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	<title>Trieste &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;occhio di Joyce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Dec 2021 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Avolio]]></category>
		<category><![CDATA[Epifanie]]></category>
		<category><![CDATA[joyce]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[racconti brevi]]></category>
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		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Giacopini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Vittorio Giacopini</strong> <br /> Ecco, a me colpiva questo doppio movimento. Voler denunciare menzogne, convenzioni, ipocrisia, e sapere di essere imbevuto di questa roba, di essere cattolico, e irlandese (o romano, per quanto mi riguarda) fino al collo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Testo (la postfazione alla raccolta) e illustrazioni di <strong>Vittorio Giacopini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/COP_joyce-555x786-1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-94668" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/COP_joyce-555x786-1.jpg" alt="" width="300" height="425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/COP_joyce-555x786-1.jpg 555w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/COP_joyce-555x786-1-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/COP_joyce-555x786-1-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/COP_joyce-555x786-1-300x425.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/COP_joyce-555x786-1-297x420.jpg 297w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Nelle foto più tarde sembra un pirata, o un cameriere. Una benda o la bandana di sbieco sugli occhi, nero pece, e il cravattino a farfalla, sbandierato come una beffa o un distintivo. E naturalmente gli occhiali, inevitabili, a pince-nez o con le stanghette normali d’ordinanza. Il cravattino, non so, ma la benda e gli occhiali non erano una posa, c’era obbligato. Dai tempi di Trieste, James Joyce aveva combattuto con mille problemi agli occhi – miope come una talpa, fu vittima di attacchi di irite, glaucoma, cataratta – e agli occhi l’avrebbero operato almeno una decina di volte, senza successo. Per essere un ‘maestro della sguardo’, è molto ironico: la sua scrittura è una metafisica della vista che gioca sul paradosso, sull’estinzione. Il suo sarà sempre un vedere velato, un vedere a rischio. Anche da ragazzo doveva averlo intuito, oscuramente: dato che tutto che ciò che è solido svanisce nell’aria sottile e fugge via, il segreto è bloccare il reale che sfuma, fermarlo in volo e fissarlo su una pagina di quaderno, o nel labirinto della mente, trasfigurato. Le sue ‘epifanie’ sono ostie di realtà, transustanziata. Frammenti di mondo catturati da uno sguardo che si spegne, diventa cieco.</p>
<p>Da lettore, e da scrittore, sono più di quarant’anni che l’occhio di Joyce è un’ossessione che mi fa compagnia. Nel laboratorio degli attrezzi di chiunque prenda in mano una penna, oggi, questo suo vedere velato è indispensabile. Un vedere oltre la vista, senza la vista, un vedere che scava dentro le apparenze e si perde nel chaosmos onirico e nelle immagini batuffollanti e ambigue e ingannevoli ma perfettamente <em>vere</em> e complete del sogno. Leggendo Joyce uno guarda il mondo coi suoi occhi e i suoi erano occhi malati, destinati a spegnarsi. Scrivendo, si cerca di scrivere tramite il suo sguardo. E torna anche quell’immagine, quella frase: la questione chiave è la modernità, il modernismo nel senso dello shakespeariano “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria sottile” che risuona anche nel <em>Manifesto</em> di Marx e Engels, in un passo chiave, e ancora una volta è questione di sguardi, visioni, occhi: “Tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi si dissolvono; e quelli che li sostituiscono diventano antiquati ancor prima di cristallizzarsi. Tutto ciò che era solido e stabile viene scosso, tutto ciò che era sacro viene profanato: costringendo, finalmente, gli uomini a considerare le loro condizioni di esistenza ed i loro rapporti reciproci con occhi disincantati”.<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_00-rifatta.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-94935" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_00-rifatta.png" alt="" width="300" height="414" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_00-rifatta.png 464w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_00-rifatta-218x300.png 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_00-rifatta-150x207.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_00-rifatta-300x414.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_00-rifatta-305x420.png 305w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Il rapporto che molta letteratura ha avuto con Joyce è stato nel segno della ripresa sperimentalistica, come avanguardia, appunto, sperimentazione, gioco letterario oltre gli steccati e i confini della letteratura. Ma il tempo degli epigoni è finito. Non si è concluso però il bisogno di fare i conti con un autore dopo il cui passaggio sulla terra è cambiato tutto. La letteratura, dopo Joyce è diventata futile, perché ha scritto l’<em>Ulisse</em>. Non c’era più niente da fare. Restava – e il nodo è tutto qui – molto da dire.</p>
<p>Tendo a pensare che oggi scrivere significhi ripartire sempre da quel punto, rifare quel lavoro, in qualche modo (la verità è che dentro le mille turbolenti, divergenti correnti della letteratura novecentesca ci sono autori che hanno capito e seguito la lezione di Joyce senza imitarlo, dal Malcolm Lowry di <em>sotto il vulcano</em> al Guimares Rosa del <em>grande sertao</em>, dal Grass del <em>Tamburo</em> a Rushdie, a Pynchon, a Alasdair Gray). Ma entrare nel dibattito letterario su filiazioni, eredità, influenze in fondo è ozioso. Joyce ci ha lasciato un metodo o un compito (e un rebus da risolvere, quasi impossibile): potremmo definirlo il programma dell’ iper-realismo (ma è una formula come tante, irrilevante). Captare il reale e salvarlo dentro un contesto in cui la realtà si dissolve, altera, muta, essicca, e, forse… purifica. Astrarre, complicare, trasferirsi in una dimensione diversa, meno ovvia. Io continuo a usare lo sguardo (velato) di Joyce come un filtro, molto opaco, come una lente sporca. Non se ne scampa: è il mio orizzonte, è il nostro orizzonte. Le metafore legate alla vista &#8211; e alle ombre &#8211; sono decisive.</p>
<p><strong><sup>*</sup></strong></p>
<p>A sessant’anni, dopo non so più quanti traslochi, appartamenti in affitto, casse di libri che fanno su e giù per Roma, e a volte si perdono, sarebbe un esperimento curioso, da palombaro: provare a ricostruire quel primo scaffaletto che tra i quindici e i vent’anni, ospitava i primi libri davvero tuoi, non cose di scuola, tascabili che magari avevi comprato al Remainders di San Silvestro, per poche lire, quando ancora c’erano i capolinea dei bus, con le pensiline verdi e i gabbiotti dei bigliettai grigio-cemento, peraltro a pochi metri dal palazzo dove Joyce lavorava a Roma, a inizi Novecento, e quando s’affacciava in piazza non c’erano i bus ma il palco per la banda e si suonavano marce e arie d’operetta, e si ballava. Da ragazzino, ovviamente, compravo ovviamente pochissimi libri (qualcuno, magari, l’avrò pure sgraffignato, spero che siano reati che cadono in prescrizione) e, come un fesso, ci scrivevo su nome e data. Qualcuno di quei libri ce l’ho ancora con me, piuttosto malmesso. <em>Dedalus</em>, i <em>Dublinesi</em> e una raccolta di saggi sul Finnegan’s con un testo di Beckett li ho comprati nel 1979. Avevo 18 anni e venivamo un po’ tutti fuori da anni di sogni andati a male, grandi passioni e illusioni, sconfitte, delusioni. L’aria attorno era abbastanza meschina, ricattatoria.  Altoparlanti invisibili ci intimavano di disoccupare le strade dai sogni e io pensavo ‘ma neanche per idea, neanche… per sogno’. Chiuso in casa, adesso che le piazze erano vuote, le strade abbandonate, i cortei muti, leggevo e vivevo dentro a sogni già sognati e raccontati da altri, e, in qualche modo, la letteratura per me era una continuazione della politica, con altri mezzi e altre voci, e per quanto fosse sbagliato quello era, non dico il mio metodo, ma certo il mio punto di vista, la mia ‘passione’.<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.104-105-rifatto.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-94936 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.104-105-rifatto.jpg" alt="" width="509" height="350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.104-105-rifatto.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.104-105-rifatto-300x206.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.104-105-rifatto-150x103.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.104-105-rifatto-218x150.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.104-105-rifatto-611x420.jpg 611w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.104-105-rifatto-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /></a></p>
<p>Leggevo, rimuginavo, mi emozionavo, mi identificavo. Sicuramente i problemi formali a quel tempo non mi interessavano granché, non li capivo. Joyce mi entusiasmava – per usare una parola orribile – per il <em>contenuto</em> e non c’è da scandalizzarsi, è inevitabile. Tra i libri che mi hanno segnato di più, tra i libri che forse non mi hanno insegnato niente ma mi hanno cambiato la vita, oltre allo <em>Straniero</em> di Camus c’è senz’altro il <em>Dedalus</em> di Joyce, e davvero per motivi del tutto esistenziali, personalissimi. Non era un romanzo, e non era solo un libro: aprivo quella vecchia edizione Adelphi nella (dubbia) traduzione di Pavese e entravo in un’altra dimensione dell’esperienza e mi ci ritrovavo, disorientandomi. Leggevo e sapevo che leggere, in quel modo, mi serviva per crescere, ovvero per inventarmi e diventare quello che ero sempre stato, o quello che avrei dovuto essere, senza saperlo.</p>
