<br />
&amp; zu fueßen<br />
ein erschlagner wurm<br />
traute gassen<br />
buergersinn stolzer bauernmut<br />
dem welschen feind &amp; schlechter<br />
als der</p>
<p>kind des wetters<br />
mutter der trauben</p>
<p>innige doerfer<br />
blauer schurz &amp; stiere<br />
autonom<br />
heiden im rock der schuetzen<br />
feuerwehr    musik</p>
<p>hackbretter zithern<br />
jodeln kann keiner</p>
<p>dem herzen des gottes verschworen</p>
<p>&amp; ueber allem schwebt der henngeier</p>
<p style="text-align: left; padding-left: 270px;"><em>040575</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Manuale di atti sovversivi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/12/15/manuale-atti-sovversivi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Dec 2017 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Judite Canha Fernandes]]></category>
		<category><![CDATA[O mais difícil do capitalismo é encontrar o sítio onde pôr as bombas]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[poesia portoghese]]></category>
		<category><![CDATA[serena cacchioli]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; a cura di Serena Cacchioli Judite Canha Fernandes è nata a Funchal, sull&#8217;isola di Madeira, nel 1971. È performer, femminista, curinga (di Teatro dell&#8217;Oppresso/a), scrittrice, bibliotecaria, attivista, madre e ricercatrice, senza un ordine preciso, ed è stata rappresentante europea nel Comité International della Marcia Mondiale delle Donne tra il 2010 e il 2016. Le sue opere spaziano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_71278" aria-describedby="caption-attachment-71278" style="width: 960px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-71278 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/settimo-giorno-danzo.jpg" alt="" width="960" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/settimo-giorno-danzo.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/settimo-giorno-danzo-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/settimo-giorno-danzo-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption id="caption-attachment-71278" class="wp-caption-text">&#8220;E il settimo giorno ballò&#8221; &#8211; Lisbona, 2017</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>a cura di <strong>Serena Cacchioli</strong></p>
<p>Judite Canha Fernandes<strong> </strong>è nata a Funchal, sull&#8217;isola di Madeira, nel 1971. È performer, femminista, curinga (di Teatro dell&#8217;Oppresso/a), scrittrice, bibliotecaria, attivista, madre e ricercatrice, senza un ordine preciso, ed è stata rappresentante europea nel Comité International della Marcia Mondiale delle Donne tra il 2010 e il 2016.</p>
<p>Le sue opere spaziano dalla poesia al teatro, dalla letteratura per l&#8217;infanzia ai racconti brevi. I componimenti che presento, tradotti da me, fanno parte del «Manuale di atti sovversivi», pubblicato nella raccolta <em>O mais difícil do capitalismo é encontrar o sítio onde pôr as bombas</em> (<em>La cosa più difficile del capitalismo è trovare il posto dove mettere le bombe, </em>Urutau Editora, São Paulo, Brasil. Poesia, 2017, inedita in italiano). Il Manuale nasce da un esperimento di creazione collettiva. Judite ha chiesto a un certo numero di persone di dirle un gesto &#8211; un semplice gesto privato &#8211; che ognuno di loro fa, quotidianamente o meno, contro il capitalismo. Il risultato è un manuale poetico e collettivo straripante di idee sovversive.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>manuale di atti sovversivi</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> II. </strong><strong style="line-height: 1.5;">(atti di ricapitalizzazione)</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>decoro la casa con mobili e fiori di strada<br />
smetto di mangiare carne                  spengo la tv<br />
sono inutile                 non servo<br />
(non servo per sposarmi                   non servo per lavorare<br />
non servo per dare l’esempio            l’arte non serve a niente<br />
io non servo)<br />
offro arte sulla via pubblica               faccio la pipì nei prati.<br />
faccio e disfo i colori<br />
riutilizzo<br />
i dolori, gli amori, il tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>pago l’affitto in collettivo, secondo i redditi<br />
o<br />
la loro<br />
mancanza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>faccio pupazzi da dito e li scambio per la lana delle vicine<br />
cerco il nome di una poetessa dell’Ottocento<br />
fra i contatti del telefonino<br />
uso i vestiti di mia madre<br />
tengo i soldi sotto al cuscino<br />
bevo il caffè del commercio equo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il problema è che ogni volta che voglio mettere una bomba contro il<br />
capitalismo, nel frattempo lo uso.<br />
(perdonami signore, perché pecco di ridondanza. attraggo e capto<br />
fondi di capitale per distruggere nidi di capitale)<br />
per costruire la bomba           (o la faccio in un picnic)<br />
o cerco la ricetta su internet<br />
chiedo un prestito a una banca<br />
vado a far compere al centro commerciale<br />
e non so mai dove mettere la bomba.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>divorzio da un bancario.<br />
(e quella banca non sarà mai più la stessa:<br />
bca                 banif                    santander)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>torno a casa<br />
semino il mio orto<br />
condivido semi<br />
faccio pacchettini che vengono da regali precedenti<br />
scrivo lettere su carta sottile<br />
e le digitalizzo per mandarle a te.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III. (atti di collettivizzazione)</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>non ho proprietà privata nel frigorifero,<br />
cucino sempre amore collettivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>cerco di esistere liberamente<br />
o libera dalla mente, non so.<br />
converso per via telepatica<br />
trasformo casa mia in un festival gratuito<br />
e ripeto tutti i gesti. di tutte le infanzie.<br />
di tutte le domande.<br />
amo come se il cuore fosse una bomba a orologeria,<br />
inserisco una frase poetica nella traduzione di una lettera commerciale<br />
sopporto il calore delle profondità vulcaniche senza reagire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>senza reagire<br />
cuocio l’argilla<br />
fino a essere capace di decidere per me quel che vorrò.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>sono l’eroina inevitabile delle mie routine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>empatia. urgentemente.<br />
(era ancora il 19 gennaio del 1923 e si diceva già la stessa cosa)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>allatto mio figlio. posso alimentare<br />
con il mio stesso corpo<br />
la vita bella e semplice, spontanea e miracolosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>o anche no. non sono madre.<br />
non mi riproduco.<br />
bacio persone dagli organi riproduttivi uguali ai miei per la strada.<br />
occupo una casa, uno squat.<br />
mi ricordo tutti i giorni che sono bella anche quando il mondo<br />
insiste a dire che sono brutta.<br />
mi ricordo tutti i giorni della bellezza anche quando il mondo mi<br />
spaventa.<br />
mi ricordo e mi meraviglio tutti i giorni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>imparo che l’amore non dipende da una sola persona.<br />
sola soltanto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>per niente sola,<br />
fra tanti passeri in cerca di una poesia collettiva.</p>
<p>*</p>
<p><strong>IV. [atti d’azione (diretta)]</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>racconto la mia storia.<br />