<p>Me ne rendo conto: è abbastanza inadeguato esprimersi così a proposito dello scrittore in teoria più ‘formale’ che ci sia mai stato. Joyce – mi era chiaro già allora anche se allora non ci badavo &#8211; è fondamentalmente un acrobata del linguaggio. Beckett nel saggio su Vico e Bruno in quell’altro libretto talismano che ho ancora con me, lo dice perfettamente:</p>
<p><em>Qui la forma è il contenuto, il contenuto è la forma. Mi si opporrà che ‘sta roba non è scritta in inglese. Non è scritta affatto, non è fatta per essere letta – o meglio, non è fatta solo per essere letta. Bisogna guardarla, ascoltarla </em></p>
<p>Beckett in quel saggio definisce Joyce un “biologo della parola” e fa il paragone decisivo, quello con Dante. Scrivere per uno come Joyce significa mettersi all’origine del linguaggio, creare una lingua. Dante “adottò il volgare” ma non per una forma “di sciovinismo locale”. Dante, per Beckett, si trova in una situazione in cui “il decadimento, comune a tutti i dialetti, rende impossibile sceglierne uno piuttosto che un altro…per cui chi scriva in volgare dovrà raccogliere gli elementi più puri di ciascun dialetto, onde edificare un dialetto sintetico”. Insomma, osservava Beckett, Dante scrive in volgare ma <em>crea</em> l’italiano. Il suo “volgare in realtà non era parlato allora né mai lo era stato prima”. Joyce è Dante oltre Dante, aggiunge Beckett. Se alcuni elementi, se parti del volgare di Dante erano effettivamente parlate nelle strade d’Italia, “non c’è creatura, in cielo o in terra, che si sia mai espressa col linguaggio della <em>work in progress</em>”, cioè del Finnegans’. Insomma, il tema della lingua è tutto. Nello stesso libro di saggi, Eugene Jolas solleva il medesimo argomento, lucidamente:</p>
<p><em>Il vero problema metafisico, oggi, è quello della parola. L’epoca in cui lo scrittore fotografava la vita attorno a lui mediante un meccanismo verbale che sapeva di dagherrotipo è finita, per fortuna. Il nuovo artista della parola ha riconosciuto l’autonomia del linguaggio e prova a forgiare una visione verbale che superi la separazione di tempo e spazio. </em></p>
<p><em> </em>Ecco, io di tutto questo, a 18 anni, non avevo la minima idea. Certo, erano le parole a catturarmi ma la “quidditas” (per fare il verso a Joyce quando fa il verso ai tomisti) per me stava decisamente da un’altra parte. Dedalus, ovvero Joyce, come vittima delle convenzioni, della religione, del conformismo. Ed era una vittima che…  si ribellava. Con buona pace di Beckett e di Jolas per me il punto era quello, poco da fare.  A inizio Novecento nella letteratura ci sono state fondamentali figure di adolescenti che entrano nella vita e decidono, combattendo, qual è, anzi quale vogliono che sia, il loro posto nel mondo. Tra queste &#8211; il Tonio Kroeger di Thomas Mann col suo dissidio tra arte e vita, esistenza borghese e vita artistica, il K. di kafka, il Toerless di Musil &#8211; per me il più fraterno e vicino era proprio il Dedalus di Joyce (forse l’unico altro esempio di immedesimazione senza resti che posso fare è con il personaggio delle <em>Opinioni di un Clown</em> di Henrich Boll, un’altra storia cattolica, e non è un caso). Avevamo lo stesso problema: un paese cattolico, una mesta cappa di oppressione tutto attorno, il conformismo. Io <em>Dedalus</em> l’ho letto come un grande romanzo di formazione ma anche come una lettera scritta apposta per me da un giovane irlandese molto arrabbiato che a un certo punto sceglie l’esilio come unica strada possibile.<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.158-159-rifatta.png"><img loading="lazy" class="wp-image-94937 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.158-159-rifatta.png" alt="" width="585" height="350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.158-159-rifatta.png 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.158-159-rifatta-300x180.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_PP.158-159-rifatta-150x90.png 150w" sizes="(max-width: 585px) 100vw, 585px" /></a>Riuscire a scappare, evadere, emanciparsi. Joyce stesso misurava la sua vita e il suo lavoro con questo metro. Da Roma, nel 1906 scrive in una lettera al fratello:</p>
<p><em>Penso che il processo che ho intrapreso per sottrarre me stesso e alla mia progenie all’influenza della chiesa sia troppo lento. </em></p>
<p>È un tema che ritorna di continuo in tutta la fase che lo porta all’<em>Ulisse</em>. Combattere contro le convenzioni per diventare sé stessi.</p>
<p><em>Non ho intrapreso la lotta alle convenzioni che sto conducendo attualmente tanto come una protesta contro le convenzioni stesso quando con l’intenzione di vivere conformemente alla mia natura morale</em></p>
<p><em> </em>Lavoro e vita, vita e arte sono la stessa cosa per Joyce.   Sempre in una lettera da Roma racconta di essere andato a vedere la messa in una chiesa evangelica, con un prete inglese. E lui ascolta quella lingua, quelle parole, e le preghiere e le formule della religione, e si chiede: ma se nel pozzo del mio spirito calo un secchio che acqua trovo? E, ammette: temo di trovarci la religione: “e farò questo nel mio romanzo (inter alia): porrò il secchio davanti alle ombre e sostanze summenzionate e vedrò che effetto fa, e se è un cattivo effetto non so che farci. Sono nauseato dalle menzogne idiote sugli uomini puri e le donne pure e l’amore eterno: menzogne sfacciate in faccia alla verità”.</p>
<p>Ecco, a me colpiva questo doppio movimento. Voler denunciare menzogne, convenzioni, ipocrisia, e sapere di essere imbevuto di questa roba, di essere cattolico, e irlandese (o romano, per quanto mi riguarda) fino al collo. Nel <em>Dedalus</em> c’è un passo davvero esemplare in questo senso. Stephen e Cranly parlano della Pasqua, dell’eucaristia, dei preti, della religione e, a un certo punto, Cranly gela Stephan con una battuta tremenda, definitiva:</p>
<p><em>E’ curioso come la tua mente sia soprassatura  della religione in cui dici di non credere. Ci credevi quando eri a scuola? Scommetto che ci credevi</em></p>
<p>Per me questo è un passo capitale. Non si capisce la posizione di Joyce, il suo atteggiamento di fondo verso il mondo senza passare di qui. Di sé del resto diceva, “sono un gesuita”. Un gesuita con la mentalità di un bottegaio. Nella prima pagina dell’Ulisse d’altronde c’è quel fantastico “vieni su Kinch, vieni su spaurito gesuita”. E ancora nelle sue lettere da Roma, a un certo punto, parlando di cosa significa scrivere, Joyce si inventa un’espressione stupenda: “lo spirito santo nel calamaio”. Detta altrimenti, si può essere blasfemi solo se si ha creduto. Solo se si prende sul serio la religione.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_P.195-rifatta.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-94938 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_P.195-rifatta.jpg" alt="" width="350" height="378" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_P.195-rifatta.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_P.195-rifatta-278x300.jpg 278w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_P.195-rifatta-150x162.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_P.195-rifatta-300x324.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/12/IMG_P.195-rifatta-389x420.jpg 389w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR Questo testo di Vittorio Giacopini è la postfazione alla traduzione (di Carlo Avolio, che ha redatto anche l&#8217;introduzione) delle <a href="https://jamesjoyce.ie/epiphanies/">Epifanie </a>di Joyce pubblicata recentemente da <a href="https://www.raccontiedizioni.it/prodotto/epifanie/">Racconti Edizioni.</a> Le illustrazioni che accompagnano i testi sono dello stesso Giacopini.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Trieste senza bora</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/09/03/trieste-senza-bora/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Sep 2021 05:02:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Premuda]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
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					<description><![CDATA[di Corrado Premuda 1. Nonna diceva che si saluta con gli occhi, non con le parole. Un amico d’infanzia ti saluta con la nostalgia di rivederti in quel bambino che non c’è più. A un amante basta un piccolo cenno per far tornare l’ultimo istante di intimità. Poi c’è il falso saluto dei nemici, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di <a href="http://motivipersonali.home.blog">Corrado Premuda</a></strong></p>
<p>1.</p>
<p>Nonna diceva che si saluta con gli occhi, non con le parole.<br />
Un amico d’infanzia ti saluta con la nostalgia di rivederti in quel bambino che non c’è più. A un amante basta un piccolo cenno per far tornare l’ultimo istante di intimità. Poi c’è il falso saluto dei nemici, ma chi ce li ha?<br />
Scesa dal treno, il ragazzo mi sorride e dice ciao. Chiedimi qualcosa, la voce forse ti toglierebbe un dubbio. Seguimi. Io sono già all’inizio del binario, scivolo tra i passeggeri all’interno della stazione.</p>
<p>2.</p>
<div dir="ltr">
<div>
<div>Quanto sarà che manco da questa città? Domanda impossibile.</div>
<div>Trieste come Venezia, con i suoi vecchi grandi e belli, tutti per strada a discutere, a meno che non ci sia la bora che ti porta via. Ma oggi, senza un filo di vento, sembra di arrivare a Venezia, quando appare il mare dal finestrino e ti riempi di aspettative, pagato il pegno di Mestre.</div>
<div>In treno sono stata felice. Forse perché lì c&#8217;è una sospensione del tempo. Ci sono altre regole in vigore sui binari. È proprio vero che è un attimo, che è una bugia la felicità. Giusto un momento dopo, non appena questa muta pace ti spinge a formulare un desiderio, un sogno, un’aspettativa, ecco che la felicità l’hai già persa. Così, di colpo! Il treno si ferma e scendi. Forse perché in fondo la bugia dev’essere implicita, e non devi chiedere altro.</div>
<div>E io invece, magari, stavolta per me ho in serbo un sogno. Peccato.</div>
</div>
</div>
<div dir="ltr"></div>
<div dir="ltr">3.</div>
<div dir="ltr">
<div></div>
<div>Dal letto, un po&#8217; ipnotizzata, guardi il cielo: «Sembra quasi che la bora sia andata via da lì per venire qua&#8230; Forse mi segue. Anche lei? Non sarebbe la prima a volermi stanare.»</div>
<div>Poi il tuo sguardo si fa dolce e batti la mano sul letto per invitarmi a sedere vicino a te, col gesto che si usa con gli animali.</div>
<div>«Dove vivevo da bambina, costruiscono delle speciali finestre coi doppi vetri per tentare di arginare la violenza del vento. Tra un vetro e l&#8217;altro c&#8217;è un bello spazio, si possono mettere vasi di fiori. O sporgersi di sotto per guardare le teste dei passanti. Una specie di piccolo bovindo. Per me era come un palcoscenico, una gabbia di vetro, in cui esibirmi e fare spettacoli per chi, dall&#8217;altra parte della strada, si fosse affacciato a guardare. Ma il vento lì è fortissimo, davvero impressionante.» Ti sei interrotta e con aria sorpresa hai terminato la frase: «Fortissimo come questo, in effetti. Forse dovrei correggermi e dire che una volta la bora era fortissima e che non lo è più, stando al discorso di ieri di mia madre. È inevitabile che tutto cambi&#8230; anche la natura? Ricordo bene quando la sera mia madre rientrava tardi da teatro e veniva a letto a darmi un bacio: io non aspettavo altro.»</div>
</div>
<div></div>
<div>***</div>
<div dir="ltr">
<div></div>
</div>
<div><strong>Estratti da: <a href="https://watsonedizioni.it/catalogo/trieste-senza-bora/"><em>Trieste senza bora</em> (Luci di Watson Edizioni)</a></strong></div>
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		<title>Ritorno al fascismo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/10/ritorno-al-fascismo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jun 2021 13:19:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[destra italiana]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Filippi]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Ferraresi]]></category>
		<category><![CDATA[Marinella Salvi]]></category>
		<category><![CDATA[risiera di san sabba]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/San-Sabba-Trieste-300x193.jpg" alt="" width="300" height="193" class="alignleft size-medium wp-image-91331" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/San-Sabba-Trieste-300x193.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/San-Sabba-Trieste-1024x659.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/San-Sabba-Trieste-768x494.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/San-Sabba-Trieste-150x97.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/San-Sabba-Trieste-696x448.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/San-Sabba-Trieste-1068x687.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/San-Sabba-Trieste-653x420.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/San-Sabba-Trieste.jpg 1400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Sull’ultima <a href="https://ilmanifesto.it/una-mano-di-calce/">pagina</a> del Manifesto di oggi compare un bel pezzo, dal titolo “Una mano di calce”, di Marinella Salvi sull’unico campo di sterminio nazista in Italia, <em>la risiera di San Sabba</em>, a Trieste, nella quale, fino alla disfatta tedesca, molte centinaia di antifascisti, ebrei, comunisti e altri sono stati gasati e bruciati come nei più noti campi di Austria, Germania e Polonia. Ho visitato questo luogo vari anni fa e assicuro che l’aria che vi si respira e le cose e le attrezzature che ancora vi si vedono fanno rabbrividire come quelle che si vedono a Dachau o negli altri tristemente famosi campi di sterminio. Questo articolo della Salvi fa capire come gli scarni tentativi postbellici di “punire” i responsabili ben si inquadrino in quella che è stata, dal 45 in poi, la politica italiana di “epurazione”, così veniva detta, contro chi si era macchiato anche dei peggiori crimini fascisti e/o filonazisti. Politica e prassi a mio parere molto ben descritte nel libro recente di Francesco Filippi “Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto”, Bollati Boringhieri, recentemente venduto per una settimana con Repubblica. Nel 45 io avevo tre anni e da allora in poi ho vissuto in una famiglia sostanzialmente fascista, mio padre anzitutto, fascista fino alla morte, e mi ricordo il timore di allora di queste famigerate epurazioni, in realtà rivelatesi alla prova dei fatti quasi inesistenti, soprattutto dopo la imperdonabile amnistia decretata da Togliatti quando era ministro di grazia e giustizia nel primo governo De Gasperi.<br />
Il tema della permanenza e dei pericoli della destra in Italia è stato anche trattato in un vecchio libro del mio indimenticato amico Franco Ferraresi, già ordinario di sociologia politica a Torino, purtroppo da tempo scomparso, “Minacce alla democrazia – la Destra radicale e la strategia della tensione in Italia nel dopoguerra”, Feltrinelli 1995.<br />
I tempi che stiamo attraversando certo, da questo punto di vista, non ci consolano e temo molto fortemente che le prossime elezioni ci consoleranno ancora meno, salvo che la sinistra che pur ancora rimane in questo paese non smetta di continuare a litigare e a dividersi, come del resto è stato troppo spesso suo costume, ma si decida a mettere insieme un grande partito che riesca a comporne organicamente le varie componenti.</p>
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		<title>Città in bilico</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/11/03/citta-in-bilico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2020 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[federica manzon]]></category>
		<category><![CDATA[frontiere]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppa A. Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[il bosco del confine]]></category>
		<category><![CDATA[La frontiera spaesata]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Parisi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valentina Parisi &#160; Vicini per chilometri, vicini per stagioni. C&#8217;è modo e luogo di scoprire che il confine è d&#8217;aria e luce. D&#8217;aria e luce. &#160; C.S.I., Vicini &#160; &#160; Ci sono città in bilico, dove il presagio del confine è così onnipresente da spingerci a credere che a ogni passo potremmo inavvertitamente varcarlo. Città [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Valentina Parisi</strong></p>
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<p><em>Vicini per chilometri, vicini per stagioni.</em></p>
<p><em>C&#8217;è modo e luogo di scoprire che il confine è d&#8217;aria e luce.</em></p>
<p><em>D&#8217;aria e luce.</em></p>
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<p>C.S.I., <em>Vicini</em></p>
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<p>Ci sono città in bilico, dove il presagio del confine è così onnipresente da spingerci a credere che a ogni passo potremmo inavvertitamente varcarlo. Città che, come un seggiolino catapultabile, proiettano altrove chi vi è nato, facendogli capire che la loro vera natura consiste nell’essere un trampolino di lancio e, nel migliore dei casi, un luogo cui fare ritorno. Perciò non stupisce che Trieste – dopo le “escursioni” tra saggio e reportage di Magris e Rumiz – continui a generare testi che, eleggendola a proprio punto di partenza, la abbandonano quasi subito per guardare al di là, preferibilmente a est. Pur nella differenza delle rispettive scritture, <em>La frontiera spaesata </em>di Giuseppe A. Samonà e<em> Il bosco del confine</em> di Federica Manzon tematizzano entrambi la natura liminale del capoluogo giuliano, l’uno sotto forma di un erudito invito al viaggio attraverso l’Istria e Lubiana fino a Zagabria, l’altro con una vicenda esemplare di inquietudine e rispecchiamento tra ovest ed est prestata a un io autofinzionale.</p>
<p>Fulcro comune per i due testi è la definizione che Samonà dà di Trieste come città del <em>non</em>: “Non Austria, non Ungheria, non Italia, non Slovenia, non Serbia o Croazia, e un poco, o anche molto, in proporzioni e con propensioni diverse, di tutte queste culture (…) A pochi passi da Venezia, non è più Italia, nello spazio (…); non è più Austria nel tempo, anche se ricorda Vienna per l’architettura; non è ancora Balcani, anche se se ne pronunciano molti suoni e se ne sentono gli odori, i sapori”. Quel <em>non </em>che per Samonà ha una valenza positiva, in quanto presupposto di un’inevitabile tendenza all’incontro con l’altro e alla mescolanza, per la protagonista di Manzon è invece all’origine di un senso di spaesamento indotto dalla decisione assai poco convenzionale dei suoi genitori di iscriverla alla scuola slovena. Una scelta per cui <em>non </em>si ravvisava alcuna ragione concreta: “…ho trascorso l’infanzia in un equilibrismo esotico: straniera in una scuola che <em>non </em>avevo motivo di frequentare <em>non</em> potendo vantare nemmeno un parente nella linea diretta del sangue che abitasse fuori confine, intrusa nel mio quartiere dove i bambini andavano tutti alle stesse elementari nell’ordinato viale di commissione asburgica”.</p>