(alle persone non piace ascoltare sofferenza altrui, per questo<br />
racconto sempre la mia storia<br />
e la mia storia è quella che nessuno vuole ascoltare.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ho riunioni felici e riunioni difficili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nel mezzo di una città prodigiosa, faccio graffiti su cartelli d’annunci<br />
(soprattutto su quelli che vendono felicità)<br />
sputo fuoco<br />
e poi la manifestazione avanza, viola e siderale.<br />
disfo demolizioni<br />
e nel mezzo delle aggressioni, grido all’uniforme:<br />
“la pace, il pane, la casa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la pace            il pane             la casa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>occupo il banco de portugal              poi l’azienda sanitaria locale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>mi amo.<br />
(eccoti una bomba, industria cosmetica! eccoti un’altra bomba,<br />
industria farmaceutica! e un’altra,<br />
apparato psico-psichiatrico!)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>restituisco la mia tessera militare come obiettore di coscienza,<br />
restituisco alla pide tutti i dischi di zeca afonso meno uno.<br />
questo lo ascoltiamo nello sgabuzzino tra spavento e confusione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>una volta<br />
ho fatto passare in televisione un disco che sputava su george w. bush<br />
dicendo che era una ballata romantica.<br />
iniziava così: george era un bambino basso<br />
molto più basso del comune. mi ricordo benissimo<br />
di voler assaltare una banca. più di tutto.<br />
(più di fare vendita diretta dei miei cd alla fnac)<br />
entrerei con la tuta da sub dal condotto della via costiera<br />
e poi capirei<br />
il capitale è un cubo d’acciaio con la serratura su un lato che<br />
trattiene l’aria all’interno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>per fortuna mia<br />
ho un mini server in casa,<br />
la mia cloud proprio sul letto.<br />
lo stato, per sapere dei miei sogni,<br />
deve sfondare la porta,<br />
e google non ha ancora salvato il mio pensiero.</p>
<p>*</p>
<p><strong>V. (atti del fine settimana)</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>di venerdì non produco, fingo soltanto.<br />
ho allargato il fine settimana<br />
&#8211; i take my time           i make my time &#8211;<br />
uso i miei piedi e una bicicletta usata<br />
dedico il mio tempo ed energia a cose inutili<br />
coltivo la distrazione, faccio cose senza senso<br />
lavoro con scambi non monetari, non contabili, effimeri<br />
e imprevisti<br />
con persone che non conosco e altre che amo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>i fine settimana sono per i lavori dell’anima: tessere mazzi<br />
d’incenso,<br />
propagare erbe                      prendersi cura dei fiori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>non mi depilo. resto lì, il ginecologo non sa bene che fare<br />
con le mani<br />
e io serena, in mezzo ai peli,<br />
mi riconosco bella, riservata e domestica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nella casa accanto, durante una valutazione strategica del funzionamento,<br />
un ateo risponde al questionario su quale pensa che sarà il futuro<br />
dell’impresa:<br />
“il futuro appartiene a dio.”<br />
e dio danzò,<br />
e io con lui. danzare è stata. sempre.<br />
una delle mie sovversioni preferite.<br />
atto ad atto<br />
permanentemente sana<br />
anche quando svengo<br />
o quasi sparisco<br />
perché sono la speranza<br />
e non c’è antidoto più sovversivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Parlare il Roland-Barthes: frammenti di un pastiche</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/05/26/parlare-roland-barthes-frammenti-un-pastiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 May 2017 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[le roland-barthes sans peine]]></category>
		<category><![CDATA[michel-antoine burnier]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[pastiche]]></category>
		<category><![CDATA[patrick rambaud]]></category>
		<category><![CDATA[Roland Barthes]]></category>
		<category><![CDATA[Tiphaine Samoyault]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Ornella Tajani Nel 1978 i giornalisti Michel-Antoine Burnier e Patrick Rambaud decidono di dedicarsi a quell’ambiguo esercizio di scrittura mimetica che è il pastiche letterario, in Francia oggetto di una lunga tradizione, e definitivamente nobilitato nel genere, all’inizio del secolo, dallo straordinario pasticheur che è stato Marcel Proust. La vittima prescelta è uno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_68009" aria-describedby="caption-attachment-68009" style="width: 236px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-68009" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/barthes-pastiche.jpg" alt="Caricatura di David Levine" width="236" height="349" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/barthes-pastiche.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/barthes-pastiche-203x300.jpg 203w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /><figcaption id="caption-attachment-68009" class="wp-caption-text">Caricatura di David Levine</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Nel 1978 i giornalisti Michel-Antoine Burnier e Patrick Rambaud decidono di dedicarsi a quell’ambiguo esercizio di scrittura mimetica che è il pastiche letterario, in Francia oggetto di una lunga tradizione, e definitivamente nobilitato nel genere, all’inizio del secolo, dallo straordinario <em>pasticheur </em>che è stato Marcel Proust.<br />
La vittima prescelta è uno dei semiologi più amati del Novecento, che nel ’77, dunque un anno prima, aveva pubblicato quei <em>Frammenti </em>che non si finisce mai di rileggere.<br />
Lo stile di Roland Barthes è riconoscibilissimo e dunque ben si presta al gioco imitativo. Burnier e Rambaud tuttavia non si limitano a pasticciarlo, ma arrivano a compilare un vero e proprio «manuale» per imparare senza difficoltà il R.B. (cioè quel linguaggio universale che è il Roland-Barthes; come chiariscono gli autori, «in Roland-Barthes, Roland-Barthes si dice R.B.»).</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>Se leggete un testo scritto in Roland-Barthes senza aver prima studiato la lingua, riuscite comunque a capirne una buona parte. Siete a metà dell’opera. Basta soltanto sfruttare la somiglianza naturale tra il Roland-Barthes e il francese.<br />
Abituatevi a fare regolarmente almeno una mezz’ora di Roland-Barthes, ogni giorno. È facile: questo manuale è suddiviso in lezioni. Basta studiarne una al giorno. In questo modo, vi occorreranno circa diciotto giorni per ottenere un risultato.</p></blockquote>
<p>Gli esercizi per imparare a esprimersi in Roland-Barthes sono vari. Si comincia con dei «primi elementi di conversazione», di un umorismo un po’ grottesco: «Comment t’énonces-tu?» starebbe per «Come ti chiami?», mentre «Quelle “stipulation” verrouille, clôture, organise, agence l’économie de ta <em>pragma</em> comme l’occultation et/ou l’exploitation de ton ek-sistence ?» equivale a «Che lavoro fai?». E ancora: «La libido febica si teorizza/ottimizza irriducibilmente sotto forma di giubilo» significa «Sì, c’è proprio un bel sole».<br />
Si passa poi a uno studio sull’origine del vocabolario del R.B.: una rapida panoramica mostra che a termini francesi si affiancano parole di origine greca, latina, tedesca, inglese, italiana, “sartriana”. Pagina dopo pagina, ogni abitudine linguistica di Barthes viene stigmatizzata e ridotta a tic: si consigliano così all’apprendente il raddoppiamento sinonimico, i giochi di parola, l’abbondanza di corsivi, virgolette, lettere maiuscole e slash che creino l’alternanza (come in <em>S/Z</em>). La regola detta «du sucré/salé» invita ad associare termini astratti e concreti provenienti da campi semantici diversi (ad esempio “il gusto degli algoritmi”, “la curva folle dell’imago”), mentre un altro principio fondamentale sta nel “rimpinzare un testo”:</p>