<p>Senonché – come l’autrice suggerisce fin dall’<em>incipit</em> – un motivo ovviamente c’era, e consisteva nella scuola di anticonformismo cui il padre “distintissimo nullafacente”, pacifista e poliglotta, sottoponeva l’io narrante sin da piccola, portandola a camminare senza meta per intere giornate nei boschi. Il posto migliore – a suo avviso – per spiegare a un bambino l’inconsistenza delle frontiere: “…il bosco non si divide per nazionalità come una cartina geografica, hai mai visto una betulla ritrarre i rami per non sconfinare in territorio straniero?” Benché questo convincimento sia destinato a rivelarsi tragicamente errato, l’esplorazione in salita e in discesa di un entroterra montuoso, a piedi o con gli sci, di giorno o al buio, resta la coordinata essenziale del romanzo. Se per l’autore della <em>Frontiera spaesata</em> mare e montagna sono a Trieste pressoché “inseparabili”, Manzon esclude invece risolutamente dal suo orizzonte quello che Samonà chiama l’“<em>apeiron </em>dalle frontiere liquide”. Nel <em>Bosco del confine </em>il mare è rimosso e riguarda sempre qualcun altro: i compagni di scuola, liberi di sguazzare “nell’acqua petrolifera dei bagni Ausonia” mentre la protagonista e il fratello vanno a scarpinare sul Carso, ma anche i turisti che dell’ex Jugoslavia conoscono solo le isole della Dalmazia.</p>
<p>Proprio questa attenzione esclusiva accordata al retroterra verticale che cinge Trieste consente a un certo punto la sua “metamorfosi” in Sarajevo, città che, non a caso, appare all’io narrante che la raggiunge durante le Olimpiadi invernali del 1984 stranamente “vicina”, e insieme inspiegabilmente affascinante, come del resto tutto ciò cui l’avverbio “di là” allude. Una sensazione di “inquietante familiarità”, in grado di far riemergere strati rimossi della memoria, che si ritrova anche in Samonà, anzitutto a proposito delle spensierate “gite senza valigia” in quella che all’epoca era ancora e semplicemente “Jugo”: “…tutto ti era esotico e familiare nel contempo”. Viaggi invariabilmente intrapresi da Trieste, consuetudinari al punto da non sembrare neppure tali, eppure che per l’autore già tracciano quella via<em> verso </em>i Balcani, in cui ogni tappa non fa che rinnovellare il desiderio di partire, “come se si trattasse di conoscere il mondo semplicemente mettendo un passo dietro l’altro”.</p>
<p>Un titolo o sottotitolo alternativo della <em>Frontiera spaesata</em> avrebbe infatti potuto essere “Fin dove arriva l’eco di Trieste”; ma anche la presenza fantasmatica di Venezia non è meno sporadica in queste pagine dedicate sì a luoghi concreti, ma anche e soprattutto “alla grazia/disgrazia (…) di non poter scegliere di appartenere completamente a un posto, a una nazione, persino a una lingua invece di un’altra”. “Non sono serbo se non per caso (…) Non sono bosniaco perché sono nato in un paese che si chiamava Jugoslavia e lì sono cresciuto (…) Non posso dirmi nemmeno europeo perché in Europa non ci vogliono (…) È molto pericoloso non avere un’identità collettiva”, spiega Dragan all’io narrante di Manzon tornata a Sarajevo nel 2015, dopo che la guerra ha posto fine a quella che Samonà, citando Fulvio Tomizza chiama “la miglior vita”. E soprattutto dopo che il bosco del Trebevic, quello dov’era stata realizzata la pista di bob per le Olimpiadi, da proiezione delle selve dell’infanzia s’è trasformato nel “bosco del confine”, ossia un punto in cui le linee convenzionali che separano gli stati hanno acquisito una loro minacciosa ancorché invisibile realtà. La Sarajevo post-bellica sembrerebbe dunque incapace di continuare ad assolvere la funzione di “luogo di elezione” attribuitale dai ricordi; eppure, lasciando il finale sostanzialmente aperto, Manzon ci lascia liberi di chiederci se la sua protagonista non preferirà <em>in extremis</em> un’altra soluzione al ritorno in quella città molto più a ovest di Trieste “dove tutto funziona a meraviglia”. Anche se, come suggerisce acutamente Samonà, “la terra che si pretende amare è un tempo, più che uno spazio”, e infinite sono le delusioni cui si espone chi spera di ritrovarvi ciò che si era desiderato.</p>
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<p>Giuseppe A. Samonà, <em>La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani</em>, Edizioni Exòrma,  2020, pp. 306, euro 16.</p>
<p>Federica Manzon,<em> Il bosco del confine</em>, Aboca, 2020, pp. 176, euro 14.</p>
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		<title>Partigiani in mostra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2015 12:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; &#160; &#160; fotografie di Danilo De Marco Puntare l’obiettivo sullo sguardo dei vecchi partigiani vuol dire proporre figure che hanno perso forse tutto della loro immagine originaria, della forza della gioventù, ma non la fissità, l’intensità, la certezza dello sguardo, quello che da ultimo inevitabilmente si appannerà, ma adesso quello sguardo rappresenta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=57466" rel="attachment wp-att-57466"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-57466" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Locandina_1_01_rit_rid-300x167.jpg" alt="Locandina_1_01_rit_rid" width="300" height="167" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Locandina_1_01_rit_rid-300x167.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Locandina_1_01_rit_rid.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>fotografie di <strong>Danilo De Marco</strong></p>
<p>Puntare l’obiettivo sullo sguardo dei vecchi partigiani vuol dire proporre figure che hanno perso forse tutto della loro immagine originaria, della forza della gioventù, ma non la fissità, l’intensità,<span id="more-56920"></span> la certezza dello sguardo, quello che da ultimo inevitabilmente si appannerà, ma adesso quello sguardo rappresenta ancora una consapevole certezza. Il resto del volto, le rughe, i segni che scavano le ombre, sono messi ai margini, sono contorno, restano dunque solo quegli sguardi. E la scelta di costruire un’immagine per piani sovrapposti per De Marco ha un senso: «Ritrovo nei mille possibili piani dell’immagine e delle diverse esistenze la molteplicità dei ‘centri’ come nelle composizioni di Luigi Nono o nella pittura di Paul Klee». Lo spazio piatto, ritagliato, di tanti acquarelli, di tanti dipinti di Paul Klee, che mette sullo stesso piano decine di elementi che sono simbolo, traccia, indice di un complesso molto più articolato che va oltre il senso di ogni singolo dettaglio dipinto, quello spazio che De Marco intende ricreare va scoperto non in una singola opera ma nel complesso, nell’insieme di questa creazione imponente e terribile, devo dirlo, che sono i ritratti dei partigiani.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=57469" rel="attachment wp-att-57469"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-57469" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/004-Simone-Ducreux-Untitled-2-copia.jpg" alt="004  Simone Ducreux Untitled-2 copia" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/004-Simone-Ducreux-Untitled-2-copia.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/004-Simone-Ducreux-Untitled-2-copia-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=57468" rel="attachment wp-att-57468"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-57468" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/007-Kapun-Alojse-andrej-Untitled-1-copia.jpg" alt="007  Kapun Alojse 'andrej' Untitled-1 copia" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/007-Kapun-Alojse-andrej-Untitled-1-copia.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/007-Kapun-Alojse-andrej-Untitled-1-copia-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=57467" rel="attachment wp-att-57467"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-57467" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/005-Pierette-Rossi-Denise-e-Roland-Untitled-2-copy-copia.jpg" alt="005  Pierette Rossi 'Denise e Roland' Untitled-2 copy copia" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/005-Pierette-Rossi-Denise-e-Roland-Untitled-2-copy-copia.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/005-Pierette-Rossi-Denise-e-Roland-Untitled-2-copy-copia-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=57472" rel="attachment wp-att-57472"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-57472" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Trieste-010-bis-copia.jpg" alt="Trieste 010" width="415" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Trieste-010-bis-copia.jpg 415w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/Trieste-010-bis-copia-249x300.jpg 249w" sizes="(max-width: 415px) 100vw, 415px" /></a>Claude Roland Souchet &#8216;Pinson</p>
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<p><em>(queste fotografie fanno parte di quelle esposte nella mostra a palazzo Gopcevich a Trieste, si veda la locandina sopra; il frammento di testo, di Artuto Quintavalle, è tratto dal volume che la accompagna)</em></p>
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<p>Trieste 010</p>
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		<title>diario triestino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/08/16/diario-triestino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Aug 2014 10:53:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[caffé San Marco]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Voghera]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Seduto al caffè, in mezzo a tanti, un affollato pomeriggio di agosto, non caldo, ventilato appena, guardo la gente: sia quelli che stanno seduti nelle mie vicinanze – una famigliola con un ragazzetto down che combina qualche disastro, ma sempre assecondato da sorrisi compassionevoli da genitori e loro amici bene addestrati – [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/targhe-Saba-Joyce.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/targhe-Saba-Joyce-300x153.jpg" alt="targhe Saba Joyce" width="300" height="153" class="aligncenter size-medium wp-image-48674" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/targhe-Saba-Joyce-300x153.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/targhe-Saba-Joyce-1024x522.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/targhe-Saba-Joyce-900x459.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/08/targhe-Saba-Joyce.jpg 1609w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Seduto al caffè, in mezzo a tanti, un affollato pomeriggio di agosto, non caldo, ventilato appena, guardo la gente: sia quelli che stanno seduti nelle mie vicinanze – una famigliola con un ragazzetto down che combina qualche disastro, ma sempre assecondato da sorrisi compassionevoli da genitori e loro amici bene addestrati – sia quelli che passano tra i tavolini e il marciapiede dell’altro lato. La strada è quella che da piazza della Borsa conduce a piazza Unità d’Italia, quella straordinaria piazza che da tre lati ha sontuosi absburgici palazzi e da un lato il Golfo. Il golfo di Trieste, in tutto il suo splendore, a perdita di vista.<br />
In verità aspetto, o mi fingo di aspettare, che passi una persona che ben conosco, che provenga da piazza della Borsa, lui ha casa più in alto; io non l’ho mai vista la sua casa, lui è geloso e discreto, scrittore piuttosto famoso difende la sua privatezza. È del tutto irragionevole aspettarsi che passi, sarà in vacanza lontano, o forse solo a Cherso, dove spesso va. È così irragionevole che scruto le facce dei passanti, mi dico guarda che forse è lui, guarda che tu non sei fisionomista, non hai la vista acuta, fai fatica a riconoscere, magari è quello lì e non te ne accorgi, guarda meglio, e allora guardo meglio, mi ripasso in mente il viso del mio amico e lo confronto, no, decisamente non è lui; è la triestinità che mi inganna. Ma la triestinità si scorge nei visi delle persone? Non so più, qualche volta mi pare di sì, signore altere e scontrose, sorrisi appena accennati, tristezze che guardano lontano. E poi bisogna persuadersi che anche l’impronta di una città che abbiamo calda nel cuore cambia inesorabilmente nel tempo.<br />
La libreria antiquaria che fu di Umberto Saba (l&#8217;immagine che vedete all&#8217;inizio proviene da lì) è chiusa, mi dicono per “lavori in corso” – nessuno sa niente di preciso; rimane, in via Dante Alighieri, il bronzo di Saba che sembra muovere un passo in avanti, un passo accennato e non portato a termine: era lui che diceva della <em>scontrosa grazia</em>.<br />
Ma il famoso personaggio che insensatamente aspetto, malgrado tutte le mie divagazioni, non passa, starà immaginando qualche nuovo libro dopo i tanti già scritti. È stato infatti dopo la lettura di uno dei suoi primi che non ho resistito alla tentazione di scrivergli e di chiedergli un incontro. E lui subito, generoso, aperitivo al Tommaseo, uno dei luoghi sacri delle triestine lettere. Quella volta mi parlò del dolore per la perdita della moglie, che ancora lo dilaniava e, così semplicemente aggiungeva, sempre più al passare dei giorni di mancanza.<br />
Oggi l’ho invece cercato al caffè San Marco, poco sotto al Giardino Pubblico, popolato dei busti dei triestini e delle triestine, più o meno famosi. Anni fa al San Marco sedetti al tavolino in compagnia di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Voghera">Giorgio Voghera</a>, scomparso nel 1999, notevole scrittore, molto probabilmente l’autore (<em>anonimo triestino</em>) de <em>il Segreto</em>, Einaudi 1961: mi parlò sobriamente della sua vita, confessando tra l’altro qualche delusione per il comportamento di Susanna Tamaro nei suoi confronti, ma con grande, e ammiccante, bonomia. È in questi luoghi che si colgono talvolta dei flash che aggiungono qualche colore inedito alle storie delle patrie lettere.<br />
Ovviamente oggi al San Marco non c’è il famoso scrittore che cerco, in compenso ci sono molti suoi libri, perché il caffè adesso è Caffè-libreria, con un’ampia esposizione, di molti generi, naturalmente con un ampio spazio alla triestinità. Davvero un’anima di frontiera si percepisce qua intorno, ma di frontiera smussata, senza salti bruschi, ti parlano in triestino o in sloveno, ma il tono è lo stesso, un po’ complice e un po’ condito da uno sfrontato sorriso.</p>
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		<title>Nella mia giovanezza ho navigato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Aug 2012 09:00:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Trieste chiama Trieste: per il mio compleanno del 1963 qualcuno mi regalò Mediterranee, di Umberto Saba (Trieste 1883 &#8211; Gorizia 1957), collana Lo specchio di Alberto Mondadori, copertina rigida di colore uniforme, marrone chiaro. Sono andato ieri, 55 anni esatti dalla morte del poeta, a ripescarlo e ho letto, cosa che forse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/umberto-saba1-216x300.jpg" alt="" title="umberto-saba" width="216" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-43333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/umberto-saba1-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/umberto-saba1.jpg 600w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" /><br />
Trieste chiama Trieste: per il mio compleanno del 1963 qualcuno mi regalò <em>Mediterranee</em>, di <strong>Umberto Saba</strong> (Trieste 1883 &#8211; Gorizia 1957), collana <em>Lo specchio</em> di Alberto Mondadori, copertina rigida di colore uniforme, marrone chiaro. Sono andato ieri, 55 anni esatti dalla morte del poeta, a ripescarlo e ho letto, cosa che forse non avevo mai fatto, la lunga lettera indirizzata appunto “Caro Alberto” che Saba premette alla raccolta, con amicizia e affetto per l’editore. Una parte di questa lettera contiene considerazioni sulla poesia, che ripropongo qui, perché, pur se formulate in un linguaggio che consideriamo datato, mi pare possano essere un utile contributo a un discorso sulla poesia, che non è mai &#8211; giustamente &#8211; risolto e che ancora conosce una notevole pluralità di approcci. La lettera si riferisce esplicitamente alla poesia “Ulisse”, endecasillabi sciolti, l’ultima della raccolta, databile agli anni 1945-46, che dunque qui vi copio.</p>
<blockquote><p><em>Nella mia giovanezza ho navigato<br />
lungo le coste dalmate. Isolotti<br />
a fior d’onda emergevano, ove raro<br />
un uccello sostava intento a prede,<br />
coperti d’alghe, scivolosi, al sole<br />
belli come smeraldi. Quando l’alta<br />
marea e la notte li annullava, vele<br />
sottovento sbandavano più al largo,<br />
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno<br />
è quella terra di nessuno. Il porto<br />
accende ad altri i suoi lumi; me al largo<br />
sospinge ancora il non domato spirito,<br />
e della vita il doloroso amore. </em>
</p></blockquote>
<p>Ed ecco il testo della parte finale della lettera-introduzione:</p>
<p>&#8220;Voglio raccontarti, già che ci sono, quello che mi è accaduto, ancora uno di questi giorni, con un giovane letterato, persona a te nota, ed a me carissima.<br />
Ero seduto con lui al Caffè; egli leggeva alcune delle <em>Mediterranee</em>, che avevo appena, con amorosa cura, ordinate e trascritte. <em>Ulisse</em> era una di queste poesie. La poesia, nel suo complesso, gli piacque. Ma ecco che, come ne rileggeva il primo verso, vidi Aldo Borlenghi fermarsi ed arricciare il naso. Il verso dice:<br />
<em>Nella mia giovaneza ho navigato </em><br />
Gli chiesi il perché del suo visibile disappunto. Mi rispose che il verso non era « bello »; lo trovava anche troppo « scoperto ». Ora quel verso (tecnicamente ineccepibile) non è, in sé stesso preso, né bello né brutto; è solo un inizio, che vive in funzione del componimento di cui fa parte, dei dodici versi che lo seguono, ai quali dà e dai quali prende rilievo. Non è né « brutto » né « scoperto »; è semplicemente « immediato », non cioè passato attraverso nessun alambicco di nessuna, più o meno sapiente, più o meno di moda, deformazione letteraria. Dice, con rara spontaneità, quello che deve dire, nel modo più semplice e diretto possibile. Diventa bello (molto bello anche, e felice) quando, nella memoria del lettore, fa corpo col resto della poesia.<br />
Guardavo la faccia del mio interlocutore. Bella era; e, nel senso nobile della parola, mediterranea. Consunta, logorata e segnata da qualche interna difficoltà a vivere; negli occhi — dietro gli occhiali, chiarissimi — un estremo d’intelligenza sembrava unirsi ad un estremo di malinconia. La sua faccia — che mi ricordava uno di quei paesaggi toscani troppo e da troppi secoli elaborati dalla mano dell’uomo, diventati avari — concordava esattamente col suo giudizio. Quell’uomo doveva necessariamente aver paura di un’immediatezza come di una bomba; ammirare — come egli stesso volentieri confessa — assai più Petrarca che Dante. Era, in una parola, un petrarchista. Soffriva di un male, europeo per estensione, ma italiano alle origini; e di questo male almeno, io, nato agli estremi confini della patria, o non ho mai sofferto, o solo, e non in profondità, nella mia prima giovanezza. Attraverso l’innocente verso citato e la disapprovazione che esso suscitava in Aldo Borlenghi, mi sono persuaso una ultima volta che gli italiani (che sono nella loro vita istintiva e — vedi Verdi — nella musica, uno dei popoli più immediati della terra) non sopportano, in poesia, la vita, senza averla preventivamente uccisa e mummificata. Perché poi questo processo (che essi chiamano di « astrazione lirica », ed io di « congelamento » o di « involuzione ») sia avvenuto proprio per la poesia, oggi come oggi, o non lo so ancora, o non voglio ancora dirlo. Ma che sia avvenuto è certo; come pure è certo che va cercata in esso una delle ragioni sia, in generale, del loro — sotto la varietà delle apparenze univoco — petrarchismo, sia, in particolare, della, fino a ieri almeno, contrastata fortuna della mia poesia. Altre, per quanto mi riguarda, ve ne furono; ma di queste mi propongo di parlare nel difficile libro che sto per te scrivendo, e che s’intitolerà Storia e cronistoria del “Canzoniere”.<br />