<blockquote><p>Alla base del R.B. c’è una regola che lo studente dovrà imparare a memoria: <strong>una proposizione semplice deve sempre diventare complicata</strong>. Supponiamo che vogliate parlare del modo in cui vi alzate dal letto, perché, come lo stesso R.B., pensate che la cosa «valga la pena» e meriti d’essere pubblicata. In un francese prosaico direte:</p>
<ol>
<li>Al mattino faccio fatica ad alzarmi.</li>
</ol>
<p>Traduciamo in Roland-Barthes parola per parola:</p>
<ol start="2">
<li>Il giorno sorge: supplizio del lasciare il letto.</li>
</ol>
<p>Ora che abbiamo questa struttura «alla giapponese» (falso haiku), abbondiamo con la punteggiatura:</p>
<ol start="3">
<li>Il giorno sorge/si <em>leva</em>: «supplizio» del lasciare-il-letto.</li>
</ol>
</blockquote>
<p>Il gioco continua così, via via rimpinzando e farcendo ulteriormente la frase fino a farla diventare un mostro di circa dieci righi. Siamo soltanto alla lezione n. 9. La n. 10 prevede lo studio dei «trampolini del discorso», ossia tutti i possibili spunti all’esercizio di una argomentazione (la voce di un dizionario, una citazione, una particolare ripetizione in una frase trovata su un libro, oppure il «luogo della parola», cioè la posizione sociale da cui si parla). Poi compaiono la regola del truismo, la regola del riportare ogni discorso alla propria esperienza soggettiva, la regola che prevede l’infiorettatura del proprio scritto tramite molteplici citazioni, che trasformino «un discorso semplice in un discorso <strong>armato</strong>» (i grassetti sono degli autori); eccetera.<br />
Come si vede, in aperta contraddizione a quanto dichiarato sulla quarta di copertina di questo volumetto riedito nel 2015 da Chiflet&amp;C.ie, l’operazione di Burnier e Rambaud si avvicina alla presa in giro dell’autore <em>pastiché</em> molto più che all’omaggio; fra i numerosi esempi presenti, i più irriverenti sono troppo lunghi da riportare per intero. <em>Le Roland-Barthes sans peine</em>, questo il titolo del manuale, porta l&#8217;impronta delle raccolte della coppia Reboux-Muller, navigati <em>pasticheurs</em> d’inizio secolo che miravano unicamente all’effetto comico e consideravano un po’ «spenti», poco divertenti, i pastiches di Proust, per il quale invece la pratica di scrittura mimetica era addirittura un esercizio di «critica letteraria in azione», proprio per via del dettagliato studio tematico e stilistico che comportava. Se per Proust il pastiche era un gioco mondano, che spesso celava un&#8217;iperbolica ammirazione o un «esplicito contratto di soggiogamento letterario» (cit. G. Merlino nei <em>Pastiches</em>, ed. Marsilio), ciò che muove Burnier e Rambaud è invece un esplicito intento satirico, ossia la messa al bando del nuovo gergo incomprensibile nato con <em>Le degré zéro de l&#8217;écriture</em> e poi diffusosi in maniera virale fra le élites intellettuali.<br />
Propongo qui di seguito la traduzione di qualche stralcio dei pastiches contenuti nell’ultima parte del libro: due frammenti del «discorso musicale» (nel libro sono presenti anche i “Frammenti di un discorso teatrale” e i “Frammenti di un discorso medico”) e un paragrafo tratto da “Ma (petite) toilette”.<br />
Stando anche a quanto riportato dalla sua biografa Tiphaine Samoyault, quando Barthes scoprì questo manualetto ci rimase davvero malissimo.</p>
<p>&#8212;</p>
<p style="text-align: center;">Frammenti di un discorso musicale</p>
<ol>
<li>Gira/dischi</li>
</ol>
<p>È un dato di fatto: alla alta fedeltà (perché «alta»? <em>pretesa di senso</em>) preferisco il mio vecchio grammofono. In inglese si dice <em>pick-up </em>(ossia: raccogliere): il grammofono si offre dapprima come «raccoglitore» del campo (del <em>canto</em>) mono e/o polifonico. Oggi mi annoia/o. Che fare? È deciso: metto un disco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li>«E perché mai proprio questo»</li>
</ol>
<p>La scelta di un disco è un’antilogia. Forse potremmo definirlo così: il desiderio/ricerca dell’interiorità del Testo musicale attraverso (tramite) una esteriorità immaginale.<br />
<em>Custodia/disco</em>: ecco il celebre binomio che regna sull’intera Doxa. La custodia non è altro che il corpo (la somatizzazione) del disco. Ogni disco «senza custodia» è un disco graffiato: la graffiatura/rigatura taglia la scanalatura così come il suo inverso e s’impone come anti-solco: così essa graffia il senso.<br />
Aprendo la custodia, libero/denudo «l’anima del disco»: la mancata custodia crea un <em>rischio sorpresa</em>.</p>
<p>&#8212;</p>
<p style="text-align: center;">Da <em>Ma (petite) toilette</em></p>
<p>La mia pelle è un linguaggio: ogni mattina mi strofino la pelle. E tu, ti lavi? La <em>toilette </em>è plurale («fare le proprie abluzioni», Luca, VII, 3). Nel mondo a-nimale non ci si strofina, ci si lecca e/o si sta a mollo. Io mi friziono, mi lucido, mi sgrasso, mi depuro, mi netto. Frazionare l’economia del <em>lavaggio.</em> Mi lavo in abbondante gioia, così come si dice «in abbondante acqua». Toilette = piccola <em>toile</em>, tela. Etimologicamente «toile» vuol dire «tessitura, trama», il Testo. Lo sporco <em>scrive </em>(sul) viso, il mio viso. Rompere il codice, cancellare il segno, la «macula». Mi de-tergo.</p>
<p>[Trad. mie]</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Writing the real. Un&#8217;antologia di poesia francese contemporanea</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/01/08/writing-the-real/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Jan 2017 06:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani Per la Enitharmon Press è uscito di recente il volume Writing the real. A bilingual anthology of contemporary French poetry, a cura di Nina Parish ed Emma Wagstaff. L&#8217;opera, in edizione con testo a fronte, si propone di offrire una panoramica sulle voci che hanno popolato la scena poetica francese degli ultimi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_66451" aria-describedby="caption-attachment-66451" style="width: 654px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-66451 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/fronts-N-6544-00-000013-WZ-PYR.jpg" alt="Thomas Jones - A wall in Naples" width="654" height="453" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/fronts-N-6544-00-000013-WZ-PYR.jpg 654w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/fronts-N-6544-00-000013-WZ-PYR-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/fronts-N-6544-00-000013-WZ-PYR-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 654px) 100vw, 654px" /><figcaption id="caption-attachment-66451" class="wp-caption-text">Thomas Jones &#8211; A wall in Naples</figcaption></figure>
<div class="page" title="Page 86">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Per la Enitharmon Press è uscito di recente il volume <em>Writing the real. A bilingual anthology of contemporary French poetry</em>, a cura di Nina Parish ed Emma Wagstaff. L&#8217;opera, in edizione con testo a fronte, si propone di offrire una panoramica sulle voci che hanno popolato la scena poetica francese degli ultimi vent&#8217;anni.</p>
<p>Secondo le curatrici, è &#8220;l&#8217;extraordinaire pouvoir de convocation critique du réel&#8221; a rappresentare il filo che collega i vari autori presenti nel volume. Ognuno di loro dialoga con il reale secondo modalità differenti: che si focalizzi l&#8217;attenzione sul paesaggio urbano, si utilizzino documenti reali, filmici o testuali, o si manifesti un evidente intento politico, ogni componimento mira a sfumare la distinzione tra riflessione e azione, proponendosi, come suggerito nell&#8217;introduzione, di operare concretamente sulla realtà.</p>
<p>I poeti sono Christian Prigent, tradotto da Jérôme Game; Nathalie Quintane, trad. Macgregor Card; Pierre Alferi, trad. Kate Lermitte Campbell; Michèle Métail, trad. Susan Wicks; Anne Portugal, trad. Jennifer Moxley; Jean-Michel Maulpoix, trad. Michael Bishop; Sabine Macher, trad. Simone Forti; Jérôme Game, trad. Barbara Beck; Christophe Tarkos, trad. Jérôme Game; Oscarine Bosquet, trad. Simone Fattal &amp; Cole Swensen, Sarah Riggs e Ellen LeBlond-Schrader; Anne-James Chaton, trad. Nina Parish; Jean-Marie Gleize, trad. Joshua Clover, Abigail Lang &amp; Bonnie Roy; Béatrice Bonhomme, trad. Michael Bishop; Stéphane Bouquet, trad. Michelle Noteboom; Philippe Beck, trad. Emma Wagstaff; Sandra Moussempès, trad. Eléna Rivera; Gilles Ortlieb, trad. Stephen Romer; Jean-Michel Espitallier, trad. Keston Sutherland.</p>
<p>Come chiariscono le curatrici, in questa antologia bilingue non c&#8217;è un approccio traduttivo dominante; alcuni traduttori hanno tradotto un unico poeta, altri più di uno; un traduttore compare anche come autore di propri componimenti e, dal canto loro, le due curatrici si sono prestate in un due casi all&#8217;opera di traduzione. Una pluralità di voci esaltata nella sua polifonia proprio dall&#8217;opera di una pluralità di traduttori.</p>
<p>Ne presento qui una selezione, per gentile concessione dell&#8217;editore e delle curatrici. Gli autori sono, nell&#8217;ordine, Christophe Tarkos (da <em>Ecrits poétiques,</em> P.O.L, 2008, trad. Jérôme Game); Stéphane Bouquet (da <em>Les amours suivants, </em>Champ Vallon, 2013, trad. Michelle Noteboom); Gilles Ortlieb (da <em>Le Train des jours</em>, Finitude, 2010, trad. Stephen Romer); e Sandra Moussempès (si tratta di un estratto del componimento <em>Culte</em>, da <em>Sunny Girls,</em> Flammarion, 2015, trad. Eléna Rivera).</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>CHANSON 4</p>
<p>Révolution<br />
Je cherche un camarade<br />
pour faire la Révolution<br />
En avant<br />
Nous prendrons les faits,<br />
nous irons avec les Faits<br />
Faire la révolution<br />
Devant la grande Substance<br />
Le monde s’éveillera<br />
On étendra la révolution<br />
à la grande Substance<br />
Il n’y a pas que les Doigts dans<br />
la Main<br />
O tro lo lo Ie to tro lo lo<br />
Le Sac grandiose la Révolution<br />
Incommensurable<br />
Min min lon lon fan fan don<br />
don ma Dondé<br />
On répandra écraser<br />
écrase croustille, écrase agrandit<br />
écrase étend, écrase multiplie<br />
écrase étoile, écrase disparaît<br />
Ou On l’Ecrase ou on le Tire<br />
Ou il Gonfle<br />
L’écraser et le manger<br />
et le gonfler et le tirer<br />
et le parler et le croustiller<br />
et l’étoiler et l’être et l’enculer<br />
L’être et l’enculer<br />
C’est la révolution</p>
<p>[C. Tarkos]</p>
<div class="page" title="Page 87">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: right;">SONG 4</p>
<p style="text-align: right;">Revolution<br />
I’m looking for a comrade<br />
to make the Revolution<br />
Onwards<br />
We’ll take the facts<br />
we shall go with the Facts<br />
Make the revolution<br />
Before the great Substance<br />
The world shall awake<br />
We’ll spread the revolution<br />
to the great Substance<br />
There’s not only Fingers in<br />
the Hand<br />
O tro lo lo Ie to tro lo lo<br />
The grand Sacking the Revolution<br />
Incommensurable<br />
Min min lon lon fan fan don<br />
don my Dondy<br />
We’ll spread crushing<br />
crush crisps, crush expands<br />
crush extends, crush multiplies<br />
crush fans out, crush disappears<br />
Either We Crush it or we Pull it<br />
or it Swells<br />
To crush it and eat it<br />
and inflate it and drag it<br />
and speak it and crisp it<br />
and fan it out and be it and bugger it<br />
To be it and bugger it<br />
It’s the revolution</p>
<p style="text-align: right;">[trad. J. Game]</p>
<div class="page" title="Page 128">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><em>(da </em>Les amours suivants,<em> di S. Bouquet. </em>Trad. M. Noteboom<em>)</em><br />
II</p>
<p>Dans le métro je lève la tête du livre et<br />
oh&#8230; il tient des fleurs pas pour moi<br />
et une boîte à gâteaux<br />
pas pour moi&#8230; une fois de plus où un visage est un dangereux<br />
débarquement d’espérance<br />
par ex. nous ne sommes pas déserts de demains&#8230; la preuve tu es<br />
là&#8230; débutant à la lisière<br />
des actes humains et ta peur de revenir<br />
sans sourires&#8230; ça va aller&#8230; sinon je pourrais<br />
à la place t’entourer d’affection &#8230; inventer<br />
des canapés de lumière<br />
les installer bien soigneux dans le fond<br />
d’accueil de mes chambres intérieures où je prie allongé contre<br />
la tendresse du dasein ou tout autre impression de tiédeur</p>
<div class="page" title="Page 129">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: right;">II</p>
<p style="text-align: right;">In the metro I look up from the book and<br />
oh&#8230; he’s holding flowers not for me<br />
and a cake box<br />
not for me&#8230; once again a face is a dangerous<br />
disembarkment of hope</p>
<p style="text-align: right;">e.g. we’re not void of tomorrows&#8230;the proof you are<br />
there&#8230; beginner on the cusp<br />
of human acts and your fear of coming back<br />
with no smiles&#8230; it’ll be ok&#8230; or else instead</p>
<p style="text-align: right;">I could surround you with affection&#8230; invent<br />
couches of light<br />
and set them up carefully in the welcoming<br />
recesses of my inner rooms where I pray lying against<br />
the tenderness of dasein or any other impression of tepidity</p>
<div class="page" title="Page 162">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>GRUES ET FUMÉES<br />
<em>(di G. Ortlieb.</em> Trad. S. Romer)</p>
<p>Visibles ce matin de la fenêtre comme chaque matin,<br />
quelques ouvriers en tenue orange, casqués, et occupés<br />
à démouler, étage après étage, l’immeuble neuf qui<br />
s’élèvera bientôt à la place de l’ancien cinéma Victory,<br />
détruit. À mi-distance, tendue sous un auvent de zinc<br />
branlant, et remuant tout juste sous les coups de vent,<br />
une serviette couleur bleu roi, évoquant assez une toile<br />
de Thomas Jones intitulée, si je ne me trompe pas,<br />
<em>Un mur à Naples</em> ; et une volute de fumée s’échappant<br />
avec un débit variable d’un conduit parallélépipédique<br />
débouchant, rouge brique, parmi des toitures en pente.<br />
Voici donc pour les choses aperçues en mouvement<br />
aujourd’hui : le gris d’une fumée, un menu rectangle<br />
bleuté et les déplacements huilés, tout à fait silencieux,<br />
de deux grues jumelles détourant leurs armatures jaunes<br />
contre le ciel brouillé – sans oublier les blocs de béton<br />
énormes dont elles sont lestées, et qu’il est impossible<br />
de ne pas imaginer chutant au milieu des passants, ou<br />
sur des carrosseries de voitures aussi faciles à froisser<br />
que du papier aluminium entre les mains d’un marmiton.<br />
Grues et fumées : elles me paraissent assez bien figurer,<br />
tandis que je les observe alternativement, deux principes<br />
qui nous sont, d›une certaine manière, inhérents : le dur<br />
et le gazeux, le rigide et le volatil, le solide et l’inconstant<br />
autrement dit le jaune et le blanc, l’eau et le fer, la plume<br />
dans le vent, et ce qui a été bâti pour lui résister sans plier.<br />
Ou encore la nuée, la buée, les vapeurs, les exhalaisons<br />