Ti saluto, caro Alberto. E faccio voti che non ti preoccupi troppo della « crisi ». Anche questa passerà, la gente ritornerà a comperare libri, e tu venderai perfino <em>Scorciatoie e Raccontini</em> del tuo<br />
aff. Umberto<br />
Milano, maggio 1946.&#8221;</p>
<p>[<a href="http://progettimediamarialuigia.xoom.it/progettimediamarialuigia/TesoroWeb/Allievi%20famosi/Nuovi%20all%20famosi/aldo_borlenghi.htm">qui</a> brevi notizie su Aldo Borlenghi]</p>
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		<title>Vista da Trieste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Aug 2012 08:53:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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		<category><![CDATA[Duino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani È quel momento inquietante che prepara il buio della notte, è finito il violetto chiaro dell’ultimo sole, pochi minuti e rimarrà solo buio e le luci artificiali. Però. Però è piena di luna piena la mia sera, qui, chissà se è proprio al culmine – certo sembra occupare tanto cielo, un cerchio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>È quel momento inquietante che  prepara il buio della notte, è finito il violetto chiaro dell’ultimo sole, pochi minuti e rimarrà solo buio e le luci artificiali. Però.</p>
<p>Però è piena di luna piena la mia sera, qui, chissà se è proprio al culmine – certo sembra occupare tanto cielo, un cerchio perfetto, da oscurare tutte le stelle circostanti, gaddianamente <em>sopr’a le stelle reìna</em>. Ma non oscura il golfo, il grande golfo che si vede dalla mia finestra aprire blu scuro, il golfo che promette lontananze impensate – all’orizzonte punti luminosi, vaghe alberature.<br />
Non si è ancora spento il punto bianco di Miramare, il primo confine a ovest, con la livida presenza dell’arciduca; oltre quello, lo sguardo non va, solo lo sguardo della mente, sempre così più ardito, può spingersi fino a Duino e vedere anche lì le presenze che da un secolo ormai evoca quel luogo, Boltzmann e Rilke, che a pochi anni di distanza lasciarono parti di vita legate a questo mare favoloso.<br />
Rilke c’era andato senza “famiglia”, ospite della contessina Maria von Turn und Taxis, e dopo avere lasciato a lei e a tutti noi l’impervia testimonianza delle <em>Duineser Elegien</em>, se ne andò per altri lidi; mentre Ludwig Boltzmann, in vacanza con la famiglia, nell’estate del 1906, era preda del tormento continuo di non riuscire a conciliare, all’interno delle sue riflessioni, i diversi aspetti della sua assidua ricerca sulle leggi della meccanica e delle nuova scienza del calore, che giustamente riteneva tra le più profonde e significative della fisica.<br />
Reversibilità o irreversibilità? Determinismo o statistica?<br />
Boltzmann, scienziato cerniera tra antico e moderno, tra Ottocento e Novecento, tra il mondo tranquillo – quasi Biedermeier – della fisica classica che ormai tutto spiegava e prometteva continui perfezionamenti di un quadro così elegante, e le nuvole nere, come le chiamò con maggior consapevolezza Kelvin, che si andavano addensando su questo quadro idilliaco.<br />
Boltzmann, che non si rassegnava alle contraddizioni che sembravano ineluttabilmente radicate nell’insieme della sua ricerca, non sopportò il peso della sua incapacità a rispondere a tutte le critiche, spesso anche superficiali, che vennero mosse alle sue ipotesi e alle sue costruzioni, e scelse Duino per mettere bruscamente fine alla propria ineludibile scontentezza.<br />
E allora, un po’ anche per onorare la sua memoria, che è la memoria di un grande, di uno dei creatori della nuova fisica del Novecento, provo a raccontare un minimo elemento di base della fisica del calore, quella che più Boltzmann contribuì a sviluppare. Provo cioè a dire in poche righe, ora che il cielo è diventato buio e stellato e solo la Luna rimane a rischiarare le colline del Carso dietro di noi, quale sia l’interpretazione della grandezza fisica <em>temperatura</em> secondo il modello di materia che si andava un po’ alla volta consolidando.<br />
Una delle prime cose da ricordare con chiarezza è che l’idea atomistica, che la materia sia fatta di tante tante particelle piccole piccole, pur avendo radici lontane, dagli atomisti di Abdera a Epicuro e a Lucrezio, non era affatto popolare tra i fisici dell’Ottocento materialista e determinista, che anzi mediamente erano agnostici in proposito, oppure ritenevano che la materia fosse un <em>continuo</em>, una pappa senza interruzioni e buchi che riempiva completamente quella parte di vuoto che occupava. Ernst Mach era in prima fila tra questi e l’antagonismo con Boltzmann passava anche per questa strada. Quest’ultimo invece cercava di spiegare le proprietà della materia supponendo che questa fosse appunto composta di atomi, proprio quegli <em>átomoi</em> – oggetti che non possono essere ulteriormente tagliati – annunciati dalla filosofia antica di cui sopra.<br />
La seconda cosa da tener presente è l’idea, che si era ormai saldamente formata nella fisica dell’Ottocento, di <em>energia</em>, che si era rivelata uno strumento assai utile nella descrizione e nella formulazione delle leggi fondamentali della meccanica. In particolare l’energia di un qualsiasi corpo, tipicamente puntiforme, poteva essere anzitutto rappresentata da una quantità che dipendeva dalla sua massa e dalla sua velocità. L’espressione in questione è abbastanza ben nota ed è la seguente E=½mv^2, formula, ovvero abbreviazione linguistica, che significa che per ottenere questa grandezza, che è detta energia cinetica perché dipende dal moto, occorre moltiplicare la massa per il quadrato della velocità e dividere per 2. Le ragioni di questa prescrizione di calcolo ci sono, ma non fatemele spiegare qui.<br />
Bene: cosa ha questo a che fare con la temperatura? Prendete un gas – un gas perché è uno dei modi più semplici di organizzarsi della materia – contenuto in un recipiente di un certo volume che indicheremo con <em>V</em> e soprattutto supponete che esso consista di tanti pezzetti molto piccoli, questi pezzetti li chiameremo molecole perché ognuna di esse, in linea di principio anche da sola, ha le proprietà del gas; ogni molecola ha la sua massa e supporremo che essa si muova continuamente all’interno del volume <em>V</em> nel quale può liberamente agitarsi. Naturalmente le molecole, mentre avranno tutte la stessa massa, avranno tra loro velocità diverse e quindi ognuna avrà la sua energia cinetica diversa dalle altre; ma, ecco che entra la valutazione complessiva, quella che usa l’occhio statistico, potremo considerare l’<em>energia cinetica media</em> di tutte le molecole, che si indica con il simbolo <em>Ē</em>, e che può in linea di principio essere ottenuta sommando le energie cinetiche di tutte le molecole e dividendo alla fine per il numero di esse.<br />
La temperatura del gas è, secondo il modello che si è andato affermando alla fine dell’Ottocento, proporzionale esattamente a questa energia cinetica media, e dunque è un’indicazione di “quanto velocemente” si muovono le molecole all’interno di un gas. Era la base della cosiddetta teoria cinetica del gas perfetto, di cui ho qui già detto parlando di Boyle, e poi, vari anni fa, parlando dell’entropia. Questa apparentemente strana proprietà della materia, di dare sensazioni di caldo o di freddo, è dunque semplicemente ascrivibile ai movimenti delle sue molecole, il che, vi assicuro, è stato un bello shock per la fisica e nello stesso tempo un considerevole successo dei tentativi di spiegare la scienza del calore mediante la meccanica, in quanto proseguendo i pochi ragionamenti che ho esposto qui, si è arrivati a spiegare su basi meccaniche la legge dei gas perfetti.<br />
Boltzmann diede anche il nome alla <em>costante di proporzionalità</em> di cui dicevo prima, in questo senso preciso: una molecola puntiforme possiede – se misurata nell’unità di energia propria del sistema internazionale, il <em>Joule</em>, un’energia pari a <em>(3/2)kT</em>, dove la lettera <em>T</em>, maiuscola, rappresenta appunto la temperatura assoluta, cioè contata a partire dallo zero assoluto, mentre k è la costante di Boltzmann, che vale, con le unità di misura dette, <em>1,38 10^(-23). </em>Simbolo che uso qui per indicare 10 elevato alla potenza -23, cioè un numero assai piccolo; ma tenete conto che le molecole di un gas sono tante, tipicamente dell&#8217;ordine di 10^(23), così che l&#8217;energia complessiva di una quantità macroscopica di gas assume un valore ragionevole.  </p>
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		<title>Molo Audace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 10:04:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Bashar al-Asad]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Trieste-molo-Audace.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Trieste-molo-Audace-221x300.jpg" alt="" title="Trieste molo Audace" width="221" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-39795" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Trieste-molo-Audace-221x300.jpg 221w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Trieste-molo-Audace.jpg 481w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" /></a>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