et, d’un autre côté, la mécanique engrenée, faite maison.<br />
Les unes et les autres montrant d’ailleurs une résistance<br />
analogue, survivant aux saisons et au bal des semaines,<br />
guère menacées dans leur existence et peu menaçantes.<br />
Grues et fumées aux mouvements gratuits ou calculés,<br />
compagnie accoutumée de jours, comme elles, partagés<br />
entre la construction et la déperdition, entre le ciment<br />
et la dissolution: double exemple à suivre, absolument.</p>
</div>
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<p style="text-align: right;"> CRANES AND SMOKE</p>
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<p style="text-align: right;">Visible this morning through the window, like every morning,<br />
a group of labourers in hard-hats and orange overalls, engaged in<br />
freeing, like a multi-storied cake from its mould, the brand new<br />
tower-block, rising where the old Victory cinema used to be,<br />
now gone. In the middle distance, spread out below an unsteady<br />
zinc awning, and stirring very slightly in the gusts of wind,<br />
a royal-blue towel, that strongly brings to mind a painting by<br />
Thomas Jones entitled, if I’m not mistaken, <em>A Wall in Naples</em>.<br />
There’s a scroll of smoke of variable outflow escaping from a<br />
parallelepiped conduit, poking up from amongst the angled roofs.<br />
This, then, is the gist of things perceived to be in movement today:<br />
grey smoke, a small blue rectangle, and the well-oiled, absolutely<br />
silent movements of two twin cranes, whose yellow armature<br />
is thrown into relief against the clotted sky – not forgetting<br />
their attachments, two huge blocks of concrete ballast, whose<br />
only-too-imaginable-fall would scrumple the cars below<br />
like a sheet of tinfoil between the hands of a baker’s boy.<br />
Cranes and smoke: observing the one and then the other,<br />
they seem to figure twin principles, both of them in some sense<br />
intrinsic to us: the hard and the vaporous, the rigid and the volatile,<br />
the solid and the flighty; or in other words yellow and white,<br />
iron and water, the feather in the wind, and the thing constructed<br />
to resist the wind unyieldingly. Cloud and breath, condensations<br />
and exhalations, and against them, the home-grown machinery<br />
with its cogs meshed. Both principles, what’s more, exhibit<br />
a similar kind of resistance, to the seasons and the weekly cycle,<br />
their existence on the whole unthreatened and unthreatening.<br />
Cranes and smoke, with their movements random or calculated,<br />
habitual accompaniment to days that are, like them, divided<br />
between building and dispersal, cementing and coming loose,<br />
both after their fashion exemplary, and hence to be followed.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<div class="page" title="Page 152">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>CULTE<br />
<em>(di S. Moussempès.</em> Trad. E. Rivera)</p>
<p>Certaines princesses sur le tard ont pour obligation de placer<br />
chaque jour dans leur pensée, une expression d’orfèvre comme<br />
« retour à la normale »</p>
<p>Les forêts emmêlées à leurs pieds sont des joies quotidiennes<br />
rarement volées par une sorcière</p>
<p>De plus en plus les princesses se canonisent au vernis à ongle vert<br />
dépréciant ainsi toute forme de revanche</p>
<p>Non<br />
est la nouvelle définition de<br />
stop<br />
remplaçant fourchettes borderline<br />
&amp; <em>peur de peur de</em></p>
<div class="page" title="Page 153">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: right;">CULT</p>
<p style="text-align: right;">Certain princesses who came to it late in life have an obligation<br />
every day to place in their thoughts a sterling expression like<br />
“return to normal”</p>
<p style="text-align: right;">Entangled forests at their feet are daily joys rarely stolen by<br />
a witch</p>
<p style="text-align: right;">Increasingly princesses become canonized with green nail polish<br />
in this way belittling all forms of revenge</p>
<p style="text-align: right;">No<br />
is the new definition of<br />
stop<br />
replacing psychotic forks<br />
&amp; <em>fear of fear of</em></p>
</div>
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</div>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>La donna che non sapeva vivere col cuore difettoso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/19/la-donna-non-sapeva-vivere-col-cuore-difettoso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Dec 2016 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[la donna che non sapeva vivere col cuore difettoso]]></category>
		<category><![CDATA[margaret atwood]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[the woman who could not live with her faulty heart]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Margaret Atwood [La poesia che segue è tratta da Selected Poems II (1976-1986), Houghton Mifflin, 1987. Traduzione mia. ot] &#8211; &#160; Non dico il simbolo d’amore, quello di zucchero per decorare torte, il cuore fatto per spezzarsi o appartenere; dico il pezzo di muscolo che si contrae come un bicipite scuoiato, blu violaceo, unto, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_65938" aria-describedby="caption-attachment-65938" style="width: 400px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-65938" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/a_confluence_of_arbitrary_ideas-295x300.jpg" alt="Jamie Baldridge - A Confluence of Arbitrary Ideas - dalla serie &quot;Dystopia&quot;" width="400" height="406" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/a_confluence_of_arbitrary_ideas-295x300.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/a_confluence_of_arbitrary_ideas-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/a_confluence_of_arbitrary_ideas.jpg 634w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption id="caption-attachment-65938" class="wp-caption-text">Jamie Baldridge &#8211; A Confluence of Arbitrary Ideas &#8211; dalla serie &#8220;Dystopia&#8221;</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Margaret Atwood</strong></p>
<p>[La poesia che segue è tratta da <em>Selected Poems II (1976-1986)</em>, Houghton Mifflin, 1987.<br />
Traduzione mia. <em>ot</em>]<br />
&#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non dico il simbolo<br />
d’amore, quello di zucchero<br />
per decorare torte,<br />
il cuore fatto per<br />
spezzarsi o appartenere;</p>
<p>dico il pezzo di muscolo<br />
che si contrae come un bicipite scuoiato,<br />
blu violaceo, unto,<br />
cartilaginoso, questo isolato<br />
eremita rintanato, nuda<br />
tartaruga, questa boccata di sangue,<br />
per niente invitante.</p>
<p>I cuori fluttuano nei loro<br />
densi oceani di non luce,<br />
umidoneri e baluginanti,<br />
le quattro bocche palpitanti come pesci.<br />
Il cuore batte, dicono:<br />
è naturale, la lotta abituale<br />
del cuore per non affogare.</p>
<p>Ma molti cuori dicono, voglio,<br />
voglio, voglio. Il cuore mio<br />
è più ambiguo, seppur<br />
non doppio come pensai un tempo.<br />
Lui dice, voglio, no, non voglio,<br />
voglio, poi una pausa.<br />
Mi forza ad ascoltarlo,<br />
e poi di notte il terzo occhio<br />
a infrarossi resta aperto<br />
mentre gli altri due dormono<br />
ma si rifiuta di dire cos’ha visto.</p>
<p>È un disturbo persistente<br />
nelle orecchie, una falena in gabbia, un tamburo floscio,<br />
un pugno di bambino contro<br />
una rete a molle:<br />
Voglio, no, non voglio.<br />
Come si vive con un cuore tale?</p>
<p>Da tempo ho smesso di cantare<br />
per lui, non sarà mai quieto o soddisfatto.<br />
Una notte gli dirò:<br />