Mi avvio lentamente sul molo Audace mentre il pomeriggio agostano illanguidisce e il mare – al mattino così blu come solo nel golfo di Trieste sa essere – diventa pallido e chiaro e opaco e comincia a confondersi all’orizzonte col cielo. Le persone si muovono con calma – tutto rallenta, anche nel cuore e nei pensieri. </p>
<p>Tra questi uno ne emerge improvviso, inatteso e improbabile: se un personaggio come Bashār al-Asad, o come un altro dei feroci assassini che abitano e hanno tragicamente abitato i palazzi del potere di questo mondo – non c’è che l’imbarazzo della scelta – se Asad dunque, che spara, o peggio ancora fa sparare, sui suoi concittadini, venisse qui sul molo Audace con me, senza parlare, ma solo a camminare lentamente guardando lontano, assaporando la scontrosa grazia della città di Saba, respirando l’aria del golfo, forse si  lascerebbe andare per un attimo a dismettere i pensieri di potere e di morte da cui è circondato e divorato e si abbandonerebbe a uno sguardo sul mare fino a consegnarsi definitivamente al pensiero che l’unica cosa che importa è che la Terra è la nostra patria, il luogo di noi tutti, nel quale tutti dobbiamo convivere. <span id="more-39794"></span><br />
Qui intorno sono a loro agio gli amanti che si ridono incuranti del resto ripetendosi gesti e parole che sanno già da tanto tempo, così come sono a loro agio le persone sole che trovano il tempo di pensare con calma ai casi propri; qui sono di casa le barche che prendono ora il largo per bagnarsi della luce speciale che ti avvolge quando hai intorno solo acqua. Qui gli sguardi che scambi per un attimo con chi ti sfiora sono buoni, tolleranti, segretamente complici.</p>
<p>Tanti, credo, siano i luoghi magici come questo al mondo; se anche Augusto Pinochet ci fosse venuto almeno una volta avrebbe perso anche lui un po’ della sua ferocia? E così altri, uno di quegli altri potenti che per qualche ragione, avidità, rancore, estrema intolleranza o concorso di impensate circostanze, si sono accanitamente dedicati a violenze e distruzioni nei confronti dei propri simili. </p>
<p>Oppure no. Nessun molo Audace, nessuna fresca brezza marina, nessun pezzo di rapinosa bellezza naturale sarebbe in grado di scalfire una mentalità ormai scolpita senza rimedio in un freddo bassorilievo di comportamenti determinati da cause ormai remote e non più modificabili.</p>
<p>Qui e adesso io vorrei invece credere che questa possibilità esista, vorrei crederci nella possibilità di scalfire qualsiasi superficie, vorrei avere fiducia nella capacità taumaturgica del mondo che ci circonda e anche delle persone che ci circondano e che ci parlano. Come sarà cominciata la spirale di perfidia che ha poi informato la vita di tutti gli Asad del mondo, qualcuno avrà scardinato irrimediabilmente la loro umanità con un gesto sbagliato, con un rifiuto, con una piccola violenza che ha poi scavato un solco terribile nella loro personalità di giovani, o giovanissimi? Nessuno naturalmente può saperlo, forse neppure il diretto interessato, ma tutti noi abbiamo  – sempre e comunque – la responsabilità dell’allevamento dei cuccioli della nostra specie. Portiamoli nei luoghi magici della Terra, costruiamo dei <em>nostri luoghi magici</em> di <em>luxe calme et volupté</em>, abbiamo cura della bellezza.  </p>
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		<title>Radio Kapital &#8211; Sergio Bologna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 06:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti. S.B. Intervista, che potete trovare anche qui a Sergio Bologna su Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale. Egea Editore, Milano 2010, pp. 325 Nella raccolta di scritti “Ceti medi senza futuro?” parlavi della tua esperienza di consulente per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-300x298.jpg" alt="" title="bologna2" width="300" height="298" class="aligncenter size-medium wp-image-32285" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-300x298.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/bologna2.jpg 631w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em>Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</em> <strong>S.B.</strong></p>
<p>Intervista, che potete trovare anche <a href="http://www.lumhi.net/">qui</a>   a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/">Sergio Bologna</a> su Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale.<br />
Egea Editore, Milano 2010, pp. 325</p>
<p> <em>Nella raccolta di scritti “Ceti medi senza futuro?” parlavi della tua esperienza di consulente per il Piano Generale dei Trasporti e della Logistica. Questo tuo nuovo libro, “Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale”, ha a che fare con quella esperienza? </em></p>
<p>Direi di no, la parte dedicata ai porti italiani è una parte marginale. Per ritrovare dei collegamenti con la mia attività di ricerca si dovrebbe risalire piuttosto agli Anni 70, alle inchieste sul settore trasporto merci di “Primo Maggio” – la rivista che dirigevo allora e la cui collezione completa tra poco sarà disponibile su CD presso Derive&#038;Approdi. In un numero del 1976 già si tentava di abbozzare una “Storia del container”. Un altro mio saggio di quei tempi, la cui impostazione in un certo senso anticipa quella delle multinazionali del mare, è “Petrolio e mercato mondiale”, pubblicato su “Quaderni Piacentini” nel 1974 sull’onda del primo shock petrolifero. </p>
<p><em>Nel senso che tra la crisi attuale e la crisi petrolifera del 1973 tu trovi delle analogie?</em></p>
<p>Nel senso che si tratta di fenomeni globali, la cui portata si avverte in ogni angolo del mondo. Il settore dello shipping è per sua natura un settore globale, anzi è una delle forze motrici della globalizzazione. La novità, che io cerco di analizzare in questo libro, è che questa caratteristica si è estesa anche all’attività portuale, che per sua natura invece ha un carattere municipale.  Oggi esistono grandi organizzazioni che controllano terminal portuali in tutto il mondo. E’ un fenomeno assai recente, esploso negli Anni Novanta.<br />
<span id="more-32278"></span><br />
Non c’è un solo porto italiano di rilievo che non sia controllato da queste organizzazioni, da Gioia Tauro a Genova, da Trieste a Taranto, da La Spezia a Napoli. Sono cinesi, tedesche, di Singapore, di Dubai, vere e proprie multinazionali che impiegano le tecnologie più avanzate e portano quindi un livellamento degli standard di servizio e delle pratiche organizzative in qualunque parte del globo. L’area maggiormente interessata da questi investimenti oggi è l’Africa Occidentale. L’altra novità, anch’essa assai recente, è che le compagnie marittime, tradizionali clienti dei porti, hanno cominciato ad investire anche loro in terminal portuali, quindi è saltata la secolare divisione del lavoro tra chi trasporta la merce (il vettore marittimo) e chi fa il carico e lo scarico nei porti. La nave e il porto sono sempre stati in un certo senso antagonisti: la nave voleva fare in fretta, il porto cercava di rallentare. Oggi i porti, soprattutto nei terminal container, lavorano secondo tempi ed esigenze della nave, là dove il porto e la compagnia marittima fanno parte dello stesso gruppo c’è una perfetta integrazione tra le due fasi principali del ciclo.</p>
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<p><em>Ma quando dici che queste organizzazioni multinazionali, queste società, controllano un porto o un terminal portuale, vuoi dire che ne sono proprietarie, come funziona la cosa?</em></p>
<p>Nella grande maggioranza dei casi sono concessionarie, ottengono cioè la possibilità di gestire in esclusiva per un lungo numero di anni una determinata banchina in cambio di un canone annuo. L’infrastruttura però rimane di proprietà dello Stato o della municipalità, le quali consegnano al concessionario delle infrastrutture che corrispondono agli standard richiesti e spesso ne sostengono i costi della manutenzione. Man mano però, visto che gli Stati, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, non avevano risorse, le multinazionali si sono impegnate anche a sostenere una parte dei costi per portare a standard l’infrastruttura portuale, cioè per fare una banchina in grado di sopportare certi pesi, per approfondire i fondali, per consolidare le opere marittime. In genere lo fanno secondo il sistema pubblico-privato del project financing, che coinvolge quindi istituzioni finanziarie private e organismi internazionali come la Banca Mondiale che forniscono i capitali o le garanzie bancarie allo Stato povero di risorse. In questo caso il canone può essere ridotto a una cifra simbolica, si tratta di vedere chi sopporta i costi della manutenzione, alla fine della concessione tutto ritorna allo Stato. Ma ci sono anche casi, la Gran Bretagna è quello più famoso, dove la multinazionale diviene proprietaria dell’infrastruttura portuale. </p>
<p><em>Il ruolo della finanza, i modi di operare dell’investitore, pubblico o privato, mi sembrano aspetti importanti del tuo libro. Come mai questa forte attenzione al fenomeno finanziario</em>?</p>
<p>Sono contento che tu l’abbia colto, questo aspetto, perché lo considero il filo conduttore del mio libro, non solo nel capitolo dedicato esplicitamente alla finanza dello shipping. Intanto distinguiamo la finanza che si occupa di navi e quella che si occupa di porti. La prima raccoglie e convoglia i capitali necessari alla costruzione delle navi. Capitale mondiale di questo settore della finanza è la Germania. Quindi mi è parso opportuno dedicare un intero capitolo allo straordinario sviluppo di questo settore, ma anche alle follìe che ha commesso durante l’ultima fase del ciclo economico mondiale, quella che precede la crisi, con dei comportamenti che sono stati molto simili a quelli sui derivati e con conseguenti crolli che hanno dato un severo colpo alla stabilità del mondo bancario tedesco nel suo insieme, pubblico e privato. La massima parte di questi investimenti sono stati realizzati per costruire navi portacontainer di dimensioni sempre maggiori. Con la crisi, una parte di queste navi sono state bloccate nei cantieri, un’altra, appena varata, è stata messa in disarmo. Si valuta che l’11,6% della flotta mondiale di navi portacontainer sia ferma per mancanza di carico. “Le navi come titoli tossici”, recita infatti uno slogan di noti analisti finanziari. </p>