Fermati, cuore,<br />
e lo farà.</p>
<p style="text-align: right;">Clicca <a href="https://readalittlepoetry.wordpress.com/2007/07/10/the-woman-who-could-not-live-with-her-faulty-heart-by-margaret-atwood/">qui</a> per il testo in inglese</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Azulejos e altre poesie #4. Jorge de Sena</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/12/azulejos-poesie-4-jorge-de-sena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2016 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[azulejos e altre poesie]]></category>
		<category><![CDATA[jorge de sena]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[serena cacchioli]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; «Em Creta, com o minotauro»: una poesia di Jorge de Sena (1919-1978) tradotta da Serena Cacchioli. Qui il poeta la recita in portoghese: &#160; A Creta, con il minotauro I  Nato in Portogallo, da genitori portoghesi, e genitore di brasiliani in Brasile, forse diventerò nordamericano quando sarò là. Collezionerò nazionalità come camicie che si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_65904" aria-describedby="caption-attachment-65904" style="width: 720px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://sosteniamopereira.org/2016/05/17/oggi-mi-sento-cosi-diario-di-un-azulejo-intervista-a-nunzia-de-palma/"><img loading="lazy" class="wp-image-65904 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/IMG_4948-1024x682.jpg" alt="Smartphoto di Nunzia de Palma*" width="720" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/IMG_4948-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/IMG_4948-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/IMG_4948-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/IMG_4948-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-65904" class="wp-caption-text">Smartphoto di Nunzia de Palma <em><br /> Alcune foto di azulejos scattate con smartphone da N.d.P. sono diventate un diario fotografico bilingue dal titolo &#8220;Today I feel/Hoje Sinto-me&#8221;</em><em><br /> Clicca sulla foto per saperne di più</em></figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Em Creta, com o minotauro»: una poesia di Jorge de Sena (1919-1978) tradotta da Serena Cacchioli.</p>
<p>Qui il poeta la recita in portoghese:</p>
<p>&nbsp;</p>
<!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-65583-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/Jorge-de-Sena-reads-his-poems-5-52.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/Jorge-de-Sena-reads-his-poems-5-52.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/Jorge-de-Sena-reads-his-poems-5-52.mp3</a></audio>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-65587" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/sena.jpg" alt="sena" width="595" height="315" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/sena.jpg 595w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/sena-300x159.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/sena-470x248.jpg 470w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /></p>
<p><strong>A Creta, con il minotauro</strong></p>
<p><strong><br />
I</strong><strong> </strong></p>
<p>Nato in Portogallo, da genitori portoghesi,</p>
<p>e genitore di brasiliani in Brasile,</p>
<p>forse diventerò nordamericano quando sarò là.</p>
<p>Collezionerò nazionalità come camicie che si svestono,</p>
<p>si usano e si gettano, con tutto il rispetto</p>
<p>necessario per i vestiti che si mettono e che prestano servizio.</p>
<p>Io stesso sono la mia patria. La patria</p>
<p>da cui scrivo è la lingua in cui per un caso generazionale</p>
<p>sono nato. E quella da cui faccio e da cui vivo è la</p>
<p>rabbia che ho della poca umanità in questo mondo</p>
<p>quando non credo in un altro, e soltanto un altro vorrei che</p>
<p>questo stesso fosse. Ma, se un giorno mi dimenticassi di tutto,</p>
<p>spero di invecchiare</p>
<p>bevendo caffè a Creta</p>
<p>con il Minotauro,</p>
<p>sotto lo sguardo di dei senza vergogna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II</strong></p>
<p>Il Minotauro mi capirà.</p>
<p>Ha le corna, come i saggi e i nemici della vita.</p>
<p>È metà bue e metà uomo, come tutti gli uomini.</p>
<p>Violentava e divorava vergini, come tutte le bestie.</p>
<p>Figlio di Pasifae, fu fratello di un verso di Racine,</p>
<p>che Valéry, il cretino, trovava uno dei più belli della “langue”.</p>
<p>Fratello pure di Arianna, lo avvolsero in un gomitolo ma se ne fregò.</p>
<p>Teseo, l’eroe, e, come tutti i greci eroici, un figlio di puttana,</p>
<p>gli rise nel rispettabile muso.</p>
<p>Il Minotauro mi capirà, si berrà un caffè con me, mentre</p>
<p>il sole serenamente scende sul mare, e le ombre,</p>
<p>piene di ninfe ed efebi disoccupati,</p>
<p>si chiuderanno dolcissime nelle tazze,</p>
<p>come lo zucchero che mescoleremo con il dito sporco</p>
<p>del cercare le origini della vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III</strong></p>
<p>È lì che voglio ritrovarmi dopo aver lasciato</p>
<p>la vita per il mondo in pezzetti ripartita, come diceva</p>
<p>quel povero diavolo che il Minotauro non ha letto, perché,</p>
<p>come tutti, non sa il portoghese.</p>
<p>Anche io non so il greco, secondo le fonti più certe.</p>
<p>Converseremo in volapuk, visto</p>
<p>che nessuno di noi lo sa. Il Minotauro</p>
<p>non parlava greco, non era greco, ha vissuto prima della Grecia,</p>
<p>di tutta questa dotta merda che ci copre da secoli,</p>
<p>cagata dai nostri schiavi, o da noi quando siamo</p>
<p>schiavi di altri. Al bar,</p>
<p>ci diremo l’un l’altro le nostre tristezze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IV</strong></p>
<p>Con patrie ci comprano e ci vendono, in mancanza</p>
<p>di patrie che si vendano abbastanza care da vergognarsi</p>
<p>di non appartenervi. Né io, né il Minotauro,</p>
<p>avremo nessuna patria. Soltanto il caffè,</p>
<p>aromatico e ben forte, non d’Arabia o Brasile,</p>
<p>della Fedecam, o d’Angola, né di nessun posto. Ma caffè</p>
<p>tuttavia e che io, con tenerezza filiale,</p>
<p>vedrò scorrergli dal mento di bue</p>
<p>fino alle ginocchia d’uomo che non sa</p>
<p>da chi ereditò, se dal padre, se dalla madre,</p>
<p>le corna ritorte che gli ornano la</p>
<p>nobile fronte precedente ad Atene, e, chissà,</p>
<p>alla Palestina, e altri luoghi turistici,</p>
<p>immensamente patriottici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>V</strong></p>
<p>A Creta, con il Minotauro,</p>
<p>senza versi e senza vita,</p>
<p>senza patria e senza spirito,</p>
<p>senza niente, né nessuno,</p>
<p>che non sia il dito sporco,</p>
<p>mi berrò in pace il mio caffè.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
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			</item>
		<item>
		<title>Photomaton &#038; Vox/2</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/09/26/photomaton-vox2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Sep 2016 05:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Assírio & Alvim]]></category>
		<category><![CDATA[Atti impuri]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Sandron]]></category>
		<category><![CDATA[Herberto Helder]]></category>
		<category><![CDATA[Photomaton & Vox]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Herberto Helder, Photomaton &#38; Vox, Assírio &#38; Alvim, 1979 – 2006 traduzione inedita di Giacomo Sandron [seconda parte] * Una negra californiana, prevedendo la morte imminente del suo cane, volle acquisire una concessione perpetua in un cimitero canino. Il responsabile rifiutò la richiesta con la seguente nota: “I cani i cui proprietari siano negri devono essere inumati in cimiteri [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-64425" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/22032620-211x300.jpg" alt="22032620" width="211" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/22032620-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/22032620.jpg 318w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" />Herberto Helder</strong>, <em>Photomaton &amp; Vox</em>, Assírio &amp; Alvim, 1979 – 2006<br />