<p><em>Quindi questo mercato finanziario si è fermato? Le banche sono state risanate dagli Stati, sono fallite? Oppure gli investimenti si sono diversificati?</em></p>
<p>Esattamente. Assistiamo a un fenomeno interessante di diversificazione, che ho cercato di analizzare nel capitolo “non si vive di solo container”. Le navi portacontainer sono una delle tante tipologie di navi in circolazione e non sono state le uniche ad essere colpite severamente dalla crisi, per esempio le car carrier, specializzate nel trasporto di veicoli, sono state investite dalla crisi del settore dell’auto in maniera ancora più pesante, così come le bulk carrier per il trasporto di rinfuse solide (carbone, altri minerali). Invece gli investimenti oggi si orientano verso le navi multipurpose che possono trasportare prodotti di ogni genere, ma anche container, stivati su ponti diversi, oppure sulle navi per il trasporto di pesi eccezionali, le cosiddette heavy lift autoaffondanti. Dal punto di vista del mercato della logistica si dice che questo è il segmento del project cargo, molto remunerativo. Lo spostamento dell’interesse dell’armamento e della finanza verso questo settore è simboleggiato dalla costituzione, nella primavera del 2009, del cosiddetto Heavy Lift Club, un’Associazione, a fini di lobbying evidentemente, cui partecipa una dozzina di compagnie marittime specializzate in questo tipo di traffici. Analoga diversificazione si verifica anche negli investimenti portuali ed io ho dedicato un’analisi particolare a un caso specifico, quello del fondo d’investimenti Babcock&#038;Brown, giunto sull’orlo del fallimento, che ha dovuto cedere i suoi asset portuali a una grande società finanziaria canadese, la Brookfield Asset Management, specializzata nelle energie alternative e nella costruzione di pubbliche utilities. Il criterio dell’investimento è stato quello di scegliere terminal portuali non di container, ma bensì terminal specializzati nelle rinfuse o nel cargo tradizionale, nella filiera della carta e così via. In conclusione, sia la finanza specializzata nella costruzione di navi, sia l’armamento, sia la finanza specializzata negli investimenti in utilities sta abbandonando il settore del container e si orientano decisamente verso il settore del general cargo cosiddetto “tradizionale”, che nel frattempo però ha avuto uno straordinario sviluppo d’innovazione tecnologica nel disegno delle navi, per cui chiamarlo “tradizionale” è un modo con cui si rischia di falsificare la realtà. I porti italiani, che invece sono ossessionati dal container e progettano tutti investimenti faraonici in banchine dedicate al container, dovrebbero tener conto di questa tendenza e non percorrere la strada suicida della monocultura del container.</p>
<p><em>Mi sembra che nel tuo libro ci sia anche il tentativo di dare una spiegazione a questo fenomeno della diversificazione. In particolare tu parli di un possibile spostamento dei flussi di traffico dalle rotte est-ovest verso le rotte nord-sud a seguito della crisi. La relazione tra questi due fenomeni non è chiara immediatamente, per chi non è addentro nel settore. Potresti provare a spiegarla in modo che sia percepibile anche al lettore non specializzato?</em></p>
<p>La sequenza del ragionamento a me pare assai limpida, mi dispiace di non esser riuscito nel libro, evidentemente, ad essere chiaro. Primo passaggio: lo sviluppo del traffico container è stato trainato dai consumi delle società avanzate (Nordamerica ed Europa) di prodotti fabbricati in Cina o in altri Paesi del Far East. I volumi sulle direttrici est-ovest hanno avuto una crescita spettacolare tra il 2002 e il 2007, il cosiddetto “super ciclo”. La crisi è stata determinata dalla caduta dei consumi nel Nordamerica e ingigantita dall’avventurismo della finanza. Secondo passaggio: i Paesi avanzati (Nordamerica ed Europa) forse non raggiungeranno mai più i livelli di consumo di questi anni, la Cina ha cambiato il suo modello di sviluppo, non più export oriented ma tutto concentrato sullo stimolo della domanda interna. Quindi il mercato del container sulle rotte est-ovest è destinato a restare stagnante per molti anni a venire, Drewry valuta che nel Sudeuropa solo nel 2013 si raggiungeranno di nuovo i volumi del 2008, per crescere poi a tassi molto meno elevati che nel periodo 2002-2007. Terzo passaggio: quali sono invece le prospettive positive dei traffici? Quelle generate dalla domanda dei Paesi dell’Asia (India in primo luogo), dell’America Latina (Brasile soprattutto) e dell’Africa, una domanda non tanto di beni di consumo ma soprattutto di beni d’investimento nella ingegneria civile, nella ricerca di fonti energetiche, nell’impiantistica, tutte merci che vengono trasportate su navi multipurpose o heavy lift su rotte nord-sud. A questo si aggiungono nicchie di mercato che sono tutt’altro che secondarie, la sostituzione delle piattaforme off shore divenute obsolete, per esempio. Intendiamoci, questo mercato non avrà la forza sostitutiva per riempire il buco del container, però sarà una grande occasione di business per operatori logistici, compagnie marittime e investitori. L’armamento italiano tra l’altro dispone di due specialisti del settore: Grimaldi per le multipurpose e Messina per le rotte nord-sud, mentre nel settore heavy lift l’industria italiana dispone di un grande operatore logistico come Fagioli. Mancherebbero all’appello solo i porti italiani, che non vedono altro che container e crociere.</p>
<p><em>Conoscendoti, i tuoi lettori si sarebbero aspettati un libro focalizzato più sul lavoro portuale che sulla finanza.</em></p>
<p>E’ vero, è un libro che guarda al capitale più che al lavoro. Tuttavia mi pare di aver lanciato qua e là degli spunti di riflessione. Innanzitutto nel porre l’interrogativo se un terminal portuale può essere ridotto alla logica della catena di montaggio. Ho risposto di no, il lavoro in un terminal portuale è sottoposto a tante incognite che non sarà mai possibile averne la certezza del funzionamento quanto in una catena di montaggio. Attenzione: questa imprevedibilità, che richiede quindi decisioni prese al momento da parte del fattore lavoro, persiste anche in presenza di una forte automazione del ciclo di sbarco e imbarco. Amburgo e Rotterdam oggi presentano dei terminal container con il massimo di automazione possibile allo stato attuale della tecnologia eppure l’incognita quotidiana richiede sempre un intervento umano decisivo. L’altro spunto che ho offerto riguarda proprio il settore multipurpose e dei carichi eccezionali. Nel presentarsi alla stampa, il Club Heavy Lift appena costituito, ha lamentato apertamente che nei porti, a causa della monocultura del container, siano andate perdute molte professionalità specializzate nello stivaggio di navi “tradizionali”. Anche i capitani delle navi ormai hanno perduto questa capacità, abituati al fatto che nel container tutto è programmato da un piano di carico fatto al computer. Infine uno spunto è stato proposto nella parte riguardante i costi operativi delle navi portacontainer. Il costo dell’equipaggio è ancora la voce più importante (sul 35% in media del totale) ma la voce di costo che è andata aumentando di più negli ultimi anni è quella maintenance and repair. Perché il prezzo dell’olio lubrificante è andato alle stelle? Non prendiamoci in giro: perché la forza lavoro sulle navi è sempre meno qualificata e non sa effettuare operazioni anche elementari di manutenzione e riparazione, ma soprattutto perché le tabelle d’armamento sono ridotte all’osso, il numero di marinai presente sulla nave è il minimo richiesto, non ha nemmeno il tempo di effettuare operazioni di manutenzione e riparazione. Negli anni del “super ciclo” lo sfruttamento in termini di ritmi di lavoro è stato davvero pesante e altrettanto la sollecitazione cui sono stati sottoposti i motori e le apparecchiature ausiliarie. Tra l’altro, le tecnologie impiegate sulle navi sono sempre più sofisticate e quindi la forza lavoro dovrebbe essere all’altezza di questi progressi. Purtroppo spesso accade il contrario.</p>
<p><em>Nel primo capitolo, memore della tua passata attività di storico, ti sei concesso un divertimento sul passato di Trieste, oppure è solo un omaggio alla tua città natale?</em></p>
<p>Né l’uno, né l’altro. Ho voluto sottolineare l’importanza della finanza nello sviluppo delle grandi infrastrutture di trasporto. Bene o male sia Genova che Trieste sono nate come porti moderni grazie a due uomini di finanza. Il Canale di Suez e le linee ferroviarie dell’Ottocento sono state finanziate grazie a delle operazioni bancarie azzardate ma innovative. La banca d’affari moderna nasce dal Crédit Mobilier dei fratelli Péreire, le società per azioni nascono in quel contesto. Anche qui c’è un collegamento con la mia attività di ricerca degli Anni 70 ed in particolare con il mio saggio sugli articoli di Marx per la “New York Daily Tribune”, fondamentali per comprendere la sua teoria del credito e illuminanti sulla natura delle crisi finanziarie moderne. Marx è uno straordinario pensatore, a saperlo leggere, peccato che sia stato rovinato dai marxisti.</p>
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