traduzione inedita di<strong> Giacomo Sandron<br />
</strong><em>[seconda parte]</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Una negra californiana, prevedendo la morte imminente del suo cane, volle acquisire una concessione perpetua in un cimitero canino. Il responsabile rifiutò la richiesta con la seguente nota: “I cani i cui proprietari siano negri devono essere inumati in cimiteri per cani negri.”</p>
<p style="text-align: justify;">La popolazione della città sta aumentando e il numero dei morti cresce in proporzione. Nei cimiteri non c&#8217;è più spazio per seppellire nuova gente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ingegnere ha avuto un&#8217;idea: seppellire i morti in piedi. E ha precisato: “Ci stanno molti più cadaveri ed è più igienico.”<span id="more-64431"></span></p>
<p style="text-align: justify;">il Consiglio Comunale è entusiasta, mettendo solo in dubbio che il processo sia più igienico. Un funzionario ha dichiarato: “E&#8217; un delirio lirico dell&#8217;ingegnere.”</p>
<p style="text-align: justify;">Una ragazza, accusata di rapina e già condannata cinque volte per furto e altri delitti, ha affermato in tribunale che “a volte si sente così sola che parla soltanto con i vermi nei giardini.”</p>
<p style="text-align: justify;">Per una persona non è sempre facile suicidarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giapponese Morio Suda ha cominciato gettandosi sotto un camion in corsa. Il conducente ha sterzato all&#8217;improvviso, così che un taxi ha tamponato il camion.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre i due autisti discutevano, Suda si è gettato sotto le ruote di un altro camion, il cui conducente è riuscito a frenare senza investirlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Suda pertanto ha deciso di lanciarsi nelle acque del fossato che circonda il palazzo imperiale. Questa volta è stato messo in salvo dai passanti.</p>
<p style="text-align: justify;">A seguito di ciò che gli è successo, Morio Suda afferma che la vita è completamente infernale.</p>
<p style="text-align: justify;">Impugnando una caffettiera come arma, una contadina di 68 anni ha ucciso il suo ottuagenario marito. La coppia discuteva molto spesso. Un vicino ha visto l&#8217;uomo a terra, con il volto insanguinato. La donna, al suo fianco, beveva caffè.</p>
<p style="text-align: justify;">a) Notando qualcosa scintillare nell&#8217;oscurità della foresta in cui era andato a cacciare di notte, e credendo si trattasse dell&#8217;occhio di un cervo, ha impugnato l&#8217;arma e ha sparato, rendendosi conto in seguito di aver abbattuto il proprio padre.</p>
<p style="text-align: justify;">b) Un individuo a caccia di canguri vestito con una tuta da lavoro, è stato, egli stesso, scambiato per un canguro e abbattuto a colpi d&#8217;arma da fuoco da un altro cacciatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Una donna ha assassinato il figlio mongoloide versandogli veleno nel latte.</p>
<p style="text-align: justify;">La madre temeva che il figlio sarebbe diventato un assassino, per aver letto in un vecchio libro di consigli alle famiglie che il mongolismo inclina al crimine.</p>
<p style="text-align: justify;">La gamba amputata di un passeggero del treno, che si stava suicidando, ha ucciso un altro passeggero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il disperato si stava buttando dal finestrino del treno in corsa, quando è stato investito da un altro convoglio procedente nel senso inverso, il quale ha tagliato di netto una delle gambe che è finita violentemente contro il primo treno. La gamba ha sfondato il finestrino della carrozza-ristorante e ha colpito al ventre un passeggero, che è morto all&#8217;istante.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrestato l&#8217;assassino della ragazzina di 12 anni strangolata in un campo vicino alla sua casa. Si tratta di un agricoltore di 22 anni che ha confessato il crimine.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di entrare nel cellulare, l&#8217;assassino ha dichiarato: “Tutto quello che posso fare è presentare le mie condoglianze alla famiglia della vittima.”</p>
<p style="text-align: justify;">Sepolto vivo perché aveva avuto la rivelazione celeste di vivere dieci giorni sotto terra senza bere né mangiare, “per salvare la patria”, un individuo è stato trovato morto quando è stato dissotterrato, una volta localizzata la sepoltura, in un paesino al centro di Java.</p>
<p style="text-align: justify;">Desideri assassinare la tua sposa? Vuoi liberarti dei tuoi figli? O forse soltanto assaltare una banca? Bene, telefona a Washington 232-888.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il numero di “Criminali Anonimi”, la più recente della serie di organizzazioni anonime che comprendono assassini, alcolisti, giocatori d&#8217;azzardo, suicidi in prospettiva e nevrotici.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idea è stata lanciata da un giovane delinquente in attesa di giudizio per l&#8217;accusa di stupro.</p>
<p style="text-align: justify;">a) Sono state rinvenute nel Tamigi delle scapole e un collo umani. Tutt&#8217;ora si ignora se appartengono alla donna di cui è stata pescata una parte del tronco tre settimane fa nello stesso fiume, nei pressi di Londra. Più tardi è apparsa l&#8217;altra parte del tronco, e giorni dopo una coscia.</p>
<p style="text-align: justify;">b) La polizia ha trascorso la notte a raccogliere i resti di un corpo di donna ridotto letteralmente in briciole.  L&#8217;allarme è stato dato da un passante che, all&#8217;uscita di un bar, è inciampato in un avambraccio. Poco dopo è apparso l&#8217;altro. Con l&#8217;aiuto dei cani, la polizia ha riunito centinaia di pezzi umani, molti dei quali frammenti grandi appena due centimetri.</p>
<p style="text-align: justify;">c) Un uomo è stato condannato a sette anni di prigione per aver strangolato l&#8217;amante, ed averla in seguito squartata e messa in tre valigie che ha spedito via treno in tre città differenti.</p>
<p style="text-align: justify;">d) Non hanno dato frutto i tentativi di ritrovare la testa della donna il cui tronco è stato scoperto in un borsone. Più tardi sono state rinvenute le gambe della vittima in una cassa che fluttuava in un lago.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre si battevano diverse piste, i giornali e varie donne hanno ricevuto telefonate di presunti assassini che si dicevano decisi a commettere crimini simili.</p>
<p style="text-align: justify;">Un operaio di una industria alimentare è morto pulendo un coltellaccio per la carne grande due metri per due. Il meccanismo si è messo in moto all&#8217;improvviso e l&#8217;ha squartato vivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un uomo ha riesumato il corpo di Luigi Meroni, stella del calcio italiano, gli ha asportato il fegato e l&#8217;ha portato in un sacco di plastica al posto di polizia più vicino.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha detto che “poteri dell&#8217;Oscurità” lo avevano costretto ad asportare il fegato di Meroni, provando così che si trattava realmente di un cadavere in una tomba e non di un fantasma.</p>
<p style="text-align: justify;">“L&#8217;ho sostituito con un pesce” &#8211; ha aggiunto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il proprietario americano di una piantagione, membro di una famiglia aristocratica del Sud, è stato condannato a sei mesi di prigione per aver provocato la morte di una domestica negra, a bastonate, durante un ballo di beneficenza, perché non gli aveva servito il rinfresco con la rapidità desiderata.</p>
<p style="text-align: justify;">La negra, madre di undici figli e già nonna, è morta otto ore dopo le percosse. Il proprietario della piantagione comincerà a scontare la pena il 15 Settembre, per avere il tempo di finire la raccolta del suo tabacco – ha rivelato il giudice.</p>
<p style="text-align: justify;">Stufa di vedere il marito resuscitare continuamente, una india del Perù lo ha ucciso a colpi d&#8217;accetta, dopo aver ottenuto l&#8217;approvazione della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uomo, che soffriva di catalessia, era morto quattro volte e quattro volte era tornato in vita. Ogni volta che moriva, la famiglia preparava il funerale, rimandandolo sempre all&#8217;ultimo momento.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;india ha deciso così di aiutare il marito a morire definitivamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Due inquilini di un appartamento di West Side, a New York, hanno disposto un lenzuolo sopra la porta aperta e hanno legato le due estremità – una da ogni lato della porta – ai rispettivi colli. Hanno poi spinto via le sedie sopra le quali si trovavano e sono morti impiccati.</p>
<p style="text-align: justify;">Un calzolaio siciliano è tornato a casa furioso perché un suo amico aveva dubitato della sua capacità di resuscitare i morti. A casa, il fratello si è reso partecipe dello scetticismo dell&#8217;altro, arrivando al punto di affermare che il potere di resuscitare i morti l&#8217;aveva lui e non il calzolaio. A sua volta la madre dei due ha rivendicato per sé, negandolo ai figli, questo supremo potere. Muniti di coltelli si sono azzuffati tutti e tre. Alla fine sono morti tutti l’uno per mano dell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Una nuova teoria di due medici ha risparmiato i lavori forzati a un padre. L&#8217;uomo era accusato di gravi sevizie su di un figlio di 10 mesi, che aveva brutalmente aggredito  ferendogli le mani e gettandolo a terra con violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">In sede di tribunale i due periti hanno affermato che la “soglia del dolore” dei neonati è nettamente inferiore a quella dei ragazzi più grandi e degli adulti, e che essi non sentono le torture fisiche come i bambini dai sei anni in su.</p>
<p style="text-align: justify;">Avvalendosi di questa perizia, il difensore ha ottenuto per il suo assistito la semplice accusa per percosse e ferite e la condanna a tre mesi di reclusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver avuto un alterco con il Diavolo, un ragazzo di 18 anni si è tagliato la mano destra con un rasoio da barba e, impugnando la Bibbia con la sinistra, è uscito di casa per annunciare il Vangelo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sanguinando abbondantemente, ha incontrato un poliziotto a cui ha spiegato che se la mano destra ci offende dobbiamo tagliarla e gettarla via.</p>
<p style="text-align: justify;">La mano è stata ritrovata in un bidone della spazzatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giovane ha ucciso sei persone in un mese, senza discriminazioni di gruppo sanguigno, sesso o età. Le ha abbattute a pistolettate, ne ha smembrato i corpi e ne ha bevuto il sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">Le vittime erano scelte a caso, se così si può dire. Due uomini, una ragazza, una donna incinta, un bambino di 6 anni e un neonato di 10 mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Vicini dell&#8217;assassino hanno dichiarato di averlo visto divorare passeri vivi e che altre volte aveva passeggiato nudo per la strada, il corpo coperto di sangue di animali.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso della donna incinta, il vampiro ha trascinato la morta in camera e ha passato la notte a berle il sangue. Ha detto di non aver approfittato del feto, perché “già non palpitava.”</p>
<p style="text-align: justify;">Le autorità hanno informato che un individuo, fermato in un cimitero, è stato visto succhiare il sangue di una ragazzina di 8 anni, sepolta poco prima. Interrogato, l&#8217;uomo non ha risposto alle domande, limitandosi a balbettare vagamente qualcosa a riguardo di “tonici naturali”.</p>
<p style="text-align: justify;">In un tribunale africano si è cominciato a discutere un caso di sacrificio umano. Quattro donne hanno dovuto bere il sangue di un&#8217;altra donna pugnalata e in seguito fatta a pezzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Avendo bisogno di “pezzi di carne umana per consolidare la propria posizione”, il capo di una tribù aveva dato ordine di uccidere una certa donna. Attirata in una imboscata, è stata uccisa da uno dei quindici imputati e poi tagliata in pezzi per la preparazione di “rimedi” destinati al capo della tribù. Quanto alle donne presenti al crimine, sono state costrette a bere il sangue, “così poi non avrebbero potuto parlare”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un uomo ha ucciso il padre per mangiarlo. Per rispetto filiale, ha deciso di seppellire ciò che era avanzato dal primo banchetto, ma nello stesso giorno ha dissotterrato il cadavere e ne ha divorato ancora un pezzo. Si è nutrito così per una settimana, alla fine della quale ha ucciso la moglie, di cui si è nutrito per alcuni giorni. La stessa sorte è poi toccata ai suoi tre figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Desiderando liberarsi di questa bizzarra passione per la carne umana, ha cercato un medico che lo curasse. Visto che il medico non ci è riuscito, ha mangiato anche lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la polizia lo ha trovato, l&#8217;uomo si era amputato il braccio sinistro, che già aveva cominciato a divorare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un vecchio contadino ha scoperto il corpo carbonizzato del figlio che pendeva da un albero. Lì vicino c&#8217;era un biglietto: “Non toccate le ceneri. Firmato: Il vostro Dio Onnipotente, Egisto Melis.”</p>
<p style="text-align: justify;">Egisto ha dimostrato un invidiabile sangue freddo, è stata la conclusione a cui si è giunti ricostruendo il suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Dio Onnipotente avrebbe allestito un falò sotto l&#8217;albero per poi arrotolarsi in lenzuola imbevute di benzina. Si pensa che in seguito si sia appeso al tronco dell&#8217;albero utilizzando del fil di ferro passato sotto le braccia. L&#8217;ultima fase dell&#8217;operazione sarebbe stata estremamente semplice: accendere un fiammifero.</p>
<p style="text-align: justify;">Con i piedi e le mani legati, il ventre pieno di bruciature e di vernice dorata, è stato trovato in una credenza il corpo di un ragazzino di 9 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è scoperto il corpo nella casa di una vecchina che, in quel momento, si trovava in chiesa pregando in gran raccoglimento.</p>
<p style="text-align: justify;">La vecchina ha affermato che il piccolo era stato investito da un&#8217;automobile, per cui lo ha portato a casa e curato con acqua bollente. Poiché il ragazzino ha reagito con unghiate e calci, la vecchina gli ha legato le mani e i piedi, lo ha dipinto con vernice dorata, messo nella credenza e adorato come un santo.</p>
<p style="text-align: justify;">**<br />
alcune prose da <em>Photomaton &amp; Vox</em> sono state pubblicate nei numeri 5 e 7 della rivista <em>Atti Impuri</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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